Il sessismo linguistico c’è, ma non si vede. Istruzioni per il (dis)uso

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Il sessismo linguistico c’è, ma non si vede. Istruzioni per il (dis)uso

Quando parliamo siamo sessisti senza saperlo, senza volerlo. Questo perché la lingua italiana è dissimmetrica per tradizione e i parlanti non sono stati educati alla differenza.

A ricordarcelo è il quarto tomo della collana “L’Italiano, conoscere e usare una lingua formidabile”, uscita negli ultimi mesi col Venerdì di Repubblica. Si tratta di Sindaca e Sindaco: il linguaggio di genere, a cura di Cecilia Robustelli, docente che collabora con l’Accademia della Crusca (di cui vi invito a leggere il pdf gratuito “Donne, Grammatica e Media”).

Per quanto si voglia credere che la questione sia noiosa, che non ci riguardi, che sia rivolta a quei pochi che capiscono di linguistica, il sessismo nella lingua italiana non solo è una realtà, ma è una realtà latente.

Il dibattito, a differenza di quanto si pensi, non è affatto attuale: abbiamo almeno 20 anni di scontri alle spalle. Chiedetelo ad Alma Sabatini, autrice  de Il sessimo nella lingua italiana, un lavoro pubblicato nel 1987 e patrocinato dalla Commissione nazionale per la realizzazione della parità tra uomo e donna. Il programma del governo Craxi lo presentò raccogliendo i frutti della militanza femminista degli anni Settanta, ma trovò parecchie resistenze negli anni successivi. Ve lo dimostra il fatto che solo ora la faccenda sta assumendo una certa rilevanza.

La tradizione è dura a morire!

Il libricino di Robustelli (e non “della Robustelli”…proseguite con la lettura!) è molto articolato come potete intuire da queste premesse, sia quando racconta la storia, sia quando si addentra in analisi più squisitamente linguistiche. In alcuni casi è complesso da seguire, ma chiunque, sfogliandolo, può comprendere il messaggio che conserva tra le sue ricche pagine.

Si tratta di un garbato invito (in perfetto stile “Crusca”) a riflettere sul proprio linguaggio quotidiano per superare gli usi obsoleti ereditati da una tradizione in cui le donne non sono protagoniste quanto gli uomini a livello sociale e politico.

Proprio per questo motivo vorrei raccontare cosa è successo quando ho iniziato a riportare agli altri quello che leggevo nel libro, a volte semplicemente pourparler, altre per provocare, ma sempre con molta attenzione alle reazioni dei miei interlocutori.

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Caso 1: Obiezione, Avvocato!

Parlando del mestiere di scrivere durante un caffè con un amico avvocato sostengo che sia un dovere professionale stare al passo con i tempi in fatto di lessico perché sono proprio i media a influire sul parlato.

La questione di genere esce fuori perché il mio amico è un appassionato di diritti dell’uomo.

Zac!

Ecco il primo errore: si dice diritti della persona!

Lui sorride e mi ricorda che una sua professoressa non faceva altro che ricordare agli studenti quanto la lingua italiana fosse sessista in questo caso… vi basti ricordare anche espressioni quali paternità dell’opera e fratellanza.

Tali espressioni fanno parte del cosiddetto “maschile non marcato”, cioè un uso neutro del genere maschile da applicare anche a esseri femminili. Peccato che il neutro sia un genere rimasto ai greci e ai latini.  Fateci caso quando parlate: riuscireste a evitarlo?

Passiamo poi agli atti. Il mio amico mi rivela che spesso, con grande imbarazzo, lui e i suoi colleghi non sanno come uniformare i testi di fronte alla differenza di genere: trovano scritto “La Rosselletti” (femmina) e “Rosselletti” (maschio).

La comune usanza di mettere l’articolo al femminile esclusivamente di fronte al cognome di una donna fa parte di un uso dissimetrico della lingua e sarebbe da evitare. Per eludere il problema gli avvocati decidono di inserire Signora e Signora, oppure nome e cognome.

Il mio amico aggiunge:

ma tu che scrivi per lavoro non hai paura di risultare “sbagliata” quando scrivi Raggi al posto di La Raggi? O la Poeta al posto di Poetessa?

Più che paura di sembrare ignorante, ho paura che i lettori giungano a conclusioni affrettate senza essere sfiorati dal dubbio che qualcosa debba essere cambiato nel nostro linguaggio. Proprio dal dubbio può nascere una soluzione!

Per concludere, scateno un grande interesse quando dico al mio amico che governante al femminile significa donna delle pulizie e al maschile significa reggente del potere e che dunque c’è una differenza nel significato di alcune parole, a seconda del genere.

Ci avete mai pensato?

Caso 2: la dichiaro Signora Dottore!

Il Presidente della Commissione (anno 2014) mi dichiarò “Signora Dottore” in Filologia Classica, lasciando perplessa me e tutti gli ascoltatori in sede di laurea.

Che confusione!

Il suffisso di Dottoressa viene spesso considerato sessista (anche da Sabatini) perché derivazione di un uso ironico originario della commedia greca; oltre a trattarsi di una desinenza irregolare (visto che dottora, pur non piacendo come termine,  sarebbe il corrispondente naturale di dottore, come sindaco/a, avvocato/a) era malvisto perché significava “donna saccente“. Le due forme sono in lotta dall’Ottocento, tanto che le donne alla fine si facevano chiamare “dottore”.

L’avreste mai detto che dottora era già attestato due secoli fa o l’avreste considerato spiacevole da sentire come sindaca?

Con gli anni il tono sprezzante della desinenza -essa si è smorzato e ha perso anche il significato di “moglie di”. Ad esempio la presidentessa per molto tempo è stata “la moglie del presidente”.

Caso 3: Signorine alla Cassa

Più divertente il caso in cui una mia amica mi chiede scherzando perché viene chiamata signorina dal cassiere del Supermercato.

Le suscito qualche perplessità quando le dico che signorina è inadatto: un suo coetaneo sarebbe stato chiamato signore perché signorino viene utilizzato solo ironicamente.

Da quel momento lo dice a tutti (cassieri, cassiere e non!)

Caso 4: Quando il nome “stona”

La lotta più dura è stata quella con soprano. Curando un articolo di un collaboratore mi suonava strana la scritta il soprano marchigiano Luciana Rossi.

Dall’alba dei tempi si dice il soprano anche per le donne. Del resto il nome è maschile.

La soprano marchigiana Luciana Rossi può comunque essere un’alternativa, nonostante l’uso tradizionale. 

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Gli antichi insegnano…

Ho fatto mio il motto di Robustelli: Ciò che non si dice non esiste! proprio per spiegare a tutte le persone con cui mi relaziono che alcune parole risultano “brutte” e cacofoniche solo perché non siamo abituati a sentirle.

Se la lingua italiana non basta come esempio pensate che la prima voce letteraria femminile dell’antichità non aveva un nome per descrivere la sua professione. Saffo, per l’Antologia Palatina, era la “decima musa” dopo nove poeti lirici.

La perifrasi non è stata utilizzata con fine galante ma perché la parola poeta declinata al femminile (ποιήτρια) proprio non esisteva.

Sarà attestata per la prima volta (e senza ironia) nelle epigrafi di età ellenistica, cioè molti secoli dopo, quando le donne iniziano ad avere uno spazio pubblico, una mobilità differente e possono vagare come performers per cantare le loro poesie. (Rimando a Le poetesse “virili” dell’antichità.)

Anche gli antichi greci, insomma, sono stati confusi per un bel po’ quando hanno iniziato a vedere che le donne gli rubavano la scena!

Morale della favola?

Si percepisce un forte imbarazzo, una terribile incertezza nel parlato, ma anche una specie di ribrezzo nei confronti di parole che invece presentano uscite naturali.

Nonostante le usanze tradizionali, noi parlanti del presente siamo qui proprio per cambiare questo meccanismo cristallizzato, che fa sembrare strane parole semplicissime declinate al femminile. Primo su tutti Sindaca ( Habemus Sindaco, Sindaca o Sindachessa?) di cui vi lascio una precedente riflessione.

Insomma, come ricorda Robustelli possiamo accettare neologismi come disposofobia e non ministra?

A tal proposito un recente intervento di Sgarbi contro la Presidente (e non presidenta!) Boldrini ha fatto giustamente scattare l’Accademia della Crusca su Twitter.

Per questo motivo resto fermamente convinta del fatto che il libretto di Cecilia Robustelli dovrebbe essere diffuso nelle scuole per sensibilizzare i giovanissimi all’ascolto della diversità linguistica.

Non si tratta di un cambiamento immediato né imposto, ma proprio perché la lingua è in qualche modo estrinsecazione della realtà ci aspettiamo un’evoluzione in positivo per il linguaggio di genere.

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Non tappatevi le orecchie perché credete sia femminismo fine a se stesso, una lotta contro non si sa quale mulino a vento.

La lingua rende l’essere umano una creatura speciale e i suoi strumenti, le parole, sono importanti.

Usiamole con cura. Senza paura, senza vergogna e con più consapevolezza!

Alessia Pizzi

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