Grazie di tutto, John Lennon

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Un omaggio a quarant’anni dalla tragica scomparsa del musicista.

 
E’ una domanda che mi faccio da anni, ogni volta che arriva questo giorno. E sinceramente, ancora non ho trovato una risposta. Forse è meglio così, perché ho paura che la risposta sia più semplice di quanto possa sembrare, e per essere ancora più precisi, è la classica situazione in cui conoscerla annullerebbe il fascino della domanda. Eppure, ogni 8 dicembre, mi chiedo sempre: “Come sarebbe oggi John Lennon, e soprattutto cosa direbbe del mondo contemporaneo?“.

È sempre triste ricordare che l’8 dicembre 1980, davanti al Dakota Building di New York, la sua casa da ormai un decennio, la vita terrena di John Lennon finì per un colpo di pistola sparato da Mark Chapman, un suo giovane fan tuttora in carcere per quel gesto. 

Erano le 22:51, ed in quel preciso istante il mondo ha perso non solo uno dei più grandi artisti del secolo, ma soprattutto una delle maggiori personalità mai viste e sentite.
 
E parlo di vita terrena non per iniziare un discorso spirituale – sarebbe più opportuno per il suo vecchio amico George Harrison, ad essere onesti – ma perché ovviamente, a dispetto della banalità, se ricordiamo ancora oggi Lennon, e lo ricordano tantissimi che sono nati dopo quella tragica sera, e se io mi faccio queste superflue domande, vuol dire che la sua eredità non se ne andrà mai, fortunatamente.
 
Il motivo è presto detto: John Lennon è stato tante cose, ha vissuto tante vite, e in ognuna di esse non è mai stato quello calmo che subisce passivamente il proprio destino.
 
John Lennon è il ragazzo che a 6 anni va a vivere dalla zia perché la giovane madre Julia non è in grado di crescere un bambino, e per tutta la sua adolescenza rimbalza di casa in casa, di parente in parente, fino a che a 18 anni, quando ristabilisce finalmente un rapporto normale con la madre, Julia viene fatalmente investita da un auto, e l’evento lo segnerà per sempre.
 
John Lennon è il ragazzo malinconico ma ribelle che si appassiona alla musica come fuga dai problemi dalla vita, e per trasformare la sua passione in qualcosa di reale crea un piccolo gruppo con gli amici Paul, George, Stu e Pete. E dopo una trionfale esperienza ad Amburgo, che vede gli ultimi due citati abbandonare il gruppo, ai primi tre si aggiunge un certo batterista di nome Ringo, e il gioco è fatto.
 
John Lennon è il ragazzo che prima di tutti si stufa del successo, dei capelli a caschetto e delle ragazzine che urlano senza ascoltare le canzoni, e inizia a dedicarsi a cinema e letteratura. Col suo umorismo unico in quel quartetto sfodera la celeberrima frase “we’re bigger than Jesus” e dà seguito alla propria crescita interiore abbandonando le semplice canzoni degli esordi per dedicarsi a composizioni impegnate nel testo e sperimentali nella musica.
 
John Lennon è il ragazzo che conosce le droghe e le culture orientali, è il primo a disilludersi del famoso viaggio in India per incontrare il Maharishi Yogi ma comunque è l’ultimo ad andarsene.
 
John Lennon è l’uomo che, innamoratosi perdutamente dell’artista concettuale Yoko Ono, pur rimanendo nei Beatles inizia una carriera parallela quasi fatta apposta per la controversia: posa nudo avvinghiato a Yoko, incide canzoni di protesta contro la guerra del Vietnam, e con la moglie passa la luna di miele all’Amsterdam Hilton seduto a letto ininterrottamente dal 25 al 31 luglio, parlando di pace e amore ai giornalisti che hanno libero accesso alla stanza.
 
John Lennon è l’artista che lascia i Beatles, si trasferisce a New York e inizia una straordinaria carriera solista, ma soprattutto inizia l’impegno politico a favore della pace nel mondo. Vive un “lost week-end” di separazione da Yoko per 18 mesi, ma i due tornano insieme, hanno un figlio nel 1975 e John per crescerlo decide di ritirarsi dalla vita pubblica.
 
John Lennon è l’uomo che nel 1980 sembra finalmente adulto, maturo come mai era stato prima, finalmente con le rughe sul volto, pronto a tornare in pista col nuovo album Double Fantasy, con la gioia di un bambino sempre con sé.
 
Questa forse è la cosa peggiore. Quel colpo di pistola non solo ha ucciso John Lennon, ma lo ha portato via proprio quando stava arrivando l’ennesimo nuovo John, un uomo apparentemente migliorato artisticamente e personalmente.

Aveva solo 40 anni, e non a caso la prima canzone del suo nuovo album, dopo 5 anni di silenzio, si chiamava (Just Like) Starting Over, ovvero “è come ricominciare da capo”.

Perché questo era John, un grande artista completo, un’icona assoluta del pacifismo universale e senza tempo, ma soprattutto un uomo che sapeva reinventarsi e vivere la vita.
 
Certo, come sempre mi chiedo anche oggi, a 40 anni da quella tragica serata newyorkese, come sarebbe John Lennon se fosse ancora vivo. Penso a cosa direbbe riguardo ai social network, ai problemi economici e alle diseguaglianze sociali in tutto il mondo, penso alle ballate che avrebbe scritto per far vincere la pace contro il terrorismo, e mi chiedo come sarebbero i rapporti con i vecchi Paul e Ringo. Mi sarebbe tanto piaciuto vederlo con le rughe in volto ed i capelli bianchi combattere contro questo mondo odierno forzatamente politically correct e così dannatamente cinico. A tutte queste domande e pensieri non voglio dare una vera risposta, però il ricordo costante che ho della sua figura e il segno enorme lasciato dalla sua personalità una sensazione me la danno: non sarebbe stato zitto su alcun argomento, e si sarebbe divertito pure lui. E in fondo, dopotutto, sarebbe sempre rimasto quel ragazzo sperduto di Liverpool.
 
 
John, grazie di tutto.
 
 
Emanuele D’Aniello

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