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20 libri del 2020: la classifica di CulturaMente

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Sicuramente sul web troverete moltissime classifiche di libri 2020.

Noi di CulturaMente, però, abbiamo voluto stilare la nostra classifica basandoci esclusivamente sui libri che abbiamo letto o recensito quest’anno. Non ci piace fare elenchi sterili e soprattutto “mainstream”. Nelle nostre letture del 2020 abbiamo inglobato come sempre autori emergenti e autori più famosi, romanzi, saggi, poesie, ma anche fumetti.

Nel nostro elenco abbiamo inserito anche molto genericamente gli audiolibri, linkandovi un articolo precedente.Questo perché il lockdown che ci ha costretti ore ed ore al pc (ci riferiamo principalmente a chi ancora vive lo smart working) rende la lettura a fine giornata davvero pesante, sia da ebook che da cartaceo. Quanto volte ci siamo ritrovati a fissare una pagina e a rileggerla più volte per la stanchezza?

In tal senso gli audiolibri, che prima potevano essere ascoltati in macchina mentre si andava a lavoro, ora possono essere nostri alleati in serata, magari quando ci facciamo un bagno caldo o facciamo un po’ di stretching per distenderci.

Ma non solo. Nel nostro elenco abbiamo inserito anche dei piccoli saggi (come quelli di Graphe edizioni: Breve storia della letteratura rosa) che non arrivano a 100 pagine. Oppure abbiamo inserito i racconti, come Brevi che ti passa: il genere perfetto per leggere qualche pagina e andare a letto sereni. Vi sono anche libri fotografici, come quello dedicato a Wes Andersen, e Fumetti come Vita da pomodoro.

Insieme a questi troverete anche romanzi storici, libri dedicati alla questione di genere, romanzi d’amore, romanzi gialli, ma anche un bel saggio sulla Disney che consigliamo davvero e che alterna immagini e parole.

Quali sono, quindi, i libri del 2020 da leggere assolutamente secondo noi? Ecco il listone!

Alcune recensioni sono in arrivo: una buona scusa per guardare il libro online(o in libreria se potete andarci), farsi un’idea, e tornare a trovarci nei prossimi giorni per leggere il nostro parere!

  1. Melodia per anime spezzate
  2. Brevi che ti passa
  3. I valori che contano
  4. Breve storia della letteratura rosa
  5. La filosofia della lontra
  6. Gli anni incerti
  7. Il grande dizionario dei tatuaggi
  8. Orgoglio e pregiudizio Bookclub
  9. La vita bugiarda degli adulti
  10. Accidentally Wes Anderson
  11. I Leoni di Sicilia
  12. Un secolo Disney
  13. Vita da Pomodoro (recensione in arrivo)
  14. Parità in pillole
  15. Le ragazze stanno bene
  16. Le cose del mondo
  17. 4321
  18. Le regole degli amanti
  19. La traccia del pescatore
  20. Audiolibri letti dagli attori

Se cercate la colonna sonora giusta per leggere, vi invitiamo a fare un salto sul nostro profilo Spotify e a cercare la playlist più adatta all’occasione. Abbiamo anche la musica classica, ma noi attualmente suggeriamo qualcosa per entrare nel mood della “stagione”.

Scarpe Lidl: ok, il prezzo (psicologico) è giusto

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Dal 16 novembre 2020, le scarpe Lidl sono sbarcate anche in Italia per la gioia di qualcuno e la frustrazione di tutti coloro che non sono riusciti a metterci le mani sopra. Già alle ore 13, riporta il Fatto Quotidiano, non c’era più alcuna traccia in nessuno dei 660 punti vendita italiani delle ambitissime scarpe della Lidl. Queste sneakers sono diventate a tutti gli effetti un fenomeno di massa, con persone disposte a violare le disposizioni anti-Covid pur di averle.

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Ma com’è che una sneaker da 12.99 euro è arrivata a valere la strabiliante cifra di 11 mila euro?

Innanzitutto, bisogna partire da un assunto fondamentale: il valore di un oggetto è un qualcosa di psicologico che può, di conseguenza, avere poco a che fare con le caratteristiche oggettive del bene. Altrimenti non si spiega come la “Lidl Fan Collection” – che onestamente ricorda vagamente la collezione di “Derelict” in Zoolander – possa essere venduta (non dalla Lidl) a certi prezzi, tanto da scomodare il Codacons.
Sono quindi le persone a dare un valore agli oggetti e per farlo utilizzano delle regole di valutazione abbastanza standard. Fra queste vi è il principio di “Scarsità”. Chiunque abbia mai fatto un album di figurine sa che la figurina più ambita è quella rara e/o a tiratura limitata. Le scarpe della Lidl sono diventate presto un oggetto raro, prodotto, con tutta probabilità, con l’intenzione di essere fin dal principio scarso. Ironicamente il fatto di essere raro e quindi desiderabile dal principio lo ha reso nei fatti ancora più raro. Le persone si sono precipitate ad acquistare le scarpe non appena disponibili rendendole di fatto introvabili se non pagando cifre discutibili.

Perché desideriamo le scarpe Lidl?

Per rispondere dobbiamo introdurre il concetto di “status”, il quale è intrinsecamente connesso all’accesso alle risorse. Avere accesso o possesso di una risorsa scarsa ribadisce lo status (spesso desiderato) di una persona. Ecco che la corsa alle scarpe Lidl assume maggior senso. Non si corre e sgomita per un paio di scarpe, ma per ciò che segnalano, lo status.
I social media poi sono un’ottima vetrina per comunicare il proprio status. Tant’è che ci ha messo le mani sull’ambito paio di sneakers non ha perso occasione per mostrarlo, rafforzando la percezione delle scarpe della Lidl come uno “status symbol” e rendendolo più desiderabile agli occhi di chi fino a quel momento era rimasto all’oscuro della loro esistenza. In tal senso, il comportamento degli altri finisce per influenzare il nostro. È ciò che Robert Cialdini definisce “riprova sociale”.

Comunque la si pensi, divenire consapevoli dei meccanismi che regolano il comportamento umano è sempre molto prezioso e illuminante. Alla fine, cambiano gli oggetti ma mai le storie narrate. Stiamo solo sostituendo (momentaneamente) le preziose sneakers alla ormai obsoleta e vetusta scarpetta di cristallo.

Ti ricordi dell’ultima PsicoPillola? No? Perdite di memoria…deve essere l’età, bisogna aumentare la dose. Ecco, prendi!

Il 28 Novembre 1907 nasceva Alberto Moravia,”l’indifferente” della letteratura italiana

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“Le esperienze che contano sono spesso quelle che non avremmo mai voluto fare, non quelle che decidiamo noi di fare”

Lo dice lui stesso, Alberto Pincherle Moravia, e queste poche parole descrivono quanto meglio i suoi primi anni di vita.

Nato a Roma agli inizi del novecento da una ricca famiglia di borghesi, si ammala, ancora bambino, di tubercolosi ossea. Ed è questo evento, terribile e inaspettato, che costringe il piccolo Alberto ad una vita appartata, ad una educazione privata, lontana dai banchi di scuola, donandogli in cambio quello sguardo alienato da estraneo che ne caratterizzerà l’intera produzione.

Non a caso il suo primo lavoro – ed è subito il capolavoro- s’intitola, appunto, gli indifferenti: inizia così una carriera di scrittore e giornalista piena di splendori.

Negli anni trenta, inviso al regime per le sue posizioni antifasciste, approfitta della sua funzione di inviato giornalistico e gira L’Europa e L’america, maturando una coscienza culturale e sociale e tenendosi lontano dai guai.

Celebre è il matrimonio con Elsa Morante: un’amore dall’eco enorme, dilaniante e contorto, descritto dallo stesso Moravia come “una disperata dedizione” nella raccolta di epistole “quando verrai sarò quasi felice.” Appunto, quasi. Dopo 26 anni i due si lasciano, pur senza mai divorziare.

Il nostro Moravia, nonostante le poco fortunate vicende private, non si è tuttavia mai fermato, neppure nel dopoguerra; anzi la sua presenza diventa quasi ingombrante: l’uomo si pronuncia ed è ben presente su tutti i temi più urgenti, che siano argomenti filosofici, politici, letterari. Nel 1984 entra nel parlamento europeo come indipendente nelle liste del partito comunista.

Muore il 26 Settembre del 1990 nella sua bella Roma.

Prima fase: l’indifferenza

Già a partire dal primo romanzo, Moravia dipinge a tinte fosche la sua classe d’appartenenza, la borghesia. E’ una classe ormai svuotata dai propri valori, corrotta, chiusa e soffocante; una sorta di cappa sotto la quale si muovono gli anti-eroi moraviani a partire dal protagonista degli indifferenti, Michele. Cosa fa Michele, ad esempio, per meritarsi il titolo di anti-eroe? E’ quello il punto: niente. Pur cogliendo con un disprezzo lucido , quasi con crudeltà, la pochezza dei suoi simili, non trova alternative e non riesce a stabilire collegamenti veri con ciò che lo circonda. L’indifferenza se lo mangia vivo, non gli lascia che i vagheggiamenti di un mondo antico e migliore dove essere “tragico e sincero

Quello che nasce con questo primo romanzo, Moravia è giovanissimo quando lo scrive, è ancora a livello embionale. Il giovane, questo lo dirà una volta divenuto adulto, non aveva inizialmente intenti critici. Almeno a livello conscio.

Seconda fase: esistere

La situazione è questa: c’è un rifiuto radicale della realtà che, per forza di cose, si traduce con una brutta fine- e come potrebbe essere diversamente?- dei personaggi. Soluzione ( opinabile, per carità): abbandonarsi al vivere, quindi semplicemente rassegnarsi ad esistere. Questa esistenza biologica e semplice è ritrovata da Moravia nel popolo; il proletariato diventa l’alternativa ad una classe borghese intimamente minata: sono gli anni della Romana, della Ciociara, dei racconti romani. Non bisogna fermarsi alle apparenze: in realtà il focus dell’autore è ancora la borghesia! L’immediatezza del popolo è vagheggiata solo in quanto antitesi della malattia intima che corrode la sua classe d’appartenza.

Terza fase: la noia

Quando ha ormai passato la metà del cammino di sua vita scriverà un’altra delle sue opere maggiori, come a scrivere il finale definitivo del suo pensiero. La storia s’intitola la noia e, al lettore attento non sfuggirà che la noia di cui parla altro non è che l’antica indifferenza. Ora però Moravia ha qualche strumento in più per definirla: parla di alienazione e reificazione, cioè alla riduzione dei rapporti tra persone ai rapporti tra cose. Moravia giunge dunque ad una più corretta individuazione di un problema sui cui ha discusso una vita intera. Il suo percorso si è compiuto.

Serena Garofalo

“Notting Hill”: un amore senza fine

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Titolo originale: Notting Hill
Regia: Roger Mitchell
Sceneggiatura: Richard Curtis
Cast principale: Julia Roberts, Hugh Grant, Rhys Ifans, Emma Chambers, Emily Mortimer
Nazione: Regno Unito, Stati Uniti d’America
Anno: 1999

Un affresco destinato al mito

Lineare, surreale, votato alla levità come carattere dominante. Notting Hill di Roger Mitchell è a tutti gli effetti un film iconico. L’aura fiabesca – sostenuta da una fotografia vicina all’illustrazione – orienta la ricezione verso l’idea del “per sempre“, un qui e ora valido senza posa. La storia d’amore tra Anna Scott (Julia Roberts) e William Thacker (Hugh Grant) trae origine da una vagheggiamento di Mitchell stesso, intento a fantasticare – come i comuni mortali – sull’incontro impossibile con una personalità in voga:

«Qualche volta mi domando come sarebbe se mi presentassi a casa dei miei amici, dove di solito ceno una volta a settimana, con la persona più famosa del momento, Madonna o chiunque altro. Tutto è nato da lì. Come avrebbero reagito i miei amici? Chi proverebbe ad essere fico? Come sarebbe passata la cena? Che cosa avrebbero detto poi?»

Notting Hill come spazio emozionale

Tale spunto immaginativo si colloca sullo sfondo di un luogo ideale, puntellato da spazi verdi e piccole botteghe, case bianche e vicoli stretti. Londra – tra Portobello Road e Notting Hill – è assunta a modello del “field of care“, spazio in cui far convergere umori ed emozioni, certo individuali ma soprattutto intime – dotate di un portato teneramente universale.

I personaggi ritratti – una diva autoironica e un libraio gentile, perso tra i “dindirindina” e gli sguardi sognanti – sono perfetti caratteri di un plot favolistico, già in parte esperito da Pretty Woman (1990) di Garry Marshall e Un amore tutto suo (1995) di Jon Turteltaub. L’incontro fra i due è sublime, un appuntamento col destino che appartiene ai sogni dell’uomo comune – sempre teso a consumare la vita mentre gli slanci restano su carta. Il giovane Thacker, amante di Henry James e coinquilino del freak più socievole della storia (Spike, alias Rhys Ifans), rovescia una bevanda sulla maglia della Scott, camaleontica attrice col bisogno di tranquillità.

La costruzione dell’immaginario in Notting Hill

Effigiata da una splendida Roberts – tanto naturale da innescare un cortocircuito interprete-personaggio – la superstar hollywoodiana è una sorta di Alice nel paese dei “normali”, dove innocenza e diversità si fano caratteri dominanti, chiamati ad aprire un varco nel muro posticcio dello star system. Tutto in Notting Hill rivela un’attrazione per i margini – dell’universo sociale e di quello reale – e tutto è legato al dominio dell’immaginario.

Patinato ma non troppo, deliziosamente sospeso tra humor e “salsa rosa” il film di Roger Mitchell costeggia zone di ricezione dai confini pacificati, mette in scena amore, peripezie e rinunce già assimilate dall’orizzonte d’attesa. Non è un male né un’astuzia, giacché la pellicola lavora su stilemi estremamente duttili, qui arricchiti da un ritmo piano e dunque lontano dagli alti e bassi delle rom-com, che pure ci sono ma risultano infrazioni – incidenti sapidi di un percorso lineare.

Verso il lieto fine

Così l’arrivo del fidanzato americano, coinvolto in un gioco degli errori (scambia Thacker per un cameriere) e subito ri-condotto al suo destino di arroganza, mentre sulla coppia aleggia un alone serafico e lievemente imperscrutabile.

Non c’è nulla che ci turbi in Notting Hill. Nulla che rovesci le convinzioni, niente che conduca allo stravolgimento finale. La chiusa – sognante e lieta – è il punto di approdo di un amore sempreverde, di un viaggio senza meta: «surreale ma bello».

Tre motivi per vedere il film

  • La colonna sonora (She di Elvis Costello è indimenticabile)
  • La scena dell’incontro con la stampa (Cavalli e segugi…)
  • Le battute di Spike

Quando vedere il film

Se si ha voglia di romanticismo: quando, sennò?

Ginevra Amadio

Hai perso l’ultimo appuntamento del nostro cineforum? Recuperalo qui!

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Spesa sexy su Detto Fatto: ci piace essere sensuali, non sessualizzatə

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Detto Fatto è stato sospeso dopo la bufera nata per dei consigli di una maestra di pole dance, Emily Angelillo, su come fare la spesa in modo sensuale. Ma il problema non è solo questo.

A noi donne piace essere sensuali. Anche agli uomini, alle persone transgender, a quelle non binary piace essere sensuali. A qualsiasi persona piace essere sensuale e piace essere considerata tale da qualche altra persona. Piace a tutti e non c’è nulla di sbagliato in questo.

Non lo facciamo necessariamente per gli altri, ma anche solo per noi stessi. Così come noi donne ci trucchiamo o ci vestiamo bene, o eleganti, o sexy perché piace a noi, non per piacere a qualcuno. Okay??

Quello che non piace è che ci venga detto come camminare per essere sensuali mentre facciamo la spesa o spingiamo un carrello. Col tacco alto e gli shorts, come fossimo Betty Boop. Anche perché guidare un carrello è già difficile con le scarpe basse, a causa della ruota sbilenca, e le corsie diventano una pista di autoscontro. Se poi ci mettiamo anche i tacchi, diventa RuPaul’s Drag Race, tra scontri coi carrelli e Death Drop in stile Laganja Estranja.

Non ci piace la continua sessualizzazione di tutto. Anche la camminata.

Perché se camminiamo in quel modo, non lo stiamo facendo appositamente per essere sensuali. Anche perché non dobbiamo fare le cose per forza in modo sensuale.

Ci sono tante persone, in particolare molte donne, che camminano in quel modo perché è semplicemente la loro camminata, e non lo fanno per essere sensuali. Magari alcune hanno fatto anni e anni di danza o di ginnastica artistica e hanno un certo portamento.

Perché dovrebbero essere guardate con occhi famelici da persone, in particolare uomini, che pensano che stiano facendo la spesa in modo sensuale, seguendo i “consigli” di Detto Fatto? Quando si sessualizza qualcosa, succede inevitabilmente questo. Come ad esempio le tante bambine che si vergognano di stare a petto nudo perché i loro costumini hanno già il reggiseno, e magari anche imbottito.

Non sessualizzate le donne!

Lasciateci libere, fin da piccole, di essere e fare quello che vogliamo, senza impostare nuovi canoni e nuovi stereotipi nella società, mentre stiamo ancora combattendo per eliminare quelli vecchi. Non sessualizzate nessuno!

Noi donne, come tutte le persone, vogliamo essere sensuali, vogliamo piacere, vogliamo fare sesso, vogliamo amare chi ci piace, vogliamo fare quello che ci va, ma nessuno può dirci come, quando e dove farlo. Vogliamo la libertà di andare a fare la spesa con la tuta e i capelli in disordine, o di andare a fare la spesa col tacco 12 e vestite carine, senza essere giudicate, scrutate, essere divorate con gli occhi dal pesce lesso di turno. (Se vogliamo un pesce lesso, andiamo in un ristorante a mangiare sushi o pesce, non a fare la spesa, che sia chiaro).

Succede già ad alcune persone, tipo ballerinə e ginnastə, di attirare l’attenzione proprio quando fanno la spesa perché, per lo sport praticato per anni, si muovono in un certo modo. Se certi movimenti non venissero etichettati e associati al sesso o alla sensualità provocante, cioè non fine a se stessa, nessuno le guarderebbe.

Inoltre, non importa se indossiamo le scarpe basse o il tacco 12. Se ci muoviamo come Emily Angelillo o in maniera molto goffa, sembreremmo comunque stranə, in senso negativo. In particolare se il DNA non ci ha graziato per l’altezza!

L’intenzione della maestra di pole dance di insegnare a Detto Fatto, prima di essere sospeso il programma, come fare una camminata che possa essere sensuale era buona.

Applicarla all’azione di fare la spesa, però, è semplicemente ridicolo, perché chiunque ci veda fare quelle mosse mentre siamo al supermercato, ci prenderebbe senza ombra di dubbio per scemə o per ridicolə!

Il vero problema non è quello di volere essere sensuali o esserlo, ma estremizzare la sensualità, applicare l’idea di dover essere sensuali, e quindi sessuali, anche durante un’attività banale come fare acquisti.

A tutto c’è un limite. Neanche Dita Von Teese, che è una fantastica e bravissima performer di burlesque, si muove “in modo sensuale” quando è in giro normalmente, lontana dai riflettori, perché risulterebbe forzato. Esattamente come era forzata la dimostrazione della maestra di pole dance a Detto Fatto.

La realtà è che si può essere sensuali anche senza camminare o vestirsi in un modo preciso. La sensualità è soggettiva e non c’è una regola per essere sensuali applicabile a tuttə. Dita Von Teese è sensuale anche se tutta vestita e seduta immobile in una posa rilassata. Altre persone non sarebbero sensuali neanche seguendo tutti i consigli di Emily Angelillo.

Sarebbe stato più apprezzabile se avesse mostrato come camminare sensualmente il sabato sera sottobraccio con le amiche, al posto del carrello, quando usciamo tuttə per rimorchiare. Oppure dentro casa, se volevamo sedurre il partner, o la partner, e fare una cosa a tre con la lavatrice!

Per il momento Detto Fatto non va in onda, e Bianca Guaccero ha posto le sue scuse.

Che il programma alimentasse gli stereotipi, mentre asseriva di essere dalla parte delle donne, non è mai stata una novità.

In ogni caso, nessunə è più sensuale, nella camminata, di Virginia Raffaele che imita Belen Rodriguez… Oh meo Dio, mi è caduta la margarina!

Ambra Martino

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Oseki, coraggiosa eroina del racconto di Ichiyō Higuchi

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In questa uscita di Dosi di Eroine parliamo di una donna disposta a tutto pur di sfuggire a un matrimonio infelice: Oseki, protagonista de “La tredicesima notte”, un racconto molto moderno scritto da Ichiyō Higuchi.

Gli scrittori giapponesi stanno pian piano diventando famosi anche qui in Italia. Sul nostro sito abbiamo parlato di Kazuo Ishiguro, vincitore del premio Nobel per la letteratura 2017, ma in realtà lui è più inglese che giapponese.

Ichiyō Higuchi è pressoché sconosciuta, ma in realtà è considerata dai critici una delle principali scrittrici giapponesi del XIX secolo. Le sue eroine rispecchiano la sua vita e ci presentano donne che lottano contro ogni tipo di barriera imposta dalla società.  Le sue opere sono quindi molto moderne, infatti Ichiyō Higuchi descrive molto dettagliatamente, all’interno di esse, la condizione delle donne giapponesi del XIX secolo.

Nonostante la breve vita, Ichiyō Higuchi ha dato molto al panorama letterario giapponese e non. Fu la seconda donna ad apparire su una banconota in Giappone e viene riconosciuta come la prima scrittrice nipponica moderna.

Chi era Ichiyō Higuchi?

Figlia di un contadino trasferitosi a Tokyo in cerca di fortuna, Ichiyō Higuchi visse inizialmente una vita modesta, per poi ritrovarsi nella totale povertà con madre e sorella in seguito alla morte del fratello maggiore prima e del padre poi. La sua educazione formale venne interrotta all’età di 11 ma le fu permesso di continuare a studiare. Nel 1886 iniziò a frequentare una scuola privata dove si avvicinò allo studio dei classici giapponesi. Forse mossa dall’invidia a causa del successo del romanzo di una sua amica, Ichiyō Higuchi decise di dedicarsi alla scrittura, anche per cercare di supportare economicamente la sua famiglia. 

Pubblicò diversi romanzi ma alla fine del 1896, all’apice del suo successo, muore a soli 24 anni. 

“La tredicesima notte”

La protagonista de “La tredicesima notte”, Oseki Harada, sette anni prima degli eventi narrati era stata costretta a sposare un uomo molto ricco. Pian piano cresce dentro di lei il desiderio di voler uscire dalla situazione matrimoniale perché profondamente infelice e abusiva, nonostante sappia benissimo che facendolo perderebbe il suo status sociale e suo figlio. Oseki si reca a casa dei genitori, sperando di trovare in loro degli alleati. Spiega loro, quindi, la sua vita con il marito: lui si sente superiore a lei perché più istruito e arriva anche a insultarla pesantemente.

Tuttavia i genitori, specialmente suo padre, non sono disposti a perdere la ricchezza derivata da quel matrimonio e il loro status sociale: addirittura anche il fratello di Oseki trae vantaggi dalla loro unione, in quanto allievo del marito. Viene quindi esortata dal padre a desistere e tornare alla sua vita infelice e senza apparente possibilità di riscatto. 

Oseki si convince, anche perché immagina la sua vita senza suo figlio e si sente perduta. Nella seconda parte del racconto, quando Oseki sta tornando a casa dalla visita ai genitori, incontra un vecchio amico che era un tempo innamorato di lei, ricambiato. Ma la loro relazione non era mai partita a causa della conveniente proposta di matrimonio offerta a Oseki dall’attuale marito. I due si raccontano a vicenda gli ultimi anni della loro vita: anche lui si era sposato giovane ed era infelice, tanto che aveva tradito la moglie e conseguentemente perso tutto e costretto a trovarsi un lavoro fisico per guadagnare. I due si separano tristemente e ritornano ognuno alla propria vita.

Si può visitare l’abitazione di Ichiyō Higuchi, a Tokyo, dal 2006. Qui il sito ufficiale dove poter prenotare una visita. Speriamo di poter riprendere a viaggiare presto!

Veronica Bartucca

Leggi l’uscita precedente di #DosiDiEroine:

Freddie Mercury è morto 30 anni fa: una playlist per ricordarlo insieme

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Ogni 24 Novembre pensiamo con nostalgia ad uno dei cantanti più grandi e famosi della musica, Freddie Mercury, ascoltando le sue canzoni e quelle dei Queen.

La ragione per cui amiamo Freddie Mercury non è il suo amore per i gattini, che oggi è il trend del momento sui social network. Sapevate che trattava i suoi come dei figli?

Lo amiamo e lo abbiamo amato per il suo coraggio di essere se stesso, rompere gli schemi e di voler realizzare il suo sogno di fare musica ed essere un cantante.
Freddie Mercury con le sue canzoni e la sua storia ha ispirato tanti giovani artisti a seguire i loro sogni e a lavorare tanto e duramente per realizzarli, tant’è che gli hanno dedicato tanti contributi e addirittura hanno tradotto e cantato Bohemian Rhapsody in italiano! Anche una delle cantanti più famose ha scelto il suo nome d’arte grazie ad una loro canzone. Ovviamente parliamo di Lady Gaga.

In onore dell’anniversario della morte di Freddie Mercury, abbiamo creato una playlist con alcune delle canzoni dei Queen.

Sceglierle è stato davvero difficile, ma abbiamo scelto quelle che ci hanno emozionato sempre e che cantiamo a squarciagola. Perché così va celebrato Freddie Mercury: cantando le sue canzoni a squarciagola e indossando una coperta come fosse un mantello regale e fossimo noi una vera Queen!

Ad aprire questa playlist c’è I want to break free. Abbiamo tutti pensato di metterci almeno una volta in autoreggenti, minigonna e tacco alto dentro casa solo passare l’aspirapolvere come Freddie. Se lo avete fatto, vogliamo le prove: mandateci una foto o taggateci in una storia!
Subito dopo Living on my own, del periodo da solista, e poi… “MAMAAAAA UUUH!”, sì, proprio Bohemian Rhapsody!

Che tra l’altro è anche il titolo omonimo del film dedicato alla storia di Freddie e dei Queen!

In questa playlist abbiamo aggiunto anche qualche altra canzone dei suoi dischi da solista e anche una bellissima canzone d’amore che dedicò alla sua compagna, Mary Austin.
E poi non poteva mancare una chicca della musica internazionale, una collaborazione che rimarrà nella storia, quella tra David Bowie e i Queen in Under Pressure.

Sono trasocorsi quasi 30 anni dalla morte per AIDS di Freddie Mercury, il 24 Novembre 1991, ma le canzoni dei Queen riecheggiano di nuovo negli stadi. La band da qualche anno ha ricominciato a girare in tour, accompagnata da Adam Lambert, che è stato anche lui un grande fan della band e che sottolinea che non ci sarà mai nessuno come Freddie.
Infatti, tutte le leggende sono inimitabili e uniche.

Ambra Martino

Crediti immagine: Wikicommons Licenza 3.0

Sta voce po esse piuma o po esse… Ferro (il docufilm)

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Mi perdonerete se per questa volta cedo al dialetto, ma per raccontare Ferro, il docufilm di Tiziano in streaming su Amazon Prime Video, non posso assolutamente mettere in secondo piano la romanità.

Una componente importante che appartiene al cantante di “Sere Nere” e spicca per tutto il documentario, nonostante sia ambientato per lo più a Los Angeles. Certo, ad essere specifici, Tiziano è originario di Latina, ma penso abbiate capito cosa intendo.

E fa sorridere vedere Tiziano parlare perfettamente inglese (a differenza di tanti altri italiani) e poi mischiare nelle sue battute un “vabbè”, un “aoh”. Fa sorridere vedere la sua semplicità che si dipana in ogni cosa della vita: l’amore immenso per il marito Victor Allen, per la famiglia di origine e acquisita, per i due cagnolini, per i fan e per gli alcolisti che aiuta nella città in cui ha ricreato la sua “normalità”.

E con la stessa semplicità con cui Tiziano racconta l’amore, il cantante ci apre anche le porte ai momenti più dolorosi della sua vita. Momenti in cui la fama è stata accompagnata da un dimagrimento forzato, un’omosessualità rinnegata dalle etichette discografiche, fino all’alcolismo.

Ferro è il docufilm più onesto che io abbia visto. Nulla a che vedere con quello di Taylor Swift o Lady Gaga, forse più vicino a quello di Chiara Ferragni per la semplice autenticità. Like it or not, a differenza degli americani non si tenta di vendere una facciata. Si è quel che si è, cari fan. Potete amarci con la nostra imperfezione?

Il fil rouge che invece lega i documentari sulla vita dei cantanti, a prescindere dal loro genere, è l’omologazione indotta dalle case discografiche. La richiesta di identificare un determinato modello fisico e spirituale, di essere un bel prodotto da vendere. Se a Lady Gaga viene richiesto di essere più sexy, a Tiziano Ferro viene richiesto di essere “più uomo”, persino nel vestire.

Ci sono quindi dei momenti molto toccanti in Ferro, ma non solo dal punto di vista della sofferenza naturalmente. La scena degli studenti americani che cantano “Ed ero contentissimo” per imparare l’italiano e il meraviglioso ricevimento di nozze in cui Tiziano ci accoglie nel regalo suo più grande, e Victor, con accento squisitamente americano, dice che questo matrimonio “SE PO FA!” rendono questo documentario un’esperienza autentica nella vita dell’artista, tra luci ed ombre.

Per tutta la durata del docufilm c’è solo una parola che mi scorre in testa: inclusione.

Una parola ancora troppo lontana nella testa degli italiani, così legati a retrogradi luoghi comuni e a questioni di irrilevante apparenza. Tiziano ci prova, con questo docufilm, a lottare contro i pregiudizi, l’omofobia e il bullismo. Ci prova rivelandoci, ancora una volta, la sua estrema sensibilità. Quella che lo ha reso un grande artista.

Alessia Pizzi

Chiamami col tuo nome, la colonna sonora in playlist

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In ogni film è presente una colonna sonora. A volte sono realizzate da un compositore appositamente per quel film, altre volte, sono composte da canzoni già esistenti che sono state scelte per quel film o quella serie tv.

È il caso del film Chiamami col tuo nome e le canzoni della sua soundtrack

La maggior richiesta di film e serie tv, visibili al cinema e sulle piattaforme online, spinge chiaramente a creare nuove colonne sonore. Le più famose hanno lasciato il segno nella storia della musica, del cinema e nella cultura di massa. Poche volte succede che la colonna sonora di un film, che sia composta da canzoni già pubblicate, abbia un certo successo. 

Ci è riuscita quella di Chiamami col tuo nome, il film di Luca Guadagnino uscito nel 2017, disponibile sia nella versione in DVD e Blue-Ray e che in streaming su Amazon Prime Video.

In molte scene senza dialoghi, è la musica a parlare.

In Chiamami col tuo nome le canzoni esprimono le emozioni, contribuiscono a creare il mood intorno alle scene e parlano anche per Elio, il protagonista.

Chiamami col tuo nome: la nostra recensione

Nel complesso, la scelta di tutte queste canzoni si è rivelata precisa e adattissima al film. 

Di fatto, le canzoni stesse sono diventate, al di fuori del film, creatrici di mood per situazioni diversi. Alla mente richiamano nostalgia, serenità, tristezza, liberazione, innamoramenti, contentezza.

Le uniche canzoni scritte per Chiamami col tuo nome sono tre canzoni di Sufjan Stevens, due originali e una, Futile Devices, riarrangiata per il film.

Mystery of Love, una dei brani originali, ha ricevuto anche la candidatura come miglior canzone agli Oscar, vinto però da Ricordami del film d’animazione Coco

Benché il film non sia piaciuto ad alcune persone, per l’evidente differenza di età nella realtà dei due attori protagonisti e per alcune inesattezze storiche, Luca Guadagnino ha fatto un ottimo lavoro con le musiche, in mia opinione.

Con Sufjan Stevens, ha lasciato un’impronta nuova nella musica: ora a diventare famosi non sono solo i leitmotiv esclusivamente strumentali come per la marcia imperiale di Star Wars.

Oggi qualsiasi canzone diventa la colonna sonora delle nostre giornate e delle nostre esperienze grazie ai social, e diventa dunque virale. Solo che molte sono virali finché non sopraggiunge una nuova canzone, mentre i brani composti da Sufjan Stevens sanno sempre esprimere i nostri sentimenti, dal momento che non ricalcano qualche melodia in voga.

Ricalcano e rappresentano un mood e delle emozioni complesse che non sono costanti nell’essere umano e nella vita.

Questa colonna sonora è perfetta sia per vivere un amore estivo, sia per la prima cotta, e per innamorarsi sempre.

Non deve essere per forza di qualcuno, anche solo di un vecchio ricordo o della vita che ci si sta già prospettando davanti.

La scelta delle composizioni di Ryuichi Sakamoto contribuisce a creare l’atmosfera nelle scene, mentre vecchi tormentoni degli anni ‘80 compleatano il quadro vintage del film, trasportando nel 1983 lo spettatore.

Le canzoni prese al di fuori delle scene di Chiamami col tuo nome sanno portare nella realtà le stesse sensazioni e vibrazioni che si avvertono guardando il film. È come se fossero le canzoni a creare certi mood, più delle immagini stesse.

Viene quasi da pensare che siano nate prima le canzoni di Stevens e l’intera colonna sonora, tanto sono calzanti al film, e poi da lì si siano ispirati per la ricerca delle immagini e dei posti nel Nord Italia per le riprese.

In pratica, la colonna sonora di Chiamami col tuo nome sa stare benissimo sulle proprie gambe, senza aver bisogno delle scene che abbiamo visto nella famosissima trasposizione cinematografica del libro di André Aciman

Non si potrebbe mai dire la stessa cosa di Chiamami col tuo nome che, per quanto sia un capolavoro capace di descrivere e farci rivivere il primo amore e di entrare sottopelle, come ha scritto anche Emanuele D’Aniello, senza questa soundtrack non avrebbe avuto lo stesso successo.

Il film è bello, e lo sarebbe anche senza la musica, ma è proprio quella spesso che crea i dialoghi nel film. È attraverso di essa che conosciamo i pensieri e i sentimenti dei protagonisti.

Chiamami col tuo nome, la colonna sonora nella nostra playlist

https://open.spotify.com/playlist/07nYaao3saE5PMbGGprYD8?si=pR8QnWgjSLaqKP2JLYCCGg

Ambra Martino

E se cercate un film simile a “Chiamami col tuo nome” vi suggeriamo questo:

#ioleggoperché 2020: il progetto sociale che riempie gli scaffali delle biblioteche scolastiche

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“Io leggo perché”, arrivato alla sesta edizione, nel 2020 si terrà dal 21 al 29 novembre.

Cos’è #ioleggoperché? È un grande progetto sociale, iniziato nel 2015 e promosso e coordinato dall’Associazione Italiana Editori (AIE) per la creazione e il potenziamento delle biblioteche scolastiche.

L’iniziativa, ovviamente, mira a promuovere la lettura dei libri presso i bambini e gli adolescenti. Ma ha anche un risvolto economico positivo per le librerie che aderiscono al progetto e, di rimando, per le case editrici.

In pratica, si potrebbe dire che #ioleggoperché svuota gli scaffali delle librerie per riempire quelli delle biblioteche delle nostre scuole.

Come? Dando l’occasione a tutti di donare libri ad una scuola, pubblica o paritaria, di ogni ordine e grado, acquistandolo presso una delle librerie aderenti, sparse in tutto il territorio nazionale.

In pratica, le scuole forniscono alle librerie gemellate con ognuna di loro una lista di titoli che vogliono nella loro biblioteca. Ogni scuola può gemellarsi con più di una libreria e ciascuna libreria con più scuole.

Chi vuole donare si può recare nella propria libreria preferita – purché aderisca al progetto – e scegliere la scuola a cui fare la donazione. Il libraio fornirà la lista dei libri scelti da quella scuola. Ma il cliente potrà scegliere anche un libro non presente nelle liste, se lo ritiene immancabile in una biblioteca scolastica.

Il donatore potrà anche scrivere un messaggio o una dedica su un biglietto adesivo da attaccare nel libro.

Al termine della raccolta, ogni libreria impacchetterà tutti i volumi e ogni scuola andrà a ritirare quelli ricevuti in dono.

Oltre alle scuole e alle librerie, però, al progetto #ioleggoperché partecipano anche le case editrici, non solo come organizzatori, ma anche come donatori. Infatti, alla fine doneranno alle biblioteche scolastiche un numero di libri pari alla donazione nazionale complessiva.

I numeri di #ioleggoperché nel 2020 e nelle precedenti edizioni sono molto incoraggianti.

All’edizione di “Io leggo perché” di quest’anno si mobilitano più di 2500 librerie in tutta Italia. Partecipano più di 13mila scuole con il coinvolgimento di 2milioni e mezzo di bambini e ragazzi. I gemellaggi superano i 31.200.

Per quanto riguarda i volumi donati negli anni passati, l’iniziativa ha raggiunto traguardi ragguardevoli. Nel 2016 sono stati donai alle scuole un totale di oltre 124 mila libri, mentre nel 2017 sono stati oltre 220.000. Nel 2019 sono stati 297.061, incrementando il numero di donazioni dell’anno precedente del 52%. 

Quest’anno il progetto #ioleggoperché sarà a “prova di Covid19” per consentire anche a chi vive nelle zone rosse o arancioni di donare libri.

La novità dell’edizione 2020 è rappresentata dalla facoltà di effettuare donazioni a distanza nelle librerie iscritte che mettono a disposizione dei donatori modalità di acquisto da remoto e che non richiedono l’ingresso fisico in libreria. Questa opportunità è stata introdotta alla luce dell’attuale pandemia da coronavirus.  

I punti vendita aderenti riceveranno gli ordini anche via mail o telefono o attraverso i propri canali web e social.

Sull’home page del sito dell’iniziativa e sull’app di #ioleggoperché si trovano facilmente le librerie che possono mettere a disposizione questo servizio per non affollare i loro spazi. 

La promozione della lettura tra i bambini, i giovani e gli adulti è un obiettivo lodevole e condivisibile che passa attraverso diverse iniziative: dalla creazione di biblioteche negli ospedali allo sviluppo del book-crossing o del book sharing.

Ognuno di noi ha letto un libro (anzi spesso più di uno) e ne ha tratto un tale benessere da pensare che tutti dovrebbero o si meriterebbero di leggerlo.

Il progetto #ioleggoperché è l’occasione giusta per donare a dei ragazzi, magari di una scuola più svantaggiata, il libro che vi ha fatto crescere e vi ha conquistato per sempre.

Quale libro non dovrebbe mancare in una biblioteca scolastica, secondo voi? 

Noi lo abbiamo chiesto ai nostri follower su Instagram e Twitter, concentrando la scelta su pochi titoli:

Su Instagram abbiamo messo a confronto sei titoli celeberrimi, divisi in coppie e questi sono stati i risultati:

Il diario di Anna Frank45%Il barone rampante 55%
Il Signore degli Anelli35%Il piccolo principe65%
La Divina Commedia76%Romeo e Giulietta24%
Dati Instagram CulturaMente

Su Twitter abbiamo messo in “competizione” tre libri che al momento hanno raggiunto queste percentuali di voto:

Il barone rampante di Italo Calvino23,1%
Il diario di Anna Frank61,5%
Fahrenheit 451 di Ray Bradbury15,4%
Dati Twitter CulturaMente

Se volete dire la vostra, il sondaggio è ancora sul nostro profilo twitter!

Stefania Fiducia

Carlo Verdone: 5 film da vedere in attesa di “Si vive una volta sola”

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Riuscirà ad uscire nelle sale l’ultimo film di Carlo Verdone? Si vive una volta sola, figlio del 2020 bloccato dal Covid-19, doveva arrivare sul grande schermo il 26 febbraio e poi 29 novembre 2020.

La domanda nasce spontanea. Saranno aperti i cinema a fine Novembre? Potremo vedere il ventunesimo film di Carlo Verdone e il suo cast d’eccezione (Rocco Papaleo, Anna Foglietta e Max Tortora) in sala? O faremo la fine di Mulan che alla fine è uscito a pagamento solo su Disney Plus? Nel frattempo…

Cinque film consigliati di Carlo Verdone

Classe 1950, figlio della bella Roma di qualche tempo fa, uomo dallo sguardo umoristico, quasi caricaturale; apparso giovanissimo sul grande schermo ancora appare, riscontrando il favore praticamente unanime del pubblico, affezionato a lui come ad una tradizione. Carlo Verdone è il narratore falsamente leggero di un’ epoca e ignorarne la voce è impossibile. Che i suoi film vogliano esser visti come un momento d’evasione o come pure il racconto semi-serio di una realtà esistente, rimane indubitabile la capacità eccezionale di un artista a tutto tondo.

Oggi vi suggerirò quali per me siano state, tra tutte, le pellicole più degne di nota. Vi serva, ovviamente, da punto di partenza per spaziare in una lista di titoli ugualmente validi e, perché no, per trarre voi i vostri prediletti.

Se invece volete conoscere la filmografia completa di Carlo Verdone vi rimando all’articolo di Francesco Fario. P.s. Alla fine di questo articolo c’è una simpatica video-sorpresa!

Un sacco bello (1980)

E’ il c’era una volta. Qui Carlo fa l’attore ed anche il regista- più tardi vincerà proprio con un sacco bello il premio di miglior regista esordiente – ed ha da una parte la produzione di Sergio Leone, dall’altro le musiche di Ennio Morricone. Quando si dice partire col botto. Sono tre le maschere-personaggio che qui Verdone consegna al nostro perpetuo immaginario: Enzo, coatto romano leggermente esasperato, che ha organizzato uno sgangherato viaggio in Polonia. Leo, ragazzotto trasteverino, che incontra l’amore in Marisol, e soprattutto Ruggero, hippy dalla parlata cadenzata che, in maniera casuale, rincontra il padre. Le tre storie sono interrotte da un boato notturno: forse un’allusione agli anni di piombo.

Bianco Rosso e Verdone (1981)

E’ un film in viaggio: Furio, Mimmo e Pasquale – tutti magistralmente interpretati dal nostro Carlo – si stanno recando al seggio elettorale. Mimmo- esplicita continuazione di Leo in un sacco bello– viaggia con la nonna, Elena Fabrizi, Furio travolge con il suo fiume di parole e pedanteria la povera Magda, sua moglie, e in silenzio quasi per tutto il film è invece Pasquale, per cui Carlo si ispirò ai film di Jacques Tati.

Viaggi di Nozze (1995)

Ancora una volta tre storie, stavolta di matrimoni e viaggi di nozze. E’ qui che incontriamo gli iconici Ivano e Jessica, le due perfette metà di un intero coattissimo, la coppia del “Lo famo strano?” che, pur nella sua apparente semplicità, ha nel corso del film una crescita evidente.

Giovannino invece sposa Valeriana, lasciandola poi sola per una serie di sfortunate coincidenze poco prima che la loro nave da crociera salpi.

L’altra coppia è costituita da Raniero, medico affermato e vedovo della prima moglie Scilla, e Fosca, donna silenziosa e sofferente per le pedanterie del novello marito. La loro storia ha un finale tragicomico: spinta al limite, Fosca si suicida, proprio come Scilla e Raniero non perde tempo a trovare un’altra…vittima?

Sono pazzo di Iris Blonde (1996)

Con gli stessi interpreti di Ivano e Jessica, Carlo Verdone e la bellissima Claudia Gerini, un’altra storia d’amore, stavolta dal sapore più amaro: l’amore che Romeo prova per Iris non è infatti ricambiato, o non ricambiato abbastanza, e la coppia pare naufragare, assieme ai progetti lavorativi e artistici che i due avevano fatto assieme.

Posti in piedi in paradiso ( 2012)

Facciamo un salto in avanti: posti in piedi in paradiso è un racconto che lascia, dopo tante risate, poca voglia di ridere.

Nell’ Italia contemporanea, tre ex mariti, ridotti all’osso dal divorzio, si ritrovano a convivere in un appartamento fatiscente nel disperato tentativo di superare le ristrettezze economiche. La convivenza tra un giornalista di gossip, un agente immobiliare col vizio del gioco e delle donne e un fanatico venditore di vinili si dimostra più complessa del previsto.

La lista in realtà è molto più lunga di così e io vi lascio proseguire il viaggio…

Infine, se siete degli inguaribili romantici, ecco i migliori film d’amore di Carlo Verdone recitati dalla nostra redazione in questo video.

Serena Garofalo

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Grey’s Anatomy 17 spiega il Covid-19 meglio delle istituzioni

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Sarà pure un medical drama, sarà pure uno spettacolo di intrattenimento, sarà pure che Shonda Rhimes, ideatrice dello show, sa quali onde cavalcare: ma Grey’s Anatomy 17 sta facendo un’ottima campagna di sensibilizzazione sulle norme anti Covid-19.

Arrivati al terzo episodio della diciassettesima stagione posso affermare con certezza che nessuna delle battute di questa sceneggiatura è stata presa alla leggera. I dottori si igienizzano continuamente, sono sempre a distanza, mantengono rigidi i protocolli. Persino le “sveltine” non sono più le stesse: ora si fa sesso orale per non baciarsi e… scaricare la tensione, rigorosamente con la mascherina su!

La denuncia degli incontri proibiti con gli amici

Già nel primo episodio è stata molto rilevante la rissa tra i due uomini in sala d’attesa: il movente sarebbe stata l’ostentazione su Instagram di vari barbecue in giardino con gli amici, senza mascherina. E quanti ne abbiamo visti, durante il lockdown, di vicini di casa che facevano festa nei giardini condominiali? Io parecchi.

Il razzismo contro i medici con fattezze asiatiche

In almeno un paio di episodi qualche paziente ha affermato di non volere un medico asiatico oppure ha chiesto al medico di origine asiatica “da dove proviene”. Una denuncia, non così tanto sottile, che fa ben capire il pregiudizio che dilaga in questo momento nei confronti della Cina.

Gli asintomatici che “stanno bene”

Molto interessante la scena del terzo episodio in cui Owen comunica a Tom che è positivo al Covid-19: in quel momento Tom risponde con una frase molto eloquente.

Io non ho sintomi, sto bene.

Tom Koracick

Owen a quel punto invita il collega a tornare a casa, senza passare per il negozio di alimentari, per non contagiare nessuno, e chiede alla collega Teddy di indossare la mascherina (seppur a due metri di distanza).

Altra scena in cui viene ricordato di indossare la mascherina, è quando Jo esce fuori dall’ospedale a prendere una boccata d’aria e Link la ammonisce. Sempre Link poi, tornato a casa da Amelia che vuole fare sesso, le risponde che attende i risultati del tampone, essendo stato in ospedale tutto il giorno. A quel punto Amelia si spoglia e gli dice che possono fare sesso anche a distanza, alludendo probabilmente alla masturbazione.

La sessualità ai tempi del Covid-19

Parliamoci chiaro: in Italia qualcuno ha menzionato il fatto che moltissime persone non hanno potuto fare sesso per mesi? Nel quarto episodio di Grey’s Anatomy Jo dice ad Avery che nei Paesi Bassi è stato consigliato di avere un amico/a di sesso durante la Pandemia per stare sicuri ed esporsi di meno al virus. Pensate quanto sia importante ricevere questi messaggi dalle autorità sanitarie quando si passano mesi a lavorare in smart working oppure in cassa integrazione, oppure ancora con l’attività bloccata. Il medical drama apre una finestra sul mondo, ci invia dei messaggi corretti: ci supporta nella solitudine del momento.

Forse queste parole vi sembreranno banalità, ma non lo sono. Quante persone abbiamo sentito dire “io sto bene” per mesi, ignorando il fatto che sono stati proprio gli asintomatici a spargere il virus in modo incontrollabile. Se avessimo tutti palesato dei sintomi, saremmo stati tutti a casa col febbrone, limitando la diffusione. La mancanza di sintomi ha reso il virus un nemico invisibile e molto difficile da schivare. Per questo motivo chi potrebbe aver avuto contatti con un positivo dovrebbe fare il tampone anche se non mostra sintomi, ma soprattutto non dovrebbe avere contatti con nessuno prima dei risultati, che a volte arrivano dopo una settimana intera.

La coscienza non è uguale per tutti, questo lo abbiamo capito. E Grey’s Anatomy 17, nonostante sia solo una serie tv, sta mandando una serie di messaggi positivi, molto più positivi delle mancate campagne di comunicazione durante questa pandemia. Nessuno ci ha spiegato l’uso delle mascherine, nessuno ha sensibilizzato davvero sui comportamenti giusti da tenere in pubblico, a parte qualche spot stile anni Sessanta e qualche scivolone sulla concezione di “congiunto” e “partner”.

Grey’s Anatomy è uno show seguito da moltissime persone in tutto il mondo: speriamo che le regole di comportamento che ci sta mostrando con i fatti abbiano un impatto più forte di quello che hanno avuto finora gli ammonimenti dall’alto.

Alessia Pizzi

Grey’s Anatomy 17×03: l’ultimo regalo di Derek

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My Happy Ending, questo il titolo del terzo episodio della diciassettesima stagione di Grey’s Anatomy. E il lieto fine Meredith Grey (Ellen Pompeo) ormai non se lo aspetta più.

Nella recensione dei primi due episodi mi chiedevo se il Covid-19 sarebbe servito a smuovere il rapporto tra lei e Hayes, e il terzo episodio ha confermato questa mia teoria. A un certo punto, Hayes va da Meredith, ormai debilitata dal virus, e la conforta dicendole che il Coronavirus non può fare nulla a una donna come lei. Questa enorme esternazione di stima non ce l’aspettavamo dal riservato irlandese. Tuttavia, in un solo episodio Hayes concentra tutto il suo interesse verso Meredith e lo palesa con forza.

In questo episodio, prima di arrivare al dunque, il pediatra fa una battuta molto interessante, dimostrando di aver capito il carattere di Meredith: testardo, a volte anche un po’ presuntuoso. La dottoressa Grey è così cocciuta da mettersi sopra le leggi e forse è proprio questo che ha colpito il taciturno Hayes, che riesce a farla sfogare ed è l’unico a riuscirci. Meredith comanda tutti – she’s bossy – ma non con lui.

Ma allora cosa c’entra il ritorno di Derek?

Mentre la dottoressa è malata di Covid-19 sogna il suo ex marito defunto su una bella spiaggia, ma non riesce a raggiungerlo. Il ritorno di Derek, che appare in sogno anche nel terzo episodio, è molto preciso: invitare Meredith a tornare ad amare.

Meredith non riesce a muoversi: che significa? Significa che non è andata avanti. E Derek le risponde che è solo sabbia quella intorno a lei, e che lei non si muove per i suoi figli.

Ho interpretato questo sogno, che non è ancora finito, come l’invito a tornare ad amare dopo tanti anni dedicati alla famiglia e al lavoro. E non è un caso, secondo me, se in concomitanza con questo sogno Meredith inizia ad aprirsi con Hayes. Sarà lui il suo amore dopo Derek: del resto “McWidow” è un regalo di Christina, che la conosce meglio di chiunque altro al mondo. Le storielle avute in questi anni, prima con Riggs poi con De Luca, non sono state davvero significative: forse per quello Meredith cade a terra correndo verso Derek. Non ha ancora trovato un altro grande amore. Ma ora è giunto il momento di fare sul serio per la dottoressa Grey.

Sarò qui quando sarai pronta.

Derek Sheperd

Cosa intende con queste parole il nostro Stranamore? Intende che quando Meredith morirà (frase molto inquietante date le sue condizioni di salute) lui sarà lì ad aspettarla, o forse qui Derek incarna l’amore e sta invitando la donna a riaprirsi verso la vita di coppia?

Mi manchi, afferma Meredith. E Derek le risponde “lo so”, non “anche tu”. Ecco perché secondo me la metafora dell’amore perduto è proprio sottesa a questo sogno.

Il doppio ritorno di Derek

Derek, tra l’altro, è tornato anche in un’altra veste: il figlio di Amelia si chiama Scout Derek Sheperd Lincoln. Un doppio omaggio al personaggio di Patrick Dempsey dall’universo di Grey’s Anatomy che indica un cerchio che si chiude. Siamo pronti per una nuova era e per un nuovo lieto fine.

Alessia Pizzi

I grandi della letteratura italiana: Ugo Foscolo in 6 minuti

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Si fa presto a dire Foscolo; ma spesso la grandezza del nome di un autore ci porta a fare poche domande, tanto tutto quel che può essere detto lo è già stato.

Più che giusto quindi, ogni tanto, rincontrare questi uomini, farne una conoscenza vera. E Foscolo, fidatevi, sarebbe proprio un bel tipo da conoscere: passionale negli amori e nella politica, caparbio nella speranza quanto crudo nella delusione, eterno inquieto.

La vita

Nato a Zante di cui non toccherà mai più le sacre sponde, vive una vita animata dalle grandi passioni politiche nel Nord Italia. E’ filo-francese e giacobino, anti-austriaco dichiarato e queste sue posizioni sono, per così dire, poco consone al momento storico: perseguitato dalla polizia veneta, si rifugia prima sui colli Euganei e poi a Bologna dove si arruola nell’esercito francese, pubblicando, sia mai la sua posizione risulti poco chiara, l’ode a Bonaparte liberatore. Povero Foscolo: da lì a breve Napoleone, col trattato di Campoformio, cede Venezia all’Austria e tanti cari saluti. Profondamente amareggiato- in realtà, sebbene questa sia la più famosa delusione che platealmente riceve, non rimane nella sua carriera di attivista politico certo l’unica- Foscolo non si da’ per vinto: viaggia a Milano dove stringe conoscenze di un certo calibro, torna a Bologna e combatte nella guardia nazionale. Si, quella alleata dei francesi. Si, davvero, nonostante ci sia rimasto molto male: pur non condividendo il comportamento del Bonaparte, infatti, continua a riconoscere i francesi come i promotori delle libertà contro l’ancien regime. La sua vita continua a scorrere, così frenetica, intensa: conosce la Francia, ama molte donne tra cui Antonietta Fagnani, che sarebbe l’amica risanata, e Fanny Hamilton da cui ha anche una figlia, Floriana, a Milano conosce Giulia Beccaria e Manzoni, rompe con il caro amico Monti, assiste impotente da lontano al suicidio del fratello, vive di stenti a Londra, dove muore solo.

Opere e tematiche

Foscolo, partiamo da qui, scrive un romanzo. Beh, grazie, direte voi. E invece no: scrive un romanzo ed è una novità grandiosa. Mica c’erano, i romanzi in italia: si stavano diffondendo giusto in quel periodo in Europa e Foscolo pensa di partecipare a questo movimento collettivo: è la genesi de “Le ultime lettere di Iacopo Ortis.”.

E ancora scrive un tomo mastodontico di poesie dove i temi più ricorrenti ci sono la ricerca dell’io, la patria e l’esilio, l’amore e la morte, il sepolcro.

Si, i sepolcri, lo spauracchio di ogni studente che si rispetti. Non temete: neppure l’amico a cui Foscolo aveva dedicato l’opera li aveva capiti: glieli spiega lui stesso in dei fogli che, grazie a dio, sono arrivati sino a noi. Scrive, ci prova, le grazie– ma non le finisce.

Foscolo è complesso e raramente è stato accettato nella sua totalità, anche contraddittoria. Cerco di spiegarvelo nel video della mia rubrica!

Serena Garofalo

“Contagion”: la pandemia prima del Coronavirus

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Il virus si attacca alla cellula come una chiave che si infila in una serratura. Chissà dove il maiale sbagliato ha incontrato il pipistrello sbagliato

Titolo originale: Contagion
Regia: Steven Soderbergh
Soggetto e sceneggiatura: Scott Z. Burns
Cast principale: Marion Cotillard, Bryan Cranston, Matt Damon, Laurence Fishburne, Elliot Gould, Jude Law, Gwyneth Paltrow, Kate Winslet
Nazione: USA
Anno: 2011

Contagion” comincia con un colpo di tosse, quello di Beth Emhoff (Gwyneth Paltrow), la paziente zero. Da qui, l’attenzione della cinepresa si concentra sulle sue mani e poi su quelle delle persone con cui entra in contatto. La musica in sottofondo si fa ansiogena.

Nei primi cinque minuti del film, grazie ad un montaggio sapiente, lo spettatore fa lo stesso giro del mondo che fa il virus MEV-1. In due giorni Hong Kong, Chicago, Tokyo, Londra, Minneapolis.

Vi ricorda qualcosa?

“Contagion” è il racconto di un’epidemia, quella della malattia immaginaria MEV-1, originata da un virus con un’altissima capacità di riproduzione, sconosciuto al mondo scientifico perché non ha mai attaccato l’essere umano. Come il Covid-19 con cui stiamo facendo i conti da quasi un anno ormai, il virus di “Contagion” ha fatto il salto di specie, da un animale all’uomo.

Ma le analogie tra il film e la terribile realtà non finiscono qui. Anche l’epidemia di MEV-1 parte dalla Cina (da Honk Kong per la precisione) e diventa presto una pandemia.

Vediamo in due giorni il Governo cinese mettere in atto il protocollo già usato anni prima per la Sars. In cinque giorni ci sono focolai di un’influenza che, però, si complica in un’encefalite e tutti i primi pazienti muoiono. Qui, per fortuna, le analogie si fermano, perché il tasso di mortalità da Covid-19 è molto meno allarmante.

Steven Soderbergh racconta la pandemia con un film corale.

Per raccontare un’epidemia che coinvolge il mondo intero, si devono necessariamente raccontare più storie. Inevitabilmente, quindi il regista Soderbergh e l’autore di soggetto e sceneggiatura, Scott Z. Burns, hanno usato lo stile multi-narrativo “hyperlink”, già utilizzato in altri film di Soderbergh. Il risultato è una pellicola corale con un cast di attori molto popolari ad Hollywood, oltre a Paltrow.

Matt Damon è suo marito, presto vedovo, misteriosamente immune al virus e deciso a proteggere la figlia adolescente da un possibile contagio, tanto da costringerla ad un rigorosissimo lockdown. Marion Cotillard è la dottoressa Leonora Orantes, che l’OMS spedisce da Ginevra alla Cina per trovare il paziente zero e ricostruire la catena del contagio. Kate Winslet è la dottoressa Erin Mears, epidemiologa inviata nella città americana del primo focolaio nel week-end del Ringraziamento. Cerca di mettere in guardia l’amministrazione locale su cosa fare (chiudere i negozi e le scuole). Ma la replica degli amministratori la conosciamo bene: se le scuole sono chiuse, come faranno i genitori ad andare al lavoro? Non possiamo chiudere i negozi nel fine settimana in cui tutti gli americani fanno shopping!

Jude Law interpreta il giornalista Alan Krumwiede, che attraverso il suo blog è il primo a lanciare l’allarme sulla pandemia. Ma diventa presto anche il primo propagatore di teorie complottiste sulle origini del virus. Diffonde fake news su una presunta cura miracolosa, a base di un medicinale omeopatico, la forsythia, la cui efficacia è priva di fondamento scientifico.

Ma Scott Z. Burns ha immaginato anche tutte le contromisure che il mondo doveva mettere in atto e le conseguenze: il “distanziamento sociale”; la ricerca spasmodica di guanti e mascherine; il campanello d’allarme che scatta nella mente ad ogni colpo di tosse; l’accaparramento di cibo e merce varia nei supermercati; l’impossibilità di organizzare funerali e seppellire i propri cari.

“Contagion”, uscito nel 2011, è quindi un film profetico? No, è solo stato scritto con rigore impeccabile dal punto di vista scientifico.

Burns, infatti, ha scritto la sceneggiatura con la consulenza degli studiosi dell’americano Center for Disease Control e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Gli esperti conoscevano già sia il comportamento dei virus, sia il rischio del salto di specie tra animali e uomo di virus particolarmente letali.

L’accuratezza della scrittura ha reso “Contagion” – secondo molti virologi ed epidemiologici – uno dei film più attendibili e realistici dal punto di vista scientifico tra quelli che parlano di pandemie e di virus.

Ma questa pellicola non è certo un trattato scientifico, anche se sembra avere un atteggiamento forse troppo distaccato e oggettivo verso la storia che racconta. Alcuni commentatori (come Federico Gironi) hanno ritenuto che conceda “ben poco a pathos e sentimento” e finisca per essere “pratica osservativa di eventi drammaticamente possibili”.

“Sai da dove viene la stretta di mano? Nei tempi antichi era un modo per dimostrare a uno sconosciuto che non portavi armi. Sì, offrivi la mano aperta per dimostrare che non avevi brutte intenzioni. Chissà se i virus lo sanno”.

Il film può sembrare un po’ freddo. In realtà, tiene con il fiato sospeso e crea il giusto senso di vicinanza con i personaggi.

Come in ogni film di genere catastrofico che si rispetti, c’è un eroe, che si assume un rischio e salva tutti. In “Contagion” è un’eroina e non può che essere una scienziata. È la dottoressa Ally Hextall (Jennifer Ehle) che si inietta il vaccino che ha scoperto e comincia la sperimentazione sull’uomo, anzi sulla donna.

Vedere “Contagion” in questo momento storico, in cui siamo coinvolti in una pandemia che ci spaventa e ha cambiato le nostre vite, può aiutarci a restare ancorati alla realtà, proprio perché racconta moltissimo di ciò che abbiamo visto accadere in questi mesi.

Ciò può servire a ritrovare il quadro generale della situazione, a provare la giusta dose di paura e a vedere il futuro con la giusta dosa di realismo e speranza.

Il film, infatti, ha un lieto fine, la pandemia si arresterà. Ma occhio alle scene finali: spiegano come il virus MEV1 ha fatto il salto di specie, secondo il fenomeno dello spillover. E sono, quindi, il monito di “Contagion“.

3 motivi per guardarlo:
  • per il racconto del perché, per salutarci, abbiamo imparato a stringerci la mano;
  • perché è forse il film più scientificamente accurato su virus e pandemie;
  • per il bel montaggio delle scene iniziali e per quelle finali che, in pochi minuti, raccontano come un Coronavirus può diventare il protagonista di una pandemia.
Quando vedere il film:

Questo è il momento storico più adatto per vedere “Contagion“. Magari evitate di guardarlo la sera prima di andare a letto. Il momento migliore, però, è quando vi rendete conto di aver perso il quadro generale del dramma che stiamo vivendo con il Covid-19.

Stefania Fiducia

E a proposito di alto livello di suspense, che ne dite di (ri)leggere la precedente uscita del cineforum dedicato a “Rebecca, la prima moglie”?


Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

“Nel mare c’è la sete”: il nuovo romanzo di Erica Mou

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“Nel mare c’è la sete” è l’esordio letterario della cantautrice pugliese Erica Mou, edito Fandango.

L’autrice inizia la sua carriera musicale nel 2008 e tramite Red Ronnie entra in contatto con Caterina Caselli che le propone un contratto discografico con la sua etichetta, la Sugar Music.

Nel 2012 arriva seconda al Festival di Sanremo, nella categoria giovani, vincendo il premio della critica Mia Martini e nel 2014 è candidata ai David di Donatello per la miglior canzone originale.

Il suo primo romanzo esce a marzo 2020. In copertina una sedia bianca che ricorda quella delle nonne e un palloncino rosso. Ed è forse è proprio su quella sedia che potremmo immaginare la protagonista del romanzo, Maria, una donna di quelle che nella borsa non trovano mai nulla, e che ha ucciso sua sorella, Estate.

Una vita di sensi di colpa

Un romanzo che parla della sua storia d’amore con Nicola, pilota d’aerei cuoco e genero perfetto ( nonostante venga assalito da attacchi di ansia notturni).

Dopo il lutto, la famiglia di Maria ha dovuto ricrearsi e reinventarsi una nuova vita: il padre ha smesso di andare in ufficio, la madre si è sforzata di avere dei rapporti con lei, unica figlia rimasta in vita la quale, dopo aver trascorso anni senza scopi precisi, trascorre un periodo a Londra e apre un negozio eccentrico: “PORTAGIOIE”. 

I clienti si recano da lei affinché pensi e compri per loro regali importanti per persone importanti, confezionando il tutto con amore o affetto e con un bel fiocco. Nonostante ciò, è la storia di una donna che si porta dietro la colpa per aver ucciso la sorella e cerca di sfuggire all’idea che si sono fatti di lei.

Ventiquattro ore nella testa di Maria

“Nel mare c’è la sete” è un romanzo che si svolge in 24 ore nella mente di Maria: un bel giorno si incrina nel tempo di 4 pasti e si accorge di avere un negozio che non vuole, un compagno che non riesce a lasciare e fa una scoperta che la porterà a rivalutare tutto ciò che ha nella sua vita.

E il lettore, in queste 24 ore, resta spettatore dei suoi pensieri, delle sue decisioni, del peso del dolore che si porta dietro e che le ha condizionato la vita.

In questo romanzo appare tutta la vena da cantautrice di Erica Mou: tra le righe traspare sempre una certa musicalità, come se si leggesse sempre un testo di una canzone, frasi corte, un ritmo incessante caratterizzato da una melodia a tratti forte e a tratti lenta.

L’incontro con l’autrice

Ho assistito alla presentazione del suo libro in una sera d’estate in Puglia, nella sua e mia terra, presso il Mat ad un evento organizzato dall’associazione culturale Panda sulla Luna.

Erica Mou racconta di come questo libro nasce per caso, senza un solido perché: aveva iniziato a scrivere e si era accorta che le pagine che scriveva aumentavano di continuo, voleva semplicemente scrivere una storia che in una canzone non entrava.

Nel racconto di Erica Mou descrivendo la protagonista, Maria, parla di un blocco di marmo che ognuno di noi possiede al proprio interno.

L’obiettivo del racconto, dopotutto, è quello di invitare il lettore a trovare gli strumenti per trasformare questo blocco in un potenziale come la pietà di Michelangelo, ad esempio.

Maria, la protagonista, si adagia passivamente nella sua vita non riuscendo ad affrontare il peso delle decisioni e non riuscendo a cogliere la bellezza che la vita le pone dinanzi ogni giorno.

Ma un altro elemento importante nel libro, così come nelle sue canzoni, è l’acqua. Erica spiega quanto non sia una grande nuotatrice e della sua paura della profondità del mare e di come il suo rapporto con l’acqua rifletta la sua incapacità, nella vita, di esser presente nei momenti di leggerezza.

Nonostante ciò, resta fondamentale per lei, avere sempre un contatto con l’origine quando scrive e questa origine è rappresentata solo dall’acqua.

Un bel romanzo, questo, che porta alla luce ( e all’acqua) il senso di colpa e il ‘non detto’ di Maria, i pensieri che non vengono esplicitati restando, forse, i più veri.

Chissà quante Maria albergano dentro di noi, quanto comprendiamo i suoi sensi di colpa e quanto riusciamo a farne, dei nostri blocchi di pietra delle vere sculture di bellezza nella nostra vita.

Foto e articolo di Francesca Sorge

Google, come fare il tour virtuale in 100 musei online con un click

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Viaggi bloccati dal Covid-19? Nessun problema, ci pensa Google a portarci in giro nei musei (online) con delle visite virtuali in formato Web Stories.

Ma cosa sono le web stories?

In Italia forse le hanno sentite ancora in pochi, noi ne avevamo pubblicato una in formato Beta (infatti stanno uscendo ora degli update sui formati per renderle sempre più belle) in occasione di Halloween 2020. Si tratta di stories, da “tappare”, ovvero da scorrere al tap del dito, come quelle che usiamo su Instagram, solo che si trovano su un sito web. Tappa qui e capirai!

Google, in collaborazione con Google Arts & Culture, ci regala un’esperienza immersiva in 100 musei, ma soprattutto in formato mobile!

Scorrendo le web stories possiamo vedere le immagini con la realtà aumentata e leggere i commenti sulle varie opere. Il tutto per il tempo di un click.

Google Arts & Culture

Non è la prima volta naturalmente che Google si fa promotore della cultura. Avevamo già parlato di Google Arts & Culture, la app gratuita che fa giocare con la cultura. Qualche esempio? Lo trovi qui!

Come fare per vedere se i musei che ci piacciono hanno le web stories

Come spiega Google nel suo blog, con le web stories possiamo effettuare la visita virtuale sia di musei che di siti culturali.

  1. Bisogna andare su Google da cellulare e cliccare impostazioni.
  2. Dopodiché bisogna mettere “lingua inglese” nella sezione prodotti di Google e in area geografica “Stati Uniti“.
  3. Cercando in inglese il nome del museo che vogliamo visitare, scorrendo i risultati di Google dovrebbe apparire scritto in grande “about” e sotto una storia da tappare.

Ecco la nostra web story!

Esplorazione a 360 gradi

Oltre alle foto, c’è la possibilità di immergersi nella “street view”.

Ecco qualche esempio dei musei che potete tappare!

  • Palazzo di Verailles
  • Museo del Palazzo di Pechino
  • Valle dei templi in Sicilia
  • Il Monte Haguro (Tre Montagne di Dewa)
  • Museo Nazionale dei Nativi Americani (Washington)
  • Museo nazionale delle Belle Arti (Rio de Janeiro)

Tappa qui!

AR, Realtà aumentata

Inoltre, in collaborazione con lo Smithsonian National Air and Space Museum puoi ammirare in 3D i pezzi dell’Apollo 11 direttamente dal tuo cellulare abilitato alla realtà aumentata. Se lo spazio ti appassiona puoi approfondire la storia su Google Arts & Culture. Lo stesso, per quanto concerne la realtà aumentata, dovrebbe apparire cercando “Chavet Cave” da cellulare, ovvero la grotta che ha i graffiti i più antichi del mondo.

E se poi ti piacciono gli animali in 3D questa è la guida per vederli a casa tua. Ora dovrebbero essere arrivati pure i Dinosauri!

Alessia Pizzi

La regina degli scacchi, una miniserie Netflix imperdibile

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Vi potrei parlare degli scacchi, dei costumi, della scenografia o della magistrale fotografia, ma La regina degli Scacchi non è solo questo, anzi.

È la storia della partita più importante: quella con la nostra vita. Non importa da dove veniamo, chi sono i nostri genitori, quali traumi abbiamo affrontato: importa dove vogliamo arrivare e se siamo o meno consapevoli di come farlo.

La regina degli scacchi è tratto da una storia vera?

La miniserie Netflix si basa sul romanzo del 1983 The Queen’s Gambit scritto da Walter Tevis. Il titolo si riferisce al Gambetto di donna, mossa degli scacchi. La traduzione in italiano ha perso il gioco di parole, ovviamente. Tevis era un grande appassionato di scacchi e sicuramente nel romanzo ha portato la sua competenza e passione, ma oltre a questo non c’è niente di autobiografico.

La trama

Ambientata a cavallo tra gli anni 50 e gli anni 70, è una miniserie davvero da non perdere. Beth Harmon, interpretata dalla magnetica e bravissima Anya Taylor-Joy, rimane orfana da bambina e viene accolta in un orfanatrofio, dove farà amicizia con Jolene, orfana come lei. In questi anni Beth entrerà in contatto con gli psicofarmaci, da cui sarà dipendente per tutta la vita. Entrerà in contatto, però, anche con gli scacchi. Spiando il custode Mr. Shaibel, imparerà a giocare a scacchi prima nella sua testa e nelle sue visioni, poi sedendosi al tavolo con lui. Beth Harmon viene immediatamente riconosciuta dalla comunità locale come genio degli scacchi, ed inizierà la sua brillante carriera di scacchista. Una volta adottata da una coppia che presto si separa, entra nel mondo reale e inizia la sua ricerca di equilibrio tra la sua grande mania e le amicizie, i ragazzi, i vestiti, la condivisione. La mamma adottiva diventa la sua manager e Beth viaggia per tornei e ovunque viene accolta come un fenomeno. La parabola ascendente della nostra scacchista la porterà alla partita finale in Russia, al tavolo con l’ammiratissimo e temutissimo campione del mondo Borgov.

Gli amici e gli amori della regina degli scacchi

La vita di Beth si dipana lungo un doppio registro: da una parte il rigore, la dedizione, lo studio, la solitudine, l’allenamento, la voglia di vincere; dall’altra le sue dipendenze, l’alcol, gli psicofarmaci, la tendenza all’autodistruzione e all’isolamento tossico. In questo tourbillon emotivo, amici e amanti si avvicinano a Beth, alcuni abbagliati dalla sua luce, altri con sincere intenzioni di supporto. La sua vita sregolata rischierà di boicottare le sue relazioni affettive, perché in fondo Beth ha un solo grande amore: gli scacchi. Tutti gli altri sono un contorno, almeno fino alla partita con Borgov.

Genio e sregolatezza

Io non credo che si debba parlare necessariamente di questa dicotomia per parlare della protagonista. Beth è figlia di una donna con problemi mentali, che decide di schiantarsi contro un camion con la figlia a bordo. Beth sopravvive a quell’incidente e cerca di sopravvivere anche per tutto il corso della sua vita, con una capacità di adattamento e di isolamento dalle emozioni quasi doloroso da vedere. Sicuramente la somministrazione di psicofarmaci ai minori in orfanatrofio non era proprio un’idea geniale e Beth ne pagherà le conseguenze per tutta la vita. Ma non è un genio perché si droga, così come non è un fenomeno solo perché donna.

La femminilità di Beth

Dotata di un volto particolarissimo (a me ricorda Bjork) e un fascino algido, la sua crescita come scacchista viene accompagnata da una sempre maggiore consapevolezza femminile, ma è tutto molto didascalico e mai strumentale. La stima verso questa grande campionessa è oggettiva, in un gioco in cui l’avvenenza o il genere non contano nulla, contano solo le mosse e la strategia di gioco.

Nonostante questo, gli abiti di Beth sono meravigliosi e fedelissimi nelle linee e nei colori ai decenni che attraversa. Non solo, accompagnano a livello cromatico gli stati d’animo delle varie fasi della protagonista. I costumi della miniserie Netflix La regina degli scacchi e di The Crown sono esposti nella mostra virtuale organizzata dal Brooklyn Museum, che potete ammirare online.

Beth è fuori dagli schemi, è una donna che si mantiene vincendo ad un gioco prettamente maschile, gira il mondo, vive da sola, vede chi vuole e comunque non perde (quasi) mai l’obiettivo finale. Obiettivo che riuscirà a raggiungere grazie ai suoi amici, che si riuniscono per aiutarla a distanza, in una sfida che diventa anche culturale: USA vs Russia.

La lezione è chiara: la vita può fare davvero schifo a volte, ma ognuno di noi viene al mondo con una manciata di strumenti e potenzialità da reinvestire lungo la propria strada. Obiettivo? Realizzare sé stessi e raggiungere un equilibrio che possa somigliare alla felicità.

Non da soli, da soli si perde.

Micaela Paciotti

“Miss Marx”: l’amore, i diritti delle donne e il socialismo

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“Miss Marx”, presentato alla Mostra Internazionale del cinema di Venezia 2020, è un film biografico su Eleonor Marx, la figlia più piccola di un gigante della storia come Karl Marx.

Eleonor Marx, detta Tussy (Romola Garai), è brillante, colta, libera e appassionata. Studia, scrive, traduce ed è un’attivista politica all’interno del partito socialista e nei sindacati.

Tra i primi attivisti a mettere in connessione il femminismo e il socialismo, partecipa alle lotte operaie, combatte per i diritti delle donne e contro il lavoro minorile.

Il film comincia nel 1883 con la morte di Karl Marx e – flashback a parte – ci racconta la vita di Eleonor da giovane adulta, a partire dal lutto e dall’incontro con il suo compagno di vita, Edward Aveling (Patrick Kennedy). 

Scritto e diretto da Susanna Nicchiarelli, “Miss Marx” ha un “sottotitolo” che ne rispecchia perfettamente la trama: “il futuro è dalla nostra parte”. La Eleonor Marx qui raccontata, in effetti, credeva molto nel futuro. Svolge la sua vita politica, tra la scrittura, gli studi sugli scritti del padre, l’attivismo nel partito socialista e nei sindacati, convinta che le condizioni dei lavoratori sarebbero migliorate sempre di più e che si poteva lottare, con successo, per realizzare una società più giusta.

Il film ci fa scoprire molti aspetti della vita della figlia minore di Marx, come il lavoro di traduttrice di opere importantissime per la narrazione delle donne, come “Madame Bovary” e “Casa di bambola”, anch’essa un’attività politica e femminista.

Si descrive a tratti la sua infanzia felice e il rapporto di grande amore con l’adorato padre. È tenerissima la scena familiare finale, con un flashback, con le sorelle, i genitori, Engels, la governante/amante di Karl. Si capisce molto anche della biografia di Karl Marx. Vi spiccano l’amicizia profonda con il sodale Friedrich Engels, il poliamore con la moglie e l’amante (che si tollerano a vicenda o forse addirittura si alleano), l’educazione politica delle figlie coinvolte anche nella Comune di Parigi. 

Quello di Susanna Nicchiarelli vuol essere un film storico, ma senza retorica e intenti celebrativi.

L’autrice – come è giusto chiamarla visto che il film lo ha diretto, ma anche scritto – è riuscita a raccontare anche le debolezze di Eleonor Marx, con le sue delusioni personali e i rapporti affettivi con il padre, con Engels, con le sorelle e il nipote, con quello che scoprirà tardivamente essere suo fratello, ma soprattutto con il suo compagno. 

Così facendo si mostra anche la complessità del rapporto tra teoria e prassi, tra le bellissime idee di Eleonar Marx e la loro realizzazione concreta nella vita personale, oltre che nell’attivismo politico.

Uno dei pregi di “Miss Marx” è il modo in cui mette in scena il pensiero di Eleonor Marx. Ci sono scene in cui lei parla in pubblico ed esprime, quindi, dei concetti politici. In altre, la si vede scrivere i suoi pamphlet oppure svolgere attività pratiche. Qui la voce in sovrimpressione dell’attrice ci “legge” gli scritti teorici della protagonista. 

Anche così si mettono in luce le contraddizioni tra teoria e scelte di vita. Eleonor è una rivoluzionaria senza dubbio; ma resta con un uomo che non la rispetta completamente e la fa soffrire. La violenza psicologica è sottesa e non potrà non lasciare ferite.

Eleonor Marx usa il pensiero del padre sulla storia e il conflitto di classe per parlare della condizione femminile. Evidenzia la relazione tra i difetti del capitalismo e la subalternità non solo dei lavoratori, ma anche delle donne. Va oltre il femminismo borghese dell’epoca, molto concentrato sulla lotta per il voto alle donne (giustamente, direi, visto che i diritti politici sono inevitabilmente una conquista necessaria e preliminare ai diritti civili e sociali). 

Il motto di Miss Marx è “sempre avanti”, perché lei è una donna che guarda al futuro convinta che la società può solo migliorare.

Ciò benché le idee non si concretizzino sempre nella realtà in modo adeguato. Il film ce la propone come una donna dinamica, che scrive, studia, visita le fabbriche, si muove sempre con una grossa borsa e una macchina da scrivere portatile, torna a casa la sera tardi.

Sono ottimi sia i dialoghi, sia le interpretazioni degli attori. La protagonista Romola Garai, attrice non nuova alle interpretazioni in film che si potrebbero definire politici o femministi (“Suffragette”), è una scelta davvero azzeccata.

La colonna sonora contribuisce a rendere “Miss Marx” un film esaltante e attuale. Si è scelto, infatti,  di intervallare la musica classica a quella rock, in un film in costume. Non è una novità nel panorama cinematografico degli ultimi anni (si pensi a “Marie Antoniette” di Sofia Coppola). Ma qui acquisisce un significato ulteriore, oltre a quello dell’originalità.

Si guarda, infatti, un film ambientato nella seconda metà dell’Ottocento, ma la storia di questa donna ci appare contemporanea, universale nel tempo. Immedesimarsi in Eleonor Marx diventa, quindi, più facile del previsto, grazie alla musica dei Downton Boys o dei Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo

Susanna Nicchiarelli va molto fiera del rapporto che ha creato, nella pellicola, tra immagini e musica. 

Per i costumi e le scenografie ha dichiarato di essersi ispirata ai quadri dell’epoca, quindi dei Preraffaelliti e degli Impressionisti, che considera anch’essi dei rivoluzionari. Le scene, alla fine, risultano molto curate sul piano estetico e il coinvolgimento emotivo dello spettatore ne guadagna soltanto.

Stefania Fiducia

I make-up artist di Chanel incontrano la street art per inaugurare l’autunno!

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Il make up artist è un vero artista? Secondo Chanel si, per questo ha deciso di inaugurare l’autunno 2020 con un super team building. Lo scopo? Stimolare la creatività dei make-up artist attraverso la magia della street art.

Da lunedì 19 ottobre, nel centralissimo Viale Caprilli di Milano, potete ammirare le opere di street art create da un gruppo di make-up artist selezionati da Chanel e diretti da due tra i più noti street artist della scena milanese, SteReal e KayOne.

Al posto di rossetti, blush e rimmel, i truccatori di Chanel si sono cimentati con vernici e bombolette spray, per realizzare tre opere d’arte urbana. La pittura urban è fonte di ispirazione: colori nuovi, macro forme, cultura pop. Così l’arte di strada diventa strumento per ampliare la propria visione sul make up, e sui modi di applicazione dello stesso.

Lo stile non è qualcosa che esiste solo negli abiti. Lo stile è nel cielo, nella strada, lo stile ha a che fare con le idee, il nostro modo di vivere, che cosa sta accadendo.” (Gabrielle Chanel).

Questo è quello che Chanel continua a infondere e trasmettere ai suoi collaboratori, stuzzicandone la fantasia e lasciando la loro ispirazione libera di esprimersi. I due street artist scelti da Chanel sono KayOne e SteReal, famosi in Italia quanto all’estero. SteReal, al secolo Stefania Marchetto, è una delle più importanti figure femminili dell’urban art italiana.

Non ci sono dubbi… Il make up autunnale di Chanel sarà un’opera d’arte!

Prima del make up, provate a fare il layering, la nuova beauty routine dell’autunno 2020:

Grey’s Anatomy 17: chi non muore si rivede, vero Derek?

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Torna Grey’s Anatomy con sua diciassettesima stagione, una stagione che non è come le altre visto che racconta la pandemia che stiamo vivendo.

Ed ecco la grandezza della nostra Shonda: oltre a quella di uccidere quasi tutti i protagonisti e quindi di ribaltare sempre le carte sul tavolo, sicuramente dobbiamo riconoscerle lo sprint di saper cogliere una palla al balzo, se il Covid-19 può essere chiamato così.

Il Coronavirus al Grey Sloan Memorial

Con un salto temporale, lasciamo in sospeso tutte le crisi aperte della stagione 16, e arriviamo ad aprile 2020: Meredith e i suoi colleghi sono alle prese con i protocolli di sicurezza; l’ospedale ormai è diventato un ricovero per malati di Coronavirus quindi non si effettuano più operazioni se non quelle di emergenza.

Che dire di questi primi due episodi?

Da un certo punto di vista li ho trovati un po’ difficili da seguire: troppi flashback, troppe situazioni irrisolte. Dall’altro, capisco la necessità di portare sullo schermo quello che stanno vivendo gli ospedali durante la pandemia. Medici stremati, parenti dei malati tenuti a distanza e in balìa di una chiamata del dottore, stanchezza, rabbia, ma soprattutto impotenza. Questo emerge dai primi due episodi di Grey’s Anatomy 17: tanta impotenza nei confronti di qualcosa più grande di noi. Lo afferma anche Catherine, urlando che è la prima volta che non sa come mettere a posto le cose.

Shonda resuscita anche i morti?

Giustamente vi chiederete se Shonda abbia anche questo potere visto che da qualche giorno gira sul web un video in cui Meredith si trova su una spiaggia e saluta Derek in lontananza. Naturalmente si tratta di un sogno. Patrick Dempsey ha lasciato il cast tanti anni fa con un episodio struggente che penso sia uno dei migliori di Grey’s Anatomy, ma torna a farci battere il cuore con un’apparizione nei sogni di Meredith, colpita dal Covid-19. Non so voi come la pensate, ma quando Derek è morto, secondo me la serie è migliorata: ormai eravamo un po’ saturi e Meredith si è molto emancipata come persona, una volta sganciata da Stranamore. L’arrivo di Amelia, poi, ha ravvivato parecchio la situazione tra gaffe e crisi mistiche.

Ma non è la prima volta che Derek torna in scena, o meglio torna a farci piangere. Già in un episodio della quindicesima stagione, tutto dedicato alla morte, lo avevamo rivisto in Grey’s Anatomy, insieme a tutte le altre anime perse in questi anni. Solo che in quel caso Patrick Demspey non era tornato sul set, erano state solo riproposti vecchi flashback della serie.

Il video della morte di Derek

Come ci eravamo lasciati?

Jo è ancora disperata per l’abbandono di Alex – una delle uscite di scena più infelici della serie tv – e ha fatto un pasticcio con Jackson; Richard è guarito dall’intossicazione da cobalto, anche questa una trovata assurda che ci ha fatto credere per qualche episodio che fosse portatore di Alzheimer; Amelia e Link conducono la loro vita da genitori tra alti e bassi, ma restano sempre i miei preferiti; Maggie finalmente ha raggiunto una dimensione in cui non rompe più le scatole e vive il suo amore in videoconferenza; Teddy e Owen sono ai ferri corti: è arrivato il momento di tirare fuori gli altarini, anche se forse l’audio in vivavoce in sala operatoria che riproduce i gemiti della Altman mentre va a letto con Tom… era stato abbastanza eloquente. La dottoressa sembra l’unica a non voler accettare la realtà. Infine, Andrea De Luca pare sia uscito dal tunnel delle sue crisi schizofreniche e sia tornato in carreggiata. Ancora mi sto chiedendo l’utilità di sua sorella Carina (e del suo opinabile nome da italiana) in quest serie tv.

E poi c’è Hayes

Un amore rimasto in stand by: Christina ha mandato McWidow (nemesi di McDreamy, che era Derek) a Meredith, ma la scintilla non è ancora scoccata. Riuscirà la pandemia a smuovere un po’ le acque? Nel secondo episodio il dottore chiede a Mredith di bere qualcosa insieme, ma poco dopo troviamo la protagonista a terra priva di sensi…

Alessia Pizzi

Cos’è l’Armocromia: intervista alla make up artist Annalisa Affinito

Inverno, Primavera, Estate, Autunno: grazie all’Armocromia possiamo sapere a quale stagione apparteniamo.

Diamo spazio ai colori che ci valorizzano di più, e diciamo addio a quelli che ci sbattono.

Intervista ad Annalisa Affinito, laureata in Conservazione dei Beni Culturali, da sempre innamorata di arte e bellezza. Nel lavoro di make-up Artist ed esperta di Armocromia ha trovato la sintesi delle sue passioni.

Ciao Annalisa, ci spieghi cos’è l’Armocromia e quali studi ci sono dietro?

L’Armocromia, anche se è diventata un trend, è una disciplina che affonda le sue origini nel tardo 700. Nei salotti culturali già si affrontavano lunghi dibattiti sulla natura del colore e della sua percezione. Partendo dall’arte e basandosi su secoli di studio della teoria del colore, si arriva alla valorizzazione della persona. Con l’avvento dell’era industriale divampa l’industria cosmetica e le donne vogliono sapere come tingersi i capelli, quale tonalità di rossetto acquistare, come scegliere l’abito più adatto al proprio incarnato. Così iniziano a circolare le prime “face chart”, dove vengono indicati colori migliori per la donna Inverno o Estate, Autunno o Primavera, in base ai colori personali.

L’analisi del colore

Negli anni ’70 si giunge poi al metodo dell’analisi del colore che è quello che noi oggi conosciamo, ovvero quello di osservare attraverso i drappi colorati come il viso reagisce.

I colori giusti rendono l’incarnato più luminoso, più disteso, più omogeneo e mettono lo sguardo in primo piano. I colori sbagliati accentuano le discromie, le occhiaie, le rughe e le linee d’espressione, rendono l’incarnato più spento e tolgono il focus dallo sguardo.

Stagione, profondità, croma: tutti vogliono essere stagionati per esprimere al meglio le proprie potenzialità. Molti sanno ad intuito i colori valorizzanti, ma molti non accettano di cambiare, non riescono a lasciarsi alle spalle i colori che non vanno bene. Un consiglio per abbracciare la propria palette?

Io credo che questo debba accadere spontaneamente e in serenità.  Chi si avvicina all’Armocromia solitamente è una persona che spesso è insoddisfatta dei propri acquisti. Qualcuno che più volte ha acquistato capi e prodotti perché andavano di moda, o perché sembravano molto belli su un’amica, o perché attraenti di per sé ma non altrettanto una volta indossati. E quando si è insoddisfatti non ci si vede mai bene con nulla, si ha un armadio pieno di cose ma poco sfruttate.

Facciamo pace con il nostro armadio!

Quindi, scoprendo i colori giusti, gli acquisti diventano mirati. Un capo Armocromatico valorizza la persona anche se è un capo economico e semplice, anche con il viso poco truccato, anche se i capelli non sono perfettamente in piega. I colori giusti semplificano di molto non solo le scelte ma anche in generale la cura della persona. Se invece una persona è soddisfatta di ciò che indossa, anche se non adatto alla sua stagione, difficilmente abbraccerà l’Armocromia e la vivrà come un’imposizione invece che come un libero strumento.

Il mio consiglio è quindi, se si decide comunque di provarci, è quello di cominciare a piccoli passi: nessuno deve bruciare il proprio guardaroba e rifarselo da capo, a volte anche comprare una semplice camicetta in un colore armocromatico può aiutare, gradualmente, ad apprezzare i vantaggi dei colori giusti.

Vestiti, make up, home design: l’Armocromia può entrare a far parte della nostra vita a 360°. Ci sono colori universali, che stanno bene a tutti e con tutto?

Naturalmente si. La gamma dello spettro visibile del colore presenta innumerevoli sfumature! Infatti non è un singolo colore in sé a fare una stagione, è la famiglia di colori che nell’insieme crea una stagione.

I colori universali

Le stagioni che hanno caratteristiche di profondità, di croma o di temperatura simile hanno molti colori in comune. Alcuni colori si presentano in tutte le palette e li definiamo colori universali. Fra questi c’è il rosso cremisi (un rosso non troppo acceso), il blu di prussia (un blu sporcato di verde), il viola porpora, il bianco sporco, il pervinca (un azzurrino denim)  e il blu ottanio.

Sono colpita: davvero si riesce a diventare una versione migliore di se stessi, senza fare enormi cambiamenti. Ci dai 3 consigli per iniziare col piede giusto questo percorso?

Il primo consiglio? imparare ad amarsi: troppe donne svalutano loro stesse al punto tale da ambire a modelli di bellezza diametralmente opposti al proprio e fanno di tutto per inseguirli ma finendo col penalizzarsi.

Quando non c’è Armocromia

Un esempio: in Italia tantissime donne sognano capelli rosso irlandese ma questi mal si sposano con l’incarnato mediterraneo e olivastro che è così frequente nel nostro paese. Risultato? Una chioma che, oltre a risultare posticcia, rende il viso più grigio e segnato. Non esiste un modello di bellezza migliore di un altro, non esistono occhi o capelli in colori banali, ogni donna può essere bellissima nei suoi toni naturali e deve solo imparare ad esaltarli.

Date una chance ai colori!

Il secondo consiglio che do è collegato al primo: tutti i colori sono belli se scelti e abbinati in modo giusto. Molte volte sento dire che una certa palette ha colori tristi o al contrario troppo vivaci. Sono solo pregiudizi dettati da un gusto personale, di qualcuno che non aveva mai preso in considerazione le potenzialità di certi colori che sono diversi da quelli che si usavano abitualmente. Prima di giudicare, dategli una chance e studiate come inserirli nel vostro stile.

Il colore come codice per il mondo esterno

L’ultimo consiglio che do è quello di viverla con serenità e mantenendo un approccio personale: l’Armocromia è la soluzione quando vuoi essere al top e non sai cosa scegliere, ma ogni colore racchiude anche un modo di codificare il mondo, penso ad esempio al nero in occasioni formali, il bianco degli abiti nuziali o il rosso della seduzione. Ognuno di noi sceglierà i colori anche per esprimere uno stile, un concetto, un mood, ed è giusto che sia così senza doverci rinunciare. L’Armocromia indica una strada, siamo noi che dobbiamo poi imparare a modellarla sull’unicità della nostra persona.

Se volete sapere a quale stagione appartenete, trovate Annalisa Affinito su tutti i social e sul sito https://armocromiaetruccocorrettivo.it/

Se vuoi riflettere ancora sulla bellezza e sui canoni estetici, la storia di Armine ti sarà di ispirazione:

Foto di Annalisa Affinito

Micaela Paciotti

The Crown 4: l’arrivo di Lady Diana e Margaret Thatcher

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Tre donne al comando in The Crown 4

Dopo un anno di attesa, le porte di Buckingham Palace si riaprono e nuove importanti personaggi arrivano a corte.

The Crown 4 era attesissima dai fan della serie e dagli appassionati della corona inglese per l’arrivo di due figure che hanno segnato la storia britannica: la Principessa del Galles, Lady Diana Spencer, e la prima donna Primo Ministro, Margaret Thatcher. E il loro arrivo non passa di certo inosservato.

La Regina Elisabetta torna su Netflix: tra drammi familiari e crisi al vertice

Protagonista indiscussa di The Crown, Queen Elizabeth in questa quarta stagione resta il fulcro centrale della vicenda, ma in alcuni episodi lascia il centro del palco. Rimane fondamentale il suo ruolo di guida nella vita privata familiare, così come nella vita politica del Paese, ma allo stesso tempo vengono messi in mostra anche alcuni suoi punti deboli e i suoi passi falsi.

In The Crown 4, la Regina si scontra con il Primo Ministro, con suo figlio Charles per i suoi problemi coniugali, mette in dubbio il suo essere madre, ribadisce l’importanza del suo ruolo per la serenità del Paese. Vita privata e vita pubblica si incontrano e si condizionano a vicenda in un magistrale intreccio che ci permette di scoprire il dietro le quinte del regno più longevo della monarchia inglese.

Principale antagonista della Regina sul piano politico sarà il Primo Ministro eletto, la prima donna a ricoprire questo incarico: Margaret Thatcher.

La Lady di Ferro sale al potere in The Crown 4

Siamo nel 1979, Margaret Thatcher vince le elezioni e dà inizio al suo lungo mandato alla guida del governo inglese. Tra crisi, strategie e malumori, emerge chiaramente il ritratto di una donna forte, caparbia, che sa quello che vuole e che è disposta a tutto pur di ottenerlo, correndo anche il rischio di mettere in pericolo la sua posizione politica.

Emblematici gli scontri pubblici e privati con la Regina: uno scontro fra due titani, armati di senso del dovere e instancabile dedizione al lavoro. Da un lato un leader politico con una precisa linea in mente da seguire, determinato a svecchiare la classe politica e a stravolgere l’economia inglese. Dall’altra parte una sovrana che lotta per preservare l’armonia nel suo regno e per difendere gli interessi dei suoi sudditi, anche a costo di esporsi pubblicamente.

Come per la Regina Elisabetta, in The Crown anche la figura di Margaret Thatcher (Gillian Anderson) viene mostrata sotto una luce diversa. I suoi rapporti familiari, l’eterna ammirazione per suo padre, la difficile relazione con il suo Partito: ogni aspetto della sua persona contribuisce al racconto di una figura chiave per la storia inglese.

Mentre la Thatcher e la Regina si danno filo da torcere a vicenda, un’altra donna sta per fare il suo ingresso nella Royal Family: Lady Diana Spencer.

Da favola ad incubo: il difficile rapporto tra Carlo e Diana

Attesissimo ingresso nel cast di The Crown, Lady Diana (Emma Corrin) entra con eleganza e grazia nella vita del Principe Carlo e in un attimo conquista i cuori di milioni di persone.

Il loro primo incontro avviene quasi per caso, ma la magia dalla storia fiabesca è destinata a svanire presto. Se dall’esterno la loro unione appare come una fiaba d’altri tempi, tra le mura di casa, o del castello, le cose sono ben diverse e con il passare del tempo i due Principi non si impegnano neanche troppo a nasconderlo.

La presenza ingombrante di Camilla Parker Bowles (Emerald Fennell), l’assenza prolungata del Principe Carlo, i continui tradimenti da entrambe le parti, le crescenti insicurezze di Diana, porteranno Lady D a diventare la Principessa triste che tutti abbiamo conosciuto.

The Crown 4: Diana e le sue insicurezze

Ho apprezzato particolarmente questo personaggio e l’interpretazione di Emma Corrin: le insicurezze di Lady Diana si mischiano alla sua voglia di rimettere insieme i pezzi di un matrimonio che era destinato a fallire, l’amore incondizionato per i suoi figli e l’impegno sincero per le cause sociali diventano la sua unica ancora di salvezza. Il suo personaggio racconta alla perfezione le mille sfaccettature del carattere di una giovane donna, investita improvvisamente dalle responsabilità di un ruolo che, probabilmente, non era pronta a ricoprire.

Dal carattere diametralmente opposto a quello di Lady Diana, il Principe Carlo (Josh O’Connor) appare quasi disinteressato alle sorti del suo matrimonio. Carlo mostra ben presto di non essere capace di rinunciare all’amore vero per salvare le apparenze. Il suo rifiuto di interrompere la frequentazione con Camilla è il motivo principale del fallimento del suo matrimonio. Ma a Camilla non vuole proprio rinunciare, nonostante i continui richiami da parte della Regina.

Carlo soffre anche per la popolarità crescente della moglie, che appare agli occhi dei sudditi e dei giornali come la perfetta principessa da avere al proprio fianco, con un carisma e un’eleganza da far invidia.

L’erede al trono, in The Crown 4, si trova quindi a far i conti con il senso del dovere che il suo ruolo gli impone e gli intricati affari di cuore che non riesce a risolvere.

Quel che è certo è che la quarta stagione di The Crown non delude le aspettative. Perfettamente in linea con le stagioni precedenti, The Crown 4 è un viaggio introspettivo nelle vicende della famiglia reale, dove nulla è lasciato al caso. L’altissima qualità a cui Netflix ci ha abituati si rivede nella scelta impeccabile del cast, delle ambientazioni e dei costumi.

The Crown: uscita nuovi episodi

La quarta stagione di The Crown sarà disponibile su Netflix da domenica 15 novembre, per The Crown 5 pare ci toccherà attendere il 2022.

Nel mentre, se volete fare il carico di serie tv storiche in attesa della prossima stagione, ecco le serie tv consigliate dalla nostra redazione.

Simona Specchio

“Rebecca, la prima moglie”, una fiaba hitchcockiana ma non troppo

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Regia: Alfred Hitchcock
Anno: 1940
Cast: Laurence Olivier, Joan Fontaine, George Sanders, Judith Anderson, Nigel Bruce, Reginald Denny
Genere: Drammatico/Noir
Nazionalità: USA
Durata: 130 minuti

La seconda signora de Winter: Sapete io… io vorrei che esistesse un’invenzione per imbottigliare i ricordi come profumi e che non svanissero mai nell’aria, in modo da poter stappare la bottiglina ogni volta che lo volessi e poter far rivivere il passato aspirandola.

Max de Winter: E quale momento della vostra vita vorreste mettere in bottiglietta?

La seconda signora de Winter: Ognuno di questi ultimi giorni. È… è come se avessi già raccolto un intero scaffale di bottiglie.

Trama

A Montecarlo, una timida ragazza inglese dissuade da un apparente suicidio Max De Winter, da poco vedovo. Max inizia a frequentarla innamorandosene. Quando la giovane ragazza sta per lasciare Montecarlo per New York, Il sig De Winter le chiede di sposarlo. Nell’antica dimora di Menderley la seconda moglie inizierà a sentirsi la sostituta indesiderata. La frustrazione crescerà scena dopo scena sentendosi sempre inadeguata. Gli sbalzi d’umore di Max e la spettrale presenza della signora Danvers, governante che vive nel ricordo della defunta, non fanno che accentuare la sensazione di estraneità. Ma nulla è come sembra fino a quando dal mare riemerge il panfilo di Rebecca, la prima moglie. La verità viene a galla e quel che sembra la fine in realtà è l’inizio di un percorso investigativo che metterà a dura prova la relazione tra i due.

“Rebecca,la prima moglie” un film britannico distorto dall’influenza americana del suo produttore

Tratto dall’omonimo romanzo di Daphne Du Maurier, Rebecca, la prima moglie (1940) è il primo film Hollywoodiano di Alfred Hitchcock. Un fuori genere lontano dalle dinamiche psicologiche che fino ad allora ruotavano intorno ai suoi personaggi. Una storia scritta a fine ottocento, una trama vecchio stampo, demodé, priva di humor o suspense. Era una storia sospesa e sconnessa, senza una vera identità proprio come la sua protagonista: la seconda moglie.

Quella di Rebecca è stato un adattamento complesso per molte varianti, in primis il rapporto tra Hitchcock e O’Selznick, produttore del film nonché eccentrico magnate del cinema. Quest’ultimo, reduce dal successo di Via col vento, aveva ben chiaro cosa volesse fare: riprodurre su pellicola pedissequamente Rebecca, la prima moglie, il tutto per la gioia degli spettatori. Un’idea che ad Alfred Hitchcock non piaceva vista l’assenza dell’elemento thriller e la predominanza di una psicologia quasi sterile.

Quella tra il cineasta e il produttore è stata una vera e propria battaglia su chi dovesse avere la supremazia. Una lotta perdurata fino al montaggio, momento nel quale il produttore, impossibilitato, ha gettato la spugna. Tuttavia non possiamo dire che Rebecca, la prima moglie sia un lavoro del maestro del brivido, o almeno non del tutto. Il prodotto finale risulta da una commistione tra la vecchia Hollywood e il cinema britannico. Di quest’ultimo abbandona però i formalismi e le rigidità che caratterizzavano il romanzo e il modus operandi del cineasta.

Possiamo affermare che Rebecca la prima moglie sia un film britannico? Indubbiamente. È ambientato in Inghilterra, il cast inglese ed è diretto da uno dei massimi registi inglesi dell’epoca: Alfred Hitchcock, eppure l’influenza di Hollywood è percepibile. Manca di quell’essenzialità che ha connotato le precedenti produzioni del maestro del brivido, formatosi attraverso film che rientravano nella quota quickies. Ossia pellicole di bassa qualità (i cosiddetti film di serie B), realizzati con pochi mezzi.

Ma allora come siamo giunti a Rebecca, la prima moglie?

Da Titanic a Rebecca. Hitchcock sorprende tutti innovando fuori genere

Doveva essere Titanic. Quando Hitchcock fu convocato ad Hollywood doveva girare il grande colosso, qualcosa che poi ha ripreso James Cameron quasi 60 anni dopo. Quando Alfred Hitchcock giunse nello Studio O’Selzenick, quest’ultimo lo informò che aveva acquistato i diritti di Rebecca, la prima moglie. Per il cineasta fu un salto nel vuoto. Si trattava di girare una pellicola fuori dai suoi canoni.

Ma se la storia era piatta e la trama faceva acqua da tutti i lati perché Rebecca ha funzionato sullo schermo?

Un genere fuori dal genere, ecco cos’è Rebecca

Un do ut des era alla base della relazione tra la Alfred Hitchcock e la trama. Una novità che ha arricchito il grande cineasta creando terreno fertile per quelli che furono progetti futuri come La finestra sul cortile e Vertigo dando cosi vita a protagonisti molto più sfumati. Una storia fedelissima al romanzo eppure rivoluzionata nel genere introducendo elementi psicologici disturbanti e ancora attuali a distanza di 80 anni, atti a depistare lo spettatore sovvertendo la prospettiva solo verso il terzo atto.

Un lavoro di adattamento che nella sua difficoltà ha centrato l’obiettivo andando oltre, rappresentando una delle vette assolute nel genere thriller gotico, oltre che uno dei risultati più alti nella vastissima produzione del maestro del brivido.

A riprova dell’altissima qualità della pellicola ci sono due premi Oscar: uno come miglior film dell’anno e l’altro per la fotografia in bianco e nero di George Barnes.

“Rebecca, la prima moglie” una sorgente di suspense hitchcockiana

Psicologico e dalla suspense sofisticata, lo spettatore viene accompagnato scena dopo scena attraverso lo sguardo della seconda moglie. Tutta la storia viene narrata dal suo punto di vista. Una scelta ben riuscita attraverso cui emerge la frustrazione, il disagio e l’infelicità di una giovane donna che prova ad integrarsi e a ricordare il suo ruolo. Un tentativo che fallisce giorno dopo giorno sotto lo “spettro” di “Rebecca, la prima moglie”. Un ombra che grava sul suo matrimonio prima, e sul suo equilibrio psicologico poi.

Una scelta acuta quella di Hitchcock che mostra la fragilità della mente umana e di come questa sia suggestionata più dal malessere e dal disagio personale legato ad una non ancora ben definita identità che dalla realtà concreta delle cose. Percezione accresciuta dal ruolo della signora Danvers, governante della casa, che fin dall’arrivo della giovane donna sembra incutere timore. Una donna plastica, quasi immobile nei movimenti. Una scelta questa su cui il cineasta ha voluto spingere ed evidenziare a più riprese. La signora Danvers allora diventa il ponte tra la pellicola e lo spettatore. Uno strumento attraverso cui il punto di vista della seconda moglie diventa più nitido e soffocante. La governate diventa la longa manus di Rebecca. Invisibile, impercettibile eppure c’è. Una presenza che sembra orbitare intorno alla seconda moglie per ricordarle quale fosse il suo posto. Una scelta attenta tesa a disumanizzare la signora Danvers che funge da motore in un gioco psicologico che incatena da un lato Massimo de Winter e dall’altro la sua seconda moglie facendole percepire l’incapacità di sostituire qualcosa che era perfetto.

Humor, fiaba e la magia. Elementi presenti in ogni opera di Hitchcock

Ebbene si. Anche Rebecca la prima moglie ha un suo humor, sicuramente diverso da quello che siamo abituati a vedere ma fondamentale affinché il film funzionasse. Pensiamo alla goffaggine della seconda moglie quando rompe i cocci della statuetta e li nasconde nel cassetto quasi dimenticando che la padrona di casa ora è lei. Quando le cade la forchetta dal tavolo e altri piccoli episodi che servono a darle un’aria naïf. Elemento essenziale per la svolta del suo personaggio.

Altro elemento interessante è la fiaba. Rebecca nasce come un film molto romanzato, un giallo fiabesco inquietante. Racconta la storia di una ragazza che da dama di compagnia si ritrova ad essere la padrona di Manderley. Ma come ogni fiaba che si rispetti c’è sempre il lato oscuro, qualcosa di proibito, una strada da non seguire, una porta da non aprire, il tutto ambientato sempre in mezzo al nulla, proprio come Manderly. Eretta nel bel mezzo della campagna inglese, avvolta sempre da una leggera foschia, sembra essere la protagonista per eccellenza. Un’ambientazione che costantemente sembra nascondere qualcosa e gettare la protagonista in un vortice psicologico senza fine, distruggendola lentamente da dentro. Il tutto supportato da un marito sfuggente, chiuso in se stesso, risucchiato dai sui stessi demoni interiori e da una presenza soffocante: Rebecca. Una donna che non si vedrà mai in volto ma che riesce, anche da morta, a creare una condizione di oppressione e suggestione.

Conclusione

Con Rebecca, la prima moglie Hitchcock ha voluto costruire un rebus gotico e poetico, una Cenerentola di fine anni ’30 e delle sorelle cattive rappresentate dalla signora Danvers. Un film d’epoca dall’amore profondo ma allo stesso tempo sfuggente. Un capolavoro che resta dritto sulle sue gambe, influenzando la filiera cinematografica a distanza di 80 anni.

Rebecca, la prima moglie remake

  1. Nel 1979 fu prodotto un remake del film dalla BBC Television con interpreti Jeremy Brett e la sua ex moglie Anna Massey.
  2. Nel 2008 la RAI ha realizzato una miniserie tv di due puntate diretta da Riccardo Milani e interpretata da Cristiana Capotondi, Alessio Boni e Mariangela Melato.
  3. Il 21 ottobre è uscita sulla piattaforma Netflix una nuova versione del film interpretata da Lily James, Kristin Scott Thomas e Armie Hammer per la regia di Ben Wheatley.

Curiosità

  1. La seconda moglie non ha un nome. Sappiamo che è ha ventun anni, è bella e intelligente, ama disegnare come suo padre pittore, è orfana e di modeste condizioni. L’assenza di un nome forse indica l’a mancanza di una propria identità che acquisterà solo alla fine del film;
  2. Al primo incontro Max pare voler uccidersi: in realtà sta ricordando il suo primo impulso omicida nei confronti di Rebecca, la prima moglie;
  3. La casa di Manderly, così come la strada, sono un modellino;
  4. Le riprese iniziarono nel settembre del 1939, proprio mentre in Europa la Polonia era invasa dall’esercito tedesco e scoppiava la seconda guerra mondiale;
  5. Come da tradizione, Hitchcock appare per un istante in un cameo. Lo si può individuare dietro la cabina telefonica dove c’è Jack Favell.
  6. Il film è stato oggetto di studi in tema di problematiche legate alla femminilità e alla psicanalisi. Dele studiose americane hanno individuato nella protagonista un ritratto femminile molto moderno, complesso e profondo. Una donna alla ricerca della propria identità, che conquista faticosamente, sottraendosi alla dipendenza ed alla conflittualità con le altre tre figure femminili: Mrs. Van Hopper, Mrs. Danvers e Rebecca. Questo percorso interiore verso la scoperta di se stessa trova il supporto nel rapporto d’amore con Max.
  7. Sono tre i film tratti dalle opere di Daphne Du Maurier adattati da Alfred Hitchcock: La taverna della Giamaica, Rebecca, la prima moglie e Gli uccelli.
  8. Vivien Leigh fu scartata per il ruolo di protagonista.
  9. All’epoca la Leigh era compagna di Laurence Oliver il quale non la prese proprio bene. Iniziò a mostrare una certa insofferenza nei confronti di Joan Fontaine. Hitchcock, per rendere il disagio della protagonista reale, disse all’attrice che tutti sul set la detestavano, in modo da far sentire la Fontaine insicura e fragile come la seconda moglie.

Quando guardare “Rebecca, la prima moglie”

In un momento di assoluto relax (vista la durata) magari con un calice di vino rosso, o anche più, e tanti pop corn.

Tre motivi per guardarlo

  1. Se amate i film in bianco e nero non potete assolutamente perdervi questo capolavoro;
  2. È una pellicola che ha fatto la storia, continuando dopo 80 anni ad influenzare produzioni attuali come il Filo nascosto di Paul Thomas Anderson. Insomma è una sorta di must have per cinefili;
  3. Se amate le storie d’amore, non sempre lineari, allora questo film è al caso vostro.

Angela Patalano

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