“Un cazzo ebreo”: così i tedeschi chiedono scusa

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Un cazzo ebreo è il romanzo d’esordio della scrittrice tedesca Katharina Volckmer. Si tratta di un libro che ha suscitato un grande interesse tra il pubblico e la critica, tanto da essere considerato il caso editoriale del 2020. In Italia è stato pubblicato dalla casa editrice La nave di Teseo lo scorso gennaio. Un po’ per il titolo molto curioso e un po’ per tutto il clamore che ha suscitato, ho scelto questo titolo per il secondo incontro dei Postumi Letterari, il bookclub di CulturaMente.

Ho letto questo libro una domenica pomeriggio, tutto di seguito. E devo dirvi che si tratta di una di quelle sbronze che si fanno sentire anche una volta passate. Quando ricominci a essere padrona di te stessa, sei confusa e intontita e maledici l’alcolico che ti ha portato a quegli eccessi. Poi, ripensi a come sei stata mentre eri ubriaca, a quello che hai pensato, alle verità a cui sei arrivata… ed è allora che ti rendi conto che, in realtà, hai bevuto bene.

La lettura di Un cazzo ebreo fa un po’ questo effetto. Appena concluso il libro, la sensazione che hai non è delle migliori. Trovi dentro le pagine talmente tante cose che è difficile avere un’idea chiara di tutto subito. Però poi, pensandoci su, ti rendi conto che dalle parole dell’autrice si possono aprire riflessioni su tante tematiche diverse e che la costruzione del monologo è qualitativamente molto buona.

Quindi, in definitiva: è una sbronza che merita di essere vissuta.

La trama di Un cazzo ebreo

Tutto il libro è un monologo in prima persona condotto dalla protagonista. Di lei non conosciamo il nome, ma ci viene detto che ha origini tedesche e che si è trasferita a Londra. Il destinatario delle sue parole è il dottor Seligman, non uno psicologo come si potrebbe sospettare, ma un chirurgo ebreo che si occupa di operazioni per il cambio di sesso. Scopriamo, infatti, che la ragazza ha da sempre un problema a identificarsi con il suo corpo da donna e che ha scelto di liberarsene diventando uomo. Tuttavia, vuole che il suo membro sia circonciso (un cazzo ebreo, appunto). È questo il modo che lei trova per fare ammenda del peccato che tutta la nazione tedesca si porta dietro: l’Olocausto.

Dalle parole della ragazza riusciamo a ricostruire parte del suo passato. Sappiamo che ha un fratello nato morto il cui nome sarà quello che prenderà una volta completata l’operazione. Sappiamo anche che ha sempre avuto orrore del corpo della madre e ha sempre lottato nel suo corpo di donna per vedersi riconosciuta la libertà di essere ciò che voleva al di fuori degli schemi. Ci viene raccontata la sua storia d’amore con K, un pittore sposato spesso triste. Infine, ci viene detto che suo nonno era responsabile della stazione ferroviaria che precedeva quella di Auschwitz.

Grazie a queste parole, ci addentriamo nel mondo interiore di una donna che unisce il senso di colpa per ciò che è stato fatto dal suo popolo al disagio e alle discriminazioni che derivano dal nascere femmina. Ciò che viene fuori è il racconto di una persona che si è sempre sentita fuori posto, non conforme, e che è diventata più dura e meno empatica proprio a causa di questo suo sentire.

I temi del libro

Un cazzo ebreo è un libro complesso. Sono tantissimi gli input che l’autrice dà. Il primo pensiero che si ha quando si conclude è: “Devo rileggerlo!”. È uno di quei libri che deve essere letto e riletto per coglierne tutte le sfumature.

I due temi che emergono in maniera molto forte sono due: il non riuscire a riconoscersi donna e il senso di colpa legato all’Olocausto. Sono due argomenti intrecciati tra di loro e le due cose non si escludono a vicenda, anzi: si parte sempre dall’inadeguatezza. Tuttavia, queste connessioni non sono immediatamente evidenti.

Il senso di colpa per essere donna

“Non ha idea di quanto tempo ci abbia messo a capire che il mio nome non era il mio nome, dottor Seligman, che non era pigrizia se all’asilo non reagivo quando mi chiamavano, ma che conoscevo d’istinto qualcosa che avevo poi dimenticato. Perché io, semplicemente, non potevo identificarmi con quel nome, il nome di una ragazza, una donna, una femmina, il nome di qualcuno con una vagina. ”

Katharina Volckmer. “Un cazzo ebreo”

Ci sono dei passi molto interessanti che Volckmer scrive a proposito dell’essere donna. In essi si sente il peso della tradizione patriarcale e degli stereotipi a essa legati sull’idea di femminilità. Ci sono delle riflessioni molto forti sulla religione e sul modo in cui la maggior parte dei culti abbia demonizzato il sesso femminile descrivendolo come una tentazione e un pericolo per la virtù. Se sei una donna ci sono delle forti aspettative che ricadono su di te. Prima tra tutte, la maternità.

“Così ho comprato la spilla “Bambino a bordo” per viaggiarci in metropolitana, le vendevano al supermercato vicino al lavoro e ho pensato: perché no? Mentiamo su così tante cose, perché non su quello che succede nel nostro utero? E appena ho comprato la spilletta è spuntato quel sorriso, ha presente? Quel tipo di sorriso che ricevi solo quando qualcuno pensa che la tua vita sia magnifica e compiuta, quando tutti possono vedere che hai fatto sesso per una ragione e che il tuo corpo finalmente non è più tuo. Adoravo quel sorriso e per un po’ sono diventata piuttosto dipendente dalla spilla e dal potere che improvvisamente sembrava assicurarmi. ”

Katharina Volckmer. “Un cazzo ebreo”.

La protagonista del libro ha cercato di fuggire in tutti i modi le convenzioni sociali. È stata la risposta spontanea al senso di colpa che ha provato nell’essere nata così. Parla spesso delle fotografie che vede sulla scrivania del dottor Seligman. Non ne vede il contenuto, sa solo che ci sono delle cornici sul tavolo e immagina che siano occupate dalla famiglia del dottore. Perché questa è la convenzione a cui siamo stati abituati a credere. Può essere reale per alcuni, ma per altri è una prigione. In realtà, non è neanche detto che sia veramente una condizione felice. L’immagine della famiglia perfetta è oppressiva anche per chi tenta di realizzarla e ce lo dicono moltissime opere artistiche.

La protagonista riesce alla fine a trovare il suo modo per liberarsi da questo senso di inadeguatezza. Compie una scelta coraggiosa, dando voce al suo desiderio soffocato da troppo tempo.

Il senso di colpa per essere tedesca

Questo senso di inadeguatezza non riguarda solo il suo corpo con il quale non riesce a identificarsi. Riguarda anche il paese che le ha dato i natali. Da donna, la protagonista sa che cosa sia la discriminazione. Ma a lei tocca anche un altro senso di colpa, un’altra eredità: quella di un popolo che ha cercato di sterminarne un altro in maniera tanto più crudele perché lucida e scientifica.

C’è un passo del libro in cui Volckmer scrive:

“Non sono mai stata veramente capace di comprendere quello che abbiamo fatto, dottor Seligman, quello che significa spazzare via un’intera civiltà, ma ho sempre sentito di essere cresciuta in un paese spettrale, in cui c’erano più morti che vivi, in cui abitavamo città che erano state costruite attorno alle rovine di quelle di un tempo e ogni giorno ci faceva sentire come se calpestassimo qualcosa che non avrebbe dovuto essere lì. ”

Katharina Volckmer. “Un cazzo ebreo”.

Chiunque sia stato a Berlino sa che la memoria storica si fa sentire prepotentemente, come è giusto che sia. Eppure è naturale che dopo un bel po’ di anni diventi una memoria di cui si è perso il senso non tanto perché si vuole sminuire ciò che è accaduto, ma perché il tempo passa.

Tuttavia, nonostante questo, la donna non può fare a meno di pensare a Hitler. All’interno del monologo vengono fatte tante riflessioni su come probabilmente il dittatore soffrisse di un profondo senso di inadeguatezza che lo ha portato a diventare l’immagine stessa della crudeltà e del male. Si dà anche voce a una domanda che io mi sono sempre posta: perché un individuo basso e dai capelli e occhi scuri esaltava la fisicità chiara dei tedeschi?

In maniera molto provocatoria, allo psicologo da cui le viene richiesto di andare, la ragazza mente raccontandogli di avere fantasie erotiche su Hitler. Per quanto portato al limite, tutto questo ci dà un’idea del peso che per un tedesco debbano avere gli eventi storici degli anni Trenta e Quaranta del Novecento e di come ognuno di loro debba confrontarsi con questa personalità, anche se da tempo deceduta.

La via di liberazione da questo senso di colpa è, ancora una volta, il cazzo ebreo. In questo modo, la protagonista può non solo trasformare la sua vagina, ma può finalmente riappacificare le due nazioni. Sul suo corpo saranno presenti sia il mondo tedesco sia quello ebraico. La circoncisione assume un significato profondo. Da una parte, è uno sfregio all’ideale della virilità tedesca tanto esaltata dalla propaganda nazista; dall’altra, è un tentativo di arginare la grande aggressività che l’uomo ha e che deriva da quel senso di onnipotenza che la tradizione culturale ha instillato negli individui di genere maschile e che simbolicamente risiede proprio nel fallo.

Lo stile

Il monologo di Volckmer è molto intenso. Andrebbe letto tutto insieme perché altrimenti si rischia di perdere il filo del discorso e di non appassionarsi alla lettura.

Dal punto di vista stilistico, l’autrice si fa sicuramente notare. Da una parte abbiamo un linguaggio riflessivo e a tratti poetico. Dall’altra, invece, estremamente concreto. Soprattutto quando deve parlare della sfera sessuale, la protagonista non fa ricorso a mezzi termini. Chiama le cose con il loro nome, in maniera molto spontanea e vera. È un flusso di coscienza nel quale ci si deve perdere per capire le dinamiche di questa persona.

Chi dovrebbe leggere Un cazzo ebreo

Un cazzo ebreo ha una protagonista che si lascia conoscere a 360°. Parla in maniera schietta e potrebbe facilmente essere oggetto di giudizi anche molto forti. Quando ne abbiamo parlato in live, è uscito fuori che potrebbe essere un’altra Fleabag. Per capirla, per apprezzarla bisogna astenersi da qualsiasi tipo di giudizio.

Nonostante questo libro possa essere un’alternativa interessante per onorare la memoria della Shoah, non è molto adatto a un pubblico adolescente poiché la lettura non è di certo semplice.

Tuttavia, chi ama leggere e chi sa confrontarsi con personaggi imperfetti avrà sicuramente modo di apprezzare questo testo, nonostante la complessità.

Un cazzo ebreo e i Postumi Letterari

I Postumi Letterari è una rubrica che nasce per condividere insieme ai nostri lettori la passione per la lettura. Ogni mese leggiamo un libro insieme e poi lo commentiamo in una diretta su Facebook. Per chi si fosse perso la live andata in onda sulla nostra pagina Facebook il 23 marzo, ecco qui il video:

Chi ha voglia di unirsi alle nostre letture mensili, può leggere Prima persona singolare, la raccolta di racconti di Murakami. L’appuntamento con la prossima diretta sarà sempre intorno al 22 aprile.

Federica Crisci

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