Dopo tanta attesa è arrivato a Roma lo store di PRIMARK all’interno del Centro Commerciale MAXIMO.
L’attesa è stata davvero tanta, direi quasi infinita. Era lo scorso febbraio, quando era stato annunciata a Roma la tanto sospirata apertura del Centro Commerciale MAXIMO, in zona Laurentina, con all’interno il primo store di PRIMARK; subito dopo, però, la notizia è stata smentita e causa COVID-19 l’inaugurazione della famosa catena irlandese di moda è stata spostata ai primi di maggio.
Eravamo ormai certi che avrebbe aperto e invece tutto salta di nuovo… ma noi appassionati di moda e viaggi di sicuro non demordiamo e aspettiamo con grande trepidazione. Arriviamo così a settembre e si vocifera di un’apertura entro il mese di ottobre 2020. Niente di fatto e così, ormai disillusi, avevamo perso ogni speranza, quando arriva la notizia ed è ormai ufficiale: l’apertura di PRIMARK è prevista per il giorno del black friday, venerdì 27 novembre.
E secondo voi potevo perdere un evento del genere? Assolutamente no, così mi sono armata di santa pazienza, ho aspettato il martedì successivo e sono andata a vloggare per voi e per tutti quelli che sono lontani dalla città di Roma, o che sono impossibilitati in questi particolari giorni, a fare visita al nuovo centro commerciale e a raccogliere una testimonianza del mio eccellente shopping super lowcost.
Di seguito troverete un virtual tour dello store, che ho realizzato per voi:
ORARI PRIMARK ROMA – CENTRO COMMERCIALE MAXIMO:
LUN-VEN: dalle ore 10.00 alle 21.00
SAB e DOM: chiuso
Orari entrati in vigore da 4 dic 2020 fino a nuovo D.P.C.M.
QUALI SONO GLI ORARI MIGLIORI PER ANDARE A VISITARE PRIMARK:
Sicuramente per evitare ogni tipo di fila e rispettare a pieno le norme imposte dalla situazione attuale COVID-19, vi consiglio di andare nelle seguenti fasce orarie:
9-00/10-00: così da arrivare prima dell’apertura e fare una breve fila e riuscire ad entrare per primi: se sarete tra i fortunati riceverete un grande applauso all’entrata, perché per i primi 10 minuti di apertura si festeggia con i componenti del team dei lavoratori di PRIMARK.
12-30/13.30: fascia oraria in cui solitamente la clientela è a pranzo e si riesce ad entrare in modo abbastanza scorrevole, con poca fila.
19-30/20.30: è sicuramente la più quotata delle tre, perchè alcuni dei superstiti del pomeriggio ancora girano all’interno del centro, ma voi potrete approfittare del loro sfinimento per fare un giro veloce nel negozio che si appresta alla chiusura ed è tutto più tranquillo.
COME È SUDDIVISO LO STORE (QUANTI SONO I REPARTI) E QUANTI PIANI SONO:
I piani del centro sono due, il piano terra, che si trova al piano 1 del Centro Commerciale, con il reparto NATALE (appena si accede all’entrata sulla destra) DONNA e BEAUTY e il piano superiore, dove si trovano il reparto UOMO, BAMBINO e HOME.
È possibile accedere al piano superiore, direttamente da una scala mobile, posta al centro dello store. Al piano inferiore troviamo il reparto DONNA, a sua volta suddiviso in diversi reparti, tra cui: SHOES, LINGERIE, ACCESSORIES.
Al piano superiore, oltre al reparto UOMO e BAMBINO, sarà possibile accedere al settore LIVING, in cui troverete accessori per la casa, candele e altri oggetti sfiziosi e accessori per la telefonia cellulare, supporti tecnologici e così via.
Da sottolineare come in entrambi i piani, si possono acquistare FOOD, cibi e bevande, per lo più introvabili in Italia e alcuni dolci americani e provenienti dal resto del mondo.
LO CONSIGLIERESTI E LE REGOLE ANTI-COVID-19 SONO DAVVERO RISPETTATE?
Sicuramente se non avete particolari urgenze, o siete appassionati della linea, vi consiglio di aspettare tempi migliori, in parte per la fila da affrontare, anche se non è molta nelle fasce di orario in cui vi ho consigliato di venire, prima di venire a far visita allo store.
Se siete curiosi, o semplicemente volete farvi un giro in un centro commerciale questo non è il posto adatto per voi.
Non è il posto giusto per voi anche se non siete mai entrati in un altro store PRIMARK nel mondo, perché un minimo dovete conoscere la linea, per muovervi come si deve.
Se invece siete tra quelli che fremevano per l’apertura e soprattutto siete già stati nel bellissimo negozio a Oxford Street di Londra, allora incominciate ad uscire di casa e non rimarrete delusi. Un piccolo sogno sta per avverarsi per tutti voi.
COSA POSSO COMPRARE DA PRIMARK?
Vi lascio nel box sottostante un video haul, in cui troverete il migliore shopping che potete fare all’interno dello store.
Spero di esservi stata utile con questi miei piccoli consigli. BUONO SHOPPING a tutti!
Anche se non ci resta che fare shopping, perchè è l’unica cosa di cui non ci hanno privato, io non vedo l’ora che riaprano tutti i CINEMA, i TEATRI e i MUSEI D’ITALIA! Che questo giorno possa arrivare presto.
Aggiornato 13 dicembre 2020: il titolo non è più “Wisteria” ma “Unrecorded Night”.
Stiamo sognando un sogno o davvero David Lynch dirigerà una nuova serie per Netflix?
Le voci di un progetto che vede David Lynch come autore e regista di una serie per Netflix si rincorrono ormai da diverso tempo. Adesso non solo sono diventate più insistenti ma pare siano fondate. Il titolo doveva essere “Wisteria”: il nome è quello della pianta da noi più comunemente nota come glicine e che tanto spesso vediamo arrampicarsi per inferriate e pergolati. Ma adesso è diventato “Unrecorded Night”.
La seconda volta di David Lynch e Netflix
Non è la prima volta che il visionario regista americano si incrocia con Netflix: di qualche anno fa è il controverso cortometraggio “What did Jack do?” che ha per protagonista una scimmia cappuccino che viene interrogata da un detective interpretato da Lynch stesso. Presentato presso la Fondation Cartier pour l’Art Contemporain nel 2017, il filmato è stato reso disponibile solo nel gennaio di quest’anno su Netflix.
Lo spin – off di Twin Peaks: la serie mai avvenuta
È però la prima volta dall’iconica serie “Twin Peaks” che David Lynch si cimenta con la stessa formula. Il rischio era stato corso con “Mulholland Drive”, inizialmente ideato come serie spin – off che seguiva il personaggio di Audrey Horne tentare la fortuna a Hollywood. Abbandonata l’idea, presero vita i personaggi di Rita/Camilla Rhodes e Betty Elms/Diane Selwyn, rispettivamente interpretati da Laura Elena Harring e Naomi Watts. Il pilot, prodotto per la Touchstone Television e pensato per la ABC, fu rifiutato. Così Lynch decise di trasformarlo nel film capolavoro che tutti conosciamo.
Di certo non c’è ancora nulla e il condizionale è d’obbligo: ad affiancare il regista dovrebbe essere Sabrina S. Sutherland, già produttrice esecutiva della terza stagione di “Twin Peaks”. Le riprese comincerebbero a maggio 2021 e alcune di esse si svolgerebbero presso The Calvert Studios nel Van Nuys, California. Si dice Lynch stia cercando un’attrice sui trent’anni, dai capelli scuri e che sia disposta a recitare alcune scene di nudo. Verrà coinvolto qualche volto ben noto a chi ama l’universo disturbante del regista come quello di Laura Dern? Non resta che aspettare: per vederne non solo delle belle ma delle rivoluzionarie.
Cristian Pandolfino
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
La Cavalleria Rusticana è andata in scena al San Carlo di Napoli dal 4 al 7 Dicembre, ma in forma nuova.
Il concerto d’orchestra è stato trasmesso in streaming sull’evento Facebook della pagina ufficiale del Teatro San Carlo.
Quando sentivo parlare della Cavalleria Rusticana, pensavo, per ignoranza, fosse qualcosa di “rustico”. Invece sono rimasta molto sorpresa dalla sua musica, composta da Pietro Mascagni, quando l’ho ascoltata nel concerto d’orchestra in streaming dal Teatro San Carlo di Napoli.
La versione della Cavalleria Rusticana, trasmessa dal San Carlo in streaming, non è la versione completa dell’Opera ma la versione ridotta di un’ora per orchestra.
Alcuni brani sono stati eseguiti non solo dall’orchestra, che indossava tutta le mascherine ad eccezione dei fiati, ma anche da un coro, ben distanziato e dai cinque protagonisti dell’Opera. Si rimane affascinati ascoltando il concerto della Cavalleria Rusticana e bisogna dire che Pietro Mascagni era all’avanguardia, per il suo periodo.
Le musiche di quest’Opera potrebbero essere la composizione musicale di un film di oggi, invece si tratta di musiche composte alla fine del 1800!
L’anno scorso c’era stata una piccola polemica poiché veniva dato risalto esclusivamente al Teatro alla Scala di Milano e mai ad altri Teatri italiani che erano più in sofferenza, economicamente e artisticamente. Come il San Carlo, appunto.
Quest’anno la Rai ha trasmesso sia lo spettacolo della Scala che il Barbiere di Siviglia al Teatro dell’Opera di Roma. Per fortuna che hanno trasmesso in streaming la Cavalleria Rusticana dal San Carlo.
Per vedere lo spettacolo, bastava acquistare il biglietto per lo streaming sull’evento facebook, al banalissimo costo di 1,09€. Solo un euro per vedere tanti artisti validi che suonano in uno dei teatri più famosi e antichi d’Italia. Con lo stesso prezzo a Milano, città del Teatro alla Scala, non si prende neanche un caffè col bicchiere d’acqua.
Sicuramente è un vantaggio per gli utenti e gli spettatori, ma uno svantaggio, penso, per il Teatro e tutta l’orchestra.
Al di là del prezzo del biglietto e delle entrate che avrà il Teatro con questa iniziativa, sarebbe necessario, secondo me, che il ramo marketing del Teatro di Napoli faccia un upgrade.
Le informazioni per lo streaming avrebbero potuto essere più chiare e soprattutto più precise. Il sito, oltre ad essere strutturato male, rispetto ad altri siti di teatri, musei o luoghi di spettacolo, non era altrettanto chiaro. In più, dal lato social, questa iniziativa sarebbe potuta essere sponsorizzata di più, per arrivare a più persone interessate all’Opera, alla musica classica, e ai fan del Teatro di Napoli, che sono molti.
Il mondo dell’arte e dell’intrattenimento, dovrebbe capire prima di tutto che dovrebbero usare la tecnologia per farsi conoscere e farsi pubblicità!
Questa idea del San Carlo è stata davvero molto bella. Sarebbe bellissimo se anche in futuro facessero altri spettacoli come questo, anche per far conoscere altre opere e composizioni bellissime degli autori classici. Senza eseguire le opere per esteso, basterebbe anche una sintesi, come è anche la versione per concerto della Cavalleria Rusticana. Questo potrebbe avvicinare più persone ad un genere ritenuto “per vecchi” che sa dare invece grandi emozioni a tutte le età.
Ambra Martino
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Il potere delle immagini in “A riveder le stelle” spettacolo inaugurale del Teatro alla Scala, in un mondo che ne chiede ancora di più bisogno.
Quante volte ci diciamo fra di noi che le immagini hanno un grosso potere? Tante, ma tante volte. Ebbene, in un momento di grave crisi come questo le immagini aiutano, eccome se aiutano. Il Teatro alla Scala, per l’inaugurazione della stagione 2020-2021, ieri lunedì 7 dicembre 2020, ha deciso di farci letteralmente “riveder le stelle“.
La citazione dell’ultimo verso dell’Inferno di Dante Alighieri ripresa come titolo dell’evento, “A riveder le stelle“, è adatta per rappresentare il potere delle immagini e della musica: la guarigione, simbolo appunto di rinascita.
Il Teatro alla Scala ha messo in scena uno spettacolo complesso, fatto di musica, luci, testi ed immagini per la trasmissione televisiva. L’Orchestra ed il Coro del Teatro alla Scala, in forma smagliante, diretti magistralmente da Riccardo Chailly e Michele Gamba (che ha diretto i momenti danzati), ed i membri del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala, hanno trascinato lo spettacolo verso un grande momento di pura arte.
Il potere delle immagini
La regia di Davide Livermore, attraverso le scenografie digitali di D-Wok, le scenografie vere e proprie dello stesso regista e di Giò Forma, le luci di Marco Filibeck ed i costumi di Gianluca Falaschi, ha mostrato il potere visionario dell’immagine.
Ecco allora Vittorio Grigolo cantare La donna è mobile in una scenografia visiva tra piume svolazzanti, Sonya Yoncheva cantare La mamma morta dall’Andrea Chénier di Umberto Giordano con sullo sfondo La Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix. Roberto Alagna ha cantato E lucevan le stelle dalla Tosca di Giacomo Puccini tra le immagini di Castel Sant’Angelo ed il Tevere. Straordinaria l’idea di far cantare la straordinaria Rosa Feola l’aria So anch’io la virtù magica del Don Pasquale di Gaetano Donizetti tra scenografie riproducenti film anni ’50 (ripresa dell’idea registica di Livermore per il suo Don Pasquale andato in scena alla Scala nel 2018).
Ad essere onesti, non è stato tutto estremamente efficace. Non si capiva il perché della presenza del treno per le arie del Don Carlo. Le mime che disturbavano lo straordinario Juan Diego Flórez durante l’esecuzione della Furtiva Lagrima erano abbastanza fastidiose.
La musica, con i suoi interpreti
Altissimo il livello musicale dello spettacolo, con, tra gli altri, una straordinaria Eleonora Buratto in Morrò, ma prima in grazia. Elegiaco e sempre magico Juan DiegoFlórez nella Furtiva Lagrima, un vero incanto. Nobili ed intensissimi IldarAbdrazakov e Ludovic Tézier nelle arie del Don Carlo di Giuseppe Verdi. Un vero fuoco interpretativo è stato Carlos Alvarez nei panni di Jago dall’Otello, sempre di Giuseppe Verdi.
Elīna Garanča si è prodotta in un O don fatale leggermente calante d’intonazione purtroppo.
La bellezza della danza
La danza, vera e propria estasi di bellezza, è stato altro elemento cardine della serata. Vera e propria magia l’Adagio del Grande pas de deux dal secondo atto dello Schiaccianoci di Pëtr Il’ič Čajkovskij eseguito da Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko su di una coreografia di Rudolf Nureyev. Spettacolare Roberto Bolle in Waves, una coreografia complessa di Massimiliano Volpini, composta dalle luci stranianti di Valerio Tiberi, dalla musica di Davide Boosta Dileo con la Gymnopédie n. 1 di Erik Satie.
La forza della lettura
I testi, che si alternavano all’esecuzione, di grandi personaggi come Eugenio Montale, di Cesare Pavese, Ingmar Bergman, Michela Murgia, ma anche i pensieri di Ezio Bosso, basati sull’arte, sulla musica, sui testi dei libretti, su pensieri personali, interpretati, tra gli altri, da attori come Massimo Popolizio e Laura Marinoni, hanno reso ancora più forte questo spettacolo.
La forza di questo spettacolo è stata: musica, arte, immagine e parola!!!
Titolo originale: The Aristocats Regista: Wolfgang Reitherman Sceneggiatura: Vance Gerry, Larry Clemmons, Frank Thomas, Ken Anderson, Eric Cleworth, Julius Svendsen, Ralph Wright Cast Principale (voci): Phil Harris, Eva Gabor, Scatmsan Crothers, Sterling Holloway, Carole Shelley, Monica Evans Nazione: USA
Ieri, 11 dicembre, “Gli Aristogatti“, il 20° lungometraggio di Walt Disney, visibile in streaming su Disney Plus, hanno compiuto 51 anni.
Che dire di questa pellicola? Tutti noi l’abbiamo vista. Alcuni sono cresciuti, accompagnati dalla storia di questa famigliola felina e la sua avventura nella Francia dei primi anni del ‘900. Un cartone leggero, con il desiderio di raccontare e fare musica, che si allontana dai libri (come La spada nella roccia) e dal mondo della magia, dei castelli e delle principesse (come La bella addormentata nel bosco).
L’atmosfera liberty che si respira per tutto il film, con i suoi colori accesi, ci fa sognare e sorridere. Noi, sulla carrozza insieme a Madame Adelaide, restiamo sempre inteneriti dalla dolcezza dei quattro aristogatti Bizet, Matisse, Minou e la loro mamma Duchessa.
Un film che non vide la supervisione di Walt, il quale riuscì solo ad approvare il progetto prima della sua scomparsa. Proprio per la prima vera assenza del Maestro, gli sceneggiatori della Walt Disney Company decisero di puntare in alto, con gli ingredienti vincenti degli ultimi grandi successi, cioè gli animali antropomorfizzati, presenti in classici come Il libro della giungla; la suspense del rapimento come in La carica dei 101; ed una storia d’amore, così forte da superare le classi sociali, come in Lilli e il vagabondo.
Lo stile del film segue la tecnica della xerografia, cioè la possibilità di fotocopiare i disegni direttamente su rodovetro, con conseguente risparmio di tempo e denaro, ma dando anche molto spazio alla creatività. La differenza di piani, permetteva ai disegnatori di essere un po’ meno precisi da un lato e più impressionisti dall’altro: facile vedere la perfezione degli animali e degli oggetti in primo piano, rispetto ai fondali leggermente più imprecisi e sporchi.
Una delle cose che più ci ricordiamo de Gli Aristogatti sono i personaggi.
Ridiamo con il vecchio notaioGeorge Hautecourt, le due oche Adelina e Guendalina Bla Bla (in americano, Amelia e Abigail Gabbie), insieme al loro brillissimo zio Reginaldo. Anche i due cani Lafayette e Napoleone, il basset hound e il chien de Saint-Hubert che danno la caccia al maggiordomo Edgar, sono spesso fonte di ilarità, anche per gli adulti, donandoci quella comicità “slapstick”, tipica della concorrenza di quei tempi, come i corti di Willie il Coyote e Road Runner della Warner Bros, o di Tom & Jerry della Metro Golden Mayer.
Il protagonista assoluto però rimane Romeo, “er mejo der Colosseo”, il gatto randagio, doppiato da Renzo Montagnani.
Noi lo conosciamo come un gattone paterno, scherzoso, scaltro, affascianante e molto coraggioso, dall’accento romano. Il vero nome del gatto, nell’edizione originale, però non è Romeo, bensì Thomas O’Malley ed è irlandese. Si può giustificare, in fondo…Anche i nomi dei tre piccoli gatti sono diversi: Minou è Marie, Matisse è Toulouse (non per niente il gattino è bravo in pittura), Bizet è Berlioz (il che spiega il talento per la musica).
Ciò che veramente fa la differenza ne Gli Aristogatti è la colonna sonora.
La celebre scena jazz, con la banda di Scat Cat, nell’appartamento di Romeo è sicuramente il punto più alto di tutta la pellicola. Qui, insieme al padrone di casa, cinque altri gatti improvvisano una vera e propria “jam session”. Ecco un assaggio delle canzoni:
Facile vedere nella parte del capobanda un richiamo al jezzista Louis Armstrong: era lui che inizialmente doveva doppiare il personaggio in americano, ma dovette rinunciarci per via della malattia. Non difficile inoltre notare quanto il gatto inglese sia una caricatura, un po’ hippy, di John Lennon.
Ed è proprio a causa di questa scena, che Gli Aristogatti su Disney Plus ha ottenuto il bollino rosso, cioè un disclaimer per contenuti razzisti, insieme ad altri film come Dumbo o Le avventure diPeter Pan. Nel caso dei nobili felini, il motivo è dovuto al gatto siamese pianista, disegnato con occhi a mandorla e denti sporgenti.
Si era parlato per un periodo anche de Gli Aristogatti 2, un sequel che rivedeva i personaggi in una crociera, con Minou intenta a risolvere una sorta di mistero su un ladro. Il progetto però non vide la luce, a causa di cambiamenti e scelte dirigenziali.
Tre motivi per vedere il film:
Sentire la canzone iniziale Les Aristocats, cantata da Maurice Chevalier che, per l’occasione, fece un’eccezione dal suo ritiro dalle scene
Trovare, insieme ai più piccoli, i pezzi che vennero “riciclati” nel successivo classico Disney, Robin Hood
Ci fa venire voglia di Francia, dalla campagna alla Ville Lumière
Quando vedere il film:
Pomeriggio o sera, anche metà mattina. Purché ci siamo bambini o qualcuno che apprezzi un bel cartone animato vecchio stile.
Francesco Fario
Ecco l’ultimo appuntamento con il nostro cineforum:
Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
La miss delle miss ritorna con il suo secondo EP “Il cielo non è un limite”.
Dopo la sua partecipazione a Sanremo lo scorso anno, come ospite d’onore in seconda serata, cominciavamo a sentire la mancanza della nostra Myss Keta nazionale, la miss delle miss. Per tutti i fans e non, è tornata la miss con un nuovo EP: “Il cielo non è un limite”.
Come possiamo intuire dal titolo, gli elementi sono presenti all’interno di questo nuovo lavoro della cantante milanese: aria e cielo sono fondamentali nella struttura dell’EP. All’interno del disco troviamo chiari riferimenti alla musica anni ’90.
Una delle passioni della vita di Myss Keta, ci confessa nella press conference, è sicuramente la musica house, per questo non mancano riferimenti alla Jungle e Deep House.
L’ultimo album del 2020: tracklist e recensione
Una delle caratteristiche che contraddistingue questo nuovo Ep, ma in generale Myss Keta è la sua vocalità performativa, quasi recitata. Il titolo è spiegato così, dalla cantante stessa: la musica non conosce limiti. Sono presenti all’interno delle canzoni varie lingue: inglese, tedesco, greco.
TRACKLIST:
1. Il cielo non è un limite – 0:30 2. Giovanna Hardcore – 3:06 (testo: Dario Pigato, Stefano Riva, Myss Keta) 3. GMBH – 3:06 4. Rider bitch (feat. Lilly Meraviglia) – 3:00 5. Photoshock – 2:36 6. Diana (feat. Populous, Priestess) – 3:24 7. Due – 2:43
La prima traccia è un’introduzione all’intero disco.
In Giovanna Hardcore, invece troviamo una miss felina, affilata, tagliente. Una miss diventata un po’ signora.
Rider bitch è un featuring con una delle youtuber più famose in Italia, “Lilly Meraviglia“.
In Photoshock Miss diventa una modella anni ’90, che ci mostra il rapporto tra modella/fotografia, che nasconde il rapporto tra immagine/fotografo. Il vibe della canzone ricorda il vogueing, una tecnica molto diffusa negli Stati Uniti, in alcune tra le più importanti città, come New York, Miami, Los Angeles. La tecnica consiste nell’imitare le pose dei modelli e delle modelle di VOGUE anni ’90, da lì il nome.
In Diana viene rappresentata una Myss Keta in una Magna Grecia futurista con una serie di contrapposizioni: alberi/alieni, boschi/blu, fate/divinità.
Infine l’ultima canzone, Due, riassume il pensiero sul mondo. Si tratta di un brano raddoppiato con una miss sguaiata, accelerata che finisce in un rave contemporaneo. Si ha quì una sorta di entropia.
Chi è Myss Keta? Perché porta la maschera?
Myss Keta nella conferenza stampa ci tiene a precisare come la sua maschera in realtà nasconda qualcosa di profondo e impercettibile e quali sono i personaggi che l’hanno ispirata e influenzata.
Non ci nasconde ammirazione per le seguenti star: Raffaella Carrà, Britney Spears, Miss Kittin, Le Spice Girls e Loredana Bertè.
Se anche voi siete fan della miss delle miss non vi resta che ascoltare il suo EP!
Gli anni incerti. Canzone di fine millennio è il nuovo romanzo di Emiliano Dominici edito da Effequ.
In Gli anni incerti. Canzone di fine millennio la narrazione inizia con il racconto di tre nascite: Antonella, ormai al suo terzo figlio, si reca all’ospedale di Livorno in tutta calma per dare alla luce Guido; Pinuccia, sotto il controllo di una suora, partorirà Giulia Paola in un istituto religioso di Assisi; Alberta metterà al mondo Jerry strafatta di acidi durante un concerto dei Greatful Dead al Central Park a New York. È il 22 giugno del 1969.
Tre bambini nascono quindi nello stesso giorno in tre luoghi diversi, ma le loro vite future si incroceranno.
L’autore, Emiliano Dominici, racconta le tre esistenze di Jerry, Giulia e Guido, la loro crescita e la loro formazione negli anni trascorsi tra il 1969 e il 2001, decenni di storia mondiale incerta che comprendono eventi importanti: dallo sbarco sulla luna all’attentato di piazza Fontana; dalla lotta operaia alle proteste studentesche e ai mondiali di calcio.
Gli anni incerti. Canzone di fine millennio, la recensione
In questo romanzo il lettore segue passo dopo passo la crescita di tre ragazzi nati nello stesso giorno in tre contesti diversi.
I tre protagonisti si incontreranno per la prima volta nel corso del primo anno della scuola elementare e, nonostante alcune brevi separazioni successive, trascorreranno insieme tutta la vita attraversando la storia politica, sociale, culturale e musicale mondiale e nazionale.
Jerry, Giulia e Guido saranno legati per sempre.
Lo sapete che il litio stabilizza l’umore, no? Lo prendeva anche Kurt Cobain – ma non sembra che gli abbia fatto un grande effetto. Ve la ricordate la canzone? I’m so happy ’cause today I’ve found my friends, they’re in my head. Ecco, voi siete sempre nella mia testa. E provate a indovinare qual è il numero atomico del litio? Il tre. Proprio così, voi siete il mio litio. And I’m not scared, come diceva Kurt. Vi sento vicini, anche da quest’altra parte dell’oceano. I like it, I’m not gonna crack, I miss you, I’m not gonna crack, I love you, I’m not gonna crack.
Il racconto degli eventi, ambientati a Livorno, è appassionante e il lettore non può che affezionarsi ai protagonisti di questo romanzo corale che fa ridere, piangere, inalberare (come succede nelle scene di violenza sulle donne) e, in generale, emozionare.
In alcuni passi il libro mi ha ricordato The Dreamers di Bertolucci e Jules et Jim di François Truffaut, film iconico della nouvelle vague francese (i protagonisti stessi si identificano nei personaggi di quest’ultima pellicola). Ad ogni modo Gli anni incerti. Canzone di fine millennio è un romanzo di formazione dall’impianto classico che risulta coinvolgente e toccante.
I temi toccati dall’autore vanno dal rapporto con Dio e con la fede in generale (nella chimica, nei quadri astrali, nella cultura) all’importanza delle relazioni sociali e amicali; dall’amore romantico alla responsabilità dell’essere genitori.
Quando un genitore mette al mondo un figlio se ne deve assumere la responsabilità. Parlo di una responsabilità morale, perché fare un figlio significa contemporaneamente dargli la vita e condannarlo a morte. Non si chiede di nascere. Lo decide qualcun altro per noi e questa decisione ha un prezzo. Avere un figlio è un atto di egoismo, una gioia e comunque una dipendenza, di ricatto morale.
Gli anni incerti. Canzone di fine millennio è una delle letture più interessanti che ci ha regalato questo strano 2020.
Dai Greci abbiamo solo da imparare… come controllare le donne.
Non è un titolo provocatorio, ma il messaggio che inviava un post sulla pagina facebook del Vocabolario di Greco Rocci dedicato alla traduzione della parola “gineconomo” – ovvero l’addetto al controllo dei costumi femminili – e preceduto dalla didascalia:
“Dagli antichi Greci abbiamo solo da imparare…”
Il social media manager del noto vocabolario greco la combina peggio di quello del papa che va in giro a mettere likes ai fondoschiena su Instagram. Con la differenza che se il secondo sembra solo umanamente sbadato, il primo ci fa paura sul serio.
La genesi del misfatto
L’associazione Glaucopis, di cui fa parte il nostro ex redattore Davide Massimo, mi segnala la notizia. Cito il loro chiarissimo post su Facebook per spiegarvi l’antefatto.
Qualche giorno fa la pagina Facebook Vocabolario di Greco Rocci, Nuova Edizione ha pubblicato (in continuità con la propria linea sui social) un lemma dalla nuova edizione del dizionario Rocci: “γυναικονόμος, ‘gineconomo’, magistrato in Atene e al.e città gr., ispettore o sorvegliante dei costumi, dell’abbigliamento, delle donne” [fin qui il lemma citato dal dizionario], seguito da una nota redazionale della pagina social che recita “Dagli antichi Greci abbiamo solo da imparare…”.
Il post ha suscitato un’indignazione più che legittima, che ha spinto la pagina a rimuovere il post (che figura ancora tra le immagini di copertina). Oggi è seguito un secondo post che riportiamo per intero:
“Su gentile richiesta abbiamo rimosso il post che ha urtato molte sensibilità!”.
Com’era prevedibile, si è scatenata la guerra dei commenti, fra cui spiccano i messaggi degli utenti indignati per la vicenda e quelli indignati per chi si è indignato per la vicenda. Facciamo un po’ di ordine. Gli indignati ‘di secondo grado’, fieramente contrari a una presunta ‘dittatura del politicamente corretto’, sostengono non si possano applicare standard moderni alla cultura degli antichi greci. Tuttavia, il commento redazionale ‘dagli antichi Greci abbiamo solo da imparare…’ non risale al V secolo avanti Cristo ma al dicembre 2020.
Come non condividere il pensiero dell’associazione? Sarebbe assurdo pensare che il pensiero greco antico non sia maschilista: il patriarcato su cui si fondavano i capisaldi dell’antichità ha dato origine all’asimmetria sessuale di cui parliamo ancora oggi.
Il contentino
Ma è possibile che si commettano ancora scivoloni di questo genere? La risposta è sì, perché siamo umani e in via di apprendimento. Ma è ancora possibile, allora, che dopo lo scivolone non vi siano scuse? La risposta della pagina facebook sembra quasi ironica. Scusateci se abbiamo urtato qualche sensibilità. Come se con la cancellazione della didascalia abbiano offerto misericordiosamente il contentino alla parità di genere.
Il problema non è solo che qualcuno nel 2020 asserisca ancora che ci sia bisogno di imparare dagli antichi come si controlla una donna (perché il messaggio, nemmeno troppo latente, è questo), ma che sia un esperto (o presunto tale) della comunicazione a scrivere frasi di questo tipo. Io per prima, che ho spesso riscontrato nei colleghi uomini la difficoltà ad approcciare alla tematica di genere sui Social Network, non riesco a capacitarmi di come si possa pubblicare una frase così retrograda, magari credendo pure di suscitare ilarità. Come una sgomitata goliardica al bar quando passa una bella bionda, insomma.
E la cosa più grave è che sia un simbolo della cultura antica a mandare un messaggio così infelice: dopo il tweet di Laterza e questo exploit, cos’altro dobbiamo aspettarci? Chi dobbiamo prendere come punto di riferimento a livello culturale? Io che ho sfogliato il Rocci per oltre 10 anni della mia vita pretendo di più da chi ha la responsabilità di gestirne i canali di comunicazione, perché qui si gioca con la reputazione di un Brand e con i valori di un’istituzione.
Forse dovrei pensare che il social media manager del Rocci si sia identificato talmente tanto nella pagina Facebook che gestisce da diventare portatore di una opinabile antica “verità”. Sarebbe più facile che accettare la possibilità che qualcuno, ancora oggi, pensi di trasmettere un valore antico mentre diffonde un messaggio di prevaricazione.
Dopo molta attesa finalmente è arrivato il quarto episodio di Grey’s Anatomy.
Come ho già annotato nella precedente recensione, sono rimasta davvero impressionata dalla sensibilizzazione sulla tematica Covid-19 attuata dal medical drama. La diciassettesima stagione, infatti, prosegue su due filoni: quello della realtà e quello dell’inconscio di Meredith.
Nel filone reale troviamo il Grey Sloan Memorial alle prese con il Coronavirus. In ogni episodio, tra le dinamiche della storia dei personaggi, si infila la prassi anti Covid-19, ma non solo. In questo quarto episodio, ad esempio, viene sottolineato ancora una volta il razzismo nei confronti della popolazione cinese, come se fosse colpevole della pandemia. Non è la prima volta che un paziente entra in ospedale e chiede un medico “che non sia cinese”.
Nel frattempo, naturalmente, the show must go on: in questi episodi possiamo apprezzare lo sviluppo del rapporto di coppia di Amelia e Link, di Maggie col suo toy boy, ma soprattutto di Jo ed Avery. Quest’ultimo rapporto è quello che fino ad ora mi lascia più perplessa, ma fino ad un certo punto. Li trovo entrambi due personaggi “belli che non ballano”, quindi forse starebbero benissimo insieme.
Il sogno di Meredith ricorda un po’ Scrooge
Parallelo al filone della realtà naviga l’inconscio di Meredith, malata di Covid-19. Se nei primi tre episodi torna Derek a farle compagnia sulla spiaggia, nel quarto episodio è arrivato George O’Malley. Ve lo ricordate il dottor 007? Il buono di turno? Quello innamorato da sempre di Meredith, che morì nella quinta stagione per salvare una ragazza alla fermata dell’autobus?
Meredith si trova quindi in un limbo tra i morti che le fanno compagnia e i vivi che la monitorano per capire a quali cure sottoporla. Sembra un po’ Il Canto di Natale – sarà anche il periodo – con tutti questi fantasmi che portano messaggi esistenziali!
Il ritorno di Lexie Grey e Mark Sloan
Con l’arrivo di George è impossibile non chiedersi chi sarà il prossimo fantasma con cui dialogherà la nostra super dottoressa. La prima che mi è venuta in mente è Lexie, la sorellastra di Meredith morta nell’incidente aereo dell’ottava stagione. Mi aspetterei di meno Marx Sloan, mentre potrei pensare anche al ritorno della madre di Meredith. Questo perché ogni personaggio scomparso sta lasciando alla protagonista un messaggio davvero importante. Derek, un po’ sibillino, sembra invitare Meredith a tornare ad amare. George sembra voler spiegare a Meredith che nella vita bisogna andare avanti, che tutti possono superare un lutto grande, come la morte del proprio marito nonché padre dei propri figli. Due messaggi che sembrano urlare a gran voce che è arrivato il momento di aprire il proprio cuore ancora una volta, magari proprio ad Hayes, assente in questo episodio, tra l’altro.
Perché proprio Lexie?
Non solo, naturalmente, perché Lexie è stato un grandissimo affetto di Meredith: il suo arrivo ha segnato uno sviluppo del personaggio, che si è aperto verso la sorellastra, andando a smussare gli angoli. Come ben sappiamo Meredith ha sempre avuto problemi con la sua famiglia e inizialmente non accettava il fatto che il padre si fosse rifatto una vita, generando altri figli che aveva cresciuto con amore. Ma Lexie abbatte questo scoglio, porta una ventata di freschezza in Grey’s Anatomy, lasciandoci piangere lacrime amare quando muore seguita da Mark. E quindi Lexie rappresenta l’amore incompiuto, l’amore non vissuto, un po’ per orgoglio e un po’ per paura. Vi ricordate quante peripezie hanno affrontato Lexie e Mark, lasciandosi e riprendendosi più volte, senza mai smettere di amarsi?
L’ennesimo messaggio al cuore di Meredith: un cuore ferito che si è chiuso con la morte di Derek e che dovrebbe tornare ad amare.
Fermi tutti, un’ultima ipotesi: il ritorno mano nella mano di Lexie e Mark, che nella morte si sono uniti come non hanno potuto fare nella vita. Memoria dantesca o ritorno shock dei prossimi episodi? Staremo a vedere se Shonda vuole riecheggiare Paolo e Francesca insieme a Scrooge. Non ci resta che aspettare: il promo dell’episodio 5 non ci lascia neppure un indizio!
Durante il lockdown, le serie tv ci hanno tenuto compagnia e hanno scandito le nostre giornate.
Adesso, che siamo finalmente giunti alla fine dell’anno, ci siamo chiesti: quali sono state le migliori serie tv del 2020?
Stilare una sterile classifica delle migliori serie tv ci sembrava riduttivo, per cui abbiamo scelto di segnalarvi quali sono le serie tv 2020 da vedere su Netflix, su Amazon PrimeVideo, su Sky e su Disney Plus, evidenziando anche quali sono quelle degne di nota tra le produzioni italiane.
Prendete carta e penna e preparatevi a prendere nota, ecco quali sono le serie tv consigliate dagli Spacciatori di Cultura.
Le migliori serie tv 2020 su Netflix Italia
Tra le migliori serie tv Netflix non può non rientrare La regina degli scacchi. Beth Harmon ha conquistato davvero tutti, tanto da far schizzare alle stelle la vendita di scacchiere nel mondo; è probabile che ce ne sia una anche sotto il vostro albero di Natale.
Segue a ruota in fatto di successo, Emily in Paris. Decisamente più leggera e modaiola della precedente, ha fatto comunque tanto parlare di sé.
Tutt’altro genere per Unorthodox, che si classifica come una miniserie che fa riflettere.
Rientrano nella classifica delle migliori serie tv 2020 anche:
The last dance, strepitoso viaggio nei successi dei Chicago Bull.
Le serie tv consigliate su Sky, italiane e non
Quest’anno anche le produzioni nostrane non hanno sfigurato. Tra le serie tv da guardare troviamo senza dubbio la produzione Sky Diavoli, con i carismatici Alessandro Borghi e Patrick Dempsey che si destreggiano tra affari in Borsa e crisi finanziare.
Visto che abbiamo menzionato Patrick Demspey, una menzione speciale a Grey’s Anatomy, che sta sensibilizzando egregiamente sul tema Covid-19.
Su Sky Atlantic menzioniamo anche, seppur non italiane, il giallo di Babylon Berlin e A Discovery of Witches, tratta dal celebre bestseller: una full immersion nella meravigliosa città di Oxford, tra streghe e vampiri!
Tornando all’Italia, il 2020 è stato caratterizzato anche dal successo mondiale per la seconda stagione de L’amica geniale, nella quale Elena e Lila riportano in tv la realtà claustrofobica del rione a cavallo tra gli anni ’50 e ’60.
Da vedere su Tim Vision
Amatissima da giovani e meno giovani, la quarta stagione di Skam Italia, che racconta il complicato mondo di Sana e il suo disagio nel vivere a cavallo tra la cultura occidentale e quella musulmana.
Vi state chiedendo che fine abbia fatto Suburra? La stagione 3 non ci è piaciuta particolarmente!
Serie TV Amazon Prime Video 2020 da vedere assolutamente
Per concludere in bellezza, vogliamo segnalarvi anche tre serie tv 2020 targate Amazon Prime Video.
Per gli amanti delle atmosfere distopiche, una serie tv consigliata èTales from the Loop, degna erede di Black Mirror secondo la nostra redazione. Date una possibilità anche ad Upload: il richiamo a Black Mirror è fortissimo!
Uno scontro tutto al femminile inLittle Fires Everywhere, dove l’universo apparentemente perfetto di Elena (Reese Witherspoon) verrà messo in crisi da Mia (Kerry Washington).
È l’Antartide invece lo scenario in cui si svolge The Head – La testa. La serie ci accompagna nel lungo inverno polare dove la stazione Polaris VI svolge una ricerca cruciale per la lotta contro il cambiamento climatico. Ma al ritorno della primavera qualcosa è cambiato e uno scenario da incubo si palesa al capo progetto estivo Johan Berg (Alexander Willaume).
La new entry di quest’anno: il catalogo Disney Plus ci ha fatto sognare con molti live action, ma non ha lasciato a bocca asciutta gli appassionati di Star Wars con la serie tv The Mandalorian, di cui stiamo seguendo anche la seconda stagione.
In The Mandalorian 2 proseguono le avventure in streaming di Mando per riportare a casa Grogu (no, il suo nome non è baby Yoda!)
Regia e Cast
The Mandalorian è interpretata da Pedro Pascal, insieme alle guest star Gina Carano, Carl Weathers e Giancarlo Esposito. I registi della nuova stagione sono Jon Favreau, Dave Filoni, Bryce Dallas Howard, Rick Famuyiwa, Carl Weathers, Peyton Reed e Robert Rodriguez. Lo showrunner Jon Favreau è il produttore esecutivo insieme a Dave Filoni, Kathleen Kennedy e Colin Wilson, con Karen Gilchrist e Carrie Beck nel ruolo di co-produttrici esecutive. Gli sceneggiatori di questa stagione sono Jon Favreau, Dave Filoni e Rick Famuyiwa.
La stagione 2, uscita il 30 ottobre 2020, è incentrata su un’unica missione, il Mandaloriano ha la responsabilità paterna sul Bambino, ormai chiamato da tutto il mondo -erroneamente- baby Yoda.
Dovrà riportarlo alla sua gente, al suo popolo, che potrà accudirlo e addestrarlo nella forza. Non ci sono alternative, questa è la via. Per fare questo, ha bisogno di rinforzi, di altri mandaloriani a cui chiedere aiuto e supporto. Qui inizia un lungo viaggio pieno di briciole di pollicino, episodio dopo episodio, per avvicinare il Bambino alla sua casa. La stagione 2 è ricca di rimandi e di sovrapposizioni con la saga di Star Wars e questo mi manda in un brodo di giuggiole. E’ un vero e proprio spin off della saga, come “Solo – A Star Wars story”.
La stagione 1 era composta da 8 capitoli, e si riparte col capitolo 9. Ecco la nostra recensione episodio per episodio in attesa del finale…
Mando si rivolge a Gor Koresch, per scoprire dove trovare altri mandaloriani. Gor Koresch lo indirizza su Tatooine (villaggio natale degli Skywalker), nella cittadina di Mos Pelgo. In città incontra lo sceriffo Cobb Vanth, che indossa l’armatura da mandaloriano, anche se non lo è. L’armatura apparteneva a Boba Fett (cacciatore di taglie famoso nella saga Star Wars), ma secondo il codice mandaloriano, Cobb Vanth deve restituirla. Lo sceriffo promette a Mando di consegnargli l’armatura in cambio del suo aiuto per uccidere un drago krayt che terrorizza la città. Mando accetta e alcuni predoni tusken si aggiungono al contingente per uccidere il drago krayt. La missione viene portata ovviamente a termine e Mando riparte: direzione Tatooine.
“Dove vado io, va lui”
Capitolo 10 (episodio 2, uscito il 6 novembre)
Su Tatooine il mandaloriano incontra la sua amica Peli Motto, che conosce qualcuno che dice di aver visto altri mandaloriani. Gli presenta così Frog Lady, una creatura che trasporta un prezioso carico: le sue ultime uova feconde, che deve portare da suo marito su una luna chiamata Trask, unico luogo dove poterle fecondare. Inoltre, suo marito ha visto lì altri mandaloriani. Il viaggio sarà davvero movimentato. In primis, il Bambino non riesce a resistere e mangia alcune uova. Dopodiché, la Razor Crest viene fermata da due navi della Nuova Repubblica che, dopo i controlli, scoprono che Mando è ricercato. Lui cerca di fuggire e finisce sul pianeta ghiacciato Maldo Kreis, dove la nave subisce molti danni e deve essere riparata. Il pianeta è infestato di ragni giganti, ma i nostri eroi riescono a ripartire per Trask, dove Lady Frog e il marito possono continuare a mandare avanti la specie.
Capitolo 11 (episodio 3, uscito il 13 novembre)
Sulla luna di Trask, Mando sale su un peschereccio con una ciurma di marinai che sanno dove trovare altri come lui. Peccato sia una trappola per ucciderlo e rubargli l’armatura di beskar. Mentre sta per morire annegato, viene salvato da tre mandaloriani, tra cui Bo-Katan. Grazie a lei si scopre una cosa importante: non tutti i mandaloriani portano sempre l’elmo e vivono una vita così rigorosa come il nostro protagonista. Lui appartiene infatti ad una sorta di frangia estremista, la Ronda della Morte, che vuole ristabilire “l’antica via”. Bo-Katan sa dove trovare altri Jedi come il Bambino, ma prima di rivelare dove si trovano, chiede aiuto a Mando per rubare delle armi a una nave dell’Impero. I tre hanno infatti un piano per riconquistare il pianeta Mandalore e per riportare a casa una reliquia mandaloriana che era stata rubata: la Spada oscura, ora in possesso di Moff Gideon. La nave dell’impero viene assaltata dai 4 mandaloriani e conquistata. Bo-Katan lo indirizza verso la prossima tappa: il pianeta boscoso dove vive la Jedi Ahsoka Tano.
Capitolo 12 (episodio 4, uscito il 20 novembre)
Prima di trovare Ahsoka Tano, Mando torna su Navarro per riparare la Razor Crest. Qui ritroviamo Griff Carga e la supersonica Kara Dune, il mio personaggio preferito. Anche loro hanno bisogno di Mando per distruggere una base imperiale ancora operativa sul pianeta. La base si rivela un laboratorio, pieno di corpi immersi in un liquido e di guardie imperiali a difenderli. Mando scopre un ologramma in cui il Dottor Pershing (che nella Stagione 1 lavorava con il mandante del rapimento del bambino), spiega a Moff Gideon che gli esperimenti sui volontari con il sangue del Bambino sono falliti e che le scorte sono terminate, quindi serve altro sangue. Il Bambino è quindi in grave pericolo e a questo punto mi è venuta l’ansia. La base esplode e tutti si salvano dopo una fuga rocambolesca e fichissima. Prima di ripartire con la Razor Crest per trovare la Jedi, uno dei meccanici ci ha piazzato un localizzatore per conto di Moff Gideon. Ergo, i cattivi si rimetteranno a caccia di Mando e del suo prezioso carico.
Capitolo 13 (episodio 5, uscito il 27 novembre)
Questo è l’episodio chiave della seconda stagione, quello più rivelatore e anche emozionante. Si, ok, ho pianto. Andiamo avanti: la Jedi Ahsoka Tano sta combattendo da sola contro il magistrato Morgan Elsbeth, che tiene sotto assedio la città di Calodan. Il magistrato chiede a Mando di eliminare la Jedi, in cambio di una lancia di beskar. L’incontro tra i due è uno scontro, ma grazie alla presenza del bambino la Jedi accetta di aiutare Mando col bambino. Ahsoka Tano parla telepaticamente con il piccolo e finalmente scopriamo il suo nome: Grogu. La Jedi spiega a Mando la storia del piccolo: allievo padawan nel Tempio dei Jedi di Coruscant, pianeta centrale della saga di Star Wars, fu nascosto da qualcuno durante la guerra dei cloni. La sua forza però è molto compromessa, perché l’attaccamento a Mando lo ha reso vulnerabile alla paura e alla rabbia, sentimenti incompatibili con l’essere Jedi. La soluzione è portarlo in un tempio e posizionarlo sopra una pietra molto sensibile alla forza, che richiamerà altri Jedi in aiuto. Quindi Mando aiuta la Jedi a sconfiggere il magistrato e a liberare la città, per poi ripartire verso il Tempio.
Capitolo 14 (episodio 6, uscita al 4 dicembre)
Ultimo episodio caricato per ora, è il più drammatico delle due stagioni e si intitola “La tragedia”. Avviene ciò che tutti temevamo: le truppe di Moff Gideon riescono a rapire Grogu, dopo che Mando, Boba Fett e Fennec (creduti morti su Tatooine) si difendono come leoni. Grogu viene portato via mentre dorme sulla pietra, che aveva reagito alla sua forza innalzando nel cielo una colonna di energia. Il piccolo Jedi è così tenuto prigioniero sulla nave di Moff Gideon, per essere usato come serbatoio di sangue per gli esperimenti sulla forza.
Capitolo 15 (episodio 7)
Obiettivo: individuare nella galassia le coordinate della nave di Moff Gideon, su cui si trova Grogu. Sono blindate in un computer nella sala mensa degli ufficiali di Morak, dove c’è una raffineria di ridonio. Mayfeld, che il Mandaloriano ha portato con sé, distrugge la raffineria con un colpo di cecchino ben piazzato, dopo aver reperito le informazioni che servivano per ritrovare il bambino. In virtù del suo importante contributo, Cara Dune lo lascia libero e Mando invia a Moff Gideon un messaggio di minacce e giura che salverà Grogu.
Capitolo 16 (episodio 8)
Dopo aver visto l’ultimo episodio mi sento commossa, gasata, triste e con l’ hype a duemila. Tutto in una volta sola, centrifugato. Posso partire dalla fine? Arriva Luke Skywalker! Capite? Luke Skywalker! E solo questo basterebbe a fare una standing ovation. Ma la perfetta architettura dell’ultimo episodio permette di sentirsi dentro a una cavalcata delle valchirie, si sente l’onda che sale, la forza dei protagonisti che si unisce per il bene superiore, tutti temi cari all’universo di Star Wars.
Una volta acquisite le coordinate della nave su cui Grogu è ostaggio del perfido Moff Gideon, tutti quelli che Mando ha coinvolto dal primo episodio si radunano per dare supporto. Mando, Cara Dune, Boba Fett, Fennec Shand sequestrano una navicella imperiale con a bordo il dottor Pershing, che inizialmente era stato incaricare di lavorare sul sangue di Grogu. Raggiunti Koska Reeves e Bo-Katan Kryze li convincono a partecipare al salvataggio del piccolo Grogu. Bo-Katan lo fa per avere in cambio la spada oscura, che servirà a liberare Mandalore. Fingendo un attacco, la navicella atterra sulla nave di Moff Gideon, e iniziano i combattimenti. Mando lotta con Gideon e lo consegna a Bo-Katan, che a questo punto non può più rivendicare la Spada Oscura perché non è stata lei a disarmare Gideon (funziona come con le bacchette di Harry Potter). Mentre i soldati oscuri tentano di entrare nella plancia, vediamo un caccia della ribellione farsi strada, con a bordo un Jedi: si tratta di Luke Skywalker (attimo di fomento) che attratto dalla forza, è venuto a liberare Grogu.
Nelle ultime scene il mio cuore ha sanguinato, guardando l’addio delicato e dolcissimo tra Mando e il bambino, a cui fa vedere il suo volto, levandosi il casco. Nelle scene finali, vediamo Bobba Fett e Fennec Shand sconfiggere l’ organizzazione criminale legata a Jabba the Hutt su Tatooine e prendere il suo posto. La loro storia viene raccontata in The book of Bobba Fett.
Un omaggio a quarant’anni dalla tragica scomparsa del musicista.
E’ una domanda che mi faccio da anni, ogni volta che arriva questo giorno. E sinceramente, ancora non ho trovato una risposta. Forse è meglio così, perché ho paura che la risposta sia più semplice di quanto possa sembrare, e per essere ancora più precisi, è la classica situazione in cui conoscerla annullerebbe il fascino della domanda. Eppure, ogni 8 dicembre, mi chiedo sempre: “Come sarebbe oggi John Lennon, e soprattutto cosa direbbe del mondo contemporaneo?“.
È sempre triste ricordare che l’8 dicembre 1980, davanti al Dakota Building di New York, la sua casa da ormai un decennio, la vita terrena di John Lennon finì per un colpo di pistola sparato da Mark Chapman, un suo giovane fan tuttora in carcere per quel gesto.
Erano le 22:51, ed in quel preciso istante il mondo ha perso non solo uno dei più grandi artisti del secolo, ma soprattutto una delle maggiori personalità mai viste e sentite.
E parlo di vita terrena non per iniziare un discorso spirituale – sarebbe più opportuno per il suo vecchio amico George Harrison, ad essere onesti – ma perché ovviamente, a dispetto della banalità, se ricordiamo ancora oggi Lennon, e lo ricordano tantissimi che sono nati dopo quella tragica sera, e se io mi faccio queste superflue domande, vuol dire che la sua eredità non se ne andrà mai, fortunatamente.
Il motivo è presto detto: John Lennon è stato tante cose, ha vissuto tante vite, e in ognuna di esse non è mai stato quello calmo che subisce passivamente il proprio destino.
John Lennon è il ragazzo che a 6 anni va a vivere dalla zia perché la giovane madre Julia non è in grado di crescere un bambino, e per tutta la sua adolescenza rimbalza di casa in casa, di parente in parente, fino a che a 18 anni, quando ristabilisce finalmente un rapporto normale con la madre, Julia viene fatalmente investita da un auto, e l’evento lo segnerà per sempre.
John Lennon è il ragazzo malinconico ma ribelle che si appassiona alla musica come fuga dai problemi dalla vita, e per trasformare la sua passione in qualcosa di reale crea un piccolo gruppo con gli amici Paul, George, Stu e Pete. E dopo una trionfale esperienza ad Amburgo, che vede gli ultimi due citati abbandonare il gruppo, ai primi tre si aggiunge un certo batterista di nome Ringo, e il gioco è fatto.
John Lennon è il ragazzo che prima di tutti si stufa del successo, dei capelli a caschetto e delle ragazzine che urlano senza ascoltare le canzoni, e inizia a dedicarsi a cinema e letteratura. Col suo umorismo unico in quel quartetto sfodera la celeberrima frase “we’re bigger than Jesus” e dà seguito alla propria crescita interiore abbandonando le semplice canzoni degli esordi per dedicarsi a composizioni impegnate nel testo e sperimentali nella musica.
John Lennon è il ragazzo che conosce le droghe e le culture orientali, è il primo a disilludersi del famoso viaggio in India per incontrare il Maharishi Yogi ma comunque è l’ultimo ad andarsene.
John Lennon è l’uomo che, innamoratosi perdutamente dell’artista concettuale Yoko Ono, pur rimanendo nei Beatles inizia una carriera parallela quasi fatta apposta per la controversia: posa nudo avvinghiato a Yoko, incide canzoni di protesta contro la guerra del Vietnam, e con la moglie passa la luna di miele all’Amsterdam Hilton seduto a letto ininterrottamente dal 25 al 31 luglio, parlando di pace e amore ai giornalisti che hanno libero accesso alla stanza.
John Lennon è l’artista che lascia i Beatles, si trasferisce a New York e inizia una straordinaria carriera solista, ma soprattutto inizia l’impegno politico a favore della pace nel mondo. Vive un “lost week-end” di separazione da Yoko per 18 mesi, ma i due tornano insieme, hanno un figlio nel 1975 e John per crescerlo decide di ritirarsi dalla vita pubblica.
John Lennon è l’uomo che nel 1980 sembra finalmente adulto, maturo come mai era stato prima, finalmente con le rughe sul volto, pronto a tornare in pista col nuovo album Double Fantasy, con la gioia di un bambino sempre con sé.
Questa forse è la cosa peggiore. Quel colpo di pistola non solo ha ucciso John Lennon, ma lo ha portato via proprio quando stava arrivando l’ennesimo nuovo John, un uomo apparentemente migliorato artisticamente e personalmente.
Aveva solo 40 anni, e non a caso la prima canzone del suo nuovo album, dopo 5 anni di silenzio, si chiamava (Just Like) Starting Over, ovvero “è come ricominciare da capo”.
Perché questo era John, un grande artista completo, un’icona assoluta del pacifismo universale e senza tempo, ma soprattutto un uomo che sapeva reinventarsi e vivere la vita.
Certo, come sempre mi chiedo anche oggi, a 40 anni da quella tragica serata newyorkese, come sarebbe John Lennon se fosse ancora vivo. Penso a cosa direbbe riguardo ai social network, ai problemi economici e alle diseguaglianze sociali in tutto il mondo, penso alle ballate che avrebbe scritto per far vincere la pace contro il terrorismo, e mi chiedo come sarebbero i rapporti con i vecchi Paul e Ringo. Mi sarebbe tanto piaciuto vederlo con le rughe in volto ed i capelli bianchi combattere contro questo mondo odierno forzatamente politically correct e così dannatamente cinico. A tutte queste domande e pensieri non voglio dare una vera risposta, però il ricordo costante che ho della sua figura e il segno enorme lasciato dalla sua personalità una sensazione me la danno: non sarebbe stato zitto su alcun argomento, e si sarebbe divertito pure lui. E in fondo, dopotutto, sarebbe sempre rimasto quel ragazzo sperduto di Liverpool.
Un Barbiere di Siviglia per lo streaming nato “tra le corde” del Teatro dell’Opera di Roma.
Un vecchio saggio dice che “bisogna fare di necessità virtù“. I recenti DPCM hanno disposto la chiusura dei teatri per contrastare la seconda ondata della pandemia da COVID-19. Il coniglio da tirare fuori dal cappello è lo streaming video, elemento ora essenziale per mantenere l’attenzione del pubblico. Il Teatro dell’Opera di Roma, con l’inaugurazione effettuata sabato 5 dicembre, della stagione 2020-2021 con Il Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini, ha concepito uno spettacolo fatto in teatro a porte chiuse direttamente per lo streaming video (è infatti andato in onda su Rai 3 e vi sarà la possibilità di rivederlo il 31 dicembre su Rai 5).
Il lavoro di Mario Martone include scene di post produzione e trasforma il vuoto Teatro dell’Opera di Roma in un gigantesco set per lo spettacolo. Gli attori recitano usando tutti gli spazi del teatro (su tutti il palco reale che diventa il balcone della casa di Don Bartolo), muovendosi in una scenografia semplice, curata dallo stesso Martone, dominata da delle corde che “ingabbiano” la sala del Costanzi; corde che rappresentano la casa dove vive la protagonista Rosina, una casa che però la divora. Mario Martone inoltre mette in scena il personale del teatro come costumiste e fonici, facendoli diventare parte attiva dello spettacolo. Si vede quindi un’idea che parla della realizzazione di un spettacolo quasi film opera ed il suo dietro le quinte insieme.
Martone non si scorda mai che comunque siamo davanti ad una commedia (nella scena della barba è esilarante vedere il Maestro Gatti misurare la febbre a Don Basilio con la pistola laser e Don Bartolo che, per lo stesso motivo, si metteva sotto un velo).
In giro per Roma
Mario Martone inserisce anche Roma; la scena più divertente è quella in cui il maestro Gatti gira in scooter per la città per andare a prendere Figaro per andare a girare questo “film”. Ma, una volta in teatro, la magia è quella dell’opera.
Il Barbiere di Siviglia: sorriso in un momento di pianto
La vicenda del Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini è quella che serve in un momento di tragedia come quello che stiamo vivendo. Le trame organizzate da Figaro, barbiere di Siviglia, per aiutare il Conte d’Almaviva per sposare l’amata Rosina, che il vecchio Don Bartolo vuole sua, sono spassosissime. La musica di Gioacchino Rossini è frizzantissima. La concertazione di Daniele Gatti, coadiuvato dall’Orchestra e dal Coro del Teatro dell’Opera di Roma istruito da Roberto Gabbiani, mette perfettamente in luce tutte le preziosità della partitura.
Andrzej Filończyk è un Figaro dalla voce sicura e squillante ed è molto presente scenicamente, così come il simpaticissimo Conte d’Almaviva di Ruzil Gatin. Vasilisa Berzhanskaya è una Rosina dalle mille sfaccettature: è giovanile, amorosa ma anche pronta a difendere le proprie idee, talvolta eccedendo con degli accenti che rendono il personaggio quasi stregonesco. Don Bartolo è il magnifico Alessandro Corbelli, il veterano del cast; il suo personaggio è comicamente vittima delle trame di Figaro e Don Basilio; Corbelli, dall’alto della sua esperienza, anche tramite la regia che lo vuole seduto su di una sedia a rotelle, sa come rendere molto bene quest’aspetto. Alex Esposito è un Don Basilio cattivo, perfido ma sempre insinuante e comico allo stesso tempo. Di ottimo livello anche la Berta di Patrizia Biccirè, il Fiorello di Roberto Lorenzi, l’Ambrogio di Paolo Musio e l’Ufficiale di Pietro Faiella.
Non da ultimo, il grande teatro, la grande arte. In teatro si vuole vedere la bellezza, come quella espressa dai costumi di Anna Biagiotti e dalle luci di Pasquale Mari e dalle idee registiche, su tutte le corde tagliate alla fine da tutto il cast; una grande scena che celebra la libertà e l’amore. Mario Martone inserisce, nei finale atto primo, filmati antichi, tra i quali quelli dell’Istituto Luce, che fanno vedere il nostro teatro pieno con personaggi di alto livello come Maria Callas (straordinaria interprete, tra le altre cose, di Rosina); una folla che si spera tornerà a riempire i nostri teatri e luoghi della cultura il prima possibile. Bellezza e nostalgia sono il degno coronamento di uno spettacolo realizzato inoltre con distanziamenti e mascherine, che, adesso come adesso, costituiscono un notevole valore aggiunto.
Dopo Ginzburg e Morante, per l’editore Laterza, è il vuoto cosmico, piazza pulita. Chiede, con un tono ingenuo e candido, che gli si facciano dei nomi per colmare la lacuna.
Provocazione, ingnoranza, sessismo? La parte elitaria di Twitter risponde bene a tono e piovono i nomi di autrici che, grazie a dio, Laterza te lo giuro, ancora ci sono. L’editore partecipa alla conversazione con questo tono finto amichevole che sa di saccenza: “corro in libreria” o anche “Ce ne sono altre? Basta dirci cognome e titolo.”
Qualcuno, un po’ timidamente, gli dà una mezza ragione ma non rinuncia a spalmarci sopra un leggero velo di politically correct che tanto non fa mai male: è vero, dopo gli anni ‘70, non c’è stata più letteratura femminile, né maschile, solo narrazione. Con buona pace diAltri libertini,Jack frusciante è uscito dal gruppo, Io non ho paura e compagnia cantante. Si vede che c’è stato un errore se, in tutti questi anni, sono stati romanzi letti e ri-letti, anche nelle scuole.
Ora la questione è questa: un editore, cioè uno che dovrebbe per mestiere diffondere la cultura, e ancora peggio creare un canone, non vede oltre il suo naso, non vede scrittrici oltre il suo naso.
Ora, non avrete da me nessun elenco che vi dimostri quanto l’affermazione sia falsa, perché per quello vi basta una ricerca su Google e perché non è nella maniera più banale che voglio cogliere la sua provocazione.
C’era una volta un canone maschile (o maschilista)
La storia del canone è vecchia ma vecchia tanto: voglio dire, erano circa gli anni sessanta quando il movimento femminista, quello di seconda ondata, ha guardato alla letteratura e s’è accorto che era fatto di soli uomini.
L’hanno rifatto, studi e sangue, sangue e polemiche per creare una letteratura che fosse più inclusiva, che avesse penne maschili e femminili. È passato mezzo secolo ma le cose non vanno troppo bene: nei programmi scolastici quante autrici ci sono? Ve lo dico io, che ho finito la scuola meno di due anni fa: poche. Le quote rosa sono ancora sotto. E, a meno che non abbiate qualche professore o professoressa un po’ fissato\a, le farete generalmente sbrigativamente.
E, se il canone è questo, è ancora questo- e noi nativi digitali siamo spesso così pigri da non metterci il muso fuori- Laterza è solo la spia di un’editoria che fa ancora fatica a liberarsi dal paraocchi. Ho il mio bel modello di un canone viziato e oramai stantio e lo applico a tutto.
Morante e Ginzburg prima di essere canone
Senza contare che, chissà se questo il nostro coraggioso lo sa, anche l’assai polemica Morante e l’inquieta Ginzburg al tempo erano state chiacchierate da persone probabilmente simili a lui: la Morante dava un bel parlare di sé non presentandosi agli eventi mondani ed essendo, in pubblico, un fantasma imprendibile. La Storia, il romanzo che oggi è praticamente un classico, fu bocciato da più fronti: dal gruppo dell’ex marito Moravia, dall’amico carissimo Pasolini, dalla sinistra guidata da Asor Rosa. La Ginzburg, invece, si sentiva dare della lamentosa anche, e forse soprattutto, in lessico famigliare. E se oggi Laterza ci dice che la Ferrante non gli piace e delle altre neanche fa il nome, noi lo invitiamo a pensare a questo; con la speranza viva che si ridimensioni, ché con un uscita del genere l’unico effetto che ha è quello di mettere in cattiva luce solo sé stesso.
Mi sento di lasciarvi con le parole della Murgia che scrive
“Ma quanto è assurdo un editore che dice << consigliatemi scrittrici da leggere>> ? Sempre meno assurdo di chi gli risponde come se nel 2020 fosse una domanda normale”
Sarah e Nyles si ritrovano incastrati in un loop temporale, saranno condannati a vivere per sempre la stessa giornata? In streaming su Amazon Prime Video un film assolutamente da non perdere!
Sci-fi, fisica quantistica, viaggio nello spazio e nel tempo non sempre sono argomenti adatti all’entertainment. I loop temporali hanno comunque provato a fare breccia negli spettatori con vari film e serie tv, ultime in ordine di apparizione Russian doll e The Umbrella Academy. Entrambe esperimenti particolarmente riusciti, io le ho adorate.
La trama di Palm Springs
Nel giorno del matrimonio di Tala e Abe, Nyles e la sua ragazza Misty si preparano a questo importante evento. Man mano che il film prosegue, iniziamo a intuire che Nyles è diverso dagli altri. Salvando in corner Sarah, la sorella della sposa, da un’imbarazzante figura, inizia un flirt con lei.
Ubriachi, strafatti e su di giri, arrivano nel deserto. Lì Nyles viene trafitto da una freccia e scappa in una grotta, chiedendo a Sarah di non seguirlo. Ovviamente lei non si tira indietro e viene così risucchiata in un loop spazio temporale. Capiamo quindi che Nyles è già prigioniero da lungo tempo dello stesso loop, nel quale ha trascinato anche Roy, l’uomo che lo ha colpito con la freccia.
Sarah e Nyles nel loop temporale
I due protagonisti, loro malgrado, si ritrovano a vivere la stessa giornata all’infinito: il matrimonio di Tala e Abe. Ma presto, insieme, troveranno molti modi per divertirsi senza pensare alle conseguenze, con la consapevolezza che a mezzanotte la giornata si resetta e tutto torna come il giorno prima. Pazze corse in auto, risse con la polizia, festeggiamenti in bar malfamati, campeggio nel deserto e occupazione di piscine altrui sono alcuni dei momenti davvero divertenti di questa commedia.
Vivi come se non ci fosse un domanidiventa il loro motto, anche se l’amore che pian piano sboccerà tra loro cambierà le cose. Nyles, ormai annichilito da infiniti loop, è felice in quell’eterno presente con Sarah, è disposto a passare la vita fermo al 9 novembre. Sarah, invece, non ci sta: ha una vita- seppur sbandata- a cui tornare e non si arrende al destino.
Troveranno, nel finale, il modo di arrivare al 10 novembre insieme, ma lo spettatore non può fare a meno di chiedersi se il loro futuro ‘normale’ sarà intenso come le loro giornate nel loop.
Il cast di Palm Springs
Questo film è un piccolo capolavoro di genere, una brillante romcom indie con guizzi di slapstick comedy. Un ottimo debutto per il giovane regista Max Barbakow al Sundance Film Festival, dove ha trovato tra l’altro un ottimo successo economico. I diritti di distribuzione sono stati acquisiti (anche) dal servizio di streaming Hulu per 22 milioni di dollari, a fronte di un budget di soli 5.
Sarah è interpretata dalla intensa Cristin Milioti, vista in How I met your mother, che ha una chimica pazzesca con il coprotagonista Nyles, interpretato da Andy Samberg, attore, youtuber, comico, presentatore: un talento puro.
Rivivere lo stesso giorno senza poterne uscire: non vi ricorda il lockdown?
Palm Springs è un film godibilissimo, che fa passare un paio d’ore di puro entertainment. Divertente, romantico, folle, surreale. Ho letto molte interpretazioni e riflessioni, la mia è questa: l’amore non può vivere di soli alti o di soli bassi, così come non può vivere sempre di un 6 politico. La vita da single o di coppia -per essere felice- richiede ogni giorno un piccolo sforzo per dosare nella giusta quantità gioia, dolore, follia, visione del futuro.
Chi ha vissuto il lockdown si è verosimilmente trovato in una sorta di loop temporale. Stessi gesti, stessi luoghi, impossibilità di progettare una exit strategy dalla propria casa o dalla propria routine. Di contro, la costrizione tra quattro mura ha stimolato in molti di noi la capacità di creare ogni giorno un momento di benessere, di reinventare la giornata, di trovare del tempo per fare cose mai fatte. In tanti hanno riabbracciato il proprio tempo grazie allo smart working e molte coppie hanno esplorato la loro relazione lontano dalla vita quotidiana.
In conclusione, guardate Palm Springs e traete spunto per vivere come se non ci fosse un domani! E se proprio non ne avete abbastanza…
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
I romanzi di Defoe hanno guadagnato una grande popolarità e sono stati fondamentali nello sviluppo del romanzo come forma letteraria, a partire da Robinson Crusoe.
Chi era Daniel Defoe?
Daniel Defoe nasce nel 1660 da una famiglia presbiteriana, gli vengono insegnate solo le lingue moderne e la scienza empirica. Cresce in un ambiente, dunque, molto razionale. Dapprima tenta la strada del commercio, che gli procura una certa mobilità sociale, poi si dedica all’attività giornalistica e diviene un commentatore sociale, dirigendo una testata politica ed economica.
Pubblica poi dei manuali di condotta feroci e ironici e per uno di questi viene imprigionato. Un personaggio influente lo ingaggia come agente segreto e lo invia in giro per l’Inghilterra. Ma è con i romanzi che acquisisce la sua fama.
Muore nel 1731 e ad oggi è considerato uno dei padri del romanzo inglese.
Il romanzo nel Settecento
Il Settecento si identifica principalmente con il genere letterario del romanzo, che in inglese si chiama novel. Possiamo definire banalmente il novel come uno scritto lungo, in prosa, che rappresenta una finzione. Il novel è la perfetta sintesi tra romance (ovvero le storie fantastiche totalmente inventate, in voga nel Seicento) e history (fatti realmente accaduti) in quanto tratta di storie d’invenzione fantastica ma con personaggi realistici e situazioni plausibili.
Moll Flanders
Moll Flanders è un romanzo pubblicato da Defoe 1722 che traccia il percorso di una donna che partendo da una condizione misera riesce a raggiungere una vita prospera e rispettabile, attraverso una serie di peripezie (seduzione, matrimoni, crimini, prigionia, deportazione).
Abbiamo già parlato di Moll Flanders in questo articolo sul nostro sito, nella rubrica #DosiDiEroine:
Il romanzo più famoso di Defoe è Robinson Crusoe, tratto da una vicenda reale, seppur con molte modifiche, e presentato come una storia vera. Il romanzo è stato pubblicato nel 1719 e narra di un naufragio di un uomo solo su un’isola deserta e presenta il tema della straordinaria capacità di sopravvivenza dell’uomo che riesce a cavarsela nella difficile situazione che gli si presenta. Robinson Crusoe è esempio concreto di come l’individualità dell’uomo sia il centro dell’attività letteraria del secolo.
Un redattore anonimo presenta il racconto delle incredibili avventure di un uomo, Robinson Crusoe, figlio di una famiglia agiata, che ha davanti a sé un futuro di uomo di legge o di commerciante. Ma il desiderio di vedere il vasto mondo lo assilla al punto che, ignorando le raccomandazioni paterne, si imbarca su una piccola nave, diretto a Londra. Dopo un duro apprendistato e mille peripezie (compresa la cattura da parte dei pirati e la rocambolesca fuga), si stabilisce in Brasile.
Quando decide di ripartire alla volta dell’Africa, la nave affonda. Unico sopravvissuto, Robinson rimarrà per ventotto anni su un’isola deserta, lottando per non perdere la vita e la ragione. Il tempo trascorso da solo sull’isola è perciò produttivo. Riesce a costruirsi un rifugio, pianta mais e riso, impara persino a fare il pane da solo.
Un giorno, Crusoe scopre un’impronta sulla sua riva e si rende conto di non essere solo: ci sono cannibali sull’isola. Salva un giovane nativo da loro e lo nomina Friday. Gli insegna l’inglese e lo converte persino al cristianesimo.
Qualche tempo dopo, una barca inglese piena di marinai giunge a riva. Il capitano accetta di portare a casa Crusoe, che torna in Europa in compagnia di Friday. Quando Crusoe si sposa, nei suoi ultimi anni visita l’isola nostalgicamente.
Il film “Cast Away”
Nel 2000 è uscito il famoso film “Cast Away”, diretto da Robert Zemeckis e con protagonista Tom Hanks, liberamente ispirato a Robinson Crusoe.
Vuoi vedere il video riassunto di questo articolo?
Sceneggiatura: Irving Brecher, Fred F. Finklehoffe
Cast principale: Judy Garland, Margaret O’Brien, Lucille Bremer e Tom Drake.
Nazione: Stati Uniti d’America
Anno: 1944
Un capolavoro musicale di altri tempi
Il periodo che ci avvicina alle feste natalizie è finalmente iniziato e non potevamo non aprire questo cineforum di dicembre con un classico intramontabile: Incontriamoci a St. Louis di Vincente Minnelli. In questo film iconico del 1944 protagonista indiscussa è una giovane Judy Garland, che recita con al fianco Margaret O’ Brien, Lucille Bremer e Tom Drake.
Incontriamoci a St. Louis è stato il musical più acclamato del regista Vincente Minnelli, secondo marito della protagonista Judy Garland e padre della celebre attrice e cantante Liza Minnelli, una boccata d’aria fresca che all’epoca appassionò il pubblico e la critica, diventando oggi uno dei classici natalizi più visti di sempre.
La storia di una famiglia di St. Louis
La sceneggiatura è basata sul libro di Sally Benson, racconto incentrato sull’entusiasmo pre-Fiera Mondiale del 1903 tenutasi nella città del titolo, ed è divisa in episodi che mettono in scena un anno nella famiglia Smith, su cui si concentra tutta la trama. Questo gruppo familiare sta affrontando una crisi personale: proprio mentre la città sta per organizzare questa grande festa importante a livello mondiale, Alonzo Smith (Leon Ames), il tormentato patriarca della famiglia, annuncia che il suo lavoro richiede il trasferimento a New York City.
Sfortunatamente, Esther (Judy Garland) e Rose (Lucille Bremer) hanno appena iniziato ad avere fortuna nella ricerca di un marito, per cui non sono per nulla d’accordo con questa ipotetica scelta. Esther aspetta con ansia l’inizio della fiera insieme all’arrivo del suo vicino di casa, John Truett (Tom Drake), che ama alla follia, per cui la notizia non arriva proprio in un momento propizio.
Il film, quindi, procede sulle note di canzoni intramontabili, raccontando come le figlie riescono in qualche modo a convincere che la loro personale felicità è più importante della carriera del proprio padre.
Un cult diventato un classico di Natale
Nonostante in Italia non abbia avuto lo stesso successo americano, Incontriamoci a St. Louis contiene una canzone che tutti, ma veramente tutti nel mondo ricordano, soprattutto in questo periodo magico: “Have Yourself a Merry Little Christmas”, cantata dalla splendida e inconfondibile voce di Judy Garland. Solo circa 25 minuti del film si svolgono durante le feste, ma quella che vediamo nel film di Vincente Minnelli resta una delle migliori sequenze natalizie nella storia del cinema.
In un impeto di rabbia alla vigilia di Natale, la più piccola componente della famiglia, Tootie, distrugge i pupazzi di neve realizzati con gli altri e corre nella sua stanza in lacrime, preoccupata per le incertezze che il futuro riserva. Per confortarla, Esther si unisce a lei e canta “Have Yourself a Merry Little Christmas”. Judy Garland in questa sequenza dimostra ogni volta di essere la cantante perfetta per questa canzone, rendendo “Incontriamoci a St. Louis”affascinante ed emozionante.
La canzone è stata scritta appositamente per la pellicola ma è diventata un punto fermo per le vacanze natalizie, quanto mai quest’anno. Il testo sembra particolarmente rilevante nel 2020, quando il mondo sembra immerso nel caos più totale e tutti, come la piccola Tootie, non abbiamo idea di cosa ci riserverà il futuro.
Il progresso industriale raccontato in un un musical
Sebbene non sia stato il primo musical ad affrontare gli elementi del progresso industriale o della discordia familiare all’inizio del Novecento, Incontriamoci a St. Louis è stato innegabilmente uno dei più riusciti. È vero, gran parte del merito merita di andare a Vincent Minnelli, il cui lavoro di ripresa realizzato con grazia rende davvero al suo meglio.
Ma il vero colpo da maestro sono le coreografie e la colonna sonora, realizzata da da Hugh Martin e da Ralph Blane, che aiutano ad accentuare i punti focali della trama in un modo unico e sorprendente, donando leggerezza a dei temi molto sentiti all’epoca.
Judy e Vincent, un amore sbocciato sul set
Una delle curiosità che avvolge Incontriamoci a St. Louis è che Judy Garland ha finito per sposare il regista Vincente Minnelli non molto tempo dopo la realizzazione del film. Il loro matrimonio è durato sei anni ed è stata una grande storia d’amore.
La Garland ha più volte rivelato durante la sua carriera che nessuno l’ha fatta apparire bella sullo schermo come Vincente Minelli in questo film, un’affermazione con la quale non si può fare a meno che concordare.
La conclusione è che Incontriamoci a St. Louis è un musical firmato MGM, ricco di emozioni e meraviglioso, che potrebbe essere uno dei migliori nel suo genere e, sicuramente, allieterà il vostro Natale.
Tre motivi per guardarlo
Per cantare e ballare sulle note della colonna sonora
È un classico natalizio, quindi perché non guardarlo?
Judy Garland in una delle sue performance più belle
Quando vedere il film
In questi giorni che ci avvicinano al 25 dicembre, magari insieme alla propria famiglia.
Ilaria Scognamiglio
Non perdete l’uscita della settimana scorsa, un film romantico e intramontabile: Notting Hill
Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Siamo diretti verso la fine dell’anno ed è il momento di tirare le somme. Quali sono stati i film, usciti nel 2020, più belli da vedere secondo noi?
Quest’anno il cinema è stato soppiantato dallo streaming e il lockdown ci ha dato sicuramente molto tempo da dedicare a piattaforme quali Netflix e Amazon Prime Video.
Nella lista dei film 2020 di CulturaMente ci sono pellicole che abbiamo visto al cinema e in streaming. Per “film 2020” intendiamo quelli che sono usciti quest’anno in Italia; molti sono usciti all’estero già nel 2019.
I migliori film 2020 secondo gli Spacciatori di Cultura
Non tutti i film che abbiamo visto sono degni di questa classifica. Abbiamo selezionato per genere e per occasione i film che ci sentiamo di consigliarvi per ogni eventualità!
Oscar 2020
Tra tutti i film del 2020, non possiamo menzionare il vincitore degli Oscar, Parasite, anche se è uscito nel 2019 è stato assoluto protagonista di quest’anno!
Film Italiani e Focus Venezia 2020
Tra tutti i film italiani del 2020 sicuramente spicca Lacci, film di apertura del Festival di Venezia 2020, tratto dal romanzo di Domenico Starnone, accompagnato da Figli e La Partita. Hammamet non ci è piaciuto.
Il buco (su Netflix) oscilla tra horror e fantascienza (o forse sarebbe meglio dire distopia). Consigliato!
Abbiamo visto Il legame su Netflix, film di genere horror, spunti interessanti: potete dargli una chance ma senza troppe aspettative. The turning (con l’attore di Stranger Things) non ci è piaciuto.
Film di Registi Famosi
Menzione d’onore a Clint Eastwood che ne 2020 propone Richard Jewell. Non possiamo dire lo stesso di Muccino e del suo corto sulla Calabria… Per concludere siamo tutti in attesa dell’ultimo film di Carlo Verdone, che doveva uscire nel 2020.
Alzi la mano chi non ha mai giocato con una Barbie! E non mentite per favore. La Barbie è il regalo per eccellenza per le bambine (e non solo) dal 1959. I suoi vaporosi capelli biondi, il rosa shocking dei suoi vestiti, le auto decappottabili, Ken (!), tutto di Barbie ha contribuito a creare un immaginario iconico che da semplice bambola l’ha elevata a fenomeno sociale.
Nel 1988 la Mattel, casa produttrice della bambola, decise di lanciare una versione natalizia e fu un vero successo. Registrò subito il tutto esaurito in ogni negozio, diventando così la prima Barbie da collezione.
Da allora Barbie Magia delle Feste è il regalo che grandi e piccini sognano di trovare sotto l’albero di Natale.
La Barbie Natalizia del 2020 è già disponibile nei negozi in tre versioni: bionda, castana e brunette con i capelli ricci. L’abito è dorato, coperto di lustrini ed estremamente vaporoso. Ma andiamo a vedere alcune delle sue illustri precedenti colleghe e scopriamo meglio la loro storia.
Come dicevamo, la prima Barbie Magia delle Feste è del 1988 e appartiene alla serie Happy Holiday Barbie. Ha morbidi boccoli biondi e un vestito di tulle rosso con un grande fiocco bianco. La stessa serie va avanti per 10 anni, nel 1989 indossa una mantella di pelliccia bianca, nel 1990 è vestita in rosa shocking e viene prodotta per la prima volta anche in versione afroamericana.
Nel 1991 indossa un bellissimo abito di velluto verde tempestato di pietre colorate sul corpetto. Nel 1994 ha un abito d’oro bordato di pelliccia, e così via fino al 1998, quando esce l’ultima di questa serie, nonché la prima con il nuovo volto “Mackie face sculpt“, i capelli raccolti e un abito nero con una stola fucsia.
Nel 1999 è la Millenium Princess Barbie e, come la successiva del 2000, tiene in mano una scintillante palla di Natale. Da allora ci sono state la Holiday Celebration, la Winter Fantasy Barbie e la Holiday Barbie, tutte belle, elegantissime e splendenti.
C’è chi le definisce kitsch, eccessive e probabilmente sono le stesse persone che criticano il cinepanettone, e magari hanno anche ragione su quest’ultimo a esclusione del primo e inimitabile Vacanze di Natale 1983; ma queste bellezze continuano a far sognare milioni di bambini e collezionisti adulti in tutto il mondo. E in fondo è anche questa la Magia del Natale.
Sei alla ricerca di consigli per arredare il tuo soggiorno in stile moderno? Leggi questo articolo e avrai modo di trovarli insieme a tutti gli errori da evitare.
Arredare un appartamento può essere davvero divertente soprattutto quando abbiamo la possibilità di seguire il nostro istinto in tutto e per tutto. Se sei capitato in questo articolo è perché sicuramente vuoi arredare il tuo soggiorno e vuoi farlo seguendo lo stile moderno. Leggendo le prossime righe scoprirai quali sono gli errori che dovrai evitare e come potrai rendere perfetta la tua zona giorno in base alle tue esigenze. Mentre ti troverai ad arredare questa stanza dovrai sempre tenere a mente una cosa, il soggiorno è la stanza più vissuta della casa quindi no non puoi sbagliare e dovrai perciò considerare tutto anche il più piccolo dettaglio. Ecco perché non potrai scegliere, ad esempio, delle sedie qualsiasi ma dovrai scegliere un prodotto moderno e di ottima qualità come le Bontempi Sedie. Prosegui questa lettura e scopri tutti i segreti per un arredamento perfetto.
Ti deve piacere
La prima grande regola da seguire è che l’ambiente che ti circonda e tutti gli oggetti che andrai ad apporre devono essere di tuo gusto. Non considerare i trend né i consigli di amici e familiari sei tu a dover vivere quell’ambiente. Se inserisci degli elementi che non ti piacciono potresti finire per l’odiare la stanza e non utilizzarla quanto dovresti.
Sala da giorno VS Soggiorno
C’è da fare una distinzione importantissima. Lo stile moderno prevede che molto spesso non si abbia un soggiorno ma una sala da giorno dove soggiorno e cucina dividono un unico ambiente, a volte separato da un muro basso altre volte invece senza alcuna separazione. Quando parliamo di soggiorno parliamo di un tipo di stanza che un tempo era la regola negli appartamenti, era una stanza separata dalla cucina, con un divano, un televisore, il classico mobile con tanti oggetti decorativi e complementi d’arredo ed infine il tavolo per le occasioni speciali. Era la stanza dei pranzi domenicali, oggi ancora in uso in molte famiglie ma che viene pian piano sostituita dalla sala giorno. Tu che tipo di camera vuoi creare? Te lo devi assolutamente chiedere. La sala da giorno esclude la presenza di un soggiorno, quindi questa sarà la prima cosa da considerare.
Minimal
L’arredamento moderno è minimal. Non pensare perciò di riempire il tuo soggiorno di mobile e neanche di sceglierli a caso. Dovrai scegliere pochi pezzi che abbiano un impatto visivo leggero e che permettano di mantenere lo stile minimal previsto dallo stile moderno.
L’illuminazione
Questo fattore è importante in una casa e lo è ancora di più quando si vuole arredare in stile moderno. Le camere devono essere luminose, se non puoi sfruttare la luce naturale allora dovrai acquistare delle lampade che ti permettono di rendere l’ambiente più illuminato.
Coerenza
È un’altra delle cose fondamentali per un appartamento. Fai perciò particolare attenzione a seguire un’unica direzione. Lo stile moderno possiamo interpretarlo in tanti modi differenti ma ricorda che alla fine tutto dovrà seguire una linea guida. Se scegli i colori pastello non puoi inserire elementi colorati forti, e viceversa. Per lo stile moderno in genere si preferisce il monotono per rendere tutto molto più soft.
Ora che sai come arredare un soggiorno in stile moderno non ti resta altro da fare che cominciare a progettare la tua stanza.
Alcuni di noi pensano che l‘amore sia il motore del mondo, che siamo nati dall’amore tra due persone e che la nostra vita stessa sia intrisa d’amore. Questo sentimento universalepuò avere infatti diverse interpretazioni. Amiamo noi stessi, l’umanità in generale, il/la compagn*, i figli, il lavoro, i luoghi che ci fanno sentire a casa.
Per quanto cinici possiamo essere, dobbiamo ammettere che spesso le nostre azioni sono mosse proprio dall’amore in generale e dall’amore romantico in particolare. Purtroppo però l’amore, quello che implica l’esistenza di una relazione di coppia, può finire lasciando i protagonisti della storia nello sconforto e nella sofferenza.
La musica indie non è indifferente al tema dell’amore e delle relazioni sentimentali.
Ecco 10 canzoni italiane da dedicare agli ex a seconda dei vostri stati d’animo: un mix di musica indie per unire insieme tante emozioni contrastanti.
Questo articolo rientra nella web story delle migliori playlist su CulturaMente: dai uno sguardo!
La fine di un amore può portare a tante reazioni differenti. C’è chi è triste, chi arrabbiato, chi prova a fare chiodo schiaccia chiodo e chi si strugge continuamente per il tira e molla con il/la partner, che periodicamente diventa un ex.
In questa playlist troverai canzoni da dedicare all’ex che ti manca (come quella degli Ex Otago), ma anche delle canzoni contro l’ex con tanto di frecciatine musicali (come quella dello Stato Sociale).
Scegli le canzoni che preferisci da dedicare agli ex che tornano ed esorcizza con noi la minestra riscaldata!
Affogare – Legno
Affogare di Legno affronta il classico tema dell’incontro casuale della propria ex con il nuovo fidanzato per strada. Già Lucio Battisti in Prendila così consigliava alla sua ex, “siccome è facile incontrarsi anche in una grande città“, di evitare tutti i posti che lui frequentava, perché lui avrebbe potuto non essere più solo.
Il protagonista di questo brano è in casa e si tormenta perché proprio non riesce a dimenticare gli occhi della sua ex e quindi decide, purtroppo, di uscire. Ed è per strada che accade il prevedibile.
E tu non vuoi capire Non mi vuoi ascoltare E mandi tutto a puttane, sapessi andarci io Per dimenticarti, per dimenticare Quei tuoi occhi che ora, Dio Fanno così male Cazzo, così male Ma non riesco e poi esco E ti incontro per strada Con uno stronzo che non sono io Cazzo, che non sono io
In questi versi è evidente anche una citazione a Baglioni, che in Mille giorni di te e di me diceva “e una storia va a puttane sapessi andarci io”. Al contrario del pezzo di Baglioni musicalmente drammatico, le note di Affogare sono ritmate e spensierate e, se non si sta attenti al testo, potrebbe addirittura sembrare una canzone allegra sull’acqua minerale.
Cuore – CLAVDIO
Cuore è una canzone malinconica, che parla dell’alternarsi degli stati d’animo dopo la fine di una storia: ci si sente in colpa e poi si dà inevitabilmente la responsabilità all’altro. In questo contesto sentimentale drammatico dominato dai cambiamenti ormonali della ex del protagonista è originale il ruolo di un cinese, presenza che testimonia l’attuale multietnicità delle metropoli, che commenta i due protagonisti della storia finita.
E un cinese mi ha detto
Che sono un glande … Io mi sento più un co***one onestamente […]
E un cinese mi ha detto
Che sei una str**za
E non ha sbagliato neanche la pronuncia
Tu non mi parli più – Ex Otago
Il ricordo della ex si fa vivo quando il protagonista di Tu non mi parli più passa con l’auto dalla riviera ligure di Ponente. Riaffiora un passato fatto da eventi che fanno parte della quotidianità di una coppia, come i pomeriggi passati a cercare i negozietti vintage, perché appassionati di moda sostenibile. Sono trascorsi dieci anni da quando la storia è finita e lui vorrebbe scriverle semplicemente “come stai?” ma sa già che lei non gli risponderà.
Vorrei scriverti soltanto Solamente “Come stai?” Chissà come stanno i tuoi Il nostro cane, le polaroid Ma forse non lo farò mai Forse sono solo guai Mi hanno detto che hai una bimba, sono passati dieci anni
Allora inizia a porsi delle domande, a chiedersi se la storia non sia finita a causa del momento storico in cui è nata, ma giunge a una conclusione che non è poi così scontata: “non c’è mai un’epoca giusta per stare con una persona, le persone si incontrano in un certo momento, stanno insieme e poi si lasciano”.
Buona sfortuna – Lo Stato sociale
Il protagonista di Buona sfortuna augura alla sua ex una serie di disgrazie tragicomiche divertentissime.
Spero che ti possa Tagliare con un foglio Mentre firmi per la casa nuova […]
Spero che le cose non si mettano bene
Ci sia nebbia il giorno della tua festa
E il cane dei vicini abbai ogni sera
Ma solo quando guardi un film
E tutte le tue amiche facciano l’amore
Nelle notti in cui non sai dormire
E i resti della spesa siano tutti di rame
Si tratta di un brano scanzonato. Il protagonista è evidentemente ancora coinvolto sentimentalmente dalla sua ex e, in fin dei conti, non riesce proprio ad augurarle che le accada nulla di male.
Pelle è un brano che lacera chi lo ascolta. Il protagonista ricorda momenti erotici e passionali, ma il loro sapore è oggi amaro, perché quelle sensazioni sono state cancellate, sebbene nella e sulla pelle rimangano indelebili. Ma forse prima o poi la sofferenza sparirà, così come la sua voce ed il suo volto. Forse la ex è un congegno automatico che si spegne da sé.
È facile sai, avertise chiudo i miei begli occhietti spenti
Cerco su di me
la tua pelle che non c’è
Poi ti entro in fondo dentro, lo sai
soltanto per capire chi sei
Forse sei un congegno che
si spegne da sé
Ridere – Pinguini tattici nucleari
La canzone Ridere pone l’accento sulle conseguenze che una relazione finita ha nel mondo dei due protagonisti. Una storia lascia dietro di sé tutta una scia di contatti, conoscenze, esperienze e ricordi difficili da annientare.
Le cene da tua mamma, la nostra prima canna La carbonara a Londra quando ci han messo la panna I tuoi occhi, i tuoi nei, che non sono più i miei Ma alla fine ti giuro che lo rifarei Che lo rifarei
L’amore tra due persone spesso coinvolge anche gli amici e le famiglie.
Mia mamma e la tua fanno ancora Zumba insieme E a volte forse parlano un po’ male di noi
Ridere è orecchiabile e piacevole e ci ricorda che la fine di una relazione non deve essere per forza tragica, ma può avere un gusto dolceamaro.
Non sei tu- Gazzelle
Gazzelle è probabilmente il cantautore indie più prolifico in tema di relazioni finite. In Non sei tu il protagonista scopre che portarsi a letto un’altra donna non serve a far passare il dolore, anzi potrebbe avere l’effetto controproducente di acuirlo.
I giorni passano, passano, passano E tu non torni qui E ho visto un sacco di, un sacco di lunedì Venirmi sotto, le mani addosso, il naso rotto E la voglia di, voglia di, voglia di Voglia di drink e di venerdì Per non vederti più dentro gli occhi blu Di una sconosciuta dentro al letto mio che non sei tu Che non sei tu
Lontana da me – Coez
In Lontana da me il protagonista non ha informazioni sulla sua ex, che evidentemente ha lasciato la città per nuovi lidi. Lui si chiede se lei ha sempre le stesse abitudini, come quella di fumare le camel blu e si interroga sulle informazioni che gli amici comuni possono averle passato su di lui.
Dimmi di me che ti dicono
Tu mi conosci ed è ridicolo
Continuo come sempre in bilico
E non mi lego a niente, libero
E non lo so dove sei, se da te piove forte come qua
Il protagonista di Buon appetito è intimamente amareggiato, tanto da non voler sapere più niente della sua ex. Vorrebbe perfino dimenticarsi del suo indirizzo di casa.
L’uomo cerca di convincersi di aver superato la delusione della fine della relazione, in una sorta di training autogeno, ma è evidente che ci crede pochissimo:
Sapessi che felicità mi dà
l’idea di non vederti più,
l’idea di non fidarmi più
qualsiasi cosa mi dirai.
La mia ultima storia – Aiello
La mia ultima storia è un brano sia malinconico sia arrabbiato. Nella prima parte il protagonista è affranto nel romantico ricordo degli occhi verdi della sua ex che ricordano la foresta Amazzonica. Il dolore lascia però presto spazio alle aspre recriminazioni.
Mi devi Parigi, l’ultima neve in città Mi devi le pizze che ho lasciato a metà Mi devi Parigi, l’ultima neve in città Mi devi le pizze che ho lasciato a metà Mi devi il sorriso spento di fronte al mare Mi devi le notti passate a soffocare Mi devi i risvegli senza la musica La colazione solo di domenica E tutte le ragazze che non ho vissuto Che solo su di te mi sarei abbattuto
Valeria de Bari
Se avete ancora voglia di ascoltare canzoni dedicate all’ex ecco una playlist di Gazzelle.
Attenzione! Ho scritto nel titolo dell’articolo uno dei film più “brutti” e non più “terrificante” di sempre, visto che era un po’ quello che mi aspettavo. Parliamoci chiaro, ogni volta che si va al cinema o si cerca un film horror (almeno per gli amanti del genere, che potranno capire di cosa sto parlando), si spera di rimanere “traumatizzati” dalla paura, o dal terrore del film che si è scelto di vedere.
Ecco: in questo caso, scordatevi la faccenda, non se ne parla. Un film moscio, dall’inizio alla fine, inutile è l’aggettivo che lo descrive perfettamente. Si tratta di una vera e propria perdita di tempo, quindi risparmiatevi i vostri preziosi minuti e non vedetelo.
Per la prima volta mi sento di non consigliare un film. In tanti anni che scrivo, credo che sia una delle mie primissime volte in cui critico negativamente un’opera artistica, ma in questo caso mi viene proprio da dire che “The Turning” sia un flop colossale.
Non è solo il modo in cui è visivamente narrato a non piacermi, ma anche la trama. Appena terminato il film pensavo di essermi trovata di fronte una di quelle pellicole psichedeliche, incomprensibili, che lasciano sempre nello spettatore un margine di interrogativo su come davvero finisca la vicenda: il problema in questo caso è che non si comprende neanche l’inizio del film.
Manca tutto, manca una scrittura decente, manca una trama, non dico avvincente, ma non vi è una storia da raccontare. Non si comprende per quale motivo sia stato girato il film.
The Turning, il cast
Devo aggiungere, però, che il cast di attori non è per niente male. Il protagonista è uno dei “bambini” del film IT e della fortunata serie Stranger Things: Finn Wolfhard. Proprio lui interpreta uno dei due orfani intrappolati in casa con una giovane governante: cosa che avrebbe dovuto far paura a qualcuno, mentre a far paura è solo il fatto che vengano prodotti questo genere di film.
Le altre attrici, che mi piacciono tantissimo nella loro interpretazione, sono: Mackenzie Davis,Brooklynn Prince e Joely Richardson.
Il trailer
The Turning, la spiegazione del fallimento
Ora sono costretta a fare un accostamento, che mai avrei voluto fare nella vita, ma purtroppo devo dirvi che il film si basa (anche se non è assolutamente vero, ve lo garantisco, perchè non ha niente a che vedere) su un riadattamento storico, rivisitato in chiave del tutto moderna: il racconto di fantasmi “Il giro di vite“ di Henry James.
No, ragazzi, scordatevelo, non ritroverete niente del genere in questo che, non riesco neanche a definire un film, perché è veramente un continuo aspettare che succeda qualcosa, quando invece non accade proprio nulla.
Il capolavoro non può essere accostato a questa finzioncina penosa.
La domanda che mi sorge in modo del tutto spontaneo è: se non siete in grado di accostarvi a un genere così complesso e al tempo stesso semplice come l’horror, che lo fate a fare? Perché rischiare?
Il titolo prometteva così bene: “The turning – La casa del male” e l’unico male che potete fare a voi stessi, credetemi, è scegliere di vedere questo film, quando potreste impiegare 94 minuti del vostro tempo in modo diverso. Super-bocciato.
In attesa di un film da brivido, spero che possiate leggere presto una mia recensione “da urlo”.
SCHEDA TECNICA:
Titolo originale: The Turning Data di uscita: 29 Ottobre 2020 (Italia, Streaming) Genere: Horror , Drammatico Anno: 2020 Regia: Floria Sigismondi Attori: Mackenzie Davis, Finn Wolfhard, Brooklynn Prince, Barbara Marten, Mark Huberman, Niall Greig Fulton, Denna Thomsen, Kim Adis, Karen Egan, Joely Richardson, Darlene Garr Paese: USA Durata: 94 Min Distribuzione: 01 Distribution
Non ricordo un tempo in cui non sia stato affascinato dall’arte del tatuaggio. I tatuaggi sono un simbolo di libertà ed espressione personale, oltre che una delle poche cose nella vita che possiamo possedere davvero senza correre il rischio di vedercele portare via. Rappresentano percorsi di vita, pensieri e idee, oltre a essere istantanee di momenti precisi nel tempo. Ho molti tatuaggi e ciascuno di essi ha la sua storia: anche se questa storia consiste solo in un po’ di tempo libero con un artista compiacente a portata di mano.
Inizia così Il grande dizionario dei tatuaggi, libro scritto da Trent Aitken-Smith – giornalista inglese che attualmente lavora come editor alla rivista «Tattoo Master» – e disponibile in Italia da novembre 2020 grazie a Newton Compton Editori.
Il grande dizionario dei tatuaggi, la recensione
I tatuaggi sono delle rappresentazioni grafiche ricche di simbolismo, senso e significato. Essi raccontano una storia.
Dalle bussole ai teschi messicani, dalle chiese ai mandala, l’essere umano ha usato i tatuaggi come mezzo di comunicazione in tutte le culture e in tutte le epoche. Trent Aitken-Smith, in questo libro, ci rivela il significato e le origini delle raffigurazioni più popolari di tutti i tempi.
Il dizionario, con la sua raccolta di più di duecento simboli, rappresenta per il lettore un viaggio appassionante, elettrizzante e travolgente nel simbolismo dei tatuaggi.
Scopriamo, ad esempio, che il tatuaggio più piccolo della storia è il punto d’amore le cui origini risalgono all’epoca Edo. In Giappone gli amanti che non potevano manifestare pubblicamente il loro amore, come gli omosessuali, si facevano tatuare un puntino tra il pollice e la base del polso. Così facendo quando si stringevano la mano il polpastrello del pollice trovava posto accanto a quel punto tatuato.
Apprendiamo che il criminale che voleva mostrare agli altri membri della gang di aver commesso un omicidio sfoggiava una lacrima; che i gruppi neonazisti usano il numero 1488 che fa riferimento alle quattordici parole della loro dichiarazione ideologica e all’ottava lettera dell’alfabeto (la H) raddoppiata per indicare “Heil Hitler”; che il fiore di ciliegio, per la sua brevissima vita (sboccia e cade) ci ricorda di vivere il presente.
Il grande dizionario dei tatuaggi non è solo un viaggio nel mondo del tattoo, ma anche nelle culture occidentali e orientali, passate e presenti. Si tratta di libro consigliato non solo agli appassionati dell’arte dell’inchiostro, ma anche agli amanti delle curiosità storiche, sociali e culturali.
La lettura è invece fortemente sconsigliata a chi “ha l’inchiostro facile”, perché induce fortemente in tentazione.
The Wall, l’undicesimo album in studio dei Pink Floyd, compare per la prima volta nei negozi di dischi il 30 novembre del 1979.
La copertina è iconica: una serie di mattoni bianchi contornati di nero sui quali sono scritti il nome della band e il titolo dell’album. Una grafica semplicissima per un album che avrebbe fatto storia.
The Wall: la storia
Quella di The wall è una storia che va oltre un semplice disco. È un racconto fatto di frustrazione, litigi, alienazione, creatività e bancarotta finanziaria.
Nel 1978 i Pink Floyd scoprono infatti di essere totalmente in rosso. Hanno affidato i propri soldi a Andrew Oscar Warburg che ha fatto, per loro conto, degli investimenti sbagliati.
Nel novembre del 1978 la band si riunisce quindi in studio. A Roger Waters, la mente della band, viene un’idea che si scoprirà essere vincente: erigere un muro tra band e pubblico. Come mai? Nel corso di un concerto a Montreal, durante il tour In the flesh, Waters, esasperato da uno spettatore ubriaco, gli sputò addosso.
Dopo quel gesto la band inizia a fare delle riflessioni sulla possibilità di “distaccare” pubblico e artisti.
I Pink Floyd compongono quindi ben 26 canzoni che faranno parte di un concept album: la storia è quella di una popstar che impazzisce vivendo gli incubi del nazismo.
TRACK LISTING
Disco 1
Lato A
In the Flesh?
The Thin Ice
Another Brick in the Wall Part 1
The Happiest Days of Our Lives
Another Brick in the Wall Part 2
Mother
Lato B
Goodbye Blue Sky
Empty Spaces
Young Lust
One of My Turns
Don’t Leave Me Now
Another Brick in the Wall Part 3
Goodbye Cruel World
Disco 2
Lato A
Hey You
Is There Anybody Out There?
Nobody Home
Vera
Bring the Boys Back Home
Comfortably Numb
Lato B
The Show Must Go On
In the Flesh
Run Like Hell
Waiting for the Worms
Stop
The Trial
Outside the Wall
Nell’album The Wall i Pink Floyd inseriscono anche brani capolavoro come Another brick in the walle Comfortably numb.
La band promuove il doppio disco in una serie di concerti in cui viene eretto l’ormai celeberrimo muro di polistirolo costruito durante lo show e abbattuto alla fine della performance.
Il 21 luglio 1990 i Pink Floyd si esibiscono a Berlino nell’area di Potsdamer Platz in una versione live di The Wall per celebrare la caduta del Muro.
Con 17,7 milioni di copie vendute certificate e 30 milioni stimate,The Wall è il secondo doppio album più venduto di tutti i tempi e si colloca all’ ottantasettesimo posto nella classifica dei migliori album della rivista Rolling Stone.