Il Corto sulla Calabria di Muccino, tra stereotipi ed epic fail

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È stato presentato mercoledì 21 ottobre, al Festival del Cinema di Roma, il cortometraggio promozionale diretto da Gabriele Muccino dal titolo “Calabria, terra mia”, produzione che ha suscitato non poche polemiche tra i calabresi e non solo.

Calabria terra di chi?

Non certo di Gabriele Muccino, che di quella terra amata e maledetta, in primis dai suoi stessi abitanti,  probabilmente saprà solo quello che gli stereotipi e i luoghi comuni raccontano da sempre. Una terra arretrata e indietro da tantissimi punti di visti, svalutata e abbandonata a se stessa e con un grandissimo macigno che pesa sulle spalle, quasi come una spada di Damocle irremovibile: la malavita organizzata.
Chissà, forse l’obiettivo di Jole Santelli, ex Presidente della Calabria scomparsa lo scorso 15 ottobre, quando ha chiesto questo video promozionale per il rilancio del turismo nella sua terra, era proprio di uscire da quei luoghi comuni che hanno affossato per troppo tempo la punta dello stivale italiano.


È forse per questi ed altri motivi che la Regione ha finanziato circa un milione e mezzo di fondi pubblici. Per dare un’immagine nuova di questa regione “fanalino di coda del Belpaese”.

Leggere il cast e la regia faceva ben sperare sulla buona riuscita del corto, perché andando oltre quelli che sono i gusti personali, il potenziale sulla carta era davvero molto alto.
Dal regista e sceneggiatore internazionale Gabriele Muccino, autore di Alla ricerca della felicità e Sette anime entrambi film interpretati da Will Smith (tanto per citarne uno) forse ci si aspettava qualcosa di più di un dozzinale viaggio di due innamorati, tra clementine, arance e asini per strada. Soprattutto se gli innamorati in questione sono Raoul Bova e Rocio Munoz Morales, compagni sul set e nella vita.
Ma forse sono state proprio le origini calabresi di Roul Bova ad aver dato false speranze circa la maggiore sensibilità e cura dei dettagli che ci si aspetterebbe da chi interpreta se stesso in una situazione possibile e familiare.
La storia di fondo di questo cortometraggio è infatti il “ritorno a casa” di Raoul Bova, (chiamato più volte proprio con il suo nome) insieme alla sua fidanzata, alla quale mostra (o dovrebbe mostrare) le bellezze della Calabria.

Un corto di luoghi comuni, colori fluo ed epic fail

Probabilmente se non ci fosse stato il titolo, si sarebbe fatta una grande fatica a capire di quale terra si stesse parlando. Quello a cui si è assistito è stato un insieme di luoghi comuni e immagini stereotipate che potrebbero appartenere benissimo ad una qualsiasi terra del Sud: terreni di arance e clementine e un bellissimo mare di sfondo, sono elementi che potrebbero appartenere tanto alla Calabria quanto alla Sicilia. Solo un occhio attento può riconoscere il Belvedere di Tropea, luogo che regala uno delle più belle vedute della Calabria.

Ma arriviamo agli elementi che cozzano con la narrazione, con la promozione e a dirla tutta anche con la realtà di questa terra. Gabriele Muccino non solo non risparmia la Calabria e i calabresi dai luoghi comuni, ma lo fa anche in maniera erronea.


Gente al bar con la coppola e le bretelle in pieno stile Il Padrino, che è uno dei cliché più utilizzati per rappresentare la mafia siciliana. Per non parlare delle arance e le clementine in ogni scena, come se la Calabria fosse solo quella. Luoghi e paesaggi che potrebbero trovarsi ovunque e non caratteristiche della regione in questione. E poi, dulcis in fundo, gli asini per strada e i bambini a cavalcioni sul loro dorso.
Ma quanta fatica avrà fatto il regista a trovare quegli asini, che ormai non sono altro che un lontano ricordo dei racconti delle nostre nonne?
L’unica cosa veramente calabrese è il bergamotto, troppo giallo per sembrare reale e completamente decontestualizzato, ma l’unico soggetto della narrazione davvero calabrese.
Grandissima attesa per quello che è il cuore pulsante della Calabria, “il grande fratello blu” che non ha bisogno di grandi presentazioni perché bellissimo nella sua semplicità, è stato privato della sua naturalezza a scapito di tinte verde fluo dagli echi futuristici, con un tramonto che fa da contesto, ma talmente finto da ricordare le cartoline “saluti da..”
La domanda che ci si pone per tutta la durata del corto è: ma dov’è la vera Calabria? Quella terra che ha dato i natali a filosofi greci, quella vissuta e narrata nelle opere di Corrado Alvaro, quella scolpita da Michele Bello e dal contemporaneo artista internazionale Nik Spatari, quella ingiusta e maledetta cantata da Rino Gaetano. La Calabria dei paesi fantasma e degli incantevoli paesaggi della Sila, la Calabria della ‘nduja e del Pollino.


Tutto questo è mancato e i calabresi, permalosi per natura (visto che parliamo di luoghi comuni) non si sono tirati indietro dallo sfogare tutta la loro indignazione sul web.


Per concludere parlando di grandi assenti non possiamo non menzionare l’assenza del congiuntivo di Raoul Bova nella frase “Dove vuoi che ti porto?” L’unica risposta da dare sarebbe stata “nella vera Calabria, lì dove si usano anche i congiuntivi”.

Sara Alvaro

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