“Ho sposato una strega”, la favola di René Clair

ho sposato una strega recensione film

Titolo originale: I Married a Witch
Regia: René Clair
Soggetto e sceneggiatura: René Clair, Marc Connelly, Robert Pirosh, contributi di Dalton Trumbo
Cast principale: Veronica Lake, Cecil Kellaway, Fredric March
Nazione: Stati Uniti d’America
Anno: 1942

Degno del miglior René Clair, Ho sposato una strega (1942) è un’opera deliziosa, arguta, solcata da faglie che denunciano altri sensi, più ricchi – e diversi – rispetto al piano ‘principale’. Anzitutto la forma, incantata e fiabesca, capace di esercitarsi su un contenuto pieno, identificabile ora con una posizione morale, ora con lo scandaglio della realtà, ora con una chiara visione sociale. Ridotta all’osso, la materia pulsa sottotraccia, è una fèerie impreziosita da lievi arabeschi, dalla scelta di mostrare celando, di compiacersi della bizzarria della storia.

Simmetrie e ironia

Simmetrie, cadenze, gusto dell’ironia: tutto rimane intatto, discendendo da una filmografia varia i cui prodotti sono discosti l’uno dall’altro, come a segnare un fil rouge ideale, una continuità che si incarna nelle situazioni, nella molteplicità dei tipi umani. A ben vedere, più che a un piano psicologico proprio, le figure di Clair somigliano a bambole rotte, maschere prive di qualunque spessore chiamate a saltare di opera in opera, in un carosello infinito che ne evidenza la riproducibilità. Così i protagonisti di Ho sposato una strega, fantasmi ingenui e vendicativi, portatori di debolezze , del tutto umane.

Il loro viaggio attraverso tre secoli – dato dalla serie di inquadrature iniziali – è puntellato da monellerie fanciullesche, da vizi ‘comuni’ come il piacere di bere, l’impulso a strafare. Padre e figlia, stregone e streghetta, sfuggono i manicheismi della caratterizzazione per confermare, al tempo stesso, l’inevitabile separazione dialettica, la persistenza – nel discorso comune – delle categorie di bene e male. È una peculiarità di Clair, quello sguardo indulgente che avvolge buoni e cattivi, «il ridicolo – tipico dei personaggi odiosi – [che] non lascia immuni nemmeno gli “eroi”, i personaggi simpatici»[1].

Buoni e cattivi?

Viene facile, in questa favola ambientata a Salem, stigmatizzare l’iniziale maschera di Wallace Wolley (Fredric March), la dignità piccolo borghese con cui ‘difende’ la casa, con cui rimbrotta impettito una giovane Irene (Veronica Lake). Ma quella corazza si incrina, e dietro gli sguardi freddi si intravede la noia, poi la paura, e ancora l’amore, sicché ogni cosa è sospesa, assolta – in parte – da una bonaria indulgenza.

Né più buffo potrebbe sembrare il padre stregone, Daniele (Cecil Kellaway), trascinato in un vortice di scherzi e guai dalla figlia, affetto dal desiderio di vendetta, da una sgangherata sindrome post-rogo che lo induce a risa smodate, a un temperamento infernale che si mitiga con le gag, con gli occhi disincantati di chi racconta – e non crede più alle favole. Clair sa, come dimostra altrove, che i chiaroscuri generano insicurezza, distacco dalla norma. Pertanto impone conflitti, ristabilisce dicotomie rassicuranti collocando gli attori in schiere opposte: da un lato gli istintivi, dall’altra i meditabondi.

L’erosione degli schemi

In Ho sposato una strega questa impostazione deflagra, Walley è carnefice, vittima e complice, mentre Daniele – in una delle scene più comiche della pellicola – finisce imbottigliato per ‘giusta causa’, annegando il suo piano nel più tradizionale happy end: una beffa da favola vera.
Così, in una storia che è al tempo sé stessa e altro, il tocco piano di René Claire tratteggia eroi dimezzati, estranei al ventre dell’America notabile (qui effigiata, efficacemente, nei milionari-macchiette) e tutti chiusi nel proprio mondo di in-sicurezze. È un divertissement fuori schema, un raffinato gioco di rimandi ‘primordiali’.

Tre motivi per vedere il film

  • – Le arti magiche, innocenti e seduttive, di Veronica Lake
  • – La sequenza in cui lo stregone precipita dalla finestra e viene arrestato
  • – Il matrimonio fiabesco tra Irene e Wallace

Quando vedere il film

Una sera di inverno, prima di iniziare il rewatch di Vita da strega

Note

A. Pietrangeli, Sala di proiezione, a cura di A. Maraldi, Cesena, Società Editrice «Il Ponte vecchio», 1994, p. 75

Ginevra Amadio

Hai perso l’ultimo cineforum? Eccolo per te!

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

Giornalista pubblicista, laureata in Lettere e Filologia Moderna. Lettrice seriale, amante irrecuperabile del cinema italiano e francese.

COMMENTA QUESTA DOSE DI CULTURA

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui