Antigone, antesignana dei diritti umani, è una delle eroine più importanti della tragedia classica: rinuncia alla sua giovane vita e alle gioie dell’amore solo per onorare la morte di suo fratello.
“Secondo mia zia Evanthia, l’età eroica per le donne in Grecia iniziava il giorno della loro nascita e finiva il giorno della loro morte”. S. Haviaras [The Heroic Age]
Molti sanno chi è Edipo, pochi sanno chi è Antigone: è solo uno dei tanti casi in cui la fama di un uomo supera quella di una donna… e non di certo per meriti maggiori! Per questo ho deciso di intitolare questo articolo con la frase più sgradita ai “figli d’arte”.
Antigone, infatti, è la figlia di Edipo ed Edipo era il re di Tebe. Suo padre Laio lo abbandonò da neonato perché un oracolo gli aveva rivelato che la sua discendenza lo avrebbe ucciso.
Come immaginerete, non si sfugge così facilmente agli antichi pronostici. Il bambino viene trovato e cresciuto dai sovrani di Corinto e, da grande, apprende della profezia dall’Oracolo di Delfi. A quel punto, per evitare di uccidere i genitori adottivi, lascia la città. Sulla strada per Tebe Edipo incrocia Laio e lo uccide per un diverbio sulla precedenza stradale. Senza sapere ovviamente che sia il suo vero padre nonché il re di Tebe.
Arrivato a Tebe, Edipo scopre che il re è morto di recente e che la città è in balìa della Sfinge; così risolve l’indovinello del mostro, diviene re e sposa la regina vedova (sua madre!). Insieme i due generano quattro figli: Eteocle, Polinice, Ismene e la nostra Antigone.
Omicidio e incesto a parte, fino a qui tutto bene, finché non scoppia una terribile pestilenza.
Consultando il solito oracolo saputello Edipo scopre che Tebe è infettata dall’assassino del re precedente, cioè lui. Così inizia un’inchiesta sull’omicidio.
Prequel e Sequel
Devo ammettere che nella tragedia di Sofocle (“Edipo Re”) Edipo risulta davvero patetico. Alla fine è la povera Giocasta madre/sposa a fare 2+2 e a capire che lui è l’assassino di suo padre Laio e che lei ha sposato suo figlio. Dopo averlo illuminato, sconvolta, la regina si impicca mentre lui si cava gli occhi.
Nell’“Edipo a Colono” (altra tragedia Sofoclea), sarà la piccola Antigone ad accompagnare il padre cieco in esilio, fino al giorno in cui, arrivati ad Atene e accolti da Giasone, Edipo morirà attraverso una sorta di apoteosi, rendendo il luogo sacro e inviolabile.
Ma non è questa la tragedia che ci interessa. Sofocle scrisse anche “Antigone”, una delle tante tragedie intitolate col nome di eroine, di cui maggior produttore è stato poi Euripide.
In questa tragedia i due fratelli Eteocle e Polinice sono morti: avrebbero dovuto governare Tebe alternandosi, ma si sono fatti la guerra fino ad uccidersi a vicenda. Solo che Eteocle è stato celebrato con rito funebre tradizionale, mentre Polinice è stato lasciato a terra, “banchetto per cani e uccelli” perché morto come nemico della patria. (Eschilo, “Sette a Tebe”).
Mentre Ismene si piange addosso, Antigone decide di sfidare zio Creonte, neo reggente di Tebe e padre del suo fidanzato Emone, gettando terra sul cadavere del fratello.
Dopo una diatriba accesa con il re, in cui la nostra eroina si appella alle leggi non scritte degli dèi per legittimare la sepoltura del fratello, Creonte, facendo forza sulle leggi di Tebe, la fa rinchiudere dentro un sepolcro per farla morire di fame.
Antigone si lamenta un po’ prima di accettare il suo fato e lo fa con un bellissimo monologo lirico. Rimpiange il fatto che non assaporerà mai le gioie della vita e dell’amore, ma ciò non la rende di certo meno eroica. Poco dopo si impicca.
Quando l’indovino Tiresia fa capire a Creonte che ha sbagliato, sarà ormai troppo tardi: lei è morta, il fidanzato vedendola morta si è ucciso e, alla notizia della morte del ragazzo, si uccide pure la madre (quindi Creonte perde figlio e moglie in un colpo solo). Così si chiude la tragedia, con un neo-re sconfitto e solo.
Ora, in una società patriarcale (Grecia classica del IV-V sec. A.C), in cui la donna non era neanche persona giuridica, c’è da chiedersi perché un tragediografo come Sofocle conferisca tale ruolo d’onore alle donne.
Non considero la morte di Antigone come prova della sua debolezza o del fatto che non avrebbe dovuto ribellarsi all’uomo/all’ordine vigente.
Delle eroine (escluse poche fortunate come Medea) si ricordano pochi nomi, eppure la nostra ha un ruolo speciale per le leggi a cui si appella nella tragedia: si parla infatti di diritto naturale contro il diritto positivo, rappresentato da Creonte.
Il diritto per cui combatte la ragazza, dunque, non si lega esclusivamente all’affetto per il fratello; non è la sua voce contro Tebe, ma è strettamente legato alla
legge dei legami familiari, eterna, immutabile, non scritta, ma stabilita dagli dèi. Antigone afferma infatti:
“Sono convinta: gli ordini che tu gridi non hanno tanto nerbo da far violare a chi ha morte in sé regole sovrumane, non mai scritte, senza cedimenti.Regole non d’un’ora, non d’un giorno fa. Hanno vita misteriosamente eterna. Nessuno sa radice della loro luce. E in nome d’esse non volevo colpe, io, nel tribunale degli dèi, intimidita da ragioni umane. Il mio futuro è morte, lo sapevo.“
D’altra parte, Creonte non può mostrarsi clemente nei confronti di Polinice, che attaccò la sua patria e suo fratello, divenendo nemico pubblico: deve necessariamente ricorrere alle leggi scritte della polis.
Di conseguenza, quella che si viene a profilare non è una situazione in cui si può decidere con certezza dove risieda il giusto e sarebbe sicuramente sbagliato attribuire a Creonte il ruolo di despota intransigente.
La risposta che forse ha voluto dare l’autore agli spettatori del dramma non è quindi tanto legata alla vittoria di una legge sull’altra, ma all’uso che l’uomo ne deve fare e – cioè – un uso moderato e aperto.
La tragedia si chiude – non a caso – con un invito alla ragionevolezza:
“Ragionevolezza è base, base prima di buona vita. È obbligo evitare sacrilegio. Altera lingua di sfrontati paga prezzo d’altissima rovina. Poi riconosce nell’età vecchia – la ragione.“
Ed è proprio il mancato (e impossibile a mio avviso) schieramento dell’autore che rende questa opera “aperta”, sempre attuale. Oggi potremmo parlare di diritti umani contro diritti civili.
Le
voci rosa esaltate dalla tragedia classica sono le voci dei sentimenti, della giustizia familiare, della passione e del coraggio.
Sono voci che non si appellano alle virtù arcaiche del valore e della fama come gli eroi di Omero, ma si battono per l’amore dei loro cari fino alla fine: contro il sovrano, contro le leggi, anche contro la morte stessa, rinunciando ai piaceri di un caldo letto da condividere con marito e figli. Non così caldo, forse, se il prezzo da pagare per una vita sicura è la perdita della loro dignità, dei loro “diritti umani”.
Alessia Pizzi