8½, fellinianamente umano

otto e mezzo film

8 ½ è il film capolavoro di Federico Fellini. Il più citato, il più omaggiato, il meno compreso.

Titolo originale: 8½
Regista: Federico Fellini
Sceneggiatura: Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, Brunello Rondi
Cast principale: Marcello Mastroianni, Anouk Aimée, Claudia Cardinale, Sandra Milo, Rossella Falk
Nazione: Italia
Anno: 1963

Strano destino il suo, vissuto all’ombra de La Dolce vita da parte del pubblico “comune” e schiacciato sotto il peso di cicliche chiamate in causa ogni volta che un film solo vagamente onirico decide di sfidare i paragoni forzati e stoltamente obbligati.

Eppure 8 ½ è una pellicola unica nel suo genere, che contrae essa stessa un debito pesante – sempre riconosciuto, con Il posto delle fragole di Bergman – e funge da ispirazione vera, sincera, solo a chi sa coglierne l’essenza. La sua natura incompleta, e per questo autentica.

Già il titolo, con quel mezzo così insolito, rimanda a un’idea di manchevolezza, anche se poi il riferimento è alla carriera di Fellini, che ha all’attivo otto pellicole e ha esordito con un film in collaborazione. Ma i rimandi spesso, al di là dell’intenzione finale e reale, non sono mai univoci. Riportano a sensazioni, idee “profane” che sovvengono ai più, baluginii di intuizioni che prima di qualsiasi critica riescono a cogliere punti sottesi.

E così il ½ – ricordo straniante delle prime frazioni imparate a scuola – assume davvero significato di incompletezza se lo si legge alla luce della storia extra-filmica della pellicola, che già dalla scelta del titolo rivela tutta l’umana quotidianità che esso contiene.

8 ½ dunque, come titolo provvisorio. Posto lì, in attesa di scelte migliori, poiché quando si lavora a qualcosa e si ha l’impressione di avere già tutto in testa, distrazioni minime – secondarie a primo impatto – non hanno ancora diritto di cittadinanza nel grande paese dell’immaginario. Eppure 8 ½ poi resta tale, titolo definitivo per raccontare la storia e l’avventura onirica di un regista che ha perduto l’ispirazione per il suo film. C’è forse qualcosa di più manchevolmente umano?

Autobiografia su celluloide, racconto del cinema sul cinema, omaggio imperituro e a venire  della settima arte. Le intuizioni umane si collocano sempre in un eterno ritorno, attingono al vissuto  e a ciò che c’è stato prima, si nutrono di incertezze e punti fermi da cui ripartire. E per esorcizzare un blocco, una paura, una visione, non c’è niente di meglio che raccontarla in tutti i suoi inafferrabili contorni.

Ecco allora che in 8 ½ Fellini ferma il suo pensiero, i suoi sogni che si intrecciano e si sovrappongono. Essi assumono le vesti dell’Amore, della Morte, della Memoria intente a rincorresti e danzare come in un carosello improvvisato. Non ci sono regole, come solo nei sogni avviene, e la rêverie richiede spirito di trasporto e disponibilità al fluire scomposto delle immagini. Inutile ricercare una rigidità di pretesti già ordinati. La razionalità, come in un Surrealismo ripreso e attualizzato, deve cedere il passo all’abbandono.

Guido, interpretato da un Marcello Mastroianni alter ego felliniano, racconta per mezzo di illuminazioni in sonno e in veglia la paura di deludere le aspettative. La fatica di regolare i conti col passato, i fantasmi di ieri che non sanno convivere con il presente. Come nella mente annebbiata di qualsiasi uomo in impasse le immagini si sovrappongono, alternano il qui ed ora della stazione termale all’onirico ritorno alla casa d’infanzia in Romagna, approdo di purezza originaria come la psicoanalisi ci insegna.

E poi il collegio cattolico, la repressione della sessualità, a indicare quelle regole imposte dal senso comune che ancora i surrealisti volevano combattere.

Guido sogna un ritorno alla genuinità primigenia, lontana da imposizioni morali e temporali, scevra da grilli parlanti con le sembianze di critici:

«Se manca un’idea problematica il film è inutile… cosa vogliono comunicare questi autori che non sposano nessuna causa?»

Il contesto entra nella pellicola ma bisogna saperlo cogliere, è polemico e sfumato ma proprio per questo va dritto al bersaglio. L’intellettuale pedante è trasposizione di certa critica militante schierata a sinistra, che vorrebbe Fellini più engagé, più marxista, meno libero.

«La sua è una mancanza di vera e profonda cultura. Non ci può propinare dei piccoli ricordi bagnati di nostalgia. Le sue intenzioni di denuncia ne escono frustrate».

La nostalgia, grande cavallo di battaglia degli attacchi, quella rimproverata pure a Pasolini per una riflessione sulla mutazione antropologica che di nostalgico aveva solo il desiderio di ritorno a una condizione esistenziale libera, diversa, non omologata. Fellini confessa che la sua volontà, l’unica sola mira del film è quella di raccontare la grande confusione che un uomo tiene dentro.

E allora ecco le sovrapposizioni, le visioni della moglie tradita che sa e non sa – che si teme sappia – , il gioco felliniano tra menzogna e verità. Non è giusto mentire, confondere le carte, ma il confine tra l’una e l’altra condizione è labile, confuso appunto. E allora in una grande casa si riuniscono tutte le donne della sua vita come in un carnevale in cui i ruoli si confondono e il desiderio confeziona le maschere e le situazioni irreali.

otto e mezzo filmClaudia Cardinale, bellezza bianca e abito di purezza, si aggira in un paesaggio notturno sconvolto dal vento. Surreale immagine di sentimenti ancestrali, spia venuta da lontano per gettare sul piatto i dubbi più umani:

«Scegliere una cosa sola e farla diventare la cosa della tua vita. No, non ne sono capace».

Il finale è bagarre, surrealismo e dadaismo sulle note di Nino Rota.

«Ci sono già tante cose superflue al mondo. […] Siamo soffocati dalle parole e dalle immagini. Dobbiamo educarci al silenzio, fare l’elogio della pagina bianca, perché il nulla è la vera perfezione».

Il sipario può già calare. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. E allora intanto circo e musica, Maestro.

 

Tre motivi per vedere il film:

  • La scena del ballo tra Barbara Steele e Mario Pisu. Quentin Tarantino ne farà un calco grezzo e maledetto in Pulp Fiction, poi a sua volta ripreso in  Be cool. Cinema che cita il cinema allo stato puro.
  • La mostruosa Saraghina sulle spiagge di Rimini: la poetica del brutto che opera il riscatto etico.
  • La scena finale, con Guido e la banda di colwn. Banale, ma mai così necessario.

Quando vedere il film:

In un pomeriggio malinconico, quando la vita sembra scorrere lenta e gli obiettivi appiattirsi e appannarsi. Godete e traetene il meglio.

 

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Ginevra Amadio

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