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L’arte (non) fruita ai tempi del Coronavirus: Subiaco e i suoi monasteri

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In questo momento difficile a cui il Covid-19 ci sta costringendo l’arte è uno strumento per distrarci.

Visitare i monasteri benedettini di Subiaco immersi nella natura e nel silenzio, nonostante tutte le restrizioni imposte al loro interno, è stata comunque un’esperienza unica.

Il borgo di Subiaco ha una storia antichissima: Nerone vi costruì lungo le sponde dell’Aniene la sua villa. Ma questo borgo è noto soprattutto per i suoi splendidi monasteri che rispettano la regola dettata da san Benedetto da Norcia.

Distante pochi chilometri da Roma, Subiaco si presenta come un interessante borgo che sorge su una rocca che domina una vallata dei monti Simbruini. Inserito fra i Borghi più Belli d’Italia è una piacevole tappa per una passeggiata.

L’attrattiva più interessante di Subiaco però si trova fuori dal centro abitato. Si tratta dei suoi due monasteri: Santa Scolastica e San Benedetto (noto anche col nome di Sacro Speco).

Santa Scolastica

Il monastero dedicato a Santa Scolastica, la gemella di san Benedetto, fu fondato intorno al 520 ed è il più antico monastero benedettino, il primo sorto a Subiaco. Seguito da quello di Montecassino, è uno dei dodici monasteri edificati da san Benedetto da Norcia.

Inizialmente dedicato a san Silvestro, venne in seguito dedicato a Scolastica e Benedetto, e in un momento più tardo alla sola santa.

La scritta Ora et Labora, notissimo motto benedettino, campeggia sopra il portone di ingresso al monastero. Un corridoio conduce al chiostro Rinascimentale dove dei giovani volontari accompagnano i visitatori alla scoperta degli ambienti del monastero.

Al centro del chiostro, edificato dal 1580, una moderna statua in bronzo di santa Scolastica ci dà il benvenuto. Al piano superiore delle ali del chiostro insistono gli ambienti del monastero riservato ai monaci.

Pochi passi separano il chiostro Rinascimentale dal secondo chiostro realizzato fra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo: il chiostro Gotico. Così denominato a causa della presenza di archi a sesto acuto poggianti su robusti pilastri. Esso presenta una forma irregolare, a sei lati, e forse qui era situato il primitivo ingresso al monastero.

subiaco monastero santa scolastica

Al centro del chiostro, immerso fra piante, fiori e siepi, è stato realizzato un pozzo con marmi di recupero romani. Altri reperti provenienti dalle antiche chiese del monastero e dalla vicina villa di Nerone sono visibili nei corridoi.

Non tutti gli archi sono gotici però…

L’arco Flamboyant

Il pezzo forte di questo ambiente è infatti  un arco Flamboyant del 1400. Il suo profilo “a chiglia” è una novità in Italia, risultando tipico invece nella penisola iberica, dove era giunto mediante la dominazione araba. Ciò testimonia la presenza in questo luogo di monaci spagnoli e di altre nazionalità dimostrando la grande apertura culturale dei monasteri di Subiaco.

Formato da due archi, ognuno di essi è popolato da figure scolpite nella pietra: patriarchi o profeti poggianti su mensole dalle forme goticheggianti popolano l’arco più interno; l’altro presenta invece angeli e, al centro, la Madonna in trono.

subiaco monastero santa scolastica

Ci sarebbe un terzo chiostro, dei Cosmati, la cui visita, insieme con l’interno della chiesa, è stata sospesa a causa del Covid. Ovviamente si tratta di un chiostro dalla bellezza infinita la cui visione è solo rimandata a quando ci saremmo liberati di questo brutto virus. Tornare a Subiaco non è impossibile per chi vive a Roma e mi auguro di tornare ancora quando avremo detto addio al Coronavirus. Sul sito dei monasteri benedettini di Subiaco si trova una dettagliata descrizione e alcune immagini che testimoniano l’eleganza dei marmi scolpiti. Basti sapere che venne realizzato dal marmoraro romano Jacopo il Vecchio che lo iniziò intorno al 1210. Suo figlio Cosma (da cui l’aggettivo cosmatesco), alla morte del padre, verso il 1240, insieme ai figli Luca e Jacopo portò a termine la costruzione. Conclusasi la visita a santa Scolastica si può continuare a salire la strada dei monasteri fino ad arrivare a san Benedetto o Sacro Speco.

Il monastero di san Benedetto al Sacro Speco

Lo Speco è la grotta dove san Benedetto si recava a pregare e che divenne luogo di culto già dal VI secolo. È infatti attorno a questa grotta che sono stati edificati gli ambienti monastici a partire dalla seconda metà dell’XI secolo.

Esternamente il monastero di san Benedetto si presenta come un complesso architettonico molto affascinante aggrappato saldamente alle rocce.  I suoi profili di pietra liscia a strapiombo sul bosco sottostante contrastano con le ruvide rocce che gli fanno da cornice.

Anche qui al Sacro Speco sono dei preparatissimi giovani volontari a far conoscere questi luoghi ai visitatori.  La visita inizia dalla Chiesa Superiore, che si trova nella zona più alta del monastero e che fu dunque l’ultima parte del complesso a essere costruita.

Gli affreschi della chiesa superiore

Dopo aver attraversato un corridoio si entra nella Chiesa Superiore che conserva gli affreschi più preziosi del complesso. Entrando si viene rapiti dalla visione della potentissima Crocifissione, posta sull’arco che separa la prima campata dalla seconda. In questo affresco si affollano talmente tanti personaggi e dettagli che quasi rischiamo di perderci al suo interno. Ogni gesto e sguardo sembra essere studiato per convogliare la nostra attenzione verso il volto sereno di Cristo. I personaggi sembrano talmente vivi nei loro gesti che sembra quasi di riuscire a sentire le loro voci.

subiaco monastero santa scolastica

Altri episodi dalla vita di Cristo affollano le pareti di destra e sinistra disponendosi su tre registri.  

L’entrata di Cristo a Gerusalemme; L’incontro fra Cristo e la Maddalena; L’incredulità di Tommaso stanno sulla parete a destra di chi entra.

Il bacio di Giuda; La flagellazione; Il viaggio al Calvario si stagliano sulla parete opposta. Affascinanti sono le aureole realizzate con dello stucco bianco che donano tridimensionalità alla composizione. Questa prima campata è stata decorata da artisti senesi che sarebbero stati chiamati dall’abate Bartolomeo da Siena negli anni sessanta del Trecento.

Il ciclo della Chiesa Superiore illustra quindi episodi della vita di Cristo nella prima campata e, nella seconda invece, storie dalla vita di san Benedetto da Norcia. Queste sarebbero state realizzate al principio del Quattrocento da artisti Umbro-Marchigiani. Sono qui raffigurati oltre a San Benedetto che prega nella grotta, anche l’episodio del Miracolo del veleno e La guarigione del monaco indemoniato.

Il miracolo del veleno è un importante episodio nella vita di San Benedetto che l’avrebbe compiuto dopo essere divenuto abate di un monastero. Essendo Benedetto più esigente del suo predecessore, si conquistò le antipatie dei monaci che gli avvelenarono il vino. Quando il Santo fece il segno della croce per benedire il vino che si accingeva a bere, il calice si ruppe e la vita gli fu salva.

subiaco monastero santa scolastica

La chiesa inferiore

Da qui, scendendo alcuni gradini, ci si immette nel transetto, la cui abside è scavata nella roccia e le cui pareti sono affrescate sempre dagli artisti di scuola Umbro-Marchigiana. Ogni spazio di questo ambiente è gremito di affreschi e raccorda la Chiesa Superiore a quella Inferiore.

La Chiesa Inferiore risale al periodo compreso fra il 1244 e il 1276, è un ampio spazio rettangolare diviso in tre vani voltati a crociera. Quasi tutti gli affreschi sulle pareti di questo ambiente dovrebbero essere riconducibili a un artista poco noto che però ha lasciato qui la sua firma: Conxolus, e ovviamente ai suoi aiuti. In questi ambienti ogni centimetro di muro è conquistato dalla pittura.

subiaco monastero santa scolastica

L’ambiente più caratteristico e più importante di tutto il monastero è la Grotta di San Benedetto. Si tratta della grotta (detta anche Speco) in cui Benedetto condusse per tre anni una vita eremitica finché non subì, nuovamente, un tentativo di avvelenamento. Questa volta fu il parroco della chiesa di san Lorenzo a volerlo uccidere, facendogli recapitare del pane avvelenato.  In seguito a questo episodio Benedetto abbandonò la grotta. Da allora l’anfratto divenne luogo di preghiera per i monaci del vicino monastero di Santa Scolastica.

subiaco monastero santa scolastica

Col tempo il suo assetto iniziò a subire delle modifiche affinché una vera comunità monastica potesse abitare quei luoghi sacri.

Attualmente la grotta accoglie una splendida statua in marmo opera di Antonio Raggi, allievo del Bernini. La statua dai contorni morbidi e luminosi contrasta con l’ambiente buio e roccioso e raffigura San Benedetto in preghiera.

La peculiarità del monastero è che, essendo concepito come un tutt’uno con la montagna, gli ambienti al suo interno seguono il suo andamento. La visita si ferma infatti sugli scalini della scala santa, osservando l’affresco de “L’incontro dei tre vivi e dei tre morti”.

Oltre non possiamo accedere poiché gli altri ambienti sono troppo piccoli per poter mantenere le distanze fra i visitatori. Niente cappella di san Gregorio e niente Cappella della Madonna. Il Covid-19 non ci permette una fruizione totale dei luoghi della cultura e dell’arte. Questa mia visita risale a settembre, in un momento in cui i luoghi della cultura e dell’arte ancora erano accessibili al pubblico. Attualmente la situazione si è aggravata e tutti i musei, le aree espositive e ovviamente anche i monasteri di Subiaco hanno dovuto chiudere le porte ai visitatori. La speranza è di poter tornare presto a quei luoghi che, per dirla come un personaggio di Dostoevskij, in quanto contenitori di arte e di bellezza salveranno il mondo.

Il monastero di san Benedetto è il luogo in cui natura e spiritualità si fondono insieme in modo armonioso. Dove l’architettura ha fatto un “miracolo” e si è legata alle asperità della roccia. Qui si respira l’aria di una religiosità inscindibile dalla natura e dalla semplicità. Un luogo che ci rimanda a casa cambiati, più sereni spiritualmente e riconciliati alla natura.

Articolo e foto di Francesca Blasi.

Le foto della Basilica Inferiore del Sacro Speco e della statua di Antonio Raggi sono state gentilmente concesse dall’amico Daniele Di Cola.

Sanremo 2021: quando inizia e chi sono i Big e i Giovani in gara?

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I Big in gara a Sanremo 2021 sono stati annunciati durante AmaSanremo, programma in onda fin da Ottobre per selezionare le giovani proposte che andranno al festival.

Partiamo subito dalla domanda che molti si pongono. Ma Sanremo 2021, quando inizia?

L’anno prossimo Sanremo inizia il 2 Marzo! Il 2020 continua a non deludere, ed ecco che si aggiunge la notizia che per la prossima edizione di Sanremo dovremo aspettare un pochino di più, dato che comincia a Marzo e non a Febbraio.

La curiosità di tutti verte, però, su una domanda ancora più importante.

Chi sono i partecipanti di Sanremo 2021?

Questi sono i 26 Big in gara a Sanremo 2021: Francesco Renga, Coma_Cose, Gaia, Irama, Fulminacci, Madame, Willie Peyote, Orietta Berti, Ermal Meta, Fasma, Arisa, Gio Evan, Måneskin, Malika Ayane, Aiello, Max Gazzè e la Trifluoperazina Monstery Band, Ghemon, La Rappresentante di Lista, Noemi, Random, Colapesce e Dimartino, Annalisa, Bugo, Lo Stato Sociale, Extraliscio feat Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, Francesca Michielin con Fedez.

I finalisti di Sanremo Giovani invece sono Elena Faggi, Dellai, che vengono da Area Sanremo Tim, Gaudiano, Folcast, Greta Zuccoli, Davide Shorty (che forse avete già visto ad X-Factor), Wrongonyou e Avincola.

Quest’anno neanche le fake news hanno lasciato in pace Sanremo. Pochi giorni prima dell’annuncio ufficiale dei cantanti in gara a Sanremo 2021, è uscita fuori una lista di nomi di papabili cantanti. Anche Red Ronnie ha fatto uscire una lista, sebbene fosse sbagliata solo in parte.

In una lista che è girata molto sui social è apparso il nome di una cantante del tutto nuova: Nunzia De Girolamo.

Questa persona, in realtà, è un’ex politica e anche ex deputata. Benché abbia partecipato al programma Ballando con le Stelle l’anno scorso, non si è mai cimentata nel canto, e moltissimi italiani sono caduti nella trappola mentre commentavano con foga “Nunzia De Girolamo? Chi è? Adesso a Sanremo ci sono solo sconosciuti”. Questo denota sia la scarsa conoscenza degli italiani della scena musicale attuale del nostro Paese, sia la scarsa voglia o incapacità di verificare le notizie che condividono.

I vostri spacciatori di Cultura invece sono ben informati sugli artisti emergenti e indipendenti italiani e ne siamo abbastanza orgogliosi.
Nelle nostre playlist e nelle nostre recensioni abbiamo parlato di alcuni dei nomi degli artisti in gara che sono sconosciuti per molti, come La Rappresentante di Lista, la giovanissima e di successo Madame, Aiello, Lo Stato Sociale, e poi ancora Willie Peyote, Colapesce, il cantautore Ghemon, e I tre allegri ragazzi morti di Davide Toffolo. Siamo o non siamo i vostri Pusher di fiducia?

Se ve lo state chiedendo, anche a Sanremo 2021 i presentatori saranno Amadeus e Fiorello. Quanto alle vallette, ancora non si sa nulla. E speriamo che non ce ne siano, per evitare le polemiche sessiste scatenate da una frase di Amadeus durante la scorsa edizione.

Del resto non c’è Sanremo se non ci sono polemiche! Infatti si preparano anche quelle per la prossima edizione…

Per molti il trash del 2020 è ufficialmente cominciato con il Bugogate, quando Bugo ha lasciato il palco dell’Ariston dopo che Morgan ha cantato la “sua versione” di Sincero. Quest’anno Bugo parteciperà per la seconda volta a Sanremo (ma da solo!) e, notizia che ha scatenato un’enorme polemica, Morgan è stato escluso dalla giuria di Sanremo Giovani. Il Festival di Sanremo quest’anno non smette di regalarci del sano trash!

Morgan ha fatto parte della giuria di Sanremo Giovani per Sanremo 2021, scelta da Amadeus, insieme a Piero Pelù, Luca Barbarossa e alla direttrice d’orchestra Beatrice Venezi.

Il motivo per cui Morgan è stato cacciato dalla giuria di Sanremo Giovani ha origine nell’esclusione della sua canzone tra i Big di Sanremo. Dopo questo fatto, pare che Morgan abbia insultato Amadeus e pertanto l’hanno escluso dalla giuria di Sanremo. Non contento, ha insultato nuovamente Amadeus, pubblicando anche gli screen dei messaggi con cui lo prendeva a parolacce sul suo profilo Instagram, che poi ha dovuto cancellare.

All’inizio della trasmissione Amadeus ha spiegato brevemente ed elegantemente le motivazioni della decisione dell’esclusione di Morgan, proprio mentre lui faceva una diretta su Instagram per sfogarsi ancora. 

Non è stato l’unico artista a rimanerne deluso.

Prima ancora di cominciare, questa edizione di Sanremo 2021 ha già scatenato le polemiche, questa volta degli esclusi, tra cui i Jalisse oltre a Morgan.

Alcuni degli artisti esclusi per certo sono Leo Gassmann, Giulia Luzi, Michele Bravi, The Kolors, Dolcenera, e i già citati Morgan e Jalisse. Questi ultimi sono stati rifiutati per il ventiquattresimo anno consecutivo e hanno chiesto, nel loro sfogo, che non si associ il loro nome ai vincitori di Sanremo che sono state delle meteore. Se c’è accanimento da parte dei direttori artistici a non accettare una loro canzone, c’è anche molto accanimento da parte dei due coniugi a candidarsi per il Festival.

Benché il Festival di Saremo sia e sia sempre stato un buon trampolino di lancio per molti artisti, è bene ricordarsi che non c’è solo quello e che oggi i social e la tecnologia sono una buona vetrina, se usati bene, e che non bisogna abbattersi se si viene scartati.

Se siete anche voi in ansia di ascoltare le canzoni e di scoprire chi sarà il prossimo vincitore o vincitori di Sanremo, potete ascoltare la nostra playlist al posto dello Xanax per conoscere già i Big di Sanremo 2021!

Ambra Martino

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“Qualcuno si ricorderà di noi”. Google riporta in vita le donne geniali della storia

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Edito per i tipi di FusibiliaLibri esce il corto teatrale di Alessia Pizzi: un atto unico in cui Google risveglia le figlie di Saffo per avvisarle che il web ha dato loro una nuova possibilità di essere ricordate.

Io dico che un giorno qualcuno si ricorderà di noi. Con queste parole Saffo parlava alle sue allieve, conscia della fama che avrebbe avuto nei secoli a venire. Per noi, invece, Saffo è stata una mosca bianca, e non solo della letteratura greca antica, ma della letteratura in generale. Ancora Virginia Woolf, nell’Ottocento, reclamava una stanza tutta per sé per le scrittrici. Donne che dovevano scrivere di nascosto o sotto pseudonimo per essere credibili.

Non esistono dunque donne geniali? Certo che esistono, ma sono finite nel cestino della storia per dirla con Jacky Fleming. Questo almeno finché non è arrivato Google, che ha dato alle donne dimenticate una seconda possibilità.

Oggi la conoscenza è a portata di click: tutti possono scrivere su Wikipedia, tutti possono condividere il proprio sapere. Così Alessia Pizzi, laureata in Filologia Classica con una tesi sulle voci femminili dell’antichità, torna a parlare di Erinna, Anite e Nosside, spesso chiamate dai critici “le figlie di Saffo”, dopo averle raccontate sull’Enciclopedia delle Donne online e in qualche convegno in giro per l’Italia. Perché in Italia queste poetesse non si studiano a scuola, ma sul web le persone cercano, hanno voglia di conoscerle.

Digital Marketing e Antichità: un connubio possibile?

L’autrice, che è una consulente di Digital Marketing, ha deciso di unire il più famoso motore di ricerca al mondo con le voci femminili di età ellenistica: è proprio lui che invita le poetesse a svegliarsi, perché è arrivato il momento di far sentire la propria voce. E non manca all’appello, per motivarle, la madre letteraria Saffo, una figura chiave che spiegherà alle poetesse perché è importante farsi ascoltare dagli altri, al di là degli stereotipi che i critici possono affibbiare alle donne geniali. Etichette come “prostituta”, “Omero in gonnella”, oppure pregiudizi legati al genere devono essere superati: oggi il canone non è più l’unico contenitore di valore. Internet ha dato finalmente voce a chi è stato silenziato grazie alla diffusione democratica della conoscenza.

Dalla Prefazione di Antonella Rizzo:

Il volume della Pizzi è una moderna opera buffa che riassume la coscienza del femminile nel paradigma di un femminismo nuovo, un pensiero formulato per superare le miriadi di declinazioni in cui si è scissa la matrice originaria. La verità disarmante contenuta nel testo è altresì la stessa della commedia classica greca di Aristofane; verità rivelata con l’uso sapiente dell’ironia e della dialettica per denunciare profonde contraddizioni, evidenti paradossi di una società post-moderna che presenta note di criticità ancora forti sulla percezione del Sé femminile e sui rapporti con l’altro sesso. La chiave di comprensione sta nella conoscenza dell’eccezionalità delle protagoniste, tre poete dell’età classica capitanate dalla famosa Saffo: Erinna, Nosside e Anite. Quattro donne dalla superba esistenza che si trovano catapultate nelle reti informatiche dei nostri giorni a fare i conti con i tranelli della dimensione virtuale. Dimensione che appare privata dai processi di autodeterminazione e di emancipazione che gli spiriti eccelsi delle donne pensavano appannaggio della discendenza femminile. Nel poemetto c’è tutta la tensione irrisolta del femminismo storico…

Informazioni:

Qualcuno si ricorderà di noi

Autrice: Alessia Pizzi
Editore: FusibiliaLibri
Collana: palco (teatro di poesia)
Anno 2020
pp. 64
formato 12×17
13,00 euro
ISBN 9788898649761

Biografia dell’autrice:

Alessia Pizzi è nata a Roma nel 1988. È laureata presso l’Università degli Studi di Roma Tre nel 2014 con una tesi in Filologia Classica (Sappho, fr. 147 L.-P.). Voci e maschere femminili in età ellenistica, sviluppata durante un soggiorno di ricerca presso le Bodleian Libraries di Oxford (UK) grazie a una borsa di studio vinta presso l’Università. Dal 2014 lavora nel Digital Marketing come esperta di Comunicazione e Pubblicità Online e porta in giro per l’Italia la Storia delle Donne. Giornalista pubblicista presso l’ODG Roma, nel 2015 fonda “CulturaMente”, un sito di informazione culturale composto da trenta redattori sparsi in tutta Italia, noti come gli “Spacciatori di Cultura”.

Dalla Redazione di CulturaMente

Alessia Pizzi: autrice del libro e direttrice

Francesco Fario: regista e redattore

Antonella Rizzo: curatrice della prefazione e redattrice

Cristiana F. Toscano: autrice della copertina e redattrice/videomaker

CulturaMente presenta questo libro con gioia, perché c’è il contributo di moltissimi redattori ed ex redattori della redazione, dal supporto legale alla revisione dei versi classici.

#SpacciamoCultura

  • Per acquistare il libro potete rivolgervi all’editore scrivendo a fusibilia@gmail.com, o acquistarlo presso i principali rivenditori online, come IBS.
  • Per copie stampa scrivete a culturamente.it@gmail.com

L’immagine in copertina è di Alessia Pizzi

Quanto ne sai di cinema? Mettiti alla prova con il nostro quiz!

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Quanto conosci la Settima Arte? Ti piace solo andare al cinema e goderti un buon film o vai anche alla ricerca di nuovi aneddoti?

Sono trascorsi ormai secoli da quando George Eastman ha inventato la pellicola trasparente di nitrocellulosa o da quando i fratelli Lumière decisero di proiettare tale pellicola stampata davanti ad un pubblico pagante. Di strada se n’è fatta… Già però nel 1921, lo scrittore Ricciotto Canudo, dandogli la definizione di “Settima Arte”, afferma che il cinema:

È nato per essere la rappresentazione totale dell’Anima e del Corpo

Artisti che ne hanno fatto la storia ce ne sono tanti.

Da registi, come Sergej Ėjzenštejn, Buster Keaton, Charlie Chaplin, Fritz Lang, Orson Welles, Alfred Hitchcock, Stanley Kubrick, Federico Fellini, Luchino Visconti, Pierpaolo Pasolini, John Ford, Francis Ford Coppola, Steven Spielberg; a grandi interpreti come Anna Magnani, Marlon Brando, Katharine Hepburn, Robert De Niro, Al Pacino, Jack Nicholson, Meryl Streep. E tanti, tanti altri: troppi anche per un mero elenco.

Come in qualsiasi forma d’Arte, il Cinema coinvolge qualsiasi genere, dalla commedia all’horror; celando dietro trucchi, scenografie, effetti speciali, costumi e colonne sonore, un mondo talmente vasto e ramificato, in cui ogni dettaglio può fare veramente la differenza! Questo infatti spiega ciò che affermava Morando Morandini:

Il Cinema è come l’ambiente: se lo si trascura, rischia di morire e allora ci si accorge che era indispensabile

Eppure, molti parlano dell’Arte “sul bianco lenzuolo”; ma raramente si sanno veramente notizie e approfondimenti in materia.

Come regalo di Natale abbiamo pensato di farti divertire mettendo alla prova le tue conoscenze in ambito cinematografico. Sono dosi di cultura utili dalle quali puoi sempre prendere spunto per decidere a quale visione dedicarti prossimamente. Allora sei pronto/a?

Ti sfidiamo con un piccolo quiz sul cinema, passato e presente; su film, attori e curiosità!

Francesco Fario

Dieci film natalizi romantici su Netflix da vedere durante le feste

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In questo anomalo Natale, abbiamo messo da parte i lunghi pranzi e le tombolate in famiglia e abbiamo guadagnato del tempo libero da passare sul divano a guardare film natalizi. Dopo aver stilato la classifica dei film 2020 e dopo avervi detto quali sono i veri classici del Natale secondo noi, passiamo a focalizzarci su una delle piattaforme streaming più amate nel mondo.

Se siete alla ricerca di un film leggero da guardare in famiglia o di un film romantico per immergervi nella magia del Natale, siete nel posto giusto. Abbiamo stilato per voi una lista con i 10 film romantici natalizi da guardare su Netflix.

I film di Natale più romantici su Netflix

Netflix si è pian piano conquistato il primato in fatto di film natalizi romantici. Se odiate i cliché state alla larga da questi film. In queste pellicole non mancano incontri fortuiti durante lo shopping natalizio, colpi di fulmine alla Vigilia di Natale, baci sotto al vischio e brindisi romantici davanti al camino.

Il calendario di Natale

La paura di uscire dalla comfort zone, un magico calendario dell’avvento e un desiderio natalizio da realizzare: sono questi tutti gli ingredienti del film Netflix “Il calendario di Natale”.

Nei panni di una principessa

Cosa succede quando una giovane pasticcera viene invitata alla gara di dolci natalizi di Belgravia dalla famiglia reale? Si sale sul primo volo disponibile! Ma all’arrivo un incontro casuale rimescolerà le carte in gioco.

Un principe per Natale

Una giornalista alla ricerca di uno scoop reale arriva nell’innevata Aldovia per scoprire cosa nasconde l’erede al trono, ma qualcosa di inaspettato accade al Ballo della Vigilia di Natale. Sarà scattata la scintilla?

Un cavaliere per Natale

Il glorioso principe azzurro sul cavallo bianco è solo un’invenzione? Anche Brooke lo credeva, fino a quando non ne ritrova uno letteralmente sul suo cammino.

Christmas Drop – Operazione regali

Aerei militari vengono usati ogni anno per la missione non autorizzata “Christmas Drop” per portare regali di Natale su isole remote. Erica arriva alla base militare per scoprire cosa succede e fermare la cosa. Ma non tutto va secondo i piani e la magia del Natale coinvolge anche lei.

Un safari per Natale

Un matrimonio finito e un safari in Africa prenotato per Natale: partire o rinunciare? Quello che si prospettava come un triste viaggio in solitaria, si trasforma in una magnifica avventura alla scoperta delle bellezze africane.

Nuove uscite del 2020: su Netflix non mancano i film natalizi romantici

Holidate

Immaginate la scena: arrivate al pranzo di Natale e siete gli unici single della famiglia. Se anche voi impallidite alla classica domanda “e il fidanzatino?”, allora non avrete difficoltà ad immedesimarvi nei panni dei protagonisti di Holidate.

Natale in California

Joseph viene spedito in California per siglare un importante accordo d’affari ma al suo arrivo la controparte non è esattamente come lui si aspettava. Un fortuito scambio d’identità lo costringe ad entrare nei panni di un’altra persona e qualcosa in lui comincia a cambiare.

12 Gifts of Christmas

Cosa succede quando una decoratrice d’interni grande amante del Natale incontra un ambizioso architetto che non riesce a prendere una pausa dal lavoro? Scopritelo in “12 Gifts of Christmas”.

Mezzanotte al Magnolia

Due amici di vecchia data sono al timone di uno show radiofonico pronto a fare il salto di qualità, ma la loro vita privata si incrocia pericolosamente con la vita professionale e alla vigilia del nuovo anno tutto è appeso ad un filo. Riusciranno a sistemare le cose prima dello scoccare della mezzanotte?

Natale 2021: i nostri consigli

Natale con uno sconosciuto

Non si tratta di un film ma di una serie tv norvegese del 2019. Con sole due stagione, la serie racconta la vita dell’infermiera trentenne Johanne la quale, spinta delle pressioni familiari, cerca di costruirsi una vita sentimentale inventandosi un fidanzato. Avrà solo un mese per presentarsi alla cena di Natale con un uomo in carne ed ossa. Riuscirà la nostra infermiera a trovare l’amore prima del 25 Dicembre?

Christmas Flow – Gli opposti si innamorano

Lila è una giornalista e una fervente attivista del movimento femminista. Marcus è un famoso rapper parigino, contestato per i suoi testi profondamente sessisti e, per questo, ha bisogno di riabilitare la sua immagine. I due non possono essere che assolutamente diversi, ma l’amore spesso prende vie inaspettate, soprattutto quando può contare sulla complicità di un periodo magico come quello del Natale. L’unico periodo dell’anno dove sembra che tutto sia possibile.

Natale con il babbo

Quando parliamo di commedie inglesi natalizie è come camminare su un campo minato. Puoi trovarti la commedia classica, piacevole, divertente oppure puoi trovarti davanti un vero e proprio capolavoro del trash. Ecco, Natale con il babbo è davvero trash ma se volete staccare il cervello, allora questa è la commedia che fa per voi.
Una grande famiglia, 4 sorelle con un rapporto non proprio amorevole e un padre scomparso ormai da qualche anno finiranno per incontrarsi tutti insieme il giorno di Natale. Tra isterismi, falso aplomb e cliché il pranzo di Natale è servito.

Love Hard

Love Hard è davvero l’amore che non ti aspetti. Natalie, una giornalista di Los Angeles, è piuttosto sfortunata in amore fino a quando decide di usare un’app di incontri. Dopo varie delusioni conoscere Josh, il ragazzo dei suoi sogni. Pochi giorni prima di Natale decide di andare a incontrarlo sulla East Coast facendogli una sorpresa. E se le cose dovessero sfuggirle di mano?

Nei panni di una principessa 3: Inseguendo la stella

Dopo il successo dei precedenti capitoli, Vanessa Hudgens ritorna con “Nei panni di una principessa”. Questa volta la regina Margaret e la principessa Stacy sono alle prese con il furto di un monile appartenente alla loro famiglia. Dovranno fare tutto il possibile per recuperarlo, finanche chiedere l’aiuto di Fiona, sosia e cugina di Margaret. La missione darà vita a numerosi contrattempi, riaccendendo vecchie passioni e forse qualche conseguenza inaspettata.

Altri film di Natale suggeriti dalla Redazione

E se ancora non avete trovato il film perfetto da guadare a Natale, scoprite cosa vi suggerisce la nostra redazione.

Comunque Natale

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Il messo comunale gli aveva detto di addobbare, almeno un po’, nel rispetto e nel decoro dei morti, il cimitero perché Natale dev’essere Natale per tutti, anche per chi è imbalsamato stecchito sotto metri di terra. Il guardiano del cimitero aveva fatto spallucce: che se ne fa un morto del Natale? Che se ne fa un vivo di un morto che ha un addobbo sulla tomba? Si sente meno in colpa del fatto di essere vivo, lui sì e l’altro no. Così pensava Graziano, stringendosi nel brutto cappotto di finta lana, sporco di foglie e terra.

“C’ mettim na’ ghirland all’ingresso” rispose e si ritirò nello stanzino. Grazie a Dio, lui almeno non era morto, ucciso dal Morbo Letale. Una malattia tremenda assai, che ti faceva la pelle a squame e ti bruciava gli organi dall’interno, pure i polmoni ti faceva collassare, quella malattia lì, e gli scienzati non avevano trovato altra fantasia che chiamarla Morbo Letale.

Quell’anno, anno domini 1986, a Carife era morta metà del paesello: non c’era mai stata annata migliore per essere becchino. Graziano aveva lavorato a pieno ritmo, un funerale al giorno, e aveva pianto ogni volta: non c’erano più becchini bravi come lui. E mo’, dal comune gli venivano a dire: il Natale dev’essere Natale, pure se nel cimitero non c’è più manco una fossa libera.

Chi non lavora con la morte molto spesso se ne dimentica e delira d’onnipotenza, com a chill, u strunz che lavora al comune! Frugò nello stanzino, tirò fuori un addobbo circolare che vagamente somigliava a un ramo d’abete intrecciato. Percorse a passi lenti il viale principale, gettò l’occhio a qualche lapide, e dopo che fu giunto alla cancellata d’ingresso, appese l’obbrobrio verdastro.

Attraversava la strada in quel momento, con un fazzoletto annodato in capo, la vedova Falzullo, una donnina piccola come un ramoscello al sole. Il marito gli era morto senza più poter respirare due mesi prima. Il Morbo Letale se l’era portato via e i medici le avevano detto: ringrazi che non è morta pure lei!

Graziano ironicamente le disse: “Buon Natale!” ma da un gesto eloquente e poco elegante della vecchia s’accorse che la vedova Falzullo non aveva voglia di festeggiarlo, il Natale. Si avviava mogia mogia, aiutando il passo con un bastone, verso la tomba del marito. Graziano lo sapeva: da due mesi a questa parte ogni giorno alle dodici andava a trovarlo perché quello era l’orario in cui i due pranzavano insieme e poi lui si addormentava russando e non le faceva sentire la tv, e non c’era modo che si svegliasse e la smettesse di ronfare. Stava lì, in piedi, davanti alla distesa di marmo, come se ancora s’aspettasse che, dal tumulo di terra, si sollevasse quel borbottio sonnolento che le disturbava i pomeriggi. Ma la Morte non è Sonno, e lui becchino fiero da generazioni lo sapeva bene. Eppure, per quella vecchia quasi sperava che la Natura facesse semmai un’eccezione. Il miracolo però non avveniva mai e alle quattordici la vedova, con lo stesso passo lento, lasciava il cimitero. Graziano le sorrideva sempre sperando di lenire un po’ quel dolore che pure doveva esserci in quel gracile corpo di donna: crudele la morte con lei era stata due volte; a prendersi il marito e a non prendersi lei.

Dunque il nostro guardiano, a vederla, seppe che era mezzogiorno. Lanciò un ultimo sguardo perlpesso alla ghirlanda e se ne tornò: c’erano da curare le aiuole, controllare i lumi della defunta signora Rossellini ‘ché i parenti s’erano lamentati, ricopiare in ordine il registro delle nuove morti.

Prese la carriola che giaceva lungo il viale piena di terra, e se ne andò verso sinistra, dove c’erano le tombe più vecchie. C’era un signore morto ai primi dell’Ottocento che da sempre lo guardava dal suo cerchietto placcato d’Oro. Aveva due baffoni neri e uno sguardo austero che pareva sempre avesse da ridire.

“Sto facendo le aiuole qui, accussì par cchiù bell. O no?” disse, parlandogli, chinandosi e afferrando la piccola pala che aveva appesa alla cintura. Spianò il terreno, ne aggiunse dell’altro dalla carriola. “Voi almeno siete morto dopo aver fatto la vita vostra. Ccà a gent mor appena nasce.”

Giacomino, però, il suo aiutante tuttofare, così chiamato perché gli pesava sulla schiena una modesta gobba, venne a interrompergli il discorso col morto: appariva trafelato, sudato, pallido.

“Grazià, avete presente il Tenente?”

“Quello che si è ammalato del Morbo Letale?”

“Sì, è morto!”

“E non l’avevano portato in ospedale ieri?”

Giacomino lo guardò “E mo’ è morto! Pure lui non respirava più!”

Graziano si chinò a mettere dei semi, Giacomino lo guardò. “Qui al cimitero posto non ci sta cchiù. Dite alla famiglia che io posso fare il funerale se loro mi trovano un posto, ma qui io, il Tenente, non posso metterlo.”

Giacomino capì che non c’era da replicare, che il posto veramente non c’era: il Tenente, anima viva di Carife, sarebbe stato seppellito in un paese vicino, o nel primo paese che teneva un posto vacante.

Quando Giacomino fu andato via, Graziano si scusò col morto di interrompere la visita ma doveva andare ad aggiornare il registro, o se ne sarebbe dimenticato. Il Tenente era un nobile decaduto, o un poveraccio che diceva di esserlo. Sui sessanta, nessuno sapeva di cosa campasse, visto che trascorreva le giornate in piazza, a parlare di politica, di società, di massimi sistemi. Mai che avesse pronunciato anche una singola parola sullo sport, sulle donne, sulle sciocchezze. Carife pareva essere nata con lui o almeno tutti pensavano a lui quando si parlava di Carife.

Aggiornò il registro, scrisse: 24 Dicembre 1986, morto Gennaro Borriello detto Il Tenente. Ubicazione da definire.

La morte ufficializza le cose, pensò, le rende come sono. Così il Tenente sarebbe stato per sempre Gennaro sul freddo della lapide: e buon Natale, disse al registro, buon Natale anche a te. Una sensazione di appiccicosa malinconia gli formicolò sulla punta delle dita scorrendo i nomi sulla pagina. Due giorni prima era mancata Vanesia, venere di Carife, che faceva il mestiere per passione. Una ragazza dalle belle forme piene, sana, flessuosa: lavorava in una casetta in un vicolo dopo la chiesa, vicolo conosciuto a memoria da tutti gli uomini del paese. Pure lui, Graziano , aveva avuto per Vanesia una malsana attrazione ma lei, tutta scontrosa in quel sorriso fasullo che gli metteva su, non aveva mai accolto Graziano nel suo letto: ti si sente l’odore della morte, gli diceva, e finirai con lasciarlo addosso anche a me. Almeno un bacio, la supplicava, ma lei negava tutta seria e diceva che con la morte c’è poco da scherzare. Poi, era morta anche lei. La malattia l’aveva fulminata, velocissima: Graziano era stato felice. Almeno non hai avuto modo di sentirlo, l’odore che ho addosso, e, quando le aveva chiuso la bara, aveva evitato di guardarla. Pure la Bellezza e pure L’ Amore muoiono: e allora Buon Natale, Buon Natale, disse più forte, con la voce che gli pungeva sulla gola. Che idiozia, il Natale!

Uscì borbottando, quasi stava dimenticando che doveva finire le aiuole che per poco non si scontrò con la signora Anna con in braccio il suo nato da poco.

“Buon Natale” la signora disse e Graziano le rispose, questa volta non ironicamente, “Buon Natale.”

Si chiese cosa ci facesse lei, con il profumo della vita fin nei capelli, in quel luogo di morte, davanti a lui, che era un Caronte un po’ stanco.

“Salve Signor Graziano, volevo dirle che io forse devo morire.”

Il guardiano se la guardò, stralunato. Guardò il bambino che dormiva beato: quanto si vede che dorme e non è morto. “Vede, Graziano, io sono malata: ho i polmoni che mi vanno a fuoco. Mi tiene il bambino, mentre muoio? Che dice?”

Graziano guardò il bambino: quanto si vede che dorme e non è morto…

Chi si occupa della morte, può occuparsi pure della vita. Chi scrive la fine, può preoccuparsi pure dell’inizio. Graziano prese il bambino e delicatamente se lo strinse al petto.

“Allora, signora, vada a morire. La celebrerò io.” non trovò meglio da dire, ma sollevò il bambino verso la spalla perché non vedesse la madre andare via.

Forse si sbagliava, Graziano: passeggiò sul vialone, arrivò al cancello. Guardò l’addobbo: arriva il Natale, disse al bambino minuscolo tra le sue mani screpolate, il Natale te lo prometto che arriva comunque.

Serena Garofalo

Regali di Natale 2020? Scegliete la Gift Card di Neiade!

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Scegliere il regalo di Natale perfetto per i propri cari non è mai scontato: con il passare degli anni, infatti, ci si rende conto di aver già regalato praticamente di tutto e le nostre idee vanno in riserva. Stessa cosa per le aziende che vogliono fare un presente gradito ai propri dipendenti e ai collaboratori: il dilemma panettone o pandoro non ha mai fine e la conseguenza è che qualcuno rimane sempre scontento o a bocca asciutta.

Quest’anno, invece, lasciatevi ispirare da Neiade e dalla sua speciale Gift Card!

La Gift Card di Neiade per il Natale 2020, un regalo all’insegna della cultura

Neiade Tours & Events, agenzia DMC specializzata nell’organizzazione di eventi, tour e visite guidate nella città di Milano, quest’anno ha in serbo per voi una speciale sorpresa: la Gift Card, acquistabile e da caricare con la cifra che si preferisce, ha una durata estesa al 31 dicembre 2022.

In un periodo in cui gli spostamenti devono subire delle limitazioni, Neiade ha pensato di estendere la durata della carta per permettere a tutti coloro che vogliono utilizzarla per un tour in presenza di potervi prendere parte in futuro.

Tour in presenza? Sì, perché la novità di quest’anno, invece, sono quelli on demand! L’alternativa alle visite guidate in giro per la città di Milano sono gli incontri virtuali pensati da Neiade per avvicinare l’arte e la cultura alle nostre case tramite la connessione internet!

La cultura, infatti, dev’essere valorizzata e custodita anche in un momento come questo: grazie al digitale, è possibile prendere parte a bellissime visite virtuali all’interno di sale museali – come la Pinacoteca di Brera, ad esempio – e ammirare capolavori quali il Cenacolo Vinciano, ma non solo.

Tra i tour on demand di Neiade si possono scegliere percorsi a tema artistico, perfetti per gli art lovers, ma anche quelli più classici che comprendono la visita al Duomo di Milano, oppure si può partire alla scoperta dei volti nascosti della Milano Segreta – come i rifugi antiaerei sotterranei, le rovine d’epoca romana e persino i quartieri della street art milanese.

Tra i “grandi classici” di Neiade, vi sono tour che permettono di scoprire tutto sulla città di Milano, ma anche di viverla: le esperienze a bordo dei tram storici, gli showcooking degli chef che presentano le specialità locali – come il risotto allo zafferano – o la visita sui tetti della Galleria Vittorio Emanuele e le crociere in motoscafo sui Navigli sono solo alcune delle attività esclusive realizzabili grazie ai tour di Neiade dedicati alla bellezza del capoluogo ambrosiano.

Accanto agli evergreen di Neiade, quest’anno c’è un ventaglio di offerte a tema natalizio: Natale a Milano è il pacchetto on demand che comprende interessanti corsi online sulla storia delle tradizioni del capoluogo ambrosiano durante le feste: non solo la fiera degli Oh Bej! Oh Bej! e il Natale in tavola, dal panettone alle ricette tipiche delle festività, ma anche un viaggio per conoscere la devozione dei milanesi a Santa Lucia e San Nicolò, il culto dei Re Magi legato alla basilica di Sant’Eustorgio e anche un’interessante intreccio narrativo tra il racconto di Charles Dickens – “Canto di Natale” – e i personaggi emblema della generosità menghina, come i moderni City Angels.

E in più, anche incontri on demand pensati per i più piccoli, laboratori online per intrattenerli e far sentire loro la magica atmosfera natalizia anche stando a casa.

La Gift Card e le altre opportunità per le aziende

Il plus della Gift Card è che funziona proprio come una carta prepagata: scegliete voi quale sia il budget e chi la riceve può usarla grazie al codice personale attribuito a ogni card. La fascia di prezzo dei tour è variegata e darà l’opportunità a tutti di usufruirne: a partire dagli Incontri virtuali on demand a 5 euro e quelli in diretta streming da 8 euro.

Se siete un’azienda, però, potete usufruire anche di ulteriori sconti: siete già convenzionati con Neiade? In tal caso, per voi la Gift Card sarà scontata del 20% fino al prossimo 10 gennaio 2021.

Se invece non avete ancora attivato una convenzione per i vostri dipendenti, fatelo subito! La stipula della convenzione è del tutto gratuita e permetterà al vostro personale di avere per tutto l’anno uno sconto del 10% sui tour e sugli eventi, anche per quanto riguarda gli incontri settimanali organizzati a Milano dal team di Neiade. Inoltre, avranno a disposizione una landing page con logo aziendale e la possibilità di prenotare con priorità gli incontri di Neiade.

Che aspettate? Il Natale 2020 ha bisogno della magia di Milano!

Sicurezza, eventi ed iniziative speciali fanno da traino a “100 anni di emozioni”

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Il bilancio della stagione 2020 all’Ippodromo Snai San Siro si può definire positivo anche se è stato fortemente condizionato dalla pandemia che, da marzo ad oggi, ha cambiato il modo di vivere anche degli appassionati ippici, degli addetti ai lavori e dei visitatori milanesi, e non, dell’impianto del galoppo milanese.

L’Ippodromo Snai San Siro ha fatto la sua parte e nel pieno delle regole: prima di tutto in termini di sicurezza attuando i Protocolli di Sicurezza Covid19 e le normative regionali e statali per chiunque accedesse nell’area di proprietà di Snaitech; e poi,  dando seguito ad iniziative che hanno potuto offrire ai visitatori contingentati alle mille presenze l’opportunità di godersi il lato artistico, musicale, storico e culturale di un luogo sempre più polifunzionale ed aperto dalla cittadinanza milanese e che, in questo 2020, ha compiuto cento anni!

Proprio per celebrare il secolo di vita dell’impianto ippico per eccellenza, Snaitech ha offerto a tutti l’opportunità di assistere in diretta Facebook al concerto del 16 ottobre di Dardust, noto pianista italiano di fama internazionale, avvenuto sotto l’ombra del Cavallo di Leonardo, la statua equestre più grande al mondo ubicata nell’area interna all’impianto. Uno spettacolo musicale e coreografico capace di raggiungere ben oltre il milione di visualizzazioni web.

A questo si è aggiunta anche l’apertura dell’esposizione all’aperto “100 anni di emozioni”, patrocinata dal Comune di Milano ed aperta dal 17 ottobre e che, dalle ore 10 alle ore 18, è possibile visitare gratuitamente e senza alcun divieto presso piazzale dello Sport 6, area in cui sorge il Cavallo di Leonardo. Si tratta di un percorso in cui l’evoluzione storico-architettonica dell’ippodromo scorre su sei pannelli curati dal Professor Stefano della Torre, docente di restauro al Politecnico di Milano, attraverso stampe ed immagini fotografiche d’epoca correlati da esaustive descrizioni. Inoltre, per il terzo anno consecutivo, l’Ippodromo Snai San Siro Galoppo di Milano è stato scelto come uno dei mille siti per le visite delle “Giornate FAI di Autunno”. Un fine settimana, quello del 17 e 18 ottobre, che grazie alle guide volontarie del Fondo Ambiente Italiano ha coinvolto oltre 2mila visitatori. 

Per concludere questa stagione ricca di iniziative dedicate al centenario dell’Ippodromo Snai San Siro è stato infine realizzato un breve video che riassume e racconta in poco più di 4 minuti tutta la storia di questo meraviglioso impianto ippico unico al mondo, che continua ancora oggi ad essere un luogo ricco di iniziative e di progetti aperti a tutta la cittadinanza.

Quanto ne sai di libri? Mettiti alla prova con il nostro quiz!

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Sei un lettore o una lettrice onnivoro/a? Allora è venuto il momento di metterti alla prova con il nostro quiz sui libri!

Passare ogni momento libero della propria giornata con il naso tra le pagine di un libro non è solo una passione, ma anche un privilegio. Sì, un privilegio! Perché è uno dei pochi modi che abbiamo per vivere altre esistenze e per essere qualcun altro diverso da noi.

Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è un’immortalità all’indietro.

Umberto Eco

Il libro è uno strumento potente nelle mani delle persone. Non è un caso se nel corso dei secoli si sia assistito alla loro censura e alla loro distruzione (purtroppo). Sono un mezzo di comunicazione potentissimo e, prima dell’invenzione di Internet, erano i contenitori di tutto il sapere umano, fatta eccezione per la memoria e la tradizione orale. Ancora oggi sono veicolo di punti di vista variegati sul mondo e sulla società e possono aiutarci a capire situazioni e argomenti.

Leggere può essere terapeutico: ci si perde nei libri solo per ritrovarsi. Li si può usare per comprendere un proprio stato d’animo, per viverlo senza paure e lasciarlo poi andare. Si può leggere anche per immedesimarsi in qualcuno distante da noi e dal nostro modo di pensare, giusto per capire cosa si prova a vestire i panni di qualcun altro. E, infine, si legge perché per noi esseri umani le storie sono il carburante migliore per vivere al meglio le nostre esistenze. Costituiscono un’esperienza preziosa da vivere in maniera protetta visto che non siamo noi a compiere direttamente quelle azioni.

Quanti libri hai letto quest’anno e quali sono stati i migliori? Noi di CulturaMente abbiamo stilato la nostra classifica dei libri migliori del 2020, ma saremmo curiosi di sapere anche la vostra. Nel frattempo, vi proponiamo il nostro quiz sui libri per testare che tipo di lettore sei! E se trovi qualche titolo che non conosci, inseriscilo nella tua lista di libri da leggere. D’altra parte, sono dosi di cultura offerte da noi, puoi fidarti!

Federica Crisci

Che Vigilia di Natale sarebbe senza “Una poltrona per due”?

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“Pensa alla grande, sii ottimista! Non dare mai segni di debolezza, mira sempre dritto alla gola. Compra a poco e vendi a molto. La paura è un problema che non ti riguarda!” 

Titolo originale: Trading places
Regia: John Landis
Soggetto e sceneggiatura: Timothy Harris, Herschel Weingrod
Cast principale: Dan Aykroyd, Eddie Murphy, Jamie Lee Curtis, Ralph Bellamy, Don Ameche, Denholm Elliot, James Belushi
Nazione: USA
Anno: 1983

Una poltrona per due” è ormai un film cult di Natale, grazie alla tradizionale programmazione della Vigilia di Italia1.

Alzi la mano chi non ha mai visto “Una poltrona per due” la sera del 24 dicembre su Italia1!. Credo che almeno una scena o pochi minuti di film li abbiamo visti tutti. 

E se i primi anni ci chiedevamo scocciati perché Mediaset avesse così poca fantasia da trasmettere sempre lo stesso film trito e ritrito, nella stessa prima serata della Vigilia, oggi forse (soprattutto in questo strano Natale del 2020) ci rassicura constatare che alcuni piccoli riti collettivi restino intatti.

E anche quest’anno chi vorrà potrà rivedere “Un poltrona per due” lo stesso giorno, alla stessa ora, sullo stesso canale. 

Ma “Una poltrona per due” è un classico di Natale, non solo per la sua collocazione nel palinsesto televisivo italiano, ma anche a causa della trama e dell’ambientazione.

Le vicende del film di John Landis, girato nel pieno degli anni ’80, si svolgono nei giorni che precedono il Natale. Siamo in una nevosa Filadelfia piena di addobbi, per poi spostarci nel finale nella New York di Wall Street.

Due miliardari avidi e tirchi, i fratelli Randolph e Mortimer Duke (rispettivamente, Ralph Bellamy e Don Ameche) fanno una crudele scommessa, partendo da un assunto sociologico. La premessa è che sono le condizioni socio-economiche di partenza a fare di un uomo una persona per bene e di successo, non le sue qualità. La scommessa, quindi, è quella di scambiare i ruoli tra il loro ricco dipendente, l’agente di borsa Louis Winthorpe III (Dan Aykroyd) e il povero mendicante truffatore Billie Ray Valentine (Eddie Murphy). Il mendicante può trasformarsi in un uomo rispettabile mago della finanza? E un uomo onesto può diventare un miserabile pronto a tutto se le condizioni di partenza si capovolgono?

La trama di “Una poltrona per due” si ispira ad un autore classico della letteratura americana.

Lo spunto per il soggetto e la sceneggiatura di Timothy Harris e Herschel Weingrod sono due opere di Mark Twain: da un lato il romanzo “Il principe e il povero”, dove avviene lo stesso tipo di scambio; dall’altro il racconto “La banconota da un milione di sterline”.

Titolo originale e titolo italiano, per una volta, riescono a richiamare bene il senso del film.

Il titolo originale, infatti, “Trading places”, è un gioco di parole dal doppio significato. 

Da un lato, il trading place è il luogo di scambio e indica il mercato finanziario, la borsa ed è in quel contesto che il film è ambientato. Dall’altro, “to trade places” significa scambiarsi di posto ed è ciò che fanno, involontariamente, i due protagonisti. 

Louis è un bianco wasp genio della finanza e sta facendo guadagnare molti soldi ai fratelli Duke. Inoltre, sta per sposare la loro nipote Penelope. Vive in una casa lussuosa, coccolato dal maggiordomo Coleman (Denholm Elliot), a spese dei datori di lavoro. È a un passo dalla felicità e dalla piena realizzazione.

Billie Ray, invece, è un nero, povero, che mendica per strada fingendosi invalido. I Duke fanno arrestare per droga Louis, lo licenziano e lo cacciano da casa. Al suo posto collocheranno Billie Ray, che in effetti si rivelerà altrettanto bravo con le questioni finanziarie.

Il cast di “Una  poltrona per due” è formato da attori in grande ascesa all’epoca della sua produzione, ben diretti da John Landis.

Ci piace citare Morandini che trovava che questo film avesse più astuzia che intelligenza. Ma riconosceva a John Landis di essere stato efficace. “Lo sfondo urbano di Filadelfia è strepitoso, la direzione degli attori è infallibile, anche nelle parti di contorno”, scriveva il noto critico.

Il cast funziona, infatti, molto bene.

Dan Aykroyd era già famoso (pensiamo solo a “The blues brothers” uscito nel 1980), ma Eddie Murphy era ad inizio carriera e con questo film la sua risata entrerà nell’Olimpo della Hollywood degli anni ‘80. Jamie Lee Curtis esordiva nel suo primo ruolo brillante, dopo anni da attrice con Carpenter e nei film di genere thriller ed horror, tanto da essere una tra le più famose “Scary Queen”. Infatti, fu molto difficile convincerla ad interpretare Ophelia, la prostituta che aiuta Louis a riprendersi la sua vita, seppure in cambio di denaro per cambiare la propria (“Sto solo proteggendo il mio investimento”). 

L’abilità di Landis in questo film gli consente di allontanarsi dal filone strettamente demenziale dei film precedenti (comunque, capolavori del genere), mantenendo dei punti fermi e alzando un po’ il livello dei riferimenti culturali.

Da un lato, questo film contiene una costante delle opere di John Landis: la lotta contro l’autorità e il potere. In The Blues Brothers c’è la banda, in Animal House c’è il clan Delta Tau Kai. Qui, c’è questa coppia di ricchi convinti di poter decidere della vita altrui ed essere intoccabili.

Dall’altro, a parte l’ispirazione letteraria, anche la scelta della colonna sonora mira verso l’alto. Le prime scene descrivono i due volti di Filadelfia, quello dell’abbondanza e quello della povertà, sulle note de “Le nozze di Figaro” di Mozart

Una commedia brillante con dei temi sottesi. Ma è una favola di Natale?

Una poltrona per due” è una commedia e fa ridere, ma non mancano le stoccate al classismo e al razzismo. Il film è intriso di battute e frasi razziste e Valentine viene senza mezzi termini apostrofato come “sporco negro” da uno dei fratelli Duke. 

È una critica al capitalismo cinico e senza scrupoli, ad una società basata su privilegi di classe che si tramandano da generazioni:

“C’è sempre stato un Duke sul mercato. Lo abbiamo fondato noi il mercato! Non può mandarci via dal mercato”. 

Ma “Una poltrona per dueè una favola di Natale, secondo qualcuno addirittura alla Frank Capra, non fosse altro che per essere ambientato a Natale. Inoltre, ad un certo punto i due sfortunati antagonisti, il nero povero manipolato e il bianco ricco caduto in disgrazia, si coalizzano per vendicarsi dei Duke che li hanno usati come cavie per una scommessa (“Il modo migliore per far soffrire una persona ricca è farla diventare una persona povera”). Quindi, in un certo senso è un film dove i “buoni” hanno il loro riscatto e i “cattivi” la loro punizione.

La riprova che questo film sia un cult si trova addirittura in una legge americana. I protagonisti, per danneggiare i Duke, mettono in atto una forma di insider trading, speculando alla borsa di Wall Street sulla base di informazioni non pubbliche. Addirittura usano fonti governative riservate. Questa pratica non era illegale nel 1983, quando fu pensato e girato il film. Ma lo divenne nel 2010, con una legge a cui ci si riferisce talvolta come “Eddie Murphy Rule”, proprio perché è quello che fa il personaggio di Valentine insieme a Winthertop.

3 motivi per guardarlo:

  • perché è ormai diventata una piccola tradizione della vigilia di Natale;
  • per la scena di Dan Aykroyd ubriaco vestito da Babbo Natale;
  • perché è un film tipico del cinema anni ‘80.

Quando vedere il film:

ovviamente la vigilia di Natale, oppure nei giorni immediatamente successivi.

Stefania Fiducia

E a proposito di film dall’atmosfera natalizia, avete già letto il precedente articolo del cineforum su “Il diario di Bridget Jones”?

“Il top del top” in un momento di down. Grazie Francesco Bongiorno!

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Il top del top è il nuovo romanzo di Francesco Bongiorno, trentenne di origine toscana che vive a Milano, dove si occupa di comunicazione.

Lo scrittore ci narra le vicende di Paolo, trentenne anche lui che dopo una laurea in filosofia si ritrova a vivere una vita senza arte né parte. Fa il barista, non ha un soldo né una casa né tantomeno una fidanzata. La sua unica dote è una testa piena di folli idee e strategie marketing per rivoluzionare il mondo, o almeno il bar in cui lavora.

Tutto cambia quando Paolo riceve una telefonata da un notaio, che lo informa di essere l’unico erede di un lontano parente da poco deceduto e quindi il nuovo proprietario di un’azienda che si occupa di affittare topi da laboratorio, Il Top del Top.

Paolo non sa niente gestione aziendale e ancora meno di topi, ma non si scoraggia, anzi! Finalmente ha la possibilità di dare libero sfogo al suo ingegno e, tra le perplessità dei suoi dipendenti, si lancia in una serie di strampalate iniziative commerciali.

Il top del top è un breve ma piacevole alternarsi di voli pindarici e iniziative di marketing a dir poco sperimentale, in cui Bongiorno mette a fuoco due tematiche.

La prima è la grande difficoltà dei giovani nel rispettare le aspettative che il mondo, la società, la famiglia o loro stessi si sono imposti. Ricordate Trainspotting e il discorso di Mark Renton, personaggio nato dalla penna geniale di Irvine Welsh, Choose Life? Forse Francesco, o Paolo, come tanti, aveva il poster nella sua cameretta da ragazzo.

Trainspotting: choose life

La seconda è la potenza del marketing. Bongiorno ci racconta quanto comunicazione e marketing oggi manipolino le nostre scelte e lo fa con una giusta dose di ironia, mettendo in evidenza i paradossi di un meccanismo di cui spesso non ci rendiamo nemmeno conto.

Il top del top è uno di quei libri da leggere perché fanno compagnia senza richiedere troppo tempo, donando un pizzico di leggerezza e qualche spunto di riflessione.

E se vi piacciono i dilemmi giovanili leggetevi anche questo:

Maria Gabriele

Quanto ne sai di Filosofia? Prova il nostro quiz!

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Quante ne sai di Filosofia?

Lo dice già il nome, nato dall’unione tra φιλο (da φιλέω – amare) e il sostantivo σοφία (sapienza): la Filosofia è una vera e propria dichiarazione d’amore nei confronti del sapere. Una passione che si nutre della curiosità verso ciò che ci circonda, del porsi domande e tentare di dar loro una risposta per poi ricominciare a indagare ancora.

La Filosofia è, dunque, la base su cui costruire la propria cultura personale

CulturaMente non poteva esimersi dall’includere la Filosofia all’interno dei suoi quiz. Ma non temete: allo spirito filosofico vogliamo aggiungere anche un po’ di Filosofia con spirito. Tra dubbi esistenziali, professioni di fede, manifesti dell’animo umano troverete anche qualcosa di cui sorridere. E, certamente, la possibilità di approfondire ogni argomento attraverso uno dei nostri articoli. Perché il bello – o dovremmo dire καλός – della Filosofia è che può abbracciare ogni ambito: dell’Uomo, del Mondo, dell’Universo.

Ciò che importa è il mettere in pratica quanto si è appreso

Per far ciò è assolutamente necessaria l’interiorizzazione del concetto. Altrimenti, invece del fiorire di un proprio pensiero critico e stimolante, rimane la sterile nozione del pensiero altrui. Che verrà seppellita da successive informazioni apprese passivamente senza mai far loro respirare un po’ di vita attraverso la nostra.

Il nostro quiz di Filosofia vuol far proprio questo: incuriosirvi, creare collegamenti a volte anche molto distanti tra loro e suggerirvi uno spunto. Sta a voi scegliere una tra le risposte: anche quelle sbagliate possono essere un suggerimento verso un’ulteriore indagine. Perché a CulturaMente piace così: informare seriamente senza mai rinunciare alla leggerezza, regalare a chi legge un’occasione di confronto con quanto già sa e, magari, scoprire qualcosa di più. Che sia un’opinione, un aneddoto meno conosciuto o un approfondimento ben ragionato.
Allora sei pronto/a?

Buon quiz e facci sapere cosa ne pensi del risultato!

Update: l’infografica con idati dei partecipanti!

infografica-quiz-filosofia-culturamente

Le lauree più richieste nei prossimi 5 anni: le previsioni degli esperti

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La scelta dell’Università è un momento che richiede diverse riflessioni. Il titolo universitario rappresenta ancora un lasciapassare per la carriera e consente di avere una cultura di base utile per la crescita personale.


Il corso di laurea da frequentare deve quindi conciliare diversi aspetti: attitudini, passioni, esigenze e sbocchi lavorativi, che sono determinanti in base alle lauree più richieste.


La proposta accademica nel nostro paese è molto ampia e accanto agli atenei statali e privati, ci sono anche le università riconosciute dal Miur che propongono una didattica basata sull’e-learning, la nuova frontiera dell’apprendimento. Poter seguire le lezioni a distanza e in ogni momento della giornata comodamente da casa, rappresenta infatti un’affascinante prospettiva perché consente agli studenti di non essere obbligati a trasferirsi e di poter gestire in maniera più flessibile vita privata e studio.
Unicusano, tra le 11 università riconosciute, propone una didattica mista, ossia consente ai propri studenti di frequentare online e in presenza, avendo a disposizione un Campus universitario di 54000 metri quadri a Roma, che include aule per le lezioni, biblioteca e residenza universitaria.
Le future matricole possono quindi spaziare sulle modalità di frequenza degli istituti accademici e questo può essere un vantaggio per scegliere in piena libertà i corsi di laurea.

Le Lauree più richieste


Secondo uno studio condotto dal Miur, tra il 2019 e il 2023 ci saranno 893.600 laureati, a fronte di un fabbisogno per il mercato del lavoro tra le 959.000 e 1.014.000 unità.


Le specializzazioni più richieste sono quelle in area medica che, vista anche la pandemia, aumenterà sicuramente la richiesta.
Seguono le discipline economiche, che da diversi anni occupano i primi posti delle classifiche, favorite dal mercato che richiede sempre più una conoscenza economica per gestire i dati delle aziende e calibrare strategicamente gli investimenti. Le lauree in economia potrebbero essere richieste anche per la pubblica amministrazione che nei prossimi anni nel nostro paese avrà un imponente cambio generazionale.


Al terzo posto delle lauree più richieste troviamo ingegneria, un settore strategico per l’avanzamento tecnologico, che si muoverà sempre più sulla robotica e sull’intelligenza artificiale.


La laurea in giurisprudenza, rimasta in sordina per qualche anno, occupa il 4° posto tra le lauree più ricercate e ciò dipende dal fatto che le competenze giuridiche sono sempre più importanti per la gestione aziendale e molto del lavoro si svolge proprio come consulenza specialistica.


Al 5° posto si posizionano le lauree del settore formativo e dell’insegnamento, una filiera strategica per il futuro delle nuove generazioni che durante l’emergenza ha mostrato tutti i suoi limiti e la necessità di trasformarsi.


A proposito di trasformazione, oltre agli indirizzi indicati, bisogna considerare che il mercato del lavoro si sta muovendo in base alla “Digital Trasformation” e, accanto ai settori più tradizionali, le nuove professioni si svilupperanno nella filiera dell’ecosostenibilità, dell’innovazione e un’alta specializzazione delle professioni sanitarie e del benessere.

Ben vengano dunque le aspirazioni di chi desidera specializzarsi in settori che migliorano la qualità della vita e che educano al rispetto del pianeta.

Speciale ripasso: Maturità 2021

The Social Dilemma: il discusso documentario sui social network targato Netflix

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The Social Dilemma è un documentario di Jeff Orlowski che esplora come le piattaforme dei social media utilizzano per autoalimentarsi da un lato la dipendenza psicologica degli utenti e dall’altro la violazione della privacy.

Quindi? Dove sarebbe la novità?
Il fatto che Facebook, Twitter, Instagram e i social network in generale creino dipendenza non fa più notizia. Tutti noi, abituati a utilizzare questi strumenti quotidianamente, sappiamo che non è semplice posare il telefono, smettere di aggiornare la pagina della home, staccarsi dalle storie di amici e personaggi influenti.

Quello che fa notizia e che rende inquietante la visione di The Social Dilemma è che questa dipendenza non è un bug, bensì un obbiettivo che le aziende della Silicon Valley si sono poste e che hanno ampiamente raggiunto grazie alla creazione di un algoritmo.

I “pentiti” dei social network ci spiegano, in questo documentario targato Netflix, che la manipolazione del comportamento umano a scopo di lucro è studiata a tavolino con ossessione machiavellica. Le notifiche push, l’aggiornamento della pagina con lo scorrimento del dito dall’alto verso il basso, le pagine sponsorizzate personalizzate utilizzano i dati non solo per prevedere ma anche per influenzare le nostre azioni, per creare i nostri bisogni trasformandoci in vittime per gli inserzionisti.

 “Se non stai pagando per il prodotto, allora il prodotto sei tu”, è la frase più angosciante e, di conseguenza efficace, del documentario.

Ma la forza del film di Orlowski non sta solo nello smascheramento del meccanismo dei social. In The Social Dilemma ritroviamo uno dei più antichi topos del genere horror, quello del dottor Frankenstein, che, non soltanto si spinge troppo in là creando un mostro, ma perde anche il controllo su di esso.

Nel documentario possiamo ascoltare le interviste a molti uomini e poche donne che hanno contribuito, col loro lavoro, alla costruzione delle nuove tecnologie e ora temono che la creazione delle piattaforme social possa avere effetti negativi sulla salute mentale degli utenti, ma ancor più sui fondamenti della democrazia a causa della diffusione di fake news e teorie della cospirazione.

Tra coloro che compaiono nel film ci sono Tristan Harris, voce principale, ex consulente etico per GoogleJustin Rosenstein co-inventore del tasto col pollice in su di Facebook; Jaron Lanier, pioniere della realtà virtuale; Shoshana Zuboff, professore della Harvard Business School. 

Dunque nomi pesanti di personalità importanti che combattono contro l’impiego distorto dei social network connessi con i giganti della Silicon Valley, interessati a trarre profitto dalla quantità di ore in cui le persone vengono tenute incollate allo schermo. 

The Social Dilemma è un documentario che rapisce l’attenzione dello spettatore dall’inizio alla fine, perché lo costringe a guardarsi allo specchio, riconoscendo di essere caduto nella trappola dei social network.

Nessuno può sfuggire alle tecniche delle piattaforme. Ne siamo tutti vittime. Chi di noi può dire di essere rimasto indifferente a quei tre puntini che si muovono a indicare che l’altra persona “sta scrivendo” nell’istante in cui noi stiamo guardando la chat? Nessuno!

Noi vi consigliamo l’inquietante visione di questo documentario. Qui riportiamo anche il trailer.

Valeria de Bari

Capodanno 2020/21: 6 location delle Serie tv per sognare nonostante il Coronavirus!

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Il Capodanno 2020 sarà memorabile. Si potrà fare poco o niente, secondo il Dpcm Natale, ma nessuno può impedirci di sognare e di immaginare un party da favola.

Queste le 6 location delle Serie tv che mi hanno folgorato e mi hanno fatto pensare “vorrei fare una festa qui”.

Atzec Palace in La regina degli scacchi

L’episodio in cui Beth Harmon incontra per la prima volta i russi, il piccolo Georgi e il maestro Vasily Borgov, si svolge nell’immaginario “Aztec Palace Hotel”, ma in realtà è girato nel foyer del Friedrichstadt-Palast a Berlino. Perfetto per un Capodanno a tema anni 20, viste le meravigliose decorazioni in stile liberty. Ci andremo per il Capodanno 2021!

La spiaggia di San Junipero in Black Mirror

L’episodio, diventato uno dei più iconici di Black Mirror, è stato girato sulla spiaggia di Clifton, a Città del Capo. Tanta gente, auto decapottabili, clima perfetto, localini all’aperto e musica! Un paradiso 365 giorni l’anno.

La soffitta delle sorelle Halliwell

In Streghe le sorelle Halliwell combattono, studiano, litigano, si proteggono e fanno tante tante magie nella soffitta. Ci sono libri magici e tanti bauli. Forse più adatto a un Halloween, ma non sarebbe male, quando si potrà, organizzare un Capodanno a tema magia!

Il divano di Friends

Chi non ha mai desiderato accomodarsi nel salone di Monica con Rachel, Ross, Joey, Phoebe e Chandler? Quel divano, che ha fatto anche un tour in Italia, ispira amicizia, divertimento, risate, scherzi. Magari con una bella chitarra che suona “gatto rognoso”!

Il Magic Shop di Buffy

Tra manoscritti pieni di incantesimi e cimeli magici, insieme al signor Giles! Con la sempre viva speranza che nessuno faccia arrabbiare Willow: vi ricordate come ha ridotto il negozio nella sesta stagione? P.S. Evitate di mangiare su quel tavolo dopo che sono passati Anya e Spike…

Uno spettacolo della fantastica Mrs Maisel

Negli scorsi anni molti teatri hanno organizzato spettacoli di Capodanno, con un’enorme partecipazione di appassionati e di spettatori che volevano passare una serata diversa. Non sarebbe fantastico partecipare a uno spettacolo di Mrs Maisel per ridere a crepapelle e scordarsi di tutto per un attimo? In fondo, chi ride il primo dell’anno, ride tutto l’anno!

Se invece a Capodanno volete dedicarvi al binge watching, ecco le serie tv imperdibili del 2020!

Quanto ne sai di Musica? Mettiti alla prova col nostro quiz!

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Quanto ne sai di musica? Sei più interessato al genere pop o all’indie, alla musica italiana o a quella internazionale?

Da quando esistiamo in quanto esseri umani la musica ha sempre fatto parte della nostra vita e ci ha accompagnato nelle varie epoche storiche come se fosse la colonna sonora della nostra esistenza. La musica è infatti un linguaggio universale che usiamo per comunicare, per emozionare, per stare insieme agli altri, per caricarci, come quando siamo impegnati in un’attività fisica o sportiva.

Chiusi nella nostra camera a casa o mentre passeggiamo, al cinema o in auto, la musica ci accompagna sempre. Non importa che sia riprodotta su Spotify o da una radio; dal cellulare o dal giradischi la musica è una compagna di vita.

Lo sa bene Max Gazzè che ha dedicato alla musica un’intera canzone, intitolata Una musica può fare:

Una musica può fare
Amare soltanto parole
Una musica può fare
Parlare soltanto d’amore
Una musica può fare

Salvarti sull’orlo del precipizio
Quello che la musica può fare
Salvarti sull’orlo del precipizio
Non ci si può lamentare

Anche Giorgia e Bocelli hanno dedicato alla musica il brano Vivo per lei, in cui dichiarano di vivere per la musica:

È una musa che ci invita
A sfiorarla con le dita
Attraverso un pianoforte
La morte è lontana
Io vivo per lei
vivo per lei che spesso sa
Essere dolce e sensuale
A volte picchia in testa ma
È un pugno che non fa mai male

I Doors, per fare un esempio internazionale, hanno scritto, in When the music’s over, che la musica è un’amica speciale.

La musica è condivisione di pensieri ed emozioni, è energia o relax, fa compagnia anche quando siamo soli e scandisce i momenti delle nostre giornate.

Allora sei pronto?

Ti sfidiamo a un piccolo quiz sulla musica, sugli artisti e sugli album più iconici della storia!

Valeria de Bari

“Il diario di Bridget Jones”: da best seller a cult romantico

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Decisione numero uno: ovviamente perdere dieci chili. Numero due: mettere sempre a lavare le mutande della sera prima. Ugualmente importante, trovare un ragazzo dolce e carino con cui uscire evitando di provare attrazione romantico-morbosa per nessuno dei seguenti soggetti: alcolizzati, maniaci del lavoro, fobici dei rapporti seri, guardoni, megalomani, impotenti sentimentali o pervertiti. E soprattutto, non fantasticare su una particolare persona che incarna tutti questi aspetti…

Titolo originale: Bridget Jones’s Diary
Regista:
Sharon Maguire
Sceneggiatura: Richard Curtis
Anno d’uscita: 2001
Cast: Renée Zellweger, Colin Firth, Hugh Grant, Gemma Jones, Jim Broadbent
Genere: commedia
Paese: USA, UK, Francia
Durata: 93 minuti

Trama

Bridget Jones, 32 anni, single. Gli obiettivi della sua vita sono dimagrire e trovare il vero amore. L’apparente impossibilità di realizzarli la inducono a scrivere un diario. Influenzata dai consigli, del tutto assurdi, dei suoi eccentrici amici Jude, Sharon e Tom, Bridget si ritroverà a destreggiarsi tra due uomini: Daniel Cleaver, il suo capoufficio, affascinante e donnaiolo, per questo poco affidabile; e Mark Darcy, amico di famiglia, avvocato di successo, apparentemente poco interessante e non troppo aperto al dialogo. Tra insicurezze e goffaggine, Bridget Jones dovrà fare i conti con situazioni che potrebbero sfuggirle di mano.

Una trasposizione cinematografica vincente: quando la commedia romantica vince su tutti fronti

Tratto dal best seller di Helen Fielding e diretto da Sharon Maguire, “Il diario di Bridget Jones” è una commedia romantica del 2001. Una pellicola dotata di un sentimentalismo che si distacca, per narrazione e regia, dal filone americano, affidandosi completamente alle influenze inglesi.

La formula è semplice, cauta e divertente, a tratti esilarante ma senza alcuna pretesa. La goffa protagonista mostra una sana dose di “disinvoltura” sessuale, senza cadere nel volgare. Un tentativo che riflette da un lato la voglia di rende i personaggi più vicini alla realtà e meno metaforici; dall’altro rivendica una sorta di indipendenza sessuale mal riuscita.

La regia è “standard”, niente di eccezionale. Eppure il film sembra eguagliare il successo del romanzo da cui è tratto. Forse proprio quella semplicità unità a sfumature di ordinaria quotidianità – calate nella magnifica terra inglese, Londra – hanno fatto della pellicola un successo intramontabile.

“Il diario di Bridget Jones”: rappresentazione dell’insicurezza e dalla mancanza di amor proprio

Sebben io sia follemente innamorata di questa trilogia, non possono esimermi dalle critiche. I colori, le musiche, le ambientazioni così natalizie e inglesi, hanno fatto di questo film il manifesto della commedia romantica inglese. Grazie a Richard Curtis, sceneggiatore della pellicola, che ha fatto della sua scrittura cinematografica un vero e proprio modello. Non sorprende che le stesse meravigliose atmosfere, per ambienti e trama, possono essere viste in Notting Hill, Quattro matrimoni e un funerale e Love Actually.

Bridget Jones è il ritratto di un una generazione disillusa e Reneé Zellweger, con il suo training pre-produzione, ha ben incarnato questo modello disfunzionale. Sebbene la storia sia romantica con il suo meritato lieto fine, la protagonista si discosta dall’idea di ragazza perfetta. Nessuna voglia di reale emancipazione affettiva. Diciamocelo, Bridget Jones è una donna fortemente insicura. Cresciuta sotto il peso di un rapporto svalutante con la propria madre, finirà per essere vittima delle sue stesse insicurezze che creeranno una dipendenza affettiva galoppante costantemente oscillante tra il reale (Darcy) e l’onirico (Cleaver).

Il triangolo amoroso è un cliché nel cinema. Tuttavia funziona sullo schermo a tal punto da riproporlo per ben tre film. Una trilogia che nella sua assurda semplicità ha incantato e continua ad incantare diventando un vero e proprio evergreen.

Collin Firth e il suo antagonista Hugh Grant impersonano alla perfezione la dicotomia bravo ragazzo e bad boy. Tuttavia H. Grant non eccelle per l’interpretazione. Piatto nelle espressioni e nei dialoghi, banale e a tratti imbarazzante non riesce a far breccia se non per la sua bellezza. Diverso è C. Firth che ha cucito sulla sua pelle il ruolo di Marc Darcy. Una perfetta incarnazione di un uomo completamente focalizzato su se stesso, sulla propria carriera che si scopre innamorato di una donna lontana dai suoi standard. Una donna piccolina, goffa e con qualche chilo in più. Quello di Darcy è un personaggio rimasto nell’immaginario collettivo che viene più ricordato per una delle frasi più romantiche della storia del cinema che per tutta la trama in sé:

M: Non penso affatto che tu sia un’idiota. Oddio, è vero che c’è qualcosa di ridicolo in te, nei tuoi modi. Tua madre è piuttosto imbarazzante e devo ammettere che sei veramente pessima quando ti capita di parlare in pubblico. E tutto quello che ti passa per la testa lo fai uscire dalla bocca senza tenere tanto conto delle conseguenze. Certo mi rendo conto che quando ti ho conosciuta, al buffet di tacchino al curry di Capodanno, sono stato imperdonabilmente scortese. E avevo addosso quel maglione con la renna sopra, che mi aveva regalato mia madre il giorno prima; ma il punto è…quello che cerco di dirti …in modo molto confuso, è che in effetti…, probabilmente, malgrado le apparenze, tu mi piaci. Da morire. ”?

B: A parte il fatto che fumo, che bevo, che ho una madre volgare, che soffro di diarrea verbale…?

M: No, tu mi piaci da morire, Bridget, così come sei!?

Un’anti-eroina che tutto sommato riesce ad abbattere gli stereotipi costruiti nel tempo

La vita della protagonista è tutto tranne che perfetta. Fuma senza ritegno e beve alcol come se fosse acqua. Ha un rapporto negativo con la bilancia , poco aggraziata nei movimenti e il suo linguaggio è tutto tranne che signorile. Solo l’incontro con Darcy riuscirà a ridimensionarla riprendendo la sua vita in mano. Eppure, nonostante la rappresentazione quasi estrema della donna, la morale di fondo è tutto tranne che sbagliata.

Perché Bridget Jones è una vera anti-eroina? Perché nonostante gli sforzi di essere accettata, ora da Cleavers ora da Darcy, il vero cambiamento arriva nella sua vita solo quando giunge alla consapevolezza dell’accettazione e il rispetto per se stessa spezzando quelle dinamiche dipendenti dall’accettazione da parte dell’altro sesso o della madre, come in questo caso. Proprio questo passaggio consentirà a Bridget di capire che l’uomo giusto per lei è Mark Darcy. L’unico ad accettarla, senza costringerla a cambiare.

Conclusione

Il diario di Bridget Jones” è una storia romantica che non ha pretese ma che piace proprio per il suo dato di realtà in cui molte donne si riflettono. Piace perché rappresenta una generazione di donne che faticavano, e forse ancora faticano, a distaccarsi da meccanismi distorti legati ad una società troppo ancorata a vecchi meccanismi. Ma è pur sempre una storia romantica e alla fine raggiunge il suo fine principale: il brutto anatroccolo che trova l’amore vero, quello della sua vita. Insomma nulla di nuovo eppure sorprende e piace incantando gli spettatori da quasi ben 20 anni.

La trilogia

Il diario di Bridget Jones” del 2001
Che pasticcio, Bridget Jones!” del 2004
Bridget Jones’s Baby del 2016

Curiosità

  1. Quando è stato girato il film, Renée Zellweger aveva esattamente 32 anni, come la protagonista Bridget Jones;
  2. La Zellweger, pur di acquisire l’accento inglese, iniziò ad usarlo anche fuori dal set. Lo fece così suo che Hugh Grant se ne accorse solo molto tempo dopo, quando l’attrice usò l’accento americano;
  3. Le sigarette fumate dalla protagonista non erano a base di tabacco ma erbe, assolutamente non nocive;
  4. Gli attori che hanno interpretato i genitori di Bridget Jones hanno recitato entrambi in Harry Potter, rispettivamente nei ruoli del Professor Lumacorno e di Madama Chips;
  5. Per prepararsi al ruolo, la Zellweger si è calata letteralmente nel ruolo. Ha messo su circa tredici chili. Ha lavorato per un mese in una compagnia di editoria britannica;
  6. Per interpretare la parte di Bridget Jones si era pensato anche a Cate Blanchett, Helena Bonham Carter e Kate Winslet;
  7. Bridget vive a Bedale Street dietro la Southwark Cathedral, a pochi minuti dal Tower Bridge. L’appartamento si trova sopra il Globe Tavern, un pub storico che prende il nome dal celebre teatro di Shakespeare;
  8. Agli Oscar del 2002, Renée Zellweger si guadagnò una nomination come Miglior attrice protagonista per il ruolo di Bridget Jones.

Tre motivi per guardarlo:

  1. Se avete circa trent’anni, siete in combutta con la bilancia, avete riempito l’album dei casi umani ma soprattutto se avete una mamma che cerca disperatamente un fidanzato per voi, allora questo è il film che fa per voi;
  2. Per i protagonisti: Hugh Grant e Collin Firth. Il fascino inglese ha sempre il suo perché e poi c’è Londra con la sua magia;
  3. Perché ci riporta indietro di vent’anni. Era l’alba del nuovo millennio, e il cinema aveva ancora le magnifiche sfumature degli anni ’90.

Quando guardarlo:

Per la sua ambientazione natalizia sicuramente durante queste feste. Ma è un film leggero e piacevole, può essere guardato ogni qualvolta abbiate voglia di ridere ed innamorarvi, almeno un po’.

Angela Patalano

Aggiornamento Dicembre 2020: potete vedere il film su Amazon Prime Video.

Ecco l’ultimo appuntamento con il nostro cineforum:

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Palazzo Barberini, mostra virtuale: sui social ogni venerdì

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Ha senso inaugurare, a fine 2020, una mostra a museo chiuso? La sfida di Palazzo Barberini è già una vittoria

Sarà perché il titolo non solo è stimolante ma rispecchia il contenuto. O perché, nonostante Palazzo Barberini e Galleria Corsini siano definite Gallerie Nazionali di Arte Antica, spesso i temi delle mostre ospitate sono davvero contemporanei. E ancora perché chiamare in causa lo spettatore proprio in questo momento di chiusura, in ottemperanza alle disposizioni per contrastare e contenere il diffondersi del virus COVID-19, è particolarmente significativo. Per questi e altri motivi “L’ora dello spettatore. Come le immagini ci usano” è un’esposizione che va raccontata e seguita.

Cosa ne dice il curatore

Rifacendosi anche a Roland Barthes, Michele Di Monte ci suggerisce:

ogni spettatore ha il proprio habitus, più o meno condiviso, così come ha le sue ragioni, e non può che partire da qui, ma non per questo ha sempre ragione. Se è vero che «nell’opera scopriamo sempre ciò che siamo», ciò vale naturalmente anche per i dubbi, le incertezze, i passi falsi, gli errori. Ma dagli errori si può imparare, ammesso che si sia disposti a mettersi in gioco. Questo significa però concedere uno spazio, significa, come scriveva Roland Barthes, «la possibilità di una dialettica del desiderio, di una imprevisione del godimento: che il gioco non sia già chiuso, che ci sia un gioco».

Il privilegio della visione

Chi scrive ha avuto la fortuna di poter partecipare a una giornata di studio a ridosso dell’inaugurazione della mostra “L’ora dello spettatore. Come le immagini ci usano”. Ed è rimasto incantato dall’efficacia del “gioco”. Perché se si accettano le regole di questa prospettiva anche i quadri più familiari, tra i 25 dipinti in mostra, inizieranno ad apparire come una provocazione intellettuale. Basti pensare a opere come la Salomè” di Guido Reni. La maggior parte delle figure religiose dipinte dall’eccellente pittore bolognese sono sempre caratterizzate da un’aura di angelicità ultraterrena: incarnato perfetto, espressione pia, atmosfera rarefatta. Cosa succede quando si decide di tratteggiare un’eroina negativa come Salomè con i medesimi elementi? E quanto cambia nella percezione di un’opera da parte dello spettatore conoscere la biografia del soggetto rappresentato a prescindere dallo stile con cui si decide di ritrarlo? La santità apparente di Salomè come si rapporta alla fama di danzatrice capace di suscitare i più famelici appetiti tanto da ottenere da Erode, in cambio di una sua esibizione, la testa di Giovanni Battista?

Una sorpresa tra le opere, firmata Giambattista Tiepolo

C’è un piccolo ma efficacissimo quadro di Giambattista Tiepolo, chiamato idealmente ad accogliere lo spettatore, il cui titolo è “Mondo Novo”. Grazie a questo generoso prestito da parte del Museo Nacional del Prado di Madrid – che riproduce in scala ridotta il medesimo soggetto svolto in maniera più grandiosa nel vasto affresco dallo stesso titolo conservato presso Ca’ Rezzonico a Venezia – è possibile entrare immediatamente nello spirito del gioco. I protagonisti della tela non rivolgono che le spalle al visitatore. Sono essi stessi impegnati a guardare qualcosa: quel mondo nuovo – e illusorio – rappresentato da una lanterna magica. Un quadro di inaudita contemporaneità se lo si osserva con gli occhi di chi, oggi, è perennemente tentato all’astrazione dal monitor di uno smartphone o di un computer.

Un ingegnoso percorso espositivo in cinque tappe

Superata quella che possiamo considerare come la sala d’”Attesa del Pubblico” con il suo ingegnoso Tiepolo, lo spettatore è invitato a mettersi in gioco attraverso cinque sezioni dai nomi allusivi. “La soglia” parla di superare un confine o svelarlo: che sia illusorio, come “Ragazza in una cornice” di Rembrandt, o subliminale come “Ritratto di Ferdinando I de’ Medici” di Scipione Pulzone. Qui lo svelamento dell’artificio del guardare il quadro di un quadro, con la complicità di una tenda che si alza rivelando sottilmente una cornice dipinta dentro la cornice, gratifica occhi e mente. Impossibile non soffermarsi a lungo su “La Passione” di Hans Memling: un quadro che attira e coinvolge per la sua ricchezza di dettagli, tutti da cogliere percorrendo con lo sguardo l’intera via verso il sacrificio di Gesù.

Scipione Pulzone
Ritratto di Ferdinando I de Medici, 1590
olio su tela, 142×120 cm
Gallerie degli Uffizi, Firenze
Foto Alberto Novelli

Sentirsi chiamati in causa e scoprirsi indiscreti

Cosa succede quando è l’opera stessa a voler coinvolgere lo spettatore? Tra i tanti dipinti della sala denominata “Appello”, quello che esplica più arditamente il concetto è “Venere, Marte e Amore” del Gurcino. La dea della Bellezza, nonché madre di Amore, chiede a suo figlio di puntare la sua infallibile freccia verso chi guarda. Colpirà la mente o il cuore? Questo può dirlo solo chi verrà colpito. Cosa si prova, invece, a sentirsi di troppo? La sala de “L’Indiscreto” è, infatti, dominata da figure assorte nei propri pensieri che ci sembra quasi di spiare. Come l’austero “San Gregorio Magno” di Jusepe de Ribera che ha senz’altro di meglio da fare che badare allo spettatore. Mentre la “Maddalena” del Savoldo, attraverso i bagliori di luce riflessi sul proprio mantello ci dice che siamo accanto al Cristo risorto, testimoni del miracolo su cui si fonda la quasi totalità delle correnti del Cristianesimo. Azzardando, però, c’è un’ultima, remotissima, ipotesi: che siamo noi stessi il Figlio di Dio.

Guercino
Venere, Marte e Amore, 1633
olio su tela, 136×157,5 cm
Gallerie Estensi, Modena
Foto Alberto Novelli

La complicità e il piacere dell’esser guardati

Le ultime due sale condiscono di abbondante malizia il gioco con lo spettatore: come definire altrimenti “Giuditta e Oloferne” di Johan Liss, che domina lo spazio denominato “Il Complice”, dove l’eroina bibblica dalle forme dichiaratamente voluttuose lancia uno sguardo di assoluta intesa allo spettatore? Nonostante stia commettendo un brutale omicidio, Giuditta sa bene che chi vi assiste non solo non la tradirà ma sarà dalla sua parte. Chiude il percorso “Il Voyeur”: qui, tra le altre opere, trova degnissima collocazione il celebre “La Nuda” di Pierre Subleyras. Un corpo di donna di spalle che non ha bisogno di attributi divini o regali per giustificare l’esibizione della sua pelle. In virtù della propria bellezza non ha bisogno di alcuna giustificazione. Infine la tela che ha più divertito chi scrive: “Venere e Marte” di Lavinia Fontana. Non a caso opera di una pittrice, ritrae una Cipride che scopre di essere guardata. Svelando, contemporaneamente, il piacere di essere vista e quasi invitando il guardone a unirsi, anche se solo con gli occhi, alla coppia divina.

Lavinia Fontana
Venere e Marte, 1650
olio su tela, 116×140 cm
Fundación Casa de Alba, Madrid Foto Alberto Novelli
 

Come diventare uno spettatore della mostra

La chiusura de “L’ora dello spettatore. Come le immagini ci usano” è prevista per il 28 febbraio 2021. A meno che i musei non riaprano prima o la mostra venga prorogata, sarà impossibile visitarla di persona. La sede di Palazzo Barberini delle Gallerie Nazionali di Arte Antica ha però pensato a un modo per rendere ugualmente spettatore chi lo vorrà: attraverso un dossier e un video racconto da parte del curatore oltre che con un appuntamento di approfondimento settimanale, ogni venerdì, sui canali social delle Gallerie.

Perché parlare di coraggio?

Perché una mostra così ambiziosa e ricca di importanti prestiti da parte di prestigiose realtà museali non solo conferma quanto di buono finora fatto dalla direttrice Flaminia Gennari Santori, supportata dai suoi collaboratori, per favorire il dialogo tra l’Antico e l’Uomo Contemporaneo ma dà l’occasione a ognuno di noi di ripensare il proprio ruolo nella fruizione dell’opera d’arte in un tempo in cui ne siamo alienati.

Cristian Pandolfino

Foto in evidenza: Giambattista Tiepolo – Mondo Novo. Olio su tela, 34×58,3 cm – Museo Nacional del Prado, Madrid.

Hester Prynne de “La lettera scarlatta”: un’adultera in epoca puritana

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Una “A” scarlatta è ricamata sul suo petto, simbolo di “Adulterio”. Così Hester, la nostra eroina, è costretta a salire su un patibolo per sopportare la gogna pubblica per il suo peccato: sua figlia non è di suo marito, assente da tempo in città.

Hester è considerata una peccatrice perché colpevole di aver intrapreso una relazione extraconiugale. Ma chi sono davvero i peccatori della storia?

Il romanzo “La lettera scarlatta” di Nathaniel Hawthorne è ambientato nella Boston del XVII secolo, una città governata dalla rigida legge puritana.

I puritani credevano che le persone fossero nate peccatrici. Di conseguenza mantenevano una stretta sorveglianza su loro stessi e sui concittadini. Peccati come l’adulterio erano punibili con la morte, infatti Hester viene risparmiata dall’esecuzione solo perché i puritani di Boston hanno deciso che sarebbe stato un vantaggio per la comunità trasformarla in un “sermone vivente contro il peccato”. La città cerca di usare Hester come esempio, per spaventare qualsiasi altro aspirante anticonformista dal rompere le rigide regole morali del puritanesimo.

Il romanzo rappresenta una battaglia tra apparenza e realtà. Tutti i puritani erano sempre preoccupati di sembrare conformisti per adattarsi al meglio. Ciò significa che nascondevano difetti, fragilità e peccati umani per evitare la punizione, mentre Hester continua a essere sé stessa nonostante le continue vessazioni.

Hester Prynne e la lettera A

Hester interpreta molti ruoli nel libro: madre devota, amante abbandonata, moglie allontanata, femminista ed emarginata, per citarne solo alcuni. Forse il suo ruolo più importante è quello di ribelle alle convenzioni stabilite. Hawthorne si serve di Hester per criticare la società severa dei puritani, la ritrae come una donna di forza, indipendenza e gentilezza, che resiste ai giudizi e ai vincoli della sua società. 

Sebbene la società cerchi di umiliarla e disonorarla, Hawthorne sottolinea che Hester non sia mai stata più attraente di come quando era uscita per la prima volta dalla prigione con indosso la lettera scarlatta.

La lettera rappresenta l’adulterio di Hester Prynne, ma man mano che cresce e cambia nel romanzo, anche il simbolismo della lettera si evolve. Ad esempio, significa “Abile” quando diventa una sarta di successo, e successivamente “Angelo”, dando alla lettera un altro significato. Alla fine, la lettera andrà a simboleggiare il trionfo di Hester sulle stesse forze che intendevano punirla.

Il film tratti da La lettera scarlatta

Molte le trasposizioni cinematografiche de La lettera scarlatta. Forse la più famosa è quella del 1995 che vede protagonisti Demi Moore nel ruolo di Hester e Gary Oldman nel ruolo di Dimmsdale.

Veronica Bartucca

Leggi qui le altre Dosi di Eroine!

L’inverno è arrivato: tre cappotti favolosi da copiare alle serie tv!

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Basta con il solito cappotto nero, la moda per l’inverno 2021 prende spunto dalle serie tv

Il cappotto per l’inverno è la coperta di Linus per eccellenza: caldo, avvolgente, elegante, riesce addirittura a mascherare il discutibile look che porti sotto. Lo so che anche voi siete uscite con la tuta sotto e il cappotto sopra sentendovi comunque fichissime!

Coco Chanel diceva:

“Nessun uomo ti farà sentire protetta e al sicuro come un cappotto di cachemire e un paio di occhiali neri”.

Attualizzando, si può dire che il capospalla invernale è quello che definisce il nostro outfit e non può quindi essere sottovalutato. Io amo i cappotti eccentrici, ne ho di zebrati, a pois, di colori sgargianti e solo uno nero, non mi piace che dall’esterno si vedano solo colori scuri. Con il freddo viviamo strette nei nostri cappotti: perciò, scegliamoli straordinari!

Ecco i 3 cappotti che ho amato nelle serie tv (che potete vedere su Netflix)

Il cappotto di Beth in La regina degli scacchi

La costumista Gabriel Binder ha rivelato che creare i costumi per questa acclamatissima serie tv è stato impegnativo. Svolgendosi nell’arco di 2 decenni, infatti, i look variano molto. I costumi più belli per me sono quelli dagli anni 60 in poi, in stile factory di Andy Warhol o di Biba. Il cappotto a quadri con il doppio colletto che Beth indossa a Mosca è un pezzo vintage, scovato dalla costumista in un negozietto. Probabilmente disegnato da Courreges per uno stilista americano, è il capo più iconico -e forse più economico- della serie tv. Segno che la moda sostenibile è alla portata di tutti e per tutti.

Il cappotto di Diana in The Crown

Come vi abbiamo già rivelato nel nostro articolo sull’ armocromia, ci sono colori universali che stanno bene a tutte: more, bionde, rosse, castane. Uno di questi è l’ottanio (teal), che dona al guardaroba invernale colore e personalità. Nella quarta stagione di “The Crown” conosciamo meglio Lady D e i suoi outfit, ricreati quasi maniacalmente dalla costumista Amy Roberts. Dalle bluse all’abito da sposa, tutto è stato riprodotto nei minimi dettagli, visto il ruolo di fashion icon che la principessa del Galles ha ricoperto per decenni. In uno degli episodi la vediamo indossare un bellissimo cappotto teal, luminoso e avvolgente.

Il cappotto di Emily in Emily in Paris

Sebbene sia improbabile che una giovane impiegata di 25 anni possa permettersi capi di Dior o YSL come se piovesse, i look creati da Patricia Field per Emily sono molto ricercati (forse troppo). A parte questo, le fashioniste godono comunque tantissimo. Il cappotto verde lime che indossa nell’episodio con le influencer è davvero molto bon ton con un tocco di eccentricità. E’ di Chanel, che si sta avvicinando sempre di più ad una realtà giovane e alla street art.

Micaela Paciotti


Il respiro dell’isola: tre eroine, tre isole. Intervista a Giovanna Pandolfelli

Chi spaccia cultura con noi? Vi presentiamo Giovanna

Di Roma, vive da tempo in Lussemburgo. Si occupa di interculturalità, diffusione di cultura italiana e multilinguismo, ma anche di coaching emotivo e mediazione familiare. Nel tempo libero… scrive, se non scrive progetta di scrivere, se non progetta pensa a cosa ha appena scritto. A volte, per distrarsi, dipinge.

Angela, Adele, Amina. Tre donne le cui vite si intrecciano sulla stessa Isola. Andare e venire, partire e tornare, perdersi nel continente. Eppure il respiro costante dell’Isola alita sulle loro esistenze tanto da farle sentire d’un tratto, in un modo o nell’altro, isole esse stesse. Un vento che trascina con sé odori e sapori: origano, capperi e peperoncino condiscono quella che, pagina dopo pagina, può essere letta come una storia universale, un messaggio di speranza per chi valica i confini della (in)certezza muovendo verso mete imprevedibili e trovando, perché no, un briciolo di serenità dall’altra parte del mare o semplicemente facendo un giro attorno all’isola in cui in fondo ha sempre abitato.

Il respiro dell’Isola, edizioni Kalos, marzo 2020

Prima di tutto ti voglio ringraziare di essere qui con noi a spacciare cultura. Noi ci siamo viste solo una volta a Roma ma io sono una tua fan, quindi sono molto contenta di poterti intervistare.

  1. Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?

La stima è reciproca, cara Barbara, grazie a te e a questo meraviglioso salotto letterario che ci ospita.

Il respiro dell’Isola (edizioni Kalos) è nato dalla riflessione sulla vita isolana, in particolare delle donne. È uno sguardo sulla femminilità, sulla realizzazione professionale e personale delle donne, sulla maternità biologica e adottiva. Il romanzo tocca vari temi intorno alla donna, ma anche intorno all’alterità. Mi interessa sempre indagare l’incontro con il diverso, sotto vari aspetti. In questo romanzo il diverso è rappresentato da chi non fa parte della comunità isolana, da chi non corrisponde agli stereotipi, da chi non accetta certe regole sociali che ne limitano la libertà.

Il romanzo indaga il microcosmo dell’Isola, con la maiuscola, che rappresenta il nostro terreno interiore, emotivo, i confini entro i quali ci muoviamo e oltre i quali gettiamo lo sguardo.

Nella scrittura mi piace cimentarmi con tematiche e situazioni nuove, non necessariamente note o legate ad esperienze dirette. Questo richiede una preparazione e una fase di ricerca approfondita che trovo molto stimolante, è come se in quel periodo indossassi occhiali che mettono in risalto ogni dettaglio potenzialmente utile al romanzo che sto progettando. Vedo tutto in sua funzione. Per me scrivere è scandagliare realtà nuove, entrare in vite diverse, per questo la fase di ricerca di solito mi prende parecchio tempo.

  • Sicuramente la seconda domanda non può che riguardare l’essenza del libro, a mio parere, almeno. Cosa vuol dire essere donna per te? Il libro ha per protagoniste tre eroine, donne forti. Cosa vuol dire essere una donna forte?

Essere donna significa semplicemente vivere la propria essenza femminile. Ognuno a suo modo. La forza deriva dalla consapevolezza che si acquisisce del proprio valore e delle proprie potenzialità, oltre i pregiudizi e gli stereotipi. Le mie protagoniste sono molto diverse tra loro per indole e per destino, eppure accomunate da una determinazione che le muove alla ricerca di un altrove, fisico e interiore. La misteriosa Amina, di cui non sappiamo molto, è come una cometa, il suo passaggio attraversa l’Isola senza passato né futuro, ma lasciando un’impronta molto concreta di sé. Angela e Adele, isolane, sono amiche di infanzia, condividono uno stretto legame eppure sono tanto diverse tra loro: una razionale, posata, decisa, l’altra impulsiva, sensuale, sventata. Tutte e tre compiranno un percorso di consapevolezza che le condurrà per la propria strada, non sempre la più facile, ma scelta da loro.

  • La storia di queste donne è interessante: come si collega alla tua vita? O non ci sono collegamenti? Come si aggancia alle vicende italiane e di cronaca?

Il respiro dell’Isola narra vicende verosimili, anche se non ci sono collegamenti diretti a fatti specifici di cronaca. Il romanzo si ambienta su un’Isola metaforica, mai nominata, se non per i rari accenni a fatti di cronaca che contestualizzano la trama.

Sull’autobiografismo trovo sempre difficile dare una risposta sincera. D’istinto direi che non è presente in questo romanzo poiché non ho attinto consapevolmente a vicende personali. Eppure, a pensarci bene… uno scrittore non prescinde mai da se stesso. Non le vicende, né i personaggi principali, ma dettagli all’apparenza insignificanti di persone, luoghi, situazioni, ricordi, finiscono sempre per insinuarsi nell’inchiostro della penna in un momento in cui la mano si distrae e lo sguardo stanco si annebbia. Ma a cosa servirebbe indicare al lettore di quali dettagli si tratta? Li lascio alla vostra interpretazione.

  • Parliamo del luogo dove avvengono le vicende: l’Isola ha un significato metaforico? E il mare?

Come accennavo prima l’Isola è una metafora, così come lo è il mare. Quanto a quest’ultimo mi disturba sempre il fatto che sia una parola maschile in italiano. Da un’etimologia neutra solo il francese ha sviluppato un femminile che sento come maggiormente adatto per questo sconfinato ventre materno quale considero il mare. Il mare che nutre i suoi figli, li culla ma può anche rifiutarli e inghiottirli, anche di questo è capace una madre. Il mare -i cui capricci dipendono dalla luna- evoca in me sensazioni del tutto legate al mondo ciclico femminile.

Tornando alla domanda sull’autobiografismo, il mare può essere considerato un elemento autobiografico, fa parte di me, del mio vissuto.

  • L’ultima domanda vuole conoscere il tuo background letterario. Quali sono i tuoi scrittori favoriti? E come ti hanno influenzato nella scrittura?

Una delle mie autrici favorite è Elsa Morante e L’isola di Arturo è forse il libro che più mi ha formato. Il respiro dell’Isola si ispira fortemente alle atmosfere di quel capolavoro. Tra i classici amo anche molto Pirandello per la sua prospettiva sulla relatività della realtà. Virginia Woolf è un’altra fonte di ispirazione per la sua capacità di ritrarre atmosfere e Gita al faro, citata anche nel mio romanzo, è stato una pietra miliare della mia formazione letteraria. Potrei andare avanti ore ovviamente, ma ci tengo ad aggiungere una recente scoperta contemporanea: Laura Imai Messina che, narrando del suo Giappone, propone tematiche universali con uno sguardo a cavallo tra oriente e occidente.

In generale, amo gli stili puliti ed eleganti, magari con qualche tratto un po’ rétro, e amo le trame intimistiche, dove non succede molto ma ci si lascia cullare dalle sensazioni. Amo gli guardi altri, trasversali, a cavallo tra…, che fanno da ponte, che non si limitano ad andare dritti. Mi auguro di essere riuscita ad inserire questi ingredienti nel mio romanzo e a mescolarli con sufficiente sapienza.

Barbara Gabriella Renzi

MasterChef 10: edizione speciale ai tempi della pandemia

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Sta per iniziare MasterChef 10!

Un’edizione che segna un anniversario importante per il programma televisivo che ormai da 10 anni è un punto di riferimento per i/le giovani aspiranti chef. Quali che fossero i progetti dello show originali, anche essi – come tutti nel 2020 – hanno dovuto adattarsi alla pandemia di Covid-19. Come questo cambierà il programma e le prove che dovranno sostenere i concorrenti, lo vedremo nel corso della serie.

MasterChef 10: quando inizia?

Ma quando avremo modo di vedere MasterChef 10? Preparatevi perché ci siamo: da giovedì 17 dicembre alle ore 21:00 andrà in onda la prima puntata della decima stagione. Come sempre, sarà visibile sul canale di Sky Uno e in streaming su NowTv.

Come sempre, le prime puntate saranno dedicate alla selezione dei concorrenti della nuova edizione. Piatto dopo piatto, assisteremo alla valutazione dei giudici e vedremo formarsi la classe di 20 giovani aspiranti chef che si contenderanno il titolo. L’appuntamento rimarrà fisso il giovedì sera e proseguirà per altri 12 episodi fino a marzo 2021.

MasterChef 10: i giudici

Anche per quest’anno i giudici di MasterChef saranno solo 3. I nomi sono quelli a cui siamo tutti affezionati: Bruno Barbieri (che segue il programma sin dalla prima edizione), Antonino Canavacciuolo e Giorgio Locatelli.

Per giudicare il lavoro degli aspiranti chef, è probabile che interverranno nel corso dello show anche tante altre stelle Michelin del mondo culinario italiano. Voci di corridoio dicono anche che è possibile il ritorno di Carlo Cracco, almeno in uno degli episodi. Sarebbe una bella sorpresa visto che lo chef veneto è stato una delle figure identificative del programma almeno per le prime edizioni.

Per sapere chi ci sarà e come, non ci resta che attendere l’uscita delle puntate.

Masterchef 10 e Coronavirus: cosa cambierà?

La produzione di MasterChef 10 è riuscita a non farsi fermare dal coronavirus. Arriva puntuale sugli schermi della televisione italiana, come tutti gli anni. La data di inizio della messa in onda dello show, infatti, è sempre intorno a metà dicembre.

Qualche settimana fa è stato diffuso sui canali social di MasterChef un video di promozione seguito dall’hashtag #TuttiMasterChef. Con questo contributo, i giudici ricordano che durante il lockdown molti di noi si sono improvvisati cuochi e cuoche per cercare di vincere la noia e la paura. Ricordiamo bene (purtroppo) i giorni in cui non si trovavano più lievito e farina sugli scaffali dei supermercati. Anche per intrattenere i bambini e le bambine a casa c’è chi ha dovuto fare ricorso a tutta la propria fantasia, proprio come accade per gli Invention Test.

È vero che quest’anno tutti abbiamo avuto modo di riscoprire il piacere di fare le cose fatte a mano… ma è altrettanto vero che ognuno di noi ha dovuto combattere come in un Pressure Test per mantenere il morale alto (se non per sconfiggere il virus).

Ora è arrivato il momento di guardare la sfida in televisione. Noi fuori continuiamo a combatterla, sperando che la fine sia sempre più vicina. Ciò che MasterChef 10 può portare a ciascuno di noi è un po’ di leggerezza e la giusta dose di adrenalina ed emozione che si hanno quando si parla di competizione e, soprattutto, di passione.

L’appuntamento è per giovedì 17: non perdetelo e seguiteci nelle recensioni che ne faremo!

Vuoi rinfrescarti la memoria con la scorsa edizione? Leggi:

Federica Crisci

Il 14 dicembre 1979 usciva London calling, il mitico album dei Clash

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Il 14 dicembre 1979 i Clash pubblicano London calling, un album oggi considerato una pietra miliare della musica rock. 

Tutto era iniziato tre anni prima quando il chitarrista Mick Jones e il bassista Paul Simonon incontrano Joe Strummer all’ufficio di collocamento dove stavano facendo la fila per il sussidio.

In realtà i due, essendo alla ricerca di un cantante, lo stavano tenendo d’occhio.

Qualche tempo dopo con l’aggiunta prima di Terry Chimes e poi di Topper Headon i quattro sarebbero diventati i Clash, la band più iconica degli anni settanta. E poi sul finire del 1979 esce London Calling, un disco che spazza via i canoni del punk più “classico” mettendo insieme i generi musicali più diversi: dal reggae al r ‘n’ b, dal dub al rockabilly e al rock tradizionale classico.

Terzo album della formazione londinese, dopo The Clash e Give ‘Em Enough Rope, il nuovo disco si presenta sin da subito come un lavoro ambizioso: un doppio Lp prodotto da Guy Stevens e composto da diciannove brani.

TRACK LISTING

  1. London Calling 
  2. Brand New Cadillac
  3. Jimmy Jazz 
  4. Hateful 
  5. Rudie Can’t Fail 
  6. Spanish Bombs 
  7. The Right Profile 
  8. Lost in the Supermarket 
  9. Clampdown 
  10. The Guns of Brixton 
  11. Wrong’em Boyo 
  12. Death or Glory
  13. Koka Kola 
  14. The Card Cheat 
  15. Lover’s Rock
  16. Four Horsemen 
  17. I’m Not Down 
  18. Revolution Rock 
  19. Train in Vain 

Di questi diciannove brani (all’origine diciotto più la ghost track Train In Vain) nemmeno uno può essere più definito “punk”, nell’accezione tradizionale del termine.

Eppure, nonostante tutto, è proprio London Calling a essere considerato il frutto migliore del punk britannico: un capolavoro che rimarrà per sempre nella storia del rock.

La foto della copertina, una delle più popolari della storia della musica, mostra Simonon che distrugge il suo basso.

L’immagine è sfuocata perché la fotografa Pennie Smith, che era molto vicina al bassista, fece un passo indietro mentre continuava a fotografare. Lei non avrebbe voluto utilizzare l’immagine, mentre Joe e Mick pensarono, a ragion veduta col senno di poi, che fosse perfetta.

London Calling è il punto più alto raggiunto dai Clash: i quattro non riusciranno più a ricreare l’alchimia perfetta di quei quattro mesi ai Vanilla Studios, dove l’album è nato.

Valeria de Bari

X Factor 2020: il vincitore è Casadilego!

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La finale di X FACTOR 2020: a conquistare il pubblico è Casadilego

X Factor 2020 è finito e anche quest’anno abbiamo il vincitore: Casadilego. Per il primo anno mi sono appassionata a questa trasmissione televisiva, che è andata in onda ogni mercoledì sera alle 21.30 su NOW TV e il giovedì sera alle 21.30 su TV8, che si rivela, come sempre, il canale della musica per eccellenza.

Quali fattori hanno reso unica questa edizione di X Factor?

Probabilmente i motivi del successo strepitoso di questa trasmissione televisiva, in questo anno così particolare per noi sono molteplici, a partire dalla straordinaria conduzione del presentatore: Alessandro Cattelan, per poi continuare con l’assenza del pubblico causa Coronavirus, che sicuramente ha influito molto.

Forse non essendoci il pubblico in studio, ad influenzare il giudizio dei quattro professionisti del settore, la resa è stata migliore. Questo ci ha permesso anche di concentrarci meglio, da casa, mentre seguivamo le trasmissioni live, sulla musica e sul suo valore effettivo.

Il successo maggiore, però va ai quattro straordinari giudici di questa fortunata edizione di X Factor 2020:

  • Manuel Agnelli, frontman degli Afterhours, che ci ha fatto emozionare con i suoi capolavori.
  • Emma Marrone, anche lei reduce da una trasmissione televisiva: “Amici“.
  • Mika, con le sue canzoni ci ha fatto, da sempre, vibrare con un’energia ultra positiva.
  • Hell Raton, produttore discografico dei maggiori rapper di successo italiani degli ultimi tempi.

Come si è svolta la finale di X Factor 2020:

I quattro finalisti sono: Blind, NAIP, Casadilego e Little Pieces of Marmalade.

La serata inizia con l’esibizione di Blue Phelix e – a seguire – tutti gli eliminati delle scorse puntante. Poi i quattro finalisti, si esibiscono con i loro giudici. Iniziano i Little Pieces of Marmalade che cantano con Manuel Agnelli la favolosa “Veleno”, brano inconfondibile degli Afterhours. Il palco prende fuoco all’istante.

Il secondo a salire sul palco, insieme alla splendida Emma, tutta in bianco è Blind, che canta un pezzo favoloso di Nesli, “La fine”. Sul palcoscenico insieme fanno scintille e il pubblico è in delirio.

Ora è la volta di NAIP, che canta la divertentissima “Lollipop” con Mika. Devo dire che però, non sono affatto all’altezza di quel palcoscenico e il pubblico non apprezza.

L’ultima cantante in gara a esibirsi è Casadilego che sceglie insieme al suo Manuelito, un brano molto rischioso da portare in un live, Hell Raton infatti non è all’altezza di interpretare il duetto tra Dido e Eminem nella, forse più unica che rara: “Stan”.

Il primo ad essere eliminato è NAIP e il secondo è il fortunato Blind, che viene premiato sul palco, in serata, per aver vinto il disco d’oro, per il brano più ascoltato. Secondo le statistiche della trasmissione ha battuto ogni record poiché non era mai successo, durante la trasmissione di raggiungere tutte quelle views. Complimenti quindi a Blind, il mio vincitore del cuore.

Per me ha vinto lui, con la sua purezza, semplicità e bellezza. Le cose vere vanno sempre premiate.

Alessandro si emoziona a dieci minuti dalla finale e dice:

“Finisce un’epoca per me, ma anche per voi, se avete seguito X Factor quest’anno, dall’inizio alla fine”.

E dopo le esibizioni dei loro pezzi forti, ecco finalmente il vincitore: sono le 23.58 e viene annunciata la vittoria, che si sapeva già. Sin dall’inizio avevo l’impressione che avrebbero voluto far diventare la piccola Casadilego la nuova Billie Eilish, che a parte il colore dei capelli con lei ha ben poco a che vedere. Hell Raton e lei trionfano sul palco. Essendo la cantante minorenne – entro la mezzanotte deve essere fuori dagli studi e non può essere ripresa in tv – non può cantarci la sua canzone dopo la vittoria.

Che tristezza!

E voi, siete d’accordo con questa vincita? Fatemi sapere la vostra.

Alessandra Santini

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