Per gli amanti della Ferrante una bella notizia: La vita bugiarda degli adulti diventa una serie tv!
A dichiararlo è Netflix in collaborazione con Fandango, a meno di 6 mesi dall’uscita dell’ultimo romanzo di Elena Ferrante. La vita bugiarda degli adulti sarà una serie tv.
Poche settimane fa ci eravamo espressi in modo assolutamente favorevole sulla nuova uscita della scrittrice de L’Amica Geniale. Avete perso la recensione dell’ultimo libro di Elena Ferrante? Nessun problema, ecco il link all’articolo:
La dichiarazione di Felipe Tewes, Director of Local Language Original Series Netflix:
“Siamo incredibilmente onorati di poter sviluppare una serie basata su La vita bugiarda degli adulti. I libri di Elena Ferrante hanno ispirato e affascinato i lettori in Italia e nel mondo, e siamo entusiasti di portare la sua ultima opera sugli schermi del nostro pubblico globale. Siamo inoltre felici di proseguire la nostra collaborazione con Fandango e di continuare a investire in storie “made in Italy” uniche che crediamo possano essere apprezzate in Italia e in tutto il mondo”.
Elena Ferrante, nell’ultimo libro tratta di una realtà molto complessa e, come sempre, decisamente vicina ad ognuno di noi. Domenico Procacci, fondatore di Fandango afferma:
“Sarà una bella avventura e siamo contenti di affrontarla con Netflix, con cui abbiamo ormai un rapporto forte e consolidato”.
La vita bugiarda degli adulti di Elena Ferrante si preannuncia essere un altro capolavoro che supera i limiti della carta e tocca più media. Dalla carta allo schermo. Solo un dubbio ci assale: sarà in grado di soddisfare le alte aspettative del pubblico?
Per quanto ci riguarda, non vediamo l’ora di toglierci questa curiosità!
Sei donne, sei storie importanti raccontate da voci di donne che sono diventate mito.
Una grande donna che parla di donne straordinarie, personalità che hanno segnato pezzi importanti della nostra storia e sono diventate veri e propri miti. La narratrice in questione è l’attrice e scrittrice Isabel Russinova che in Reinas. Storie di Grandi Donne, il suo nuovo romanzo edito da Armando Curcio Editore, racconta di sei celebri figure mitologiche, regine di forza e sentimenti vissute in tempi diversi ma con storie ugualmente straordinarie.
Nota attrice di televisione, cinema e teatro, Isabel Russinova da tempo studia e ricerca le figure di donna nel cammino del mondo per non dimenticarle, lavoro culminato in questa raccolta di racconti che affascina in ogni sua pagina. Seguendo le fila della sua carriera teatrale, la Russinova struttura il suo lavoro come un’opera teatrale, scandendo il tutto in sei episodi e dando vita a veri e propri atti unici, a cui il lettore assiste come se si trovasse comodamente seduto di fronte ad un palcoscenico.
L’autrice sceglie di raccontare di sei donne, come Berenice, figlia di Erode Il Grande, principessa giudea che ha cercato di pacificare romani ed ebrei; Galla Placidia, imperatrice romana rapita da Alarico, che amò Ataulfo e volle unire barbari e romani sotto lo stesso credo cristiano; Pentesilea, regina guerriera delle amazzoni, che combatté gli uomini per combattere le guerre; Tanaquilla, nobile etrusca sposa di Lucumone, che diventerà Tarquinio re di Roma. Poi, ci racconta di storie più recenti, quella di Rosina Crocco, “briganta”, una delle protagoniste del grande movimento femminile del nostro sud nell’800, ed Agatha, prima presidente donna della Repubblica di Malta e dell’Europa del 900.
Con Reinas, assistiamo a storie di donne completamente diverse tra loro, con un background lontano ma con la stessa forza e voglia di raggiungere i propri obiettivi per il bene comune, anche se sulla loro strada troveranno mille difficoltà. Isabel Russinova, con una scrittura delicata e molto teatrale, dona a tutte noi donne degli esempi di determinazione, dolcezza, intelligenza e resistenza che ci incoraggiano ad essere sempre orgogliose di ciò che facciamo e ci aiutano a resistere nonostante i tanti ostacoli della vita. Un vero e proprio omaggio alla figura femminile, realizzato con la sensibilità e il garbo che solo una donna può avere.
Ci sono esperienze che finiscono, ma che non si possono cancellare. Ricordi indelebili che lasciano un segno nelle persone che siamo, in quello che facciamo.
CulturaMente è una di queste esperienze. Sta per finire dopo sette anni di spaccio di cultura irrefrenabile e quotidiano, quasi cinquemila articoli pubblicati, oltre cinquanta penne cambiate nel corso degli anni, sparse in tutta Italia.
Questa chiusura non è un fallimento.
Potrei sottolineare come la cultura non viene aiutata nella sua diffusione e promozione con modelli di business adeguati, potrei menzionare il fatto che l’informazione cavalca il clickbait e surfa sulla banalità dei titoli sensazionalistici, potrei anche dire che in America i giornalisti guadagnano con Substack per le sottoscrizioni degli utenti alla propria newsletter. Potrei aggiungere, infine, che il Covid19 ci ha tolto tanto: spettacolo dal vivo in primis, il nostro cavallo di battaglia, ma anche la possibilità di incontrarci e stare vicini, specialmente con la redazione su Roma.
Potrei dire, insomma, che la colpa di questa chiusura risiede altrove. Ma la verità è che portare avanti un progetto che quantomeno si autofinanzi serve tempo e di fatto chi fa un altro mestiere di tempo ne ha poco. A vent’anni si hanno senza dubbio meno responsabilità che a trenta. Più tempo per gestire la stampa, per manutenere il sito, garantire la qualità delle pubblicazioni, formare gli spacciatori di domani.
CulturaMente chiude all’apice della sua vita per non morire come un sito trascurato tecnicamente, perché l’esperienza dei lettori è una promessa da mantenere sempre. Ma la tecnica costa caro.
CulturaMente chiude anche perché l’unico modo per vivere sarebbe pubblicare meno, generare meno traffico per costare meno a chi lo gestisce. Ma il claim parla chiaro: la dose di cultura è quotidiana, non mensile.
Avrei potuto vendere, avrei potuto spegnere tutto. Ma ho deciso che quella di CulturaMente è un’eredità di tutti, libera e indipendente, che resterà online come archivio gratuito fino a quando sarà possibile. Un regalo a tutti i navigatori del web, un abbraccio culturale da parte della redazione.
Seneca me lo raccontò quando ero solo diciottenne, durante l’esame di maturità: “Io ho quel che ho donato” era il titolo della versione di latino, la mia seconda prova. All’epoca non avevo capito né la traduzione della frase né tanto meno il suo significato, oggi posso dire di averlo reso una mia massima.
Non sono stati anni facili.
Gestire tutto fuori dall’orario lavorativo è stato davvero complesso, ma quello che ho donato a CulturaMente, CulturaMente me lo ha restituito. Ho conosciuto tante persone (tra cui anche il mio compagno) grazie al sito, sono cresciuta come figura professionale (a ogni colloquio CulturaMente incuriosiva tutti), ho imparato davvero tanto sul mondo della cultura grazie alle redattrici e ai redattori che hanno contribuito a questo progetto.
In tempi non sospetti qualcuno mi disse:
Nessuno scriverà mai di cultura.
Noi siamo stati qui per provare il contrario.
Ma soprattutto abbiamo dimostrato come sia possibile collaborare con teatri, produzioni cinematografiche, piattaforme in streaming, musicisti, scrittori, case editrici sia grandi che piccole.
Lo abbiamo fatto divertendoci. Lo abbiamo fatto seriamente.
Per dirla con le parole degli spacciatori di cultura, CulturaMente è stata un’isola felice delle nostre vite (seppur a volte INSONNE), “il più bel posto di lavoro”, un trampolino di lancio nel mondo del lavoro, la resurrezione di una parte di noi stessi, una botta di autostima, una piccola famiglia, lo scambio costante tra gente interessante e bella, ma soprattutto…
un tratto bello della vita percorso insieme.
Grazie per questi sette anni di overdose di cultura.
Meglio il libro o meglio il film? È preferibile leggere prima il libro o, invece, guardare direttamente il film da cui è tratto? Domande esistenziali che da sempre dilaniano le anime turbate di indomiti bibliofili e irrecuperabili cinefili.
Personalmente più di una volta sono stato attraversato da questi laceranti dubbi, mi è successo con Il nome della rosa, vidi prima il film e poi lessi il libro e fui egualmente estasiato. Con Quel che resta del giorno, invece, feci l’esatto contrario, convenzionalmente lessi prima il libro di Ishiguro e, poi, guardai la bellissima trasposizione cinematografica di Ivory. Con Il Postino tornai all’eterodossia e vidi prima il film, che adorai, al contrario del libro da cui era tratto, che, diversamente della pellicola che eternò il genio di Troisi, mi lasciò piuttosto deluso.
Questo insondabile dilemma si è recentemente riproposto quando in un subitaneo passaggio agostano in una libreria del centro ho visto su uno scaffale in bella mostra L’esorcistadi William Peter Blatty, il romanzo da cui è tratto uno dei più belli e indimenticabili film horror di tutti i tempi: L’esorcistadi William Friedkin.
Il dubbio al cospetto di quell’iconica copertina (in cui un personaggio interamente colorato di nero si staglia, di spalle, su uno sfondo totalmente bianco, eccezion fatta per il titolo, rigorosamente in rosso che contrasta con il colore del nero del nome dell’autore) è durato il tempo di un fugace pensiero e, poi, quel libro è stato mio.
Già in metro sono stato preso dall’inarrestabile demone della lettura, fino all’epilogo inevitabile.
La trama
La trama di questo romanzo, che fin da subito scatenò nella critica e nel pubblico reazioni contrastanti, comprese fra lo scandalo assoluto, specie per descrizioni talvolta piuttosto forti e il visibilio totale, è piuttosto nota.
Regan, un’adolescente di 12 anni che vive con la madre, la famosa attrice Chris MacNeil, poco dopo l’arrivo nella nuova casa nell’elegante quartiere di Georgetown, nella capitale Washington, inizia a manifestare strani sintomi fisici e psichici.
Repentini cambi di personalità, coprolalia, irrefrenabili appetiti sessuali, pressoché ignoti normalmente in una ragazzina di quell’età ma anche inaudita violenza, multilinguismo, dolori lancinanti e reazioni fisiche incontrollabili.
Un quadro decisamente allarmante che non può essere spiegato con la recente separazione di Chris dal marito che ha privato Regan dell’amata figura paterna come qualcuno ingenuamente suggerisce alla madre. L’aggravamento della sintomatologia e il palesarsi di atteggiamenti al limite dell’umana realtà convincono Chris a rivolgersi a degli specialisti, nonostante la sua inveterata ritrosia verso il mondo della medicina, legata a una tragedia familiare ancora non del tutto metabolizzata.
Regan viene visitata da cima a fondo da più di un medico, autorevoli e stimati professionisti che alla fine dei loro scrupolosi consulti brancolano nel buio. Quei sintomi che affliggono Regan, mettendo a rischio la sua stessa vita, sono del tutto inspiegabili, le varie ipotesi formulate cadono miseramente, affogando nel buio mare dell’incertezza, dove ogni teoria può sembrare allo smarrito naufrago un’inafferrabile boa.
Alla fine la scienza deve abdicare inesorabilmente alla religione, in una sorta di irrazionale, storica contesa che prevede solo un’indecorosa resa, scandita dalle icastiche parole di uno dei luminari chiamati al capezzale della povera ragazzina:
«Ha mai sentito parlare di esorcismi, signora MacNeil?»
La spiegazione dello stato di Regan, quindi, non sarebbe riconducibile a una forma grave di isteria, come inizialmente tenacemente sostenuto ma, forse, a un’oscura possessione, alla presenza di un qualcosa di irragionevolmente inspiegabile che sta devastando la piccola Regan.
Quella sommessa domanda sulle prime lascia sbigottita Chris ma allo stupore iniziale subentra rapidamente il desiderio di attaccarsi a quella flebile ancora, a quella luce fioca che illumina la strada della pura irrazionalità. Chris è pronta a tutto, anche a sfidare l’insondabile pur di salvare la vita a sua figlia.
Le risposte che tenacemente aveva sperato di trovare in quella scienza che pure l’aveva già delusa, oltraggiata, ora, al contrario, le scova in un libro sulla possessione, un testo prestatole da una sua amica, Mary Jo Perry.
Chris lo sfoglia a caso e rapita legge:
«Nell’arcipelago Malay, dove i casi di possessione sono ancora all’ordine del giorno, o perlomeno molto comuni, lo spirito, quasi sempre quello di un defunto, una volta preso possesso di un individuo lo induce ad assumere la sua mimica, la sua voce, le sue movenze. Ciò accade in maniera così sorprendente che molto spesso gli stessi parenti del defunto si lasciano convincere fino al pianto.»
È possibile che Regan, la sua dolce bambina, così sensibile e premurosa, sia posseduta da un demone capace di farle pronunciare parole indicibili, di farle spostare con la sola forza della mente ogni tipo di oggetto, anche pesantissimo e forse anche farle uccidere qualcuno?
Probabile, specie se la scienza non è capace di dare alla condizione della bambina una spiegazione plausibile, un’adeguata e soprattutto un’efficace cura.
Così le granitiche certezze mediche svaniscono alla luce di ancestrali credenze allignate in un passato fatto di demoni, di una babele linguistica, di spasmi incontrollabili, di forza disumana, di capacità paranormali e di primordiali riti apotropaici.
Non resta che attraversare il confine dell’irrazionale ed entrare di soppiatto nel mondo del paranormale, ambito in cui la stessa Chiesa cattolica fatica da tempo a muoversi.
Ma non rimane altro per una madre disperata che sta vedendo la propria figlia lentamente morire fra dolori terribili, dilaniata da forze mostruose.
Per praticare un esorcismo, però, occorre un sacerdote e Chris lo trova in padre Damien Karras, gesuita e psichiatra, insegnante all’Università, intimamente lacerato da una fede che vacilla e dai sensi di colpa per la recente morte della madre.
Karras accetta di vedere Regan ma lo fa più da uomo di scienza che di fede.
Per lui lo stato della ragazzina, seppur molto singolare, non può che avere un’eziologia razionale, una spiegazione che alberghi nei sicuri recinti della scienza ma anche lui, al pari dei suoi colleghi medici, deve capitolare al cospetto di Pazuzu, il demone narrato nei libri di mitologia babilonese, il re degli spiriti malvagi dell’aria.
L’esorcismo, un rito che solo la Chiesa Cattolica pratica ancora, seppur con parsimonia e massima discrezione, rappresenta anche per l’inizialmente scettico Karras, l’extrema ratio per tentare di salvare la vita a Regan.
Ma prima di agire, prima di varcare il confine e accedere nel mondo del paranormale, bisogna avvisare il vescovo locale e ottenere il placet. Solo dopo si potrà iniziare ma per praticare un esorcismo serve un esperto, un esorcista vero, uno che abbia dimestichezza con quelle pratiche ataviche, che si perdono nella notte dei tempi, riti che, come lo stesso Gesù spiegò agli attoniti discepoli, per essere efficaci devono prevedere da parte di chi li fa un’assoluta convinzione, un’incrollabile fede.
Quell’uomo arriva da lontano, scende da un taxi e si ferma davanti all’abitazione di Chris MacNeil.
È un uomo alto, anziano, con indosso un impermeabile nero, un cappello dello stesso colore e una valigia logora, figlia di tante infinite battaglie, da cui quell’uomo non si stacca mai.
Davanti alla porta di casa Mac Neil c’è padre Lankester Merrin, per molti un noto archeologo, per pochi un esorcista, per Chris l’ultima, irrazionale speranza a cui aggrapparsi.
Il resto, ovviamente, non ve lo racconto.
Cosa avvenga nella stanza di Regan, pervasa da un insopportabile tanfo e dove un gelo innaturale penetra da ogni spiraglio vanificando l’azione energica di volenterosi caloriferi, dovete scoprirlo leggendo un romanzo bellissimo, in cui la singolare trama, ispirata a una storia vera accaduta nel 1949 a Cottage City nel Maryland di cui Blatty venne a conoscenza quando studiava presso l’Università di Georgetown, si intreccia con una narrazione incalzante, fatta di descrizioni forti e dialoghi serrati fra l’eclettico demone e i suoi temerari avversari.
Così, a proposito del suo più celebre romanzo, frutto di una lunga e accurata ricerca sull’insolito argomento, l’autore, originario di New York, si espresse:
«Penso che il mio inconscio, una volta accumulato tutto il materiale e la fatica necessari, abbia creato la maggior parte della trama, elargendola poco alla volta delle porzioni alla mia coscienza razionale.»
L’esorcista di William Peter Blatty, che nel 1973 si trasformò in una pellicola leggendaria con le indimenticabili prove di Linda Blair, nella parte di Regan e di Max Von Sydow, in quella di padre Merrin, è una lettura che vi lascerà esterrefatti, un libro la cui lettura, come ha scritto Edoardo Nesi equivale «a trovarsi a tu per tu con il Male.»
Non resta che leggerlo per scoprire che il vero obiettivo del demone non è la sua stessa vittima, ma, come sussurrato da uno sfinito padre Merrin a uno sconvolto Karras, quello di «farci perdere la speranza, farci rinnegare la nostra umanità, farci vedere la nostra stessa bestialità, la nostra natura abietta, putrescente, priva di dignità, orribile, malvagia, insignificante.»
Dopo essere rimasta incantata dalla serie tv di House of the Dragon, ho deciso di cimentarmi nella lettura di Fuoco e sangue, il libro di George R.R. Martin da cui è partito tutto. Di lui non ho mai letto nulla nonostante io sia stata una grandissima fan del Trono di spade. Era ora di rimediare e di scoprire un nome che tanto ha dato al genere fantasy.
La lettura mi ha completamente conquistata. Avevo proposto di leggere solo le pagine riguardanti la Danza del Drago, ma non ci sono riuscita. Ho cominciato dall’inizio e non sono più stata in grado di interrompere. Arrivata alla fine (anche se si tratta solo di una prima parte, chissà se e quando vedremo il secondo volume), posso solo dire che trovo illuminante il punto di vista in cui Martin ha scelto di raccontare la storia dei Targaryen. È una scelta semplicissima ma talmente efficace da rendere il libro unico nel suo genere. Parlando in termini di Postumi, qui siamo davanti a un tradizionalissimo vino rosso (con i Targaryen può essere solo rosso), ma servito da un sommelier con tanto di calice personalizzato e originale.
La trama di Fuoco e sangue
All’interno di questo voluminoso libro di ben 707 pagine è raccontato il primo secolo di dominazione dei Targaryen su Westeros. Si va dalla conquista di Aegon, Visenya e Rhaenys all’inizio del regno di Aegon III, passando per re crudeli (Maegor Il Crudele), re longevi e pacifici (Jaehaerys Il Conciliatore) e guerre civili.
Chi ha letto o visto il Trono di spade conosce la famiglia tramite il personaggio di Daenerys, i suoi fratelli e tutto ciò che i vari personaggi dicono a questo proposito. Si sa che si tratta di una casata potente formata da uomini e donne valorosi/e in grado di cavalcare i draghi. Il legame con queste bestie meravigliose e terribili aveva permesso ai Targaryen di impossessarsi dei Sette Regni sconfiggendo gli altri lord del luogo. Tuttavia, il sangue dei draghi sembra portare con sé anche una maledizione. Si ripete spesso che ogni volta che un Targaryen viene al mondo gli dei lanciano una moneta per vedere se uscirà fuori una persona buona o una folle. Con Daenerys e i fratelli abbiamo avuto modo di vederlo, ma solo un resoconto dettagliato e puntuale di tutte le vicende storiche della famiglia poteva spiegarci meglio tutto quello che fino ad ora abbiamo solo immaginato.
Fuoco e sangue vuole essere una cronaca precisa e dettagliata della storia della famiglia, mettendone in luce le glorie e le debolezze che hanno caratterizzato le sue sorti altalenanti.
Un manoscritto di Westeros
Data la grande mole di eventi da raccontare – stiamo parlando di più di due secoli e mezzo di stirpe -, Martin non avrebbe potuto sviluppare un romanzo simile al Trono di spade. Sarebbe stata un’opera mastodontica che, conoscendo i suoi tempi di scrittura, non avrebbe mai visto la luce. Inoltre, non avrebbe avuto niente di particolare o di diverso da qualsiasi altro libro da lui scritto. Il colpo di genio è stato scegliere di raccontare questi eventi come se si trattasse di un’opera storica tramandata attraverso un manoscritto e scritta a partire dalla lettura di molteplici fonti.
Martin adotta un procedimento simile a quello scelto da Manzoni nei Promessi sposi: finge di essere uno che trascrive una storia parlandoci anche delle difficoltà nel reperire informazioni attendibili o dimostrabili. Per raccontare della Danza dei Draghi, ad esempio, il narratore ci dà informazioni sulle varie fonti da cui ha attinto dandoci anche i nomi degli autori e i titoli delle opere. Si serve delle testimonianze dei maestri e anche del resoconto piccante e oltremodo violento del buffone di corte Fungo riportandoci i diversi punti di vista ed esprimendo opinioni personali su ciò che bisognerebbe considerare vero e cosa no.
Ad un certo punto del volume, si parla anche della difficoltà nel ritrovare la versione originale dei manoscritti visto che, copia dopo copia, la maggior parte è stata compromessa.
“Nel corso degli anni e dei secoli, man mano che il libro veniva copiato e ricopiato, vi si insinuarono molte modifiche e correzioni. I maestri che lavorano alla cittadella come copisti sono rigorosamente addestrati a riprodurre l’originale parola per parola, ma pochi scribi laici sono altrettanto disciplinati”.
“Fuoco e sangue” di G. R. R. Martin
I filologi ameranno particolarmente questo passo che altro non fa se non riprendere la storia del nostro Medioevo.
Questo espediente narrativo è ciò che dona originalità al libro e colloca Martin di buon diritto tra gli scrittori e le scrittrici più importanti dell’età contemporanea. L‘autore ha avuto il merito di incrociare il fantasy tolkeniano con i gusti del pubblico moderno. Le sue storie sono epiche, come Il Signore degli Anelli, ma anche piene di realismo. Si nutrono tanto del nostro passato quanto dei miti e delle leggende. È riuscito a creare un universo alternativo proprio come quello di Hogwarts e della Terra di Mezzo che sembra vivere di vita propria. Tutti i volumi illustrati, le cartine e le storie di contorno lo dimostrano.
I personaggi
Una narrazione storica di questo tipo lascia da parte l’approfondimento psicologico dei personaggi di cui si parla. I monarca che si succedono sul trono di spade vengono raccontati attraverso quanto si è raccontato di loro, per aneddoti e, soprattutto, tramite le loro azioni.
C’è da dire che è difficile entrare in empatia con gli uomini e con le donne che vengono presentati. Se seguendo la serie House of the Dragon è piuttosto semplice farsi stare simpatici o antipatici i vari personaggi, nel libro è diverso. Tuttavia, questo non rende la vicenda meno appassionante, né manca l’interesse nei confronti di quello che succede. Credo che la grandezza del libro sia anche questa: non ti appassioni ai personaggi (su cui è costruita una buona parte della narrativa contemporanea), ma alle dinamiche della famiglia, a quanto succede. D’altra parte, la protagonista è proprio la casata dei Targaryen e la sua maledizione.
Lo stile
Martin sa scrivere e sa farlo bene. Non solo ha individuato la giusta chiave per raccontare la storia di questa famiglia, ma è riuscito anche a rendere avvincente un testo di 707 pagine. L’autore gioca con la sospensione del racconto, con le anticipazioni, con i rimandi al passato e anche con i modi di dire popolari. Lo stile è scorrevole, dinamico e non mancano le espressioni più liriche e più letterarie. Mi è capitato di notare anche dei rimandi al mondo dell’epica classica ad esempio quando vengono elencati tutti i draghi presenti al momento dello scoppio della guerra tra Rhaenyra e Aegon II. Questo catalogo dei draghi mi ha ricordato quello delle navi presente nell’Iliade.
L’autore è anche particolarmente generoso con i suoi lettori e le sue lettrici poiché non dà mai nulla per scontato e non pretende sforzi di memoria. Consapevole che non è semplice orientarsi nella parentela dei Targaryen e che i personaggi sono tanti e i nomi pochi, ripete spesso delle informazioni anche in maniera sintetica.
Chi dovrebbe leggere Fuoco e sangue
Chiunque ami i libri fantasy non può non prendere in mano Fuoco e sangue di Martin. La storia al suo interno, anche se non canonica, delinea i tratti di un mondo inventato che, a leggerlo, sembra davvero simile al nostro. Se non fosse per i draghi e i racconti di magia, sarebbe difficile non considerarlo come un romanzo storico. Il modo particolarissimo in cui è narrato lo rende perfetto anche per gli e le amanti della lettura. È indicato anche per tutti quelli che non riescono ad aspettare due anni per vedere che cosa succederà tra Aegon e Rhaenyra. Il libro, a differenza della serie, non dà risposte certe sugli avvenimenti, né permette di approfondire motivazioni o desideri dei vari personaggi. Rappresenta un modo del tutto alternativo di raccontare una stessa storia. Proprio per questo, chi ha amato il prodotto televisivo dovrebbe conoscere anche quanto raccontato in queste pagine.
La storia che ci si trova davanti è cupa, crudele, angosciante ma ti cattura e ti fa venire voglia di perderti all’interno delle pagine. Speriamo davvero di poterne leggere il seguito.
Adesso che si è conclusa la prima stagione possiamo affermare con sicurezza che House of the Dragon è una serie che fa onore a Game of Thrones e che, se il livello continuerà a essere tale, si collocherà insieme a lei nell’Olimpo dei migliori prodotti televisivi mai realizzati. Più volte nel corso delle passate recensioni ho elogiato la serie per la scrittura, le interpretazioni e l’atmosfera. Queste ultime due puntate hanno confermato la mia idea e mi hanno lasciata in trepidante attesa per l’uscita della prossima stagione.
Delineare una situazione che precipita
L’ottavo episodio si è concluso con la morte di Viserys. Un evento di cui si parla dall’inizio della prima puntata e che è destinato a cambiare per sempre le dinamiche della storia. Anche chi non ha letto il libro Fuoco e sangue e non sa nulla degli eventi della Danza dei Draghi ha da tempo capito che la successione di Rhaenyra non sarebbe stata semplice. Di conseguenza, la dipartita del re rappresenta ciò che in narratologia prende il nome di “evento scatenante”. È l’azione che ribalta lo status quo, la fine di un equilibrio.
Può sembrare strano che l’inizio della storia sia collocato a due puntate dalla fine. In realtà, tutta la prima stagione può essere considerata una grandissima introduzione alla narrazione che vedremo svilupparsi nei prossimi anni. Un’introduzione che ha il merito di aver saputo creare interesse nei personaggi protagonisti e nell’aver delineato un’atmosfera coinvolgente per quanto cupa e tenebrosa. Il tutto senza dare davvero l’impressione di essere solo un prologo. Gli eventi raccontati, infatti, hanno tutti avuto uno svolgimento lineare e articolato.
Lo confermano gli ultimi due episodi che ancora non parlano di guerra, ma ne raccontano la preparazione. Gli sceneggiatori e le sceneggiatrici si sono presi i loro tempi e hanno deciso di dedicare gli episodi finali ai due schieramenti. Invece di creare un montaggio alternato tra i due luoghi di Westeros – Approdo del Re e Dragonstone – per mostrare cosa avveniva nella parte dei “verdi” e in quella dei “neri”, hanno preferito mostrare prima cosa succede da una parte e poi dall’altra. Una scelta vincente che ha creato negli spettatori e nelle spettatrici ancora più attesa e coinvolgimento. Nella nona puntata, infatti, l’assenza di Rhaenyra si è fatta sentire. Più gli eventi scorrevano e più si sentiva l’urgenza di vedere la principessa sullo schermo, di farle sapere che cosa stava accadendo. E, invece, abbiamo dovuto aspettare una settimana.
Questa scelta risulta anche perfettamente coerente con quanto fatto fino ad ora: per raccontare di come la situazione sia precipitata, si mostrano tutte le gocce che porteranno alla rottura del vaso. Solo così è possibile capire cosa muove questi personaggi e solo così si può dare concretezza e realismo a una grande storia come quella di House of the Dragon.
I verdi: la nona puntata
La nona puntata non è solo quella che mostra come gli Hightower si assicurano l’ascesa di Aegon II, ma è anche quella che porta a compimento (almeno per il momento) il percorso di Alicent. È lei la protagonista indiscussa dell’episodio ed è lei che muove tutte le dinamiche. A differenza di quanto racconta il libro, Alicent ha un motivo più che valido per volere suo figlio sul trono: avendo frainteso gli ultimi vaneggiamenti di Viserys, pensa che il marito abbia avuto un ripensamento sulla successione. Tutto ciò che la regina fa in questo episodio ha una giustificazione profonda che non è legata alle dinamiche di potere (che accecano il padre Otto, invece), ma al senso del dovere. La sua può essere una prospettiva distorta o non piacevole, ma è comunque la sua. Cerca di servire il regno come ha sempre fatto. Tuttavia, cerca una sua indipendenza in tutto questo.
Pur restando fedele ai suoi ideali (quegli stessi che ha urlato in faccia a Rhaenyra quando voleva accecare suo figlio), Alicent ora vuole distaccarsi dalle manipolazioni del padre e agire secondo ciò che è giusto per lei. In questo senso, cerca di fare di tutto per salvare la vita di Rhaenyra, la sua amica d’infanzia. Il confronto conRhaenys (tra le scene più belle dell’episodio) le è sicuramente utile per farle prendere coscienza della sua voce. Di certo il suo percorso di affrancamento dal maschile non è certo semplice visto che i valori tradizionali di Westeros sono fortemente patriarcali. La scena con Larys Piededuro (tra le più disturbanti della puntata) ci racconta proprio questo: non è semplice per una donna rivendicare il suo posto, la sua presenza, la sua personalità anche se si tratta di una regina.
La sequenza finale dell’incoronazione è stata gestita magistralmente a livello registico. Ci sta il colpo di scena finale con la fuga di Rhaenys in groppa a Melys, un po’ meno il mancato “Dracarys”. Con questo semplice ordine, la guerra non sarebbe mai iniziata. È carino che sceneggiatori e sceneggiatrici si siano preoccupati di giustificare questa scelta (chiaramente motivata da esigenze extra-narrative) all’interno della storia facendo dire a Rhaenys che “non spettava a lei iniziare una guerra”. Tuttavia, è una spiegazione un po’ debole: con gli Hightower e gli altri figli di Viserys morti è difficile pensare che sarebbe successa una tragedia. In realtà, ciò che succede si può spiegare attraverso gli sguardi che Rhaenys e Alicent si scambiano: sono entrambi madri e donne. Entrambe sanno che cosa significhi vivere in quella realtà. Ha senso che Rhaenys, una donna che ha dovuto seppellire entrambi i suoi figli, non riesca a uccidere una persona mentre tenta di difendere la propria prole.
I neri: la decima puntata
L’ultima puntata ha in sé tantissimi richiami alle prime puntate. La scena del parto, il confronto tra Daemon e Otto con l’arrivo di Rhaenyra su Syrax, la pagina del libro strappata, il litigio tra Aemond e Lucerys… I minuti scorrono velocemente e si guarda con avidità tutto ciò che succede presagendo il peggio (siamo sempre nel mondo di Martin), ma rimanendo sempre stupefatti/e quando questo si avvera.
Al di là dei singoli rimandi, è chiaro che questa puntata voglia legarsi in maniera forte al penultimo episodio, rappresentandone l’altra faccia della medaglia. Al posto di Alicent abbiamo Rhaenyra. In questi 57 minuti è lei a cercare la sua voce all’interno di un contesto prevalentemente maschile andandosi a scontrare con Daemon, il suo punto di riferimento fino a questo momento. In questa puntata è Rhaenyra a cercare un modo per evitare la guerra nonostante tutti intorno a lei la spronino a iniziarla. Anche Rhaenyra è legata al senso del dovere, in particolare al compito che il padre le ha lasciato rivelandole della profezia della Canzone del Fuoco e del Ghiaccio. In nome di questo, in lei è forte la tentazione di lasciar andare il trono per preservare l’integrità del reame. È qui che entra in rotta di collisione con Daemon che, ancora una volta, si trova a scontrarsi con la mentalità del fratello (per lui segno di debolezza) e con il dolore nel rendersi conto di non essere mai stato preso in seria considerazione da lui. È interessante vedere come Rhaenyra da regina si dimostri molto più simile al padre di quanto non ci saremmo aspettati visto che, a livello di temperamento, ci è sempre sembrata più vicina a Daemon. Chissà come sarà sviluppata la relazione tra questi due personaggi nelle prossime stagioni. Di materiale su cui lavorare ce n’è davvero tanto e sono molte le possibilità.
Che Rhaenyra riesca a essere così lucida anche dopo la straziante esperienza del suo ultimo parto è sicuramente impressionante. Quest’evento non è straziante per lei solo per quello che rappresenta ma anche per quando accade. La principessa ha passato tantissimi anni a prepararsi per la sua ascesa al trono pressata dalla preoccupazione di non essere uomo e dalla sensazione di non avere diritto a reclamare quel titolo. Quando arriva per lei il momento di indossare la corona, il trono le viene usurpato e il parto prematuro le impedisce di partecipare attivamente alle decisioni politiche. Il suo essere donna la tiene bloccata in una stanza mentre suo marito e altri uomini decidono in suo nome. È davvero una situazione terribile per lei, una situazione in cui tante donne possono riconoscersi. La natura femminile legata biologicamente alla maternità è stata spesso il motivo principale di esclusione sociale delle donne. Il ciclo è ciò che “ci rende nervose” e incomprensibili. La possibilità di procreare ci ha assegnato un unico ruolo sociale da cui è difficile affrancarsi per proporre anche delle alternative. Nelle grida di Rhaenyra c’è tutta questa frustrazione.
Vederla incoronata regina da Daemon è sicuramente un momento importante e almeno in minima parte compensativo di tutto ciò che abbiamo visto. Tuttavia, la strada per il trono è ancora lunga.
“L’idea che noi controlliamo in draghi è un’illusione”
Questo decimo episodio è destinato a essere ricordato anche per lo scontro tra i draghi Vaghar e Arrax, il primo che vediamo nella serie (anche se non il primo ad essersi visto a Westeros come sa chi ha letto Fuoco e sangue e come Daemon ci ricorda nella puntata). È stato un momento da brividi, realizzato con grande maestria dal punto di vista visivo. L’inquadratura di Vaghar che sovrasta Arrax nella tempesta e quella del piccolo drago che vola sopra le nuvole verso l’alba sono destinate a rimanere iconiche.
Devo ammettere che nonostante sapessi che cosa sarebbe successo grazie al libro, la sequenza dell’uccisione del drago e di Luke mi ha provocato un grande shock. Ci ho ripensato tanto anche una volta ultimata la visione. Non so se è per la tenerezza che mi suscitava il piccolo drago o per quella provata nei confronti del suo gesto tanto folle quanto difficile da capire. Arrax ha attaccato Vaghar per difendere Luke? Oppure perché infastidito dal fatto di essere stato inseguito dalla bestia? Non lo sapremo mai, visto che è lo stesso Martin a dirci che è “impossibile conoscere il cuore di un drago”.
Una cosa, però, l’abbiamo capita: i draghi non sono servi. Trovo interessante che abbiano voluto dimostrarcelo proprio alla fine della stagione, ricollegandosi a quanto detto da Viserys proprio nella prima puntata. Deve essere chiaro che i Targaryen possono essere cavalcatori di draghi, ma non sono i loro signori e signore assoluti. Queste bestie hanno un loro istinto e una loro volontà e non saranno mai veramente sottomessi a qualcuno.
È stato interessante anche vedere, per la prima volta, la fragilità di Aemond. Il suo sguardo dopo la morte del nipote dice tanto. Anche se è probabile che il suo dispiacere sia legato anche alla consapevolezza delle conseguenze politiche del suo gesto, è bello vederlo privo dell’armatura di arroganza che si è costruito. Ricorda ancora di più Daemon per come lo abbiamo visto durante la stagione.
And now our watch begins (2024)
La Danza dei Draghi è ufficialmente iniziata. Per vederla, però, dovremo aspettare il 2024, data indicata da HBO per il ritorno della seconda stagione. Sarà un’attesa davvero lunga, ma se i livelli delle prossime puntate sarà come quello di queste prime 10, allora ne sarà valsa la pena.
Il Natale è un periodo davvero magico per i bambini.
Nelle città di tutto il mondo già dai primi giorni di dicembre si respira un clima di festa e l’atmosfera è suggestiva: lucine, decorazioni, colori e alberi di Natale concorrono a creare attesa per la sera del 25 dicembre. Tutti i bambini, indistintamente, amano il Natale: a chi non piace ricevere i doni come da tradizione?
La musica gioca il suo ruolo nel contribuire a creare la giusta atmosfera. Fin dall’asilo nido i bambini sono coinvolti in balli e canti natalizi che poi riproporranno davanti agli occhi orgogliosi dei genitori in una manifestazione finale che anticipa la chiusura delle scuole. In questo articolo vi propongo una playlist di canzoni di Natale per bambini da ascoltare in famiglia.
A Natale puoi
Questa canzone nasce in un luglio del 2005 quando l’autore, Francesco Vitaloni, avrebbe dovuto comporre una versione di 30 secondi, quelli canonici per le pubblicità. A Natale puoi, infatti, nasce come colonna sonora dello spot di un panettone, ma tutti oggi la conoscono e riconoscono come un grande classico. La voce è di Alice Vitaloni, la figlia del compositore, che oggi ha superato i venti anni.
Jingle bell rock
Jingle Bell Rock è un noto brano natalizio, inciso e pubblicato originariamente nel 1957 dal cantante statunitense Bobby Helms. Gli autori della canzone sono Joe Beal e Jim Boothe.
Il brano ha raggiunto una grande notorietà divenendo un classico natalizio. Sono tanti gli artisti che hanno inciso la cover di Jingle Bell Rock e io vi propongo la recente versione di Achille Lauro e Annalisa.
A mezzanotte
Elettra Lamborghiniè amata da tutti i bambini, almeno da tutti quelli su cui ho potuto sperimentare l’ascolto delle sue canzoni. La scorsa estate ha conquistato il pubblico dei più piccoli con Caramello, riconfermando di avere molti fan nella fascia dei più giovani. Per queste motivazioni in questa playlist non può mancare A MEZZANOTTE, la sua canzone a tema natalizio con un ritornello che rimane nella testa.
Aggiungi un posto a tavola
Aggiungi un posto a tavola è prima di tutto un musical di produzione italiana in due atti di Garinei e Giovannini, scritto tra il 1973 e il 1974 con Iaia Fiastri e ispirato al romanzo Dopo di me il diluvio di David Forrest. La canzone Aggiungi un posto a tavola estrapolata dal contesto della commedia musicale sembra perfetta nel ricordare l’atmosfera natalizia e quell’abitudine italiana di mangiare in compagnia.
Cos’è
Cos’è e Far Natale di Renato Zero fanno parte della colonna sonora di A Nightmare before Christmas. I brani raccontano la magia, “il profumo di biscotti”, la felicità e le luci: tutti elementi che connotano il clima natalizio.
Far Natale
Facciamo un pupazzo insieme?
Un Natale senza pupazzo di neve è come un’estate senza castello di sabbia, per i bambini. Facciamo un Pupazzo di neve inseme? fa parte della colonna sonora di Frozen.
Jingle bells
Jingle Bells, pubblicata nell’autunno 1857 con il titolo One Horse Open Sleigh, è una delle canzoni natalizie più conosciute, cantate e tradotte al mondo. Il brano è stato scritto da James Lord Pierpont, ma nel corso del tempo è stata coverizzata da numerosi artisti tra cui ricordiamo Louis Armstrong, Frank Sinatra, Luciano Pavarotti.
Feliz Navidad
Feliz Navidad, che tradotta letteralmente significa “Felice Natale” è una canzone scritta e cantata da José Feliciano nel 1970.
Secondo la Sociedad Americana de Compositores, Autores y Editores, la canzone occupa il quindicesimo posto tra le canzoni natalizie più popolari al mondo. Non si stenta a crederci visto il ritmo allegro e orecchiabile.
Imagine
Concludo questa playlist con un brano che parla di pace, perché a Natale tutti ci fermiamo a sperare in un mondo migliore. «Anti-religiosa, anti-nazionalista, anti-convenzionale e anti-capitalista»: così John Lennon definì Imagine.
Scritto in un momento storico caratterizzato da enormi tensioni, il brano rimane sempre attuale, visto che un mondo senza guerre continua tutt’ora a sembrare un’utopia. I bambini sono i cittadini del futuro ed è importante parlargli, anche attraverso le canzoni, affinché possano agire in modo migliore rispetto a chi li ha preceduti.
Prima classificata per la sezione poesia e vincitrice anche del nostro premio della critica “Spacciatori di Cultura”, Gabriella Paci ha decisamente conquistato l’edizione 2021 di EquiLibri, il premio nazionale dedicato alla letteratura italiana edita ideato da Chiara Ricci.
Perché abbiamo scelto “Sfogliando il tempo”
La poetessa – in questo momento di transizione e incertezza per l’umanità – ci regala “mazzi di parole” graditissimi e limpide emozioni per guardare al futuro con delicatezza e speranza. Paci compie l’impresa scegliendo la poesia, uno dei generi più facili per esprimere emozioni e, allo stesso tempo, uno dei più difficili da fruire e condividere in tempi così veloci. “Sfogliando il tempo” vince il premio “Spacciatori di Cultura” per la semplicità con cui rende accessibile il messaggio attraverso il verso, senza mancare di profondità e riflessione.”
La video premiazione
Chi è Gabriella Paci
Docente di materie letterarie in una scuola superiore fino al 2020, Gabriella Paci ora si dedica alla scrittura letteraria, principalmente poetica.
Ha pubblicato quattro sillogi, Sfogliando il tempo è l’ultima: “una rivisitazione del tempo passato, come un album di ricordi, caratterizzati da immagini e sentimenti, legati a luoghi e persone care”.
Da dove nasce la sua ispirazione poetica?
L’ispirazione è nata anche dal voler superare anche il tempo della Pandemia attraverso il ricordo, il rivivere un tempo carico di fatti e di affetti. La mia è una poesia che vuole essere una condivisione e per questo si riferisce – anche nell’espressione metaforica allusiva – alla realtà, che anche se personale, trova una rispondenza universale in quanto è una realtà più o meno vissuta da tutti.
Chi sono e chi sono stati i suoi modelli?
I miei modelli sono stati gli autori classici, Petrarca, Leopardi, ma anche quelli più recenti, come Quasimodo, Montale, Merini, Gatto. Quelli la cui poesia ha formato il mio gusto personale di studente e di docente poi.
La poesia oggi potrebbe essere considerata una Cenerentola letteraria, perché secondo lei?
La poesia, a mio parere, non è un genere dell’immediatezza, né un genere di intrattenimento, ma è una sorta di filosofia che ti obbliga a vedere e a ripensare la vita e al mondo in un modo molto profondo e che necessita di una particolare sensibilità. Non è quindi il cosiddetto genere di consumo.
Fellini anarchico è un breve e affascinante saggio scritto da Goffredo Fofi e pubblicato da Elèuthera nel 2020.
Come si evince dal titolo l’argomento è il cinema di Federico Fellini, nei cui film il critico Fofi cerca (e trova) gli indizi della poetica e delle convinzioni anarchiche del regista.
L’autore non è il primo ad accostare il celebre regista alla dottrina socio politica dell’anarchia.
Il titolo stesso riprende una definizione del critico francese André Bazini che per primo parlò di un “Fellini anarchico” dopo aver visto La strada. Ma già il film d’esordio di Fellini Lo sceicco bianco è stato definito dal critico Callisto Cosulich il primo film anarchico italiano.
Anche lo scrittore Daniel Pennac ha insistito su un Fellini cosciente di essere anarchico. D’altronde in questo fu aiutato dai tre sceneggiatori con cui a lungo lavorò: Ennio Flaiano da un lato e Tonino Guerra e Bernardino Zapponi, dall’altro, da sempre due anarchici dichiarati.
Fofi inizia mettendo in luce la capacità di Federico Fellini di affabulare le masse di intellettuali e di popolo, perché voleva che i suoi film piacessero a tutti.
Ma dove si rinviene l’anarchia di Federico Fellini?
Nei film girati tra il 1954 e il 1957, Federico Fellini si è schierato dalla parte dei marginali: i girovaghi de La strada, le prostitute de Le notti di Cabiria, i “bidonisti” de Il bidone, di cui ha raccontato i confusi tentativi di rivolta e le fatiche della sopravvivenza. Qui il regista mostrava vari aspetti dell’arte di arrangiarsi che, secondo Goffredo Fofi, è l’espressione di “un istintivo e spontaneo anarchismo di tutta una parte della società costretta a vedersela da sola in un mondo decisamente classista, ostile”.
La dolce vitaconsacra Federico Fellini nel 1960 come regista internazionale. Fofi la definisce un’opera-cerniera che apre all’autore una libertà creativa quasi assoluta, con risultati sempre più visionari e con una sempre maggiore centralità dei temi della morte e della decadenza della civiltà.
Dopo il 1968 un Fellini adulto diverrà consapevole della propria diffidenza verso la società italiana, diffidenza che diventerà sempre più anarchica.
Molti dei personaggi felliniani sono anarchici, vuoi palesemente come il padre in Amarcord, vuoi in spirito come i due giovani hippies del Satyricon o gli sbandati, pazzi gentili (Benigni e Villaggio) in La voce della luna.
Secondo Goffredo Fofi, Fellini si dimostra anarchico soprattutto negli ultimi film, come E la nave va, Ginger e Fred e La voce della luna, in cui racconta la società italiana mostrando di essere “senza fiducia in nessun ordine sociale di cui ha fatto esperienza e senza più fiducia in nessun ordine sociale a venire”.
Fellini anarchico è una carrellata dei film felliniani
Il saggio consente a Fofi di fare una carrellata dei film di Fellini guardati sotto diversi punti di vista.
Ad esempio si accenna alla visione retrò della donna, certamente maschilista, non liberatoria, condizionata da usi costumi e abitudini “peggio che discutibili”. Ciò almeno fino a La città delle donne, in cui il regista si mette in discussione rispetto all’avvento di un nuovo femminismo e tenta una sorta di autocoscienza maschile.
Nel quarto capitolo del saggio “Intorno a Gelsomina: i perdenti” si legge un’analisi interessante sul ruolo di Giulietta Masina, moglie di Federico Fellini, attrice in molti film essenziali del regista e sui ruoli da lei interpretati.
I suoi sono personaggi femminili, ma anche “diversi”, “disabili” evidenziando che nel panorama cinematografico italiano Fellini fu un precursore dell’attenzione verso la diversità fisica e psichica. Un’attenzione del tutto assente anche nei film dei Maestri del cinema come Antonioni, Pasolini o Visconti, i quali, al contrario di Fellini, non considerano degni di narrazione o di poesia “i diversi, i malati, gli storpi, i minorati, i poveri in spirito”.
Fellini vede il diverso soprattutto come “mediatore col mistero”. Per questo farà fatica, pur sentendone l’esigenza, a passare dalla fase infantile del fascino per il diverso ad una fase adulta di rapporto con il mistero.
Federico Fellini e gli altri
Il saggio accenna anche ad aneddoti gradevoli di incontri con altri personaggi del cinema e del mondo intellettuale italiano. Racconta del pregevole lavoro di Fellini come sceneggiatore o aiuto regista a inizio carriera, ad es. per Roberto Rossellini, e delle incursioni nel neorealismo.
D’altronde, Goffredo Fofi riscontra una “componente anarchica”, cosciente ma non dichiarata, anche nell’opera di Rossellini, perché questa nascerebbe “dal confronto con l’orrore della guerra e della Storia”, soprattutto in un capolavoro decisivo come “Europa ‘51”, in cui Federico Fellini fu profondamente coinvolto sul piano ideologico.
La forte componente anarchica percorre l’opera dei collaboratori più stretti di Fellini: Zapponi, Flaiano, Guerra, Pinelli. Tutti loro – regista compreso – erano diversamente anarchici, secondo la definizione moderna di anarchia proposta da Paul Goodman e Colin Ward, il quale parlava di anarchia come “forma di disperazione creativa”. Nella loro opera si respira una diffidenza di fondo nei confronti della società costituita, della Chiesa, della famiglia, della proprietà nelle loro versioni ufficiali che borghesemente opprimevano ogni forma di libertà di pensiero e di comportamento. La risposta di questi autori fu l’attenzione agli ultimi, agli umili, ai marginali, agli oppressi, agli strambi, ai perdenti costretti all’arte di arrangiarsi.
Una lettura imprescindibile per chi ama il cinema felliniano
Fellini anarchico è un saggio imperdibile per chiunque apprezzi i film di Federico Fellini. Goffredo Fofi riesce a sviluppare la sua tesi sull’anarchismo del regista costruendo un discorso sintetico, ma esaustivo. In tal modo, chi legge si lascia coinvolgere nel discorso anche se non conosce approfonditamente il cinema felliniano.
La brevità e scorrevolezza della lettura rendono il saggio un valido strumento anche per iniziare ad incuriosirsi della poetica del Maestro e magari accostarsi per la prima volta ai suoi capolavori.
[CulturaMente compie 7 anni! Questo articolo fa parte delle uscite "Le magnifiche 7 (penne)", un omaggio degli ex spacciatori di cultura per festeggiare insieme agli attuali spacciatori questo importante compleanno.]
Da tanto tempo la mia penna è ferma. Il lavoro, la crisi mi hanno completamente bloccato. Eppure dovevo tornare a scrivere qualcosa. I pensieri si affollano nella mente, tante idee ma nessuna che riesce a convincermi. Mi sono detto, lavorando nel mondo della cultura, posso descrivere cosa potrebbe cambiare nel periodo post-covid.
Un faticoso ritorno alla normalità
Il mondo della cultura è stato sicuramente uno dei settori più colpiti dalla crisi. Sale da concerti mezze vuote, il pensiero di stare vicini l’un l’altro ci spaventa, nonostante i protocolli rigorosi messi in opera come mascherine e distanziamento, una paura di stare in comunità che, nonostante la bellezza dell’arte, ci attanaglia.
Il COVID ha messo in piena luce la fragilità dell’animo umano, le sue intrinseche paure, ha posto una barriera invisibile ma pesante tra ognuno di noi. Un abbraccio, un gesto un tempo normale, è diventato qualcosa di pesante. La mia non è una critica alle disposizioni messe in atto (chi vi scrive ha avuto l’esperienza del Covid sulla sua pelle) ma è una riflessione personale. La domanda che mi pongo è: per quanto tempo potremmo andare avanti così? Quando potremmo riavere la nostra antica “normalità”?
E la cultura?
I siti culturali hanno sofferto chiusure lunghe e drammatiche. Lavorando in essi nel momento della riapertura, essendoci poca gente, si riusciva a creare un feeling tra fruitore e sito. Ora che i numeri dei visitatori stanno crescendo (e Dio ne abbia in gloria) mi pongo sempre una domanda: che cosa possiamo fare per avere un servizio di più alta qualità? Non bisognerebbe pensare solo ai numeri ma attuare strategie per ampliare l’offerta culturale di un sito.
Forse, la “normalità” in cui vivevamo, fatta alla volte di ritmi frenetici e di attività o luoghi che vanno visti perché la società ce lo chiede, senza delle volte pensare al loro significato o storia, va rivista. A Roma, vi sono siti come il Colosseo ed i Musei Vaticani (anche se Roma, politicamente parlando, non sono) che straboccano di turisti e siti museali stupendi come il Museo Nazionale Romano completamente vuoti.
Ampliare l’offerta culturale, far riscoprire identità culturali molto spesso nascoste o non valorizzate è la base per un nuovo inizio di una società che si deve ricostruire, e ciò si deve fare a partire dalle scuole e dai mezzi di comunicazione.
Cast: Julia Roberts, Albert Finney, Aaron Eckhart, Marg Helgenberger, Tracey Walter
Durata: 130 min
Nazione: USA
Anno: 2000
Non sono stati tantissimi i successi dell’anno 2000 nel mondo cinematografico, ma sicuramente Erin Brockovich – Fortecomelaverità è stato una grande eccezione, una boccata d’aria fresca in un periodo in cui grandi film non sono apparsi spesso.
Steven Soderbergh ha portato un thriller intelligente e coinvolgente sul grande schermo, con una forte interpretazione di Julia Roberts nei panni della protagonista. Per questo ruolo, infatti, la Roberts vince il Premio Oscar come Miglior Attrice Protagonista, nonché il Golden Globe come Miglior attrice in un film drammatico.
Ma di cosa parla Erin Brockovich e perché è diventato un film cult? Ve lo spieghiamo noi.
La trama di Erin Brockovich
La storia si basa su una vicenda realmente accaduta, quella di Erin Brockovich, segretaria precaria di uno studio legale a Los Angeles.
Mamma single, due divorzi alle spalle e tre bambini piccoli, Erin lavora in questo studio legale ma la sua personalità un po’ sopra gli schemi, i suoi vestiti succinti e il suo gergo “volgare” non la fanno vedere di buon occhio dai colleghi.
Un giorno, mentre archivia alcune pratiche dello studio, Erin comincia a indagare sulla Pacific Gas and Electric Company, guidata dal suo senso di giustizia: la società ha contaminato le falde acquifere di Hinkley, una cittadina in California, provocando tumori ai residenti.
Nonostante non possieda una laurea in legge, né lavori come avvocato, Erin Brockovich riesce a scoperchiare dei segreti inimmaginabili che riguardavano uno dei più grossi cadi di inquinamento ambientale mai visti al mondo.
Nonostante le apparenze, Erin riesce grazie al suo impegno e al suo senso di trovare giustizia per tutti quei cittadini che hanno subìto le cattive scelte dell’azienda, a organizzare una class action che metterà la compagnia criminale in forte difficoltà.
Julia Roberts e il ruolo (forse) migliore della sua carriera
Nel 2000 Julia Roberts era già una grandissima star, ma ancora forse non aveva trovato la sua vera dimensione drammatica al cinema.
Dopo una serie di commedie romantiche famosissime, come Pretty Woman, Il matrimonio del mio migliore amico, e altre, la Roberts stupisce in Erin Brockovich: perfetta, drammatica, sfacciata e tagliente al punto giusto, un ruolo che ha sorpreso in tantissimi e che l’ha portata a vincere i premi più ambiti di Hollywood.
Julia Roberts trasmette i due lati contrastanti della protagonista: l’aspetto schietto e impertinente di Erin contro la sua compassione e anche la sua insicurezza, che a volte si manifesta. L’attrice è in grado di trasmettere il fascino semplice che caratterizza il suo personaggio, una qualità che permette a Erin Brockovich di entrare nei cuori dei residenti di Hinkley.
A supportare Julia Roberts c’è poi un cast davvero fantastico: il suo capo è Albert Finney, con il quale la Roberts trova una grande chimica sul set, palese in ogni scena insieme. Alcuni dei momenti iconici del film di Soderbergh sono, infatti, i dialoghi tra i due personaggi, contrasto l’uno dell’altra.
Il messaggio del film: trovare giustizia per i più deboli
Quello che fa della storia di Erin Brockovich un grande esempio è la voglia di una donna qualunque, con mille problemi, a cercare giustizia non per sé stessa, ma per chi è stato ancora più sfortunato di lei.
Ecco perché il regista Steven Soderbergh ha avuto una grande intuizione a portare questo film al cinema, che ancora oggi dopo 22 anni resta molto attuale. Il messaggio che porta con sé, quel senso del dovere civico che spinge Erin a difendere queste persone intossicate da una grande compagnia, è qualcosa di puro, di forte, che deve essere da esempio per tutti.
Erin Brockovich – Forte come la verità è un film che tutti devono guardare: è una lezione di vita da ricordare, un’eccellente esperienza di apprendimento per capire anche come molte aziende, multinazionali, ancora oggi si comportano allo scuro di tutti.
Concentrandosi non solo sulla forza di Erin ma anche sulle famiglie afflitte dal comportamento non etico della compagnia, il film ha avuto un impatto molto forte nel mostrare come queste situazioni possono aggravare a livelli altissimi le vite di tante persone.
Un film necessario, che per fortuna esiste e che racconta una storia vera, di una donna, un esempio di vita per tantissime donne che come lei vogliono aiutare e migliorare il nostro mondo.
Quando guardarlo
Quando preferite, in un giorno in cui avete voglia di trovare la forza di combattere le ingiustizie di tutti i giorni, di questo mondo che sembra a volte cadere a pezzi.
Tre motivi per guardarlo
Julia Roberts nel ruolo che l’ha portata al massimo splendore della sua carriera
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Edito Perrone e pubblicato a febbraio 2022, il libro scritto dalla giovanissima Matilde Falasca (classe 2004) “Puoi chiamarmi Emma” vede come protagonista Margherita. Non vi aspettavate questo nome, vero? La storia si svolge a Roma. Al centro di tutto, l’adolescenza. Leggendo questo libro possiamo vedere il mondo con gli occhi di Margherita, scoprendo che poi, alla fine di tutto, in ognuno di noi rimane sempre quella spontaneità e freschezza proprie dell’adolescenza. Un periodo che per molti di noi è stato irrequieto, turbolento, ma, nonostante questo, ci ha anche dato la possibilità di sperimentare la vita. Ecco, se dovessi riassumere quello che mi ha lasciato questo libro, lo farei utilizzando questa parola: “sperimentazione“. Perché, come viene scritto alla fine sulla quarta di copertina del libro “La verità è che siamo fatti a strati e il processo di conoscenza non è altro che uno scartarsi, strato dopo strato, fin dove si riesce“.
La trama
Margherita è all’ultimo anno di Liceo a Roma e si trova, come la maggior parte dei suoi coetanei, a dover fronteggiare gli esami di maturità. Quanti di noi si ricordano quel famigerato periodo? Venditti ha saputo benissimo rappresentare quei momenti con la sua canzone “Notte prima degli esami“. Anche il libro di Matilde Falasca ben descrive e rappresenta quei momenti fatti di ansia, pensieri, dubbi, incertezze, ma anche di allegria, spensieratezza, voglia di vivere e di mettersi anche in discussione.
Margherita non sa bene cosa vuol fare dopo la scuola: il medico o l’attrice? Entrambe le cose? Lei stessa alla fine del libro dice “Ci proverò…So che è improbabile, ma sento di non poter rinunciare a nessuna delle due strade. Sicuramente arriverà un giorno in cui mi troverò a un bivio e dovrò prendere una direzione. La prenderò con tranquillità. Ma solo perché consapevole di aver provato a fare entrambe le cose.”
Nel corso della trama, la protagonista si trova a dialogare con un misterioso compagno di vita, un curioso “non personaggio”, il non so chi. Il lettore non sa bene chi sia, può dare diverse interpretazioni, tutte plausibili sicuramente: la sua coscienza? il suo alter ego? Spesso Margherita entra in conflitto con il non so chi. Tuttavia, lo ascolta sempre.
All’inizio della storia, Margherita vive la sua quotidianità e, seduta sul divano guarda casualmente un film che le muove qualcosa dentro, che le apre un varco all’interno di sé. Inizia a vivere una forma di ansia e, solo quando entra nell’auletta numero 6 della sua scuola, scoprirà un mondo nuovo che in verità c’è sempre stato. Quella stanza è la stanza del suo psicologo. Inizia proprio in quello spazio ristretto uno scambio epistolare con un ragazzo dell’età di Margherita. Lei non conosce la sua identità, ma sembra che lo conosca da una vita. Inizia da quel momento un fitto scambio di lettere, in cui Margherita, da subito, decide di diventare “Emma” (“…E qui mi fermo: non voglio dirgli il mio vero nome. […]. Voglio un nome diverso, un nome di cui io stessa mi vestirei, per essere trasformata nella ragazza delle lettere. […]. Scorro fra i titoli, uno risalta: Emma. Emma come la protagonista del romanzo della grande Jane Austen, che ho finito da poco, Emma l’ironica, l’altera, l’innamorata, la giusta.”) Lei diventa Emma, lui, Teo.
L’introspezione dominante
Tutta la storia viene narrata da Margherita, con un linguaggio emotivo fortemente introspettivo che domina ogni cosa. La realtà è quasi sempre descritta prima di tutto attraverso i suoi occhi, facendo immergere il lettore nell’intimità della storia. Non possiamo non sentirci vicini a Margherita. “Puoi chiamarmi Emma” è un viaggio introspettivo, in cui, al termine, si apre la transizione: dall’adolescenza all’età adulta. Quel processo di cambiamento che contraddistingue tutti noi e che inevitabilmente porta alla conoscenza di sé: con tutti i pro e tutti i contro. Il racconto ci viene consegnato da Matilde Falasca come una vera e propria lettera. Un dono particolare di generosità in cui traspare l’esigenza di scrivere della protagonista, come lavoro personale quasi catartico. Margherita dimostra una grande proprietà di linguaggio. Non le bastano, infatti, le parole in italiano, ma cerca ossessivamente le parole straniere per descrivere determinate situazioni, specifici stati d’animo (fernweh – “nostalgia della lontananza”, mangala – “buon auspicio”, toska – non traducibile in un’unica parola, etc.).
Viene disegnato un racconto di un’adolescenza diversa dall’immaginario collettivo comune: non è violenta, non è volgare. Si parla di sentimenti autentici, puri e di scelte esistenziali. Voglio condividere questa citazione che mi ha particolarmente colpito (ma sono davvero tante quelle che meriterebbero di essere lette e condivise!): “Voglio sapere com’è all’interno dell’amore, sono al cancello e vedo la bellezza oltre“.
Consiglio vivamente di leggere questo libro perché non solo scorre veloce ed in modo piacevole, ma anche perché è un regalo per noi stessi: commuove e ci ritroviamo, trovando un po’ di ciascuno di noi, nel vissuto di Margherita.
La rosa è il fiore dell’amore, ma il fiore che svela l’amore è la margherita. Petalo dopo petalo, un m’ama o non m’ama alla volta.
Di fiori che le assomigliano ce ne sono tanti, per cui cerchiamo di capire meglio cosa caratterizza una margherita e come riconoscerla.
Indice
Caratteristiche
La margherita è una erbacea perenne diffusa in tutta Europa, in Asia e in Africa e, come il girasole, appartiene alla famiglia delle asteracee, dette anche composite poiché sono un insieme di minuscoli fiorellini che formano il caratteristico bottone giallo al centro dei petali.
La sua altezza varia in base alla specie di leucanthemum e generalmente varia dai 30 fino ai 120 centimetri. La pianta ha molti fusti legnosi eretti, glabri o con una leggera peluria. Le foglie in basso hanno forme diverse in base alla singola specie: possono essere obovate, lanceolate o dentate. Quelle superiori sono direttamente attaccate al fusto. L’infiorescenza ha un diametro tra i 5 e i 10 centimetri.
Il fiore ha sempre i petali bianchi. Solo altre piante simili al leucanthemum, cioè alla margherita originale, hanno i fiori di colori diversi o i petali con sfumature rosa. La prima a essere confusa per la margherita è la pratolina, ossia la bellis perennis, che ha i petali rosa o fucsia in punta e sono maleodoranti. Altri simili sono l’aster alpinus, l’osteospermum, felicia, amelloides, echinacea, la rudbeckia e il cosmos.
Significato
Un fiore così comune e noto poteva solo avere molteplici significati e tutti positivi. La margherita simboleggia verità, purezza e innocenza, semplicità e modestia, amore fedele, pazienza, innocenza giovanile, confessione d’amore, e sentimento eterno.
Un mazzo di margherite è usato per celebrare il quinto anniversario e, quando regalato a una mamma, in mezzo ad altri fiori si usano per dare il benvenuto al neonato.
Il nome inglese daisy viene da day’s eye, perché il fiore si apre di giorno e si chiude la notte. Invece, il nome generico latino, leucanthemum, deriva dal greco leukànthemon, che è la traduzione di fiore bianco.
Abbinamenti culturali
Quanti innumerevoli collegamenti si possono trovare con una pianta che, come l’erica, porta un nome proprio femminile nel linguaggio comune? La scelta è caduta su una canzone e un film che a me piacciono tantissimo.
Canzone
Una canzone bellissima e famosissima di Riccardo Coccianteporta il suo nome, cioè Margherita. La canzone si combina precisamente col tenero fiorellino, perché entrambi sono diffusi e famosissimi. La Margherita di Cocciante è stata anche tradotta in altre lingue, tale è stata la sua notorietà.
Film
C’è un bellissimo film che abbino alla margherita: A spasso con Daisy. Un film appassionante sul razzismo e sull’amicizia, in cui Morgan Freeman interpreta un bistrattato autista per un’anziana signora. Il collegamento con il fiore è con Daisy, che è la traduzione inglese del nome comune della pianta e del nome proprio di persona.
A tal proposito, sapevate che Paperina, la fidanzata di Paperino, in inglese Donald Duck, in realtà si chiama Daisy Duck? Un nome così è un bel motivo per essere vanitosi come lei.
Carmine (Salvatore Esposito) è cresciuto a Napoli all’ombra del boss della Camorra detto “Scimitarra”. Non avendo la stoffa per condurre una vita criminale in prima linea, Scimitarra lo spedisce a Roma affidandogli la gestione di un ristorante destinato al riciclaggio di denaro sporco. Inaspettatamente, Carmine si appassiona alla ristorazione, soprattutto grazie all’arrivo di Consuelo (Greta Scarano), una giovane chef di origine argentina con un carattere difficile ma grandi ambizioni. L’amore per il cibo e il sogno di conquistare una stella Michelin daranno ad entrambi una seconda possibilità, ma come farà Carmine a evadere il controllo di Scimitarra?
Un film piacevole per tutta la famiglia
Girovagando su Prime Video mi sono ritrovata davanti “La cena perfetta”. Diretto da Davide Minnella, con la sceneggiatura di Stefano Sardo, Giordana Mari, Gianluca Bernardini e Salvatore Esposito, la pellicola è un food movie dallo sfondo crime e dalle tinte comedy, che non rinuncia al romanticismo. Incuriosita proprio dalla presenza di Salvatore Esposito, nel ruolo di protagonista, e Gianluca Colucci, in arte Fru, decido di guardarlo senza troppe aspettative. Ecco, allora una premessa è fondamentale prima di raccontarvi cosa ne penso: “La cena perfetta” è quel tipo di film che trovi per caso, te ne innamori e finisce per catturare l’attenzione di tutta la famiglia.
Il film si candida a diventare, ad avviso di chi scrive, l’unica pellicola italiana che tratta di cibo e ristorazione con una devota sacralità ed un approccio verosimile che raramente si vede nel cinema quando si parla di cibo. Qui l’amore viene raccontato in ogni sua sfumatura (per la cucina, per il cibo, per se stessi, per la persona di cui ci si innamora e per il proprio lavoro) e diventa il motore del film intorno al quale ruotano la storia dei due protagonisti. Una pellicola dove il cibo viene preso in considerazione seriemante e messo in scena, quale co-protagonista, grazie alla consulenza della chef Cristina Boweman e alla presenza di Stefano Sardo, sceneggiatore, che ben conosce il binomio cibo-qualità essendo figlio di Piero Sardo, uno dei fondatori di Slow Food.
“La cena perfetta” e l’effetto Madeleine
Chi non conosce le Madeleine, io sono molto legata a questi morbidi dolcetti di cui mia nonna ne andava ghiotta, ed io con lei. Cosa c’entra con la pellicola? Beh, io ogni volta che li vedo, ne sento l’odore o ne mangio uno, ricordo la mia infanzia e i mille pomeriggi sul divano con la mia amata nonna a bere thé e a mangiare Madeleine. Questo per raccontarvi dell’effetto Madeleine di cui parla Proust e con cui si indica la memoria involontaria (non voluta e quindi non ragionata) evocata da un sapore.
La pellicola scorre seguendo questo teoria, dove i gusti e i sapori vengono rievocati anche in contesti meno piacevoli, come durante la scena finale con il boss a cena. Qui il regista mostra come, nonostante gli anni, i sapori possono vivere a lungo, anche quando noi stessi non ne abbiamo più memoria. Sul finire mi piace pensare che Consuelo e Carmine svelano al suo pubblico un ingrediente segreto che rende perfetta ogni pietanza, non l’amore per il cibo, o almeno non solo, ma la capacità del cibo di rievocare il profumo del tempo perduto.
Da Boweman all’influenza di Sardo, ecco perchè questa pellicola piace
La presenza della chef Boweman, nonché delle conoscenze culinarie di Stegano Sardo, hanno fatto si che il film risultasse quanto più veritiero possibile: un grande contributo che ha reso questo film accogliente e piacevole proprio come una portata ben preparata sa fare.
Da un punto di vista attoriale, il cast funziona perfettamente. Greta Scarano che riesce a centrare il personaggio di Consuelo imprimendole un carattere determinato e risoluto facendo trasparire tutta la pressione che questo tipo di lavoro fa vivere. Non sorprende che in molti hanno visto in questo personaggio la chef e proprietaria dello stellato Glass di Trastevere. Al centro della storia troviamo il talentuoso Salvatore Esposito. La sue capacità espressive mi sorprendono e sconvolgono fin dai tempi di Gomorra. La sua recitazione, al pari della collega e coprotagonista, è perfettamente riuscita, mixando una recitazione drammatica a una più leggera propria della commedia romantica senza mai svilire il personaggio. Salvatore Esposito con questa leggerissima commedia conferma le sue capacità interpretative.
Unica pecca…forse è il momento di staccare la spina dal personaggio legato alla camorra, altrimenti si rischia di venire categorizzati tanto dai fan quanto dai produttori che non vedranno mai al di là di Savastano, e sono certa che Salvatore Esposito con la sua mimica facciale e la sua bravura è in grado di portare sul grande e piccolo schermo anche personaggi diversi. E poi c’è Fru dei The Jackal che da quella nota leggera a tutto il film, quasi lo si aspetta scena dopo scena. La sceneggiatura pensata per lui poteva essere migliore, alcune ricalcano il Fru che tutti conosciamo altri sono più creative e gli consentono di mettere in scena la sua capacità di attore, spero di vederlo recitare in qualcosa di diverso. Anche qui il discorso non cambia molto, cercare di fare un passo avanti per distaccarsi da personaggi cuciti addosso.
In Conclusione
Il film è da non perdere, non solo per il suo cast ma perchè raramente si ha una pellicola ben fatta a più livelli. Il film è di quelli che ti lasciano il sorriso sulle labbra e vorresti rivederlo con piacere. D’altronde è quello che ho fatto io. Vale la pena guardarlo da soli o in compagnia quando si desidera un po’ di leggerezza.
Curiosità
Il ristorante “Il picchio blu” esiste davvero, si tratta di Corsetti 1921, in piazza Cosimato.
Avete presente la brigata di Consuelo? Ecco tre dei suoi collaboratori in realtà fanno parte della brigata del Glass della Bowerman
Chi non conosce Joe Bastianich e i suoi lanci dei piatti in Masterchef. Ecco, la Bowerman ha raccontato al Gambero Rosso di essersi imposta per levare una scena in cui la chef, particolarmente arrabbiata, spaccava un piatto dopo averlo lanciato.
Stefano Sardo non solo vanta il privilegio di aver apportato un grande contributo al film grazie alla sua influenza familiare, ma nella pellicola è proprio lui ad interpretare il critico gastronomico Luca Villani
Uscito nelle sale italiane il 15 settembre, il film “Maigret” vede alla regia il francese Patrice Leconte e prende origine dal romanzo di Georges Simenon “Maigret et la jeune morte”, pubblicato da Simenon nel 1954. È la prima volta che Gerard Depardieu, nel ruolo del protagonista, e Patrice Leconte collaborano insieme.
La trama
Il racconto si svolge in una Parigi fantasma, semi deserta, dove l’ispettore Maigret si aggira quasi a sembrare l’ombra di sé stesso. Indaga sull’omicidio di una giovane ragazza. Nessuno sembra conoscerla, nessuno sa chi sia. Tutto ruota intorno a lei. Ad un certo punto della storia incontra un’altra ragazza incredibilmente somigliante alla vittima. Da qui, Maigret inizia a nutrire una forte empatia per lei, portando alla luce suoi vecchi e tristi ricordi.
Nonostante l’innegabile bravura di Depardieu, la storia non decolla. Si arena. Tentenna. Segue un cerchio confuso e caotico che sembra non portare da nessuna parte.
Il mio parere del tutto personale è che questo film lasci l’amaro in bocca. Qualcosa di incompiuto. Lo spettatore, giunto alla conclusione della storia, si chiede: “è finito davvero così?”, “cosa può succedere per far cambiare le cose?”.
Il personaggio dell’ispettore Maigret
Il Maigret di Patrice Leconte è una versione stanca, affaticata dai suoi anni (a stento fuma, mangia poco). I suoi passi sono lenti e conducono ad un sempre maggiore “appesantimento” del personaggio.
Già dall’inizio del film, il medico di Maigret gli priva di fumare la sua amata pipa, perché i suoi polmoni risultano essere compromessi.
La maestria recitativa di Depardieu è innegabile. Tuttavia, personalmente, ho altri ricordi. Quelli di un Maigret più definito, di storie più chiare e, soprattutto, di casi in cui il finale non sia scontato, come quello presente in questa versione cinematografica. Quello che vede la rappresentazione di Gino Cervi. È risaputo che Maigret consista in un “giallo” atipico, del tutto separato e distinto da quello che l’opinione collettiva può considerare come un mero compito alla “scuola di polizia”. Sicuramente quello che prevale su tutto è il metodo con il quale l’Ispettore affronta le sue indagini, il modo con il quale pone le domande, incontra le persone, dialoga con sua moglie e con la sua squadra.
Manca l’imprevisto, mancano quei sussulti che tengono incollati allo schermo.
Il cast
Gerard Depardieu nel ruolo di Maigret
Jade Labeste nel ruolo di Betty
Mélanie Bernier nel ruolo di Jeanine Arménieu
Aurore Clément nel ruolo di Mme Clermont-Valois
Kaplan nel ruolo di Kaplan
Pierre Moure nel ruolo di Laurent-Clermont-Valois
Hervé Pierre nel ruolo del Dottor Paul
Bertrand Poncet nel ruolo di Lapointe
Anne Loiret nel ruolo di Madame Maigret
Maria Serena Cospito
Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Sarà forse altrettanto vero che la vita ti segna, che ogni ferita livella gli strati del tuo cuore fino a farli parlare così come è vero che la verità va detta in faccia, sputata su un bel piatto d’oro.
E questo era Charles Bukowski, tedesco di origine e americano d’adozione, un bel mix di influenze che lo hanno portato a divenire uno dei più grandi esponenti della letteratura americana del secondo ‘900.
Il suo stile è noto anche a chi non lo ha mai letto; tutti sanno che Charles ha uno scorza dura, durissima, utilizza delle parole taglienti, sporche e affilate ed ha una aggressività non comune (la si può benissimo cogliere leggendo poche righe di un suo romanzo, con frasi brevi e tanti punti, che spezzano, che tagliano).
Per cercare di comprendere la corazza Bukowsiana è necessario fare una piccola ricerca.
Se aveva questo modo di fare, di scrivere, di vivere, se davanti a tutto metteva sempre una sorta di materialismo e di brutalità, sicuramente risentiva dell’influenza delle sue radici, delle sue origini:
“Eravamo come eravamo e non volevamo essere diversi. Venivamo tutti da famiglie vittime della Depressione e molti di noi erano malnutriti |…|. Eravamo grotteschi, ma la gente stava attenta a non riderci in faccia. Era come se fossimo cresciuti troppo in fretta ed eravamo stufi di fare i bambini.”
Un pessimo rapporto col padre, una madre quasi trasparente, un’infanzia segnata dalla povertà, un’adolescenza piena di acne…e insomma, tutto ciò avrà avuto un ruolo importante nella sua formazione.
“Va bene, Dio, mettiamo pure che Tu esista veramente. Mi hai sistemato per benino. Vuoi mettermi alla prova. E se invece Ti mettessi io alla prova? E se dicessi che Tu non esisti?
Mi hai sottoposto alla prova più ardua dandomi prima i miei genitori e poi questi bugni. Credo di aver superato la prova. Sono più forte di Te.”
Ben pochi, però, sanno chetutti questi aspetti nascondono un’anima poetica, un occhio che è proprio solo a chi riesce a cogliere ciò che i più non vedono.
Il suo stile non è altro che un bellissimo contorno, quasi, oserei dire, protettivo, dell’involucro interno, della sua anima.
La leggerezza di alcuni passaggi dei suoi romanzi e la bellezza delicata di alcuni suoi versi possono scaturire soltanto da un occhio fine, particolare.
Per cogliere tale caratteristica citeremo a mo’ di esempio alcuni passi delle sue opere, sia quelli più rudi (dal romanzo “Panino al prosciutto”) che quelli maggiormente poetici (tratti dallo stesso romanzo e dal componimento “Style”) che toccano argomenti d’ogni tipo, dal politico al sociologico fino al filosofico-letterario, senza tralasciare mai l’umano.
Tutti questi pensieri vengono fuori così, quasi dal nulla, con la loro profondità, mentre Bukowski sta narrando col suo modo crudo l’episodio di una rissa o di un rapporto carnale.
“Un paio di anni prima avevo deciso di chiudere con la religione. Se era tutto vero, faceva fessa la gente, o la faceva diventare fessa. E se non era vero, i fessi erano ancora più fessi.”
“La vita non aveva senso, come la struttura delle cose.”
“Mi sedetti sul divano. Ubriacarsi era bello. Decisi che mi sarebbe sempre piaciuto ubriacarmi. Liberava dall’ovvio e forse, se riuscivi a liberarti dall’ovvio abbastanza spesso, non rischiavi di diventare ovvio.”
“Non sapevo neanch’io cosa volevo. E invece sì che lo sapevo. Volevo un posto dove nascondermi, un posto dove non dovevo fare niente. Il pensiero di diventare qualcuno non solo mi terrorizzava, ma mi faceva proprio schifo. |…| Sposarsi, avere figli, essere inchiodati nella struttura della famiglia. Andare da qualche parte a lavorare tutti i giorni e tornare a casa. Era assurdo…un uomo nasceva solo per sopportare cose del genere e poi morire? Avrei preferito fare lo sguattero, ritornare da solo in un buco di stanza a stordirmi con la bottiglia fino ad addormentarmi.”
“Invece avevo imparato che i poveri rimanevano poveri.”
“Be’, se il funerale fosse il mio dovrei per forza essere puntuale. E se il matrimonio fosse il mio equivarrebbe al mio funerale.”
“Una delle disfatte della democrazia è che un populista garantisce un leader populista che in seguito ci condurrà a una comune apatica prevedibilità populista!”
Nel passo seguente si può vedere come il giovane Charles, seppur vittima di un contesto poco ricco e di un’adolescenze infelice, riesca, da sé, ad appassionarsi dei libri.
Qui è proprio madre natura natura che parla.
“Scoprii la biblioteca pubblica di La Cienega. |…| Giravo per la biblioteca alla ricerca di libri. |…| Continuavo a tirare giù libri dagli scaffali. |…| Leggevo un libro al giorno. |…| E poi mi toccò Hemingway. Che emozione! Lui sì che sapeva scrivere. Era una gioia. Le parole non erano noiose, le parole erano cose che potevano farti ronzare il cervello. Bastava leggere e lasciarsi andare alla magia, e potevi vivere senza dolore, con speranza, qualsiasi cosa ti succedesse. |…| Per me questi uomini che erano entrati nella mia vita chissà da dove rappresentavano la mia unica via d’uscita. Erano le sole voci che mi parlavano.”
Forse ancora più chiaro è questo passo che conferma la tesi tra corazza e anima con quella capacità di trovare la rosa tra le spine.
Essendo fasciato dalla testa al bacino a causa della grave forma d’acne che lo aveva colpito, si ritrova, appunto bendato, ad osservare una donna; in altre situazioni avrebbe sofferto questo suo stato, essendo fissato da tutti, ma ora, ormai stanco di ciò, decide di alienarsi e di trarne addirittura giovamento:
“Ero bendato, e stavo fermo all’angolo della strada a fumare. Ero un vero duro, ero un uomo pericoloso. La sapevo lunga. Sleeth si era suicidato. Io non mi sarei suicidato. Piuttosto avrei ucciso qualcuno di loro. Ne avrei portati quattro o cinque con me. Gliel’avrei fatta vedere io a chi mi prendeva in giro. Una donna venne nella mia direzione. Aveva belle gambe. Prima la fissai negli occhi e poi le guardai le gambe e, mentre passava, le guardai il culo, mi bevvi quel culo. Me lo stampai nella memoria insieme alle cuciture delle sue calze di seta. Senza le bende non avrei mai potuto guardarla in quel modo.”
Su tutto, dobbiamo apprezzare la bellezza del componimento “Style”, così “dolcemente chiaro”:
“Style is the answer to everything. A fresh way to approach a dull or dangerous thing To do a dull thing with style is preferable to doing a dangerous thing without it To do a dangerous thing with style is what I call art
Bullfighting can be an art Boxing can be an art Loving can be an art Opening a can of sardines can be an art
Not many have style Not many can keep style I have seen dogs with more style than men, although not many dogs have style. Cats have it with abundance. |…| Style is the difference, a way of doing, a way of being done. Six herons standing quietly in a pool of water, or you, naked, walking out of the bathroom without seeing me.”
Dopo la fase adolescenziale non andrà meglio per Bukowski, tra lavori presi e buttati nel cesso per niente, un rapporto di maniacale dipendenza da alcol e sigarette e una continua instabilità generale, tutti divenuti poi temi dei suoi romanzi.
Ma, d’altronde, chi ha detto che cercava stabilità?
Non stiamo qui dicendo che era un esteta raffinato e dolce, ma che oltre quell’aspetto duro, al di là dei confini di quei modi di fare torvi e gretti, in un angolino della sua anima c’era qualcosa di profondo e questo qualcosa veniva fuori, di tanto in tanto, come in mezzo ai rovi.
La sua bellezza sta proprio in quelle battute pronte, in quella leggerezza del vivere alla giornata, al secondo, in quel non avere voglia di star lì ad elucubrare su ogni cosa, ma soltanto voglia di vivere le esperienze al massimo, senza freni e senza peli sulla lingua, senza regole e senza padroni.
“Non ero un misantropo né un misogino, ma mi piaceva starmene da solo. Mi sentivo a mio agio da solo in un buco a fumare e bere. Ero da sempre la miglior compagnia di me stesso.”
“Ma non volevo essere niente comunque. E ci stavo riuscendo molto bene.
Qualsiasi cosa, qualsiasi cosa pur di smettere di affondare in questa esistenza noiosa, triviale e vigliacca.”
Il nulla, la nausea, l’incompatibilità con la vita: Bukowski va sulla scia di Sartre, di Kafka, di Joyce, ma lo fa con uno stile tutto suo, uno stile che non è nient’altro che una bella metafora della vita: ti tira un pugno in faccia, ma tu sei col bicchiere sempre pieno!
Lorenzo Romano
Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
[CulturaMente compie 7 anni! Questo articolo fa parte delle uscite "Le magnifiche 7 (penne)", un omaggio degli ex spacciatori di cultura per festeggiare insieme agli attuali spacciatori questo importante compleanno.]
La Georgia al netto della pausa Covid è tra quei paesi che di anno in anno vede aumentare costantemente il numero dei suoi visitatori ma rimanendo un luogo ben lontano dal turismo di massa. Sarebbe già un buon motivo di scelta ma i motivi per visitare la regione Caucasica sono altri.
È un paese a rilascio lento, capace di entrare lentamente in contatto con chi ne vuole scoprire l’essenza. Si rivela attraverso le architetture monastiche di scuola ortodossa patrimonio dell’umanità così come con la natura, caratterizzata da paesaggi surreali tipo le antiche torri che punteggiano lo Svaneti, o il paradiso naturale del Tusheti che incanta smaliziati trekker come semplici passeggiatori.
Per un appassionato di vini però solo questo può valere il viaggio.
Non si tratta di stilare un calendario di visite in cantina ma di calarsi in una dimensione culturale unica al mondo. Sul Caucaso l’inizio delle pratiche enoiche è datato 6 – 8000 anni, confermato da ritrovamenti archeologici che attualmente stabiliscono qui le origini del rapporto uomo – vino.
La vite e il vino rappresentano in Georgia qualcosa che pervade il tessuto sociale, culturale e religioso del paese e insieme alla religione ortodossa, sono la chiave di un’identità fortemente nazionalista. Termine in cui qui non è possibile rintracciare nessuna connotazione negativa perchè vissuto esclusivamente nel segno della passione e dell’orgoglio per la propria terra.
Non c’è un solo georgiano che, a meno di problemi di salute, non apprezzi il vino. Ovunque si getti lo sguardo c’è sempre una vite, una pergola che ingentilisce il paesaggio, dai contesti più rurali agli spazi urbani della giovane e dinamica Tbilisi.
La capitale, che conta tante enoteche quante pizzerie al taglio a Roma. Qui si vende anche il gelato all’uva come la Churchkhela, una caramella a forma di salsicciotto formata da gherigli di noce attraversati da un filo e ricoperti da succo d’uva bollito insieme alla farina. In chiave moderna invece, gli integratori all’uva dimostrano la volontà di sfruttare al massimo una delle risorse più generose.
Riferimenti alla vite sono presenti ovunque, nella croce di Santa Nino, patrona della Georgia è fatta di tralci, così come nella città rupestre di Vardzia sul leggio della cappella scavata nella roccia, sono incisi grappoli d’uva.
Le strade che si snodano attraverso il paese, sono un continuo di cartelli marroni che indicano cantine e monasteri. La stessa modalità visiva per individuarli, quasi a sottolineare come nella cultura locale siano da considerarsi egualmente importanti e complementari.
Chi arriva da fuori non tarda molto a capire l’importanza della questione vino.
Quando scambiando due chiacchiere sull’argomento con il tuo autista lui la mattina dopo ti porta da assaggiare una boccetta con il suo rosso da uve Saperavi, capisci subito che è una cosa seria. Così come la padrona della tua Guest House, ti prega di entrare in casa sua nel corso della cena tradizionale Georgiana, per farti assaggiare un godibilissimo vino bianco che si stenta pensare fatto in casa, almeno secondo i nostri standard di vino “del nonno”.
Ovunque si ha la possibilità di approfondire la conoscenza dei vini provenienti dalle differenti zone, dei metodi utilizzati e dei vitigni vinificati tra gli oltre 500 della base ampelografica più vasta del mondo. Per un amante del vino è veramente un viaggio incredibile perché il vino, le cantine e la possibilità di approfondirne i contenuti, sono sempre dietro l’angolo in tutto il paese.
A stupire è sempre la disponibilità di ogni vignaiolo incontrato, quando l’apparente rudezza dei tratti somatici, viene illuminata da occhi che brillano di passione allorché si comincia a parlare di vino comunicando attraverso la passione che abbatte ogni barriera.
L’argomento che tiene banco è quasi sempre la vinificazione in anfora interrata, il Kvevri, tratto distintivo della viticultura Georgiana e patrimonio Unesco dal 2013, che restituisce vini unici nel loro genere. Mille domande sul loro metodo di vinificazione che comprende il grappolo completo di bucce e raspi, in percentuali diverse da regione a regione.
Mangiando pane e formaggio si condividono splendide bottiglie di Amber Wine perché quello difatti è il suo colore ottenuto da uno stile di vinificazione unico. Ne filtrato ne chiarificato eppure non torbido, almeno come uno se lo aspetterebbe. Esprimono la loro presenza tannica nello spessore del vino, in un bouquet olfattivo in cui la parte fruttata richiama alla disidratazione di frutti come albicocca e pesca, accompagnandosi di spezie dolci, sfumature balsamiche, tenui floreali e mix di erbe secche di campo e aromatiche, con lievi note fumé. Grande complessità da stare un’ora col naso nel bicchiere.
Per ogni eno appassionato il ritorno dalla Georgia è una sorta di enorme privazione, ma che riconcilia con un mondo del vino ancora autentico e lontano anni luce dal nostro.
Visitare l’antica cantina di un monastero o di un sito archeologico per rendersi conto che è sostanzialmente identica a quella di un’Azienda attuale fa il suo effetto. Una vasca per pigiare l’uva, i kvevri interrati e qua e la qualche bastone per una sorta di follatura, tutto qua. Ora come allora stessa tecnica e identica attrezzatura.
Un mondo senza sbicchieratori da tunnel carpale, niente hipster ne fighettismo e nessuna forzatura. Soltanto la vite, l’uva, il vino, l’uomo e le sue relazioni millenarie. Aspetti di una passione ancestrale giuntai fino ai giorni nostri e che un viaggio in Giorgia fa risplendere nuovamente in tutto il suo entusiasmo.
Titolo originale: Hocus Pocus Regista: Kenny Ortega Sceneggiatura: Mick Garris, Neil Cuthbert Cast Principale: Bette Midler, Sarah Jessica Parker, Kathy Najimy, Omri Katz, Thora Birch, Vinessa Shaw, Doug Jones, Sean Murray Nazione: USA
Lo scorso 30 settembre, sulla piattaforma Disney+, è uscito il sequel di un film di Halloween, molto noto ai Millenials: Hocus Pocus, del 1993, diretto da Kenny Ortega.
La trama
Alla vigilia di Ognissanti del 1693, a Salem, le tre streghe-sorelle Sanderson Winifred (Midler), Mary (Najimy) e Sarah (Parker) rapiscono la piccola Emily Binx, facendole bere una pozione magica che permette loro di succhiare la linfa vitale della bambina e poterle ringiovanire. Il fratello di lei, Thackery (Murray), assiste invano alla scena sperando di salvarla, ma una volta che le tre streghe si accorgono di lui, lo trasformano in un gatto nero immortale. L’allarme però, per il rapimento di Emily dato da un amico di Thackery agli abitanti del villaggio, porta questi a casa delle tre sorelle, che vengono immanentemente processate ed impiccate, ma non prima che Winifred – mente diabolica del trio nonché loro “capo”- riesca a fare un sortilegio che profetizzi il ritorno di tutte e tre, per mano di una creatura vergine.
Nel 1993, nella stessa Salem e sempre ad Halloween, il giovane Max (Katz), per far colpo sulla compagna Allison (Shaw) e costretto dai genitori ad accompagnare la sorellina Dani (Birch) a fare “dolcetto o scherzetto”, con spirito scettico, riporta in vita le 3 sorelle, che vedendo Dani hanno subito intenzione di riprendere da dove hanno lasciato. Max però riesce ad ingannarle e, aiutato dal gatto Binx (che si scopre capace di parlare), fugge insieme alle sue aiutanti e capeggiate dallo stesso Binx, portando via il libro degli incantesimi, tanto caro a Winifred. Questa ammette che l’incantesimo avrà durata solo per una notte: qualora non riuscissero a rubare altra linfa vitale, al sorgere del sole, diverranno cenere.
Con i tempi stretti e piombate in un secolo dove la Vigilia di Ognissanti ha perso quella sacralità, le Sanderson provano in tutti i modi a rimanere giovani in eterno, facendo anche risorgere antichi amanti dall’oltretomba (Jones)…
Il progetto iniziale
Considerato per molto tempo uno dei film di Halloween per eccellenza per quanto concerne il mondo Disney (al pari forse del corto gotico La leggenda della valle addormentata), Hocus Pocus è nato proprio per la vigilia di Ognissanti, intitolato – inizialmente – come Disney’sHalloween House: la trama doveva essere molto più spaventosa e doveva avere degli adolescenti come protagonisti. L’idea nacque dallo sceneggiatore David Kirschner: per chi non lo conoscesse, la mente creatrice di Fievel e di Pagemaster. L’autore – si dice – scrisse la sceneggiatura una sera mentre era fuori con sua figlia e gli passò davanti un gatto nero: balzò quindi la prima idea di una favola per la piccola di un ragazzo trasformato in gatto da streghe morte 300 anni prima.
Dall’idea alla sceneggiatura il passo fu breve e – per poterlo realizzare – il progetto venne presentato a Steven Spielberg che rifiutò. Fu allora che la Disney se ne interessò, ma per farne un film dovettero passare ben 7 anni.
Il cast
Regina indiscussa della pellicola è sicuramente Bette Midler, che interpreta l’isterica e malvagia Winifred con talmente tanto entusiasmo da farlo diventare il ruolo preferito dall’attrice in tutta la sua carriera. La parte però venne prima affidata a Cloris Leachman (la Frau Blucher di Frankestein Junior). Per il ruolo di Mary si pensò invece a Rosie O’Donnell, che rifiutò; mentre per il giovane Max si era pensato a Leonardo Di Caprio, che rifiutò per Buon compleanno Mr Grape.
Altro grande interprete che fece il provino per Sarah fu invece Jennifer Lopez, ma venne scelta la Parker: un buon acquisto visto che nella scena dell’ingurgitare il ragno – pare – che l’attrice l’abbia fatto davvero, nonché cantare lei stessa la celebre Come little children.
Da citare, sempre nel film, altri due attori con parti più piccole. In primis Doug Jones, nel ruolo dello zombie William. L’attore noto per aver sempre interpretato personaggi particolari, sotto grandi strati di trucco (tra i più noti, l’uomo anfibio nella pellicola di Guillermo del Toro La forma dell’acqua); qui è alla sua terza interpretazione facendo già vedere le sue capacità: le falene che gli escono dalla bocca erano vere!
Altro piccolo ma futuro grande interprete è Sean Murray: chi pensa di averlo visto più grande, forse lo ricorda nel ruolo del geniale McGee nella serie tv poliziesca NCIS.
Tecnica (allerta spoiler)
Non sottovalutiamo anche la tecnica di questo piccolo capolavoro anni ’90. Partiamo dalle coreografie. Eh sì! Le tre sorelle infatti cavalcano le scope ognuna a modo loro e le tre attrici sono state addestrate a guidarle in maniera personale: si dice che la coreografa Peggy Holmes si ispirò…al loro modo di guidare la macchina.
Molti costumi della scena della festa in municipio, sono “riciclati” da altri film della Disney, a causa dello scarso budget. Curioso invece la trasformazione di Winifred in pietra: non si decise di usare la tecnica CGI o di truccare l’attrice, ma vennero create ben 7 statue diverse, la cui progressione e lo scambio nella realizzazione, ha permesso la magia dell’effetto finale.
3 motivi per vedere il film
Bette Midler, nei panni di una Winifred scatenata
I costumi di Mary E.Vogt, specie delle 3 sorelle, così ipnotici e da farle sembrare quasi pipistrelli nel volare sulle scope
L’iconica scena della cover di I put a spell on you: corale e degna di Broadway
Quanto vedere il film
La sera di Halloween con i bambini: fa ridere, spaventa ed è anche un inno all’avere dei fratelli.
Francesco Fario
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Nonostante la mia vita è tornata a trascorrere nel traffico frenetico di una Milano che si tinge di tonalità autunnali, la mente torna sempre alla mia amata Puglia.
In questa rubrica vi parlerò di Eleonora Magnifico.
Per chi non sapesse chi fosse, basta googlare il suo nome nel web e scoprire che è principalmente una cantante e che alcune delle sue canzoni hanno come titolo “Sono Venuta”, “Taccagna” o “Ho fatto l’amore con me”.
E questo ci aiuta a capire di che provocante artista vi parlerò.
Punto di riferimento dell’ambiente queer pugliese (e non solo) Eleonora è un’artista poliedrica, cantautrice di canzoni che parlano di amore, di sesso e di libertà.
Una donna che ha dovuto faticare e sudare il suo successo per motivi che leggerete nel corso dell’intervista.
Ho chiacchierato con lei qualche giorno fa ed è giusto che inizia con il presentarsi…
Eleonora, parlami un po’ di te.
È sempre difficile parlare di se stessi, io ho sentito questa necessità con il tempo, da persona timida e introversa dovevo trovare il modo per emergere in un mondo sempre più distratto e veloce che lascia indietro chi non è dotata di scaltrezza.
Credo di esserci riuscita prima con la musica, il canto e il mondo della comunicazione in generale visto che ho fatto radio per tanti anni.
Oggi ho bisogno sempre più di parlare di me e dintorni e oltre alla musica e lo faccio attraverso i social, raccontandomi senza filtri e facendo altrettanto esprimendo pareri e opinioni su quello che vivo.
Nel tuo repertorio musicale vanti collaborazioni importanti come Viola Valentino, raccontaci la tua scalata al successo.
Purtroppo la mia scalata al successo, come tu dici, è stata ed è tutt’ora faticosa realizzando in parte quello che avrei voluto.
Un po’ per carattere: la mancanza di scaltrezza e di ambizione per appagare il proprio ego non l’ho mai avuta, quindi non ho accettato compromessi e fatto scelte non prettamente popolari, cambiando rotte e obiettivi artistici.
Inoltre non è stato facile per me imporre quella che sono a livello artistico perché mi sono vista chiudere porte, una sorta di ostracismo verso quella che sono, partendo dai produttori che mi dicevano “Eleonora tu devi cantare per quelle come te”, come a voler dire devi cantare per quella comunità da dove provieni.
Non ho mai tradito la mia origine identitaria, ci mancherebbe, ma ho subito smentito chi mi relegava a un pubblico unicamente omosessuale, perché il mio seguito è stato sempre molto trasversale.
In tuo post su Instragram ti sei definita “voce libera e spesso solitaria”. Cosa racconta la tua voce?
La mia voce racconta la storia di chi non si piega al volere di chi ci vorrebbe uguali e omologati, dove le differenze, tutte, sono chiamate diversità o anomalie, mentre dovrebbero essere patrimonio dell’unicità di ciascun individuo. La mia voce libera è solitaria per scelta, perché appartiene a tutti senza identificarmi con qualche associazione in particolare ma sostenendo le istanze e le battaglie im cui credo una su tutte la lotta contro l’ omobitransfobia. La mia voce racconta me stessa, attraverso il mio corpo che oggi più che mai è un atto politico e rappresenta la bandiera di me stessa.
“Crystal Diva” è il tuo ultimo album, come lo definiresti e di cosa parla?
Tengo molto a questo disco non immediato o forse meno facile, visti i suoni e l’intensità del ritmo, che è una costante di tutto l’album. Canzoni nate, casualmente, tra il lockdown e il momento di riapertura.
Non mi sono chiusa in casa per fare musica. È capitato grazie ad una convivenza con un musicista. Volendo potevo anch’io mettermi a fare focacce e a impastare la qualunque, ma fortunatamente ho una madre che mi vizia con le sue leccornie pugliesi.
E poi, diciamolo, sono una pigra di natura.
È accaduta però una cosa bella, chiamala alchimia o sintonia artistica e così è nato Crystal Diva, un disco energico e prezioso per me come il cristallo, fragile come le dive vere, che hanno ispirato il mio percorso artistico.
Nel disco c’è tanta musica elettronica senza pretendere di esserne un’ esponente, ma da sempre affascinata dai suoni sintetici uniti alla melodia italiana, quella più semplice con dei testi minimali, tranne qualcuno più intenso, che stavano bene su quei tappeti elettronici.
Un disco che ascolti tutto d’un fiato e credo sia una bomba!
Troppo avanti per questi tempi ed è un sound a respiro europeo.
È difficile essere un’artista trans?
Come ti dicevo si purtroppo. Io ho iniziato a espormi come artista transgender quasi vent’anni fa in tempi meno clementi, soprattutto qui in Puglia, dove è tutto più lento e se vuoi valicare i confini regionali devi espatriare, ma io ho deciso di restare qui con tutti i limiti che in seguito ho trovato.
È difficile se vuoi fare un certo percorso artistico, perché di spazio ce n’è se ti accontenti o se ti fai bastare le serate sottopagate come fanno in tante.
Mi è mancata l’ambizione di apparire ma non quella di essere e quindi, ho sempre fatto scelte che mi piacevano, a volte impopolari come lo è questo disco, tradendo quelli che da “Sono venuta” in poi, volevano restassi un fenomeno fine a se stesso.
Ho subito cambiato rotta precludendomi, una via più facile per arrivare.
L’ ostracismo del mondo discografico poi, ha frenato sogni e progetto che per il momento sono sospesi e chissà se mai riuscirò a portarli a termine, senza un vero supporto da chi continua ad avere pregiudizi.
Sei mai stata vittima di atti discriminatori?
Quando si è “diverse” non puoi esimerti dall’essere investita da atti discriminatori purtroppo.
Il bullismo come atto vile, ma proprio come parola l’abbiamo scoperto non da molto e grazie al cielo.
Prima gli atti discriminatori li subivi come se fosse normale e vivevi la tua condizione di persona transgender, omosessuale o lesbica in silenzio, con tutta la cattiveria che ricevevi a scuola dai tuoi compagni o per strada gratuitamente.
Non è cambiato moltissimo nella mentalità della società, ma sono cambiati i tempi e le identità sono finalmente visibili.
I giovani si riconoscono in generi più vicini alla loro identità sessuale e ne fanno una loro fierezza. Certo questo non ferma la discriminazione e la violenza fisica e verbale che ti segna ma sono fiduciosa in questa nuova generazione che sta già segnando l’inevitabile evoluzione dei tempi.
Domanda inevitabile: con l’ascesa di Giorgia Meloni al governo, quanto ti preoccupa la tutela dei diritti delle persone transgender?
Tanto e dovrebbero averla tutt* quelli che dicono frasi tipo “Vediamo cosa accade in fondo è una donna”, “La sua sensibilità aprirà alle tematiche lgbtqi+”.
Invece la sua campagna elettorale si è aperta in modo feroce, attaccando l’inesistenza teoria gender e inneggiando alla famiglia tradizionale come unico nucleo di gente perbene, dando dei deviati a chi non sceglie di essere omosessuale, queer, transgender ma lo è.
Mi auguro sia chiaro il mio concetto, perché qui non siamo di fronte a patologie e nessuno vuol guarire dall’essere gay, lesbica, transessuale o bisessuale.
Trovo subdoli e incomprensibili quelli della comunità che l’hanno votata, ignorando quanto la destra si sia opposta alle istanze della comunità lgbtqia+, una su tutte il ddlZan, sconfitto e applaudito proprio da chi rappresenterà il nostro governo.
Cosa consiglieresti ai giovani ragazz* che vogliono intraprendere un percorso di transizione?
Di assecondare la propria natura, anche se questo va detto anche ai genitori di figli transessuali, che dovrebbero accogliere un percorso certamente un po’ complesso, ma che può diventare ancora più difficile se non si hanno accanto gli affetto della nostra vita a supportarci.
Consiglierei di non affidarsi al caso e al fai da te, come in passato molte di noi hanno fatto ma di consultare con medici e esperti.
Qui a Bari abbiamo uno dei centri più efficienti che si occupano di disforia di genere, chiedere una consulenza al Policlinico sarebbe cosa opportuna prima di intraprendere questo percorso.
La consapevolezza oggi arriva prima rispetto al passato, ma non c’è limite di età per riappropriarsi della propria identità di genere e avere diritto a esistere e vivere una vita serena. Siamo una minoranza è vero, ma noi possiamo essere una potenza e combattere contro chi ci vorrebbe ancora invisibili.
Nel 1992 Madonna pubblica il suo lavoro più controverso, spianando la strada a qualsiasi trasgressione pop
Certamente nel 1992 Madonnanon era nuova alle polemiche: partita dalla chiacchieratissimaesibizione dell’allora inedito brano “Like A Virgin” alla prima edizione degli MTV Video Music Awards arrivando al censuratissimo video che accompagnava il singolo “Justify My Love” era passata attraverso la tempesta scatenata dal filmato per “Like A Prayer” e dall’audace Blond Ambition World Tour e relativo documentario “Madonna: Truth Or Dare” aka “In Bed With Madonna”. Ma il meglio doveva ancora arrivare.
“Erotica”: una donna soggetto, mai oggetto
Determinata a offrire il suo punto di vista sul sesso al mondo intero, ribadendo la necessità di sottolineare ancora una volta quanto una donna – esattamente come un uomo – possa abbracciare la propria sessualità e, se lo desidera, declinarla da protagonista in ogni sua possibilità, Madonna si imbarca in tre diversi progetti: il libro fotografico “Sex”, l’album “Erotica” e il film “Body Of Evidence”. Nel frattempo fonda la casa discografica “Maverick” che le garantisce completa libertà d’espressione artistica. “Sex”, le cui immagini sono firmate dal fotografo Steven Meisel e che arruola tra gli altri la supermodella Naomi Campbell, l’attrice Isabella Rossellini, l’attore Udo Kier e il rapper Vanilla Ice, viene pubblicato il giorno dopo il disco: il putiferio è talmente vasto da cannibalizzare l’attenzione dei media e dei fan, relegando “Erotica” lontano dalle prime posizioni della classifica nonostante il favore della critica. Un ulteriore colpo di grazia gli verrà dato dall’uscita, di lì a breve, di “Body Of Evidence”: thriller erotico diretto con scarsissimi risultati da Uli Edel. A differenza del film, il passare del tempo è stato più gentile con “Erotica”: un lavoro tanto rivalutato da essere considerato oggi tra le pietre miliari della discografia della cantautrice americana.
Troppo sesso abbassa le vendite
L’indigestione di sesso causata da film e libro fa inevitabilmente passare in secondo piano la musica. Ed è un vero peccato perché “Erotica” è un album che tratta di sentimenti nel senso più ampio del termine: dopo il songwriting confessionale di “Like A Prayer”, Madonna – attraverso il suo alter ego Dita – esplora tutte le gamme delle emozioni legate all’amore. Desiderio, struggimento, gelosia, autocommiserazione, seduzione, speranza, vendetta prendono voce e assumono un tono più confidenziale che mai grazie a un uso massiccio del sussurrato mentre le basi di Shep Pettibonee André Betts danno loro un robusto ritmo che spazia dall’house all’hip hop fino all’acid jazz. Un risultato la cui lezione musicale e visiva continua a influenzare una miriade di popstar: da Kylie Minogue a Dua Lipa passando per Britney Spears, Christina Aguilera, Beyoncé, Rihanna, Miley Cyrus, Nicki Minaj e Lady Gaga.
Per festeggiare questo anniversario, dopo trent’anni Madonna pubblica una ristampa del rarissimo 12” picture disc del singolo “Erotica”: il motivo dell’esiguo numero di copie finora in giro? L’immagine all’epoca della sua distribuzione fu considerata troppo spinta.
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Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde è un romanzo che fa parte dell’immaginario collettivo a tal punto che il titolo è divenuto, nell’uso della lingua italiana, espressione comune, ad indicare una persona che presenti caratteristiche diametralmente opposte in momenti diversi. Un romanzo del genere non poteva che prestare il fianco ad una moltitudine di interpretazioni e di letture: ed è d’altra parte tutto il bello della letteratura, impregnarsi di significati molteplici, a seconda dell’occhio che legge. E’ qui riportata la lettura che ne fece Vladimir Nabokov, durante il corso “maestri della narrativa europea” alla cornell university negli anni ’50.
La trama del libro
Nonostante il libro sia ormai conclamato, non fa mai male iniziare con un po’ di ripasso. Londra, Diciannovesimo secolo. L’arguto avvocato Utterson si accompagna al cugino Enfiled per una passeggiata distensiva: i due passano davanti ad una dimora. Enfield racconta, ancora visibilmente turbato, che in quel luogo vive Hyde, attorno al quale si sta già creando una leggenda nera per via di alcuni tremendi fatti di cronaca. Utterson, con orrore, si accorge di aver già sentito quel nome, Hyde: è l’erede unico a cui il suo caro amico Jekyll lascia ogni sua cosa.
Ma perché, un uomo d’un pezzo e bonario voglia lasciare la propria eredità ad una persona così malfamata, Utterson non riesce a capirlo. Qualcosa non torna: che l’amico sia sotto ricatto? Il nostro segue Hyde, cerca di parlargli ma il suo viso gli da’ ripugnanza, cerca di cavare la verità a Jekyll che appare, lungo il libro, sempre più solo ed evasivo. Utterson è sempre più confuso.
La situazione precipita quando in città avviene un omicidio: l’accusato è Hyde. L’intreccio viene disciolto solo fuori dalla narrazione, quando a chiarire le idee al lettore viene inserita la relazione di Jekyll sul caso che ripercorre le vicende dal punto di vista del protagonista vittima.
Robert Luise Stevenson nasce nel 1850 ad Edinburgo: la sua è una famiglia in cui si respira un’atmosfera d’una religione rigida e poco concessiva. Il giovane Stevenson mal sopporta un modo di fare così bigotto, bohemien com’è. Al disagio emotivo di un luogo non concorde, si aggiunse ben presto la sofferenza della tubercolosi. La malattia, ma anche un’evidentissima vocazione letteraria ed ancora quell’atteggiamento da ribelle che lo contraddistingue, lo portò- con ancor grande disappunto del padre- a lasciare gli studi.
Inizia dunque una vita fatta di viaggi: così il cambiare di paesaggio ben si addiceva all’animo inquieto. Prese in sposa Fanny Vandergriff ma non per questo fermò il passo. La salute, ancora precaria, lo costringe spesso a recarsi in luoghi di cura. Tra il 1883 e il 1886 pubblica i due romanzi per cui è maggiormente conosciuto l’isola del tesoro e lo strano caso.
Muore nel 1894, nella sua casa nell’isola di Upolu, dove si era trasferito in pianta stabile dopo un viaggio durato quasi due anni. Al suo funerale partecipò l’intera popolazione dell’isola.
Il romanzo secondo Nabokov (contiene spoiler)
E ora che l’avete appreso, dimenticate quel che sapete sul romanzo: questo è infatti non convenzionale in ogni suo aspetto, a partire dal genere. Qualcuno lo ha definito un poliziesco, un antesignano del giallo, Stevenson stesso ne parlò come un racconto di paura. Il primo grande fraintendimento nasce dal nome stesso di Hyde. Chi non sappia la vera etimologia del termine sarà portato con ogni certezza a farlo derivare dal verbo inglese “to hide”, con l’idea che Hyde è ciò che J. nasconde. Entrambi i nomi però hanno invece un’etimologia scandinava.
Hyde deriva dalla radice “Hyd” che vuol dire “rifugio”: Hyde è il rifugio dell’altro. Jekyll invece deriva da “jokulle”, che vuol dire ghiacciolo.
Questa precisazione linguistica, ci apre le porte per una corretta interpretazione del romanzo. Ad una prima lettura ci parrà che Jekyll ed Hyde sono scissi: quando c’è l’uno, non può esserci l’altro. Questi due personaggi appariranno, ad un lettore distratto, come due entità distinte l’una dall’altra, due che condividono il solo corpo. Le cose stanno diversamente: per le seguenti ragioni.
Jekyll non è il buono, hyde è il male che è in Jekyll , che è contenuto in lui. Se giudicassimo il dottore secondo la morale vittoriana, vigente all’epoca, ci renderemmo conto che non è poi chissà quale grande esempio di bontà e lealtà. Pecca, è ipocrita, è permaloso e vendicativo. Hyde non è altro da lui: al di fuori della metafora narrativa, Jekyll non si trasforma in Hyde ma proietta Hyde, contenuto in lui. Ciò è evidente, se si considera che Jekyll è descritto come un omone grande e grosso, mentre Hyde è piccolo e deforme.
Di conseguenza le parti in gioco non sono due ma tre: Jekyll, ossia l’uomo completo, Hyde, ossia il concentrato di male che è in Jekyll, e quel che rimane di jekyll quando Hyde è proiettato. Si spiega così anche la descrizione della dimora del dottore: da una parte l’ingresso di facciata, armonico e decoroso, che da’ sulla strada principale. Da una stradina secondaria, però, si accede ad una porticina di servizio che, nello stesso edificio, da’ su un laboratorio. Molti riferiscono di aver visto Hyde più volte recarsi in quel luogo.
Perché leggere il romanzo
Perché è un classico e puoi farci bella figura quando si parla di cultura generale
Perché è anche breve (adattabile a tutte le soglie di attenzione)
Perché è cibo particolarmente fertile per la fantasia ( un tempo lontano, un luogo lontano, molto mistero)
Perché puoi dare tu stesso un’altra interpretazione se questa non ti convince
In libreria è disponibile 7, romanzo d’esordio di Cataldo Scatamacchia edito da Porto Seguro.
La prefazione è di Francesco Donato, docente di Tecniche Investigative Applicate presso l’Università degli Studi di Bologna nonché Direttore della Polizia Scientifica della regione Toscana. In poche righe il docente illustra il romanzo, raccontandone origini e missione, chiarendo così fin da subito che tipo di opera è 7.
Il lavoro trae spunto da drammatiche vicende di cronaca “nera” che hanno funestato il nostro Paese negli anni trascorsi (come l’omicidio della suora di Chiavenna da parte di tre ragazzine, o come la cupa saga delle Bestie di Satana, annidata nelle brughiere del Varesotto, o come ancora l’indagine c.d. ter legata ai delitti seriali del “Mostro di Firenze”).
Episodi questi che hanno svelato una realtà sconosciuta, quella di un satanismo “fai da te”, popolata da gruppi e gruppuscoli, che operavano in assoluta libertà.
La trama
Il protagonista della vicenda è Ettore Borgia, trentenne romano laureato in Criminologia, appassionato di “occulto” e fenomeni esoterici, che lavora come dipendente laico, con mansione di archivista, presso il Governatorato di Città del Vaticano.
Quando a Roma iniziano a verificarsi episodi connessi al mondo del satanismo, la Questura chiede alla Santa Sede di indicare la figura di un consulente che possa supportare l’attività investigativa. Sarà proprio Ettore, in squadra con l’ispettore Tancredi, a svolgere le indagini in qualità di lettore super partes. Perché si è verificato il furto di oggetti sacri come ostie e ceri pasquali? Che significato ha la profanazione della tomba di un bambino di sei anni nel simbolismo esoterico? Riusciranno Ettore e Tancredi a risolvere il caso?
La recensione
Il grande pregio di 7 è che la lettura è scorrevole e coinvolgente. Fin dalle primissime pagine il lettore si sente catapultato nella vita del protagonista, Ettore Borgia, un ragazzo come tanti che insegue i suoi sogni e le cui aspettative spesso vengono tradite dalla realtà dei fatti.
Ettore si laurea in Criminologia, salvo poi scontrarsi con una triste verità: per lui sembra non esserci posto nel mercato del lavoro.
Provai tante strade, bussai a decine di porte, per non parlare delle centinaia di copie di curriculum stampati e inviati ovunque. A nulla servirono le let- tere di presentazione e quelle di raccomandazione.
Chi legge non può non ritrovarsi a provare empatia per questo personaggio, che potrebbe essere un figlio, un fratello, un amico. Un altro punto di forza del romanzo è l’approfondimento di tematiche esoteriche, di dinamiche interne alle sette sataniste, del simbolismo spesso antico e mutuato da altre religioni. Nel corso delle indagini l’esperto Ettore Borgia, che nel frattempo sembra aver trovato la sua strada, farà luce sul significato di numeri, riti e misfatti misteriosi. Tuttavia 7 presenta delle lacune nella narrazione: centottanta pagine non risultano sufficienti per spiegare l’intento criminale del colpevole. Se il personaggio di Ettore è completo e convincente, la stessa cosa non si può dire della persona che verrà incriminata per furto di oggetti sacri, vilipendio di cadavere e messe nere. Chi è veramente questo criminale? Che movente aveva? Perché è un adoratore di Satana?
A queste domande 7 non riesce a dare una risposta, avviandosi troppo in fretta verso la conclusione e lasciando molti aspetti della vicenda senza un approfondimento esauriente ed esaustivo. Valeria de Bari
Alla Festa del Cinema di Roma, precisamente nell’ambito di Alice nella Città, è stato presentato l’esordio al cinema di Casadilego, la giovanissima cantante che nel 2020 ha trionfato a X Factor, sotto lo sguardo vigile del suo giudice Hell Raton.
Infatti, è proprio lei la protagonista di My Soul Summer, film del regista calabrese Fabio Mollo che ha deciso di raccontare il viaggio introspettivo e formativo di Anita, aspirante pianista al conservatorio, che scopre invece di avere un’anima del tutto diversa da quella classica.
Una pellicola “coming of age”, come si dice in gergo, che mette al centro della scena la sua protagonista, che grazie alla sua meravigliosa voce e alla sua dolcezza riesce a rendere un prodotto un po’traballante qualcosa di particolare.
La trama di My Soul Summer
Anita (Casadilego) ha 17 anni ed è impegnatissima a prepararsi per l’esame di ammissione all’ottavo anno di pianoforte in conservatorio, per il quale si esercita ogni giorno, ore e ore, seguita dalla mamma (Anna Ferzetti), che desidera a tutti costi che la figlia diventi una pianista professionista.
Con l’avvicinarsi dell’estate, la madre decide di mandare Anita inCalabria dalla nonna (Lunetta Savino), dove potrà studiare in tranquillità e senza distrazioni. Nonostante le prime proteste della ragazza, alla fine si ritrova catapultata in questa meravigliosa villa in campagna, dove la nonna anticonformista la accoglie senza troppe moine, lasciandole lo spazio per esercitarsi al piano o fare quello che vuole.
Anita è timida, introversa, poco interessata alla vita sociale, come sembra al principio, e nonostante i ripetuti inviti di un’amica di infanzia al mare, preferisce passare ore con il suo pianoforte.
Tutto cambia quando scopre che il vicino di casa della nonna è Vins, una star della musica soul che è lì per comporre un nuovo album. Quando i due si incontrano, inizia un rapporto quasi magico, che porterà Anita a scoprire qual è davvero la sua vera passione: cantare.
La musica, colonna sonora della formazione di Anita
È la musica la vera protagonista di My Soul Summer, un viaggio nella vita di una giovane ragazza che cerca di trovare il suo posto nel mondo, che si nasconde dietro a un pianoforte ma che, piano piano, sta cercando di far uscire fuori la sua vera anima.
Le scene musicali del film arrivano dritte al cuore, con la colonna sonora che contiene anche canzoni inedite di Casadilego, che con la sua voce affascina e commuove, regalando al pubblico emozioni molto forti e note che entrano subito nella mente.
Si deve evidenziare che la sceneggiatura del film non ha molto di nuovo: una storia di formazione, una protagonista che cerca sé stessa grazie a un mentore. Qualcosa di già visto che, seppur già familiare, viene impreziosito dall’anima dei protagonisti, tormentati ma allo stesso tempo con una voglia di vivere e continuare a mettere in pratica le proprie passioni.
L’esordio sorprendente di Casadilego al cinema
Nessuno si aspettava, vedendola sul palco di X Factor timida e introversa, che Casadilego alias Elisa Coclite, fosse così calzante anche sul grande schermo. Sicuramente, la storia le calza a pennello, visto che interpreta una giovane ragazza che scopre pian piano il suo vero talento, il canto.
Ma quello che trasmette grazie alla sua interpretazione è più forte ancora: la sua dolcezza, il suo essere impacciata a volte ma anche sicura e carismatica, in un ruolo che non era semplice da portare per la prima volta sul grande schermo. Una sorpresa per tutti, che ha toccato sicuramente il cuore del pubblico, affiancata ovviamente da un cast davvero di prima categoria.
Al suo fianco, infatti, Tommaso Ragno che interpreta Vins, visionario, pazzo ma al tempo stesso una guida per la protagonista, poi ancora Lunetta Savino nei panni della nonna, un po’ sottotono rispetto ai ruoli passati, ma sempre perfetta. E poi ancora, Anna Ferzetti, Luka Zunic, e Agnese Claisse, fanno di My Soul Summer un prodotto perfetto per un evento cinematografico.
È arrivato il momento di fare una riflessione su ciò che per due anni ha caratterizzato le nostre vite: il distanziamento sociale. L’ottemperanza a tale distanziamento ha indubbiamente previsto un certo sforzo psicologico, emotivo e fisico dato che si contrapponeva alla nostra natura di “animale sociale” (Aristotele).
Le origini del (ani)male sociale
Un’ampia distanza sociale, come quella richiesta durante la pandemia da Covid-19, è una grande sfida e uno stress per gli esseri umani, i quali si sono evoluti in un contesto di vita gruppale e di comunità proprio perché nel contesto sociale potevano trovare soddisfazione per i propri bisogni e necessità. Il bisogno di relazionalità e di appartenenza (i.e., need to belong) non a caso è stato individuato da Maslow come uno dei bisogni fondamentali della sua piramide. La frustrazione di questo bisogno incrementa i livelli di stress, ansia e depressione (solo per dirne alcuni) ed è chiaro che quindi aumentare la distanza sociale comporta un trade-off innegabile. Tuttavia, la capacità di regolare la distanza dagli altri a fronte di situazioni particolari e contingenti non una mera e semplice prerogativa adattiva umana, bensì una pratica che adottano anche molti animali.
Il “contact tracing” animale
Avere avuto la possibilità di avere sensi in grado di riconoscere un eventuale portatore di una patologia contagiosa sarebbe uno scenario alquanto idilliaco in un periodo emergenziale quale quello della pandemia, ma ahinoi, ci è toccato tentare di sopperire con la tecnologia senza grande successo (i.e., tracciamento dei contatti; Guazzini et al., 2021). Tale possibilità è però biologicamente, evolutivamente e chimicamente prevista in alcune specie animali, le quali poi sono in grado di usare tale informazione per modificare le dinamiche del gruppo e abbassare quindi il rischio di contagio (Townsend et al., 2020). Specie animali come le comuni formiche nere (Lasius Niger) presentano cambiamenti comportamentali nella propria rete sociale in rapporto alla presenza o assenza di un potenziale patogeno all’interno del proprio gruppo. A fronte di formiche contagiate infatti la comunità si riorganizza per evitare la trasmissione globale, aumentando la distanza di rete tra la regina e le operaie, (Stroeymeyt et al., 2018). Alcuni animali come le aragoste sembrano essere in grado di predire l’insorgenza della malattia in altri co-specifici prima ancora che siano infettivi e adottano nei loro confronti un sano evitamento (Behringer et al., 2006; Anderson & Behringer, 2013). Nel caso invece dei primati, come i Gorilla del Congo, i maschi infetti da malattie cutanee vengono isolati dalle femmine, le quali sono in grado attraverso indizi fisici, visivi e comportamentali di cogliere eventuali segnali di infezione (Baudouin et al.,2019).
In conclusione, il distanziamento sociale che in molti giustamente hanno vissuto come qualcosa di innaturale, come un qualcosa che frustra la natura sociale stessa dell’essere umano, in realtà è un’esperienza comune nel mondo naturale soprattutto negli animali sociali, ovviamente a fronte di un “pericolo” contagioso. A differenza di quest’ultimi però a noi mancano buone “antenne”.
Articolo scritto da: Mirko Duradoni e Veronica Spadoni
Solo la settimana scorsa abbiamo provato a immaginare come sarebbe stata la cena di Natale in casa Targaryen. L’ottavo episodio ci ha tolto ogni ombra di dubbio in merito regalandoci una delle sequenze emotive più cariche di tensione dell’intera serie, gestita magistralmente sia dal punto di vista registico che interpretativo.
The Lord of the Tides è un episodio che conferma gli standard alti di House of the Dragon e che porta spettatori e spettatrici ad appassionarsi ancora di più alla storia e ai suoi personaggi. In questa puntata sono due le scene che difficilmente dimenticheremo: la petizione per decidere l’erede di Driftmark e la cena della famiglia Targaryen.
Una questione di sangue
La morte di Lord Vaemond Velaryon rimarrà tra quelle visivamente più sconvolgenti di tutto il mondo di Westeros. Ce l’aspettiamo, ovviamente, ma non per questo rimaniamo meno shockati davanti alla tv nel momento in cui vediamo la sua faccia tagliata a metà da Sorella Oscura. È un classico alla Game of Thrones, uno dei motivi per cui lo show divenne famoso e per cui HBO è un’emittente televisiva particolarmente apprezzata. Tuttavia, quello che mi ha sconvolto maggiormente della sua morte è la riflessione che mi ha condiviso un’amica e che ho trovato ineccepibile. Di fatto, Vaemond muove contro Rhaenyra la stessa accusa che Ned Stark muove a Cersei nella prima stagione di GoT. Entrambi ci perdono la testa, ma solo in un caso siamo davvero addolorati per l’accaduto (e credo di star usando un’espressione riduttiva per descrivere l’effetto della morte di Ned su tutti noi). Di fatto noi in questa serie “tifiamo” per la principessa e siamo inclini a perdonarle tutto, anche la sfacciataggine nel continuare ad affermare una parentela palesemente non vera. Quindi la morte di Vaemond non ci tocca particolarmente anche se, in fin dei conti, la sua rivendicazione è più che legittima e la sua morte alquanto ingiusta. Sì, possiamo considerare quest’idea del sangue un po’ conservatrice, ma il mondo di Westeros è questo.
Se ci pensiamo bene, la parola del re, in questo caso, non è dettata dal pensiero di ciò che è meglio per il suo popolo (la stessa figlia in questo episodio ammette che il reame sarà spaccato in due a causa della sua nomina come erede) ma solo e unicamente dall’amore per la sua primogenita. Non è quello che vorremmo da un re nella vita reale eppure non possiamo fare a meno di osannarlo nel momento in cui fa il suo ingresso nella sala del trono.
Cosa ci dice questo? Da una parte che la morale è del tutto relativa ed è sempre legata ai valori e alle credenze delle singole persone. Dall’altra, ci porta a riflettere su quanto le narrazioni possano avere potere nella nostra lettura e interpretazione dei fatti. Tra la situazione di Ned e quella di Vaemond cambia una sola cosa: la protagonista. Se in Game of Thrones seguivamo la storia degli Stark ed empatizzavamo con loro e la loro moralità, in House of the Dragon siamo più che contenti di abbandonare quei valori e quel punto di vista per abbracciare le manipolazioni della famiglia Targaryen. La stessa cosa vale anche per le reazioni ai rapporti incestuosi che le due serie ci hanno proposto. Abbiamo sempre considerato scandaloso il legame tra Jamie e Cersei mentre abbiamo guardato con un misto di tristezza e rammarico quello tra Daenerys e Jon Snow. Con Rhaenyra e Daemon, invece, è nata la vera e propria ship.
Il modo in cui si racconta una storia è tutto. È l’angolo da cui si sceglie di guardare una narrazione che determinerà le emozioni e le reazioni degli spettatori e delle spettatrici ancor prima del suo contenuto.
Legame tra fratelli
Il momento più toccante della scena ambientata nella sala del trono è quello in cui Daemon si avvicina a Viserys per aiutarlo a salire i gradini, raccoglie la corona caduta dalla testa del re e la posiziona nuovamente sul suo capo quando il fratello è riuscito a sedersi. Quei gesti e i loro sguardi non hanno bisogno di essere commentati perché dicono davvero tutto. Ancora una volta, il merito va agli attori e alle loro interpretazioni misurate e perfettamente centrate.
Un tentativo di conciliazione
L’ultima cena di Viserys Targaryen dovrebbe servire a mettere pace tra le varie componenti della sua famiglia. Una famiglia che sin da subito vediamo farsi dispetti o contestarsi vicendevolmente (pensiamo allo scambio che Alicent ha con Rhaenyra e Daemon). La faccia ormai deturpata del re sembra raccontare e anticipare quanto il potere sia corrosivo e stancante. L’unica medicina a questa fine annunciata può essere solo e soltanto l’amore e l’affetto dei propri cari. Viserys cerca questo nelle sue ultime ore. Lo ottiene anche se solo per pochissimi minuti.
Il brindisi tra Alicent e Rhaenyra sembra essere sincero, ma lo stesso non si può dire dei più giovani. Le provocazioni tra i Velaryon e i Targaryen sono continue e arrivano a scoppiare nel momento in cui il re si allontana. Aemond è un guerrafondaio che non ha dimenticato nessuna delle offese subite quando era piccolo (ritorna anche il maiale). Subito inveisce contro i nipoti venendo fermato e azzittito solo da uno sguardo di Daemon. Le somiglianze fisiche tra i due principi sono evidenti. Anche l’atteggiamento canzonatorio e noncurante è lo stesso. Il rispecchiamento tra questi due personaggi è tale da farci presagire che il loro incontro/scontro è appena iniziato. Le dinamiche tra i due ci suggeriscono che non c’è solo odio, ma anche una sottile ammirazione reciproca.
Adesso ne vedremo delle belle
La puntata si conclude con la morte di Viserys. Nei suoi ultimi minuti, la regina Alicent fraintende i deliri del sovrano pensando che si stia ricredendo sulla successione e che voglia sostituire Aegon a Rhaenyra. In realtà, con il suo discorso, Viserys sta confermando ancora una volta la stima e l’amore che nutre nei confronti della figlia. Da questo equivoco nascerà la Danza dei Draghi, la guerra più sanguinosa che Westeros abbia mai visto.
A noi ci vorranno ben 4 stagioni per conoscerne gli esiti (a meno che non abbiate letto Fuoco e sangue con i Postumi Letterari), ma c’è da dire che i contendenti sono stai presentanti in maniera convincente e completa.
Dispiace pensare che siamo già arrivati all’ottava puntata e che tra soli due episodi dovremo salutare la serie fino alla prossima stagione. Per ora non pensiamoci e aspettiamo con impazienza i prossimi sviluppi.
[CulturaMente compie 7 anni! Questo articolo fa parte delle uscite "Le magnifiche 7 (penne)", un omaggio degli ex spacciatori di cultura per festeggiare insieme agli attuali spacciatori questo importante compleanno.]
Il medioevo, quel periodo storico così lungo e dal nome poco allettante, comprendendo un millennio di storia, racconta in realtà società e culture così diverse tra loro da meritare una suddivisione interna più definita. Quando pensiamo inoltre alla fine di quest’epoca, ci si palesa davanti, lapidario e prepotente l’anno 1492.
Ammesso che possiamo considerare la suddivisione storiografica in questo modo – e ne dubitiamo fortemente – ci piacerebbe chiederci con quali modalità, quali pensieri, quali azioni l’uomo del medioevo si sia cambiato d’abito e abbia indossato quello più glorioso dell’epoca moderna.
Siamo andati allora a rovistare po’ nei libri di storia che raccontano la fine del ‘300 e il ‘400, per capire quali sono stati i protagonisti di tale transizione. Guardando all’Italia, abbiamo ritrovato quella frammentarietà statale di cui ancora oggi sentiamo fortemente il peso e ci siamo insinuati tra i vari staterelli che la popolavano.
Lo stato pontificio era un papato debilitato da 40 anni di scisma e lacerato internamente dallo strapotere dei clan familiari che si contendevano la città eterna.
Più a sud gli Angiò avevano ceduto il passo agli Aragonesi nel regno di Napoli, non senza ostilità o guerre che finivano necessariamente per coinvolgere condottieri e signori delle altre regioni.
Allo stesso tempo Venezia, imponente repubblica marinara, cominciava a sentire i contraccolpi dell’avvicinarsi dell’impero Ottomano e, guidata dal doge Francesco Foscari, a rivolgere lo sguardo all’entroterrra italiano.
Non tralasciamo tutta una serie di staterelli come Mantova, Ferrara, il Monferrato, Urbino che hanno fornito generazioni di condottieri. Oltre a queste ad altre micro-signorie che per comodità di tutti – e clemenza di chi scrive – non elencheremo, abbiamo tutto un centro Italia diviso tra la rinnovata autorità papale e i governi locali radicati e rinforzati dal vuoto di potere centrale dell’ultimo secolo.
Firenze e Milano: un’alleanza tra due uomini
Si distingue una Firenze repubblicana, sempre più a carattere oligarchico, che dopo il 1434, anno del rientro di Cosimo de’ Medici dall’esilio, è sempre più una signoria de facto. Il ruolo assunto da Firenze nel panorama politico, finanziario e artistico dell’intera penisola, rende la città uno dei principali attori dell’epoca. L’altro grande interlocutore è una Milano erede delle politiche espansionistiche di Gian Galeazzo Visconti. Ridotto lo stato territoriale, Filippo Maria cerca di destreggiarsi per oltre 30 anni in alleanze e scontri, avvalendosi dei più grandi condottieri dell’epoca. Tra i vari nomi da ricordare, quello sicuramente più meritevole è quello di Francesco Sforza. Condottiero al soldo di Firenze, promesso sposo di Bianca Maria Visconti, a capo di una signoria cittadina nelle Marche, lo Sforza è stato tra i più grandi uomini del suo tempo.
Sebbene Firenze fosse alleata naturale di Venezia, gli interessi economici e politici avvicinarono la città del giglio alla signoria viscontea. Tutto questo catalizzato e accelerato dal profondo rapporto di stima e amicizia che legava Cosimo de’ Medici al condottiero Sforza. La comunità d’intenti e l’idea condivisa di necessità di una stabilità tra gli Stati gettarono le basi di un sistema di alleanze e di equilibrio che, dopo la pace di Lodi, verrà mantenuta dall’illustre nipote di Cosimo, Lorenzo.
Possiamo definire i primi 50 anni del XV secolo, tutt’altro che noiosi e privi di eventi. Condottieri, guerre, colpi di stato, alleanze e matrimoni, sono gli ingredienti principali delle signorie italiane che nel giro di una generazione, traghettarono la penisola verso l’epoca moderna.