“La scuola cattolica”: problemi di trasposizione

la-scuola-cattolica-film-recensione
Foto di Claudio Iannone

Raccontare 1294 pagine in 106 minuti è possibile? Sì, se sai come selezionare il materiale utile a comunicare il tema che desideri sfruttando al meglio il mezzo di comunicazione che hai a disposizione. Scrivere un libro è una cosa; scrivere una sceneggiatura è tutt’altro anche se gli elementi narrativi (divisione in tre atti della storia, caratterizzazione del personaggio, luoghi, azioni, tempi) sono gli stessi. L’audiovisivo, combinando più percezioni sensoriali, è sicuramente uno strumento molto potente, ma va usato bene altrimenti si rischia il pasticcio.

È ciò che, a mio avviso, è successo con La scuola cattolica di Stefano Mordini.

Il film, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2021, è tratto dal romanzo omonimo di Edoardo Albinati, vincitore nel 2016 del Premio Strega proprio grazie a questo testo. Devo ammettere di non aver letto il libro, ma da interviste varie mi è sembrato di capire che Mordini condivide con lo scrittore gli intenti della sua storia e cerca di riprodurre fedelmente l’impianto corale del romanzo. Peccato, però, che il risultato sia un minestrone di singole esistenze insipide dalle quali si capisce poco o nulla del messaggio che si voleva trasmettere.

La scuola cattolica: la trama

In un liceo privato cattolico del quartiere Parioli di Roma vengono educati molti figli maschi di famiglie benestanti del luogo. Siamo nel 1975 e la società italiana si deve confrontare con una situazione politica alquanto turbolenta. I genitori cercano di proteggere i figli come possono e di assicurare loro il futuro migliore possibile grazie a un’educazione cattolica, di sani e rigidi principi morali. Peccato che sia tutta una facciata. Dietro al lusso e al benessere si celano violenze, ipocrisie e solitudini. Ci si omologa per sentirsi parte del gruppo. La noia porta al divertimento più basso che spesso sfiora la crudeltà. Si fa fatica a trovare una propria voce o a provare compassione. In questo ambiente non c’è spazio per imparare a essere persone. Si diventa uomini, ma nel senso più stereotipato che si possa pensare. L’amicizia è cameratismo; ci si spalleggia a vicenda anche nel peggiore dei modi.

Tutto ciò viene a galla quando tra il 29 e il 30 settembre Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira rapiscono, stuprano e seviziano due ragazze della Roma popolare, Donatella Colasanti e Rosanna Lopez. Quest’ultima viene anche uccisa, mentre Donatella si finge morta e, alla prima occasione, chiede aiuto. Gli assassini vengono catturati e nella società di Roma bene rimane sconcerto e orrore al pensiero che nei propri figli si possa nascondere un mostro simile.

La scuola cattolica: il libro

Quelli che possono apparire come spoiler sono, in realtà, vicende di cronaca nera note al pubblico già prima dell’uscita del libro di Albinati. Il massacro del Circeo (dal nome della località di San Felice Circeo dove avvenne il delitto) è una pagina del crimine italiano che divenne rappresentativo dell’educazione fallimentare della gioventù dell’epoca. I nomi e le ambientazioni sono riprese dal libro, ma sono reali. Così come lo sono le altre situazioni presentate. Questo perché Albinati è stato un compagno di classe dei tre aguzzini, ha condiviso il loro stesso percorso scolastico e non ha potuto fare a meno di domandarsi quale potesse essere il motore di una tale violenza.

L’idea del libro nasce dopo il 2004 ed è legata a un’altra storia particolarmente efferata. Angelo Izzo, rilasciato per buona condotta, sequestra, stupra e uccide una donna e sua figlia di 13 anni. Con il suo romanzo, Albinati ripercorre le radici di queste personalità inquadrandole nella foresta di giovani uomini che negli anni Settanta furono educati in un certo modo, tutt’altro che sano e funzionale. Albinati prova a indagare la natura più violenta dell’uomo e il suo senso di prevaricazione nei confronti del femminile. Lo fa con tanta consapevolezza che sa bene non appartenere ai suoi coetanei, soprattutto quando erano più giovani. Il romanzo La scuola cattolica racconta di uomini predatori e allo stesso tempo insicuri e bisognosi di affermazione e riconoscimento.

La coralità, dunque, serve a ribadire che sebbene la violenza possa essere episodica (fortunatamente), i maschi sono stati plagiati con idee per loro nocive. E di questo tutti gli esseri umani – donne e uomini – continuano a pagare un prezzo altissimo.

La scuola cattolica: il film

Ho già detto che Mordini intende far suo il tema di Albinati. E così la pellicola parte dal coro per arrivare a puntare i riflettori sul trio del delitto.

Il film appare diviso in due parti: nella prima, vediamo l’educazione dei ragazzi della scuola, le relazioni tra di loro, con le proprie famiglie e il sesso femminile. È qui che dovrebbero essere gettate le basi per capire ciò che vedremo nella seconda parte (il delitto vero e proprio). Ed è qui che sono stati compiuti una serie di errori di sceneggiatura che pesano molto nelle fruizione del film. I personaggi sono tanti e ognuno di loro viene buttato sullo schermo per qualche minuto senza che venga data loro loro troppa importanza. Vengono aperte tante finestre senza che lo spettatore abbia modo di attraversarle. Il ragazzo gay, quello bullizzato, quello geniale con un padre assente e omosessuale, quello con una ex attrice per madre, quello cattolico che perde la sorella… ritratti abbozzati dai quali è difficile cogliere il senso profondo. Le storie sono legate tra di loro, ma in maniera approssimativa e si perdono verso la fine del film.

Il peso dell’educazione tossica o di una famiglia disattenta e anaffettiva è trattato con superficialità. Si evita il didascalismo, ma tutto è così accennato che è difficile cogliere il senso del film se non si conosce l’intento prima di entrare in sala. Non si riesce a comprendere il perché una classe sociale così privilegiata (la stessa protagonista di Una donna promettente) o un’educazione di così rigidi principi riesca a partorire simili violenti. O meglio, lo si capisce perché è qualcosa che sappiamo e che già abbiamo avuto modo di vedere, ma non sembra essere sufficiente.

La scena in cui il professore porta la classe a vedere il quadro in cui Cristo è picchiato dai carcerieri non è chiarificatrice, né esplicativa. Dovrebbe esserlo, ma ci si perde dietro una serie di contraddizioni. Dovrebbe essere una scena chiave per capire il tema del film, ma non arriva, anzi, apre una serie di interrogativi anche di dubbio gusto. Dire che gli uomini diventano adulti solo grazie alla violenza ha un senso se pensiamo all’idea di “forza virile”, ma qual è il senso del dire che Cristo è lui stesso carnefice perché è quella sofferenza a renderlo il Figlio di Dio? Se si pensa alla scena della violenza finale, il messaggio può essere facilmente frainteso. Le vittime sono anch’esse carnefici? Per quale motivo? Parlare di carnefici inconsapevoli ci può stare se si difende l’idea che è la società con le sue usanze a creare dei mostri, ma è davvero il caso di Izzo, Guido e Ghira che non si sono mai mostrati veramente pentiti di quanto fatto? Allo stesso tempo, non è una lezione simile a spiegarmi che cosa vivevano questi ragazzi e perché hanno sviluppato personalità antisociali.

Se la prima parte non funziona, la seconda – quella incentrata sul sequestro e sulla violenza contro le due giovani – è un’altra storia. È un pugno allo stomaco, ma riesce a descrivere in maniera intelligente quella situazione. C’è una grandissima cura nella scelta di cosa mostrare e di cosa non mostrare. Ciò che non viene fatto vedere, si amplifica nella mente dello spettatore o della spettatrice sulla base di quanto si vede. Mordini non ci mostra la violenza, ma le sue conseguenze. E si sentono tutte. Il merito è anche degli attori e delle attrici perfettamente credibili nelle loro interpretazioni.

La parte finale è la migliore del film per quanto impietosa e dilaniante. Ed è un vero peccato per il resto. Certo, trasferire sullo schermo tutto ciò che Albinati racconta non era semplice. Ma c’erano tante altre strade possibili da percorrere. Ci si poteva focalizzare sin da subito sui tre aguzzini oppure rendere tutte le storie più corpose e sensate.

Nel film sono presenti alcuni nomi abbastanza famosi del cinema italiano. Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Fabrizio Gifuni, Valeria Golino e Valentina Cervi accompagnano un cast di giovani attori promettenti.

Le polemiche sul divieto ai minori di 18 anni

Il film è stato vietato ai minori di 18 anni proprio a causa della scena sul quadro con Cristo e i suoi carnefici a conferma di come la sua interpretazione sia complessa (se non ambigua). Anche le scene della parte finale possono risultare molto forti da vedere. Tuttavia, i ragazzi e le ragazze oggi sono abituati a vedere cose simili, se non di peggio. Si perde per loro la possibilità di sviluppare un senso critico rispetto a una particolare educazione e anche rispetto al rapporto maschio/femmina.

Il film può non meritare, ma il delitto va conosciuto. Solo così si può piano piano sperare di cambiare le nuove generazioni e di spingerle a guardare con occhi diversi gli esseri umani. La violenza esiste. Può essere difficile da guardare, ma non si può girare la testa dall’altra parte. È l’unico modo per provare a contrastarla.

Federica Crisci

Lascia un commento

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui