Lo sbarco di Ligea nelle “Città metafisiche” di Ilaria Palomba

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Ilaria Palomba e Gabriele Galloni

Con grande emozione mi accingo a scrivere sulle “Città metafisiche” di Ilaria Palomba per Ensemble edizioni. La silloge reca la prefazione dell’indimenticabile Gabriele Galloni, un testo introduttivo che rappresenta un valore aggiunto, un manifesto intellettuale fondato sulla condivisione esistenziale e creativa dei veri artisti.

Ilaria Palomba è filosofa ancor prima di essere definita scrittrice di talento, non per formazione accademica quanto per la testimonianza continua del verbo filosofico che impronta ogni sua uscita editoriale, una stanza dell’ascolto interiore dove si concretizzano le idee sulla vita e sul mondo.

Parlerò con un timbro interno, intestino evitando l’ipocrisia delle distanze apparenti e poi confluenti nel conflitto sotterraneo, tipiche del mondo editoriale. Non posso esimermi dal restituire anticipatamente le eventuali repliche di chi si ostina a non riconoscere alla Palomba l’appartenenza di diritto al ghota poetico, ancor prima della sua consacrazione come romanziera di talento.

Il libro Città metafisiche per Ensemble edizioni, dal titolo in assonanza totale con la sua spiritualità postmoderna, è la prova inconfutabile che nella sua scrittura la cifra poetica compare come una condizione necessaria perché è l’espressione dell’ontologia esistenzialista della scrittrice.

La parola poetica che si scorge come necessaria nei romanzi della Palomba, affacciata alle cornici che definiscono il lamento del dolore notturno, si rivela ad alta voce nella costruzione del verso che trova legittimità nelle leggi che costituiscono l’organizzazione percettiva della Gestalt di ogni grande scrittore: vicinanza, destino comune, chiusura, continuità, pregnanza, esperienza passata, somiglianza.

Forse è colpa delle generazioni di mezzo e della superbia del monopolio del linguaggio se la Poesia non ha distrutto le bancarelle del Tempio e ha disperso i farisei; la supponenza che ha reso detestabile la vittima più del carnefice.

Ma Ilaria Palomba ha superato il rancore e l’ha reso bellezza con una decadenza composta, elegante, intriso di una carnalità innocente poichè nel suo respiro è presente la tensione ideale per la germinazione artistica.

È dalla divinità poetica che deriva l’architettura linguistica dell’autrice: in quel senso di assoluto e solenne ogni idea si incarna nel suo antefatto e la tragedia si consuma, consegnando le ceneri alla memoria.

Chi ha letto prima di Città metafisiche gli altri libri di Ilaria Palomba non può non ravvisare il lirismo che accomuna i due generi e comprendere come dietro a una scrittura magmatica  e feroce si nasconda una capacità di usare la parola come un’autentica incantatrice mitologica.

La Palomba è Ligea dal canto graffiato intenta ad irretire l’ascoltatore e l’unica ad approdare ancora viva presso la terraferma prescelta: le sue Città metafisiche. Esse aspettano che giunga alla riva l’incanto della morte che nomina tutte le cose, l’Alfa e l’Omega che tracciano il monogramma dell’esistenza.

Così la poetessa-sirena organizza, in comparti di dolore e di rassegnazione crescente, ogni forma di vita degna di significato.

Ilaria Palomba ha pubblicato il romanzo “Fatti male” (Gaffi), tradotto in Germania per Aufbau-Verlag nella collana Blumenbar, con titolo “Tu dir weh”; il saggio “Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance art” (Dal Sud), durante un anno al CeaQ di Michel Maffesoli; il romanzo “Homo homini virus” (Meridiano Zero) d’ispirazione per molte performance teatrali e di body-art; il romanzo “Una volta l’estate” (Meridiano Zero) a quattro mani con Luigi Annibaldi; la silloge poetica “Mancanza”; l’autofiction “Disturbi di luminosità” (Gaffi); la silloge poetica “Deserto” (Fusibilia libri) il romanzo “Brama” (Giulio Perrone edizioni); la silloge poetica “Città metafisiche” (Ensemble edizioni).

Antonella Rizzo

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