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Il Teatro Eliseo è in vendita: la Cultura ha perso

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Nel 1900 a Roma nasce il più giovane dei “grandi teatri”. Lo stile liberty e 760 posti lo rendono subito alla moda: è l’Arena Nazionale, che nel ’10 si chiamerà Teatro Apollo fino a giungere all’attuale nome, cioè Teatro Eliseo.

Star vere calcano quelle scene, dal varietà con Anna Magnani, Totò, Macario e Petrolini; passando per la grande prosa con Emma Gramatica e Paola Borboni. Eduardo de Filippo lo sceglie come sua tappa fondamentale nei tour romani. Le prime rappresentazioni del teatro americano del primo ‘900 avvengono lì: Luchino Visconti, ad esempio, sarà il regista che per primo porterà sul palco dell’Eliseo i copioni di Tennessee Williams. E poi Gino Cervi, Paolo Stoppa, Rina Morelli, la compagnia di Memo Benassi. E Albertazzi e la Proclemer? La Melato? La compagnia dei giovani di De Lullo? Quel palco è vita e, soprattutto, è Storia.

Nel 2001 poi un… attore… prese la direzione artistica.

Una persona politicamente molto compromessa, tanto da diventare nel 2008 parlamentare: attività che ovviamente lo porta a non occuparsi del Teatro, che affronta la crisi di quegli anni, come una barca nella tempesta senza il comandante. L’Eliseo (e il Piccolo con lui), nel frattempo, vede sempre più calare non solo la qualità del suo cartellone, ma anche della gestione stessa, che, malgrado i fondi pubblici, non riesce a gestire spese, debiti e innovazioni. Nel 2018 poi, lo stesso uomo riesce a comprare l’edificio. facile no, visto che le entrate le prendeva lui e alla uscite pensava lo Stato.

Ed ora? Magia! L’Eliseo è… IN VENDITA!

Nel silenzio culturale più abbietto, nel lutto più profondo per la città di Roma, leggiamo che il palco che ha avuto come direttore artistico personalità come Giuseppe Battista, Rossella Falk, Umberto Orsini e Giuseppe Patroni Griffi, è sul mercato per diventare probabilmente una…catena. Alberghiera, bancaria, di fast-food…ma una cosa meramente commerciale.

La vera sconfitta sta nella gestione di questi luoghi. Non riusciamo a comprenderne la sacralità a livello nazionale. Si donano in gestione al nome, all’amico dell’amico, non a personalità capaci e professionalmente a parte dalla scena politica. No! Lo Stato è presente se il Privato fa da garante. Il Pubblico sborsa, pensa alle uscite, mentre il Privato ottiene solo entrate.

La vendita del Teatro Eliseo dimostra, purtroppo, che la Cultura ha perso; perché la Politica e l’Economia avranno sempre la priorità….anche perché “con la Cultura non si mangia“.

Francesco Fario

Dal tramonto all’alba: il b-movie sui vampiri firmato Tarantino

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Gli psicopatici non esplodono alla luce del sole

Seth, Dal tramonto all’alba

Titolo originale: From dusk till dawn
Regia: Robert Rodriguez
Soggetto: Robert Kurtzman
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Cast principale: George Clooney, Juliette Lewis, Quentin Tarantino, Harvey Keitel
Nazione: Stati Uniti D’America
Anno: 1996

Che importa a Quentin Tarantino – reduce da Pulp Fiction – di portare sul grande schermo un b-movie che inizia come thriller e finisce come un horror splatter? Pochissimo, se lui stesso decide di interpretare uno dei protagonisti guadagnando anche un paio di candidature come peggior attore non protagonista.

L’etichetta di gran cineasta non lo spaventa: Tarantino fa dirigere all’amico Robert Rodriguez una sceneggiatura scritta ai tempi del liceo e rielaborata con Robert Kurtzman. Il risultato è un film uscito il 17 gennaio 1996 e diventato subito un cult del genere, grazie al grandissimo successo riscosso in sala.

Il thriller ispirato dagli zombi

Si parte quindi con la storia di due fratelli delinquenti che scappano verso il Messico dopo aver rapinato una banca. I due prendono in ostaggio una famiglia per valicare la frontiera. Il viaggio, però, prende una piega sbagliata (e totalmente inaspettata) quando il gruppo entra in un locale notturno gestito da vampiri. Tarantino ha dichiarato di aver preso ispirazione dai film di George A. Romero (come Zombi e La Notte dei Morti Viventi), ma naturalmente ci troviamo di fronte a un film molto differente. Lo sviluppo è totalmente imprevedibile e spesso all’insegna del trash, ma lo spettatore resta incollato per vedere come va a finire. Dal punto di vista di un appassionato del genere horror è sicuramente una delle pellicole più interessanti, soprattutto perché inizia in modo totalmente atipico.

Lo strano cast

Nel cast c’è George Clooney che, conosciuto per E.R – Medici in prima Linea (serie in cui Tarantino diresse anche un episodio), si afferma come attore hollywoodiano: grazie alla pellicola esce dai panni del medico e vince svariati premi, tra cui l’Mtv Movie Award. Nella storia interpreta il delinquente professionista (Seth), a differenza del sadico fratello interpretato da Tarantino che è un vero e proprio maniaco sessuale (Richard). Certa critica ha affermato che l’unico a recitare decentemente nel film fosse Harvey Keitel (Innamorarsi) nei panni di Jacob, capofamiglia ed ex pastore sequestrato dal duo. Sicuramente i confronti tra lui e Seth sono i dialoghi con più spessore, visto che il resto è tutto abbastanza divertente.

Nel film ci sono anche Juliette Lewis (figlia di Jacob) e Salma Hayek, quest’ultima nei panni della regina vampira. La scena in cui Santanico Pandemonium – così si chiama la vampira – balla con un serpente attorcigliato e si versa il whisky sulla gamba così che Richard (aka Tarantino) possa bere dal suo piede è diventata iconica. Tra l’altro pare che la danza sia stata improvvisata perché non c’era un coreografo disponibile.

Tutta l’ambientazione del locale ovviamente merita una musica d’eccezione. Non manca la band dal vivo che accompagna la lotta tra umani e vampiri, in cui fa capolino anche Tom Savini (aka Sex Machine), collega di Romero e regista del remake della Notte dei Morti Viventi.

Per quanto mi riguarda Dal Tramonto all’alba è un caposaldo del genere horror per l’originalità del tema. Sicuramente porta sulle spalle il bello e il brutto di essere un film degli anni Novanta: guardandolo oggi, rispetto a ieri, i limiti dal punto di vista horror risultano evidenti anche solo a livello di effetti speciali. Tuttavia, è uno di quei film che mi è rimasto nel cuore, anche perché non capita tutti i giorni di vedere attori come Tarantino e Clooney in un horror splatter con i vampiri. Ho letto che alcune scene furono tagliate negli Stati Uniti perché ritenute troppo forti, ma riguardandolo oggi non mi sembra sia un film particolarmente pesante. Una curiosità: la scena in cui la vampira dice a Seth “Benvenuto nel mondo degli schiavi” ha una risposta improvvisata da George Clooney che è rimasta per sbaglio all’interno della pellicola finale:

No grazie, ho già avuto una moglie.

Attualmente in streaming su Amazon Prime Video, il film è stato anche di ispirazione per la realizzazione di una serie tv che è disponibile su Netflix e il cui creatore è sempre di Robert Rodriguez.

Tre motivi per guardare il film

  • Perché il duo Clooney-Tarantino è meraviglioso
  • Perché Salma Hayek che balla col serpente è fantastica
  • Perché non esiste un’altra pellicola horror simile a questa

Quando vedere il film

Quando si vuole evadere con la mente: una sera d’inverno o un pomeriggio d’estate.

From Quentin Tarantino. From Robert Rodriguez. From Dusk till Dawn

Alessia Pizzi

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Fashion Film Festival Milano, al via l’ottava edizione

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Dal 14 al 18 gennaio 2022 si celebra la moda raccontata dai film: cortometraggi, incontri con i registi, mostre e molto altro per capire il fashion system.

Constanza Cavalli Etro, fondatrice e direttrice FFFM, Gloria Maria Cappelletti, curatrice FFFM, Clara Del Nero, direttrice artistica FFFM e Alessia Cappello, assessora allo sviluppo economico e politiche del lavoro del Comune di Milano hanno lanciato oggi questo importante evento con una ricca conferenza stampa.

Questo grande evento internazionale è stato fin dalla prima edizione supportato dal Comune di Milano e dalla Camera della Moda, una sinergia importante per accendere le luci sul made in Italy e sul futuro della moda e del pianeta. Temi come inclusione, sostenibilità, pari opportunità sensibilizzano le vecchie e nuove generazioni a tematiche importanti. La moda è la seconda industria del paese in fondo, non parliamo di bruscolini. Immagini, suoni, visioni: non esistono strumenti più efficaci per raccontare la creatività italiana e non solo. Il festival è, tra le altre cose, un ponte culturale tra comunità diverse. Una celebrazione della diversità e dell’inclusione, come raccontiamo anche noi nelle nostre pillole dedicate alla storia della moda.

Cosa succederà in questa ottava edizione?

Ci sono due sezioni: concorso e fuori concorso. Nella sezione concorso sono stati ricevuti più di 1000 fashion film da 60 paesi. Di questi mille c’è stata una selezione, per arrivare a 260. La giuria è composta da personalità di vari settori, perché il fashion film non è solo moda, bensì un prodotto cinematografico. La giuria è presieduta da Pierpaolo Piccioli, direttore creativo della maison Valentino, l’attrice Alba Rohrwacher, il fotografo Vincent Peters, Chiara Sbarigia, presidente di Cinecittà e molti altri, tra cui le attiviste Stella Jean e Lea T.
Inoltre, la partnership con Cinecittà di Roma e con la Biennale di Milano ha dato vita a due mostre fisiche, che sono visitabili fino al 18 gennaio.

Secondo la curatrice Gloria Maria Cappelletti: “dalla prima edizione è evidente l’evoluzione della narrazione. La moda diventa cultura a 360 gradi, i linguaggi si sono mischiati, abbiamo avuto la possibilità di vedere come le nuove generazioni vedono la moda e di come i grandi brand si comportano di fronte alle tematiche contemporanee: la natura, il mondo del green, ma anche il linguaggio del corpo. Molti di questi film si avvicinano a una dimensione performativa, movimento e danza, utili ad esprimere i sentimenti e le emozioni. Ma abbiamo anche film ironici, che vogliono farci sorridere e portare leggerezza. Da sottolineare che la qualità dei film è sempre più elevata, anche delle produzioni minori ed emergenti. nonostante la pandemia, i creativi vogliono continuare a creare, con ancora maggiore potenza e profondità“.

Clara del nero, direttrice artistica, anticipa i momenti salienti del festival: il film di Galliano per Maison Margiela è un lungometraggio magnifico, che racconta un viaggio onirico nella mente dello stilista. ‘Now’ di Jim Rakete, è un documentario sul movimento giovanile per il cambiamento climatico, che racconta come i giovani di oggi si stanno alzando per cambiare le cose. Inoltre, una preziosa testimonianza dedicata a Elio Fiorucci, toccante ed emotiva, farà immergere lo spettatore nella vita di questa icona che ha cambiato la visione della moda nazionale e internazionale. L’ultimo film che vedremo è “Step into paradise” sulla storia di due icone della moda australiana, che accompagna lo spettatore in una realtà davvero lontana dai normali circuiti.

Come partecipare

Sulla piattaforma mymovies è possibile vedere i film vincitori. Attenzione però: i posti sono limitati, quindi conviene prenotarsi.

Nella parte fuori concorso ci sono diverse attività gratuite e open: i lungometraggi, le conversazioni, gli incontri. Tutte le info sul sito.

Buon divertimento!

Micaela Paciotti

“The Last Of Us 2”: un atto d’amore per i videogiocatori

Una delle serie tv targate HBO più attese per l’autunno del 2022 – data approssimativa di uscita – è The Last of Us. Il web e i social si stanno riempiendo di foto e video rubati dal set delle riprese che si stanno tenendo in questi giorni in Canada. In questi scatti rubati, si ha avuto modo di vedere per la prima volta Pedro Pascal e Bella Ramsey nei panni dei due protagonisti, Joel e Ellie. I due sono già noti al pubblico per i ruoli di Oberin e Lyanna Mormont in Game of Thrones, serie gioiello del canale statunitense.

Il motivo per cui si sta generando tanto interesse è semplice: The Last of Us è la trasposizione televisiva di uno dei migliori videogiochi che siano mai stati prodotti. Un’opera talmente articolata nel suo sviluppo narrativo da essere divisa in due parti: The Last of Us e The Last of Us Parte II.

Una storia nota, una qualità mai vista


The last of us parte 2 (d’ora in poi TLOU2) è un’opera videoludica che porta avanti la narrazione intrapresa con la prima parte, uscita in esclusiva per ps3 nel 2013, che narra le vicende di un mondo post apocalittico nel quale l’umanità è stata decimata da un’infezione causata dallo spillover degli effetti del fungo noto col nome di cordyceps.

Essenziale perciò per poter apprezzare a pieno e capire la storia è giocare entrambi i titoli; contrariamente alla stragrande maggioranza dei videogiochi che fanno da seguito a dei capitoli precedenti, il titolo stesso di TLOU2 è esplicito nel dare questa indicazione: è la seconda parte di una storia, non semplicemente un seguito.

La trama non è nulla di originale; sin dai tempi della saga di Resident Evil infatti, l’ambientazione distopica zombie è un classico del medium videoludico, tanto usuale da portare videogiochi inizialmente non pensati con questa scenografia a prevedere “mod” zombie, spesso con risultati non proprio tendenti alla qualità ma alla mera resa di un gameplay più arcade; titoli mainstream tripla A come Call of Duty o il primo capitolo di Red Dead Redemption (per fare due nomi fra i più famosi del panorama videoludico) prevedono questo tipo di modificazione alla versione originale del videogioco.

Originale è invece la qualità della narrazione. Quest’ultima può infatti tranquillamente reggere il confronto non solo con le colonne portanti della narrazione videoludica (Grim Fandango, Metal Gear Solid, Broken Sword, Final Fantasy 7 per citare solo la punta dell’iceberg della qualità narrativa di questo medium) ma anche con opere distopiche appartenenti ad altri linguaggi artistici come film, serie, libri o fumetti.

The Last of Us: la trama del primo gioco (Spoiler alert!)

Fin dalle prime battute la trama di TLOU infatti coinvolge il giocatore in una narrazione fatta d’estrema crudeltà, coadiuvata da un approfondimento della psicologia dei personaggi di altissimo livello. Spesso il genere zombie è sempre stato in qualche modo velato di un umorismo, una risata che stride sulle sorti di un’umanità perduta. Invece in TLOU l’umanità dei personaggi viene continuamente sgretolata, violentata dalla evidente ferocia della realtà che li avvolge; già durante la prima mezz’ora di gioco a Joel, protagonista assoluto della prima parte di TLOU, viene uccisa la figlia, di dodici anni, da un membro dell’esercito. Passati vent’anni, e arrivati perciò alle estreme conseguenze di un’umanità ormai in preda all’anarchia e al caos, Joel dovrà accompagnare una ragazzina, Ellie, fino ad un ospedale alla ricerca di una possibile cura biologica per l’umanità. Il profondo messaggio di TLOU è infatti solo questo; l’uomo inteso come specie è fondamentalmente cattivo, crudele: se esiste una cura, essa è squisitamente biologica, non morale.

La moralità è riservata agli affetti privati dei personaggi principali, due solitudini che si incontrano ed evolvono lentamente il loro rapporto. Proprio l’estremo individualismo di fondo dei personaggi porterà Joel a prendere una scelta inaudita nel controverso finale della prima parte. 

Ellie è infatti immune alla contaminazione delle spore del fungo; tuttavia la sintesi di un vaccino porterebbe alla morte della ragazzina. Joel la salverà, condannando l’umanità al supplizio del cordyceps. Joel mentirà ad Ellie, dicendole che non sarebbe stato possibile ricavare un vaccino dalla sua immunizzazione, privandola di scegliere per proprio conto sulla sua vita. Scelta che non le verrà data neppure dal dottore che decide di operarla. Proprio questa scelta sarà la miccia che darà avvio alla seconda parte della trama, quella del gioco per PS4, il vero e proprio The last of us parte 2.

Joel infatti ucciderà il dottore ed essenzialmente decimerà l’organizzazione di cui fa parte, le Luci. 

The Last of Us Parte II: la storia di Ellie

Se il primo gioco era fondamentalmente una storia su un affetto che lega in modo parentale i due protagonisti, la seconda parte di TLOU è una crudele storia di vendetta. Anche in questo caso la trama di una revenge story non è originale ma la qualità della narrazione, questa sì, è di altissimo livello. Inoltre gli sviluppatori di Naughty dog, diretti dal bravissimo Neil Druckmann, inseriscono un elemento di gameplay che rivoluziona la storia: il focus della narrazione.

Come magistralmente sapeva fare Hemingway giocando con i vari punti di vista interni alle sue trame, i cagnacci di Santa Monica adottano uno stratagemma narrativo di assoluto impatto sia sulla narrazione che sul gameplay del gioco. TLOU2 infatti è simmetricamente diviso in due parti; la storia che si svolge per la maggior parte della sua interezza in circa tre giorni sarà divisa fra il punto di vista di Ellie e quello di una nuova protagonista: Abby Anderson. Abby è la figlia di quel dottore che viene ucciso da Joel per impedire che operi mortalmente al cervello Ellie per ricavare la cura contro il cordyceps.

TLOU2 inizia infatti con la morte di Joel per mano di Abby che lo uccide sotto gli occhi di Ellie, nella scena più violenta nella storia del medium videoludico.

La ricerca della vendetta porterà Ellie a scavare un abisso dentro sé stessa, in un crescendo di violenza che porterà alla catarsi della stessa nello splendido finale del gioco; Ellie sarà inesorabilmente plagiata dalle azioni che compirà per arrivare ad Abby, al punto che perderà tutto. 

I primi tre giorni della trama saranno giocati quindi nei panni di Ellie, al termine dei quali il gioco ricomincerà la storia nei panni della sua avversaria, Abby, per gli stessi paralleli tre giorni. 

Il ricongiungimento delle due protagoniste culminerà in un finale dove attimi di profondo dolore si mescolano in un’immagine di pura felicità che salverà Ellie dalle fatali conseguenze della propria vendetta.

La costruzione del finale di TLOU2 è infatti semplicemente sublime. L’attimo che fa inizialmente scatenare la rabbia di Ellie (il volto di Joel straziato da Abby) è magistralmente e simmetricamente bilanciato da un frammento di ricordo, un’ultima immagine di Joel che sorride quando vede Ellie. La memoria si compone di attimi irriproducibili, piccoli istanti che continuamente fanno capolino fra le pieghe della vita e che senza sosta la determinano. Ellie decide di non uccidere Abby proprio perché, mentre tra le lacrime sta affogando la rivale, le compare in mente un’immagine di Joel che le sorride contento. Joel insomma la salva un’ultima volta.

Il gameplay

Per quanto riguarda il gameplay TLOU2 non brilla certo per innovazione: essenzialmente è un TPS con elementi survival che costringono il giocatore ad un approccio stealth nell’affrontare i vari nemici che si frapporranno nel percorso delle protagoniste. Nondimeno l’intelligenza artificiale dei nemici umani è di pregevole fattura; nel mondo dei videogiochi è infatti soprattutto questo l’elemento che le aziende fanno più fatica ad innovare, il bilanciamento di un equilibrio sempre difficile fra realismo intellettivo e giocabilità è oggi la nuova sfida che i videogiochi next gen devono affrontare. TLOU2 offre una risposta originale e creativa a questa sfida: proponendo un ottimo bilanciamento fra intelligenza artificiale di notevole livello, gli scontri contro la setta dei Serafiti che comunicano tra loro differenti messaggi usando fischi di diversa lunghezza ed intensità e che costantemente accerchiano il giocatore riescono a trasmettere un notevole senso di angoscia e soffocamento e un gameplay pad alla mano comunque appagante. Inoltre, rispetto al primo capitolo (eccessivamente orizzontale nelle parti action) TLOU2 aggiunge una verticalità (già sapientemente messa in scena nello splendido e divertentissimo Uncharted 4) che, soprattutto nei panni di Ellie, offrono una varia scelta strategica al giocatore. Naughty dog non propone innovazioni, ma sublima il gameplay di un’intera generazione videoludica.

La grafica del gioco è semplicemente da spaccamascella; praticamente non esiste alcuna differenza fra parti filmate e gameplay vero e proprio. Tuttavia il vero capolavoro di TLOU2 si nasconde nei dettagli: gli schizzi di sangue, il gore dei corpi dilaniati dal giocatore sono di un livello mai visto su ps4. Nondimeno l’impatto grafico di TLOU2 risulta inferiore rispetto a quello del primo capitolo, vero e proprio miracolo visivo sul fragile sistema ps3. L’impatto visivo di alcuni capitoli è tuttavia di altissimo livello; il capitolo “epicentro” giocato nei panni di Abby rasenta la perfezione scenografica; le luci, i colori, l’atmosfera data dalla grana sottile che permea la visione del giocatore rendono quel capitolo una perla videoludica di rarissima fattura. 

La colonna sonora

Il gioco presenta inoltre un impianto audio di altissimo livello; oltre al bellissimo score magistralmente composto dall’argentino Gustavo Santaolalla (vincitore di due premi oscar per le colonne sonore di Brokeback Mountain e Babel, giusto per dare un’idea del livello degli artisti che hanno lavorato a quest’opera videoludica) e da Mac Quayle (Mr. Robot, The Assassination of Gianni Versace) che dà un’atmosfera narratologicamente esatta e pulita alle parti filmate, TLOU2 ha anche una propria soundtrack formata da musiche tratte dai Pearl Jam (l’album Future Days) e dagli A-ha (ovviamente Take on me) che vengono cantate da Joel e da Ellie; la stessa musica sarà inoltre protagonista di un minigioco che vedrà il giocatore cimentarsi nel poter suonare praticamente qualsiasi canzone con le varie chitarre che Ellie malinconicamente suonerà durante l’avventura. L’audio del gameplay inoltre aiuta e guida il giocatore durante le fasi action e le fasi stealth; un impianto audio perciò curato a 360 gradi, sia nella narrazione della storia sia nelle fasi di gioco vero e proprio. 

Le recensioni negative del pubblico

Un breve commento va tuttavia fatto a proposito dell’accoglienza che l’utenza ha riservato a questo videogioco: si è assistito infatti a un curioso rovesciamento dei ruoli fra critica videoludica ufficiale e critica dei cosiddetti gamers. Sul sito di Metacritic, noto per accogliere critiche dei gamers in supporto alle votazioni ufficiali delle maggiori testate di settore, si è assistito a un vero e proprio shit storming da parte dell’utenza che ha in massa votato 0 l’opera di Naughty Dog, con commenti del tipo “muoiono troppi asiatici”, “ci sono troppi gay”, “le protagoniste sono brutte” e altre migliaia di osservazioni di questo tenore. Occorre perciò specificare un fatto: le nuove generazioni che si approcciano al mondo dei videogames sono essenzialmente idiote. La chiusura mentale evidenziata dal clamore assolutamente ingiustificato sugli elementi della trama è il sintomo di un’arretratezza mentale e intellettiva che colpisce allo stomaco di chi spera che il medium videoludico possa veicolare determinati messaggi, per così dire, di apertura mentale nei confronti di realtà ormai largamente accettate nella quotidianità della vita comune. Neil Druckmann in questo senso si presenta come un autore inclusivo e porta avanti un discorso educativo totalmente nuovo nella storia del medium. In tal senso la critica fatta dai QDSS nel loro video “The last of Us voto 0” risulta brillante ed esplicante su questo fenomeno.    

In conclusione l’opera di Neil Druckmann rivela negli innumerevoli dettagli che intimamente la compone un vero e proprio atto d’amore nei confronti dei videogiochi e, soprattutto, per i videogiocatori.  

Davide Crivellaro

“Sarah. La ragazza di Avetrana”: l’intervista a Christian Letruria regista della docu-serie

Sarah. La ragazza di Avetrana è una docu-serie Sky Original prodotta da Groenlandia e tratta dall’omonimo libro scritto da Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni.

La serie, composta da quattro puntate, ricostruisce tutta la popolare vicenda dell’omicidio di Sarah Scazzi non solo dal punto di vista processuale ma anche mediatico, concentrandosi sulla morbosità con cui i giornalisti si sono tuffati sui protagonisti della storia e sul voyerismo degli spettatori.

La storia di Sarah Scazzi

La storia del delitto di Avetrana comincia il 26 agosto 2010 con la scomparsa di una ragazzina di quindici anni, che sparisce in un caldo pomeriggio d’estate nel paesino in provincia di Taranto, in Puglia. La scomparsa diventa omicidio quando, sotto la pressione degli inquirenti nel corso di un interrogatorio, zio Michele confessa di sapere cosa è accaduto a Sarah. Michele Misseri avrebbe abusato della nipote e poi l’avrebbe uccisa.

Il 15 ottobre 2010 Sabrina Misseri, figlia di Michele, viene sottoposta a fermo per concorso in omicidio con il padre. La ragazza viene portata via dai carabinieri dopo la perquisizione dei Ris di Taranto nel garage dell’abitazione dove l’agricoltore aveva dichiarato di aver ucciso la nipote. Il movente sarebbe quello della gelosia: Sabrina e Sarah sarebbero innamorate dello stesso ragazzo: Ivano.

Secondo il Gip di Taranto, Martino Rosati, Sabrina avrebbe ucciso Sarah davanti alla madre Cosima Serrano, nel garage di casa, e poi le due avrebbero aiutato Michele a caricare in macchina il cadavere. Il solo Misseri avrebbe poi trasportato il corpo di Sarah in contrada Mosca dove lo avrebbe gettato in un pozzo. Anche Cosima finisce in carcere.

Secondo la verità processuale ad uccidere Sarah Scazzi nel 2010 sono state Sabrina Misseri e Cosima Serrano, condannate all’ergastolo per omicidio volontario. Lo zio Michele Misseri è condannato a otto anni per occultamento di cadavere e inquinamento delle prove relative al delitto.

Il documentario

Sarah. La ragazza di Avetrana cerca di spiegare come questo caso giudiziario abbia monopolizzato l’attenzione mediatica creando un vero e proprio circo a causa del quale la ricerca della verità è passata in secondo piano a favore degli aspetti più morbosi.

Tutte le persone coinvolte sono diventate all’epoca personaggi televisivi. Ma anche i passanti, gli abitanti, i vicini di casa e tutta la comunità avetranese divennero protagonisti dello show.

Il punto topico è stato raggiunto quando in diretta tv Concetta Serrano, madre di Sarah, venne a sapere che Michele Misseri aveva fatto ritrovare il corpo senza vita della ragazza.

Scritto da Flavia Piccinni, Carmine Gazzanni, Matteo Billi e Christian Letruria, per la regia di Christian Letruria, Sarah. La ragazza di Avetrana è una riflessione su un caso che, a distanza di undici anni, lascia dietro di sé ancora molti interrogativi tanto che Franco Coppi, avvocato di Sabrina Misseri, condannata all’ergastolo insieme a Cosima, ha fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. 

Abbiamo incontrato Christian Letruria, autore e regista del documentario, per approfondire l’argomento.

L’Intervista

Il documentario è tratto da un libro. Che differenze ci sono tra i due “prodotti”?

Il documentario non segue linearmente l’andamento narrativo del libro anche se i due autori del libro Flavia Piccinni, Carmine Gazzanni hanno lavorato con noi alla scrittura del documentario. Siamo ripartiti da zero cercando dei punti di vista diversi, quello che ne viene fuori è un racconto che dà spazio a tutte le tesi sul caso e che vuole fornire al pubblico un quadro completo per rifarsi un giudizio su questa triste storia.

Il racconto è portato avanti grazie alle interviste ad avvocati, inquirenti, giornalisti, protagonisti della vicenda. Chi ti ha colpito di più e perché?

Sicuramente Claudio e Concetta (fratello e madre della vittima ndr). Loro hanno stupito me e tutti gli autori in quanto li abbiamo ritrovati molto diversi rispetto all’immagine che avevamo in base al girato di repertorio che abbiamo visionato.

Noi abbiamo visto e studiato tutto lo scibile televisivo prodotto. La madre di Sarah nelle riprese del 2010 appariva come una statua di sale lontana dall’esprimere sia l’affetto che qualsiasi sentimento umano rispetto a quanto accaduto.

L’abbiamo ritrovata con lo stesso tipo di atteggiamento e di impostazione ma abbiamo capito le ragioni che la spingono ad essere così: la fede religiosa della mamma di Sara la spinge a credere che sua figlia ritornerà sulla Terra. Partendo da questo presupposto, analizzare il dolore è diverso. E questo ci ha stupito.

Così come ci ha meravigliati Claudio. Abbiamo scoperto una persona arguta e prossima alla Laurea in Ingegneria, mentre nel repertorio era rappresentato sommariamente; certi servizi televisivi ne davano un ritratto troppo unidimensionale.

In effetti la spiegazione della componente religiosa è inedita e questo è un vostro grande merito. Come hai vissuto il dolore di Concetta durante le riprese?

Secondo me Concetta ha il dolore scritto nel volto.

Tutti si aspettavano una reazione violenta da lei. Ma quando sei in televisione tutto il giorno avendo per 42 giorni i giornalisti sotto casa, quando gli stessi giornalisti ti hanno fatto le stesse identiche domande milioni di volte, quando ti hanno detto che poteva essere morta e l’hanno narrata in tutti i modi possibili devi trovare un modo per difenderti.

Lei ha trovato il suo modo per difendersi. I testimoni di Geova in generale sono una comunità abituata ad essere discriminata. La storia della sua intera vita quindi è una storia di difesa.


Quello che arriva e spaventa è la pornografia del dolore. Quanto è stato difficile dover raccontare il voyeurismo senza rischiare di essere a vostra volta voyeur?

Non è stato per nulla semplice tanto che quando mi è stato proposto il documentario non lo volevo fare. Ero molto titubante in quanto di questa storia di cronaca nera in televisione hanno parlato tutti. I giornalisti cercavano degli archetipi da raccontare fin quando non c’era più nulla da dire ma dovevi andare comunque in onda.

Ad Avetrana si girava una soap opera a basso costo. Ad esempio in un servizio, non inserito nel documentario, il protagonista era un cane di Avetrana. La padrona raccontava che il suo cane era triste perché non vedeva più passare per le vie Sarah. Il servizio terminava con la frase “Forse il cane ha visto qualcosa?!”.

Poi ho letto il libro e ho pensato che avrei potuto fare un documentario di cronaca bianca: raccontare la collettività pugliese e lo stesso trattamento del racconto da parte dei media.

La docu-serie è un prodotto diverso dai documentari di nera. La lavorazione è stata portata avanti come se fosse stato un film a tutti gli effetti. Abbiamo collaborato con l’Apulia Film Commision e abbiamo girato con una troupe cinematografica.

Abbiamo girato la ricostruzione per ventuno giorni, mentre le interviste le abbiamo portate a casa in un mese e mezzo circa. Calcolate ventotto interviste ciascuna delle quali della durata di quattro ore. Il documentario è stato poi montato nel tempo record di due mesi e mezzo.


Il documentario è caratterizzato dalla lentezza del racconto. Questo elemento è dissonante rispetto alla vicenda. La velocità con cui girano le informazioni (la mamma di Sarah Scazzi viene a sapere che il possibile assassino può esser stato suo cognato in diretta a Chi l’ha visto), la schizofrenia del circo mediatico e delle ricerche della polizia in una terra che per eccellenza ha un ritmo di vita molto lento. È una scelta narrativa voluta e perché?

Sì è tutto voluto e mi fa piacere sentire questa riflessione. Durante i sopralluoghi mi è venuta voglia di ridare dignità ad una terra che non è stata neanche raccontata.

Al tempo non esistevano neanche le riprese dall’alto. Quando si racconta la cronaca con la camera a mano, ad altezza uomo, si rischia di raccontare solo un muro, un asfalto e Avetrana sembrava un posto agghiacciante.

In realtà è un paese bellissimo vicinissimo al mare. I media nel 2010 raccontavano gli avetranesi come brutti abitanti di un brutto paese. Questa visione dei fatti mi ha molto infastidito: quelle famiglie non sono ignoranti ma sono ricche di valori che derivano da una vita fatta di sofferenze. Era necessario ridare dignità alla vita contadina quindi era fondamentale per me riprendere la bellezza della Puglia con lentezza. Avete centrato esattamente il punto di vista.

a cura di Valeria de Bari e Francesca Sorge

Storia della moda in pillole: tutti gli stili da conoscere

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La moda è una magnifica ossessione, una creatura imponente e mutevole, che come una fenice risorge dalle sue stesse ceneri.

La moda è morta, viva la moda! Questo è il motto da tenere sempre a mente quando si parla di fashion system. Quando vediamo le foto della nostra adolescenza ci viene da sorridere imbarazzati e ci chiediamo: “ma come mi vestivo?” e diamo per scontato che i ciondoli con i ciucci di plastica, le camicie grunge o i pantaloni a zampa d’elefante non torneranno mai in auge.

Invece, a sorpresa, collezione dopo collezione gli stilisti resuscitano icone dal passato, reinserendo nella grande ruota della moda stili e trend che poi verranno nuovamente accantonati, magari per tornare dopo un decennio o più.

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma

Per capirci qualcosa in più, dobbiamo guardare alle collezioni come a un cubo di Rubik: infiniti abbinamenti e combinazioni. Se da una parte le idee e i paradigmi si evolvono, dall’altra ci sono migliaia di disegni d’archivio che i direttori creativi dei brand studiano e ripropongono aggiornandoli. Questo perché è vero che il gusto si evolve, ma è anche vero che le maison spesso hanno la difficile missione di mantenere l’imprinting estetico dei loro fondatori, senza essere anacronistiche.

Poi, ovviamente, ci sono delle novità che portano tutto il sistema a un livello superiore, magari dopo solo una stagione. L’invenzione di nuovi tessuti, l’utilizzo del neoprene in alcune collezioni, così come la presenza di modelli e modelle lontani dai canoni tradizionali, sono eventi da cui non si può più tornare indietro e che alzano l’asticella del mai più senza.

La spinta dal basso e la spinta dall’alto

Le sottoculture sono sempre state il guilty pleasure della moda. Giovani ribelli e street artist, creativi in erba e portatori di messaggi politici: i protagonisti dell’underground seguono regole a parte, danno scossoni all’establishment spesso senza neanche rendersi conto della portata dell’innovazione. I punk e Vivienne Westwood sono un’accoppiata vincente, i gamer e i nativi digitali ispirano Balenciaga, che veste i personaggi del popolare videogioco Fortnite. Tutti i designer guardano verso il basso e la street culture, e tutti i consumatori guardano verso l’alto, verso l’Olimpo delle icone e degli oggetti del desiderio.

La moda, infatti, detta le regole sociali di cosa può e cosa non può essere indossato, di quali significati e messaggi debbano essere veicolati attraverso gli abiti. Mi viene in mente la t-shirt disegnata da Maria Grazia Chiuri per Dior, su cui campeggiava la scritta “We should all be feminists”, in vendita su dior.com alla modica cifra di 620 euro. Oppure le borse iconiche che tutti vogliono possedere: una Kelly di Hermés al braccio ha la capacità di parlare per conto di chi la indossa, un oggetto del desiderio vale più di mille parole. Anche se poi tutto questo meccanismo si può trasformare in un grande teatro, dove sul palcoscenico sfilano attori che interpretano un ruolo e niente più.

Gli stili che vale la pena conoscere

La moda nei secoli si è intrecciata in modo indissolubile con la sociologia e la politica, con la filosofia e la tecnologia, sublimando le più alte discipline umane in una sintesi concettuale ed estetica. Per questo in ogni stile, in ogni novità, dobbiamo leggere il cambiamento che il mondo stava vivendo in quel momento. Le scelte stilistiche del dopoguerra non potranno mai essere uguali a quelle post-2000, anche se alcuni stilemi tornano rivisitati.

Questi gli stili che vale la pena conoscere per farsi un’idea di come la società si specchi nelle vetrine per riconoscere e capire se stessa. Abbiamo dedicato un articolo a ciascuno di loro: ti basta cliccare per approfondire.

Foto: House of Cardin, Sky Arte

Micaela Paciotti

Il manifesto poetico di Francesco Di Benedetto

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Parlerò a ritroso di un poeta contemporaneo molto particolare, Francesco Di Benedetto, partendo dalla sua ultima raccolta Il Posto per Ensemble edizioni.

Cominciare dalla fine è un espediente che semplifica  ogni esplorazione poiché ciò che è compiuto, in senso ermeneutico, è la somma di esperienze ed eventi ma soprattutto di scelte operate dall’impianto intellettuale e psichico.

Francesco Di Benedetto è un poeta che si colloca in una dimensione letteraria fortemente avversativa rispetto alla cultura imperante, una risposta costitutiva dell’Io che difende la parola poetica da uno spazio temporale banalizzato e verboso: un austero controcanto alle troppe sollecitazioni sensoriali del nostro tempo.

Il posto è un libro dalle stimmate aperte ma asciutte. È un testamento fatto di lettere e pagine bianche, disforiche, violentemente appassionate e al contempo astratte dal mondo fisico. I luoghi del cuore sono come la culla di Dio, un pagliericcio ruvido dove abita la vita, il mistero e il presagio della morte futura.

Sono libri, i suoi,  che liberano l’esperienza esistenziale dalle zavorre inutili, dalle trappole del logos. Parafrasando Lucrezio, non si deve avere timore della morte che, in questo caso, è la ripetizione ciclica dell’assenza.

Il ricordo, la pazzia, la natura, il legame, il trauma rappresentano l’antidoto alla corruttibilità della carne e la terapia per contrastare la volgarità del superfluo. Therapeia intesa secondo l’accezione classica: prendersi cura, e non curare.

Ma procedendo lungo la cronologia inversa della poetica di Francesco Di Benedetto si  svela l’importanza della ritualità nei temi ripetuti in modo ossessivamente musicale. Sono frammenti e odi interrotte, locuzioni private dall’epilogo finale, attraversate dal legame antropologico con le figure chiave dell’infanzia e dell’età adulta.

Ma è nella poetica iniziale, quando l’urgenza comunicativa è più marcata, che i versi hanno un carattere più lirico pur mantenendo l’essenzialità della parola. In questa fase l’esperienza ha bisogno di avere una corporeità più marcata, ed è in questo periodo che l’uomo-poeta sembra raccogliere il materiale da costruzione per porre le basi al suo manifesto che verrà formalizzato successivamente.

Oltre a definire chiaramente i fatti, le esperienze e le persone che hanno generato la sua struttura poetica e umana, stabilisce così la consecutio temporum che lega e definisce la sua opera e il suo significato esistenziale; Francesco Di Benedetto è un incontro fortunato nel destino karmico dei cultori della vera Poesia.

Francesco Di Benedetto (Roma, 1982) si laurea al Dams con una tesi sul cinema di Matteo Garrone con cui ha vinto, nel 2016, il Premio Filippo Sacchi. Ha pubblicato tre raccolte poetiche: Per non dimenticarmi (Manni, 2018), Lettera a mia madre (Ensemble, 2018), Antonio e Maria Renata (Zona, 2018)

Antonella Rizzo

Harry Potter, “Return to Hogwarts”: 5 motivi per guardare la reunion

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Lo scorso 1° gennaio è stato trasmesso su Sky Cinema, in contemporanea con gli Usa, lo speciale Harry Potter 20th Anniversary: Return To Hogwarts. L’attesissima reunion targata Max Original, disponibile anche in streaming su Now Tv, vede la partecipazione di gran parte del cast e dei registi degli otto film, Chris Columbus, Alfonso Cuarón, Mike Newell e David Yates. Per l’occasione, fino al 16 gennaio, il Canale 303 di Sky, prende il nome proprio di Sky Cinema Harry Potter e ospita, inoltre, tutti i film della saga. Film che, ricordiamo, sono recentemente disponibili anche su Prime Video.

Return to Hogwarts è un puro omaggio celebrativo della saga. Come ci si aspettava, non ci sono rivelazioni o annunci sensazionali e poteva forse essere maggiormente accurato, tuttavia è ricco di momenti suggestivi ed emozionanti da non perdere. Ecco almeno 5 motivi per cui, se siete dei fan, dovreste vederlo.

1. Il fattore nostalgia

Per gran parte di coloro che sono stati bambini negli anni ’90, la saga di Harry Potter riesce a evocare emozioni come nessun’ altra.

Erano gli anni in cui esisteva internet ma non i social, c’erano i cellulari ma non gli smartphone e gli acquisti online erano rarissimi. Tra un’uscita e un’altra si andava volutamente a caccia di indiscrezioni e anticipazioni per ingannare l’attesa: lo spoiler non era ancora così diffuso e condannato da tutti come reato sociale.

Harry Potter voleva dire file in libreria a mezzanotte per l’uscita del nuovo volume, notti insonni passate a leggere rapiti dalla magia di Hogwarts, corse al cinema per acquistare i biglietti per l’ultimo film, cotte adolescenziali per Emma Watson, Daniel Radcliffe, Rupert Grint e Tom Felton.

Proprio questi attori sono tra i principali protagonisti della reunion. Lo speciale tv, della durata di quasi due ore, punta tutto sul fattore emotivo e nostalgico dei fan quanto degli attori. Ripercorriamo così le prime fasi della realizzazione della saga cinematografica con il regista Chris Columbus alle prese con la ricerca del cast perfetto. I tre protagonisti si rincontrano sul set della sala comune di Grifondoro, ormai adulti, e rievocano insieme i dieci anni più importanti della loro vita. Una delle cose straordinarie della saga Harry Potter è che ha visto crescere insieme ai personaggi dei romanzi, non solo gli attori dei film ma anche i lettori e gli spettatori di tutto il mondo.

2. I retroscena sul set

Con l’avanzare dell’età, i toni dei libri si fanno più seri, tormentati, cupi e lo stesso avviene nella trasposizione cinematografica, compreso in chi ne ha fatto parte.

I tre attori protagonisti ricordano i dubbi e le crisi esistenziali, legate al fatto di aver iniziato ad interpretare questi personaggi in tenera età e di aver raggiunto presto una fama inimmaginabile. Rupert Grint (alias Ron Weasley) a un certo punto dichiara che non sapeva più dove finisse il personaggio e dove iniziasse la sua vera identità. Emma Watson (Hermione Granger) rivela che, prima del quinto episodio, fu sul punto di abbandonare tutto.

Non sono mancate poi le cotte tra i giovani attori. Emma ha dichiarato di aver avuto un debole per Tom Felton (Draco Malfoy), mentre scopriamo attraverso una lettera inedita che Daniel Radcliffe (Harry Potter) era totalmente perso per Helena Bonam Carter (Bellatrix Lestrange): le scrisse addiruttura che avrebbe voluto nascere un decennio prima per avere qualche chances con lei!

Veniamo a sapere poi che l’attore che interpreta Lucius Malfoy, Jason Isaacs, inizialmente fece il provino per un altro personaggio, Gilderoy Allock, deciso a non accettare nuovamente un ruolo da cattivo, dopo quello interpretato in Peter Pan. Fu invece proprio questo suo atteggiamento sprezzante e irritato che gli fece guadagnare il ruolo del padre di Draco.

Infine, qualche simpatica chicca legata alla realizzazione tecnica di alcuni particolari dei primi film, che oggi probabilmente sarebbero stati prodotti in computer grafica. La fenice Fanny, ad esempio, era un animatronix, ma l’attore che interpretò Silente nei primi due film, Richard Harris, era convinto fosse un animale vero! Nessuno gli rivelò mai la verità…

Un’altra curiosità riguarda le suggestive candele sospese in aria nella Sala Grande: erano vere candele legate a fili trasparenti! Daniel Radcliffe racconta divertito di quella volta in cui le fiamme bruciarono i fili e le candele caddero tra i tavoli!

3. L’amicizia sopra ogni cosa

Un altro elemento che come per magia è passato dalla creazione fantastica alla realtà è l’importanza dell’amicizia. Questo sentimento agisce in maniera profonda all’interno della saga e, insieme all’amore, è struttura portante della storia. Così come i tre protagonisti, anche gli attori, cresciuti praticamente insieme, sono legati da un’amicizia straordinaria che sopravvive al passare del tempo.

Particolarmente emozionante è stato il momento tra Emma Watson e Rupert Grint, durante il quale i due rievocano scherzosamente l’imbarazzo del bacio dell’ultimo film per poi dichiararsi il proprio affetto. “I love you… as a friend”, specifica Rupert, per non creare fraintendimenti tra i fan! Nonostante il tentativo di sdrammatizzare, l’emozione è palpabile e si notano gli occhi lucidi di Emma.

Interessante è anche il rapporto tra Daniel Radcliffe e Gary Oldman, molto simile a quello dei personaggi che interpretano. Dopo un’iniziale soggezione dovuta alla profonda stima e ammirazione del giovane Daniel per il noto attore inglese, la relazione tra i due diventa esattamente come quella tra Harry e Sirius Black: figlioccio e padrino, un padrino che è insieme padre, fratello maggiore e amico.

4. La rivincita dei “diversi”

Alla reunion ha preso parte anche Evanna Lynch, alias Luna Lovegood, il personaggio più stravagante dell’intera saga. La giovane attrice rivela di essere una delle poche fortunate “amiche di penna” di J.K. Rowling. Ben prima di ottenere la parte nel film, infatti, la giovane scrisse una lettera all’autrice per ringraziarla: grazie alla sua opera letteraria, finalmente, non si sentiva più sola e fuori posto. Evanna ebbe la fortuna di ricevere una risposta dalla stessa Rowling e ovviamente appena furono annunciati i provini, aperti a tutti, si precipitò a Londra. L’incredulità di trovarsi di fronte a quei personaggi che fino ad allora aveva visto solo dietro uno schermo le conferì quell’aria spaesata e “svanita” che contraddistingue il personaggio, di cui ottenne immediatamente il ruolo.

Il personaggio di Luna, insieme a quello di Neville Paciock e dell’elfo domestico Dobby rappresenta la rivincita dei cosiddetti “misfits”, di tutti coloro che per qualche ragione sono considerati “diversi” e per questo discriminati ed emarginati dalla società. Essi hanno un ruolo centrale nella storia e sono tra i personaggi più amati dai fan.

5. Il ricordo di chi non c’è più

Infine, la parte decisamente più toccante e commovente è stata la commemorazione di tutti quegli attori che sono scomparsi troppo presto, in particolare Richard Harris (il Silente dei primi due film), Helen McCroy (Narcissa Malfoy) e Alan Rickman (Severus Piton). Quest’ultimo, interprete di un personaggio chiave di tutta la storia, era l’unico a conoscerne la conclusione prima che venisse scritta. Fu la stessa Rowling a rivelarglielo per permettergli di interpretare al meglio la parte. “Quelli che ci amano non ci lasciano mai veramente…” a queste parole, pronunciate nel film da Sirius Black, le lacrime sono praticamente incontenibili.

Allo stesso modo emozionanti e struggenti sono le parole di Robbie Coltrane (Hagrid):

“Tra 50 anni i figli dei miei figli vedranno ancora Harry Potter. Peccato che io non ci sarò più, ma Hagrid sì”.

Una reunion da vedere, nonstante qualche mancanza

Non mancano ovviamente, nello speciale, alcune imprecisioni e difetti che sono stati notati dagli spettatori più attenti. Ad esempio una foto d’infanzia di Emma Watson che in realtà ritrae un’altra attrice, Emma Roberts, oppure lo scambio (voluto?) dei nomi degli attori dei due gemelli Weasley.

Si fanno sentire poi alcune assenze importanti come quelle di Micheal Gambon, interprete di Silente dopo la morte di Harris, della grande Maggie Smith alias Minerva McGranitt e, naturalmente, di colei che ha inventato tutto questo: J.K. Rowling. Riguardo alla scrittrice, in un primo momento sembrava fosse stata esclusa dallo speciale per via delle sue recenti e controverse dichiarazioni nei confronti delle persone transgender. In realtà, pare che la stessa autrice abbia rifiutato l’invito, ritenendo sufficienti le interviste di repertorio del 2019.

Nel complesso, comunque, Harry Potter 20th Anniversary: Return to Hogwarts è uno speciale che ogni fan della saga dovrebbe vedere per celebrare un’opera che non è solo letteraria e cinematografica, ma è molto di più. È un mondo intero, è un rifugio, è casa.

Francesca Papa

“Possiamo salvare il mondo prima di cena”. Ma ne abbiamo voglia?

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Con Possiamo salvare il mondo prima di cena di Jonathan Safran Foer (edito da Guanda), i Postumi Letterari sono andati verso la lettura dei saggi, lasciando un po’ da parte romanzi, racconti e manga.

Il libro si occupa di un tema caldo e quanto mai attuale: il cambiamento climatico e cosa può fare ciascuno di noi per evitare il disastro ambientale. Devo ammettere, però, che nella scelta della lettura del mese non mi sono fatta guidare tanto dall’argomento quanto dal nome dell’autore. Conosco Foer da qualche anno grazie a uno dei romanzi più belli che abbia mai letto: Molto forte, incredibilmente vicino. Qualcuno potrebbe averne sentito parlare grazie all’omonimo film con Tom Hanks uscito nel 2012. È un libro molto commuovente sull’attentato alle Torri Gemelle in cui il protagonista è un bambino con la sindrome di Asperger che perde il padre proprio durante l’attacco dell’11 settembre.

L’autore per me era una garanzia e devo ammettere che anche questa volta non ne sono stata delusa. Certo, descrivere questo libro con una metafora alcolica è un po’ difficile. Possiamo salvare il mondo prima di cena per me è più una tisana digestiva, utile quando il corpo è in sofferenza, ma molto amara da bere.

Audio Recensione

Di cosa parla Possiamo salvare il mondo prima cena

Trattandosi di un saggio, non si può parlare di trama vera e propria anche se Foer porta avanti il suo discorso combinando storie diverse.

La sua è una dissertazione su come molte delle nostre abitudini quotidiane sono nocive per l’ambiente e dovrebbero assolutamente cambiare se vogliamo evitare di andare incontro a un’estinzione di massa. Ma prima di fare questo, Foer riflette sul perché anche le persone che non negano il cambiamento climatico facciano fatica ad assumersi delle responsabilità per cambiare stile di vita. Perché, ammettiamolo, il problema non sono solo coloro che non ci credono, ma anche la generale ignavia e ignoranza sull’argomento. E la risposta che Foer trova è semplice e disarmante: l’emergenza ambientale non è una buona storia.

Può sembrare incredibile, ma noi lettori e lettrici dovremmo capire più di chiunque altro la sua posizione. Un fatto di per sé può essere o non essere eclatante, ma ciò che fa davvero la differenza è il modo in cui lo si racconta. Chiedetelo a chi si occupa di pubblicità o di comunicazione in generale. Chiedetelo a chi fa arte. Il mezzo impiegato fa la differenza perché è ciò che arriva alla parte emotiva di chi riceve. E gli esseri umani, per essere spinti ad agire, devono provare emozioni.

Per questo motivo, Foer tratta le questioni scientifiche usando tanti spunti diversi, raccontando storie di vita personale e aneddoti storici. Cerca di rendere l’argomento più vicino a chi legge senza tralasciare l’urgenza e la serietà della situazione.

La struttura del libro

Il libro è diviso in cinque parti e lo stile della narrazione cambia a seconda del blocco in cui siamo. Nelle parti dispari, l’argomentazione viene portata avanti dall’autore con continui riferimenti ad altro. Si parla della ola, di viaggi nello spazio, di Rosa Parks, del giorno del ringraziamento, degli ultimi momenti che l’autore passa insieme alla nonna. Ma il paragone che ritorna più spesso è quello che vede accomunati l’Olocausto e i cambiamenti climatici. Sono entrambe due tragedie (una compiuta l’altra che sta per verificarsi) che sono state provocate non solo dalla ferocia di alcuni individui, ma anche dall’incapacità di altri di crederci o di fare qualcosa. La responsabilità – e per l’Olocausto lo sappiamo bene – è condivisa tra chi ha compiuto l’azione e chi ha fatto finta di non vedere.

Foer definisce il problema ecologico come un evento concettuale che non riesce a essere colto a livello emotivo. Per questo motivo c’è molta indifferenza ed è per questo che serve raccontare la questione climatica in modo coinvolgente. Solo così si potrà suscitare una reazione in chi ascolta.

Non abbiamo nessuna difficoltÀ a festeggiare la storia, ma ci riesce difficile partecipare alla sua creazione.

Jonathan Safran Foer, Possiamo salvare il mondo prima di cena

Nei blocchi pari, invece, il tono cambia del tutto. Nella seconda parte, i capitoli sono costruiti come elenchi puntati in cui vengono date informazioni scientifiche sul cambiamento climatico in atto. Ci sono numeri, percentuali, previsioni. Tutto viene enunciato con un’oggettività chiara, fredda, concisa che dà i brividi.

Invece, nella quarta parte, Foer ingaggia un vero e proprio botta e risposta con la sua anima sulla visione pessimistica e priva di fiducia per le sorti dell’umanità e anche sulla pigrizia che limita l’azione.

Il cuore del problema

Perché Foer è uno di noi. Nonostante lui sia l’autore del libro e stia cercando di svegliare le coscienze a proposito di questo problema, riconosce che quello che dovremmo affrontare per cercare di salvare il mondo è tanto necessario quanto difficile. E lui condivide queste difficoltà in quanto essere umano. Non si pone al di sopra di noi perché ci sta spiegando cosa fare, ma si mette sul nostro stesso livello mostrandoci dubbi e perplessità che sono nostre, ma anche sue.

La soluzione al problema ambientale non è solo nelle politiche governative che vengono dall’alto. Questa è un’idea giusta che si è trasformata in un alibi per non fare nulla di propria iniziativa. Foer ci rivela una scomoda verità. Il mondo può essere salvato dall’azione dei singoli, dal basso, ma bisogna trovare il coraggio di cambiare anche drasticamente le nostre abitudini. La prima cosa fare? Evitare il consumo di prodotti di origine animale.

Foer ci rivela il cuore del problema a pagina 76, consapevole di trattare un argomento sgradito e difficile da accettare. Ci dà i dati scientifici che dimostrano come gli allevamenti intensivi stanno distruggendo gli ecosistemi, la natura e alterando la composizione dell’effetto serra. Gli effetti dei cambiamenti climatici sono già visibili e colpiscono (e colpiranno) per primi alcuni paesi – come il Bangladesh, Haiti, le Fiji – che non inquinano tanto quanto altri – come gli Stati Uniti, il Brasile o la Cina. Tuttavia, rinunciare alla nostra dieta in favore dell’ambiente ci risulta difficile. Alcuni la prendono anche con rabbia (pensiamo alla generale ostilità immotivata verso i vegani). Foer stesso ammette di far fatica a rinunciare alla carne perché gli piace e perché il desiderio di mangiarla è più forte dell’idea di far del bene all’ambiente. L’emotività si scontra con la ragione e quest’ultima non ha scampo.

Le altre azioni da compiere per aiutare il pianeta sarebbero evitare di viaggiare in aereo, di usare la macchina e di avere figli. Tra tutte queste, Foer scrive che quella più risolutiva nell’immediato sarebbe il cambiamento della dieta. Ma, diciamocelo, sono tutte cose che scatenerebbero dibattiti molti accesi nei toni. Anzi, sono cose che fatichiamo a sentirci dire perché limitano la nostra libertà di scelta e anche i nostri desideri. La soluzione che Foer propone sta nel titolo del libro: Possiamo salvare il mondo prima di cena, ovvero possiamo provare a evitare di consumare alimenti di origine animale almeno durante il giorno. Abituandoci a questo, magari potremmo pian piano arrivare a una dieta quasi interamente a base vegetale.

Egoisticamente potremmo non volerlo. Potremmo disinteressarci di tutto questo. Ma dobbiamo essere consapevoli che questo significa anche non dare un futuro non solo alla specie umana, ma a tutto il mondo per come lo conosciamo.

Siamo pronti a definirci attraverso quello che abbiamo: proprietÀ, soldi, opinioni e like. Ma a rivelare chi siamo È quello a cui rinunciamo. I cambiamenti climatici sono la piÙ grande crisi che l’umanitÀ si sia mai trovata davati e si tratta di una crisi che saremo sempre chiamati a risolvere insieme e contemporaneamente ad affrontare da soli. […] dobbiamo rinunciare ad alcune abitudini alimentari oppure rinunciare al pianeta. la scelta È questa, netta e drammatica.

Jonathan Safran Foer, Possiamo salvare il mondo prima di cena

Un libro dal concetto brillante

Foer per me si conferma un autore che sa come si scrive. È consapevole del potere delle parole e dello stile e sa come usarli. Nonostante il libro possa essere pesante visti gli argomenti trattati e risulti un po’ ripetitivo in alcuni momenti, per me è brillante. Non solo per il concetto che esprime, ma anche per come lo fa.

È stato difficile per me confrontarmi con il tema ambientale perché condivido la frustrazione di Foer. Condivido quel senso di dover fare qualcosa per il mondo, ma anche la mancanza di volontà nel compiere un’azione che andrebbe a stravolgere il mio stile di vita. Eppure, tutti i cambiamenti devono iniziare da qualche rinuncia.

Il libro riesce nel suo intento: arriva a livello emotivo. Ti preoccupa, ti intristisce, ti fa provare rabbia e ti fa mettere in discussione. La lettura potrebbe avere delle conseguenze sul modo in cui guardiamo il mondo.

Chi dovrebbe leggere Possiamo salvare il mondo prima di cena

Possiamo salvare il mondo prima di cena è una lettura adatta a tutti, giovani e adulti. Il linguaggio di Foer è semplice e comunicativo, può arrivare a tante persone. Più che alle persone scettiche sui cambiamenti climatici (che sfortunatamente non cambieranno idea facilmente), lo consiglierei a chi è consapevole del problema ma non lo sente particolarmente vicino. È un punto di vista utile che potrebbe anche cambiare la vostra visione del mondo.

Il titolo del prossimo mese

Lasciando da parte i saggi, inauguriamo il nuovo anno con un romanzo. Questa volta ho scelto Vita mortale e immortale della bambina di Milano di Domenico Starnone, pubblicato da Einaudi. Si tratta di un altro autore che stimo e di cui sono curiosa di leggere la nuova creazione.

Chi si unisce a me? Abbiamo tempo fino all’11 febbraio per leggerlo.

Federica Crisci

Con “La ciociara” il mondo scoprì una drammatica Loren

La guerra è spietata e le bombe non fanno distinzioni 

Titolo originale: La ciociara
Regia: Vittorio De Sica
Soggetto: dal romanzo omonimo di Alberto Moravia
Sceneggiatura: Cesare Zavattini
Cast principale: Sophia Loren, Jean-Paul Belmondo, Raf Vallone, Eleonora Brown
Nazione: Italia, Francia
Anno: 1960

La ciociara, uscito nel 1960, è un capolavoro di Vittorio De Sica e una delle interpretazioni migliori di Sophia Loren 

Dal romanzo omonimo di Alberto Moravia, Vittorio De Sica e Cesare Zavattini traggono soggetto e sceneggiatura del film La ciociara. Il ruolo della protagonista della storia, Cesira, viene affidato ad una intensissima Sophia Loren, affiancata da un ottimo Jean-Paul Belmondo, recentemente scomparso.

Il film ebbe un grande successo. Fu presentato in concorso al Festival di Cannes e due anni dopo vinse anche il Golden Globe. Per la sua interpretazione Loren vinse anche l’Oscar nel 1962.

Parte della critica (tra cui Paolo Merenghetti) spiega implicitamente il successo della pellicola negli USA definendolo uno spettacolo europeo prodotto all’americana.

Infatti, Carlo Ponti inizialmente doveva produrre il film per la Paramount e affidarne la regia a George Cukor e il ruolo della protagonista ad Anna Magnani. Insomma, grandi nomi di fama internazionale, a cui si aggiunse quello di Sophia Loren nel ruolo della figlia di Cesira, la giovane Rosetta. Il rifiuto di Magnani spinse Ponti ad affidare il ruolo di Cesira alla stwssa Sophia Loren, che era già una diva amata all’estero per i suoi ruoli nelle commedie all’italiana. Ponti rinunciò ai partner americani e affidò la regia a Vittorio De Sica. 

La trama de La ciociara è tratta dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia

Il film La ciociara è ambientato, come il romanzo, nei mesi cruciali tra il 1943 e il 1944. L’Italia è in piena guerra, prima sotto i bombardamenti degli anglo-americani, poi, dopo l’armistizio, sotto l’occupazione tedesca.

Dopo il bombardamento del quartiere di San Lorenzo, la vedova bottegaia Cesira (Sophia Loren) fugge con la figlia dodicenne Rosetta da Roma, dopo aver lasciato negozio e magazzino in custodia a Giovanni (Raf Vallone), con cui ha una relazione fugace.  

Torna a Sant’Eufemia, il paese della Ciociaria, nel Basso Lazio, di cui è originaria. Qui ritrova parenti e amici della sua infanzia e giovinezza. Si riunisce a questa comunità, rinfoltita dall’arrivo di altri sfollati dalla città. 

Tra questi, conosce l’intellettuale antifascista Michele (Jean-Paul Belmondo) che si innamora di lei, anche se è più grande di lui. È un sovversivo, come dice suo padre Filippo, ma ha voglia di lavorare, come constata la concreta Cesira, che ben presto inizia a ricambiare l’interesse del giovane. 

L’Italia all’indomani dell’armistizio si trova ad un bivio e le discussioni politiche sono all’ordine del giorno. Gli sfollati sono una comunità sempre più unita dalle difficoltà di una vita molto dura: il cibo che scarseggia ma va spartito tra tutti; le case affollate e fredde nel lungo inverno; i bombardamenti sempre più frequenti anche nelle campagne; l’incertezza totale sul futuro prossimo.

Il fronte si avvicina anche a Sant’Eufemia. Un gruppo di tedeschi che cerca di sfuggire all’avanzata degli Alleati costringe Michele a guidarli attraverso i monti. Arrivano le truppe alleate e nella generale euforia Cesira decide di tornarsene a Roma insieme con Rosetta. Si fermano a riposare in una chiesa diroccata dove però sopraggiunge improvviso un gruppo di soldati marocchini, le cui truppe erano aggregate a quelle alleate. I soldati violentano la donna e la ragazzina.

Ne La ciociara echeggia il tratto neorealista di De Sica e Zavattini

Inquadrature che sembrano dipinti caratterizzano la regia di Vittorio De Sica ne La ciociara, soprattutto nelle scene negli interni.

Cesare Zavattini e De Sica, maestri del Neorealismo, portarono nel film tutta la tematica di questo “movimento” del cinema italiano del dopoguerra. Zavattini tagliò molto il romanzo di Moravia, ma – secondo la critica dell’epoca (Segnalazioni cinematografiche, vol. 49, 1961) – ne rese anche più umani i personaggi e addolcì molte delle asperità polemiche o descrittive dell’opera letteraria.

Come detto sopra, l’Italia rappresentata nella storia si trovava ad un bivio e le discussioni politiche erano molto aspre.

Il personaggio di Michele rappresenta l’idealista gioventù intellettuale del Paese, apparentemente poco pratica e concreta, ma che poi si rileverà coraggiosa nelle fasi dell’occupazione e della Resistenza. Ma Michele è anche la rappresentazione della coscienza di un’Italia che nel 1943 stava prendendo sempre più coscienza dei propri errori.

Quando questo film intenso uscì nel 1960 forse gli italiani non avevano molta voglia di ricordare il recente passato.

La grandezza di De Sica e Zavattini fu, di nuovo, quello di regalare al grande pubblico un film onesto, che non faceva sconti ai fascisti, ma neppure idolatrava i liberatori.

La scena dello stupro di gruppo è tanto fulminea quanto agghiacciante. A Vittorio De Sica – e prima ancora ad Alberto Moravia come autore del romanzo omonimo – va il merito di non essersi uniti al coro silenzioso sulla tragedia delle cosiddette marocchinate, che ha coinvolto le popolazioni del Frusinate.

Il silenzio imbarazzante e imbarazzato ha imperato per decenni ed è iniziato da subito, già dalle vittime scioccate, come le stesse Cesira e Rosetta ne La ciociara. Ciò non ha impedito, però, che una ferita così dilaniante segnasse profondamente quelle popolazioni. 

La ciociara, quindi, è un film sulla feroce ingiustizia e insensatezza della guerra, nella quale le donne e i più deboli finiscono per pagare sempre un prezzo altissimo.

La ciociara è soprattutto la grande interpretazione di Sophia Loren

Il grande successo de La ciociara ha coinciso con un successo enorme per la sua protagonista. Sophia Loren ha ottenuto numerosi premi per l’interpretazione di Cesira: nel 1961 il David di Donatello, il Nastro d’argento e il premio per la migliore interpretazione femminile al Festival di Cannes; nel 1962 arrivarono anche il Bafta e l’Oscar.

Riconoscimenti più che meritati, perché in questo film Sophia Loren è perfetta. Da un lato, la sua bellezza è esaltata all’ennesima potenza dalla fotografia in bianco e nero di Gábor Pogány, con un bellissimo gioco di chiaroscuri soprattutto nei primi piani. Ma, dall’altro, la diva appare qui più brava che bella, riuscendo a interpretare con intensità una protagonista che vive drammi e ansie atroci ora come donna, ora come madre.

Di fatto, questo è il primo film con cui Sophia Loren dimostra di essere una grande attrice capace anche nei ruoli più drammatici. Ecco quindi che il rifiuto iniziale di Anna Magnani di interpretare Cesira si è rivelato un punto di fortuna sia per il film sia per Loren.

Qui la diva è affiancata da un ottimo Jean-Paul Belmondo, attore della Nouvelle Vague francese, in un ruolo insolito per lui: il giovane timido e introverso, che deve ancora iniziare a vivere, molto fedele alle proprie idee e ai propri ideali.

3 motivi per guardare il film:
  • per Sophia Loren, magistrale in questo film;
  • perché fa riflettere sull’ingiustizia della guerra, senza se e senza ma;
  • perché De Sica e Zavattini insieme sono sempre una garanzia.

Quando vedere il film:

quando volete regalarvi il piacere di guardare un classico del cinema italiano, riconosciuto in tutto il mondo.

Stefania Fiducia

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Hai perso l’ultimo cineforum? Eccolo!

Mistero Buffo: Matthias Martelli e il miracolo dello spettacolo dal vivo al Parioli di Roma

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Il Teatro Parioli di Roma alza il sipario e inaugura questo nuovo inizio con uno spettacolo d’eccezione: Mistero Buffo di Dario Fo e Franca Rame. Giullare moderno in scena è Matthias Martelli, che intrattiene il pubblico con un one man show di cui abbiamo davvero tutti bisogno.

Un classico sempre attuale

C’è tempo fino al 9 gennaio 2022, quindi, per tornare a ridere di gusto, per guardare questi due anni di schiavitù culturale e provare a scrollarsi di dosso la tristezza e la solitudine. Nostro Cicerone un giullare talentuoso, che riesce a variare registro in pochi secondi interpretando tutti i personaggi, nella fattispecie quelli di tre giullarate specifiche dedicate ai miracoli di Gesù.

La resurrezione di Lazzaro, Il miracolo delle nozze di Cana e Il Primo miracolo di Gesù bambino: tre storie canoniche, sapientemente precedute anche dai quadri più celebri che le rappresentano, diventano le storie del popolo. Non basta un elegante angelo per mettere a tacere un ubriacone che vuole raccontare la sua sbronza col vino di Gesù, né basta la bontà della Madonna per mettere in riga il piccolo figlio di Dio e i suoi superpoteri. L’irriverenza e l’ironia la fanno da padrone: non ci sono santi. Al massimo qualche apostolo.

La scena è un caleidoscopio di maschere che ondeggia tra sacro e profano attingendo a sorgenti antiche e moderne. Non mancano sagaci riferimenti alla politica contemporanea, di certo non fini a se stessi: molte storie le abbiamo sentite e risentite, non ci resta che riderci su mentre riflettiamo sul fatto che negli ultimi quarant’anni sono cambiate pochissime cose.

Sentita e risentita, naturalmente, è anche la storia di Gesù, ma la rilettura che ne fa Mistero Buffo e l’interpretazione di Martelli sono sicuramente due ottimi motivi per celebrare un classico che ha ancora molto da dire sull’essere umano.

Una nota sulla lingua

Mistero Buffo è un’opera talmente complessa da avere una sua lingua, il grammelot: una delle difficoltà dello spettacolo – ma di certo non l’unica – è quella di dover recitare in una sorta di dialetto nordico molto stretto, non privo di neologismi e onomatopee. Considerate che l’attore è marchigiano, ma non lo sembra affatto durante lo spettacolo.

Se volessimo richiamare un antecedente letterario sicuramente potremmo rifarci al Pascoli e alla sua lingua miscellanea, tra l’onomatopea del pregrammaticale e il gergo del postgrammaticale. E se la poesia è fatta di figure retoriche meravigliose che avanzano suggestioni musicali – basti pensare alla ripetizione dell’anafora – anche il Mistero Buffo di Martelli è ritmico, e conduce alla risata anche attraverso la mimica e il movimento nei tempi giusti.

La completezza di questa performance è ancora più impressionante se si pensa che l’attore recita da solo, su un palco vuoto, privo di scenografia. Inevitabile e piacevole l’interazione con un pubblico che ha voglia di rispondere, di fare parte di questo abbraccio culturale. Un pubblico che non vuole privarsi di un ritrovato calore e che non ha smesso di credere nella forza dello spettacolo dal vivo.

Alessia Pizzi

“Finché il caffè è caldo” è un libro di freddi cliché?

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Un tavolino, un caffè, una scelta. Basta solo questo per essere felici.

Finché il caffè è caldo

Con questo slogan su copertina, Garzanti pubblica un paio di anni fa il primo capitolo di quella che sta diventando una saga virale: l’effetto “Kawaguchi” è iniziato il 12 marzo 2020 con “Finché il caffè e caldo”, è proseguito il 14 gennaio 2021 con “Basta un caffè per essere felici” e arriverà all’apice nei prossimi giorni, con l’arrivo del terzo capitolo: “Il primo caffè della giornata”.

Per chi non avesse mai sentito parlare di questo autore e dei suoi libri, ma soprattutto per chi si sta chiedendo perché il caffè sia così importante per la nostra felicità, questo è decisamente il luogo giusto per approfondire.

Una trama originale non è sufficiente

Come sempre, si parte dalle basi, e quindi dalla trama: in Giappone c’è una caffetteria antichissima in cui è possibile viaggiare nel tempo. Una volta seduti su una determinata sedia (che non è così semplice da liberare), si può tornare indietro in un preciso momento, a patto di rispettare una serie di regole. Prima su tutte: finire il caffè prima che si raffreddi.

Devo ammettere che mi sento un po’ ingannata dalla copertina, dalla trama e da tutte le aspettative riposte in quello che la stessa libraia ha definito un vero best seller quando mi ha convinto a comprare Finché il caffè è caldo. La verità è che mi faccio tentare dal fascino orientale, credendo sempre che a fine libro io possa aver appreso una qualche lezione di vita, come spesso mi è capitato con Classici di altra natura e portata. Purtroppo, però, come mi accade anche quando tento di leggere Murakami, alla fine mi annoio sempre. Ho notato che gli autori orientali hanno delle bellissime idee, del resto la trama di Finché il caffè è caldo è molto intrigante, ma per quanto mi riguarda i loro libri sono difficilissimi da finire. Il motivo principale è che li trovo freddi. Nel caso di Kawaguchi la questione si fa ancora più grave perché – come potrete facilmente intuire – chiunque voglia tornare indietro nel passato ha qualche nodo da sciogliere.

La sagra del perbenismo

E qui arriviamo al dunque: quale sarebbe la lezione di questo libro? Al suo interno si intrecciano una serie di storie dall’idea commovente, che però non commuovono affatto. Mentre leggo i motivi per cui queste persone vogliono tornare indietro, io non empatizzo con loro, non vivo le loro emozioni e soprattutto non ho assolutamente fame di sapere come va a finire. Forse l’unica storia che riesce a muovere qualcosa dentro è quella finale, “Madre e Figlia”, ma è stato comunque molto pesante finire il libro.

Se volessi recensire con una frase Finché il caffè è caldo basterebbe un detto impietoso, tipo “chi non risica, non rosica”. Ma quanta banalità si nasconde in un testo che vorrebbe farmi credere che possiamo essere persone migliori se ci comportassimo diversamente in una determinata occasione? Sfogliando le pagine del libro, siamo costretti a nutrirci di un perbenismo davvero inutile, che forse farà sospirare tutti quelli che nella vita vivono di “ma” e di “se”.

Non nego naturalmente che alcune cose della vita le capiamo anche dopo anni guardandole con un occhio critico differente. Ma questo non vuol dire che sarebbe stato meglio comportarsi diversamente, anche perché come richiesto dal viaggio del tempo offerto dalla caffetteria, il futuro non può essere cambiato. Quindi l’unico motivo egoista per tornare indietro è fare pace con se stessi per poi continuare a vivere una vita di illusione in cui si crede di essere diversi da quello che si è, magari anche “migliori”, perché si è osato fare qualcosa (a posteriori) che sicuramente ci aiuterà ad affrontare meglio il presente, anche se di fatto non abbiamo potuto cambiare nulla.

Il punto è che non c’è nulla di meglio di quello che siamo, anche quando siamo il peggio. Forse solo questa consapevolezza può donarci la pace, piuttosto che una vita di rimpianti e di sopportazioni inutili, alla ricerca dell’approvazione altrui e del perdono per essere stati tutto quello che la complessità dell’esistenza ci richiede di essere.

Questo libro poteva essere sviluppato molto meglio per consentire al lettore di vivere i viaggi nel tempo e farli propri. Nel mio caso non ci è riuscito, ma sono sicura che qualcuno potrebbe trovarlo interessante per sviluppare un film. Inutile dirvi che non leggerò i capitoli successivi al primo.

Alessia Pizzi

Coldplay: la classifica degli album dal peggiore al migliore

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I Coldplay sono una delle band che più hanno segnato il panorama musicale dell’ultimo ventennio. Proprio di recente il cantante Chris Martin ha annunciato, tra lo sgomento dei fan, che la loro produzione in studio si fermerà nel 2025 con il loro dodicesimo album. Questa sorprendente notizia ci ha indotto a riflettere sullo straordinario percorso musicale della band inglese a partire dagli esordi fino all’ultimo lavoro pubblicato nel 2021. Ecco, quindi, la nostra classifica degli album dei Coldplay, dal peggiore al migliore. Per ognuno, suggeriamo anche i titoli di alcune delle tracce più belle, ma poco conosciute al pubblico.

9. A Head Full of Dreams (2015)

È probabilmente il disco più commerciale dei Coldplay. Ciò non vuol dire che la qualità sia scarsa, ma certamente non si arriva alla raffinatezza e alla suggestività di alcuni lavori. Bisogna ammettere che comunque l’album è perfetto per essere suonato negli stadi e coinvolgere con il suo ritmo migliaia di persone. Anche qui però non mancano alcune chicche meno note al pubblico che presentano una musicalità più ricercata come Birds e Everglow.

8. Mylo Xyloto (2011)

È l’album che preannuncia la nuova era dei Coldplay. Ci sono le prime sperimentazioni con strumenti elettronici, arrivano i colori fluo e vivaci e per la prima volta Chris Martin decide di duettare con qualcuno: Princess of China è il singolo che vede la collaborazione della cantante pop barbadiana Rhianna. In questa canzone, così come in Paradise si accentuano alcune derive pop e commerciali, ma riconosciamo ancora i Coldplay intimi e alternative in brani come Us against the world e Major Minus.

Il titolo non ha alcun significato; è il nome di un personaggio che ha ispirato la pubblicazione di una serie di fumetti scritta dal gruppo in collaborazione con il registra Mark Osborne, che racconta le vicende di un giovane abitante dell’immaginaria Silencia sul fronte di una guerra per reprimere la musica e i colori nel suo mondo. Vi ricorda qualcosa? A distanza di 10 anni una trama simile tornerà nel videoclip di Higher power, ambientato stavolta sul pianeta, anch’esso immaginario, Kaotica.

7. Everyday Life (2019)

Everyday life è il penultimo lavoro pubblicato dal gruppo. Il più sperimentale in assoluto e decisamente il meno commerciale. Anche la promozione è stata minima e lo stesso Chris Martin ha affermato che non verrà mai eseguito nei tour. È una parentesi in bianco e nero di quel mondo in technicolor che caratterizza l’ultima fase dei Coldplay. È un album profondo e impegnato a livello sociale che include alcuni brani davvero validi come Arabesque, Daddy e Trouble in town.

6. Music of the Spheres (2021)

L’album più recente dei Coldplay si proietta in una dimensione spaziale. Prevalgono i toni allegri, anche se non mancano momenti più intimi e introspettivi. Diverse sono le collaborazioni, tra cui il famosissimo brano, campione di ascolti, My Universe con i coreani BTS. Sono presenti nel disco diversi stili, dal pop anni ’80 al rock, dalle influenze elettroniche a quelle gospel. Da ascoltare assolutamente: l’energica People of the Pride e la spettacolare Coloratura, sintesi dell’animo e dell’arte dei Coldplay.

5. Ghost Stories (2014)

Ghost stories, come suggerisce il titolo, è un album tormentato. È il tormento degli spettri del passato che determinano il presente e il futuro. Il lavoro è ispirato dalle vicende personali del frontman Chris Martin, che proprio in quel periodo affronta la separazione dalla moglie Gwyneth Paltrow. È un momento difficile, che in seguito la band ha raccontato nel film documentario A Head full of dreams, in cui il cantante si interroga sul sentimento stesso dell’amore e sulla capacità di provarlo. Tra le tracce più rappresentative di questa riflessione ce ne sono alcune quasi sconosciute come Ink e Fly on, nascosta come ghost track all’interno del brano O.

4. Viva la Vida or Death and All His Friends (2008)

Il quarto album in ordine di pubblicazione è anche il quarto della nostra classifica. Questo disco segna la novità dopo i primi tre lavori, considerati dagli stessi Coldplay come una trilogia. Si sente l’influenza del produttore Brian Eno e la sperimentazione nella struttura musicale dei brani. Si potrebbe definire come l’album più “artistico” del gruppo. Particolarmente iconica, infatti, è la copertina che riproduce il dipinto di Eugene Delacroix, La libertà che guida il popolo. Lo stesso titolo, poi, è ispirato nella prima parte a un quadro della pittrice Frida Kahlo (prima che diventasse mainstream) intitolato proprio Viva la vida. L’ambivalenza del titolo del disco rappresenta la doppia anima, quella gioiosa e quella malinconica, che caratterizza la loro musica. Oltre all’ormai classico Viva la Vida, meritano di essere ascoltati capolavori come Violet hill e 42.

3. Parachutes (2000)

Saliamo sul podio con il primo album in studio dei Coldplay. Un capolavoro che racchiude il loro straordinario talento musicale ma anche tutta l’ingenuità e l’acerbo entusiasmo dei vent’anni. Le sonorità sono prettamente acustiche, i sentimenti immediati e diretti. Con un esordio così il successo è assicurato! Best tracks: Don’t Panic, Shiver, Everything’s not lost.

2. A Rush of Blood to the Head (2003)

Il secondo disco dei Coldplay viene inciso all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle del 2001. Questo evento influisce sui toni che diventano più cupi, più maturi e consapevoli. È la perfetta evoluzione di Parachutes, prevale l’uso del pianoforte e delle chitarre in meravigliose ballate, musica acustica ma anche brani più energici e incalzanti. The Scientist e Clocks sono divenuti dei classici della musica internazionale, ma l’intero album raggiunge livelli qualitativi altissimi con brani come Politik, God put a smile upon your face e Green eyes.

1. X&Y (2005)

Al primo posto della nostra classifica troviamo X&Y, l’album degli opposti, degli ossimori e delle incognite. Il carattere dei Coldplay è sempre stato un mix particolare tra ottimismo e pessimismo, allegria e malinconia. Il tutto sempre accompagnato da un sentimento a tratti mistico e di ossequioso rispetto nei confronti dei misteri dell’esistenza, di tutto ciò che, proprio come le incognite matematiche, è sconosciuto, ma costante e fondamentale.

Stando alle dichiarazioni, è forse l’album meno amato dalla band stessa. Il motivo non è ben chiaro, visto che i fan di tutto il mondo ne sono letteralmente innamorati. Il sound si discosta parzialmente dai due dischi precedenti, è più ricercato e utilizza in misura maggiore il sintetizzatore. Fix you, il brano scritto per Gwyneth Paltrow dopo la perdita del padre, ha segnato la storia della musica mondiale. Square one, What if  e Swallowed in the sea sono solo alcuni degli altri capolavori contenuti in questo album straordinario.

Francesca Papa

“Il dito di Dio”: il podcast di Pablo Trincia sul naufragio della Costa Concordia

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La notte del 13 gennaio 2012 la Costa Concordia, una mastodontica nave da crociera, naufraga nei pressi dell’Isola del Giglio. Dieci anni più tardi Pablo Trincia racconta nel podcast originale Spotify Il Dito di Dio – Voci dalla Concordia gli eventi che portarono a questa tragedia contemporanea. I passeggeri, l’equipaggio, i soccorritori, gli abitanti dell’isola donano con le loro voci la personale interpretazione della tragedia, l’intimo vissuto fatto di dolore, panico, disperazione ma anche di grande coraggio.

Cosa avvenne il 13 gennaio 2012?

La sera del 13 gennaio del 2012 la nave da crociera Costa Concordia si incaglia tra gli scogli delle Scole, sulla costa dell’Isola del Giglio, rovesciandosi sul lato sinistro. L’incidente, che portò al naufragio della nave, causò la morte di 32 persone e 157 feriti.

Salpata dal porto di Civitavecchia, la nave stava viaggiando con destinazione Savona lungo il percorso programmato della crociera “Profumo d’agrumi”. A bordo della Concordia c’erano 4.229 passeggeri che si stavano godendo gli ultimi giorni di viaggio: italiani, stranieri, coppie e intere famiglie. L’impatto con gli scogli avvenne intorno alle 21:45, quando la nave aveva deviato il suo consueto itinerario per fare un “inchino”, ovvero una manovra di saluto, proprio davanti all’Isola del Giglio.

La Concordia, a quel punto, iniziò a imbarcare acqua e a bordo si verificarono diversi blackout, in quanto il quadro elettrico principale fu immediatamente messo fuori uso dall’impatto. Solo qualche ora più tardi però si avviarono le procedure per far salire i passeggeri a bordo delle scialuppe in quanto Schettino, il comandante, fu incapace di formalizzare tempestivamente con un ordine l’abbandono della nave.

Il podcast

Episodio 1: La nave fantasma

Una nave che può ospitare 5000 persone è un paese e un paese non è che si gira in pochi minuti.

Fabio Broletti, sommozzatore dei Vigili del Fuoco

Nel primo episodio del podcast Trincia ci presenta alcuni dei protagonisti della vicenda. Ci troviamo nel momento in cui la nave da crociera Costa Concordia lascia il porto di Savona per cominciare il suo tour del Mediterraneo: è venerdì 6 gennaio 2012. La famiglia Brolli si imbarca per festeggiare il cinquantesimo anniversario di matrimonio dei nonni: zii e cugini si riuniscono per questo grande avvenimento. Tutti sono colpiti dallo splendore, dalla grandezza e dallo sfarzo di quella nave.

Episodio 2: 1912

Io ero quella che voleva sempre andare nella zona dove si ritrovavano i miei coetanei e c’era questa discoteca gigante!

Vanessa Brolli

I ragazzi della famiglia Brolli si godono i divertimenti che offre la nave, mentre al porto di Cagliari sale un gruppo di passeggeri provenienti da Portoscuso. Tra loro ci sono Alessia Sirigu e la famiglia Masia: le loro voci ci doneranno una testimonianza importante nel corso della narrazione del disastro. La Concordia prosegue poi verso Palermo, dove si imbarcano la giovanissima Stefania Vincenzi e sua madre Maria Grazia. Stefania a soli 17 anni perderà sua madre proprio durante il naufragio. La sua storia è tra le più intense, emotivamente parlando, e commoventi del podcast.

Mancano solo due giorni all’isola del Giglio e al naufragio.

Episodio 3: La promessa

Mi ricordo anche di aver fatto delle battute stupide: “Vi immaginate se succede come al Titanic che la nave affonda?”

Omar Brolli

La Concordia viaggia da Palermo a Civitavecchia. Tutti si divertono sulla nave, i Brolli festeggiano l’anniversario dei nonni, Stefania e sua madre ricevono un regalo. E sarà proprio quel regalo, una collana, che poi permetterà in seguito l’identificazione del corpo della donna.

Nel frattempo il direttore di Sala della Concordia chiede un favore al suo comandante, Francesco Schettino, ovvero di fare un inchino nei pressi dell’Isola del Giglio, in onore di sua madre. Una volta a Civitavecchia salgono a bordo molti parrucchieri che devono partecipare a un reality. Tra loro c’è Safaa Sikri, che diventa un’altra voce fondamentale nel racconto. Mancano solo poche ore all’impatto. 

Episodio 4: Hard to Starboard

Hard to Starboard!

Francesco Schettino

Ci siamo: è la sera del 13 gennaio, la Concordia lascia Civitavecchia diretta a Savona e Schettino prepara l’equipaggio all’inchino. I passeggeri si stanno godendo la serata a bordo quando sentono la nave tremare: durante le manovre di avvicinamento all’isola, la Concordia ha urtato contro gli scogli delle Scole. La scatola nera della Concordia ha registrato la voce di Schettino che dà personalmente i comandi al timoniere. Quando è evidente a tutti che la nave sta per scontrarsi con gli scogli il comandante urla “Hard to Starboard”, lo stesso identico comando che fu dato nel 1912 sul Titanic per evitare lo scontro con l’iceberg.

Episodio 5 – Grecale

Il personale faceva finta di essere sotto controllo, di essere tranquillo. Tu vedevi nelle loro facce la preoccupazione.

Omar Brolli

Dopo l’impatto in plancia e in sala macchine si valuta l’entità delle conseguenze. Subito è chiaro che lo scontro ha procurato dei danni importanti: in sala macchine il quadro elettrico è sommerso dall’acqua. I passeggeri vengono rassicurati, viene detto loro che si tratta si un semplice blackout, ma col passare dei minuti diventa chiaro che la situazione è peggiore di quanto venga comunicato. Alcuni passeggeri si rendono conto che la Concordia sta imbarcando acqua e che è necessario abbandonare la nave.

E in effetti alle 22:33 dopo 48 minuti dall’impatto con le Scole viene diffuso il segnale di emergenza con 8 fischi: 7 brevi e uno lungo.

Episodio 6: Vieni con me

Ho preso paura perché vedevo che ero in bilico, non riuscivo a camminare bene e non riuscivo a stare in piedi

Vanessa Brolli

Dopo l’allarme generale, il panico si diffonde e i passeggeri cominciano a recuperare i giubbotti salvagente e a dirigersi verso le scialuppe, in attesa del segnale di abbandono nave che tarda ad arrivare. Schettino infatti sembra incapace di accettare psicologicamente le conseguenze degli eventi scatenati dalle sue azioni. Stefania si separa da sua madre Maria Grazia che decide di tornare in cabina per togliere le scarpe col tacco e indossare un paio di scarpe più comode; i Brolli vengono divisi in base alla scialuppa di salvataggio assegnata a destra o a sinistra della nave; Safaa Sikri lotta per salvarsi. Intanto gli abitanti del Giglio si mettono in moto per accogliere i naufraghi.

Episodio 7 – Castia Mama rua

Non si rispettava donne e bambini eh c’è stato un istinto di sopravvivenza e basta a un certo punto. Qualcuno addirittura voleva salire col trolley.

Ufficiale Giovanni Iaccarino

Dopo l’abbandono nave le prime scialuppe arrivano al Giglio. Le famiglie sono divise: alcuni sono in salvo, altri sono ancora sulla nave.

La Concordia è ormai fortemente inclinata. Safaa Sikri e Antonella Folco cercano la salvezza sulla paratia sinistra della nave. La famiglia Masia tenta un’ultima disperata fuga attraverso un tunnel che conduce sulla parte destra della nave. In questo momento è chiaro che da questa tragedia non tutti ne usciranno vivi.

Episodio 8 – Hanno solo paura

L’unica cosa che vedevo erano i lampeggiatori delle barche che giravano intorno alla nave e quello mi dava un po’ di sostegno, un po’ di morale.

Manrico Giampedroni

Intrappolato all’interno della nave, Manrico Giampedroni lotta con l’acqua gelida per sopravvivere. Passa la prima notte sdraiato su un tavolo, ma tenendo purtroppo le gambe immerse nell’acqua.

Mentre gli abitanti del Giglio si adoperano per aiutare in tutti i modi possibili i naufraghi, sul molo arrivano i primi corpi di chi non ce l’ha fatta.

Episodio 9 – In memoriam

Non serve a niente il semplice ricordo di una nave semi affondata davanti alle coste di un’isola, perché rischia di diventare una cartolina senza significato, una scatola vuota. Serve invece sapere, conoscere, capire cosa sia successo, chi c’era, chi non c’è più che storia aveva, quanti e quali gesti di grande coraggio abbiano avuto luogo 

Pablo Trincia

Nel giorno del decimo anniversario si riflette sul senso del ricordo e sulla giustizia.

https://open.spotify.com/episode/2GGxqiskWtWucS9EZLJJYm

La recensione

Il Dito di Dio – Voci dalla Concordia è un podcast emotivamente devastante. Ancora una volta Pablo Trincia ricostruisce un fatto di cronaca restituendo un racconto avvincente, tragicamente autentico e toccante. Le voci di Stefania Vincenzi, Lorenzo Barabba, Antonella Folco, Omar e Vanessa Brolli raccontano una versione del tutto inedita della vicenda della Costa Concordia, che nel 2012 era passata alla ribalta più per la vicenda dell’abbandono della nave da parte di Schettino che per la tragedia che ha colpito le vittime del naufragio. Le registrazioni telefoniche delle chiamate dei passeggeri ai Carabinieri e le registrazioni delle conversazioni avvenute a bordo e conservate nella scatola nera della nave offrono all’ascoltatore la possibilità di costruire il proprio punto di vista sulla base di dialoghi autentici e realmente accaduti.

Il Dito di Dio – Voci dalla Concordia è tra i podcast imperdibili del 2021. Pablo Trincia ha dimostrato ancora una volta di essere un vero maestro nell’utilizzo di questo “nuovo” mezzo di comunicazione.

Le nostre interviste stupefacenti

Valeria de Bari

La Cultura nel 2021: un anno di ricerche su Google

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Che piaccia oppure no, la divulgazione online ha aperto un nuovo modo di approcciare alla conoscenza. Lo dimostra il fatto che ora, annualmente, possiamo utilizzare un algoritmo per sapere le tendenze di ricerca degli utenti e capire – o almeno tentare di farlo – tutte le stranezze che passano per la testa agli abitanti della Terra.

Fautore della lista delle ricerche è naturalmente Google Trends, strumento gratuito di Google che indaga quotidianamente tutte le tendenze sul web. La lista del 2021, consultabile gratuitamente, è divisa in categorie (come un giornale) ed è preceduta da un bellissimo video riassuntivo.

L’effetto della Pandemia

In questo emozionante video-riassunto vediamo scorrere sulla barra di ricerca frasi come:

come guarire, come onorare qualcuno, come superare una crisi di nervi, ci sarà un altro lockdown, come posso fare il vaccino, come essere forti, come far sentire la propria voce, quando potrò rivedere la mia famiglia, come aiutare una comunità, come aiutare il pianeta.

Google Trends

Dalle esigenze pratiche legate al Covid19 si passa alle richieste emotive legate al superamento della scoraggiante condizione che viviamo ormai da due anni. Uno status di solitudine e una necessità di vivere alla giornata che hanno sradicato totalmente la nostra zona di comfort. Nel video si può ascoltare anche un estratto della poesia di Amanda Gorman, una delle poetesse contemporanee più celebri del momento grazie al componimento scritto per l’insediamento di Biden. Ho avuto il piacere di tradurre qualche sua poesia visto che in Italia è ancora poco nota, e vi invito a dare un’occhiata.

Inutile dirvi che Green Pass è una delle ricerche preponderanti del 2021, specialmente legata alla domanda “Come fare”. Per sorridere insieme vi lascio questo podcast, in cui Serena Garofalo intervista i grandi autori della letteratura (interpretati da Francesco Fario) chiedendo loro come vivono il Green Pass.

Cosa hanno cercato le persone nel 2021?

Addentrandoci nel mondo della Cultura scopriamo che la parola più cercata quest’anno è “DoomScrolling”. Lettori e lettrici sapranno cosa significa “to scroll”, perché è un’azione che compiamo ormai quotidianamente scorrendo la bacheca di un social network o anche solo banalmente leggendo questo articolo, ma magari non sapranno che “doom” significa destino, specificamente avverso.

Doomscrolling

Google Trends offre questa definizione del termine:

doomscrolling è la tendenza a leggere ossessivamente post sui social in momenti di crisi, aspettandosi brutte notizie. Anche se questo termine era già in uso almeno dal 2018, è nel gennaio 2021 che è stato cercato come mai prima d’ora a livello mondiale.

Google Trends

La parola, come riporta Focus, è stata anche introdotta nell’Oxford Dictionary: la nostra curiosità di essere umani spesso ci rende famelici quando ci imbattiamo in notizie caratterizzate da titoli “sensazionalistici”, soprattutto se riguardano la vita e la morte. Ormai, anche scrollando i feed delle news ci rendiamo presto conto che la qualità dell’informazione ha subìto un drastico calo, assecondando le logiche del clickbait, pratica volta ad attirare traffico e ad aumentare i guadagni dei giornali. In parole povere è quello che la nostra redazione cerca di evitare e soprattutto combattere con dosi di cultura genuine. Lo stesso Google deve ancora affinare i propri algoritmi, specialmente di Discover, il feed di notizie personalizzate presente su tutti i telefoni che usano Android come sistema operativo. Nella scatola magica spesso ci sono articoli veramente di bassa qualità.

Cosa vuol dire retrogrado

Secondo Google Trends, quest’anno, cosa significa retrogrado – in abbinamento a Mercurio e in riferimento alla sua accezione astrologica – è stato cercato come mai prima d’ora a livello mondiale. Il perché di questa peculiare ricerca sarebbe legato alle credenze popolari e all’astrologia: secondo alcuni Mercurio Retrogrado porterebbe conseguenze negative, specialmente nella nostra vita tecnologica. In realtà il movimento retrogrado del pianeta, come spiega Vogue, è solo un effetto ottico.

Dove posso viaggiare

Nel 2021, le ricerche a livello mondiale di dove posso viaggiare sono triplicate rispetto al periodo pre-pandemia. Per ovvi motivi, più di prima ci chiediamo quali mete sia possibile raggiungere in questo periodo di chiusura. Sperando che l’estate 2022 sia all’insegna del viaggio, lascio qualche meta estiva raccontata dalla nostra Redazione.

L’intrattenimento può essere cultura

Interessante come sempre la suddivisione di Google tra Cultura e Intrattenimento, un altro settore che noi abbiamo sempre messo sotto il nostro “cappello culturale”. Navigando questa sezione scopriamo che la notizia più importante dell’anno è stata lo scioglimento dei Daft Punk:

Niente è per sempre, nemmeno l’oro e i dischi d’oro (e tripli dischi di platino). Quest’anno, quella dei daft punk è diventata la separazione di maggior tendenza a livello mondiale, quando la coppia simbolo della musica elettronica ha appeso per sempre i propri caschi al chiodo dopo 28 anni di melodie.

Google Trends

Era il 20 gennaio del 1997 quando usciva Homework, il primo album della band che ha avuto il merito di portare la french-house fuori dai confini nazionali.

I film più cercati su Google

Eternals
Black Widow
Dune
Shang-Chi and the Legend of the Ten Rings
Red Notice
Mortal Kombat
Cruella
Halloween Kills
Godzilla vs. Kong
Army of the Dead

Gli show TV più cercati

Squid Game
Bridgerton
WandaVision
Cobra Kai
Loki
Sweet Tooth
Lupin
Ginny and Georgia
True Beauty
BBB21

A chi abbiamo detto addio nel 2021

Raffaella Carrà
Michele Merlo
Franco Battiato
Gino Strada
Carla Fracci
Libero de Rienzo
Rossano Rubiconi
Milva
Principe Filippo
Nick Kamen

Una nota sulla sostenibilità

Nella categoria Sostenibilità c’è scritto che quest’anno, la ricerca sostenibilità ha raggiunto vette mai viste prima a livello mondiale. Per questo motivo e sperando che sia d’interesse per i lettori, voglio suggerire il bel podcast della nostra Serena Cospito, “Cultura Sostenibile – L’arte di meravigliarsi“.

La parola più cercata su CulturaMente nel 2021

Naturalmente anche noi abbiamo tirato le nostre somme: la parola più cercata sul nostro sito nel 2021 è stata “Netflix”, una ricerca sintomatica del cambiamento dell’intrattenimento e di conseguenza della nostra linea editoriale. Visto che abbiamo iniziato a tracciare le ricerche da poco, il prossimo anno potremmo stilare una lista più completa delle nostre ricerche, per offrire ai lettori un’esperienza sempre più in linea con le loro necessità.

Buon 2022.

Alessia Pizzi

Il Piacere di D’Annunzio, l’arte dello stile e lo stile dell’arte

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Per ogni parola, nome o immagine chiunque è sempre pronto a fare una associazione; intuitiva, istintiva, casuale, ma pur sempre una associazione, un collegamento. Tale sorta di regola vale soprattutto per i personaggi che sono al di là delle righe o che, ancor meglio, nelle righe o tra le righe proprio non possono starci.

Questi personaggi sono gli artisti, quelli con la maiuscola, quelli che sanno eccedere l’arte stessa con guizzi di splendore talvolta impossibile agli altri anche da esser pensato, figuriamoci compreso. Gabriele D’Annunzio rientra per antonomasia in questa categoria. 

Artista per eccellenza, superiore per distacco

L’associazione che molti fanno su D’Annunzio è quella con l’estetismo, e fin qui ci siamo: esteta per eccellenza, amante del raffinato, dell’arte, della bellezza in ogni sua (poetica) forma, estremo teorico del Bello.

Però c’è tanto ancora di bello nascosto tra le righe di D’Annunzio che probabilmente, a primo impatto, non si riesce a cogliere; parliamo del dubbio sul senso della vita, del non capirne il fine a tal punto da risultare perso e straniato.  Questo lato lo si coglie nel suo romanzo più noto, “Il Piacere”

Chi non conosce il romanzo, chi conosce il Vate “soltanto” per quest’aura manifesta, per tutto quel che su di lui si è detto e si dice e si tramanda, crede impossibile che un personaggio di quel calibro possa essere perso, insicuro e travolto dalla vita, proprio quella vita sulla quale esso sembra avere dominio totale.

Per entrare in questo quadro d’analisi, è bene conoscere nel dettaglio la sua massima più famosa, però per intero, non soltanto nella parte più pubblicizzata.

Il padre gli aveva dato, tra le altre, questa massima fondamentale: Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.

È fondamentale comprendere in questo percorso di analisi la lettura tra le righe della seconda parte di questo pensiero nei suoi due elementi cardine: uomo d’intelletto e superiorità; la chiave di volta sta qui. 

Il continuo doppio Sperelli-D’Annunzio trova l’equilibrio interno nella fusione dei due elementi, dato che vengono da esso/essi considerati come sinonimi: l’uomo di intelletto è per natura superiore al resto che lo circonda ed in quanto tale non può condurre, per una questione di forze interne che spingono da dentro per uscire, una vita ordinaria e comune, ma deve mirare in ogni istante a rendere gli attimi delle opere d’arte, costantemente. E se questo non si verifica esso percepisce un vuoto difficile da colmare, vuoto che lo porta, ne è testimone l’epilogo del romanzo, verso un senso di straniamento totale e sofferenza, dolore. 

Così che si poteva dire che la sua vita fosse una continua lotta di forze contrarie chiusa ne’ limiti di un certo equilibrio. Gli uomini d’intelletto, educati al culto della Bellezza, conservano sempre, anche nelle peggiori depravazioni, una specie di ordine. La concezion della Bellezza, dirò così, l’asse del loro essere interiore, intorno al quale tutte le loro passioni gravitano.

Ma anche:

Rabbrividiva innanzi ai grandi abissi vacui del suo essere: di tutto l’incendio della sua giovinezza non gli restava che un pugno di cenere.

Il Vate è sempre stato un personaggio scomodo. Se chi legge queste righe senza conoscerlo può già provare un sentimento di antipatia figurarsi chi legge tutto il romanzo o anche chi riceve solamente alcune informazioni sui suoi trascorsi. È necessario che sia così, “Non sono nato per piacervi!” analogamente disse un altro personaggio di spessore. Non ci sono, dunque, elucubrazioni da fare o spiegazioni da dare. Vi sono delle piccole informazioni di cronaca necessarie da chiarire: 

Il Piacere” è il libro d’esordio di Gabriele D’Annunzio nelle vesti di romanziere. Età: 26 anni. Ripeto, età: 26 anni.

Abbandoniamo anche l’idea di aprire una discussione sui giovani d’oggi, su quel che fa o è in grado di fare un giovane di 26 anni oggi. Abbandoniamo. Bisogna aggiungere che al tempo della stesura del romanzo aveva alle spalle tre raccolte di poesie, due di novelle ed una carriera brillante come giornalista mondano nella Capitale, aspetto che gli aveva regalato non poco materiale da inserire nell’opera. L’anno della pubblicazione è il 1889. Siamo davanti ad un enfant prodige, fuor di discussione.

Lo stesso in una lettera all’editore Emilio Treves afferma: “Il mio libro è compiuto: È scritto con una straordinaria severità d’arte!”.

Una straordinaria severità d’arte. Non basta questo a definirlo in tutto e per tutto, a metterlo al riparo da critiche ed antipatie, a mettersi alla lettura forsennata del romanzo, ad amarlo?

La trama è ben nota

Sperelli/Eroe/Don Giovanni che attrae e seduce prima un’amata già amata, la femme fatale, e poi una casta donna fino a confonderle e a confondere se stesso tanto da sentirsi vuoto e perso nella stessa arte della vita che l’aveva condotto in mille coinvolgimenti di ogni tipo sempre ricchi di furore. Le due donne sono per lo Sperelli una piacevole sofferenza, una sfida con se stesso ed un incessante incontro di boxe tra lui e il piacere stesso. Ma se alla fine, dopo tutti gli “artefizi”, dopo tutte le sofferenze e le ricerche del bello in ogni dove l’eroe giunge a confondere le due donne, vuol dire che non può esserci speranza di salvezza e tanto meno di redenzione, il suo destino è già scritto, confinato, chiuso.

L’artista che a poco a poco perde le sue facoltà non si accorge della sua debolezza progressiva; poiché insieme con la potenza di produrre e di riprodurre lo abbandona anche il giudizio critico, il criterio. Egli non distingue più i difetti dell’opera sua, non sa che la sua opera è cattiva o mediocre; s’illude che il suo quadro, che la sua statua, che il suo poema siano nelle leggi dell’Arte mentre son fuori. Qui sta il terribile.

Quando Andrea compie l’orribile sacrilegio di possedere il fantasma-ricordo della Muti attraverso il corpo di Maria, mentre quest’ultima si commuove tant’è appassionata la forza dell’amante da fargliela sembrare sincera, si giunge al culmine di tutto. 

Divenne lo spietato carnefice di se stesso…

Da lì in avanti il protagonista sarà solo una nullità, un soggetto svuotato che procede per inerzia. E chi l’avrebbe mai detto? Quel D’Annunzio che tanto vaneggia ed esalta il bello, il piacere, l’amore per la bellezza si ritrova poi a presentare questo suo alter ego come uno sconfitto!

L’eccitazione efimera languì, si spense, passò come tutto passa nella vita mondana.

E con ciò chi l’ha vinta? Ma nessuno, si sa, però è sempre bene approfondire prima di trarre giudizi sconsiderati, almeno quando si trattano tali mostri.

D’Annunzio sta antipatico perché ha stile, perché ostenta e, ovviamente, per tanti non è facile bypassare questo velo e allora ci si ferma al primo step. Come abbiamo visto, andando oltre si possono cogliere tantissimi altri aspetti di considerevole valore: la bellezza del suo stile, le sue magnifiche capacità nei panni di romanziere, il fascino che è in grado di emanare, diciamo così, anche per tramite di terzi e delle riflessioni quasi da vinto che nessuno si aspetterebbe.

Il libro è arte allo stato puro, non vi è discussione che tenga, è un manuale di stile! 

Come supporto le parole del critico Henry James: “Non si distingue dove comincia e finisce l’arte e dove comincia e finisce la vita”. 

È arte della letteratura perché è un concentrato di aggettivi, nomi, verbi, assolutamente ricercati, particolari, così deliziosi da esaltare continuamente lo stile, la ricerca, l’arte; persino parole molto comuni subiscono un abbellimento certosino (artefizio, iscambierebbe, intiero, de’, ne’, ispirito e tantissime altre).

Un ricco sistema di paratassi che non stanca il lettore, tutt’altro! Lo porta ancor più dentro al racconto accendendo in esso quella passione, sia intima che letteraria, che è propria, a monte, dello scrittore. 

Il verso è tutto. Nella imitazion della natura nessun istrumento d’arte è più vivo, agile, acuto, vario, multiforme, plastico, obediente, sensibile, fedele.

|…|

Può definire l’indefinibile e dire l’ineffabile; può abbracciare l’illimitato e penetrare l’abisso; può avere dimensioni d’eternità.”

Non credo sia possibile esprimere meglio di così i propri moti del cuore.

È arte della poesia poiché lo stile di ogni verso consente a chi legge di planare su universi paralleli concedendosi attimi di sospensione che possono essere raggiunti soltanto dall’abbandono, proprio della poesia. 

Uno de’ più alti piaceri, nella conversazione non volgare, appunto è sentire che uno stesso grado di calore anima tutte le intelligenze presenti. Allora soltanto, le parole prendono il suono della sincerità e danno a chi le profferisce e a chi le ode il supremo diletto.

E soprattutto:

Eleggeva, nell’esercizio dell’arte, gli strumenti difficili, esatti, perfetti, incorruttibili: la metrica e l’incisione; e intendeva proseguire e rinnovare le forme tradizionali italiane, con severità, riallacciandosi ai poeti dello Stil novo e ai pittori che precorrono il Rinascimento.”

È arte dell’arte stessa poiché immergendovisi ci si riesce a figurare ogni minimo aspetto, dalle figure di oggetti alle scene descritte, in ogni minuzioso dettaglio. 

Pareva, in vero, ch’egli conoscesse direi quasi la virtualità afrodisiaca latente in ciascuno di quegli oggetti e la sentisse in certi momenti sprigionarsi e svolgersi e palpitare intorno a lui.

E questo è possibile grazie a quella meravigliosa penna, grazie a quella instancabile forza di andare alla ricerca del cavillo, di non esser mai stanco di limare un particolare (quasi fosse una scultura, ed ecco qui l’arte!) fino ad ottenerlo com’era nei progetti.

Il Piacere” è arte allo stato puro. È un turbinio di emozioni che prende per mano il lettore e lo accompagna per tutto il percorso della lettura; lo fa entrare nella testa di tutti i personaggi, gli consente di vedere e leggere le situazioni e dagli occhi dello Sperelli e dagli occhi delle amate, financo dagli occhi dei soggetti che fan da corredo alle scene.

Sappiamo bene che i personaggi dei romanzi non sono altro che la bocca del pensiero di chi scrive, son tutti figli dei flussi di coscienza delle personalità plurime che albergano nella mente del compositore; poi ci sono le sfaccettature, le constatazioni, i dati di fatto nel confronto col reale, è vero, ma quanto detto non si può negare: D’Annunzio è Sperelli (e non c’è dubbio!), ma è anche nella bocca di Elena, di Donna Maria, di Donna Ippolita, dei convenuti alle feste mondane, al combattimento, ecc.

Se si cade nella lettura non si può tornare indietro, non c’è partito che tenga, perché è un vortice che prende a forza e non lascia più andare via. 

A testimonianza, si provi a restare inermi dinanzi alle seguenti seducenti frasi!

Ormai il suo spirito stava per entrare in quello stato delizioso, direi quasi di fluidità sentimentale, in cui riceve ogni movimento, ogni attitudine, ogni forma delle vicende esterne, come un vapore aereo dalle mutazioni dell’atmosfera

Ci sono certi sguardi di donna che l’uomo amante non iscambierebbe con l’intero possesso del corpo di lei. Chi non ha veduto accendersi in un occhio limpido il fulgore della prima tenerezza non sa la più alta delle felicità umane.

E torniamo, per chiudere, al discorso di cui sopra sull’uomo di intelletto e la superiorità.

D’Annunzio ha avuto onore e gloria anche da vivo, ha reso la sua vita un’opera d’arte ed ancora oggi scandalizza, ferisce, rapisce e colpisce come se fosse tra noi, perché ha cucita addosso la targhetta del classico, dell’eterno ed in quanto tale è stipato per sempre in quel limbo che gli consente la vita eterna. Ecco la superiorità dell’uomo di intelletto, non era una celia la sua.

Il mio sogno è l’ “Esemplare Unico” da offerire alla “Donna Unica”. In una società democratica com’è la nostra, l’artefice di prosa o di verso deve rinunziare ad ogni beneficio che non sia di amore. Il lettor vero è dunque la dama benevolente. Il lauro ad altro non serve che ad attirare il mirto…

Ma la gloria?

La vera gloria è postuma, e quindi non godibile…”.    

Non vi è modo migliore per suggellare e sigillare (chissà quale tra i due sinonimi avrebbe scelto il Vate!) il nostro discorso se non quello di lasciar parlare direttamente il diretto interessato.

Chiusura che, chiaramente, sarà fatta con sommo stile, per riassumere, con arte, tutto quel che fin qui si è detto:

L’Arte! L’Arte! – Ecco l’Amante fedele, sempre giovane, immortale; ecco la Fonte della gioia pure, vietata alle moltitudini, concessa agli eletti; ecco il prezioso Alimento che fa l’uomo simile a un dio.

Lorenzo Romano

Innamorarsi, una perfetta simbiosi tra De Niro e la Streep

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Regia: Ulu Grosbard
Titolo originale: Falling in Love
Genere: Commedia
Cast: Meryl Streep, Robert De Niro, Harvey Keitel, Jane Kaczmarek, George Martin, Dianne Wiest.
Nazione: USA
Anno: 1984
Durata:107 minuti.

TRAMA

Due pendolari di New York ogni giorno hanno la stessa direzione: Manhattan. Frank è un ingegnere con moglie e due figli. Molly è una grafica pubblicitaria sposata con un medico. La prima volta si incrociano casualmente quando sul vagone lui si siede dietro di lei. Poi sono uno accanto all’altro quando dal telefono pubblico della Grand Central Station chiamano le rispettIve famiglie. Due volti nella folla. Frank (Robert De Niro) è un ingegnere sposato con Ann (Jane Kaczmarek) e ha due figli. Molly è una grafica pubblicitaria sposata con un medico, Brian (David Clennon). Alla vigilia di Natale si scambiano i pacchi alla libreria Rizzoli. Poi si incrociano casualmente dopo un paio di mesi sempree sul treno. A quel punto si danno appuntamento sempre più spesso e scoprono di non fare a meno l’uno dell’altra.

Il senso dell’innamoramento in una storia melensa

Innamorarsi è un film del 1984 diretto, con classe, dal regista belga Ulu Grosbard. Il film scritto da Michael Cristofer, valse alla Streep un David di Donatello come miglior attrice straniera, non è una storia sul tradimento, né sull’amore ma sull’innamorarsi. Non è dunque cosa, ma come questo tipo di sentimento viene raccontato. Il regista e lo sceneggiatore portano sullo schermo con fare evocativo e romantico analizzando l’intricato processo d’innamoramento tra due esseri umani che sentono un’innegabile attrazione l’uno per l’altra. Nonostante ciò la storia si presenta come un susseguirsi di retorica e scene melense, dove l’innamoramento è solo una questione di passione, come se fosse qualcosa solo di epidermico.

Nel complesso, Innamorarsi è una commedia romantica dalla narrazione pressoché scontata e convenzionale. Tuttavia il film assurge a grande commedia romantica grazie all’interpretazione di Robert De Niro e Maryl Streep, che si erano già amati in Il cacciatore (1978) di Michael Cimino. Solo grazie alla loro presenza la pellicola riesce a porsi al di sopra della media. La recitazione dei protagonisti si caratterizza, infatti, per una forte simbiosi che li porta a recitare in stato di grazia dando vita ad una combinazione straordinaria tra apparente realismo e impeto.  

Innamorarsi è una pellicola che cresce minuto dopo minuto. Grazie alla colonna sonora che fa da sfondo a momenti di leggerezza di due vite in una Manhattan colma di passanti, palazzi in costruzione e di due Natali, che a distanza di un anno scandiscono l’impossibilità, prima, e l’occasione, poi. Impeccabile è la fotografia di Suschitzky che sa catturare le sfumature necessaria a valorizzare ogni singola scena, come quando entrambi i protagonisti si abbracciano dentro l’appartamento con la luce della fotografia di che penetra dalle finestre. In un’immagine che sembra arrivare dal cinema di Ingmar Bergman.

In conclusione, Innamorarsi propone una commedia romantica non solo ricca di cliché ma per molti versi irrealistica. Offre un sogno d’amore, il falso mito dell’anima gemella.

Quando guardarlo

Essendo una commedia romantica non vi è un momento preciso dell’anno. Se volete coccolarvi con del buon vino e una commedia romantica leggera allora questo è il film giusto.

Tre motivi per guardarlo:

  • per ragionare d’amore e sull’innamoramento;
  • per la straordinaria interpretazione di Robert De Niro e Maryl Streep;
  • per rivivere le atmosfere cinematografiche degli anni ’80.

Hai perso l’ultimo cineforum?

Angela Patalano

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Mangiare a casa di uno chef: benvenuti a Casa Boscherini

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Un solo tavolo e uno chef tutto per voi, nella sua bellissima casa nel Mugello. Questa è l’esperienza di cui avete bisogno!

Per una serie di coincidenze, sono riuscita a prenotare last second l’unico tavolo a casa di Edoardo Boscherini, per vivere questa esperienza dell’home restaurant, di cui avevo letto ma non avevo ancora provato.

Sulle colline di Londa, piccolo comune fiorentino che vi consiglio di visitare, è incastonata la casa di questo appassionato chef, che nel 2019 si è trasferito qui. La vecchia casa di pietra era un mezzo rudere, che lui ha instancabilmente ristrutturato per aprire, in piena pandemia, il suo ristorante casalingo. Nel 2020 nasce Boscherini Home Restaurant, un modo unico di mangiare.

ristorante Casa Boscherini-tortino
Foto di Micaela Paciotti

Come si prenota

Si prenota tramite DM su Instagram, se fa caldo si può mangiare all’aperto nel giardino, sotto un fico, con vista su un panorama mozzafiato. Nelle stagioni più fredde ci si può accomodare all’interno della casa, dove un camino gigante scalda l’atmosfera.

Edoardo è un padrone di casa molto ospitale e cordiale, vive a contatto con gli animali (oche, pavoni, gatti e i suoi due adorati golden retriver) e trasporta la sua esperienza di perito agrario nelle materie prime che sceglie per i suoi pranzi e le sue cene.

Io ci sono andata lo scorso ottobre, in occasione della réunion della mia famiglia, sparpagliata per il centro Italia. Eravamo in 5, abbiamo mangiato dentro, su un bellissimo tavolo di legno, riscaldati dal fuoco scoppiettante. Con noi c’era anche il mio cane, trattato come un principe. Al momento della prenotazione ho potuto scegliere tra varie tipologie di menù-degustazione, all’interno delle quali ci sono 5 o 6 proposte per ogni portata tra cui scegliere. Noi abbiamo optato per il menù semplicità, ma lo chef ci ha omaggiato di tre portate extra. Quindi non è uno di quei posti gourmet che vi lasciano il senso di fame, è invece un ristorante che unisce cibi a chilometro zero (l’orto di casa) con l’amore per il gusto e per la soddisfazione di pancia e testa.

Le portate della mia cena

  1. Crema di sedano rapa con frutto della passione
  2. Sformatino di verdure miste dell’orto su fondente di pomodoro
  3. Uovo in camicia cotto a bassa temperatura e crema di verdure
  4. Risotto zucca invernale e yogurt
  5. Filetto di maiale in doppia cottura su crema di patate
  6. Petto anatra in doppia cottura arancia e verdure
  7. Foglia di nasturzio con sciroppo di sambuco gelificato e violetta
  8. Tortino al cioccolato

Menzione speciale per una mega focaccia preparata nel forno a legna, di cui mi sono fatta dare la ricetta.

Vi consiglio assolutamente di provare Casa Boscherini, per un pranzo o una cena davvero diversi, immersi in un’atmosfera accogliente e amichevole, ma con portate degne di ristoranti stellati.

Micaela Paciotti

La ruota del tempo: una serie sulle donne travestita da fantasy

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Basata sui best-seller fantasy di Robert Jordan, La Ruota del Tempo è stata adattata per la televisione dall’executive producer/showrunner Rafe Judkins e attualmente è in streaming su Amazon Prime Video.

Una serie sul potere femminile

Fondamentalmente si tratta di una serie sulla questione di genere travestita da serie fantasy. Questo probabilmente è l’unico motivo per cui sono riuscita ad arrivare fino all’ottavo ed ultimo episodio, proprio io che nemmeno ho visto integralmente il primo film de Il Signore degli Anelli e che quindi ero senza speranze e/o aspettative.

Siamo catapultati in un mondo epico, dove le donne sono le uniche a poter detenere il potere magico delle Aes Sedai, una sorta di casta al femminile: per questo motivo Moiraine (interpretata da Rosamund Pike, la sosia di Ellen Pompeo di Grey’s Anatomy) vaga di villaggio in villaggio per trovare il Drago rinato, l’unico uomo in grado di incanalare il potere: un essere che può diventare tanto salvifico quanto pericoloso, qualora incappasse nel male.

Chi è il drago rinato?

Nel villaggio di Two Rivers Moiraine scopre che cinque persone sono legate tra loro e che tra di esse potrebbe esserci la reincarnazione del Drago: mentre tenta di salvare il villaggio dagli attacchi dei Trolls – anch’essi alla ricerca del Drago – la donna rivela tutta la sua potente magia con delle scene meravigliose. Il bello della serie sono sicuramente gli effetti speciali che si mischiano bene con la bellezza della fotografia dei panorami mozzafiato e ci consentono di viaggiare un po’ con l’immaginazione.

Nel gruppetto dei cinque giovani ci sono due donne e tre uomini, e nonostante il Drago tra loro dovrebbe essere un uomo, la potenza delle due giovani mette in crisi Moiraine, che alla fine risulta essere la vera protagonista della serie. Un’eroina di quelle vecchio stampo, poche parole e molta determinazione. Al suo fianco c’è sempre il fidato custode, un uomo bellissimo ed elegante che è pronto a tutto pur di difenderla.

Gli intrighi delle Aes Sedai

Tornata alla base delle Aes Sedai, la donna ci condurrà nei segreti di una setta al femminile, fatta di sorellanza e intrighi, che non tralascia nemmeno scene di seducente omosessualità. Ma, del resto, in tutta la struttura della serie è evidente la supremazia femminile: le donne hanno il potere, le donne decidono. Gli uomini si limitano a fare qualche stupidaggine qua e là, tipo rubare, uccidere a caso o prendere decisioni abbastanza discutibili. Alcuni di loro fingono addirittura di essere il Drago rinato.

La scena che probabilmente merita più di tutte è quella in cui si vede una guerriera incinta combattere e uccidere decine di uomini in mezzo alla neve. Una sequenza davvero impressionante, che credo di non aver mai visto né sul grande né sul piccolo schermo. Questa immagine non fa che rafforzare il messaggio di tutta la serie, un inno alla forza femminile troppo spesso messa all’angolo: non è un caso che la guerriera sia incinta, ovvero la condizione femminile ritenuta più fragile e delicata in assoluto.

Che dire quindi della Ruota del Tempo: la seconda stagione sembra essere confermata, ma il finale della prima ci lascia un po’ a bocca asciutta. Mi sarei aspettata qualcosa di più epico, ma alla fine dei giochi sono sempre le donne a fare lo scacco matto. Suggerisco la visione per evadere un po’ dalla quotidianità, che di questi tempi non fa male, senza troppe aspettative.


Alessia Pizzi

Spider-Man No Way Home: quando al cuore non si comanda

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L’attesa è finita. Il film evento del 2021 è finalmente in sala e, dopo aver fatto registrare numeri da record ancor prima dell’accensione dei proiettori a livello di prevendite, il 27° lungo MCU si prepara a scalzare Avengers: Endgame come film più redditizio del franchise. Solo il tempo ci dirà se l’amichevole Spider-Man di quartiere, interpretato da Tom Holland, riuscirà nella difficile impresa ma possiamo già affermare, con assoluta certezza, che è riuscito a riportare in massa il pubblico al cinema come non accadeva da anni.. da Endgame, appunto!

Una campagna pubblicitaria basata sul mistero, della quale ricordiamo con affetto i simpatici siparietti tra gli attori protagonisti e i Marvel Studios relativi alla divulgazione del titolo, ha generato un incessante numero di news, teorie e leaks che hanno assillato milioni di appassionati. Un effetto collaterale snervante, dove l’incubo dello spoiler si nascondeva dietro ogni video su YouTube o frame social, ma che ora possiamo relegare a lontano ricordo. Perché Spider-Man: No Way Home è finalmente tra noi e, nonostante alcune problematiche che andremo a sviscerare in seguito, è capace di unire i fan dell’Uomo Ragno di qualsiasi età, di lunga e nuova data, regalando a tutti una stretta al cuore impossibile da dimenticare.

“Il Multiverso è un concetto di cui sappiamo spaventosamente poco.”

Attento a ciò che desideri, Parker

Al termine di Far from home, eravamo rimasti con il clamoroso servizio del Daily Bugle che, rilasciando un video manipolato da Beck, ribaltò gli avvenimenti di Londra, rendendo Mysterio un martire e Spider-Man un criminale. Il mondo impazzisce quando viene rivelata la vera identità dell’amichevole eroe di quartiere ed è proprio qui, nello stupore generale, che ha inizio la narrazione di No way home. La vita di Peter diviene insostenibile e, costantemente in fuga dai media e dall’opinione popolare, si rende conto che a soffrire ingiustamente sono i suoi affetti più cari. Sentendosi responsabile di aver indelebilmente compromesso il futuro di MJ e Ned, nonché di aver trascinato Zia May e Happy in un vortice mediatico, Peter chiede aiuto a Doctor Strange per far sì che il suo segreto venga ripristinato. A causa delle costanti interferenze del ragazzo però, l’incantesimo dell’ex Stregone Supremo apre uno squarcio dimensionale, attirando chiunque conosca la vera identità dell’Uomo Ragno, da qualsiasi universo!

La origin story di Spider-Man è completa

Concedetemi di partire con l’analisi di quest’atto conclusivo dalla Home Saga da lontano. Anzi, da molto lontano! Aprendo uno squarcio multidimensionale, andiamo a riprendere gli insegnamenti appresi nella Trilogia del Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan, scomodando DC Comics. In The Dark Knight, Bruce Wayne capisce fin da subito che il bisogno di nascondere il proprio volto dietro a una maschera, nasce dalla necessità di proteggere prima di tutto le persone che gli sono più vicine. Tornando ora all’universo Marvel, lo stesso Spider-Man del “Ciclo Raimi” veniva colpito al cuore (negli affetti) da Goblin, ritrovandosi a fare un passo indietro di fronte alla dichiarazione di Mary Jane, in quel bellissimo finale, pur di non metterla nuovamente in pericolo. Una lontananza nata dalla responsabilità di dover proteggere, che sarà poi fulcro della narrazione nel successivo capitolo, e con la quale dovrà confrontarsi anche il Peter Parker di Tom Holland in questo No Way Home.

Divenuto in un attimo l’uomo più famoso del pianeta, il senso di colpa crescente per la sua “influenza negativa” sulle persone care, lo porterà a chiedere aiuto a Strange. Seppur estremamente forzato, l’incipit narrativo è brillantemente reso accettabile dall’innocenza del ragazzo: “non hai pensato di chiamare la scuola prima di farmi fare il lavaggio del cervello al mondo“, gli dirà infatti l’insostituibile Benedict Cumberbatch e, conoscendo il buon Peter Parker di Holland, il tutto è perfettamente plausibile. Tuttavia, questo tentativo di sistemare la situazione non è nient’altro che il primo vero gesto d’azione nella crescita del personaggio di Tom Holland.

Nei due capitoli precedenti, e nei vari film corali in cui compariva, lo Spider-Man MCU si limitava a reagire a una determinata situazione di pericolo, seguendo ordini o per evitare una morte certa. Nei primi minuti di No Way Home invece, in maniera totalmente autonoma e responsabile cerca di trovare una soluzione. Si tratta del primo vero atto di responsabilità di un nuovo Spider-Man, non più di reazione ma d’azione, forgiato dal dolore.

ATTENZIONE! SPOILER!

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità

L’intero film non è altro che la perdita dell’innocenza di Peter Parker e la nascita di in eroe nuovo. Andando contro il volere di Strange, il personaggio di Tom Holland si assumerà la responsabilità delle sue azioni nel tentativo di “guarire” i villain dei precedenti universi Sony, targati Raimi e Webb. E quando questa decisione gli si ritorcerà contro nel peggiore dei modi, non potrà far altro che lasciarsi andare al dolore ma, per sua fortuna, al suo fianco avrà due mentori d’eccezione.

Complice il fatto di non aver mai avuto un background solido, la costruzione della moralità del Peter Parker MCU è passata soprattutto attraverso le sue “figure paterne”. Che sia stato prima Tony Stark (Homecoming e tutto il precedente) e Nick Fury poi (Far From Home), tutto ha portato Peter al punto di disobbedire all’unica figura super di riferimento che gli è rimasta (Doctor Strange), per inseguire quella “cosa giusta da fare“, ultimo regalo di una Zia May indimenticabile. Una scelta che lo segnerà indelebilmente, trasformandolo nell’eroe dei giusti per eccellenza.

Fondamentale è l’intervento di quei due mentori di cui vi ho parlato prima che, forti delle loro esperienze passate in cui hanno ceduto alla rabbia, hanno permesso al contemporaneo Peter di non smarrirsi. Sto ovviamente facendo riferimento agli Spider-Man di Tobey Maguire e Andrew Garfield che, tornando a indossare nuovamente i loro costumi, spingeranno la loro controparte a essere (forse) il migliore tra loro. Peter capisce che, avere un dono come il suo, comporta il dovere di essere responsabile delle vite altrui oltremisura. Ed è proprio da questo concetto che nascerà lo struggente finale dove anche il segno di una ferita che “non fa quasi più male ormai” non può essere dimenticato. Un dolore ancora fresco che non può tollerare nuovamente e, per questa ragione, si priverà della felicità.

Non sbaglieremmo nel dire che questa Home Saga è una trilogia di origine che, nel suo atto finale, ha il sapore di un soft reboot portando lo Spider-Man di Tom Holland, almeno per il più recente futuro, lontano dagli avvenimenti del resto del franchise. Tuttavia, avvicina il personaggio anche alla visione più classica di Peter Parker: solitario, squattrinato ma incredibilmente ultra sfaccettato.

Chi non muore si rivede

Se da un lato c’era grande speculazione da parte dei fan sulla presenza di Tobey Maguire e Andrew Garfield nell’ultima fatica MCU, dall’altra era certa la presenza dei più pericolosi villain dei loro rispettivi universi. Uniti dal destino di morire combattendo Spider-Man, questi tornano per un’ultima battaglia, desiderosi di restare nel nuovo mondo appena scoperto. Trionfali sono le apparizioni del Dottor Octopus, di Goblin e di Electro, ancora una volta rispettivamente interpretati da Alfred Molina, Willem Dafoe e Jamie Foxx, ai quali si affiancano meno esplorati Lizard e Sandman.

Il nostro amichevole Spider-Man di quartiere si troverà dunque a fronteggiare cinque dei più pericolosi super-cattivi del Multiverso che, come per Jamie Foxx, hanno subito qualche piccolo upgrade estetico. A spiccare tra tutti, è indubbiamente il malvagio Goblin che possiamo qui ammirare in un costume più vicino al character design fumettistico e impreziosito dall’espressività di un Dafoe senza rivali. Purtroppo però, se grandiose sono le loro entrate in scena, visivamente dimenticabili sono le loro dipartite.

Tante emozioni ma tecnicamente discontinuo

Le emozioni scaturite dal rivedere eroi del passato e i più iconici avversari dell’Uomo Ragno tutti insieme, riescono a rendere meno amara la consueta mediocrità registica di Jon Watts che, ancora una volta, quando la questione si fa interessante, perde il controllo. Se nella prima ora ogni aspetto estetico è stato ben curato e calibrato, la seconda parte non regge il paragone.

Nelle parti più action è evidente che non si sia investito a dovere per rendere davvero incisive le gesta corali, pensando erroneamente che bastasse qualche bel frame per portare a casa il risultato. In un certo qual modo, l’emozione nel vedere i tre Spider-Man all’opera e coordinarsi può inebriare e disintegrare l’oggettività dell’appassionato, ma è indubbio che seguire i loro movimenti è difficoltoso e le loro figure risultano troppo spesso semplici macchie in movimento. Purtroppo, anche lo scontro definitivo con Goblin ha diverse criticità e, nonostante si parta da un buon campo lungo che progressivamente si avvicina ai duellanti, tutto ciò che avviene in seguito è gestito maldestramente. Un montaggio scellerato vorrebbe mettere una pezza all’età di Dafoe o, più semplicemente, al fatto di non aver coreografato a dovere il momento, senza successo.

Tuttavia, il problema non è esclusivo delle scene d’azione e anche i momenti più introspettivi o di confronto hanno una buona carica emotiva ma con la camera che si limita a osservare, senza infamia ne lode. Resta dunque il rammarico di non aver visto un tassello fondamentale della storia di Spider-Man sul grande schermo in mano a un autore vero, capace convincere sotto ogni aspetto tecnico, ed elevare il racconto senza affidarsi unicamente alla sceneggiatura, al carico emotivo delle parti in causa o alla bravura del cast.

Non fraintendetemi: la lacrima è dietro l’angolo in più momenti, le risate sono tante e i colpi al cuore parecchi! Tuttavia, anche in fase di scrittura ci sono alcuni problemi e spesso il “non farsi domande” è la scelta opportuna. Si percepisce che il tutto è calibrato per poter, a volte, forzare gli eventi e regalare allo spettatore un enorme giostra emotiva. Il fan service però non disturba ma aiuta ad affezionarsi ancora di più all’attuale versione di Spider-Man, portatore dell’ingrato fardello di una precedente scrittura del personaggio poco attenta. Con No Way Home ora siamo tutti al fianco del Peter Parker di Tom Holland, avendo condiviso insieme lui la perdita e la rinuncia, stringendo un legame che sarà indissolubile.

Non resta altro da fare che attendere l’inizio della nuova trilogia che, come dalla prima scena post credit, vedrà probabilmente il nostro universitario squattrinato fare la conoscenza del simbionte. Grazie al cielo, con un’altra trovata forzatissima ma necessaria, Venom potrà essere riscritto da zero dopo il disastro perpetrato da Sony. Una cosa è però certa: No Way Home è un film dai tanti difetti ma dal grande cuore e, tante volte, questo è sufficiente. La condivisione dello stupore in sala è un’esperienza che mancava da troppo tempo e dovremmo ringraziare il nostro amichevole Spider-Man di quartiere per essere stato, ancora una volta, l’eroe di tutti.

Michele Finardi

Matrix Resurrections: tornano Neo e Trinity come se il mondo non fosse cambiato

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Matrix Resurrections, nuovo capitolo del visionario franchise ideato dalle sorelle Whachowski, esce il 1° gennaio 2022 nelle sale italiane.

L’attesa è finita: l’ultimo capitolo (ma solo in ordine di tempo) della saga di Matrix, che ha influenzato l’immaginario di almeno due generazioni (la X generation e i Millennials), torna nelle sale con il capitolo Matrix Resurrections.

I fan erano già in ansia, visto che l’uscita era inizialmente prevista per maggio 2021. Ma l’ansia era dovuta soprattutto alla paura di un’eventuale delusione, sempre in agguato se parliamo di reboot, sequel e similaria.

Posso già anticipare che non è “delusione” la parola chiave per descrivere Matrix Resurrections, bensì “citazione”.

Lana Wachowski stavolta è da sola a dirigere una storia del mondo Matrix, senza la sorella Lilly, con cui aveva creato quel mondo visionario, una versione più inquietante del Paese delle Meraviglie dove Alice cade una prima volta e dove ritorna una seconda attraverso lo specchio. 

Alla scrittura, invece, la regista è affiancata da David Mitchell e Aleksander Hemon. Insieme attingono abbondantemente e inevitabilmente a soggetti e sceneggiature dei tre film precedenti: Matrix, Matrix Reloaded e Matrix Revolution.

Vi consiglio proprio di ripassare i primi tre capitoli, proprio per godervi appieno la storia di Matrix Resurrection, perché è zeppo di autocitazioni delle sceneggiature precedenti.

Ciò non toglie niente alla piacevolezza della pellicola, perché l’autocitazione non si presenta come stucchevole autoreferenzialità. Whachowski cita se stessa e sua sorella (che per anni sono state definite ad Hollywood un’unica mente creativa in due corpi differenti) con estrema autoironia, attraverso le battute dei protagonisti, ma non solo.

La trama di Matrix Resurrections: tra citazionismo, amarcord e l’iconica figaggine di Neo e Trinity

In Matrix Resurrections ritorna un mondo in cui esistono due realtà: quella che sembra la vita quotidiana e ciò che si cela dietro ad essa. Thomas Anderson (Keanu Reeves) è il più grande game designer del mondo, diventato celebre e ricco con un gioco di realtà virtuale che ha spopolato nel mondo: “Matrix”. Il suo socio in affari si chiama Smith (Jonathan Groff), scaltro e sicuro di se, con una costante attenzione ai profitti: il contrario di Anderson.

Anderson frequenta una caffetteria, dove vede spesso Tiffany (Carrie-Ann Moss), una moglie e madre di tre figli con un debole per le moto. Entrambi sentono nel profondo che c’è qualcosa che non torna, come se le vite che stanno vivendo, le personalità che stanno “interpretando” non fossero le loro. 

Thomas ha episodi psicotici, perché a volte non distingue la realtà dalla fantasia di Matrix, il gioco che ha inventato, tanto da essere seguito da uno psichiatra, l’Analista (Neil Patrick Harris, il Burney Stinson di HIMYM).

Per scoprire se la sua realtà è quella vera o solo immaginazione, per conoscere realmente se stesso, Thomas (cioè Neo), dovrà decidere di nuovo se inghiottire la pillola rossa o la pillola blu. E la scelta è obbligata: dovrà seguire ancora una volta il Bianconiglio, che stavolta ha le sembianze dell’hacker Bugs (Jessica Henwick che abbiamo visto in Star Wars: Il risveglio della Forza) alla ricerca dell’eletto Neo, che ha sacrificato se stesso per salvare l’umanità. Entrare o uscire da Matrix è ancora più difficile, perché la matrice è più forte e più pericolosa che mai e genera deja-vu sempre più fuorvianti.

A fare da guida a Neo sarà di nuovo il saggio e mondano Morpheus, che stavolta ha il volto di Yahya Abdul-Mateen II (e non, purtroppo, dell’iconico Laurence Fishburne).

Il livello tecnico di Matrix Resurrections è all’altezza dei precedenti capitoli.

Lana Wachowski ha scelto di circondarsi dei collaboratori già rodati nella realizzazione della serie TV “Sense8”.

Matrix Resurrections è, quindi, un film spettacolare, all’altezza delle aspettative: c’è ritmo; il montaggio di Joseph Jett Sally è serrato e accurato; gli effetti visivi supervisionati da Dan Glass sono di livello, così come la fotografia diretta da Daniele Massaccesi e John Toll. 

Con la scenografia affidata a Hugh Bateup e Peter Walpole e i costumi disegnati da Lindsay Pugh siamo pienamente immersi nell’immaginario Matrix che tutti ricordavamo. Il look studiato per Neo e Trinity segue la costruzione dei rispettivi personaggi: c’è assoluta coerenza con gli inizi della storia, ma si rispetta il tempo che passa. Le rughe non sono spianate, la maturità dei due protagonisti è rispettata, perché c’è stato uno sviluppo dei personaggi. Ma loro restano cool, desiderosi di verità e di libertà, profondamente innamorati, benché il fuoco degli ideali e del loro legame si nasconda sotto la cenere della realtà virtuale di Matrix.

I protagonisti interpretati di Reeves e Moss non sono l’unico dèja-vu di questo sequel.

Ritroviamo la critica sociale, anche se sembra tutto più superficiale e, nei momenti migliori, posta su un piano molto ironico. Ciò che manca a Matrix Resurrections è forse la forza rivoluzionaria della visione delle sorelle Wachowski, che nel 1999 avevano innovato il cyberpunk e ci avevano illuminato, per prime, su quanto fosse vicina una ipotetica presa del potere delle macchine sull’uomo.

Oggi, a pochi giorni dal 2022, la realtà virtuale del Metaverso è un’esperienza alla portata di sempre più persone, tanto che la matrice non ci sembra poi così incredibile. E le nostre vite sono talmente condizionate e influenzate dagli algoritmi che l’idea di robot che usino gli essere umani come pile elettriche forse non ci sconvolge più come prima.

Ecco, se Matrix ci aveva avvertito, attraverso la pura fantascienza, su come potesse essere il mondo del futuro e su come fosse importante scegliere a cosa credere, Matrix Resurrections è soprattutto un film d’azione esaltante, che gioca con successo con un immaginario ancora convincente.

A distanza di molti anni Lilly Whachosky ha dichiarato che Matrix era in fondo un’allegoria/manifesto dell’esperienza – di due artisti che all’epoca erano ancora due fratelli maschi – di non riconoscersi nel proprio sesso biologico. Tutta la trilogia non parlava che della transizione di qualcuno che, intrappolato in un corpo che non era il suo, prendeva consapevolezza della propria identità, del proprio posto nel modo e di entrambi si riappropriava, in un eversivo atto di ribellione.

Anche in Matrix Resurrections ritroviamo l’allegoria: Anderson/Neo, in un certo senso, ha una disforia e Matrix continua a rappresentare il binarismo di genere. La differenza è che la narrazione sembra più pacificata, consapevole. Il binarismo (magari non solo di genere) sembra gestibile, possibile da combattere e vincere. Il maschile e il femminile si completano in Neo e Trinity che, ancora una volta, si salvano a vicenda e insieme possono portare la pace. 

Stefania Fiducia

I mods e l’estetica modernista: lo stile di una generazione ribelle

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Lambretta, polo Fred Perry, accessori a scacchi bianchi e neri, frangia sugli occhi: sicuramente vi sarà capitato nella vita di incontrare un mod.

Per parlare del movimento mod (abbreviazione di modernist) non si può prescindere da un breve excursus sulla sua origine, connessa a doppio filo alla musica e alla cultura giovanile inglese.

I Teddy boy

Questo movimento nasce negli anni 50 con i Teddy boy, che imitavano la moda americana. Il loro modello era James Dean, pantaloni dritti e ciuffo, a cui aggiungevano tocchi edoardiani, come le camicie con le rouches. Dopo essere caduti nel dimenticatoio, negli anni ’70 i Teddy boy resuscitano nel Glam rock. Il negozio di Vivienne Westwood a King’s Road (Londra) è il sacro tempio per vestirsi head to toe con gli accessori più contemporanei e le idee più innovative.

In questo ventennio di apparente sparizione dalla scena, i Teddy boy ispirano in parte il look dei giovani inglesi amanti del Modern Jazz, musica di rottura e innovativa. Lo spirito di ribellione e di ricerca dà il via a una sottocultura potentissima e resistente fino ai nostri giorni. Con il motto moving and learning, nascono i mods, i modernisti che amano il nuovo e il bello.

La musica dei mod

La chiave di lettura di questo movimento passa per la musica, grimaldello che negli anni 60 sconquassa la cultura inglese con l’introduzione della musica afroamericana, come il soul e il funk. Portata in Inghilterra dai crescenti flussi migratori di quegli anni, presto verrà riconosciuta e prenderà il nome di Bluebeat, che si evolverà in Beat e nel fenomeno British invasion. Si apre la strada per i Beatles e i Rolling Stones, gli Who, gli Small Faces, i Kinks, Spencer Davis Group, gli Action, The Yardbirds, gli Artwoods e i Creation.

I vestiti dei mods

Premessa: i mods sono indissolubilmente legati ai loro scooter. Non esiste un mod senza due ruote, che sia una Lambretta o una Vespa. Negli anni 60, per esempio, non era raro vedere le spiagge di Brighton invase da centinaia di vespe, per i raduni dei mod.

Il clima di Londra non era il massimo per stare all’aperto, quindi per completare il look c’era bisogno di un capospalla resistente, caldo, adatto alla pioggia. I mods individuano nel parka il loro simbolo: un giaccone militare usato dai soldati e dai Marine statunitensi durante la guerra di Corea, spesso con il target della R.A.F. ricamato su una spalla. Questo capo iconico serviva a proteggere il sofisticato look sottostante, fatto da giacche a 2 o 3 bottoni e pantaloni slim tagliati sopra la caviglia, acquistati nei negozi di Londra che vendevano abiti sartoriali italiani.

Ma alla fine degli anni 60 il movimento si frattura. Da un nucleo originario nascono varie correnti. A seguito dell’ondata di droghe psichedeliche e nuove mode dalla California, una parte del movimento mod londinese si inizia a discostare dai completi sartoriali e dal sound che li aveva uniti. Ricordate? Moving and Learning. Alcuni rompono con il passato, seguono le mutazioni musicali dei gruppi di inizio decennio come The Who e The Creation e Pretty Things. I capelli si allungano, arrivano i pantaloni a campana, camicie colorate con fantasie paisley, e gli stivaletti Chelsea boots soppiantano i mocassini.

In risposta a questa new wave, gli integralisti si irrigidiscono ancora di più abbracciando i canoni estetici e morali della loro fondazione. Ben lontani dalle sciccherie esterofile, reclamano con forza l’appartenenza alla working class inglese, scegliendo un abbigliamento minimal, come camicie a quadri, bretelle e jeans Levi’s con doppio risvolto, solitamente sopra ad un paio di scarponcini da lavoro o di anfibi Dr. Martens. Questo stile vi potrebbe ricordare quello dei primissimi skinhead, che infatti da qui provengono.

Dal nucleo primordiale nascono quindi varie correnti, per ritrovare connessioni dirette con il giro mod bisognerà attendere però il 1979 con l’arrivo dello ska revival. Madness, Specials, Selecter, The Beat animano le dancehall dei nuovi mod, che continuano ad amare vespe e lambrette fino ad oggi.

Micaela Paciotti

Ipponatte, il poeta che sa che i soldi non fanno la persona | Lirici Greci

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Ci sono cose che i soldi non possono comprare: l’amore, la stima e l’affetto dei cari, la dignità, la libertà, la cultura. Soprattutto se si è sufficientemente maturi per saper gestire il denaro. In modo particolare oggi, perché viviamo in una società consumistica.

Ci sono infatti due tipi di ricchezza: quella interiore, che si coltiva soltanto attraverso il tempo e l’esercizio, e quella esteriore, che può esserci data – così come può esserci tolta – nel giro di un secondo.

Ecco, Ipponatte, un poeta lirico vissuto verso lo scorcio del VI sec. a.C., aveva già capito tutto ciò.

Perché i borghesi sono rozzi?

Ipponatte, che apparteneva ai circoli aristocratici, nelle sue poesie denuncia la decadenza dei valori morali della polis. Lo fa perché a prendere il potere è una nuova classe dirigente: i commercianti o, se preferite, i moderni “borghesi” per intenderci.

La differenza tra aristocrazia e borghesia sta proprio nel fondamento dei loro poteri: l’aristocrazia ha un potere di discendenza, legato ai latifondi, mentre la nuova “borghesia” – anche se è anacronistico definirla così – basa il suo potere sul denaro guadagnato.

I soldi garantiscono sì a questi nuovi ricchi il potere, ma per gli aristocratici – e quindi anche Ipponatte – queste figure rimaranno sempre rozze e poco eleganti: mancano infatti della paideia, del senso della cultura ed educazione tipici degli aristoctatici. Non sono “ricchi dentro”, culturalmente e dal punto di vista dell’educazione.

Possiam parlare di “realismo”?

La poesia di Ipponatte di solito viene definita “realistica”, però bisogna stare attenti! Quando nella letteratura greca si parla di “realismo” non vuol dire che si cerca di rappresentare la realtà per una pura ricerca della verità nuda e cruda. Lo si fa per creare umorismo.

Un esempio è l’episodio di Tersite nell’Iliade: dice, sostanzialmente, che non gli importa nulla della Guerra di Troia, perché non ha persone care coinvolte da salvare. Peccato che venga malamente bastonato. Qual è il motivo? Non perché dica cose sbagliate – Achille, quando litigava con Agamennone, aveva detto più o meno la stessa cosa. Ma perché, un po’ come oggi, dipende anche da che pulpito arriva la predica. Quindi se lo dice Achille, che è uno dei guerrieri più valorosi, è un conto; se lo dice Tersite, che non ha né un aspetto fisico degno di nota, né, tanto meno, un coraggio militare eccellente, è un altro. Riceve un paio di bastonate perché deve star zitto: non è all’altezza di poter espimere un pensiero così tanto anticonformistico. Questa scena viene descritta con realismo, perché si vuole fare umorismo su questa figura.

E questo ritorna anche in altri passi della letteratura greca: se noi pensiamo a quella “bomba sexy” del Ciclope di Teocrito, quel mostriciattolo che tenta di sedurre Galatea, notiamo anche lì un estremo realismo. Il mostro tenta in tutti i modi di attrarla attraverso espedienti alquanto goffi. Non può comporre chissà quali poesia; parliamo di un pastore che non conosce la civiltà. Quindi noi vediamo questo mostro che si gonfia come un gallone cercando di far vedere i suoi… “punti di forza”: i formaggi e i prodotti della sua attività. Anche qui è presente il realismo, perché si vuole ridere.

Frammento 32 West: Ipponatte barbone

Ermes, caro Ermes, rampollo di Maia, Cillenio

ti supplico: ho un freddo cane

e batto i denti…

dà un mantello a Ipponatte, e una vestina

sandaletti e babbucce, e poi d’oro

sessanta stateri in un altro mucchio.

Anche Ipponatte usa il realismo: lui, aristocratico snob con la puzza sotto il naso, finge di essere un mendicante. Già fa ridere. Finge di essere povero per criticare la nuova borghesia. Questa parodia inizia dalle prime righe: fa riferimento ad Ermes, dio dei commercianti sì, ma anche dei ladri. Di tutti quelli che “si arrangiano”, si arrampicano sui vetri per riuscire in qualcosa insomma. Si tratta di gente che, però, arriva dal nulla. Qual è il messaggio di fondo? Non si meritano il potere che stanno acquisendo.

Un altro dettaglio che ci fa capire che Ipponatte ci sta prendendo in giro è la richiesta dei “sandaletti“. Uno che muore di fame non ha bisogno dei sandali preziosi. Questo dettaglio è un altro indizio del “realismo” che serve per fare umorismo. Parliamo di un realismo letterario.

Un’altra critica verso i ceti mercantili la si vede anche per il numero e il tipo di monete elencate alla fine: una caratteristica che ritorna anche in altri componimenti. Questa attenzione quasi maniacale sui soldi rappresenta la ricchezza dei commercianti. Non è ricchezza di nascita, non sono proprietari terrieri. Ma era gente che doveva arrangiarsi per poter ottenere soldi.

Frammento 36 West: Pluto

Venuto in casa mia, Pluto – è cieco del tutto –

non disse mai: «Ipponatte,

ti do trenta mine d’argento,

e tante altre cose»: ha animo vile.

Anche qui Pluto, esattamente come Ermes prima, è dio delle ricchezze. Pluto è cieco: dà i soldi a chi non se li merita, cioè i ceti mercantili. Sono dei nuovi ricchi pezzenti che hanno semplicemente avuto fortuna, e si vede. Inoltre, ancora una volta l’attenzione al numero e al tipo di monete: il fondamento del potere dei ceti mercantili.

Già Archiloco aveva introdotto la nuova mentalità mercantile attraverso il celeberrimo frammento dello scudo gettato. Perché lo getta? Perchè ne compra un altro. La nuova mentalità è basata sui soldi. Anche un altro poeta lirico, quello più politico, Solone, dirà che bisogna stare lontano dai “cattivi”, cioè la nuova borghesia.

Importante è anche la firma (σφραγίς), tema che si ritrova in tanti altri poeti lirici, ed è emblema della crescente consapevolezza di individualità.

La rissa con Bupalo

Tu, stordito da Zeus, quale tagliaombelichi

ti strigliò e lavò mentre sgambettavi?

Tenetemi il mantello, voglio colpire Bupalo all’occhio:

sono ambidestro e non manco un colpo.

Bupalo era un famoso scultore, il diverbio sarebbe sorto perché i due artisti avevano raffigurato in modo troppo forte le deformità fisiche del poeta, come basso e storto. L’immagine della rissa è metaforica: si colpisce sì nell’occhio, ma non con le botte, ma con la poesia. L’espressione “stordito da Zeus” non va, in questo caso, ad indicare uno scontro con le botte, ma con la poesia.

Conclusione

Ipponatte sarà un modello importante per il futuro della letteratura greca: archetipo della commedia, la risata come veicolo umano per denunciare la decadenza e le aberrazioni della società.

Lorenzo Cardano

“Il miracolo della 34^ strada” è la miglior commedia natalizia di Hollywood

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“Natale non è solo un giorno. È uno stato d’animo” 

Titolo originaleMiracle on 34th street
Regia e sceneggiatura: George Seaton
Soggetto: Valentine Davis
Cast principale: Maureen O’Hara, John Payne, Natalie Wood, Edmund Gwenn
Nazione: U.S.A.
Anno: 1947

Il miracolo della 34^ strada, uscito nel lontano 1947, è ancora il film su Babbo Natale più attuale e gradevole.

Il miracolo della 34^ strada è un film delizioso, diretto e sceneggiato da George Seaton, sulla base di un racconto di Valentine Davis. È perfetto da vedere a ridosso della Vigilia, non solo perché è ambientato nelle settimane che la precedono a partire dal Ringraziamento, ma anche perché tra i suoi personaggi c’è un protagonista delle feste: Babbo Natale.

Il film ebbe subito successo di critica, proprio grazie alla storia. Infatti, George Seaton vinse un Golden Globe e un Oscar per la miglior sceneggiatura non originale e Valentine Davis un Oscar per il miglior soggetto. 

Ed è diventato un classico dei film natalizi hollywoodiani, tanto che ne fu realizzata anche una versione a colori e che nel 1994 ne è stato fatto un remake, diretto da Les Mayfield. La pellicola degli anni ’90, però, non è all’altezza dell’originale, nonostante nel ruolo di Babbo Natale ci sia il grande Richard Attemborough.

Ma qual è la trama del Miracolo della 34^ strada?

È il giorno del Ringraziamento e sta per partire la tradizionale parata dei magazzini Macy’s di New York. La direttrice del marketing, Doris Walker (Maureen O’Hara), è costretta a sostituire l’uomo che di solito interpreta Babbo Natale, perché è completamente ubriaco. La scelta cade su Kris Kingle (Edmund Gwenn), un signore anziano con il perfetto physique du rôle, che si trova lì apparentemente per caso e che sostiene di essere l’autentico Babbo Natale.

In effetti, è talmente bravo che finisce per lavorare da Macy’s, dove – come da tradizione – i bambini possono mettersi in fila, sedersi sulle gambe di Santa Klaus e comunicargli quali regali vogliono ricevere per Natale.

Kingle, però, inizia anche a suggerire ai genitori dove comprare i doni che non trovano da Macy’s oppure che lì costano troppo. All’inizio Doris Walker e il titolare del negozio vorrebbero licenziarlo, ma l’atteggiamento di Kingle porta invece molta pubblicità positiva al centro commerciale. Quindi lo tengono e la sua idea diventa una vincente campagna pubblicitaria. Tutti si affezionano a Kris, anche la piccola Susan (una Natalie Wood bambina), figlia di Doris.

Susan è una bambina cresciuta a base di realismo e verità: non crede a Babbo Natale, non le sono mai state raccontate nemmeno le fiabe. La madre, infatti, una donna rimasta sola, delusa da aspettative non soddisfatte, pensa che si debba sempre essere sinceri con i figli piuttosto che alimentarne le fantasie.

Kris è spiazzato da tanta incredulità in una bambina, a cui promette di esaudire per Natale il suo desiderio più grande: una casa, dove vivere con un papà e un fratellino.

Nel frattempo però, i magazzini concorrenti di Macy’s, Lamberg, cercano di ingaggiare Kris ma invano. Quindi, Lamberg cerca di “eliminare” Kris facendolo arrestare per percosse. Quando le accuse cadono, poiché l’uomo è convinto di essere il vero Babbo Natale, prima viene ricoverato in un ospedale psichiatrico, poi finisce sotto processo per demenza.

Doris cercherà di dimostrare che l’anziano dice la verità, con l’aiuto del suo vicino di casa, l’avvocato Fred Gailey (John Payne), innamorato di lei. 

Lo stile e i temi del Miracolo della 34^ strada sono quelli del cinema di Frank Capra. 

Pur non essendone né l’autore né il regista, in questa pellicola aleggia l’influenza di Frank Capra, a cui dobbiamo un altro classico natalizio come La vita è meravigliosa.

Il miracolo della 34^ strada, infatti, è un film di genere fantastico, dove si mescolano bene sentimento e umorismo, ma non solo. 

Infatti, come sottolinea il critico Morandini anche qui, come in Capra “l’esaltazione della fantasia e della buona volontà si accompagna a soffici, ma precise, notazioni satiriche sull’ideologia americana del successo, del dollaro, del carrierismo, del consumismo, di un pragmatismo che appiattisce e deprime la vita e i rapporti sociali”.

Nel film Kris Kingle (alias Babbo Natale) sa che i sentimenti verso il Natale stanno cambiando, che sempre di più si tratta di una festa commerciale. 

È interessante notare come già nel 1947, in una società ricca come quella statunitense (diverso sarà stato in Europa, ancora alle prese con le macerie e le miserie del secondo dopoguerra), lo spirito natalizio fosse già profondamente in crisi, appiattito sull’acquisto dei regali. Nel mondo dove Kris Kingle deve fare Babbo Natale le persone sono prive di fede e di fiducia nel prossimo e non c’è spazio per la fantasia.

Kris vorrebbe riportare lo spirito natalizio ed è per questo che è felice di poter lavorare da Macy’s e poter stare vicino a Susan e sua madre. Loro sono un caso in prova per lui, “un mondo in miniatura”. Se può cambiare loro due e il loro atteggiamento verso il Natale – e verso la vita – allora c’è ancora speranza.

Il messaggio rivolto allo spettatore è l’insegnamento che ricevono i protagonisti, veicolato dalle battute di Doris Walker:

Fede è credere nelle cose quando il buon senso dice di no. Solo perché le cose non si mettono come vuoi tu la prima volta, devi continuare a credere nella gente.

Gli attori sono un punto di forza del Miracolo della 34^ strada

Non per niente, Edmund Gwenn nei panni del vecchietto che si crede fermamente Babbo Natale ha vinto sia il Golden Globe, sia l’Oscar come miglior attore non protagonista.

Nel complesso la pellicola è recitata benissimo, sia dai protagonisti sia dai personaggi secondari. Tutti riescono a valorizzare una sceneggiatura davvero briosa ed elegante.

Tanto convincente è la diva Maureen O’Hara nei panni di una mamma single ma in carriera, che si muove con nonchalance nei due ruoli. Un po’ cinica e molto disincantata, il suo personaggio si evolve riacquistando la fiducia negli altri e nell’amore.

Come sua figlia Susan, interpretata da una sorprendente Natalie Wood, già bravissima, che con questa interpretazione si guadagnò la notorietà internazionale.

Per inciso, fa tenerezza (ri)vederla come una tenera enfant prodige conoscendo la sua triste biografia, caratterizzata anche dagli abusi subiti nell’ambiente di Hollywood fin da giovanissima. 

3 motivi per guardare il film:
  • per l’intramontabile fascino di un classico in bianco e nero;
  • perché, pur essendo girato nel lontano 1947, i temi che tratta sono ancora molto attuali;
  • per ammirare il talento da bambina prodigio di Natalie Wood nel ruolo della dolcissima Susan.

Quando vedere il film:

ovviamente nel periodo delle feste: dal 1° dicembre fino all’Epifania ogni momento può essere quello giusto, soprattutto se volete recuperare un po’ di spirito natalizio.

Stefania Fiducia

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