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Don’t Look Up: Perché preoccuparsi? È soltanto la fine del mondo

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Nel corso della nostra esperienza cinematografica a stelle e strisce abbiamo imparato che, nel caso una cometa puntasse dritta sulla Terra, saranno gli Stati Uniti a farsi protettori del genere umano, capitanando l’intera popolazione mondiale per affrontare la mortale minaccia. Purtroppo, il tempo passa e non siamo più negli anni ’90: la sfiducia serpeggia in ogni contesto e la speranza in un futuro migliore è un lontano ricordo con il genere umano non perde occasione per tirar fuori il peggio di sé. Possiamo dunque dimenticarci dell’altruismo e dei sacrifici di Deep Impact o Armageddon, in favore di uno scenario apocalittico che, indipendentemente da ciò che ci casca addosso da lassù, nasce da chi la Terra la abita.

Nel suo ultimo film, disponibile su Netflix dal 24 dicembre, Adam McKay (La grande scommessa, Vice) utilizza dunque il pericolo dato dall’impatto di una cometa “killer di pianeti” per mostrare il volto peggiore della contemporaneità, senza risparmiare nessuno. Sapientemente, scrive e dirige una satira sociale dalle dinamiche surreali che, tristemente, non sono poi così tanto improbabili come vorremmo credere.

Moriremo tutti e non importa a nessuno

Osservando la volta celeste per raccogliere dati sull’espansione dell’Universo, la dottoranda di astronomia Kate Dibiasky (Jennifer Lawrence) scopre una cometa mai avvistata prima. L’avvenimento manda in euforia i presenti all’osservatorio, tra cui l’astronomo Randall Mindy (Leonardo DiCaprio) che la battezza immediatamente come “la cometa Dibiasky”. Calcolandone la traiettoria, gli scienziati si rendono conto che il corpo celeste è destinato a entrare in rotta di collisione con la Terra in 6 mesi e 14 giorni esatti. Terrorizzati, contattano immediatamente gli organi competenti e, in brevissimo tempo, messi su un aereo con destinazione Washington D.C. per essere ricevuti dalla Presidente degli Stati Uniti d’America (Meryl Streep). Incredibilmente, il team presidenziale non sembra prendere sul serio la minaccia, costringendo così gli scienziati a rivolgersi direttamente ai media per divulgare la scoperta. Il risultato è però lo stesso: nessuno si preoccupa dell’imminente estinzione di ogni forma di vita sul pianeta, preferendo dedicarsi alla condivisione di meme e reaction sulla storia d’amore di due divi della musica.

Un cast stellare per un pianeta in crisi

I volti scelti da Adam McKay per mostrare la sua umanità autodistruttiva sono di assoluto richiamo, dove Leonardo DiCaprio ricopre l’inedito ruolo di un astronomo insicuro e farmaco-dipendente. Un outsider che improvvisamente si ritrova necessario e rispettato, tanto di diventare l’oggetto del desiderio delle donne d’America e della giornalista Brie Evante, interpretata da una splendida Cate Blanchett. Se da un lato Randall cadrà lentamente vittima dell’incantesimo mediatico, diventando il volto pubblico di irresponsabili leader politici, dall’altra troviamo colei che ha avvistato per prima la cometa.

La determinata dottoranda, interpretata magistralmente da Jennifer Lawrence, risulta fin da subito il personaggio più lucido della pellicola, capendo ben prima del suo professore che la loro scienza è messa in discussione. Nonostante portino calcoli e studi che accertino l’inevitabile annientamento della vita sulla Terra, il loro lavoro non viene ritenuto attendibile e relegato all’ennesima esagerazione di una “potenziale” minaccia a milioni di kilometri di distanza. I media e i social reagiscono dunque nell’unico modo che conoscono, ridicolizzandola e ridendo di lei. La condivisibile crisi isterica di Kate diviene immediatamente un meme e vengono scritti articoli su chi sia “la scienziata pazza” apparsa in Tv. Qualsiasi cosa viene fatta pur di non credere alla realtà per la paura di una società intera di affrontare la propria, e sempre più egoistica, mediocrità.

Nella sua rappresentazione surreale del mondo contemporaneo, Adam McKay non si ferma però a stuzzicare chi subisce passivamente social e programmi TV, ma va a puntare violentemente il dito contro chi porta tra le mani le sorti dell’umanità: la classe dirigente e i colossi industriali. Per i volti della politica più inadeguata della storia umana, troviamo la coppia Meryl Streep e Jonah Hill, capaci di regalare non pochi momenti di ilarità e stupore. Nonostante Janie Orlean venga caratterizzata ispirandosi all’ex inquilino della Casa Bianca Donald Trump, attraverso i suoi abiti (unicamente rossi repubblicani o blu democratici) ci rendiamo conto che McKay non vuole fare una discriminazione partitica. Attacca con forza la totale mancanza di lungimiranza della classe politica per le sorti del mondo, inteso sia come popolazione che pianeta Terra, unicamente interessata ad aumentare il suo consenso agendo sulla pancia dell’elettorato. Così viene spinta la cittadinanza a dividersi e schierarsi, nelle medesime modalità di un evento sportivo, abbassando il livello della comunicazione fatto unicamente di slogan e frasi a effetto, come quella che darà titolo alla pellicola: Don’t look up! Che, dietro le quinte, suonerebbe più come un: “Siamo inetti ma non guardate noi: i cattivi sono loro!“.

Tuttavia, si ha come l’impressione che ogni attore sia stato scelto appositamente per il ruolo in base anche a dinamiche che affondano nel reale. Di Caprio è da sempre impegnato alla lotta per il cambiamento climatico e non poteva dunque ricoprire nessun altro ruolo se non quello dello scienziato che cerca di aprire le menti della comunità. Se Jennifer Lawrence è famosa per il suo essere sopra le righe – spesso maldestramente attaccata per overacting – si rivela dunque era perfetta per sfuriare in diretta nazionale. Così come Meryl Streep, istituzione hollywoodiana diventa l’inquilina della Casa Bianca, con un Jonah Hill rinchiuso nel ruolo di adulto disfunzionale. In quest’ottica però, la scelta più interessante è quella di Timothée Chalamet, attore sulla cresta dell’onda e non ancora compreso da tutti per le sue enormi potenzialità. Inizialmente il suo Yule è dipinto come superficiale e sperduto ma, procedendo con la narrazione, rivelerà un’etica morale e una fede che nessun altro dei personaggi possiede; che gli invidieranno persino. Viene dunque tracciata una linea, un confronto generazionale e se McKay attacca tutti, sembra salvare parte delle nuove generazioni.

Come precedentemente anticipato, nemmeno l’industria ne esce pulita. Non abbiamo bisogno dell’ultimo lungometraggio di Adam McKay (o forse sì?) per realizzare che al benessere del pianeta viene anteposto il desiderio di ricchezza personale di pochi. Attraverso il leader della fittizia azienda B.A.S.H., la cui prima apparizione a schermo è platealmente ispirata a Steve Jobs e ai suoi indimenticabili eventi Apple, lo spettatore entra in contatto con una personalità fortemente deviata dall’innocuo volto di Mark Rylance. Detentore, per sua stessa confessione, delle informazioni di tutti, si scopre essere colui che dispone del reale potere, capace di impartire scellerati ordini persino al Presidente U.S. in carica.

Troppa lucidità o estremo pessimismo?

Tra satira e parodia sociale, “Don’t look up” è capace di far ridere e inquietare lo spettatore allo stesso tempo, suscitando un’immediata l’associazione con Idiocracy di Mike Judge. Riguardando oggi il film del 2006, ci possiamo rendere conto di quanto, nella sua totale “pazzia”, sia stato per certi versi premonitore della società odierna. Risulta dunque scontato chiedersi se, tra qualche anno riguardando l’ultimo lavoro di McKay, avremo la stessa sensazione. Tuttavia, per chi vi scrive, non sarà necessario attendere 15 anni: i segnali sono già ben visibili.

Nelle intenzioni del regista, la cometa Dibiaski è una metafora del surriscaldamento globale, del mancato interessamento della politica e dell’industria ad affrontare seriamente il problema. Tuttavia, con l’attualità pandemica che ci circonda, il tutto assume un diverso sapore e, seppur la sceneggiatura fu completata pre-covid, è assurdo pensare che non sia stata leggermente adattata. La verosimiglianza delle dinamiche è inquietante. Dagli scienziati ospiti fissi in TV, alle battaglie a suon di commenti sui social sulla reale esistenza o meno della cometa, il tutto riporta alla nostra difficile contemporaneità.

Eppure, con l’incedere narrativo, si ha un cortocircuito che non lascia scampo. Se la classe dirigente è la più inadeguata possibile, e urlare in piazza (reale o virtuale che sia) non è la soluzione: che cosa si può fare? A questa domanda McKay non risponde ma, con l’epilogo, ci rendiamo conto di quanto probabilmente abbia perso ogni speranza ma non la lucidità.

Con una scena finale totalmente sopra le righe, che sicuramente farà storcere il naso a tanti (pensate che persino Leonardo DiCaprio palesò al regista i suoi dubbi), il regista ci vuole ricordare come il genere umano sia l’inquilino di una casa di cui non ne è il proprietario, che conta pochissimo e che può essere sfrattato in un istante. Non importa chi tu sia, non importa quanti soldi o potere tu possieda. La fuga dalla drammatica realtà, cercando di rifugio nell’effimero comfort di mondo illusorio, che sia un social o la negazione problema, non è la soluzione. Le minacce vanno affrontate per tempo, senza perdere l’occasione o sarà troppo tardi.

In conclusione, “Don’t look up” è, per chi vi scrive, un ottimo film che dividerà sicuramente sia il pubblico che la critica ma che saprà dire la sua nella cosiddetta stagione dei premi, almeno in fatto di nomination Oscar. La fine del mondo è più attuale che mai nell’ultimo film di Adam McKay ma, per fortuna, non abbiamo una cometa killer diretta su di noi: possiamo ancora fare qualcosa.

Michele Finardi

“Encanto”: il talento dell’imperfezione

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Che cosa significa essere una persona priva di talento in mezzo a una famiglia che ne ha di ogni tipo? È quello che ci racconta Encanto, il nuovo lungometraggio della Disney uscito al cinema il 24 novembre e atteso al più presto su DisneyPlus. Ma, in fondo, è qualcosa che ognuno di noi potrebbe capire perché è qualcosa che riguarda la nostra vita di tutti i giorni.

La pellicola, diretta da Byron Howard (Zootropolis e Rapunzel) e Jared Bush (co-regista di Zootropolis), è un grande classico Disney. La storia è semplice, molto più adatta a un pubblico di bambini, e ricca di canzoni orecchiabili. Si ride ma si ha anche modo di lasciarsi andare alla commozione.

Non si può gridare al capolavoro, ma è da vedere.

La trama

La famiglia Madrigal ha dato vita a un villaggio, chiamato Encanto, protetto dalle violenze del mondo esterno grazie a una speciale candela magica. Questa ha dotato di poteri speciali i membri della famiglia stessa: i tre figli della capostipite, l’abuela, e i suoi nipoti. Tutti hanno acquisito un talento particolare durante una cerimonia speciale tenutasi quando erano piccoli. Tutti tranne una. Mirabel non ha ricevuto alcun dono. Cresciuta in una famiglia dove tutti hanno modo di rendersi utili con i loro talenti, Mirabel si fa in quattro per sentirsi degna del nome che porta ma niente di ciò che fa la rende sufficientemente meritevole agli occhi della nonna.

Un giorno, la casa dei Mirabel, che è incantata, inizia a mostrare segni di cedimento e la candela magica minaccia di spegnersi. C’è qualcosa che turba la magia presente nel luogo. Una vecchia profezia fatta da Bruno, uno degli zii di Mirabel, vedeva la ragazza davanti la casa distrutta. Significa che la sua mancanza di poteri sarà la causa della fine della magia? Oppure, al contrario, sarà proprio lei a salvare l’intera famiglia dalla rovina?

Cosa significa avere talento…

Il tema del film è attuale e interessantissimo. Dietro alla magia e ai talenti, si nasconde lo spettro dei social e dei modelli (di bellezza, di bravura, di saggezza, ecc.) da cui siamo continuamente bombardati. Immagini di perfezione che creano in noi il desiderio di incarnare quelle caratteristiche. Questi obiettivi di livello molto alto sono responsabili di sforzi indicibili spesso accompagnati, lì dove non si riesca a raggiungere ciò che ci si aspetta, da un senso costante di ansia e di inadeguatezza. Eppure non tutti nasciamo con le stesse capacità. Ci sono alcune cose che non rientrano nelle nostre corde e non c’è nulla di male in questo.

Il talento è una cosa rara. Non si acquisisce, ci si nasce. È una predisposizione naturale. La parola stessa deriva dal greco tàlaton e indicava originariamente il piatto di una bilancia in disequilibrio poiché su uno dei due veniva posato qualcosa di più pesante, più prezioso e più importante. Come una somma di denaro. E, infatti, di lì a poco, la parola fu usata proprio per indicare la ricchezza.

Oggi chi ha talento è una persona che eccelle in qualcosa. Non è bravura acquisita con anni di studio e impegno. È una dote naturale che ti porta a raggiungere livelli di perfezione riconosciuta generalmente da chiunque. La protagonista della Regina di scacchi ne è un esempio. Quello che ad altri riesce dopo anni di allenamento, a lei viene spontaneo nella metà del tempo e a livelli qualitativamente ben superiori. È difficile identificarsi con lei perché non è una qualunque. È una persona con un dono che la rende speciale, diversa.

Qualsiasi forma artistica ha i suoi talenti. La maggior parte li studiamo a scuola o nei corsi universitari. Tutti noi cresciamo imparando queste biografie sensazionali e guardando storie di personaggi che scoprono la loro vocazione e si ritrovano a compiere imprese straordinarie grazie a essa. Siamo allevati all’ombra di queste idee di perfezione e unicità.

E chi non ha un talento naturale?

… e cosa non averlo

C’è chi non ha un dono particolarmente notevole, ma si appassiona a qualcosa tanto da metterci anima e corpo. Passa ore intere a studiare o a fare pratica, cercando di migliorarsi. I risultati che ottiene possono essere molto alti, ma non saranno mai brillanti come quelli di chi ha del talento. La società le definirebbe persone mediocri o anonime. In realtà, sono la maggior parte degli esseri umani che camminano su questa Terra. E sono loro i veri eroi e le vere eroine dell’umanità. Perché possono non distinguersi nella massa, ma ne fanno parte e la loro presenza non è né banale, né scontata. Proprio perché schiacciati da questo modello di perfezione, sono portati a fare di più. La loro forza è il percorso che compiono per raggiungere determinati risultati, la devozione che hanno verso degli obiettivi.

Il personaggio di Mirabel ci racconta tutto questo. Non nascendo con un dono particolare, cerca di fare di tutto per essere utile alla sua famiglia e per non deludere le aspettative. Il suo sorriso malinconico e la sua bontà sono un esempio di resilienza veramente invidiabile. Ed è questo il suo grande talento. Non è una dote appariscente come quella delle sue sorelle, ma la capacità di ascoltare le persone, di parlare con loro, di incoraggiarle. La sua gentilezza e capacità ematica saranno la chiave di volta per risolvere il dramma della progressiva sparizione della magia. Quest’ultima si rivela non essere tanto una forza straordinaria, quanto piuttosto il legame sincero e affettuoso tra le persone.

Il film ci dice che non occorre un vero e proprio talento per essere speciale. La cosa fondamentale è mantenere un cuore puro, capace di emozionarsi e aperto agli altri esseri umani. Non è necessario nascere con una propensione del genere. Basta coltivarla giorno dopo giorno.

Un grande classico della Disney

Come già detto, Encanto è un film Disney in tutto e per tutto. Le dinamiche della trama, la colonna sonora, l’umorismo, i temi sono tutti un marchio di fabbrica. Abbiamo la rappresentazione della famiglia, dei buoni sentimenti, di una protagonista alla scoperta del suo potenziale. Rispetto ai classici di un tempo, manca l’amore romantico, proprio come nelle ultime produzioni, da Brave a Oceania fino a Raya. Anche la scelta dell’ambientazione colombiana può riferirsi alla tendenza inclusiva contemporanea.

Un film di buoni sentimenti, l’ideale da guardare prima delle feste natalizie.

Federica Crisci

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“The Ferragnez”: è la serie di cui avevamo bisogno?”

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È uscita il 9 dicembre in esclusiva su Prime Video, The Ferragnez la docu-serie tanto attesa da tutti i fan, sparsi nel mondo, di Chiara Ferragni e Fedez.

La serie tv ha infatti per protagonista la giovane coppia più celebre del panorama internazionale contemporaneo: Chiara Ferragni, imprenditrice digitale con oltre 24 milioni di follower su Instagram, definita da Forbes come Most Powerful Fashion Influencer, e Fedez, artista e protagonista di altri programmi televisivi (X Factor, Celebrity Hunted – Caccia all’Uomo LOL – Chi ride è fuori).
La loro popolarità, iniziata nel 2016, ha probabilmente raggiunto il picco nel 2020 quando durante la pandemia si sono resi protagonisti e promotori di diverse iniziative benefiche.

Prodotta da Banijay Italia, con la regia di Francesco Imperato, The Ferragnez è una serie tv che ci restituisce il quotidiano del mondo della coppia di influencer, così distante dalle nostre vite. Il racconto si focalizza infatti su un periodo storico caratterizzato da eventi straordinari – fra la fine del 2020 e i primi mesi del 2021 – come la seconda gravidanza di Chiara, la prima partecipazione di Fedez a Sanremo e la nascita di Vittoria.

Eventi straordinari a parte, la vita della coppia da un lato è costruita su momenti che non appartengono allo spettatore medio e che seguono quindi un modello aspirazionale (chi rifiuterebbe di cenare in una location da sogno? A chi non piacerebbe indossare una collana di Bulgari?); dall’altro si fonda su dinamiche comuni che seguono quindi il modello dell’identificazione (la suocera onnipresente, l’importanza della presenza del padre al momento del parto, le diversità caratteriali che all’interno di una coppia devono in qualche modo incastrarsi).

Una coppia come tante?

Si mostrano così Chiara e Fedez come due esseri umani caratterialmente agli opposti che cercano e trovano complementarità tra le loro identità apparentemente tanto lontane. Filo conduttore di tutte le puntate è quindi il terapista di coppia che ha l’arduo compito di tradurre per i due le reciproche emozioni e i pensieri ponendosi come filtro nella loro quotidianità.

Tanti non detti, tante incomprensioni, tanta verità ma anche tanta voglia di mettersi a nudo e di normalizzare la terapia psicologica come strumento di benessere.

La serie racconta passioni, gioie, lacrime e ambizioni di Ferri e Federico che formano una coppia al contempo ordinaria e straordinaria.

Accanto a loro, oltre al piccolo Leone, primogenito della coppia, anche i genitori di entrambi, le sorelle di Chiara, Valentina e Francesca con i loro compagni e nonna Luciana che regala alcuni tra i momenti più veri ed emozionanti della serie.
Nelle puntate la vita dei protagonisti è vista e vissuta attraverso due filtri: quello di Instagram e quello della camera da presa.

I due sono consapevoli di essere ripresi e questo non li rende meno autentici, perché l’esposizione mediatica è un ingrediente fondamentale della loro vera vita. Chiara specifica allo spettatore di essere truccata al momento del parto, perché in quella stessa giornata aveva fatto uno shooting; dopo aver fatto una battuta su Marina Di Guardo Fedez dice: “questa la montano sicuramente”; nel finale sempre Federico dice che ci sono le telecamere e che si imbarazza.
Ci sono però dei momenti in cui si dimenticano di essere ripresi e regalano delle parti molto intense delle loro giornate permettendo ai fan di sbirciare e assaporare le fatiche ma anche le tante bellezze della loro vita.

Tra location da sogno (una villa con neve artificiale, pista da pattinaggio e giostra rotante), gioielli, #adv da concludere, imprese da gestire, contratti da chiudere, sponsorizzazioni ma anche sentimenti, vulnerabilità e preoccupazioni, la serie ci ricorda che Chiara e Fedez sono prima di tutto essere umani.

The Ferragnez è la serie di cui avevamo bisogno?

Nelle nostre vite siamo tutti un po’ Chiara Ferragni e Fedez: chi non ha mai recriminato al proprio partner di essere troppo attivo o troppo passivo? Dopotutto Opposites Attract cantava Paula Abdul: gli opposti si attraggono.

C’è chi li ama e chi li odia ma una cosa è certa: come coppia non risultano antipatici o altezzosi. I Ferragnez hanno una grande e non scontata dote: la simpatia. E se tutti, nel bene o nel male, ne parlano un motivo ci sarà ed è la loro forza come individui e come famiglia. The Ferragnez è la serie di cui tutti avevamo bisogno, perché è il prodotto culturale che soddisfa il bisogno di voyerismo sia dei detrattori che dei sostenitori della coppia.

Francesca Sorge e Valeria de Bari

 

Serie Tv: i migliori episodi natalizi da vedere in streaming

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Le puntate natalizie sono un grande must delle serie televisive. Il filone narrativo principale spesso si interrompe per dare spazio alla messa in scena di avvenimenti legati al Natale e all’atmosfera di festa. Per questo 2021, la redazione di CulturaMente ha deciso di stilare un elenco degli speciali di Natale da non perdere assolutamente.

New Girl

1×09: The 23rd (Disney+)

Anche quest’anno è arrivato il Natale per i nostri coinquilini preferiti e, prima di scongiurare l’ennesimo mancato imbarco di Nick per i festeggiamenti in famiglia, dovranno dare supporto a Schmidt alla Xmas Party del capo, dove il loro amico dovrà vestirsi da Sexy Santa.

Jess ha però la testa altrove e, anche se ha fatto centro regalando dei pattini al suo trio, non sa che donare al suo nuovo fidanzato. Probabilmente, la sua prima idea di un “biglietto regalo per del sesso fantastico” si rivelerà essere una scelta migliore di quella che prenderà. Nonostante questo però, Paul le confesserà inaspettatamente il suo amore! Sarà pronta Jess a impegnarsi sul serio o avrà la sensazione che si stia correndo un po’ troppo? Una cosa però è certa, qualsiasi decisione prenderà, i suoi amici e le luci di Candy Cane Lane sono imbattibili!

6×10: Christmas Eve Eve (Disney+)

Ripensando all’ansia di Jess per il periodo natalizio, dove c’è sempre qualcosa che non va per il verso giusto, alla conclusione della serata di Halloween, i ragazzi propongono di annullare il Natale! Ovviamente Jess non ne vuole sapere e, per mettere un po’ di pepe, propone un Secret Santa, facendo di tutto per assicurarsi che si svolga nella totale segretezza.

Come sempre accade però, tra strambi nomi lasciati al corriere per restare nell’anonimato, la riscoperta dei negozi fisici ed elfi a grandezza naturale, le cose prenderanno una strana piega. Tuttavia, non c’è nessuno che sappia raddrizzare la Vigilia della Vigilia di Natale come Nick, Wilson, Schmidt e Cece che, tra i tanti episodi natalizi della serie, regaleranno a Jess il miglior momento “Happy Xmas” in assoluto!

Doctor Who

Come ben sappiamo, Doctor Who è una serie eccezionale e si distingue anche negli episodi natalizi che fanno da ponte tra una stagione e la successiva. Di seguito, i nostri speciali natalizi preferiti!

3×0: The Runaway Bride (Prime Video, TimVision)

Dopo gli avvenimenti della seconda stagione, il Dottore è rimasto solo. Il vagare suo senza meta per il tempo e l’universo sul TARDIS, viene però interrotto da Donna Noble che, improvvisamente, si materializza in abito da sposa. Le nozze sono imminenti e lei si ritrova su una navicella spazio-temporale! Non c’è tempo da perdere, bisogna fare di tutto per salvare il suo matrimonio.. o per salvarla dal matrimonio?

Tra robotici Santa Claus, ragni spaziali e incredibili colpi di scena scopriremo che, anche questo Natale, la Terra era in pericolo e il Dottore ci ha salvato!

6×0: A Christmas Carol (Prime Video, TimVision)

“Ci stiamo per schiantare! Il natale è cancellato..”
A causa di una tempesta perenne, una nave spaziale da crociera con più di 4000 passeggeri a bordo si prepara all’impatto con un pianeta vicino. Amy Pond e Rory Williams, trovandosi lì in luna di miele, inviano un segnale di soccorso al Dottore, certi del fatto che non potrà mai lasciare delle persone in pericolo, specialmente a Natale!

In questa rappresentazione, ispirata al classico di Dickens, l’Undicesimo Dottore viaggerà nel tempo come fantasma del passato, del presente e del futuro, cercando di addolcire il cuore dell’avaro Karzan Sardick. Infatti, scopriremo che la tempesta è generata da una sua macchina costruita per controllare il meteo, con l’intento di non lasciar sfuggire i malcapitati passanti.
Un episodio ricco di tradizione natalizia inglese con un piccola aggiunta: squali volanti!
Ma una cosa è certa: che siate a Londra, sulla Luna o sperduti nello spazio profondo, con il Dottore il vostro Natale è al sicuro.

Le Terrificanti avventure di Sabrina

1×11: A Midwinter’s Tale (Netflix)

Chi l’ha detto che a Natale non si possano raccontare storie di fantasmi? Pensandoci bene, che cos’è “A Christmas Carol” se non un racconto di spiriti? Dopo questa sconvolgente rivelazione, una visita sotto le feste a casa Spellman è d’obbligo ma stando ben attenti a non arrivare in ritardo!

Per la giovane strega e le sue zie, i festeggiamenti sono infatti leggermente anticipati rispetto ai nostri e, più precisamente, al 21 dicembre, corrispondente al Solstizio d’Inverno e alla celebrazione pagana di Yule. Nel giorno più buio dell’anno, il velo che separa i vivi e i morti è più sottile che mai e “non è proprio il momento ideale per mettersi a fare sedute spiritiche, Sabrina!”.
Ovviamene la nostra apprendista strega preferita non potrà sottrarsi al desiderio di rivedere la madre, prendendo nuovamente in prestito il Libro dei Morti, infestando così la casa di spiriti dispettosi e richiamando il demone Bertel, intenzionato a trasformare altri bambini in statue di cera. Insomma, niente noiosi pranzi con i parenti a Greendale e.. Felice Solstizio a tutti quanti!

The O.C.

1×13: The best Chrismukkah ever (Prime Video)

Questo è il primo episodio natalizio della serie TV e infatti in questa occasione ci viene presentato per la prima volta uno degli elementi più iconici di The O.C.: il Christmukkah. Nato e cresciuto da madre cattolica e da padre ebreo, Seth Cohen è riuscito a combinare il meglio dei due mondi, unendo il Natale all’Hannukkah.

L’episodio è il perfetto mix di trame che coinvolgono adolescenti e adulti. Vediamo finalmente la resa dei conti tra Sandy e Caleb, che ha un sapore ancora più buono perché Kirsten aiuta suo marito a vincere su suo padre e capo, rischiando il licenziamento.

Intanto Summer e Anna competono per l’affetto di Seth. Il clue della loro storyline in questo episodio è quando entrambe gli consegnano il regalo di Natale ed entrambe mescolano la passione che il ragazzo ha per i fumetti alla loro indole: se Anna, ragazza dolce e più affine a Seth negli interessi, gli consegna un fumetto disegnato a mano da lei che ritrae un Seth supereroe; Summer, che invece è sexy e sicura di sé, si veste in una succinta tutina da Wonder Woman per farlo cadere ai suoi piedi.

Marissa, dal canto suo, rovina un altrimenti dolcissimo montaggio di lei e Ryan al centro commerciale (sulle note di Maybe This Christmas di Ron Sexsmith) quando viene sorpresa a rubare. Questo sarà il punto di rottura che costringerà i genitori a portarla in terapia da uno psicologo, dove incontrerà quello che diventerà poi il suo incubo, Oliver (che vediamo a fine episodio).

La parte migliore dell’episodio, tuttavia, è guardare l’arco narrativo di Ryan con la famiglia Cohen. Inizialmente Ryan non si interessa al Chrismukkah, sottolineando che i suoi ricordi delle vacanze sono incentrati su sua madre ubriaca e lui preso a sberle. È un momento quindi toccante quando, alla fine dell’episodio, Ryan appende silenziosamente la calza con il suo nome al camino per unirsi alla tradizione della famiglia Cohen.

Futurama

2×08: Babbo Nasale (Disney+)

È giunto il momento di dare una sbirciata nel periodo natalizio del futuro o, per meglio dire, al Nasale dell’anno 3000! Avete letto bene, non c’è alcun errore di battitura, insieme a Fry scopriremo che non solo nel corso dei secoli il Natale ha cambiato nome ma che, soprattutto, nella notte della vigilia un robotico Santa Claus si aggira per le strade giudicando (e giustiziando) chi si è comportato male. Se ci tenete alla vita: niente affollamenti in piazza nel futuro!

Eppure, anche se gli abeti natalizi sono stati sostituiti dalle palme nasalizie, certe cose non sono affatto cambiate: c’è sempre il desiderio di stare con i propri affetti, di scambiarsi regali e di pensare ai meno fortunati. Ovviamente, Bender non fa testo nemmeno a Nasale!

Glee

2×10: A very Glee Christmas (Disney+)

L’episodio natalizio della serie firmata Ryan Murphy vede i nostri Loser alle prese con una raccolta fondi, organizzata dal Glee Club, a favore dei bambini più poveri. Tuttavia, il racconto più interessante è quello ha Brittany per protagonista: la ragazza crede ancora a Babbo Natale, nonostante abbia passato da un bel pezzo l’età in cui si è convinti che quest’entità magica sia reale. Per di più, chiederà a Santa Claus un regalo impossibile, ovvero che Artie, costretto sulla sedia rotelle, possa camminare.
Come farà il Glee Club a salvare il Natale di Brittany?

Nel frattempo, la meravigliosa Sue si traveste letteralmente e metaforicamente da Grinch, con il solo scopo di rovinare le feste al Glee Club, mentre Rachel cerca di riconquistare l’amore di Finn.

Si tratta di un episodio che trabocca di spirito natalizio, anche grazie alle canzoni: “The most wonderful day of the year”, “We need a little Christmas”, “Merry Christmas darling”, “Baby it’s cold outside”, “You’re a mean one Mr. Grinch”, “Welcome Christmas” e l’imprescindibile “Last Christmas”.

The Office US

2×10: Christmas Party (Netflix, Prime Video)

Non è davvero Natale senza la classica festa aziendale, dove si è costretti a passare ulteriore tempo con quelle persone con cui non vogliamo, ma dobbiamo, trascorrere gran parte del nostro tempo! Immaginate cosa può accadere se aggiungiamo Michael Scott all’equazione.

Come qualsiasi giorno dell’anno, “The world’s boss ever” si metterà d’impegno per rendere la vita difficile ai suoi dipendenti della filiale Dunder Mifflin di Scranton dove, come nei precedenti anni, era stato indetto il Secret Santa: a ogni componente dell’ufficio viene assegnato un collega a cui fare un regalo. Purtroppo, Micheal si lascerà prendere dal desiderio di sorprendere il suo staff e, soprattutto, dalla sua idea malsana che il dono natalizio quantifichi il legame affettivo tra chi regala e chi riceve.

Il Secret Santa verrà rimpiazzato dall’egoistico Yankee Swap, andando totalmente contro l’essenza del Natale e facendo degenerare la situazione, creando il malcontento tra (quasi tutti) i partecipanti. Quando in ufficio poi entra prepotente l’alcool, nonostante la contrarietà del comitato, gli animi iniziano a riappacificarsi e, incredibilmente, anche la Festa Natalizia di Scranton si conclude magicamente tra sorrisi e bei ricordi.


7×11 e 7×12: Classy Christmas (Netflix, Prime Video)

Ne è passato di tempo dallo Yankee Swap e tutti, in ufficio e sul divano, abbiamo imparato a conoscere Michael e capire sempre di più il perché delle sue azioni. Ancora una volta, quella che poteva essere una tranquilla Festa di Natale tra colleghi diventa l’occasione per il direttore della filiale di Scranton di mettersi in mostra. La motivazione? Il grande ritorno di Holly, in sostituzione di Toby. Pur di far colpo sull’ex fidanzata, Michael decide di organizzare un party natalizio di classe, per dimostrare quanto sia maturo e diligente. Non si aspetta però di dover fare i conti con il nuovo rapporto sentimentale di lei, desiderosa di mettere l’anello al dito.

In questi due episodi, possiamo vedere l’animo più fragile di Michael, in cerca di qualcuno che lo ami e lo accetti per quello che è dopo tanto tempo. Purtroppo, si sa che il Natale è una di quelle festività capaci di far sentire chi è solo, ancora più solo ma, nell’affrontare i momenti più bui, ci sarà anche per il direttore di filiale più amato della TV una parola di conforto da chi ha imparato a volergli bene.

Oltre alle vicissitudini amorose di Michael e Holly, questo speciale di Natale regala anche una delle più grandi sfide tra Jim e Dwight. Infatti, i due amici/nemici si affronteranno in una battaglia a palle di neve decisamente esilarante, all’ultimo sangue e senza esclusione di colpi.

Boris

1×08: Buon Natale (Disney+)

Che Boris sia una delle migliori serie italiane e totalmente fuori dagli schemi, è cosa nota. Riesce infatti a essere imprevedibile anche nella programmazione, distribuendo l’episodio natalizio alle porte dell’estate e, più precisamente, il 28 maggio del 2007.

In questo esilarante speciale natalizio, la produzione di “Occhi del cuore 2” è alle prese con uno dei più classici problemi di fine anno del mondo lavorativo: chiudere tutto prima delle feste! Le scene da girare sono soltanto tre e non particolarmente difficili (i soliti primi piani che passano dal sospeso al basito) ma René è devastato da lancinanti dolori intestinali, trovandosi costretto a seguire tutto dai bagni della produzione.

Nonostante la sua drammatica situazione, non potrà esimersi dal coordinare il suo staff e scongiurare la possibilità di ritrovarsi nuovamente il 31 dicembre per concludere. I problemi tuttavia sono innumerevoli: dalle manie di grandezza di Alfredo, alla visita inaspettata del padre di Stanis, al mancato arrivo sul set di Tatti Barletta: l’attore scritturato per il ruolo “moderno e di spessore” dell’assistente sociale omosessuale.

How I met your mother

2×11: How Lily stole Christmas (Netflix, Disney+)

Chi ha inventato il detto che inizia per “Natale con i tuoi”, non ha mai visto HIMYM! Il nostro gruppo di protagonisti è spesso e volentieri lontano dai parenti ma, non per questo, le festività sono meno magiche e speciali. Non a caso, la serie calca molto la mano sul concetto di famiglia, allargandolo alle persone che hai a fianco, che ti vogliono bene e che il giorno di Natale, come tutto il resto dell’anno, scelgono te.

Può capitare però che ci sia qualche piccolo battibecco ed è proprio ciò che accade nell’episodio “Natale fra amici” dove, nel titolo originale, c’è una chiaro riferimento al film “How the Grinch Stole Christmas“, per noi semplicemente: “Il Grinch”. La cosa è voluta, e non solo perchè Lily porterà via tutti gli addobbi natalizi dall’appartamento di Ted e Marshall, ma anche per via dell’inside joke all’interno dell’episodio stesso dove, se visto in lingua originale, la ragazza verrà apostrofata dall’amico con una parola scurrile dal similare suono: B***C, per intenderci.

Lily e Ted dovranno trovare la strada per il dialogo cercando di non rovinare il Natale a Marshall, follemente innamorato del periodo di festa. Per contro, Robin si dovrà occupare di Barney alle prese con una leggendaria influenza, capace di farlo regredire a infante capriccioso.

7×12: Symphony of Illumination (Netflix, Disney+)

“Sinfonia di luminarie” è uno degli episodi che mostrano (meglio di altri) la vera natura di “How I met your mother” non quale sitcom, come è facile pensare che sia, ma quale dramedy. In soli venti minuti, la dodicesima puntata della settima stagione riesce brillantemente ha portare lo spettatore dalle risate alla commozione, andando a esplorare il crescente dolore di Robin in cerca di un po’ di solitudine.

I colpi di scena sono immediati: la voce narrante non è Ted ma bensì Robin, e i due figli sul divano sono i suoi! La nostra reporter canadese è intenta a narrare ai figli di come lei e papà Barney (sì, Barney) siano andati nel panico. Insomma, non proprio quello che un figlio vorrebbe sentirsi dire! Divertentissima è la loro presa di coscienza nel non essere pronti ad avere una prole e, alla notizia del falso positivo, la reazione è di liberazione. Il tutto è anche un riferimento interno alla serie, rimandando al sempre natalizio episodio 6×12, dove anche Lily & Marshall erano alle prese con un test di gravidanza.

Peccato che Robin, a differenza dei suoi due amici, subirà un colpo ben peggiore che la divorerà pian piano. Impotente di fronte al responso medico, le certezze crollano e, mentre New York si appresta a festeggiare il Natale, Robin dovrà riflettere sulla sua futura famiglia e della rassicurante possibilità che gli è stata negata. Per fortuna per lei, anche nel momento più buio e nonostante le sue esplicite richieste di essere lasciata in pace, c’è chi non smetterà di pensare al suo bene e di farla sentire speciale.
Non il classico episodio natalizio, ma credetemi quando vi dico che è uno di quelli emotivamente più forti del panorama seriale.

Dawson’s Creek

4×09: Un bacio sotto il vischio (Netflix, Prime Video)

Dawson completa la sua domanda di partecipazione all’Università del Cinema di Los Angeles. Al contrario, Jen rivela un’importante decisione: non intende assolutamente continuare gli studi. Sia Jack che la Sig.ra Grams, a turno, cercano di farle cambiare ragionevolmente idea, ma con scarsi risultati.

Il sabato sera Pacey accompagna Joey a una festa per i più promettenti futuri studenti di Worthington e colpisce il rettore con la sua brillantezza! Non è un caso che sia proprio sua una citazione memorabile della puntata:

“Volevo solo che questa gente ti vedesse attraverso i miei occhi; che per una sera vedesse questa ragazza, questa donna che ha molta più classe e intelligenza, più bellezza e grazia di qualunque altra donna cammini sulla faccia del pianeta. E magari queste parole escono dalla mia bocca perché si dà il caso che io sia follemente innamorato di te, ma la cosa più spaventosa è che io.. io ci credo davvero.”

Nel frattempo, a casa di Dawson si svolge l’annuale “festa tradizionale di Natale dei Leary” e caso vuole che il padrone di casa e Gretchen, la sorella di Pacey, si trovino contemporaneamente sotto il vischio. Come da tradizione solo una cosa può accadere: si baciano!

Friends 

6×10: Lo spettacolo di fine anno (Netflix)

È difficile scegliere il migliore episodio di Natale di Friends, ma tra i più iconici c’è di sicuro questo. L’episodio si apre con i 5 amici che decorano l’albero di Natale e Ross si stupisce che Monica si stia facendo aiutare. In effetti, dopo un bel discorso sul vero significato del Natale, ovvero quello di stare tutti insieme, Monica gira l’albero in modo che la parte decorata da lei stia davanti. Chi non conosce qualcuno così?

Janine, la bella coinquilina di Joey, realizza uno dei sogni più grandi di Ross e Monica invitandoli a unirsi a lei e Joey come ballerini alla Dick Clark’s New Year’s Rockin’ Eve, uno show televisivo che viene girato qualche settimana prima di Capodanno e poi mandato in onda in quell’occasione. Nel frattempo, Joey vuole sfruttare la situazione per baciare Janine e vedere se la sua cotta sia ricambiata. Dal canto loro, Rachel e Phoebe convincono Chandler ad aiutarle mentre cercano i regali che Monica darà loro a Natale.

Monica e Ross sono esilaranti in questo episodio, specialmente quando per attirare l’attenzione e assicurarsi l’apparizione in TV decidono di usare loro cavallo di battaglia, ovvero un ballo ideato da loro quando erano piccoli (talmente iconico che lo hanno ricreato anche i Ferragnez).

Tuttavia nessuno dei due si rende conto che il ballo, fatto di passi di danza da bambini e altre stranezze, sarà ridicolizzato anziché trasmesso in TV.

Euphoria

La serie scandalo HBO, nota per aver sconvolto l’America, torna dopo la prima straordinaria stagione con due speciali natalizi andando a riprendere le due protagoniste proprio dove le avevamo lasciate. Ancora una volta, i sentimenti e le fragilità sono al primo posto e i temi affrontati confermano, qualora ce ne fosse ancora bisogno, l’inestimabile valore della serie.

Parte Uno: Rue (Chili)

È la Vigilia di Natale e Rue (Zendaya) è al tavolo di un diner a mangiare pancake. Come ben sappiamo, la ragazza ha ricominciato a drogarsi e la continua contrapposizione con il ripulito Alì regala un’ininterrotta battaglia tra diversi punti di vista. Che siano le motivazioni dietro la ricaduta della ragazza, le scelte di Dio dietro le azioni degli uomini, le riflessioni sul lascito o sul difficoltoso rapporto con Jules, ogni singolo minuto di questo episodio è prezioso.

Non c’è niente di più di questo: due seduti a un tavolo a confrontarsi sulla vita o, per meglio dire, sul valore di questa. Nessuno di loro è un vincitore ma c’è la voglia, da entrambe le parti, di essere ricordati come chi ci ha provato disperatamente a essere la migliore versione possibile di sé.

Anche in questo primo speciale natalizio, Euphoria si conferma diretta e psichedelica, incapace di lasciare indifferenti. Visivamente perfetta, tra luci natalizie e vetrate appannate che ricordano tanto Hopper, la serie non commette errori a differenza dei suoi protagonisti che, come noi, cadono continuamente. Tutti sono in famiglia nel deserto della Vigilia, tranne la nostra spezzata Rue che, in questo straordinario episodio, vorremmo solo abbracciare forte.

Parte Due: Jules (Chili)

Jules (Hunter Schafer) è scappata a New York nel finale di stagione e, dopo essere stata riportata a casa dal padre, viene messa in castigo per tutta la durata delle vacanze invernali. Alla ragazza viene consentito di uscire soltanto per recarsi alle sedute di psicoterapia.

È il suo racconto sul difficoltoso rapporto con gli altri, a permettere a Jules di aprirsi, affermando di voler interrompere l’assunzione dei “blockers”: gli ormoni per fermare il suo sviluppo maschile. La ragazza confessa di essere stufa di avere il giudizio di chiunque su di sé ed esprime il bisogno di scappare, di fare qualcosa in risposta agli avvenimenti degli ultimi mesi (la prima stagione).

Rue si è rivelata come l’unica persona in grado di vederla per ciò che è davvero, senza giudizi o preconcetti ed è questo che, probabilmente, più di ogni altra cosa spaventa la protagonista dell’episodio. Nonostante questo però, accusa la sua amata di essere un’anima tormentata e totalmente dipendente dalla loro relazione, cosa che Jules non riesce più a gestire, rifugiandosi in fantasiose relazioni tossiche.

In breve tempo, la seduta continua a toccare tematiche importanti: dal cambio di genere, all’autolesionismo, all’abuso di droghe e alle conseguenze psicologiche sul bambino di una genitore assente. Tuttavia, nelle battute finali c’è un momento condiviso delle nostre protagoniste che, con poche parole e gesti, riescono perfettamente a mostrare la complessità dei rapporti umani.
Tutto sta in uno sguardo, in una carezza. Tutto sta in un “mi sei mancata tanto..”.

Buffy The Vampire Slayer

3×10: Espiazione (Disney+)

Chi l’ha detto che a Sunnydale non nevica mai? Nell’unico episodio natalizio della serie di Joss Whedon con protagonista Sarah Michelle Gellar, accade anche questo e, soprattutto, i vampiri dovranno farsi da parte in favore dei fantasmi del passato.

Nel tentativo di aiutare Angel, preso d’assalto da incubi e apparizioni delle sue innumerevoli vittime, la nostra cacciatrice preferita si proporrà per entrare nei suoi sogni, scoprendo cose terribili sulla vera missione del vampiro. Scoprendo chi si nasconde dietro tutto ciò, verrà rivelato il nome di uno dei futuri villain della serie e, guardando gli ultimi commoventi momenti della puntata, resta il solo rammarico che lo speciale natalizio sia rimasto un unicum.

Ted Lasso

2×03: Carol of the Bells (Apple Tv+)

Era il 13 agosto quando, mentre organizzavamo le nostre giornate in spiaggia, Ted Lasso ci sorprese ancora una volta rilasciando il suo episodio natalizio. Uno speciale per le festività di dicembre pieno di citazionismo e ricolmo di spirito natalizio che scalda il cuore, come del resto, ogni singolo episodio di questa serie originale Apple TV+.

Dopo essersi scambiati i regali con la tanto in voga formula Secret Santa, lo spogliatoio del Richmond si prepara a festeggiare il 25 dicembre. Se il programma dell’ex capitano Roy Kent e Keeley, per il loro primo Sexy Christmas, verrà stravolto dalla piccola Phoebe, sconvolta dalla cattiveria di un compagno di classe, in casa Higgins il Natale si rivelerà più affollato del previsto.

Il merito è ovviamente del mitico Ted Lasso, capace di aver reso un gruppo di compagni di squadra una vera e propria famiglia. A differenza del suo team, il coach americano si prepara al suo primo “Natale bidimensionale“, osservando il figlio aprire i suoi regali dallo schermo di un pc. A sua insaputa, Rebecca irromperà nella sua giornata di festeggiamenti finita troppo presto, chiedendogli di aiutarla in una missione top secret per conto di Babbo Natale, prima di andare al party di Elton John.

Il quarto episodio della seconda stagione di Ted Lasso è dunque un susseguirsi di porte d’ingresso che si aprono: per accogliere chi è venuto a passare insieme una giornata, a consegnare un regalo o a cercare un dentista. Dopotutto, l’atmosfera natalizia smuove dentro di noi la voglia di condividere momenti, di essere più buoni e gentili. In una parola: migliori, come Ted Lasso.

A cura di Michele Finardi con la partecipazione di Valeria de Bari e Veronica Bartucca.

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

Promuovere il brand aziendale con gli articoli di cancelleria personalizzati: dalle matite agli evidenziatori

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L’obiettivo principale di un’azienda è quello di promuovere il proprio brand su larga scala. Oggi qualora una società volesse imporsi nell’imprenditoria, dovrebbe superare diversi ostacoli al fine di fronteggiare la concorrenza, presente oramai in tutti i settori commerciali; infatti, una volta ideato il logo giusto, il passo successivo è quello di trovare un adeguato mezzo di comunicazione di massa affinché i propri prodotti possano essere pubblicizzati.

I gadget promozionali, da questo punto di vista, rappresentano senza dubbio un’ottima risorsa per la propria strategia di marketing, naturalmente orientandosi versooggetti realmente utili, che risultino di facile impiego nella vita di tutti i giorni.

Per tale ragione, gli articoli di cancelleria risultano ancora oggi un vero e proprio evergreen nell’ambito della personalizzazione. Il loro successo è legato anche al fatto che risultanofacili di distribuire in qualsiasi situazione, grazie alle loro dimensioni contenute, e richiedono alle aziende un investimento piuttosto contenuto, vista l’economicità che li contraddistingue.

I vantaggi degli articoli di cancelleria personalizzati

Tra gli articoli di cancelleria più richiesti come gadget promozionali dalle aziende ci sono le matitepersonalizzate, che garantiscono una promozione del brand discreta e al tempo stesso molto efficace.

Al giorno d’oggi, è possibile scegliere tra un’ampia gamma di proposte, grazie alle realtà specializzate nei servizi di stampa online: per esempio, si può optare per modelli classici con gomminocosì come per veri e propri set, abbinando alla matita altri accessori utili quali il righello o il temperamatite. Naturalmente, è possibile puntare anche sull’originalità e la sostenibilità, orientando la scelta verso matite con semi di piantine da far crescere una volta consumato il gadget.

Anche le penne personalizzate sono molto apprezzate dalle aziende e, anche in questo caso, è possibile scegliere di optare per modelli ecologici realizzati in materiali meno impattanti sull’ambiente, per trasmettere l’immagine di una realtà attenta alla sostenibilità e, in questo modo, accrescere il proprio consenso tra i potenziali clienti.

Infine, tra gli articoli di cancelleria più gettonati per promuovere il brand è possibile annoverare anche gli evidenziatori personalizzati, con la possibilità di scegliere tra soluzioni classiche oppure modelli multicolor dalle forme accattivanti,nonché proposte più originali, come per esempiole matite e le penne evidenziatori.

Naturalmente, al fine di pubblicizzare al meglio il proprio brand il consiglio è quello di rivolgersi a realtà di riferimento del settore, in grado di offrire un’ampia gamma di soluzioni da personalizzare e un servizio in grado di supportare il cliente in ogni fase delle operazioni.Ne costituisce un esempio Fullgadgets, tipografia online specializzata nella vendita di articoli e accessori personalizzati volti ad assicurare maggiore visibilità ad un marchio.

Grazie a macchine di stampa innovative (tampografica, di ricamo industriale, sublimatica) e a collaboratori esperti ed appassionati, Fullgadgets mette a disposizione articoli pubblicitari di qualità a prezzi vantaggiosi.

Perché servirsi di professionisti per personalizzare i propri prodotti?

È importante scegliere con cura il professionista che sia in grado di fornire all’azienda, in tempi rapidi, un buon prodotto personalizzato.

I portali delle migliori realtà del settore indicano accuratamente le categorie dei loro prodotti, assicurando al consumatore di essere consapevole dei propri acquisti grazie ad un preventivo in cui sono specificate le dimensioni, i colori e i prezzi dei beni.

Inoltre, specificano i tempi di produzione e di consegna e definiscono le modalità di pagamento, che avvengono in totale sicurezza informatica.

Permettono, oltretutto, alle imprese di esprimere a pieno la propria creatività nel personalizzare i beni acquistati e di svolgere un ruolo attivo nell’elaborazione grafica: con Fullgadgets, per esempio, è possibile richiedere gratuitamente 3 modifiche di bozza.

Un ulteriore aspetto da considerare, quando si fa riferimento ai servizi di stampa online, è l’economicità: infatti, tali realtà, essendo per molti prodotti importatrici dirette, garantiscono un prezzo più basso e, stampando interamente la maggior parte dei beni, abbattono i costi di personalizzazione.

Come produrre grappa artigianale

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La grappa viene ricava da una materia prima solida e cioè la vinaccia. Ovvero le bucce dell’uva dopo che sono state spremute per fare il vino. Le vinacce utilizzate per la preparazione della grappa possono essere suddivise in due categorie,fermentate e non fermentate.

Le vinacce fermentate contengono una percentuale maggiore di alcol perché hanno fermentato con il mosto del vino. Le seconde sono quasi sempre bianche e non fermentano con il vino quindi starà al distillatore attivare il processo di fermentazione nel modo più opportuno, prima della distillazione.

La fermentazione è un processo molto importante perché è grazie a questo che una sostanza organica come lo zucchero viene trasformata in alcool dai lieviti. Quando si vuole creare un distillato come per esempio la grappa, il cognac o il whisky c’è sempre bisogno di una sostanza che contenga già dell’alcol, ovvero un fermentato.

La scelta della vinaccia per la grappa

La qualità delle vinacce è un fattore fondamentale per ottenere un prodotto di qualità. Inoltre bisogna anche controllare la freschezza e il buono stato di conservazione, infatti ogni deterioramento potrebbe riflettersi sul prodotto finale. Se vuoi assaggiare un prodotto di qualità puoi provare la grappa di saporideisassi.it.

Prima di procedere alla distillazione delle vinacce, è necessario che queste diventino tutte fermentate, cioè che contengano alcol. Infatti è possibile passare alla distillazione diretta solo quando si hanno vinacce fermentate e questo dipende dal tipo di vinificazione adottata.

Le vinacce ottenute dalla produzione di un vino bianco, non vengono lasciate a macerare nel mosto durante la fermentazione del vino, per questo vengono anche chiamate vinacce vergini. Sono ricche di zuccheri ma prive di alcool ed è per questo che devono fermentare prima della distillazione.

Le vinacce provenienti da vini rosati hanno subito un leggero processo di fermentazione infatti si chiamano semi fermentate e contengono una piccola parte di alcool. Le uniche vinacce pronte alla distillazione sono quelle che si ottengono dal vino rosso perché vengono lasciate fermentare all’interno del vino stesso.

La riduzione del grado alcolico e l’invecchiamento

Dopo il processo di distillazione delle vinacce il distillato esce dall’alambicco con un’alta gradazione alcolica, di fatto non è pronto per essere consumato. Infatti, subito dopo la distillazione bisogna passare per il processo di riduzione del grado alcolico.

Questo passaggio avviene tramite l’aggiunta al distillato dell’acqua distillata o demineralizzata, fino a raggiungere il grado alcolico desiderato. Ovviamente la scelta del grado alcolico dipende dal produttore e anche dalla tipologia di grappa, in questo caso l’alcol dovrà essere in equilibrio con tutte le componenti volatili e non dovrà né bruciare, né coprire l’aroma.

Il produttore potrà decidere anche in base alle caratteristiche del suo distillato se far invecchiare il composto in un contenitore di legno anche se alcuni distillati non vengono invecchiati. Il cognac, l’armagnac e il brandy per esempio sono alcuni distillati che vengono fatti invecchiare in botti di rovere o legno pregiato, mentre alcuni tipi di whisky vengono fatti invecchiare in botti dove sono stati affinati gli sherry.

Infine c’è il processo di filtrazione della grappa, che viene fatto per far tornare limpido il distillato che è stato opacizzato dalle sostanze oleose non solubili. Per facilitare la filtrazione della grappa, il distillato viene fatto refrigerare portandolo ad una temperatura di -4 e i -15°C. Successivamente si può procedere all’imbottigliamento.

I migliori libri del 2021 consigliati da CulturaMente

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Il 2021 è stato un anno particolare. È stato atteso come il momento della rinascita e si è fatto carico di tante speranze. Una su tutti: il ritorno alla normalità. Forse è stato chiedere troppo ai nuovi 365 giorni. Di passi avanti ce ne sono stati e sicuramente abbiamo recuperato parte di ciò che avevamo perso nel 2020. Ma battute d’arresto non sono certo mancate tra zone di colore diverso o la comparsa di nuove varianti.

Tra aperture e chiusure, una costante fonte di sollievo è stata la lettura. Anche se film e serie tv risultano sempre più veloci da consumare, i libri restano una compagnia irrinunciabile nonostante gli impegni, lo stress e la stanchezza che porta a consumare poche pagine alla volta. Fantasia, riflessione, emozione: le pagine di un romanzo o di un testo poetico stimolano tutto questo. Inoltre, se una lettura viene condivisa, si possono creare ottime occasioni di socialità. È quello che è successo con le dirette del nostro bookclub, i Postumi Letterari, dove abbiamo condiviso commenti e impressioni sul libro del mese con molti dei nostri lettori e lettrici.

In ultimo, i libri costituiscono da sempre (e per sempre) un’idea regalo che ben si adatta a personalità anche molto diverse tra di loro.

Si avvicina la fine dell’anno: è tempo di bilanci e di Natale. Noi Spacciatori di Cultura, dopo la lista dei migliori libri dell’estate 2021, ti regaliamo la lista completa dei migliori libri del 2021. Scegli tu se usarla come consigli per il futuro o per i regali da fare.

Romanzi

Sortilegi di Bianca Pitzorno

Sortilegi è il nuovo romanzo di Bianca Pitzorno e pubblicato da Bompiani; al centro delle vicende ci sono personaggi che, ambientati nel Seicento Italiano, sono unici nel loro genere, rifiutano di adeguarsi alle norme sociali dell’epoca. Il tratto, però, più interessante di tutti questi fatti è che ad essere al centro dell’attenzione non sono supereroi, capi di stato o studiosi la cui genialità non è ancora compresa del tutto, ma persone comuni, tormentate dalla Sorte.

Un cazzo ebreo di Katharina Volckmer

Un monologo interiore tra i più complessi e belli che siano stati pubblicati in epoca recente. Il titolo si fa notare e potrebbe tranquillamente sembrare una buona trovata di marketing, ma in realtà porta in sé il dramma di una nazione che da anni tenta di espiare una colpa probabilmente non perdonabile. Un cazzo ebreo è la storia di una donna tedesca emigrata a Londra che racconta a uno psicologo le difficoltà legate al suo sesso, alla sua origine e a un senso perenne di insoddisfazione.

Later di Stephen King

Per chi ama il grande maestro americano o il genere horror, Later è un titolo da non perdere nel 2021. Un bambino che può vedere e parlare con i morti, una madre in difficoltà economiche, un defunto con la faccia spappolata che rifiuta di andare oltre: gli elementi per creare una storia da brividi ci sono tutti. Può non essere il libro più originale scritto da King, ma è un romanzo accattivante che vi farà venire voglia di continuare a leggere fino alle ultime pagine.

Manga

La Divina Commedia di Go Nagai

Il 2021 è stato l’anno di Dante Alighieri. Chi ha voglia di rileggere le pagine della Commedia in veste inedita, può prendere in mano il manga La Divina Commedia di Go Nagai. I disegni sono straordinari. La potenza delle immagini fa da contorcano ai versi danteschi, dando loro nuova vita anche grazie all’ispirazione offerta dall’arte di Gustave Doré. Una lettura veloce e imperdibile per gli amanti del Sommo Poeta.

Poesie

Città metafisiche di Ilaria Palomba

Il libro Città metafisiche per Ensemble edizioni, dal titolo in assonanza totale con la sua spiritualità postmoderna, è la prova inconfutabile che nella scrittura di Palomba la cifra poetica compare come una condizione necessaria perché è l’espressione dell’ontologia esistenzialista della scrittrice. Per chi ama la poesia, questa raccolta è imperdibile.

Fumetti

Vita da Pomodoro

Calzante il titolo, perché nelle storie si sente forte il legame con l’Italia, con la famiglia, con la casa e le tradizioni. Si sente forte la difficoltà di diventare grandi, di accettarsi, di lasciare andare paure e pregiudizi: anche quando si tratta di depilarsi o meno! Insomma, Vita da Pomodoro è il libro di fumetti che stavate aspettando se avete bisogno di una lettura leggera che vi faccia anche riflettere sulle piccole grandi sfide quotidiane che troppo spesso affrontiamo da soli per paura di essere giudicati, di non essere all’altezza, di essere sbagliati.

PaperDante

PaperDante è un omaggio al poeta fiorentino, narrante un suo periodo a noi poco noto in realtà, quindi su cui è facile poter fantasticare: la giovinezza, anzi la fanciullezza. Ci viene narrato come è nata l’ispirazione della Commedia, di alcuni personaggi e, seppur in maniera romanzata, l’incontro con una piccola Beatrice. Non viene inserito nessun elemento parodistico: è una storia immaginata, quasi “da grandi”. 

Libri per bambini 

In questa classifica non possono mancare due silent book editi da Minibombo e dedicati ai lettori più piccoli. 

Cosa è un silent book? È un libro senza parole, in cui la narrazione è affidata esclusivamente alle immagini. I silent book sono albi illustrati in cui il racconto procede grazie alle illustrazioni. Grazie a questa caratteristica i silent book sono davvero per tuttiin quanto superano le barriere linguistiche e “parlano” a tutti.

Sono strumenti utili per favorire l’apprendimento del significato delle immagini, stimolare la creatività, sviluppare l’immaginazione del lettore. 

I due silent book in questione sono Il libro bianco e Nascondino

Per chi vuole andare su qualcosa di più tradizionale, c’è il libro illustrato Mister Black. Un libro per bambini come inno alla libertà di espressione, una storia che promuove il coraggio di essere se stessi, di mostrare le proprie inclinazioni e di andare oltre ogni stereotipo e modello culturale che la società impone. Un libro che racconta del cambiamento come modo di intendere la diversità, come ricchezza e peculiarità dell’altro, come risorsa. 

Libri per ragazzi

Una lettura adatta a ragazzi e ragazze leggera, ma istruttiva, è Una ragazza perfetta di Candace Bushnell e Katie Cotugno. La storia è ambientata in un liceo e l’argomento principe è il femminismo come risposta agli stereotipi di genere diffusi soprattutto tra i giovani. La trama può non essere originalissima, lo sviluppo un po’ didascalico, ma è una lettura veloce che cattura chi legge e può fornire ottimi spunti di riflessioni soprattutto per chi non è molto consapevole di questi argomenti.

Raccolte di interviste

Segnaliamo due libri che raccontano due grandi autori: Like a Rolling Stone e E ricomincia il canto. Il primo è dedicato a Bob Dylan, un artista riconosciuto a livello globale, un cantautore che nel 2008 è stato insignito del premio Pulitzer alla carriera e che, qualche anno più tardi ha ricevuto il Nobel per la letteratura “per aver creato una nuova espressione poetica nell’ambito della grande tradizione della musica americana”.

Like a Rolling Stone

E ricomincia il canto

Il secondo è composto da interviste rilasciate da Lucio Dalla a giornalisti come Bocca, Mollica, Dandini e Piperno e offre il ritratto sia dell’artista poliedrico sia dell’uomo dietro il cantante, con gli eventi che lo hanno colpito nel profondo della sua intimità.

Libri sotto l’albero di oggi e di ieri

Come vedi, abbiamo consigliato libri per tutti gusti. E se questi non ti bastassero, puoi sempre dare un’occhiata alla lista di qualche anno fa. D’altra parte, i libri mica scadono!

Per un 2022 ancora più ricco di letture, condividi con noi la lettura mensile dei Postumi Letterari. Potresti partecipare a una delle nostre dirette, ti basta contattarci per e-mail o sulla nostra pagina Facebook dopo aver letto il libro del mese.

Articolo scritto da: Federica Crisci, Valeria de Bari, Alessia Pizzi, Antonella Rizzo e Francesca Sorge.

I migliori film del 2021

Hai tempo per recuperare? Leggi anche la lista dei migliori film 2021 secondo CulturaMente

The Family Man: una commovente fiaba di Natale

Titolo originale: The Family Man
Regia: Brett Ratner
Soggetto e sceneggiatura: David Diamond, David Weissman
Cast principale: Nicolas Cage, Tea Leoni, Don Cheadle, Josef Sommer, Jeremy Piven, Saul Rubinek, Mary Beth Hurt
Nazione: USA
Anno: 2000

“So che possiamo continuare con le nostre vite, ce la caveremmo benissimo, ma io ho visto quelle che potremmo essere insieme e scelgo “Noi”

Non c’è cosa più bella di guardare un bel film natalizio durante le feste di Natale, ecco perché oggi vogliamo consigliarvene uno molto bello ed emozionante: The Family Man. Dal 2000, questo film continua a far commuovere, soprattutto se visto durante le festività natalizie.

La storia raccontata in The Family Man, diretto da Brett Ratner con Nicolas Cage nel ruolo da protagonista, è surreale, fantastica ed è anche un racconto di Natale inusuale, che richiama la storia del classico La Vita è Meravigliosa.

Anche se il paragone forse è ingiusto, visto che forse nulla può eguagliare l’emotività e la poeticità del classico del 1946, The Family Man raccoglie comunque dei messaggi molto importanti e regala la speranza, quella che ogni Natale ognuno di noi vuole sentire.

La trama di The Family Man

Jack Campbell (Nicholas Cage) è un uomo d’affari egocentrico ed estremamente ricco che vive una vita che pensa sia fantastica. 13 anni prima, aveva lasciato la sua ragazza Kate (Téa Leoni) per trovare un lavoro in Inghilterra, che lo avrebbe portato alla sua ricca carriera. Alla vigilia di Natale, Jack si ritrova a fare una buona azione e, per caso, un angelo ha visto tutto, anzi addirittura ha fatto parte dell’evento.

La notte della vigilia di Natale Jack incontra quest’uomo, che dice cose strane su di lui: in realtà è l’angelo (interpretato da Don Cheadle), che il giorno dopo, il 25 dicembre, lo manderà in un mondo parallelo.

In questa vita parallela, Jack vive sposato con Kate, scoprendo cosa sarebbe potuto succedere se non l’avesse mai lasciata. A differenza de La Vita è Meravigliosa di Frank Capra, nel film Jack capirà l’importanza della famiglia, dell’amore e di tutto ciò che può rendere la vita bella e appagante, anche senza un lavoro supermilionario.

Una fiaba romantica di Natale

The Family Man è proprio quello che si definisce un family – movie natalizio, piacevole, scorrevole, con una storia leggera ma allo stesso tempo piena di significati. Soprattutto, la morale è quella tipica del Natale: l’amore e la famiglia sono la cosa più importante che ci sia.

Il film, infatti, mette in mostra tutti i valori della famiglia tradizionale, come la ricchezza più grande che un uomo può raggiungere. Jack per Natale impara qual è il vero valore delle cose, cos’è l’amore vero e cosa si prova a non essere soli.

Quello che insegna The Family Man è riflettere sulle scelte della vita e su come una sola decisione può influenzare tutto, il nostro presente ma soprattutto il nostro futuro. Quello che impariamo dalla storia di Jack è che c’è sempre tempo per rimediare alle proprie scelte, magari non si può tornare proprio indietro nel tempo ma, sicuramente, si può trovare una soluzione per migliorare la propria vita.

3 motivi per vedere il film

  • il messaggio natalizio
  • la colonna sonora
  • vedere una bella fiaba a volte fa bene al cuore

Quando vedere il film

Durante le feste natalizie, con una cioccolata calda e tutta la famiglia con te.

Ilaria Scognamiglio

Ecco l’ultimo cineforum!

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

“Nascondino”: il giocoso silent book di Silvia Borando

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Chi non conosce “Nascondino”? Si tratta di un gioco coinvolgente in cui ciascun giocatore, a turno, cerca gli altri partecipanti che si sono nascosti. In Nascondino, libro edito da minibombo, l’autrice Silvia Borando, ispirandosi al famoso gioco per ragazzi, si diverte proprio a nascondere alcuni animali all’interno delle illustrazioni. Il compito dei lettori/giocatori è proprio quello di cercare e individuare il cucciolo all’interno di uno scenario uniforme. È come trovare un ago in un pagliaio.

Il concept di Nascondino è infatti il seguente:

C’è chi sta tra i pomodori

e chi vola in mezzo ai fiori,

chi si riposa tra i sassolini

e chi si è infilato in mezzo ai calzini!

Quali animali si sono nascosti in strani e improbabili posti?

Il compito del piccolo lettore è cercare, cercare, cercare con estrema minuzia e pazienza finché non avrà trovato l’animale occultato. Ci sono, tra gli altri, un pulcino nascosto tra le palle da tennis; un pesciolino goloso che sguazza in un mare di caramelle; un serpente che crede di essere un calzino; una coccinella che rischia di essere lanciata come se fosse un dado; un gatto tondo che si mimetizza con dei gomitoli di lana. Questi sono soli alcuni esempi delle illustrazioni che compongono questo divertente silent book che stimola l’interazione e la percezione visiva.

Nascondino è un libro che tutti i lettori, adulti e bambini, che amano mettersi alla prova adoreranno.

Valeria de Bari

I Migliori film del 2021 secondo CulturaMente

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Il 2021 è stato un anno complicato per il cinema e per la cultura in generale. Il mondo del cinema si è dovuto, doverosamente, adeguare alle linee guida previste per contenere la pandemia.

Sono stati molti i film che nel 2021 sono usciti direttamente sulle piattaforme in streaming, senza passare per la distribuzione nelle sale cinematografiche, e i principali eventi dedicati alla presentazione e premiazione delle pellicole si sono svolti in modalità inedite (i Golden Globe da remoto, gli Oscar con una cerimonia tra intimi).

Tuttavia da qualche tempo si respira aria di normalità. È recente il decreto che, approvato all’unanimità dal Consiglio dei Ministri, dispone la capienza massima nei luoghi deputati alla cultura. Come ha dichiarato il ministro Franceschini:

Dall’11 ottobre la cultura ricomincia a vivere

E noi della redazione di CulturaMente non possiamo che esserne entusiasti. Nel frattempo però è giunta l’ora di tirare le somme dell’anno appena trascorso. Dopo la classifica dei migliori film da vedere nel 2020, ecco i nostri preferiti del 2021.

Film Nominati agli Oscar 2021

Tra i nominati agli Oscar del 2021 secondo la redazione gli imperdibili sono: Un altro giro, The Father, Nomadland, Time, Soul.

Un altro giro

La pellicola diretta dal danese Thomas Vinterberg ha vinto la statuetta al miglior film in lingua straniera. I protagonisti sono quattro amici che vogliono dimostrare che la teoria dello psichiatra norvegese Finn Skårderud, secondo cui il corpo umano nascerebbe con un deficit alcolico pari allo 0,05% sia vera. Di conseguenza decidono di bere quotidianamente piccole quantità di alcol per colmare questo deficit e per migliorare la qualità della loro vita.

Il regista affronta in modo provocatorio il tema dell’assunzione di alcolici e parla allo spettatore della libertà di scelta, della possibilità di seguire il proprio istinto anche se si rischia di andare contro le convenzioni socialmente accettate.

The Father

Agli Oscar 2021 The Father ha vinto due premi: migliore sceneggiatura non originale a Zeller e miglior attore protagonista a Anthony Hopkins. Il film racconta la storia emotivamente dirompente di un padre malato che, a causa della perdita di memoria, non è più autosufficiente e di sua figlia, un’eroina che affronta stoicamente una situazione a dir poco complicata.

Nomadland

Nomadland è la pellicola che ha conquistato più statuette agli Oscar 2021: quella più ambita per il miglior film, ma anche quelle per la migliore regia e la migliore attrice protagonista. Il film ci mostra la vita di Fern, una donna che, avendo perso tutto, si mette sulla strada, col suo furgone, senza una meta precisa. La protagonista è una nomade dei nostri tempi, una “senzacasa”. Nomadland è un film che ha diviso critica e spettatori e che ha fatto molto parlare di sé: anche solo per questo motivo è, a mio avviso, imperdibile.

Time

Il documentario racconta la vita di Fox Rich e della sua famiglia composta da sei figli, fondendo materiale d’archivio e filmati privati. Questa famiglia deve convivere con la tragica assenza del padre Rob Richardson condannato a 60 anni di prigione da scontare al Louisiana State Penitentiary, uno degli istituti più violenti d’America. Questo documentario è il racconto di una donna che lotta contro un sistema carcerario imperfetto. È un film che merita di essere visto non solo per il trasporto emotivo ma anche per scoprire uno spaccato di realtà a cui viene data poca visibilità.

Soul

Come intuibile già dal trailer, Disney Pixar ha creato un vero capolavoro dell’animazione, che spezza la monotonia dei live action e dei remake. Ha superato anche Inside Out. Benché il film possa assomigliargli per alcuni aspetti grafici, rimane molto originale, specie nei soggetti. A tal proposito, grafici e disegnatori hanno messo anima e corpo nella sua creazione. Soul è il cartone animato perfetto da vedere da soli, in compagnia, in famiglia, perché no, anche sotto l’albero di Natale. Si sogna ad occhi aperti, una favola per grandi e piccini.

Film Campioni di Incassi

Tra i campioni di incassi la redazione segnala: Dune e No Time to die.

Dune

L’adattamento cinematografico della prima parte del capolavoro letterario di Frank Herbert, diretto da Denis Villeneuve, è una delle opere più ambiziose e visivamente stupefacenti a cui abbiamo assistito nel 2021. L’inospitale pianeta di Arrakis, divenuto terreno di scontro tra le casate Atreides e Harkonnen, porta allo spettatore a riflettere sulle similitudini con la nostra azzurra Terra, messa sotto scacco dalla sete di ricchezza di pochi. Un film monumentale che ha convinto critica e pubblico, dando il via alla produzione di “Dune: Parte 2”, atteso per il 20 ottobre 2023.

No Time to Die

Omaggiando lo straordinario agente 007 interpretato da Daniel Craig e tutta la mitologia del suo personaggio, la sesta era bondiana si conclude con il film più intimo ed emozionante del franchise, capace di portare lo spettatore a contatto con l’uomo James Bond. L’agente al servizio di Sua Maestà si è ritirato ma una nuova minaccia lo porterà a dover affrontare i drammi del suo passato ed a riflettere sul suo lascito. L’eredità è infatti il tema principale di No Time To Die: un film coraggioso che ci porta a dire addio al Bond più longevo di sempre esaltandone la leggenda ed il mito.

Film Italiani

Tra le pellicole italiane degne di nota ci sono senza dubbi Freaks out, La scuola cattolica, Qui rido io ed È stata la mano di Dio.

Freaks out

Se avete amato Lo chiamavano Jeeg Robot, non potete non vedere e non apprezzare Freaks out, l’ultimo film di Gabriele Mainetti, da un soggetto diNicola Guaglianone. Presentato all’ultima Mostra Internazionale di arte cinematografica di Venezia, è uscito dopo un lungo periodo di riprese. È un film molto ambizioso, perché di respiro internazionale. Ambientato nella Roma del 1943, da poco occupata dai nazisti, racconta di un gruppo di circensi, dalle caratteristiche fisiche “mostruose” e da poteri soprannaturali che, insieme alle circostanze drammatiche dell’epoca, li trasformeranno in eroi salvifici.

Insieme a Claudio Santamaria (da Jeeg Robot all’Uomo lupo), troviamo un cast di ottimi attori già affermati come Pietro Castellitto, Giancarlo Martini e Giorgio Tirabassi, ma anche la bravissima esordiente Aurora Giovinazzo.

Pieno di effetti speciali, potremmo definire Freaks out un film di supereroi all’italiana. Meno sorprendente di Lo chiamavano Jeeg Robot, che ha spiazzato critica e pubblico perché nessuno se lo aspettava, Freaks out è comunque divertente e coinvolgente. Maienetti si conferma un regista capace di innovare il cinema italiano attingendo e facendosi ispirare dalla sua tradizione, ma lasciandosi influenzare anche da quello americano. Cercando dei richiami in questo film, infatti, viene in mente Tim Burton, ma anche il nostro Sergio Leone. E lo stesso regista annovera tra i propri ispiratori sia Steven Spielberg sia Mario Monicelli.

Qui rido io 

Una splendida pellicola: la fotografia di Renato Berta, che già con Il giovane favoloso aveva conquistato tutti, sempre sotto la regia di Martone, dona ad una Napoli da Belle Epoque un’atmosfera teatrale, degna del Maestro Scarpetta, che Toni Servillo interpreta in maniera sublime. La storia di una figura nota ma non tanto, geniale e superbo, di famiglia e di scandali, di invidie e successi: un film che abbraccia Cinema e Teatro. Molto bello e da vedere. Attesissimo I fratelli De Filippo di Rubini, che uscirà nel 2022.


La scuola cattolica

Il film che tutti dovrebbero guardare per riflettere sull’educazione maschile di ieri e di oggi nella speranza che la violenza non si ripeta. Tratto dall’omonimo romanzo di Edoardo Albinati racconta la storia che risale al 1975 e che ha portato con sé l’oscuro, triste e raccapricciante massacro del Circeo.

Una grande analisi sociale e antropologica dei giovani degli anni ’70 il cui universo maschile è descritto, indagato e percorso con una lucidità spaventosa. La prima parte del film è centrata sulla famiglia e sulla educazione e solo nella seconda parte il regista conduce i fatti alla cronaca, alla strage del Circeo. Un film che restituisce uno spaccato di realtà purtroppo non ancora del tutto appartenente al passato.

È stata la mano di Dio

Vincitore del Leone d’argento a Venezia 78, l’ultimo lungometraggio di Paolo Sorrentino è un ritorno nella sua Napoli a 20 anni dall’esordio. Tra realtà e finzione, tra commedia e tragedia, il regista esorcizza il suo passato creando un sincero legame con il pubblico attraverso un dolore capace di unirci tutti. Straordinarie sono le interpretazioni attoriali dove spicca di Filippo Scotti, vincitore del Premio Marcello Mastroianni come miglior attore emergente, nel difficile compito di interpretare l’alter ego di uno dei più grandi autori contemporanei del nostro cinema, di con “È stata la mano di Dio” ne diviene il capolavoro.

Film Horror

Tra gli horror spiccano A quiet place 2 e Ultima notte a Soho.

Ultima notte a Soho

Attenzione a quel che desideri“, sembra dirci Edgar Wright nel suo ultimo lungometraggio, dove una giovane stilista rivive le sfarzose notti del quartiere londinese, attraverso gli occhi di un’aspirante cantante. Tra realtà e false apparenze, “Ultima notte a Soho” dimostra come anche l’innocuo sognare di un’epoca lontana può trasformarsi nel peggior incubo. Nonostante abbia diviso sia il pubblico che la critica specializzata, divenendo il film più divisivo del regista britannico è, per noi, fortemente consigliato.

A Quiet Place 2

Poche sono i sequel che meritano attenzione, specialmente quando si parla di genere Horror. Nel caso di A Quiet Place 2 sicuramente si può parlare di un’eccezione alla regola. Il numero due è un film di suspense come lo era stato anche il primo e ci immerge in un mondo sempre più distopico e crudele dove una mamma deve proteggere a tutti i costi i propri figli dal pericolo generato dal “rumore”. 

Film presenti a Cannes

Tra i film presentati a Cannes ce ne sono due degni di nota. Si tratta di Titane e The French Dispatch.

Titane

Il film più disturbante, originale e disturbante del 2021. Una Palma d’oro meritatissima quella vinta da “Titane” all’ultimo Festival di Cannes. La regista e sceneggiatrice Julia Ducournau ci regala un’opera di difficile catalogazione, un mix di generi cinematografici con un personaggio femminile, Alexia, tanto incomprensibile all’inizio, quanto commovente e intenso alla fine. Due grandi attori veicolano le strane emozioni e i grossi interrogativi che questo film lascia a chi lo guarda: da un lato, l’esordiente Agathe Rousselle, straordinaria per la versatilità con cui interpreta le molte sfaccettature del carattere, delle emozioni e della parabola esistenziale di Alexia; dall’altro, l’interprete di lungo corso Vincent Lindon, uno dei migliori attori dell’attuale cinema francese.

Titane è un film imperdibile, ma forse non è per tutti: bisogna armarsi di uno stomaco forte, perché è un film molto “fisico” e iperrealista, tanto che qualsiasi gesto doloroso si veda nello schermo si “sente” nel proprio corpo.

The French Dispatch

Anch’esso presentato all’ultima edizione del Festival di Cannes, questo film è la quintessenza del cinema di Wes Anderson. Vuole essere un omaggio al giornalismo, raccontando, dentro una struttura antologica, tre storie e un prologo sulla redazione del supplemento domenicale del “The Evening Sun” di Liberty (Kansas), The French Dispatch appunto, espatriato in una cittadina francese.

L’estetica inconfondibile di Wes Anderson è presentissima come sempre nella scelta di location. scenografie e costumi deliziosamente vintage. La fotografia è elegante. Bill Murray, Benicio Del Toro, Frances Mc Dormand, Tilda Swinton, Adrian Brody, Elizabeth Moss, Léa Seydoux, etc., tutti hanno sgomitato per fare questo film e entrare nel mondo di Anderson.

Un film elegantissimo, magistralmente interpretato, arricchito da mille riferimenti cinematografici e iconografici, come l’immagine del giovane rivoluzionario interpretato da Thimotée Chalamet chiaramente ispirata ad un ritratto di Antonio Gramsci.

Flop al botteghino

Tra i film che non hanno riscosso particolare successo all’uscita in sala ma che meritano tutta la vostra attenzione, ci teniamo a segnalarvi: The Last Duel, disponibile dal 1° Dicembre su Disney+.

The Last Duel

Ridley Scott torna, per certi versi, alle sue origini portando a schermo l’ultimo “Duello di Dio”, svoltosi in Francia nel XIV° secolo. Il film vanta una sceneggiatura solida e ben studiata che, rifacendosi ad una meccanica già nota e sdoganata con “Rashomon”, racconta i fatti che portarono al sanguinolento duello rivivendoli attraverso la soggettiva di ognuno dei protagonisti. Adam Driver, Matt Damon e Jodie Comer regalano tre memorabili interpretazioni per un film eccezionale, capace di trasportarci in un Medioevo sporco e brutale dove il sangue, l’arrivismo e la possessività la facevano da padroni. Un’epoca dove la donna non possedeva il suo stesso corpo ed attraverso il quale lo spettatore è portato a riflettere su come indubbiamente i tempi siano cambiati, ma certe cose sono rimaste invariate.


A cura di Valeria de Bari e Michele Finardi con la partecipazione di Francesco Fario, Alessia Pizzi, Francesca Sorge, Stefania Fiducia, Serena Cospito.

I migliori libri 2021

Se hai tempo per rilassarti e leggere, non perdere anche la nostra classifica dei libri!

Roma Arte in Nuvola, la fiera di cui non farete più a meno

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Dal 18 al 21 Novembre 2021 si è svolta a Roma la prima edizione di Roma Arte in Nuvola che ha visto la partecipazione di 107 gallerie d’arte

Sono circa 24.000 le persone che hanno partecipato alla prima edizione di Roma Arte in Nuvola 2021, la mostra-mercato di arte moderna e contemporanea della Capitale. Un numero che decreta sicuramente il successo di questa iniziativa e che ha visto, non solo la partecipazione di 107 gallerie italiane e straniere, ma anche l’allestimento di diversi progetti speciali, ovvero installazioni e mostre create da artisti o istituzioni culturali. Presenti anche 9 editori specializzati di riviste, guide e libri d’arte e 2 postazioni radiofoniche: Radio Rai e Radio Play.

La Nuvola di Fuksas dell’Eur, con la sua architettura all’avanguardia, ha fatto da cornice a questo ambizioso evento. Da lodare anche la decisione di coinvolgere direttamente Doriana e Massimiliano Fuksas che erano presenti all’inaugurazione e che hanno dato il loro contributo esponendo una raccolta di disegni e alcuni modelli prodotti per la realizzazione del progetto della Nuvola.

General floor (piano terra)

Ad accogliere il pubblico, sulla vetrata del centro congressuale dell’Eur, il disegno geometrico e coloratissimo dell’artista Lothar Götz intitolato Cloud. All’interno la fiera è stata distribuita su tre piani. Al general floor sono state collocate tutte quelle gallerie che espongono artisti moderni o contemporanei già ampiamente affermati.

Passeggiare in questo spazio significa fermarsi ad indicare opere famose o facilmente riconoscibili come ad esempio un quadro di Giorgio de Chirico, una statua di Medardo Rosso, una zucca di Yayoi Kusama etc. Tra un espositore e l’altro è possibile ammirare anche delle installazioni, come Space Time di Patrick Tuttofuoco, un lampo immobilizzato insieme alla sua energia, o Ab Ovo di Camilla Ancillotto con tre figure realizzate ispirandosi al tangram (rompicapo cinese) ma nella variante a forma di uovo creata dall’artista, o Gli angeli di Gregorio Botta dove ambienti meditativi e solitari evocano l’attesa. Su questo piano si trova anche il padiglione che ogni anno verrà dedicato ad un paese diverso con focus sui suoi artisti. Questa volta è stato il turno di Israele.

Anche nel foyer, ovvero il vano dove si trovano le scale che portano al primo piano, sono state esposte delle opere. Troviamo dei cartoni preparatori che rappresentano uno Studente del Gruppo Universitari Fascisti e l’Impero di Mario Sironi, la statua Luci di Nara Pietrificata di Igor Mitoraj (autore a Roma delle porte di bronzo di Santa Maria degli Angeli) e l’installazione Senza Titolo (Labirinto) Nabucco di Jannis Counellis (artista greco che aveva scelto di risiedere a Roma) dalla quale partono per poi interrompersi le note di Verdi.

Forum (primo piano)

Al Forum (primo piano) solamente gallerie che trattano di arte contemporanea molte delle quali impegnate ad esporre giovani artisti.

Anche qui le installazioni non mancano. Molto suggestiva l’opera Sulla linea di Paolo Grassino, dove una giacca viene trafitta da una lastra di vetro. Osservandola ci si sente improvvisamente pesanti, imprigionati, inermi. Un doppio vetro che probabilmente rappresenta l’ambiente lavorativo, o in senso lato, la società che spesso schiaccia e calpesta valori, dignità e speranze. Tra i progetti speciali anche due lavori che vogliono far riflettere sul futuro del nostro pianeta. Il video Passaggio di Maria Cristina Finucci con oggetti di plastica galleggianti illuminati da luci che ricordano la scena di un crimine, e The World di Iakovos Volkov ovvero una mappa del mondo realizzata con rifiuti di plastica.

Meriterebbe un post a parte il progetto speciale “Carta bianca. una nuova storia” ideato da Valentina Ciarallo che, dopo aver visto il White Issue di Vogue, uscito ad aprile 2020 durante il primo lockdown, ha avuto la brillante idea di comprare un discreto numero di copie e di coinvolgere 49 artisti per vedere in che modo avrebbero fatto parlare quella copertina bianca. Ogni artista ha utilizzato materiali e tecniche diverse creando una storia nuova a partire dalla propria esperienza. Questi racconti sono stati poi esplicitati con delle didascalie facilitandone la comprensione da parte del pubblico. Il risultato è sicuramente da lodare. Bellissima la copertina di Romina Bassu e molto divertente quella di Alessandro Piangiamore che ci ha lasciato la ricetta per il lievito madre, protagonista indiscusso della pandemia.

La galleria Gilda Lavia di Roma ha partecipato con un solo show su Mario Giacomelli, fotografo famoso per i suoi scatti in bianco e nero e per l’uso esasperato dei toni. Nel caso ve la foste persa sappiate che al momento la galleria ospita la mostra ‘Tempo di vivere‘ con 60 dei suoi scatti fino al 31 Dicembre.

Secondo Piano

Il secondo piano, nel cuore della Nuvola, è stato riservato ai talk per ripensare Roma e il suo rapporto con l’arte. Le tematiche principali sono state tre: “L’arte a Roma: un affare pubblico e privato”, “il mercato dell’arte tra diritto, fiscalità e la novità degli NFT” e “Arte e comunicazione: new media, social media ed editoria”. 40 i relatori tra direttori di musei, artisti, critici e collezionisti.

Tra le installazioni ospitate al secondo piano Cloud men di Donato Piccolo ipnotizza, incanta e destabilizza il visitatore mostrando una realtà altra che con la nostra condivide solo le sembianze umane e il linguaggio. Corpi robotici che si muovono in maniera innaturale, a volte interrompendosi, e pensieri scanditi da neon.

Daniel González invece con la sua personal disco invita ad entrare in uno spazio di libertà fatto di luci e nastri multicolori luccicanti dove ballare senza essere visti selezionando con il Bluetooth dal proprio cellulare la playlist musicale dell’artista . Uno spazio intimo dove scacciare i problemi ed accogliere la spensieratezza.

Le gallerie d’arte che hanno attirato la mia attenzione

La Dorothy Circus gallery, che ha una sede anche a Roma, ha esposto una interessante selezione di opere appartenenti alla scena artistica asiatica. Bellissima ad esempio la Princesse di Afarin Sajedi che ad un primo sguardo ci ricorda una dama rinascimentale ma che l’istante dopo sembra trasportarti in un’altra dimensione. Si rimane incantati ad osservare quelle gote arancioni e il particolare motivo di pesci rossi che decorano la parte interna del vestito. Ha attirato la mia attenzione anche Cosmos Chi Kung Ping Pong CLub lavoro di Jeffrey Chong Wang di cui ho apprezzato soggetto e taglio fotografico della composizione.

Sono state le carte da parati con parti mancanti, quadri con reintegrazioni pittoriche o che sembravano essere composte da più strati di epoche diverse di Carlo Galfione a farmi fermare nello stand della Galleria Nardone di La Louvière. Mi hanno dato l’illusione di trovarmi davanti ad opere che erano state dimenticate in qualche importante palazzo, riscoperte e poi restaurate. Il gallerista ha poi diretto la mia attenzione sulle scansioni di fiori di Mathilde Nardone. Fiori raccolti dalle colline di scarto delle miniere di carbone che si trovano in Belgio. Fiori disposti su uno sfondo nero che alludono alla storia dolorosa dei minatori sacrificati al progresso. Scansioni che ricordano le nature morte dei fiamminghi. Proprio in quei giorni stavo leggendo Circe di Madeline Miller. La maga, come l’artista, raccoglie fiori su delle colline dove, invece del sangue e del sudore dei minatori, era stato versato sangue divino. Un’analogia, che almeno nel mio caso, ha aggiunto un’aura di mistero alle opere esposte.

Lo stand della galleria Davide Paludetto di Torino ha mostrato le bellissime tele dell’artista Kiril Hadzhiev. In particolare Untitled 16 ci conduce in un viaggio introspettivo fatto di dubbi, incertezze, dolore dal quale è difficile distogliere lo sguardo. Un’intensità che viene amplificata anche dall’uso materico della pittura che trasforma le pennellate in carne viva.

La galleria belga Talk Gallery ha presentato le opere di tre artisti: Camilla Ancillotto, Onie Jackson e Guillaume Garrié. Di Camilla Ancillotto avevo già parlato prima, mentre degli altri due artisti volevo segnalarvi Odyssée, un lavoro eseguito a due mani con rimandi evidenti alla Guernica di Picasso arricchita da incursioni di street art.

La Magazzeno Art Gallery di Ravenna ha preferito utilizzare lo spazio del proprio stand per lanciare un messaggio esponendo l’opera Soul of the Sea realizzata nel 2016 da Eron e appartenente alla Treccani (e quindi non in vendita). Un’opera realizzata sul relitto di una barca dove con le bombolette spray l’artista ha fatto emergere volti di donne e bambini che hanno perso la vita nel tentativo di trovare un futuro migliore altrove. L’effetto ruggine creato dall’artista ci fa pensare ad un problema ancora attuale lasciato in un angolo a deteriorarsi. La galleria e l’artista, dopo questo lungo periodo di pandemia, hanno quindi deciso di riportare l’attenzione del mondo dell’arte su questo tipo di problematiche per dimostrare la loro voglia di cambiamento. All’interno dello stand c’erano delle altre opere che sono rimaste imballate e mostrate solo su richiesta.

I quattro premi di Roma Arte in Nuvola 2021

Al termine della fiera sono stati assegnati 4 premi: Premio The Best, offerto dalla Regione Lazio, e vinto dalla galleria Matèria e dalla galleria Ex Elettrofonica , entrambe di Roma, premiate per la migliore presentazione d’artista per stand, allestimento, comunicazione e grafica; Il Premio Rock per l’allestimento più originale dello stand è stato assegnato alla galleria Marina Bastianello di Mestre, Venezia; Il Premio Young per la migliore galleria under 5 è andato Ex Equo alla galleria Basile Contemporary di Roma e alla Galleria Talk di Bruxelles; Il Premio Absolute Modern per il migliore allestimento tra le gallerie di arte moderna è stato dato alla galleria Ferrarin di Legnago.

In fiera con l’influencer

La parte social della fiera è stata curata con grande professionalità durante tutte le fasi dell’evento. Inoltre nella programmazione e nella promozione sono state coinvolte anche delle art sharer, ovvero influencer dell’arte che hanno condotto dei tour per i partecipanti interessati. Tra di loro @cleliart, @artnomademilan e @soup_opera.

Miglioramenti che ci auspichiamo per il prossimo anno

Quello che è mancato a questa edizione è una presenza maggiore di gallerie straniere (che sicuramente sono state scoraggiate dalla situazione covid), laboratori e spazi per bambini, gadgets per chi ha voglia di portarsi a casa un ricordo dell’evento.

Chi c’è dietro il progetto e l’organizzazione della fiera di Roma Arte in Nuvola 2021

Il progetto della Fiera è stato ideato e diretto da Alessandro Nicosia ed organizzato dalla società C.O.R. Creare Organizzare Realizzare. La direzione artistica è stata affidata ad Adriana Polveroni con la
collaborazione di Valentina Ciarallo.

Giulia Tiddens

“Caterina Caselli. Una vita, 100 vite”: la recensione del docufilm

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Arriva finalmente nelle sale italiane, ma solo per il 13, 14 e 15 dicembre, il film documentario su Caterina Caselli “Caterina Caselli, Una vita, 100 vite”.

Con la regia di Renato De Maria e prodotto da Sugar Play in collaborazione con Rai Cinema e The New Life Company, un racconto in prima persona della vita di Caterina Caselli che ripercorre le tappe più importanti della sua vita, dalla sua infanzia sino ad ora. 

Eccola lì, seduta in poltrona. Appare così il primo frame di un viaggio nella sua vita dove, come in qualsiasi documentario si rispetti, lei, l’indiscusso caschetto d’oro della generazione beat, si tuffa nella Caterina bambina che lotta con la madre per cantare nell’orchestra e arriva alla donna manager dei nostri giorni.

Un regista che mette tutto nelle mani della protagonista che, come un fiume in piena, ci apre le porte al suo passato raccontandoci dell’Orchestra “Callegari” situata dietro casa, delle sue prime esibizioni al “Capriccio” e al “Piper” e di Maurizio Vandelli che convinse la madre a farla trasferire a Roma.

L’incontro con Ladislao Sugar

Tutto questo fino al fatidico incontro con Ladislao Sugar,  editore musicale e produttore discografico ungherese naturalizzato italiano, all’epoca presidente della “CGD” casa discografica italiana il quale, dopo averla ascoltata in un’esibizione le disse: “Sentendo lei, mi è sembrato che tutto il resto fosse vecchio”. Da questo incontro nasce una longeva collaborazione professionale che sfocia in un intreccio sentimentale con il figlio di Ladislao, nonché attuale compagno di vita da cinquant’anni.

Un’autobiografia caratterizzata da dialoghi intensi e serrati che declinano la sua passione per la musica come una vocazione di un’intera vita. Il film alterna vicende intime a testimonianze pubbliche in una cronologia di eventi scanditi dagli aneddoti più importanti della sua vita. Emerge così il racconto di una donna che si fa strada nel mondo della musica beat anni ’60 diventando icona di stile prima, con il suo caschetto d’oro e poi, donna di successo con il suo primo singolo “Nessuno mi può giudicare” nel 1966.

L’Italia in quel periodo godeva dell’influenza musicale anglosassone e nel mondo iniziavano ad affermarsi i Beatles. Un susseguirsi quindi di immagini di repertorio che si intervallano a interviste recenti a suoi grandi amici come Ennio Morricone, Paolo Conte, Andrea Bocelli e Francesco Guccini.

Questi, solo alcuni dei personaggi famosi presenti nel film documentario i quali dividono la scena con la sua vita privata: il marito, il figlio, la sorella e i racconti strazianti su suo padre. Un personalissimo amarcord che definisce le molteplici personalità dell’artista dove emerge prorompente la sua forza come donna e come cantante.

Musica, generazione beat e radio libere

La Caselli entra dunque nella propria macchina del tempo ripercorrendo un’Italia fatta di giovani che rivendicano i propri spazi e le proprie libertà esprimendosi anche e soprattutto attraverso la musica. La stessa Italia, caratterizzata nei decenni a venire, dalla crisi della musica con l’avvento delle radio libere e che vedrà uscire di scena la Caselli rinunciando alle esibizioni e al canto ma restando dietro le quinte per scoprire nuovi talenti. Per citarne alcuni: Giuni Russo, Elisa, Negramaro, Malika Ayane, Giovanni Caccamo.

Non solo una vita di gioie e soddisfazioni

Il film documentario è anche dolore e lacrime: la morte del padre, il tentato rapimento del marito e del suocero e la scomparsa del suo grande amico Ennio Morricone. Caterina Caselli è tutto questo: un crocevia delle sue cento vite legate tra loro al filo sottile del tempo. Una donna che ha fatto della sua forza e del suo talento indiscusso il motore della sua vita e della vita di tanti giovani che, come lei, iniziavano a ribellarsi ad una società che non li rispecchiava più.

Francesca Sorge

L’immagine in copertina è concessa dall’ufficio stampa © Reporters Associati & ArchiviMondadori Portfolio

I matrimoni minorili: numeri e soluzioni di una piaga anche italiana

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L’Indagine sui matrimoni minorili in Italia rivela uno scenario drammatico e poco conosciuto. Eccone i risultati

Il 10 dicembre si celebra la Giornata Mondiale dei Diritti Umani: è quindi molto significativo presentare proprio in questo giorno alla stampa i risultati dell’Indagine sui matrimoni minorili in Italia. Una ricerca realizzata dall’associazione internazionale Non C’è Pace Senza Giustizia con il fondamentale contributo di The Circle Italia Onlus. La Sala dei Caduti di Nassyria presso il Senato della Repubblica ha, così, fatto da sfondo a una serie di importanti interventi moderati da Giulia Schiavoni. Innanzitutto quello della senatrice Emma Bonino che, dopo aver esposto i contenuti del messaggio inviato dalla Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha dichiarato: «I matrimoni giovanili e forzati sono in realtà un’autorizzazione allo stupro, se vogliamo chiamare le cose con il loro nome e non edulcorarle. Si tratta di una tradizione nefasta che, insieme alle mutilazioni genitali e altre di vario tipo, caratterizza ancora alcune culture. La necessità non è tanto di una situazione normativa, che fortunatamente esiste in Italia, ma di una presa di consapevolezza. Le donne in generale e le bambine in particolare sono sempre di qualcuno: del padre, della famiglia, del fidanzato, della tribù, del paese, di qualunque cosa come dato di possesso. Per questo dobbiamo ribadire ancora che ‘io sono mia‘, slogan attuale nonostante risalga a più di quarant’anni fa».

A seguire le parole di Francesca Basso del Programma Genere e Diritti Umani di Non C’è Pace Senza Giustizia, a cui spetta il compito di illustrare i contenuti dell’indagine. Il matrimonio minorile è definito una violazione dei diritti umani: secondo l’UNICEF per ogni bambino sposato sotto i 18 anni esistono 5 bambine nella stessa condizione, a conferma che si tratta di un disequilbrio di genere. Legato, inoltre, a fattori di rischio come situazioni di conflitto, povertà, bassa scolarizzazione, vulnerabilità, instabilità socio economica e che non bisogna pensare riguardi esclusivamente Paesi lontani dal nostro: ce lo ricordano diversi recenti fatti di cronaca.

I numeri dei matrimoni minorili e quelli dei matrimoni forzati

Quando una delle due parti all’interno di un matrimonio o situazione di fatto analoga ha meno di diciotto anni si parla di matrimonio minorile. I dati UNICEF-UNFPA 2020 affermano che nel mondo il fenomeno riguarda 600 milioni di donne, con una media di 12 milioni ogni anno. Attraverso il Servizio Analisi Criminale è stato possibile stabilire che nella sola Italia tra il 2019 e il 2021 le vittime del matrimonio forzato sono nell’85% dei casi donne e ragazze, di cui il 38% sotto i diciotto anni. Il 41% delle vittime ha cittadinanza italiana. In realtà ONG locali e regionali hanno rilevato numeri molto più alti: questo significa che, sfortunatamente, una notevole percentuale di casi non viene individuata. Ecco perché appare decisivo avviare prima possibile tutte quelle pratiche utili a identificare precocemente il fenomeno, quantificarlo, prevenirlo, contrastarlo e assistere chi ne è vittima.

Il ruolo di The Circle Italia Onlus

Nel 2008 la cantautrice ed attivista Annie Lennox fonda The Circle: un network di donne al servizio di altre donne per realizzare progetti di sensibilizzazione, lanciare raccolte fondi e contribuire in maniera determinante a garantire uguali diritti per tutti. The Circle Italia Onlus nasce nel 2010 e, come racconta la sua Presidente Adelaide Corbetta, vuole creare ponti non solo tra chi ha bisogno di aiuto e chi può portarlo ma anche tra le persone che aiutano. Per questo i risultati dell’indagine sono a disposizione di tutti coloro che possono giovarne. Tra i tanti, un dato che colpisce circa il matrimonio minorile riguarda le conseguenze negative dirette sulla realizzazione del potenziale umano delle minori. Corbetta evidenzia: «alle spose bambine non puoi chiedere “cosa vuoi fare da grande?” perché non possono rispondere. Eppure è una domanda semplice, logica, usuale. E allora perché quella domanda possa essere fatta e, soprattutto, perché tutte le bambine abbiano la possibilità di rispondere, di desiderare, di arrivare a quella cosa che vogliono fare da grandi noi siamo qui». E aggiunge: «siamo consapevoli che una legge non possa mai da sola cambiare la cultura ma per questo cambiamento politico ci impegniamo a fare la nostra parte al meglio delle nostre possibilità. E chiediamo che la politica, le istituzioni, le forze dell’ordine facciano lo stesso».

La risposta della politica

Elena Bonetti, Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, assicura: «Confermiamo il nostro impegno a livello nazionale e internazionale, perché questo tema tocca le nostre coscienze, ci impone un’assunzione di responsabilità che non può farci voltare lo sguardo dall’altra parte. Dobbiamo superare quel tabù sociale che ritiene i matrimoni forzati un fenomeno obsoleto: e invece sono ancora ben presenti, anche in Italia. Dobbiamo quindi farci carico di un impegno per eradicare questo fenomeno, in tutti i contesti internazionali, attraverso il dialogo, la mediazione culturale, le indagini sociali, il potenziamento del numero antiviolenza e stalking 1522 per ampliarne la sfera di gestione delle forme di violenza sulle donne, favorendo l’accesso all’istruzione di tutte le bambine e le ragazze per poter diventare finanziariamente indipendente e lavorativamente competitive».

Cristian Pandolfino

Foto in evidenza: Elena Bonetti, Emma Bonino, Adelaide Corbetta, Giulia Schiavoni, Francesca Basso.

“Una famiglia mostruosa”: la commedia fantasy italiana

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“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo” scriveva Lev Tolstoj nel famoso incipit di Anna Karenina. Dopo aver visto Una famiglia mostruosa mi verrebbe da dire che ogni famiglia ha i suoi mostri da nascondere anche se essi trovano sempre il modo di uscire. 

Il film di Volfango De Biasi, nei cinema dal 25 novembre, tinge la commedia degli equivoci di elementi fantasy e horror creando un prodotto divertente e godibile pur con tutti i suoi limiti narrativi. Non si può certo dire che sia un prodotto imperdibile, ma di certo è aria fresca nel panorama cinematografico italiano che nei periodi natalizi del passato proponeva soprattutto cinepanettoni. 

Il cast può contare su attori e attrici in gamba che sanno dare colore alla scena contribuendo al tono comico delle stesse. Tra loro, ottime le performance di Massimo Ghini, Ilaria Spada e Pasquale Petrolo, al secolo Lillo.

La trama di Una famiglia mostruosa

Luna e Adalberto (Cristiano Caccamo e Emanuela Rei)sono due giovani innamorati che vivono felicemente la loro relazione anche se lei ignora che il suo ragazzo sia, in realtà, un lupo mannaro. Quando Luna rimane incinta, Adalberto teme che il bambino possa essere come lui e porta la fidanzata a casa dei genitori per interrogare lo specchio magico Sirio a riguardo. La famiglia di Adalberto è formata dal padre vampiro (Massimo Ghini), dalla madre strega (Lucia Ocone), da una baby vampira (Sara Ciocca), adolescente da più di 200 anni e da uno zio (Paolo Calabresi) con solo metà del cervello. C’è anche una nonna fantasma che vaga per le stanze.

Arrivati alla villa, la madre di Adalberto darà del filo da torcere alla coppia non accettando l’unione tra suo figlio e un’umana. Alla fine, la ragazza arriverà a scoprire la vera identità della famiglia e tenterà la fuga, chiedendo aiuto alla sua famiglia di origine. Quest’ultima si precipiterà nella villa per cercare di sistemare le cose. I genitori di Luna non hanno poteri speciali; si sono arricchiti grazie ad affari illeciti, ma nonostante i soldi risultano poco eleganti e poco capaci di filtrare i loro pensieri. Il fratellino, invece, è un ragazzo timido e socialmente emarginato. 

Gli incontri tra le due famiglie daranno vita a una serie di siparietti comici durante i quali Luna e Adalberto dovranno arrivare a capire se il loro amore può sopravvivere o meno a questa situazione. 

Un film sulla famiglia e sulla diversità

La cosa che trovo più interessante del film è proprio l’idea di raccontare la complessità di alcune dinamiche familiari attraverso la metafora della “mostruosità”. Mostruosità che nel caso della famiglia di Adalberto è oggettiva, nel caso di quella di Luna è di tipo etico e morale. Entrambi i ragazzi hanno tentato di fuggire le loro origini vergognandosi dei loro genitori. In modo simpatico e divertente, ci viene raccontato lo scontro generazionale tipico di molte famiglie: genitori che proiettano la loro visione del mondo sui figli e quest’ultimi che scappano e cercano di liberarsi da quei legami avvertiti come catene. Alla base di tutto c’è sicuramente l’amore, ma trovare un modo per amarsi senza farsi del male non è sempre così semplice.

Le cose diventano ancora più complicate quando le dinamiche di una famiglia iniziano a intrecciarsi con quelle di un’altra. Ed è qui che entra in gioco il secondo grande tema portato avanti da Una mostruosa famiglia: l’incontro con chi è diverso. Il film ci dà dei protagonisti sovrannaturali, che si nascondono per paura di essere cacciati. Qui l’altro è di fatto il mostro, quello di cui si ha paura e che si fatica ad accettare perché si sente il bisogno di difendersi. Tuttavia, anche la famiglia umana si rivela essere discutibile dal punto di vista morale, tant’è che l’antipatia è bidirezionale.

Accettare qualcuno che è diverso significa accettare che il mondo potrebbe essere altro da quello a cui siamo abituati, che esistono punti di vista lontani dal nostro ugualmente validi. Bisogna aprire i propri orizzonti e trovare una motivazione più profonda. Nel caso dei genitori del film, la voglia di venirsi incontro è data proprio dall’amore che trionfa come in ogni commedia che si rispetti.

Semplice, ma divertente

Una famiglia mostruosa è divertente da guardare. Intrattiene e comunica i suoi temi in maniera leggera, ma chiara. Tuttavia, ha i suoi limiti.Tante scene sembrano già viste, i personaggi sono più tipi che non persone data la mancanza di spessore psicologico e ci sono alcune scelte narrativa un po’ buttate là. Il balletto sulle note di Tintarella di luna sfiora il nonsense e molte scene sono fini a loro stesse.

C’è da dire che se questo deve essere il nuovo tenore delle commedie italiane, ben venga. Almeno c’è la volontà di fare qualcosa di nuovo e di sperimentare con i generi.

Da vedere per passare una serata in allegria e spensieratezza.

Federica Crisci

Canto di Natale: i 10 migliori adattamenti al cinema e in tv

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Le pellicole che hanno fatto la storia

Il Canto di Natale di Charles Dickens è, forse, la base della maggior parte delle sceneggiature delle pellicole che vanno in onda il 25 dicembre: una storia che ha accompagnato le feste invernali per eccellenza oltre che in libreria, anche sul grande e piccolo schermo. Quali sono però quelli passati alla storia?

Scrooge, or Marley’ s Ghost (1901)

È il primo adattamento cinematografico dell’opera di Charles Dickens, diretto da Walter R.Booth, pioniere del cinema britannico. La scelta della storia nataliza in un periodo come quello degli albori del cinema è proprio per la sua innata notorietà tra il pubblico ed è noto per il primo uso delle didascalie. In soli 6 minuti di pellicola, vediamo quasi tutta la storia, tranne un piccolo escamotage: non compaiono i 3 fantasmi, ma sarà lo spirito di Marley a mostrare all’avaro Scrooge le conseguenze delle sue azioni.

A Christmas Carol (1910)

Forse tra le più lunghe dell’epoca (17 minuti) e secondo adattamento dopo il sopracitato, è da considerare per la prima idea di “magia”. Interessante notare come la tecnica sia già diversa, poiché, durante le visioni dei tre spiriti (che avvengono nella stanza del protagonista), viene utilizzata la sovrapposizione. Diretto da ben tre registi che non compaiono nei titoli del film, è da sottolineare la presenza di un grande attore del cinema muto nel ruolo di Bob Cratchit, quale Charles Stanton Ogle.

A Christmas Carol (1938)

Primo storico adattamento per famiglie del romanzo di Dickens. Vengono sostituiti gli elementi cupi (la storia della fidanzata di Scrooge o i ladri nel Natale futuro) per dare spazio a personaggi più marginali nell’opera originale, come il nipote Fred e la sua fidanzata Elisabeth (che nel libro è in realtà moglie). Il film ha un buon cast di attori, quali Reginald Owen nel ruolo di Scrooge; Gene Lockhart in quello di Cratchit; Leo G. Carroll in Marley; Ann Rutherford nel Fantasma del Natale Passato e il tennista Barry MacKay nei panni di Fred. Diretto da Edwin L. Marin, le musiche sono del futuro premio Oscar Franz Waxman.

Scrooge (1951)

Nota in Italia con il titolo Lo schiavo dell’oro, è considerata la versione cinematografica più celebre e fedele, nonché tutt’oggi tra le più trasmesse nel mondo. Di stampo britannico con la regia di Brian Desmond Hurst, vede l’interpretazione di Alaistair Sim nei panni del protagonista così profondamente e in maniera così perfetta, da essere considerato per molto tempo l’attore che meglio s’identifica nel personaggio di Scrooge. Contente pezzi di vere canzoni natalizie tradizionali, il film inventa pezzi di storia che nel libro non ci sono, come la conoscenza di Mr. Jorkin, che allontana Scrooge dal benevolo Fezziwig.

Non è mai troppo tardi (1953)

Noto anche con il titolo ri-adattato Una meravigliosa notte, è da inserire perché è probabilmente l’unico adattamento cinematografico italiano. Sceneggiato da Pietro Regnoli e con le musiche di Pippo Barzizza, mostra dei cambiamenti dovuti alla lingua: primo fra tutti il nome del protagonista che diventa Antonio Trabbi. Il cast vede un gran numero di attori celebri per il panorma degli anni ’50, primo fra tutti Paolo Stoppa nei panni di Trabbi; Marcello Mastroianni, Isa Barzizza, Valeria Moriconi, Giorgio De Lullo, Leda Gloria e Luigi Tosi.

La più bella storia di Dickens (1970)

È il primo adattamento musicale filmico della storia di Scrooge. Diretto da Ronald Neame, è una fedele rappresentazione con ben 11 arrangiamenti musicali. I protagonisti sono due vere e proprie star di Hollywood, quali Alec Guiness nei panni di Marley; Kenneth More in quelli di Cratchit e Albert Finney nelle vesti di Scrooge che, per l’interpretazione, vinse il Golden Globe. Curiose alcune libertà che il film si concede, che possono ben essere giustificate. In primis, il vedere l’Inferno nel Futuro e, ancora più particolare, far interpretare il Fantasma del Natale Passato all’attrice Edith Evans, che all’epoca aveva 82 anni: la canuta età ben simboleggia probabilmente l’idea di trascorso.

Canto di Natale di Topolino (1983)

Per molti della mia generazione, è probabilmente “la prima volta” con la storia natalizia per eccellenza. Fedelissima nei suoi 25 minuti, questo corto della Disney unisce fedelmente alcuni personaggi fantastici a quelli del libro. In primis, Paperone nei panni del suo omonimo: molti infatti non sanno che, in americano, Zio Paperone è Uncle Scrooge, ideato dal Maestro Carl Barks ispirandosi al personaggio di Dickens. Topolino, dopo ben 30 anni di assenza dallo schermo (ultima apparizione fu nel corto Topolino e la pesca del 1953), torna nei panni di Cratchit; Paperino è un gioviale Fred; mentre i 3 fantasmi (in linea temporale) vennero “interpretati” dal Grillo Parlante, Willie il Gigante da Bongo e i tre avventurieri e Gambadilegno. Anche gli elementi più cupi, come il Futuro e l’arrivo del fantasma di Marley (interpretato da un goffo Pippo, in un’inedita veste di truffatore di poveri e ladro di vedove), vengono resi nella più superba dolcezza disneyana, senza però uscire dalla storia o provando a darne una libera interpretazione. Presente su Disney+ solo dallo scorso 3 dicembre, venne candidato all’Oscar per il miglior cortometraggio: perse, ma ancora oggi tutti lo ricordano, soprattutto per la sua sigla iniziale.

Sos fantasmi (1988)

Trasposizione modernizzata del Canto di Natale, senza nomi uguali ma di chiara ispirazione, se non addirittura ovvio rifacimento. Il protagonista è un inedito Bill Murray nei panni del cinico Frank Ross, dirigente televisivo senza scrupoli, così egoista da far lavorare la sua segretaria, madre di cinque figli, il 25 dicembre e licenziarne un altro lo stesso giorno. Sarà lui, a ricevere i 3 fantasmi e a riflettere sulla sua vita. Un film comico, nel suo genere, ci mostra una storia che non ha tempo. Inquietante il Fantasma del Natale Futuro, nell’iconica figura falciatrice, con il volto da schermo televisivo. Oltre Murray, ci sono da citare Karen Allen, John Forsythe, David Johansen, Carol Kane e Robert Mitchum.

A Christmas Carol (2009)

Cartone per adulti, lo avrebbero chiamato negli anni ’90, vede la regia del premio Oscar Robert Zemeckis. Creato con la tecnica della motion capture, come altri film da lui precedentemente prodotti quali Polar Express e Beowulf, la storia ha un’atmosfera molto dark ed è fedelissima al libro. Grandi attori donano le movenze ai personaggi, alcuni più di uno. A partire da Jim Carrey, che interpreta Scrooge, ma anche i 3 fantasmi; così come Gary Oldman, nei panni Cratchit e Marley; ma anche Bob Hoskins, Colin Firth, Robin Wright e Fionnula Flanagan. Per le musiche, Zemeckis si è avvalso di un suo storico collaboratore quale Alan Silvestri, autore delle musiche di molte sue pellicole (si pensi alla trilogia di Ritorno al futuro e Forrest Gump) ma anche altri cult (Fandango).

A Christmas Carol (2019)

È una serie dark-drama per la tv, prodotta dalla FX e mai andata in onda in Italia, è forse l’unica serie che prende spunto dall’opera. Prende spunto perché le 3 puntate dedicata all’avventura di Scrooge, sono liberamente tratte e hanno poco a che vedere con il libro di Dickens, sia per la trama che per che per i messaggi che se ne trae. Vediamo streghe, fantasmi condannati, il desiderio di far del male: niente di più lontano quindi dal Canto di Natale. Diretto da Nick Murphy, vede la presenza di attori come Guy Pearce nei panni di Scrooge, Andy Serkis nel Fantasma del Passato, Stephen Graham nel ruolo di Marley, Charlotte Riley nel Fantasma del Presente.

Francesco Fario

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Addio a Lina Wertmuller, Nostra Signora del Cinema

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Oggi, più che una stella, si piange un pilastro del Cinema Italiano, poiché ieri è morta Lina Wertmuller.

Chi era Lina Wertmuller

Figura quasi ignorata dai giovani e sconosciuta dal mondo dei blog e dalle piattaforme streaming, la Wertmuller è stata invece un esempio e un vanto per la nostra cinematografia.

Lina infatti (nata Arcangela), vive di spettacolo fin da adolescente. Frequenterà inizialmente il mondo del teatro, a partire da quello dei burattini; per poi giungere a quello più professionale, lavorando una varietà di personalità, da quelle più serie ed accademiche, come Giorgio De Lullo, a quelle più farsesche e leggere, quali Garinei e Giovannini.

Lentamente anche il cinema e la televisione le insegnano qualcosa, unendo le sue mille capacità. Sarà infatti sceneggiatrice e regista della miniserie televisiva Il giornalino di Gian Burrasca del 1964, con Rita Pavone nel ruolo del protagonista; ma aiuterà nella regia anche il Maestro Fellini in pellicole che passeranno alla storia, come La dolce vita e il futuro premio Oscar .

Ed è proprio negli anni ’60 che Lina Wertmuller decide di fare un film, scritto e diretto da lei: I basilischi. Il film piace ed ottiene alcuni riconoscimenti. Inizia così la sua carriera, comprendente più di 25 pellicole, cinematografiche e per la tv.

È voce di quegli anni ’70, portatori di ideali e di messaggi. Usa una tecnica sempre pungente, dove dimostra un lato grottesco del mondo, soprattutto di questo paese, senza distinzione di tempo.

Grande magia nei film della regista romana è il tema del tentativo di dialogo.

Quel provare a venirsi incontro, quel cercare punti in comune, quel magico momento in cui anche due diversità combaciano, senza però mai scendere a compromessi. Pensiamo a Travolti dall’insolito destino nell’azzurro mare d’agosto oppure Mimì metallurgico ferito all’onore per quanto concerne la lotta di classe; oppure la lotta politica, oltre ai già citati, in Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici e Film d’amore e d’anarchia.

Prenderà spesso spunto per le sue sceneggiature anche da opere altrui. Per il “dialogo generazionale” tramuta in pellicola l’ominima commedia teatrale di De Filippo Sabato, domenica e lunedì; mentre per un altro “dialogo tra Nord e Sud” dirige Paolo Villaggio in Io speriamo che me la cavo, dall’omimo libro di Marcello Dell’Orta.

Il grande rinoscimento arriva nel 1977.

Il film Pasqualino Settebellezze, per la critica statunitense, ha qualcosa in più e decide quindi di farla partecipare alla notte degli Oscar, candidando la pellicola a ben 4 categorie: miglior film, miglior sceneggiatura originale, miglior film straniero e miglior attore protagonista. Non vincerà niente, ma Lina diventa ufficialmente la prima donna nella storia del Cinema ad essere candidata per la regia. Un riconoscimento non da poco, che la farà diventare un vero e proprio faro per altre registe future, come Sofia Coppola, Jane Champions e Kathryn Bigelow.

La statuetta le verrà consegnata nel 2020, come Oscar alla carriera, dove scherzò sul nome da cambiare (“dovrebbe chiamarsi Anna”) e sul fatto che la sua interprete speciale dell’occasione, Isabella Rossellini, fosse vestita di viola, colore “porta sfortuna” nel mondo dello spettacolo (“la prossima volta che viene vestita di viola – facendo un gesto scaramantico con le dita – io la spoglio…ma facciamo finta di niente”).

Icona di stile, sia nel vestire (occhiali bianchie sigaretta perennemente accesa), sia nella scelta dei titoli volontariamente sempre molto lunghi (il citato Fatto di sangue… , in realtà, conta ben 179 caratteri e pare sia entrato addirittura nel Guinnes dei primati come titolo più lungo de l cinema), Lina riesce a farsi strada in un ambiente molto sessista.

Il suo carattere deciso, anche a suo dire, è l’ingrediente che l’ha portata lontano.

Rinuncia, ad esempio, a milioni di dollari pur di fare un film su Caligola a modo suo. Nel western all’italiana Il mio corpo per un poker (che co-diresse con lo pseudonimo maschila di Nathan Witch), diede un pugno ad un organizzatore che voleva comparire. A teatro, tagliò l’abito a Monica Vitti, che non voleva (a dire della regista) adeguarsi alla tuta che in scena avano tutti, chiamandola Cecciarelli, cioè il vero cognome dell’attrice. Storico il morso a Luciano De Crescenzo che, nel già citato adattamento eduardiano, sottolineava le battute alzando il dito, che, alla terza ripresa, la regista decise appunto di addentare.

Tanti gli attori che verranno diretti da lei. In primis, Giancarlo Giannini: fu lui ad essere candidato all’Oscar nel ’77. Accanto a lui, Mariangela Melato, Isa Daniela, Piera degli Esposti, Roberto Herlizka, Sophia Loren, Marcello Mastroianni; e alcuni d’eccezione come Candice Bergen, Angela Molina, F.Murray Abraham, Ugo Tognazzi, Veronica Pivetti, Gastone Moschin, Stefania Sandrelli, Luca De Filippo, Pupella Maggio e molti altri.

Sceneggiatrice di film di grandi altri registi (Zeffirelli, Solima, Festa Campanile) e per una volta anche doppiatrice (la nonna della protagonista nel lungometraggio animato della Disney Mulan); ci lascia la sua potente eredità cinematografica, dopo essersene andata nel più riservato silenzio. Per ricordarla anche meglio, però, concludo con una sua battuta dal suo tipico spirito comico e surreale:

Sappiate che, se mi piglia un colpo, me ne vado come un commensale sazio

Francesco Fario

Fonte Immagine (Tagliata): John Mathew Smith & www.celebrity-photos.com from Laurel Maryland, USA, CC BY-SA 2.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0, via Wikimedia Commons

L’importanza della musica ne “Il Grande Gatsby” di Baz Luhrmann

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Il grande Gatsby di F. S. Fitzgerald (1925) ritrae un complesso mix di emozioni e temi che riflettono la turbolenza degli anni Venti del Novecento. Passato da pochissimo l’incubo della prima guerra mondiale, gli americani stavano godendo dei frutti di un boom economico e di una rinnovata positività. Tuttavia, Fitzgerald nel suo romanzo sottolinea il lato oscuro dei ruggenti anni Venti, la loro corruzione e la loro decadenza.

Questo mix è trasposto nel film del 2013 di Baz Luhrmann attraverso uno stile cinematografico esuberante, che presenta una vivida tavolozza di colori, costumi abbaglianti e allegra musica hip-hop e RnB.

La colonna sonora, scritta da Baz Luhrmann e Anton Monsted, con Jay-Z come produttore esecutivo, comprende 14 tracce:

  1. “$100 Bill” – Jay-Z
  2.  Back To Black – Beyoncé x André 3000
  3. Bang Bang – will.i.am
  4. A Little Party Never Killed Nobody (All We Got) – Fergie + Q Tip + GoonRock
  5. Young And Beautiful – Lana Del Rey
  6. Love Is The Drug – Bryan Ferry with The Bryan Ferry Orchestra
  7. Over The Love – Florence + The Machine
  8. Where The Wind Blows – Coco O. of Quadron
  9. Crazy in Love – Emeli Sandé and The Bryan Ferry Orchestra
  10. Together – The xx
  11. Hearts A Mess – Gotye
  12. Love Is Blindness – Jack White
  13. Into the Past – Nero
  14. Kill and Run – Sia

Come ha sottolineato lui stesso in un’intervista, Luhrmann ha voluto dare una sorta di sua traduzione dei ruggenti anni Venti per il pubblico del 21° secolo: è per questo motivo che ha impiegato la musica contemporanea nell’adattamento.

Voglio che guardando il film si provi quello che i lettori del romanzo hanno provato nel 1925.

Baz Luhrmann

Allo stesso tempo, le canzoni scelte per la colonna sonora raccontano delle storie che si intrecciano a quanto descritto nel romanzo e, dunque, nella pellicola.

Vediamo qualche esempio.

Over the Love (Florence + the Machine)

Il brano è presente nella scena che chiude la festa a casa di Gatsby a cui Nick partecipa. Vediamo per qualche istante la cantante della band, Florence Welch (che ha i capelli rossi), cantare sdraiata su un pianoforte la canzone. Nel frattempo, una ragazza con un vestito giallo è seduta per terra, vicino al piano.

Ever since I was a child

I’ve turned it over in my mind

I sang by the piano

Tore my yellow dress

Cried and cried and cried

One of the girls in yellow was playing the piano, and beside her stood a tall, red-haired young lady from a famous chorus, engaged in song. She had drunk a quantity of champagne, and during the course of her song she had decided, ineptly, that everything was very, very sad – she was not only singing, she was weeping too.

Il Grande Gatsby, F. S. Fitzgerald

Come possiamo notare, il testo della canzone combacia con la scena descritta da Fitzgerald.

Inoltre il ritornello ripete la frase “Just give me the green light”: la luce verde sul molo di Daisy che Gatsby riesce a vedere da casa sua è il simbolo delle speranze e dei sogni di Gatsby. Rappresenta tutto ciò che lo perseguita: la distanza fisica ed emotiva tra lui e Daisy, il divario tra il passato e il presente, le promesse del futuro e il potente richiamo di un’altra cosa verde che brama, ovvero il denaro (il colore dei dollari è il verde).

$100 Bill (Jay-Z)

Sentiamo questa canzone quando Nick incontra un collega d’affari (clandestini) di Gatsby. Siamo in epoca di proibizionismo e Nick viene invitato in una sala privata in cui si gioca d’azzardo, si beve alcol a volontà e ci si diverte.

Chiaramente la canzone per intero descrive la situazione cui fa da colonna sonora, ma ci sono alcuni versi in particolare che rendono omaggio al romanzo.

Yellow cars, yellow gold like Slick Rick

L’auto di Gatsby è gialla e proprio questa caratteristica sarà cruciale per la risoluzione dell’intreccio del romanzo.

Her voice is full of money

Questo verso cita letteralmente una frase del romanzo pronunciata da Gatsby:

“Her voice is full of money,” he said suddenly.
That was it. I’d never understood before. It was full of money—that was the inexhaustible charm that rose and fell in it, the jingle of it, the cymbals’ song of it. 

Il Grande Gatsby, F. S. Fitzgerald

Sia Nick che Gatsby sottolineano che è possibile discernere la classe sociale di Daisy semplicemente dalla qualità della sua voce.

He throws those parties the papers are always talking about

Well, I didn’t want you to think I was just some nobody

We were born different

Quest’ultima parte della canzone probabilmente si riferisce a uno dei nuclei tematici più importanti del romanzo: la differenza sostanziale fra le classi sociali, in particolare “old money” e “new money”. Gli appartenenti alla prima classe posseggono denaro e proprietà che risalgono al XIX secolo o prima, hanno costruito legami sociali potenti e influenti e tendono a nascondere la loro ricchezza e superiorità per decoro. L’altra classe ha invece fatto fortuna nel boom degli anni Venti e quindi non ha legami sociali e tende a compensare eccessivamente questa mancanza con sfarzose manifestazioni di ricchezza, come le stravaganti feste di Gatsby.

Young and Beautiful (Lana del Rey)

Il brano portante dell’intero film, presente in più di sei versioni per tutta la durata della pellicola. Tuttavia la scena madre è quella in cui Gatsby porta Daisy e Nick a casa sua dopo che hanno preso il tè da Nick. Gatsby le lancia divertito dall’alto i vestiti costosi che possiede, che danzano intorno a lei mentre lei ride e si diverte tentando di afferrarli. Il sole splende su di lei e si sente in sottofondo la canzone, che riesce a comunicare la sensazione che Daisy ha quando è con Gatsby: il ricordo dell’innocenza di quando erano innamorati e giovani.

I’ve seen the world, done it all, had my cake now

Diamonds, brilliant, and Bel Air now

“You see I think everything’s terrible anyhow,” she went on in a convinced way. “Everybody thinks so—the most advanced people. And I know. I’ve been everywhere and seen everything and done everything.

Il Grande Gatsby, F. S. Fitzgerald

Veronica Bartucca

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È stata la mano di Dio: il miglior film di Paolo Sorrentino

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A 20 anni dall’esordio cinematografico con “L’uomo in più“, Paolo Sorrentino torna nella sua Napoli con quello che è indubbiamente il suo film più personale, vincitore del Leone d’argento alla 78° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, e giustamente scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar 2022. “È stata la mano di Dio” è infatti più di un film: è un vero e proprio atto di liberazione da un dolore rimasto sopito per troppo tempo. Ispirandosi ai fatti della sua adolescenza, il regista napoletano esorcizza il suo passato attraverso la condivisione cinematografica, andando così a creare un sincero legame tra spettatore e autore, come non si vedeva da tempo.

A’ tien ‘na cosa ‘a raccuntà?

Nell’estate del 1984, tra pranzi e pomeriggi in barca con i parenti, si vocifera sottovoce che Maradona stia per essere ingaggiato dal Napoli per una cifra record. Tuttavia, nella città più scaramantica del mondo, si ha la paura di crederci per davvero, nascondendo le crescenti speranze dietro disilluse battute. L’incredibile però avviene, con il “Pibe de Oro” che arriva nel capoluogo campano per cambiarne la storia per sempre, impattando sul destino di un giovane in cerca della giusta direzione da seguire.

Fabio Schisa (Filippo Scotti) è un giovane liceale legatissimo al suo nucleo familiare, dove Papà Saverio e Mamma Maria (Toni Servillo e Teresa Saponangelo) sembrano due ragazzini innamorati. Tra i fischiettii amorosi, scherzi e battute dei genitori, il fratello Marco (Marlon Joubert) sogna una vita d’attore al fianco di Fellini, mentre la sorella Daniela passa intere giornate rinchiusa in bagno, senza mai farsi vedere. Privo di amicizie, Fabietto vive delle esperienze, alle volte surreali, con il parentato allargato e i vicini di casa, sognando la bella e malata Zia Patrizia (Luisa Ranieri), prima che il tutto vada tragicamente in pezzi.

“La realtà non mi piace più”

Un autore col cuore in mano

Tra realtà e finzione, Paolo Sorrentino rende partecipe il pubblico del suo dramma senza filtri o trucchi, accantonando le sovrastrutture che l’hanno da sempre contraddistinto, seppur non rinunciando ad alcune scene al limite del grottesco. “È stata la mano di Dio” è un racconto di formazione emozionante e stratificato ma perfettamente fruibile da chiunque, grazie a una narrazione onesta e sincera di un dolore capace di unirci tutti. Il cinema del regista napoletano diviene dunque universale, attraverso la condivisione di un segreto che premeva per essere rivelato, ovviamente nell’illusione di un luogo per lui sicuro: il Cinema.

Non è però solo il mondo della finzione a ospitare il capolavoro (sì, questo è un capolavoro e più ci penso più ne sono convinto) di Paolo Sorrentino: è prima di tutto Napoli a farlo. Una città che viene mostrata in tutte le sue contraddizioni e che incanta fin dalla prima ampissima sequenza sul Golfo di Napoli. Insinuandosi poi in vicoli bui per soffermarsi sul corpo statuario di una Luisa Ranieri da togliere il fiato, la camera si rinchiude infine nell’abitacolo di un auto, dove Enzo Decaro afferma di essere San Gennaro. Un inizio brillante e folgorante che mostra immediatamente il valore tecnico dell’opera, dove ogni quadro è perfettamente studiato e straordinariamente illuminato dalla direttrice della fotografia Daria D’Antonio. Tuttavia, è Maradona a prendersi la scena come principale figura sacrale e salvifica. Un vero e proprio Messia, dai cui piedi passerà il destino di una città intera, capace di gesti rivoluzionari e affronti politici, come un beffardo gol di mano ai danni dell’Inghilterra imperialista.

Tra commedia e tragedia, il film è spaccato in due e, se nella prima parte si ride di gusto in un’estate spensierata fatta di sole, pranzi, mare e speranze, nella seconda la crudele realtà della vita bussa alla porta di Casa Schisa, stravolgendo ogni cosa. La devastazione data dal dolore porta non solo il film a cambiare, ma anche il suo protagonista, interpretato da uno straordinario Filippo Scotti, vincitore del Premio Marcello Mastroianni a Venezia 78 come miglior attore emergente. Costretto dagli eventi, Fabietto dovrà diventare Fabio e, non potendo più restare a guardare la sua vita scorrergli davanti, ha un’idea “delirante” legata alla sua fresca passione per il cinema: non sarà più spettatore ma regista.

Scappare per ritrovarsi

Per la prima volta, veniamo a conoscenza di un Sorrentino a noi inedito, quale adolescente buono e semplice ma introverso e a tratti malinconico. Un ragazzo che camminava senza parlare con nessuno, nel caotico intervallo del Liceo Salesiani Don Bosco di Napoli, portando sempre con sé walkman e cuffie per escludere il mondo intero dai suoi pensieri, se necessario. Un’anima solitaria capace di trovare rifugio nella collettività dello stadio dove giocava Maradona, quando la sua certezza (la famiglia) aveva iniziato a disgregarsi, per altre individuali fughe dalla scadente realtà.

Con il passare dei minuti, lo spettatore si rende conto che i sorrisi e gli scherzi genitoriali, dove l’onnipresente Toni Servillo e Teresa Saponangelo sono splendidi nei ruoli, non sono altro che maschere per nascondere il dolore dato dal reale. Ben presto ci si renderà conto che è una condizione condivisa da tutti i personaggi intorno a Fabio: dalla sorella che non riesce a superare la soglia del bagno, al fratello Marco che chiede, consapevolmente, di essere lasciato nell’effimero sollievo di una vacanza estiva per non pensare al futuro; dalla pazzia di Zia Patrizia, all’intera città di Napoli, incantata dai piedi dell’argentino fuoriclasse del pallone.

Nelle fasi finali del film, avviene uno però degli incontri più significativi della pellicola e della filmografia sorrentiniana: il regista Antonio Capuano mostra a Fabio il cinema come massimo mezzo d’espressione, a patti di avere una storia da raccontare. Spronato a “non disunirsi” e restare a Napoli per fare cinema insieme, come ben sappiamo, l’adolescente ha preso un’altra strada. L’orfano è scappato in un’altra città, creando mondi alternativi di solitari come lui (i protagonisti delle sue opere precedenti), ma con Pino Daniele nelle cuffie e nel cuore.

A vent’anni dall’esordio, Paolo è finalmente tornato a casa per confessare quel “qualcosa da raccontare”, nato da un non mostrato che rivive attraverso l’arte visiva per eccellenza. L’adolescente introverso di ieri, oggi è un autore che rende partecipe lo spettatore della sua personale elaborazione del lutto, chiamandolo “compagno di classe” e donandogli una nuova chiave di lettura del suo cinema. “È stata la mano di Dio” è un racconto di dolore e di rinascita che, come vedremo nell’opera più vera di Sorrentino, eravamo destinati a vivere anche a noi, al suo fianco. Dovremmo essere orgogliosi di aver assistito alla catarsi di uno più grandi autori contemporanei che ora, dopo aver riversato il dolore personale nella sua arte, è finalmente libero.
Libero come un motoscafo offshore che va a 200 all’ora. Tuf.. Tuf.. Tuf.

Michele Finardi

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

Tornano in libreria gli aforismi di Roberto Campagna

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Roberto Campagna, autore di numerose pubblicazioni, torna per la seconda volta sul mercato editoriale con la raccolta di aforismi Di bugie campano tutti per le Nuove Edizioni Aldine.

Ci siamo già occupati del primo libro di Campagna dedicato agli aforismi per la particolarità del genere letterario che si colloca in un mercato di nicchia nonostante la grande circolazione di citazioni illustri sul web.

L’autore si conferma un esperto nel trasformare magistralmente concetti di filosofia quotidiana in brevi e lapidari enunciati che, distillati da una sapiente ironia, sanno rappresentare le sfide quotidiane della vita.

Anche stavolta i temi affrontati parlano di sentimenti, di quotidianità gravosa, di opportunità e di rimpianti. La verità condensata nella sua essenza autentica parla una lingua universale, trasversale alle culture e ai condizionamenti.

Così è il mondo raccontato dall’autore, una sorpresa amara e affascinante che si ripete nel miracolo continuo dell’esistenza.

Non potrebbe essere altrimenti se persino Ippocrate, medico dell’antica Grecia, ha lasciato in eredità una serie di aforismi che sintetizzano il rapporto stretto che intercorre tra corpo e malattia, costituendo un’opera di riferimento nella trattazione medico-scientfica dell’antichità.

A tal proposito il Prof. Gino Ruozzi,  professore ordinario di Letteratura dell’Università di Bologna e prefatore del libro scrive: “Roberto Campagna si è assunto  questo incarico morale  e terapeutico, in primo luogo  rivolto a sé stesso e poi alla società in cui vive e viviamo. 

Senza inutili fronzoli e logoranti attese egli va subito al cuore dei problemi, cercando di denudarci delle maschere che così spesso amiamo indossare. I suoi aforismi sono minuscole lapidarie lezioni di vita, tanto più preziose perché contengono esperienze meditate e riscontrate di persona. 

Il tutto condito di sagaci sali epigrammatici, divertenti giochi di parole, sorprendenti facezie linguistiche. Una lettura – conclude Ruozzi – piacevole, formativa e persino salutare”.

Leggere aforismi fa bene e rappresenta un antidoto al mal de vivre della società odierna, una pillola di saggezza che contrasta il rischio di nevrosi al quale siamo sottoposti quotidianamente.

Manca infatti, nell’impianto contemporaneo dei valori, quel contenimento emotivo costituito da una rete  allargata e responsabile della trasmissione delle esperienze; la presa in carico dell’individuo come essere sociale.

Un aforisma è proprio questo: un sistema pedagogico che riduce in semplici ma profonde sentenze la complessità degli avvenimenti. Bella la veste editoriale del volume e la copertina, opera dell’artista macedone Kiro.

Roberto Campagna, sociologo, giornalista e scrittore, di mestiere fa il comunicatore. Direttore della rivista “Noi/Altri”, scrive per il quotidiano “Latina Oggi” e “Le Monde Diplomatique – Il Manifesto”. Tra i suoi libri: “Alle fontane – Storie di panni di paese” (racconto breve), “E così fu” (racconti), “101 filastrocche in fila per 1”, “A Via Fontana dell’Oro” (fiabe), “Il Palato della Memoria” (romanzo), “Meglio povero che poveraccio” (aforismi) e “Le storie non volano” (romanzo). Suoi racconti compaiono nelle antologie “Buon Anno e Felice Anno Nuovo”, “Sorridi Siamo a Roma” e “Del Sacro e Del Profano”. Infine, è un esperto di enogastronomia: diversi i libri che ha pubblicato su questo argomento.

Antonella Rizzo

Freaks out: la diversità che fa la differenza

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Un gioco di magia inframezzato da sangue e morte, una battuta in romanaccio inframezzata dal dolore più puro. Con queste due frasi, magari troppo semplici, mi viene da descrivere Freaks out, il film di Gabriele Mainetti presentato al Festival del Cinema di Venezia 2021.

Un cast che incanta, dalla giovane Aurora Giovinazzo al meraviglioso Claudio Santamaria, col tocco che non guasta mai di Giorgio Tirabassi che, anche se per poco, fa sentire tutta la sua immensa presenza. Attori brillanti, complici, dei veri professionisti catapultati in una storia apparentemente senza senso e che indaga le sorti umane attraverso la metafora della diversità.

La trama

Succede che nel pieno della seconda guerra mondiale ci sia un gruppo di quattro strani circensi che litigano, si fanno i dispetti, proprio come fanno fratelli e sorelle, e ad un certo punto si dividono pure, come spesso accade in famiglia. I tre maschi (uomo lupo, uomo calamita e uomo insetto) si dirigono verso il Zircus Berlin di Roma perché hanno perso il padre-padrone, mentre la ragazza elettrica parte alla ricerca della figura che l’ha raccolta e cresciuta: un padre ebreo già caricato su un carro dai tedeschi.

Mentre il nazismo dilaga e gli ebrei vengono portati via dalle loro case, nel Zircus Berlin vengono condotti strani esperimenti sui circensi, prima accolti come delle star, poi torturati per trovarne il potere straordinario. All’interno dell’organizzazione, un uomo tedesco che vede il futuro è alla ricerca di esseri umani “fantastici” che cambieranno il mondo. Impossibile non pensare al superuomo d’annunziano, come è impossibile anche non trovare un’analogia tra quel “diverso” che viene condotto verso i campi di concentramento e l’uomo con sei dita osannato presso il Zircus per come suona al piano una cover di Creep dei Radiohead, proprio grazie a quelle due dita in più. Lo stesso tedesco che cerca esseri straordinari tra i “diversi”, è a sua volta un diverso escluso dall’esercito per le sue strane mani.

But I’m a creep
I’m a weirdo
What the hell am I doing here?
I don’t belong here

Creep – Radiohead

La diversità soggettiva

Incredibile come il concetto di diverso sia assolutamente relativo e soggettivo su questi due piani primari, a cui se ne aggiunge un altro, quello della percezione. I freaks si sentono diversi dalla società, e per essere accettati fanno ridere le persone con gli spettacoli circensi. Cercano il loro posto nel mondo quando è evidente che sono alla disperata ricerca della “normalità” e dell’integrazione. D’altro canto, gli ebrei, che facevano parte della società definita “normale”, a loro volta emarginavano i Freaks per la loro diversità: li prendevano in giro, li guardavano al circo come “fenomeni da baraccone”. Nel caos del film, che salta dal trash al dramma generando smarrimento nello spettatore, c’è un punto di riferimento, un caposaldo a cui aggrapparsi sempre: l’assurdità della discriminazione.

Freaks out è l’indagine della diversità che prende come campione quelli che per eccellenza sono stati ritenuti diversi dalla storia e dalla società: ebrei e circensi. Più volte la telecamera è stata posata su dei ragazzi con la sindrome di down nei panni di ebrei deportati: ennesimo omaggio a un mondo poliedrico, il nostro, in cui troppo spesso si fanno delle discriminazioni aprioristiche. La precarietà del nostro status di “normalità” grida fortissima: diverso da chi? Ieri loro, domani noi.

Il dono, così lo chiamano nel film, quello della ragazza elettrica che non può toccare nessuno senza dare la scossa. Un dono da non temere, che la trasformerà nella eroina indiscussa della pellicola. La diversità che fa la differenza: questa la vera protagonista di Freaks Out. Nel nonsense generale seguiamo quindi una storia di emancipazione: della ragazzina, del gruppo di Freaks, degli ebrei che abbracciano i freaks, dei mutilati di guerra che abbracciano tutti pur di ammazzare i nazisti. Gli unici che non si emancipano sono quelli che lottano per una normalità che non esiste.

Proprio grazie all’alternanza tra le assurde discriminazioni razziali e le terribili emarginazioni legate alla diversità, ondeggiamo in una dimensione dove da un lato osserviamo la pazzia della storia, e dall’altro indaghiamo empaticamente la condizione di alterità e la solitudine che ne consegue. Una solitudine molto apparente quando si comprende che sulla Terra abbiamo tutti lo stesso destino mortale.

Assolutamente da vedere, ma soprattutto da “sentire”. Consigliato anche per i bambini, specialmente per sensibilizzarli da subito su alcuni temi fondamentali che hanno come base il rispetto e l’accoglienza reciproca.

Alessia Pizzi

Cattivissima Me: 4 motivi per odiare il Natale

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È quasi Natale. C’è chi ha iniziato a fare il countdown subito dopo Ferragosto, chi ha ultimato tutti i regali nel giorno del Black Friday e chi ha prenotato volo e albergo per andare chissà dove a festeggiare la 2021esima nascita del bambin Gesù.


Da un mese a questa parte è praticamente impossibile non ritrovarsi coinvolti nella consueta follia natalizia: in città ci sono i mercatini; le strade sono decorate di rosso, oro e argento; nei centri commerciali ci sono delle imperdibili offerte sugli elettrodomestici; siamo perseguitati dalle solite canzoni di Mariah Carey e Michael Bublè che abbiamo anche involontariamente imparato a memoria.
Uhhhhhh uhhhh baby!

Tutte le tradizioni sono importanti e, per questo, come ogni anno io mi sono trasformata nell’incredibile Grinch.
Sì perché se voi a Natale siete tutti più buoni, io invece divento cattiva … cattivissima. Io non sopporto il Natale per questi motivi.


Il palinsesto televisivo


La programmazione televisiva interrompe la sua linearità. Del palinsesto non si capisce più nulla. Ergo ora dobbiamo aspettare il 15 gennaio per la prossima puntata dello show televisivo di turno che amiamo. Vi rendete conto? Siamo stati lasciati con un cliffhanger da infarto e solo tra un mese potremo avere la risposta alle nostre domande esistenziali del tipo Brooke e Ridge torneranno insieme?!? Soprattutto come farò a stare tre settimane senza Maria?
Ah le strenne. E va bene dai riguardiamoci Una poltrona per due e tutti i film romantici natalizi.

Le cene di saluti


Poi c’è il cibo. Come se non bastassero i lauti pranzi con i propri parenti, durante le feste dobbiamo partecipare alle cosiddette “cene di saluto”. Noi che il Super green pass ce l’abbiamo.
Con certa gente non ci si frequenta mai durante l’anno ma puntualmente ci si vede per Natale. Ma che senso ha? Molte persone le rivedremo per la cena di saluto di Natale 2022. Nel frattempo la bilancia ringrazia.

La gara sui social

Su Instagram parte la gara a chi ce l’ha più grosso, più colorato, più illuminato. Sto parlando dell’albero. La bacheca diventa monotematica. Che noia. E comunque il più bello è sempre il mio, anche se decoro solo la metà visibile, fotografabile e instagrammabile.
(Da qualche anno è partita anche la gara a chi lo fa prima. Io per esempio l’ho fatto il 21 novembre, ma Chiara Ferragni mi ha comunque battuta sul tempo!).

E a Capodanno cosa fai?

Io odio questa domanda. Ma poi perché a Capodanno dovrei fare per forza qualcosa? A Capodanno mi sveglio, faccio colazione, ciondolo per casa, pranzo, mi siedo sul divano per un binge watching delle migliori serie tv in streaming, ceno, dormo esattamente come ogni anno. Forse quest’anno rivedo per la terza volta Strappare lungo i bordi.

Eppure a me il Natale piaceva tantissimo quando ero una bambina. Amavo banchettare con i miei parenti a casa della nonna: a tavola eravamo almeno in venti persone e i pranzi duravano sei ore. Forse è da quando la nonna se n’è andata che ho iniziato a odiare il Natale, perché il calore di quei pranzi non tornerà più.
Se ne è andata il sei dicembre, quando da me si festeggia San Nicola, il nostro Babbo Natale. Da quel momento a dicembre e soprattutto a Natale la sua assenza si fa dolorosa presenza. Neanche la milionesima visione de la Bella e la Bestia mi potrà consolare.


Valeria de Bari

Se avete ancora voglia di racconti brevi con l’atmosfera natalizia non perdete il racconto Comunque Natale.

Con “Intelletto d’amore” Lella Costa celebra il rapporto tra Dante e le donne

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“Intelletto d’amore”, omaggio di Lella Costa a Dante nel settecentenario dalla sua morte, è in scena fino a domenica 5 dicembre al Teatro Vittoria di Roma

Nella Divina Commedia i personaggi femminili non sono tanti. Ma quelli che ci sono, hanno un ruolo determinante. È questa la premessa dello spettacolo teatrale “Intelletto d’amore”, attualmente in scena  – ancora per pochissimo – al Teatro Vittoria di Roma. Sul palco c’è la sola – bravissima – Lella Costa a spiegare perché Dante, senza le donne, non sarebbe il Dante che conosciamo.

D’altronde il sottotitolo dello spettacolo è proprio “Dante e le donne”, un argomento molto discusso da sempre, ma soprattutto negli ultimi anni, pensiamo alle lezioni dantesche del linguista Luca Serianni o ad un saggio come “Le donne di Dante” del critico letterario Marco Santagata.

Per Dante le donne hanno “l’intelletto d’amore” – da cui il titolo dello spettacolo – cioè sono in grado di capirlo, l’amore. Per questo si rivolge sempre a loro: sono le donne il pubblico di Dante. 

La Divina Commedia l’hanno scritta le donne, in verità, perché è stata scritta per le donne.

Tuttavia, nello spettacolo si ricorderà come il poeta è stato inclemente e ingiusto – a volte apparentemente, a volte davvero – con i personaggi femminili.

La struttura di “Intelletto d’amore” è divisa in quattro parti, ognuna dedicata a una donna e al modo in cui Dante si è rapportato con loro.

La prima donna che Lella Costa ci presenta è Gemma Donati, la moglie di Alighieri. E dobbiamo davvero ringraziare l’attrice/autrice per averle dato voce con estrema ironia. Della sua donna ufficiale Dante ha parlato pochissimo, fatta eccezione per un riferimento a colei che era al 30° posto tra le sessanta donne più belle di Firenze. Nella Commedia nominerà tutto e tutti come oggetti e soggetti d’amore, tranne Gemma Donati.

In questo 2021 in cui si celebrano i 700 anni dalla morte di Dante in molti, come ho accennato prima, hanno parlato dei suoi personaggi femminili, in pochi hanno parlato di Gemma Donati, oltre a Lella Costa e Gabriele Vacis, autori di questo spettacolo.

Attraverso l’originale punto di vista di sua moglie, si accenna alla vita del Sommo, ma anche ad alcuni personaggi femminili della Commedia, come Piccarda Donati.

La seconda donna è Francesca da Rimini, la protagonista, insieme all’amante/amato Paolo, del V Canto dell’Inferno, che lo spettacolo assume essere il preferito dalle donne (ma sarà vero per tutte?). Gli amanti che hanno anteposto il talento, ovvero l’amore passionale, alla razionalità sono stati puniti da Dante, perché considerati peccatori. Ma la Francesca immaginata in “Intelletto d’amore” trova una giustificazione all’inclemenza di Dante.

Ancora più maltrattata è l’etera ateniese Taide, terzo personaggio femminile. È esistita davvero, ma qui il personaggio è ripreso dalla commedia “Eunuchus” dell’autore latino Terenzio. Dante la pone all’Inferno, addirittura nelle malebolge, tra gli adulatori, descritta nel XVIII Canto con sadismo e cattiveria. Ma è una ingiusta umiliazione  -ci racconta Lella Costa, -perché la Taide di Terenzio è sì una prostituta che adula i suoi pretendenti, ma lo fa per salvare un’altra donna, più giovane, dalla schiavitù. È determinata e valorosa, ma Dante la tratta peggio di Francesca. 

E alla fine arriva Lei, Beatrice! Ad accompagnare Dante nel Paradiso, nel suo cammino verso la salvezza, è una donna, che assume il ruolo di guida spirituale di un uomo. Una scelta coraggiosa nel contesto storico del Medioevo, ma non solo. Anche qui, però, Dante non ne esce benissimo: è vero che la pone sopra chiunque, uomini e donne, ma è anche vero che Beatrice, non corrisponde alla reale Bice Donati, ma ad un ideale, di donna e di amore.

Lella Costa ha scritto questo spettacolo colto e divertente insieme a Gabriele Vacis, che ne cura anche la regia. 

La drammaturgia alterna piacevolmente versi danteschi e monologhi comici e non della voce narrante e delle quattro donne, tutte interpretate da Costa. La sua bravura è esaltata dalla capacità di passare non solo da un ruolo all’altro, ma anche da un accento all’altro: dal fiorentino di Gemma Donati, moglie di Dante, al romagnolo di Francesca da Rimini.

Il racconto corrisponde alla realtà storica, ma è arricchito da invenzioni e trovate originali. L’immaginazione sposa comunque la verosimiglianza, soprattutto nel racconto su come sia andato davvero il matrimonio tra i coniugi Alighieri.

Il testo di “Intelletto d’amore” dimostra un grande amore e rispetto di Costa e Vacis verso Dante e la grandezza dei suoi versi. Anche nello “svelare” la durezza di Dante nel trattare le donne, gli autori sono stati bonari con lui, hanno trovato “giustificazioni” e spiegazioni valide per le sue scelti, Sono stati attenti a lavorare di immaginazione e creatività, muovendosi all’interno della realtà storica e della critica letteraria. Oltre che alle opere di Dante, non mancano altri riferimento letterari alti, tra cui Borges, Elsa Morante, de Beauvoir e Sartre.

La scenografia è semplice e suggestiva: solo leggii avvolti da luci gialle, come dei piccoli alberi di Natale e uno sfondo che cambia colore, dal rosso al blu a seconda del personaggio inscenato. 

“Intelletto d’amore” è lo spettacolo teatrale da non perdere se amate Dante, ma anche se il suo ricordo scolastico vi provoca sbadigli.

Stefania Fiducia

La foto di copertina è di Stefano Spinelli©

“Ho sposato una strega”, la favola di René Clair

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Titolo originale: I Married a Witch
Regia: René Clair
Soggetto e sceneggiatura: René Clair, Marc Connelly, Robert Pirosh, contributi di Dalton Trumbo
Cast principale: Veronica Lake, Cecil Kellaway, Fredric March
Nazione: Stati Uniti d’America
Anno: 1942

Degno del miglior René Clair, Ho sposato una strega (1942) è un’opera deliziosa, arguta, solcata da faglie che denunciano altri sensi, più ricchi – e diversi – rispetto al piano ‘principale’. Anzitutto la forma, incantata e fiabesca, capace di esercitarsi su un contenuto pieno, identificabile ora con una posizione morale, ora con lo scandaglio della realtà, ora con una chiara visione sociale. Ridotta all’osso, la materia pulsa sottotraccia, è una fèerie impreziosita da lievi arabeschi, dalla scelta di mostrare celando, di compiacersi della bizzarria della storia.

Simmetrie e ironia

Simmetrie, cadenze, gusto dell’ironia: tutto rimane intatto, discendendo da una filmografia varia i cui prodotti sono discosti l’uno dall’altro, come a segnare un fil rouge ideale, una continuità che si incarna nelle situazioni, nella molteplicità dei tipi umani. A ben vedere, più che a un piano psicologico proprio, le figure di Clair somigliano a bambole rotte, maschere prive di qualunque spessore chiamate a saltare di opera in opera, in un carosello infinito che ne evidenza la riproducibilità. Così i protagonisti di Ho sposato una strega, fantasmi ingenui e vendicativi, portatori di debolezze , del tutto umane.

Il loro viaggio attraverso tre secoli – dato dalla serie di inquadrature iniziali – è puntellato da monellerie fanciullesche, da vizi ‘comuni’ come il piacere di bere, l’impulso a strafare. Padre e figlia, stregone e streghetta, sfuggono i manicheismi della caratterizzazione per confermare, al tempo stesso, l’inevitabile separazione dialettica, la persistenza – nel discorso comune – delle categorie di bene e male. È una peculiarità di Clair, quello sguardo indulgente che avvolge buoni e cattivi, «il ridicolo – tipico dei personaggi odiosi – [che] non lascia immuni nemmeno gli “eroi”, i personaggi simpatici»[1].

Buoni e cattivi?

Viene facile, in questa favola ambientata a Salem, stigmatizzare l’iniziale maschera di Wallace Wolley (Fredric March), la dignità piccolo borghese con cui ‘difende’ la casa, con cui rimbrotta impettito una giovane Irene (Veronica Lake). Ma quella corazza si incrina, e dietro gli sguardi freddi si intravede la noia, poi la paura, e ancora l’amore, sicché ogni cosa è sospesa, assolta – in parte – da una bonaria indulgenza.

Né più buffo potrebbe sembrare il padre stregone, Daniele (Cecil Kellaway), trascinato in un vortice di scherzi e guai dalla figlia, affetto dal desiderio di vendetta, da una sgangherata sindrome post-rogo che lo induce a risa smodate, a un temperamento infernale che si mitiga con le gag, con gli occhi disincantati di chi racconta – e non crede più alle favole. Clair sa, come dimostra altrove, che i chiaroscuri generano insicurezza, distacco dalla norma. Pertanto impone conflitti, ristabilisce dicotomie rassicuranti collocando gli attori in schiere opposte: da un lato gli istintivi, dall’altra i meditabondi.

L’erosione degli schemi

In Ho sposato una strega questa impostazione deflagra, Walley è carnefice, vittima e complice, mentre Daniele – in una delle scene più comiche della pellicola – finisce imbottigliato per ‘giusta causa’, annegando il suo piano nel più tradizionale happy end: una beffa da favola vera.
Così, in una storia che è al tempo sé stessa e altro, il tocco piano di René Claire tratteggia eroi dimezzati, estranei al ventre dell’America notabile (qui effigiata, efficacemente, nei milionari-macchiette) e tutti chiusi nel proprio mondo di in-sicurezze. È un divertissement fuori schema, un raffinato gioco di rimandi ‘primordiali’.

Tre motivi per vedere il film

  • – Le arti magiche, innocenti e seduttive, di Veronica Lake
  • – La sequenza in cui lo stregone precipita dalla finestra e viene arrestato
  • – Il matrimonio fiabesco tra Irene e Wallace

Quando vedere il film

Una sera di inverno, prima di iniziare il rewatch di Vita da strega

Note

A. Pietrangeli, Sala di proiezione, a cura di A. Maraldi, Cesena, Società Editrice «Il Ponte vecchio», 1994, p. 75

Ginevra Amadio

Hai perso l’ultimo cineforum? Eccolo per te!

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

Vedere o non vedere la docuserie “The Beatles: Get Back”?

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L’attesa, per qualunque fan dei Beatles, è stata dolorosissima e c’è un motivo ben preciso. Chi non è stato contemporaneo dei Fab Four vaga sulla Terra con una malinconia insuperabile, pensando di aver perso una grande occasione. Ogni volta che il fan “moderno” becca alla radio una loro canzone o s’imbatte in una cover band a qualche festicciola estiva, subito la ferita diventa più salata, si gonfia il sospiro di un’esperienza persa, irraggiungibile.

Per questo l’arrivo su Disney Plus di The Beatles: Get Back, la docuserie diretta dal regista vincitore di tre premi Oscar® Peter Jackson (la trilogia de Il Signore degli AnelliThey Shall Not Grow Old – Per sempre giovani), doveva dare ai fan come me una seconda chance: quella di viaggiare nel tempo e osservare l’essere umano dietro al Beatle, il genio creativo durante le sessioni di registrazione del gennaio 1969 in vista del primo concerto dal vivo dopo due anni di fermo.

Quattro uomini dietro l’effetto Beatles

Sono tre le puntate uscite rispettivamente il 25, il 26 e il 27 novembre 2021 sulla piattaforma streaming, ma io per ora sono riuscita a vederne solo una integralmente. Si tratta di quasi due ore a episodio in cui vediamo John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr scrivere 14 nuove canzoni un paio di settimane prima del concerto. Interessante, interessantissimo, quasi magico: quello che intriga di più, per chi non è del mestiere, è la facilità e la sintonia con cui i musicisti producono testo e musica ex abrupto.

Seduti nel loro angolino come quattro studenti delle superiori, sigaretta in bocca e drink alla mano, i quattro ragazzi tirano fuori tutto lo humor inglese, la complicità e la loro abilità, ma anche tensioni, paure e insicurezze. Ad un certo punto John, mentre canta “Don’t Let me down”, dice di non avere più l’età per strillare così di prima mattina. Anche George si lascia andare, affermando di non essere abilissimo nell’improvvisazione e iniziando un volo altissimo nel mondo della musica jazz. Predomina molto la figura perfezionista e carismatica di Paul, mentre Ringo è appollaiato dietro la batteria. Forse questa docuserie andrebbe vista anche solo per riuscire a percepire l’umanità di quattro persone che sono state letteralmente idolatrate dal loro pubblico. Quattro esseri umani come noi che ancora oggi ispirano film, serie tv (Gli episodi di Grey’s Anatomy 18 si intitolano come le loro canzoni), spettacoli teatrali, canzoni e tanto altro ancora. Delle vere e proprie icone, insomma.

L’ombra di Yoko Ono

La prima puntata si trasforma quasi in film dell’orrore quando la cinepresa cade su Yoko Ono. Una figura inquietante appiccicata a John Lennon fino alla fine del terzo episodio, che sta lì seduta tutto il tempo a non fare e dire nulla, come un’appendice. Eccola l’ombra che cala sulla band immortale, sembra quasi un presagio questa donna seduta e silente, dai capelli scuri e la faccia concentrata nei suoi pensieri. Non c’entra nulla, rompe l’armonia di un concerto a parte. Ma questo, forse, la storia ce l’ha già raccontato.

L’ultima esibizione

Quindi, che dire? Jackson è la prima persona in cinquant’anni che può mettere le mani sulle 60 ore di filmato girate da Michael Lindsay-Hogg più 150 ore di registrazioni audio mai ascoltate prima. Il tutto viene restaurato e impacchettato mostrando la genesi di canzoni che hanno fatto la storia, fino ad arrivare all’ultima esibizione dal vivo dei Beatles come gruppo, il concerto sul tetto di Savile Row, a Londra. Quindi forse, varrebbe la pena vedere almeno il finale: c’è lo sconforto dei poliziotti che non sanno proprio che fare con quel concerto che, dal tetto della casa discografica, arriva fino alle strade.

Che sensi di colpa mi genera scrivere di non averla vista tutta, ma mi riprometto di provarci ancora una volta. Forse questa confessione potrà aiutare chi è indeciso a decidere: mi tocca viaggiare nell’incoerenza e dirvi di provare a essere più bravi di me e di guardarla tutta fino alla fine senza accelerare la riproduzione. Un po’ perché i Beatles se lo meritano, un po’ perché mi sono stati vicino in ogni momento della mia vita negli ultimi vent’anni, e forse è così anche per voi.

Porto addosso la semplicità e la schiettezza dei loro messaggi, senza credere troppo nel concetto di idolo, ma credendo fortemente nel concetto di straordinario: esistono incontri straordinari che generano prodotti straordinari da regalare al mondo. Magari la docuserie non è definibile in questi termini, ma certamente i Beatles lo sono stati. Eccome.

I hope we’ve passed the audition.

John Lennon

Alessia Pizzi

P.S. Una dritta: il terzo episodio inizia con la composizione di Let it be.