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L’occhio Esterno dell’Amore: la regina che s’innamorò dell’eroe

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C’era una volta Enea.

Enea era scappato da Troia in fiamme perché – per volere divino – era destinato ad arrivare in Italia per fondare Roma. Prima di approdare sulla Penisola, però, giunge a Cartagine, dove trova Didone, la regina.

Dopo essersi infrattati (letteralmente) svariate volte, Didone crede che aver diviso il letto (o la fratta?) sia garanzia di promessa nuziale. Poverina. Una mattina si alza e vede che Enea sta preparando la sua partenza all’improvviso. La risposta del signorino alla domanda “’Dove vai?” è, parafrasando semplicemente: “Didò, io c’ho un destino da compiere, non ti accollare.

 

Didone la prende talmente bene che si ammazza.

 

Durante uno dei giretti di Enea negli Inferi (se stai simpatico agli dèi puoi fare davvero tutto), l’eroe incontra l’anima di Didone, che starà in silenzio dall’inizio alla fine. Enea. invece, si distinguerà per un discorso di questo tipo:
 [dt_quote type=”pullquote” layout=”left” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]“Didò, ma che ti sei ammazzata per me? Non credevo di fare tanti danni con la mia partenza…”[/dt_quote]
Partendo dal presupposto che Enea, a mio avviso, ha la sensibilità di una latrina, perché la regina si è arrabbiata tanto da uccidersi?
Nessun amore ha la certezza di essere eterno, neanche se (e non è questo il caso), supportato da un’unione certificata.

 

Quello che credo è che la regina innamorata abbia tralasciato i suoi doveri regali per dedicarsi totalmente alla passione per Enea. Quando lo accusa di abbandonarla, fondamentalmente è arrabbiata con se stessa. Nessuno può darci la garanzia di esserci per sempre, di amarci per sempre.
È per questo che non si dovrebbe mai e poi mai tralasciare ciò che ci era caro prima dell’innamoramento: i nostri doveri, i nostri interessi, i nostri cari; onde evitare il rischio di rimanere senza nulla nel momento in cui perdiamo l’unico oggetto del nostro desiderio. Non credo che l’amore vero possa essere così… questo tipo di passione può definirsi comunemente “possesso” e spesso è dettato semplicemente dall’ingenuità o dall’insicurezza.

 

Sono convinta che la vera forma di amore sia la libertà, un’unione incondizionata che non ci priva di ciò che eravamo, ma arricchisce ciò che siamo e saremo.
Molte relazioni, seppur finite, hanno avuto riverbero talmente positivo su di noi, che continuano ad influire col ricordo, sulla nostra persona, anche una volta terminate. I sentimenti positivi provati, possono davvero accompagnarci nella vita anche se la persona che ce li ha suscitati non è più accanto a noi.
Non biasimo di certo Didone per aver perso la testa, capita a tutti. E deve continuare a capitare. Ma forse in quei momenti di euforia, dovremmo gioire del fatto, quando siamo soli, che anche se la persona che ha colpito il nostro cuore sembra riempirci la vita, questa è ricca e meravigliosa a prescindere.
Godere di attimi di felicità senza crearsi troppe aspettative, senza avere paura di ciò che sarà, è uno dei modi più sani per alimentare la nostra anima. Le domande, la ragione ci confondono e basta, complicano tutto. Se è una felicità destinata a durare, durerà e basta. Non bisogna “impegnarsi”, “costruire” “sforzarsi” di far andar bene le cose.

 

E non penso sia una modo razionale di vivere l’amore, ma solo una via per darsi il tempo di osservare ogni tanto e non solo di vivere in maniera confusa ogni cosa, alla ricerca di risposte o certezze che, spesso, non abbiamo neanche noi.

 

Alessia Pizzi

L’incantatrice di Teocrito come modello di amore per se stessi

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Vi racconto una favola. li

Tanto tanto tempo fa viveva in Grecia una ragazza di nome Simeta, una ragazza come tante.
Un giorno, convinta dalla sua nutrice, decise di partecipare alle feste in onore di Artemide. Lì vide Delfi, un bel ragazzo che usciva dalla palestra.

(Scena ordinaria: camminata cool, petto depilato, improfumato fino ai conati di vomito)

 
Così, presa da un’infatuazione (sì quelle a prima vista, come nelle favole Disney) chiede alla sua schiava di riferirgli che lei lo sta aspettando a casa. Delfi arriva, da maschio alfa si lamenta un po’ perché lei lo ha preceduto nell’invito, e poi fanno sesso.

(Ops…nelle favole il sesso è tabù)

Si vedono per rifarlo qualche altra volta e poi lui sparisce per 12 giorni (ma chi li conta più?!).
In questi giorni di silenzio Simeta non fa nulla (se non preoccuparsi, credo) fin quando non gli viene riportato che Delfi si è innamorato di un’altra…o di un altro (non lo so, nell’antica Grecia la concorrenza era doppia per noi donne). Come avrebbe fatto qualsiasi ragazzetta alle prime armi con gli uomini, Simeta ha passato 12 giorni senza fare nulla (probabilmente a fare i tipici pensieri femminili, ovvero:
  1. è morto?
  2. sta sicuramente in ospedale
  3. sicuramente sta accudendo la nonna malata
  4. sta salvando il mondo
  5. mentre veniva a trovarmi l’ha schiacciato un tirannosauro
  6. voleva avvisarmi ma il piccione viaggiatore si è smarrito: dannati pennuti! (Da applicare in chiave moderna a cellulari rotti e perdita di numeri vari…)

 

Quando la fanciulla apprende dell’altro/a amante, presa dalla rabbia feroce dell’abbandono, decide di lanciare un incantesimo su Delfi, un po’ per vendicarsi, un po’ per legarlo a lei… poverina è confusa: ma è determinata a fargli una scenata in palestra.

Mentre prepara l’incantesimo invoca la Luna, Selene, e le racconta tutta la sua storia. Impiastriccia un po’ di ingredienti insieme, invoca maghe famose e alla fine saluta la Luna.
Senti questo mio amore donde venne, augusta Selene. Come lo vidi, subito impazzii, il cuore fu preda del fuoco a me misera, e la bellezza si struggeva! E di quella processione non più mi curai, e come di nuovo tornai a casa neppur so, ma un ardente morbo mi squassava e giacqui nel mio letto dieci giorni e dieci notti. […] E di chi non andai alla casa, quale mai vecchia trascurai, che facesse incantesimi? Ma nulla mi sollevava; e il tempo si compiva fuggendo.
Noi non sappiamo se Simeta avesse davvero poteri di incantatrice o fosse solo una ragazzetta di città, e non sappiamo (anche se immaginiamo) come si sia evoluta la storia con Delfi. Quello che sappiamo è che, a differenza di tante principesse Disney, questa è una storia di crescita. Simeta ha agito spinta da un’ingenua impulsività e paga ora il prezzo dell’abbandono: non se ne muore di certo. All’inizio ha paura di ammettere a se stessa che, nonostante l’abbandono sia palese, lei prova ancora dei sentimenti per Delfi e quindi preferisce rifugiarsi con rabbia nella magia.
 
L’incantesimo probabilmente non colpirà Delfi, ma ha colpito lei: parlando alla Luna si è confidata e sfogata, salutandola ha congedato il suo dolore, aprendo le porte a un nuovo equilibrio e ad una nuova consapevolezza. È semplicemente cresciuta. Nessuna fata turchina a salvarla, nessun genio, nessun principe. Simeta si salva da sola, è lei la maga, seppur probabilmente in un modo umoristico.
 

Questo era Teocrito (III sec. a.C.), e la favola è l’idillio II, “L’Incantatrice”.

Avreste mai detto che la storia che vi ho raccontato potesse essere così antica? Se c’è una cosa che si apprende immediatamente dalla letteratura classica è che le tematiche affrontate sono sempre molto attuali. Quando si parla di sentimenti, sembra che i secoli non abbiano davvero un peso reale. Chi non ha mai provato l’ardente morbo dopo un abbandono? In questi versi Teocrito sembra proprio richiamare la maestra d’amore per eccellenza, la stessa Saffo dell’ode alla gelosia: e lei, di morbo d’amore, se ne intendeva, tanto da scrivere un componimento che sembra essere più un trattato sulla sintomatologia dell’amore che una poesia.

La storia ha uno dei più bei lieti fini che io abbia mai letto: una neo-donna, che nonostante le scottature sentimentali, si riappacifica con se stessa per i suoi “errori” giovanili, aiutata dalla natura. L’amica che non tradisce mai.
È iniziato per lei un amore molto più vero e duraturo di quello che ci propinano le favole: l’amore per se stessi.
L’articolo lo chiude Simeta al posto mio:
 
Ma tu rivolgi lieta i tuoi puledri all’Oceano, divina, e il desiderio io lo sopporterò come promisi. Salve, Selene dal lucente trono, salve altre stelle che seguite il carro della Notte che porta grande quiete.”

Se vuoi saperne di più sul testo e la trama dell’Incantatrice guarda anche il video!

 
 

Alessia Pizzi

Dalle principesse da salvare all’inutilità dei principi

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Traggo ispirazione per questo articolo dalla visione del cartone “Rapunzel”. Dopo anni di principesse da salvare che si rivelano:

  • donne che amano troppo: Belle che ama una Bestia e Ariel che abbandona la sua famiglia;
  • casalinghe disperate alla ricerca di promozione sociale: Cenerentola;
  • indigene da colonizzare: Pochaontas;
  • morte da resuscitare – perché i principi hanno anche doti taumaturgiche, non lo sapevate?- : Biancaneve;

…Arriva Rapunzel.

Ci aspetteremmo che il cartone moderno insegnasse alle bambine come superare le contraddizioni circa il ruolo della donna nella società e invece rappresenta, seppur attraverso il velo della favola, la condizione della donna almeno fino al secolo scorso, senza cercare di lanciare un messaggio anticonformista o correttivo.
Del resto le “principesse da salvare” e le “dame in difficoltà”, non sono altro che le donne vere che venivano vendute come oggetti, strumentalizzate nelle alleanze matrimoniali con scopi politico-territoriali, ma anche semplicemente le donne a cui non era permesso di lasciare il marito seppur tradite spudoratamente, per una questione di onore, o perché non potevano lavorare in quanto nate per procreare, non di certo per creare qualcosa di costruttivo.

Anche quando nella storia è stato dato rilievo all’educazione femminile, essa è stata sempre finalizzata ad “allietare gli uomini” per rendere le fanciulle desiderabili sposine, come ad esempio in età Vittoriana.

D’altro canto, se le principesse da salvare sono realmente esistite, non possiamo dire lo stesso dei principi azzurri.

Tradimenti, uxoricidi, abbandoni, maltrattamenti. Ecco cosa hanno ottenuto le donne “antiche”, dipendenti grazie alla società da parenti e mariti, prive di diritti e doveri, se non quelli di apparire BELLE. Ancor meglio se anche REMISSIVE.

Una delle uniche protagoniste emancipate dei cartoni che -guarda caso non è una principessa- ma una gitana, è Esmeralda, la quale rischia di essere bruciata viva come tutte le cattivissime “streghe” medievali, di cui ci restano solo le ceneri.
Esmeralda nel suo ruolo di zingara, non appartiene al circolo delle “matrone” Disney, brave mogli da chiudere in casa, ma piuttosto alle etère greche, ricche e acculturate prostitute che partecipavano ai banchetti…le donne da temere, non da sposare.

Le solite etichette patriarcali, insomma. 

Ma torniamo a Rapunzel. Abbiamo di fronte una figlia complessata e il suo bildungsroman, scortata dal nuovo eroe METROSEXUAL: un brigante molto preso dal suo naso. Ora, l’idea è sicuramente simpatica, peccato che rappresenta perfettamente il nuovo eroe. O anti-eroe? Perfino il maschio delle favole ora è un esteta…siamo spacciate!
Da fervente romantica, so perfettamente che non si può avere tutto dalla vita, ma siamo passate da un principe di plastica mai esistito- mentre noi eravamo lì, protagoniste delle favole, ma senza il diritto di voto – all’eroe metrosexual, che si preoccupa di apparire bene nei manifesti.
Anche stavolta il cartone mostra la realtà: piccole donne crescono, superano i loro conflitti (in questo caso un rapporto morboso con la madre) e uomini sempre più presi da loro stessi e che non avendo più principesse da salvare (perché ora si salvano da sole), pensano al proprio look e mettono da parte la galanteria.

L’emancipazione femminile sta portando al disgregamento dell’autostima maschile. L’uomo, non abituato a vedere donne autosufficienti, si chiede semplicemente quale sia il suo ruolo, anche nei cartoni, quando ha a che fare con delle principesse Disney moderne.

E mi fa anche un po’ tenerezza vedere il co-protagonista annaspare alla ricerca di un proprio ruolo nella favola:
Se non hai più bisogno che io ti salvi e ti porti al mio castello per renderti la felice madre casalinga dei miei dieci figli, cosa dovrei fare?
Un suggerimento di risposta:
Dovresti amarmi per le mie nuove conquiste e per il fatto che scelgo di avere un uomo accanto non perché deve salvarmi…ma perché mi rende felice.
Non si fa altro che parlare di emancipazione femminile ma anche i principi devono ricercare una nuova emancipazione e liberarsi delle paure che ha lasciato il disgregamento della società patriarcale, se non a livello politico-sociale, quantomeno a livello emotivo. Chissà se saranno bravi quanto noi o si rifugeranno nella chirurgia estetica!
Alessia Pizzi

Tra Mito e Diritto: “La figlia di” Edipo

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Antigone, antesignana dei diritti umani, è una delle eroine più importanti della tragedia classica: rinuncia alla sua giovane vita e alle gioie dell’amore solo per onorare la morte di suo fratello.

Secondo mia zia Evanthia, l’età eroica per le donne in Grecia iniziava il giorno della loro nascita e finiva il giorno della loro morte”S. Haviaras [The Heroic Age]
Molti sanno chi è Edipo, pochi sanno chi è Antigone: è solo uno dei tanti casi in cui la fama di un uomo supera quella di una donna… e non di certo per meriti maggiori! Per questo ho deciso di intitolare questo articolo con la frase più sgradita ai “figli d’arte”.
Antigone, infatti, è la figlia di Edipo ed Edipo era il re di Tebe. Suo padre Laio lo abbandonò da neonato perché un oracolo gli aveva rivelato che la sua discendenza lo avrebbe ucciso.
Come immaginerete, non si sfugge così facilmente agli antichi pronostici. Il bambino viene trovato e cresciuto dai sovrani di Corinto e, da grande, apprende della profezia dall’Oracolo di Delfi.  A quel punto, per evitare di uccidere i genitori adottivi, lascia la città. Sulla strada per Tebe Edipo incrocia Laio e lo uccide per un diverbio sulla precedenza stradale. Senza sapere ovviamente che sia il suo vero padre nonché il re di Tebe.
Arrivato a Tebe, Edipo scopre che il re è morto di recente e che la città è in balìa della Sfinge; così risolve l’indovinello del mostro, diviene re e sposa la regina vedova (sua madre!). Insieme i due generano quattro figli: Eteocle, Polinice, Ismene e la nostra Antigone.
Omicidio e incesto a parte, fino a qui tutto bene, finché non scoppia una terribile pestilenza.
Consultando il solito oracolo saputello Edipo scopre che Tebe è infettata dall’assassino del re precedente, cioè lui. Così inizia un’inchiesta sull’omicidio.

Prequel e Sequel

Devo ammettere che nella tragedia di Sofocle (“Edipo Re”) Edipo risulta davvero patetico. Alla fine è la povera Giocasta madre/sposa a fare 2+2 e a capire che lui è l’assassino di suo padre Laio e che lei ha sposato suo figlio. Dopo averlo illuminato, sconvolta, la regina si impicca mentre lui si cava gli occhi.
Nell’“Edipo a Colono” (altra tragedia Sofoclea), sarà la piccola Antigone ad accompagnare il padre cieco in esilio, fino al giorno in cui, arrivati ad Atene e accolti da Giasone, Edipo morirà attraverso una sorta di apoteosi, rendendo il luogo sacro e inviolabile.
Ma non è questa la tragedia che ci interessa. Sofocle scrisse anche “Antigone”, una delle tante tragedie intitolate col nome di eroine, di cui maggior produttore è stato poi Euripide.
In questa tragedia i due fratelli Eteocle e Polinice sono morti: avrebbero dovuto governare Tebe alternandosi, ma si sono fatti la guerra fino ad uccidersi a vicenda. Solo che Eteocle è stato celebrato con rito funebre tradizionale, mentre Polinice è stato lasciato a terra, “banchetto per cani e uccelli” perché morto come nemico della patria. (Eschilo, “Sette a Tebe”).
Mentre Ismene si piange addosso, Antigone decide di sfidare zio Creonte, neo reggente di Tebe e padre del suo fidanzato Emone, gettando terra sul cadavere del fratello.
Dopo una diatriba accesa con il re, in cui la nostra eroina si appella alle leggi non scritte degli dèi per legittimare la sepoltura del fratello, Creonte, facendo forza sulle leggi di Tebe, la fa rinchiudere dentro un sepolcro per farla morire di fame.
Antigone si lamenta un po’ prima di accettare il suo fato e lo fa con un bellissimo monologo lirico. Rimpiange il fatto che non assaporerà mai le gioie della vita e dell’amore, ma ciò non la rende di certo meno eroica. Poco dopo si impicca.
Quando l’indovino Tiresia fa capire a Creonte che ha sbagliato, sarà ormai troppo tardi: lei è morta, il fidanzato vedendola morta si è ucciso e, alla notizia della morte del ragazzo, si uccide pure la madre (quindi Creonte perde figlio e moglie in un colpo solo). Così si chiude la tragedia, con un neo-re sconfitto e solo.
Ora, in una società patriarcale (Grecia classica del IV-V sec. A.C), in cui la donna non era neanche persona giuridica, c’è da chiedersi perché un tragediografo come Sofocle conferisca tale ruolo d’onore alle donne.
Non considero la morte di Antigone come prova della sua debolezza o del fatto che non avrebbe dovuto ribellarsi all’uomo/all’ordine vigente.
Delle eroine (escluse poche fortunate come Medea) si ricordano pochi nomi, eppure la nostra ha un ruolo speciale per le leggi a cui si appella nella tragedia: si parla infatti di diritto naturale contro il diritto positivo, rappresentato da Creonte.
Il diritto per cui combatte la ragazza, dunque, non si lega esclusivamente all’affetto per il fratello; non è la sua voce contro Tebe, ma è strettamente legato alla legge dei legami familiari, eterna, immutabile, non scritta, ma stabilita dagli dèi. Antigone afferma infatti:
Sono convinta: gli ordini che tu gridi non hanno tanto nerbo da far violare a chi ha morte in sé regole sovrumane, non mai scritte, senza cedimenti.Regole non d’un’ora, non d’un giorno fa. Hanno vita misteriosamente eterna. Nessuno sa radice della loro luce. E in nome d’esse non volevo colpe, io, nel tribunale degli dèi, intimidita da ragioni umane. Il mio futuro è morte, lo sapevo.
D’altra parte, Creonte non può mostrarsi clemente nei confronti di Polinice, che attaccò la sua patria e suo fratello, divenendo nemico pubblico: deve necessariamente ricorrere alle leggi scritte della polis.
Di conseguenza, quella che si viene a profilare non è una situazione in cui si può decidere con certezza dove risieda il giusto e sarebbe sicuramente sbagliato attribuire a Creonte il ruolo di despota intransigente.
La risposta che forse ha voluto dare l’autore agli spettatori del dramma non è quindi tanto legata alla vittoria di una legge sull’altra, ma all’uso che l’uomo ne deve fare e – cioè – un uso moderato e aperto.
La tragedia si chiude – non a caso – con un invito alla ragionevolezza:
Ragionevolezza è base, base prima di buona vita. È obbligo evitare sacrilegio. Altera lingua di sfrontati paga prezzo d’altissima rovina. Poi riconosce nell’età vecchia – la ragione.
Ed è proprio il mancato (e impossibile a mio avviso) schieramento dell’autore che rende questa opera “aperta”, sempre attuale. Oggi potremmo parlare di diritti umani contro diritti civili.
Le voci rosa esaltate dalla tragedia classica sono le voci dei sentimenti, della giustizia familiare, della passione e del coraggio.
Sono voci che non si appellano alle virtù arcaiche del valore e della fama come gli eroi di Omero, ma si battono per l’amore dei loro cari fino alla fine: contro il sovrano, contro le leggi, anche contro la morte stessa, rinunciando ai piaceri di un caldo letto da condividere con marito e figli. Non così caldo, forse, se il prezzo da pagare per una vita sicura è la perdita della loro dignità, dei loro “diritti umani”.
Alessia Pizzi