Vedere o non vedere la docuserie “The Beatles: Get Back”?

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L’attesa, per qualunque fan dei Beatles, è stata dolorosissima e c’è un motivo ben preciso. Chi non è stato contemporaneo dei Fab Four vaga sulla Terra con una malinconia insuperabile, pensando di aver perso una grande occasione. Ogni volta che il fan “moderno” becca alla radio una loro canzone o s’imbatte in una cover band a qualche festicciola estiva, subito la ferita diventa più salata, si gonfia il sospiro di un’esperienza persa, irraggiungibile.

Per questo l’arrivo su Disney Plus di The Beatles: Get Back, la docuserie diretta dal regista vincitore di tre premi Oscar® Peter Jackson (la trilogia de Il Signore degli AnelliThey Shall Not Grow Old – Per sempre giovani), doveva dare ai fan come me una seconda chance: quella di viaggiare nel tempo e osservare l’essere umano dietro al Beatle, il genio creativo durante le sessioni di registrazione del gennaio 1969 in vista del primo concerto dal vivo dopo due anni di fermo.

Quattro uomini dietro l’effetto Beatles

Sono tre le puntate uscite rispettivamente il 25, il 26 e il 27 novembre 2021 sulla piattaforma streaming, ma io per ora sono riuscita a vederne solo una integralmente. Si tratta di quasi due ore a episodio in cui vediamo John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr scrivere 14 nuove canzoni un paio di settimane prima del concerto. Interessante, interessantissimo, quasi magico: quello che intriga di più, per chi non è del mestiere, è la facilità e la sintonia con cui i musicisti producono testo e musica ex abrupto.

Seduti nel loro angolino come quattro studenti delle superiori, sigaretta in bocca e drink alla mano, i quattro ragazzi tirano fuori tutto lo humor inglese, la complicità e la loro abilità, ma anche tensioni, paure e insicurezze. Ad un certo punto John, mentre canta “Don’t Let me down”, dice di non avere più l’età per strillare così di prima mattina. Anche George si lascia andare, affermando di non essere abilissimo nell’improvvisazione e iniziando un volo altissimo nel mondo della musica jazz. Predomina molto la figura perfezionista e carismatica di Paul, mentre Ringo è appollaiato dietro la batteria. Forse questa docuserie andrebbe vista anche solo per riuscire a percepire l’umanità di quattro persone che sono state letteralmente idolatrate dal loro pubblico. Quattro esseri umani come noi che ancora oggi ispirano film, serie tv (Gli episodi di Grey’s Anatomy 18 si intitolano come le loro canzoni), spettacoli teatrali, canzoni e tanto altro ancora. Delle vere e proprie icone, insomma.

L’ombra di Yoko Ono

La prima puntata si trasforma quasi in film dell’orrore quando la cinepresa cade su Yoko Ono. Una figura inquietante appiccicata a John Lennon fino alla fine del terzo episodio, che sta lì seduta tutto il tempo a non fare e dire nulla, come un’appendice. Eccola l’ombra che cala sulla band immortale, sembra quasi un presagio questa donna seduta e silente, dai capelli scuri e la faccia concentrata nei suoi pensieri. Non c’entra nulla, rompe l’armonia di un concerto a parte. Ma questo, forse, la storia ce l’ha già raccontato.

L’ultima esibizione

Quindi, che dire? Jackson è la prima persona in cinquant’anni che può mettere le mani sulle 60 ore di filmato girate da Michael Lindsay-Hogg più 150 ore di registrazioni audio mai ascoltate prima. Il tutto viene restaurato e impacchettato mostrando la genesi di canzoni che hanno fatto la storia, fino ad arrivare all’ultima esibizione dal vivo dei Beatles come gruppo, il concerto sul tetto di Savile Row, a Londra. Quindi forse, varrebbe la pena vedere almeno il finale: c’è lo sconforto dei poliziotti che non sanno proprio che fare con quel concerto che, dal tetto della casa discografica, arriva fino alle strade.

Che sensi di colpa mi genera scrivere di non averla vista tutta, ma mi riprometto di provarci ancora una volta. Forse questa confessione potrà aiutare chi è indeciso a decidere: mi tocca viaggiare nell’incoerenza e dirvi di provare a essere più bravi di me e di guardarla tutta fino alla fine senza accelerare la riproduzione. Un po’ perché i Beatles se lo meritano, un po’ perché mi sono stati vicino in ogni momento della mia vita negli ultimi vent’anni, e forse è così anche per voi.

Porto addosso la semplicità e la schiettezza dei loro messaggi, senza credere troppo nel concetto di idolo, ma credendo fortemente nel concetto di straordinario: esistono incontri straordinari che generano prodotti straordinari da regalare al mondo. Magari la docuserie non è definibile in questi termini, ma certamente i Beatles lo sono stati. Eccome.

I hope we’ve passed the audition.

John Lennon

Alessia Pizzi

P.S. Una dritta: il terzo episodio inizia con la composizione di Let it be.


 

Laurea in Filologia Classica con specializzazione in studi di genere a Oxford, Giornalista Pubblicista, Consulente di Digital Marketing, ma soprattutto fondatrice di CulturaMente: sito nato per passione condivisa con una squadra meravigliosa che cresce (e mi fa crescere) ogni giorno!

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