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“La sfida di Giuditta”: a Roma non solo Caravaggio e Artemisia Gentileschi

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A Palazzo Barberini un’esposizione sull’eroina biblica Giuditta in rapporto alla cultura e alla raffigurazione della donna tra Cinquecento e Seicento. Fino al 27 marzo 2022

Giuditta è una giovane vedova che, grazie all’aiuto di Dio, riesce a sedurre e decapitare Oloferne: il generale del re degli assiri, Nabucodonosor. Questo secondo un testo riconosciuto come ispirato da Dio e inserito all’interno della Bibbia da cattolici e ortodossi, mentre protestanti ed ebrei – non giudicandolo tale – lo escludono. La storicità della donna, a causa di una serie d’inesattezze storiografiche e geografiche, non è ritenuta attendibile: questo non ha impedito alla sua figura di divenire non solo sinonimo di fede ed eroismo ma anche di seduzione. E, come ogni simbolo, soggetto d’arte. Specialmente pittorica.

Il contesto storico e religioso della Giuditta di Caravaggio

Sebbene accettato dalla Chiesa Cattolica e da quella Ortodossa, dunque annoverato tra i Deuterocanonici, il “Libro di Giuditta” non godette di particolare risalto per secoli. Fu solo dal 1592, grazie all’edizione della Bibbia scaturita dal Concilio di Trento e basata sulla cosiddetta “Vulgata Sisto-Clementina”, che la sua protagonista acquisì un ulteriore significato a cui, probabilmente, si dovrà il suo crescente successo: l’antiluteranesimo. I protestanti, come si è detto, consideravano il “Libro di Giuditta” apocrifo: quale migliore risposta a chi mette in discussione l’autorità di Roma se non un personaggio che, forte della sua fede nel vero Dio, riesce a decapitare il nemico? In questo scenario nasce una delle tante opere capaci di rivoluzionare il mondo dell’Arte firmata da Michelangelo Merisi da Caravaggio.

La riscoperta di un capolavoro

La mostra “Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta” ha come sottotitolo “Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento”. Questo perché, di fatto, è con il Merisi che la vicenda di Giuditta e Oloferne viene rappresentata non nelle sue conseguenze – la testa tagliata ed esibita – ma eternando il passaggio più cruento. Esistevano già alcuni manufatti che lo mostravano, una incisione attribuita a Giovan Battista Scultori tratta da Giulio Romano e un olio di Pierfrancesco Foschi, ma mai nulla di ugualmente potente, grandioso, impressionante. Tanto che il committente del quadro, il banchiere Ottavio Costa, ne fu così geloso da stabilirne per testamento l’inalienabilità e impedire a chiunque di ricopiarlo. Questo contribuì a far perdere le tracce del capolavoro di Caravaggio: venne, infatti, riscoperto solo nel 1951 dal restauratore Pico Cellini presso il suo proprietario – Vincenzo Coppi – e correttamente attribuito grazie a Roberto Longhi. Che, per l’occasione, chiese e ottenne la proroga della prima importante mostra dedicata a Caravaggio e ai suoi seguaci: la celeberrima esposizione tenutasi a Milano negli spazi del Palazzo Reale. Ciononostante, però, il numero delle sue variazioni si sussegue per secoli: quella di Artemisia Gentileschi compresa.

Artemisia Gentileschi e la sua più famosa Giuditta

Se appare molto probabile, stando alle più recenti ipotesi cronologiche, che Caravaggio abbia avuto modo di assistere all’esecuzione della famiglia Cenci e di tradurre figurativamente quanto appreso, è ancora più certo che Artemisia Gentileschi abbia trasferito nella propria interpretazione di “Giuditta decapita Oloferne” diversi elementi autobiografici: degna erede del padre, il pittore Orazio Gentileschi, fu violentata da Agostino Tassi – suo maestro di prospettiva – dovendosi per questo sottoporre a un umiliante processo. Lo stupratore fu condannato all’esilio da Roma per cinque anni, che il Tassi scontò per pochissimo tornando nell’Urbe qualche tempo dopo, mentre per Artemisia Gentileschi si organizzò un repentino matrimonio di facciata con il collega Pierantonio Stiattesi. Nella sua tela la lezione appresa da Caravaggio si fa ancora più realistica: le lenzuola sono inzuppate di sangue e la donna, a differenza di quanto riportato nel testo biblico, è attivamente aiutata dalla sua serva. Forse un riferimento a quel che la pittrice avrebbe voluto facesse Tuzia, inquilina affittuaria dei Gentileschi. Che, invece, quel giorno la lasciò da sola con il Tassi e durante il processo si schierò dalla parte dell’uomo denunciando i presunti costumi un po’ troppo liberi della giovane.

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Artemisia Gentileschi (Roma, 1593 – Napoli?, post 1654) – “Giuditta decapita Oloferne” (1612 circa). Olio su tela, cm 159×126 Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte.

“La sfida di Giuditta” e le sue sezioni

Le interpretazioni di “Giuditta decapita Oloferne” da parte di Caravaggio e della Gentileschi sono l’asse intorno a cui ruota tutta l’esposizione curata da Maria Cristina Terzaghi: trentuno opere distribuite in quattro sezioni elegantemente allestite. La prima, intitolata “Giuditta al bivio tra maniera e natura”, tra gli altri esibisce il già citato Pierfrancesco Foschi, il tardomanierista dal sapore fiammingo “Giuditta consegna la testa di Oloferne alla fantesca” di Lavinia Fontana e un dettagliatissimo Tintoretto e bottega. Il percorso prosegue con “Caravaggio e i suoi primi interpreti” dove, oltre all’ovvia Giuditta posseduta da Ottavio Costa, trovano spazio creazioni di Giuseppe Vermiglio, Filippo Vitale, Trophime Bigot, Bartolomeo Mendozzi, l’immancabile Valentin de Boulogne e la controversa “Giuditta decapita Oloferne” attribuita a Louis Finson e riconducibile a una fantomatica seconda versione dello stesso soggetto sempre del Caravaggio. La sezione “Artemisia Gentileschi e il teatro di Giuditta” approfondisce la vicenda personale e professionale della pittrice romana, innanzitutto mettendola a confronto con Orazio. Nella mostra di Palazzo Barberini vengono, infatti, accostate due tele con identico soggetto: “Giuditta e la fantesca con la testa di Oloferne”. Una è firmata dal padre, conservata presso il The National Museum of Art, Architecture and Design di Oslo ed eseguita tra il 1608 e il 1609; l’altra terminata dalla figlia intorno al 1615 e usualmente esposta a Firenze, nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti. In questo modo il visitatore può ammirare l’originale e la sua variazione, confrontando le differenze e valutando il risultato. Ma ci sono anche altri nomi che si sono cimentati con lo stesso tema con alterna fortuna: Johann Liss, la cui Giuditta getta uno sguardo carico d’intesa verso lo spettatore, il solito Giovanni Baglione che nonostante la rivalità con Caravaggio non riesce a sottrarsi al fascino della sua invenzione d’accostare i volti di serva e padrona, un Mattia Preti carico di elementi patetici e uno spettacolare Guido Cagnacci la cui eroina è di un’umanità commovente.

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Guido Cagnacci (Sant’Arcangelo di Romagna, 1601 – Wien, 1663) – “Giuditta consegna la testa di Oloferne alla fantesca” (1645 circa). Olio su tela, cm 103,5 x 136,5 Bologna, Pinacoteca Nazionale.

Un finale che punta alla testa

La sezione conclusiva, “Giuditta e David, Giuditta e Salomè”, gioca a stimolare chi osserva: l’elemento in comune tra le opere è la testa mozzata. “Giuditta con la testa di Oloferne” è presente tramite la fortunatissima tela di Cristofano Allori e quella di Valentin de Boulogne. Quest’ultimo, però, dipinge la bella vedova con un volto identico a quello utilizzato per un suo “David con la testa di Golia”: addirittura i due eroi biblici potrebbero dirsi fratello e sorella. Un altro David, stavolta di Girolamo Buratti, ha l’atteggiamento di chi si aspetta un complimento per la sua nobile impresa. Infine due donne, illuminate da una torcia, accelerano il passo: una porta con sé una testa. Se non fosse per il piatto in cui questa giace e, soprattutto, per quel semplice crocifisso in basso a sinistra potremmo scambiarla per Giuditta. Si tratta, invece, di una donna ugualmente famosa ma per i motivi opposti: ecco, infatti, “Salomè e la serva con la testa del Battista” del senese Francesco Rustici. Definito da dall’abate Luigi Lanzi un “caravaggesco gentile”, quasi la mostra voglia concludersi con uno scherzo intellettuale.

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Allestimento mostra – Foto di Alberto Novelli.

Cristian Pandolfino

Foto in evidenza: allestimento mostra “Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta. Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento”. Foto di Alberto Novelli.

“Il libro bianco”: un silent book dedicato ai piccoli lettori

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Cos’è un silent book?

Esistono libri senza parole in cui la storia è raccontata semplicemente con le immagini. Si tratta dei silent book, albi illustrati in cui la narrazione è affidata esclusivamente ai disegni.

Il libro bianco, edito da minibombo e creato da Silvia Borando, Lorenzo Clerici e Elisabetta Pica, è un esempio di silent book o wordless book.

Il libro bianco

Nella prima pagina ci viene presentato il protagonista della storia: un bimbo con il viso concentrato che ha in mano un rullo come quelli utilizzati da chi vuole dare una riverniciata alle pareti. Ed è proprio questa attività che il piccoletto si accinge a fare: nella pagina successiva una parete si colora di fucsia. Passando la pittura sulla parete spuntano degli uccellini composti e ordinati, come se fossero stati precedentemente disegnati con inchiostro simpatico. Le sorprese non finiscono: gli uccellini si animano e volano via. Il nostro protagonista utilizzerà poi la pittura azzurra, verde, grigia, gialla, viola e arancione. Ad ogni colore scoprirà la presenza di un animale con il quale interagirà in modi differenti. Troverà pesciolini che si tuffano nel mare, un enorme e ingombrante elefante, una giraffa dispettosa, un dinosauro arrabbiato. Il nostro non si arrende e continua a tinteggiare. Come mai? Cosa vorrà ottenere? Sta cercando qualcuno in particolare? Il lettore troverà una risposta a queste domande nel poetico finale.

Il libro bianco, come ogni silent book, è un’opera che può essere interpretata e letta in modi differenti stimolando la fantasia e la creatività di adulti e bambini: la storia, pur avendo degli elementi di continuità, può variare ad ogni lettura, arricchendosi di particolari sempre nuovi. Quindi questo libro può essere “letto” al bambino, coinvolgendolo nell’osservazione delle immagini ma si presta anche ad essere sfogliato in autonomia dal piccolo lettore, che sarà inevitabilmente attratto dai colori brillanti e vivaci e dalle riconoscibili figure illustrate.

Al di là della storia Il libro bianco può essere anche uno strumento educativo, in quanto può essere utilizzato per imparare i colori e dare un nome agli animali.

Per la sua immediatezza, il suo poetico messaggio sul potere dell’immaginazione e del gioco, la sua riflessione sull’amicizia Il libro bianco non deve, a mio avviso, mancare nelle librerie dei lettori, giovani e adulti.

Valeria de Bari

“Resident Evil – Welcome to Raccoon City”: Ritorno alle origini o rapida toccata e fuga?

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Alla notizia del reboot della saga cinematografica di Resident Evil, tratta dall’omonimo franchise survival horror di casa Capcom, la domanda che milioni di appassionati si sono posti è una soltanto: “Riusciremo ad avere un adattamento accettabile di una delle serie videoludiche più amate di sempre?“. Porsi questa domanda dopo la schizofrenica e scellerata gestione del marchio da parte di Paul W.S. Anderson, per bontà divina conclusa nel 2016 (ma sempre troppo tardi), è più che lecito.


Tuttavia, il rilancio della saga cinematografica, in un momento storico dove l’industria è fortemente interessata a portare i videogames sul grande e piccolo schermo (vedi la riuscitissima “Arcane“, la produzione di “The Last of Us” targata HBO o il vicinissimo “Uncharted” con Tom Holland), era più che necessario. Questa volta in cabina di regia troviamo Johannes Roberts che, da grande appassionato dalla saga videoludica, si prende l’onere di scriverne la sceneggiatura. I suoi precedenti film non sono di certo un vanto, ma sarà riuscito nell’ardua impresa di portare un adattamento capace di mettere d’accordo vecchi e nuovi fan di Resident Evil?

“Scopri le origini del male”

Il ritorno a Raccoon City

Claire e Chris Redfield sono due orfani cresciuti all’orfanotrofio di Raccoon City gestito, come il resto della cittadina, dalla società farmaceutica Umbrella Corporation. Se da una parte il ragazzo ha intrapreso la carriera in polizia, diventando un membro della squadra speciale STARS, Claire (Kaya Scodelario) decide di scappare dalla “città dei procioni” quanto prima possibile. Il 30 settembre 1998 però, la giovane decide di far ritorno a Raccoon City per mettere in guardia il fratello sulle vere intenzioni della Umbrella Corp. Nel frattempo, il cadetto Leon S. Kennedy (Avan Jogia) è appena giunto in città e, da novellino qual è, è costretto a restare alla centrale di polizia mentre i membri STARS, Chris (Robbie Amell), Jill Valentine (Hannah John-Kamen) e Albert Wesker (Tom Hopper), dovranno recarsi nella limitrofa Villa Spencer alla ricerca dei compagni misteriosamente scomparsi.

Un grande omaggio alla saga

Fin dalla scena iniziale all’orfanotrofio di Raccoon City, che fa il suo esordio nel remake di Resident Evil 2 per PS4 nel 2019, balza subito all’occhio dell’appassionato che la cura nella trasposizione delle ambientazioni videoludiche è di tutto rispetto. Finalmente, il fan può immergersi nei luoghi che lo hanno segnato nelle notti insonni con il joypad tra le mani, alla ricerca di una via di fuga dall’iconica centrale di polizia o dalla spaventosa villa fuori città. Tuttavia, Johannes Roberts non si è limitato a voler ricreare in maniera più o meno veritiera alcune delle famose location, ma ha deciso di citare alcune delle più iconiche cutscene tratte da diversi capitoli (Resident Evil, RE2 e persino RE: Code Veronica X) quasi frame by frame.

Tutto questo farà sicuramente esaltare il fan di lunga data che può gioire nel vedere un adattamento cinematografico in grado di cogliere le atmosfere del mondo di Resident Evil, ricreandole stilisticamente nell’unico modo possibile: un B-Movie survival-horror. Discostandosi dallo stile puramente action e ricco di CGI di Paul W.S. Anderson, Johannes Roberts punta sul riuscito make-up, sull’oscurità e sul pericolo ad ogni angolo, alternando panoramiche e campi distesi a riprese da angolazioni fisse, in pieno stile videoludico Playstation di prima generazione.

È il desiderio di scappare a farla da padrone dove, anche grazie un ottimo sound design, i momenti di scontro tra vivi e morti riescono ad intrattenere anche se non a far temere per le sorti dei protagonisti, sempre salvati da un intervento terzo. Un aspetto prevedibile ma inaccettabile nei modi, per una produzione basata sullo scontro uno contro molti assetati di sangue. Infatti, dopo averne citato gli innegabili meriti è, purtroppo, giunto il momento di parlare degli aspetti che non funzionano all’interno della narrazione. E sono parecchi.

Una frettolosa corsa contro il tempo

Ci sono tutti in questo “Welcome to Raccoon City”. Ci sono tutti i volti noti dei capolavori videoludici tranne uno: il dimenticato Barry, inspiegabilmente sostituito da Richard Aiken che solo i fan più sfegatati ricorderanno. Una prima decisione totalmente ininfluente ai fini della trama e gradimento del film ma che, personalmente, ho trovato essere una grossolana mancanza data la cura citazionista dell’intera produzione. Eppure, l’assenza di Barry Burton potrebbe averlo risparmiato dal sostanziale cambio d’identità, così come tristemente accaduto per Leon S. Kennedy e Albert Wesker, dove il primo è l’agnello sacrificale ridotto a spalla comica e inetta (ci sarà un girone infernale appositamente creato per chi commette queste atrocità?), mentre il secondo è stato privato di tutta la sua crudeltà e freddo arrivismo. Per contro, Claire e Jill vengono decisamente meglio trattate risultando, anche qui come nei videogames, i migliori character. Ma sono le minacce che i nostri protagonisti dovranno affrontare ad aver avuto la peggio, in una sceneggiatura che sembra aver voluto inserire forzatamente troppi elementi.

Risultando un miscuglio tra i primi tre capitoli della saga videoludica, la narrazione risulta una frettolosa corsa contro il tempo per evadere dalla città dove i rapporti causa-effetto non sempre vengono esposti chiaramente. Nella pellicola zombie-movie in esame, non è chiaro come (e perchè) il fantomatico T-Virus si sia propagato, con i cittadini che inspiegabilmente e contemporaneamente perdono il controllo di sé stessi senza alcun tipo di morso, visibile a schermo. Si intuisce che il virus sia erroneamente finito nel sistema idrico, e che si possa contrarre in diverse modalità, ma è un cambiamento radicale che necessitava anche soltanto di qualche momento in più per essere assimilato.

Ovviamente non si ricerca, in una produzione totalmente sopra le righe, la completa coerenza logica ma assistiamo a una corsa forsennata di 100 minuti mal raccontata, e dal ben più prezioso potenziale, di fronte al quale non possiamo che storcere nuovamente il naso. Gli iconici Likers, tanto amati quanto spaventosi, fanno una bellissima ma fugace apparizione ed uno dei villain più interessanti dell’intero franchise, il dottor William Birkin, subisce un triste e malriuscito taglio di motivazioni. Privato di scopo, perde la sua ragion d’essere con uno scellerato accostamento paterno alla figura di Chris, lasciando perdere le ben più interessati, nonché mostruose, relazioni con la figlia Cherry, ennesima presenza citazionista priva di reale utilità. La sua trasformazione è tanto impalpabile quanto narrativamente sprecata, causando quella mancata e necessaria sensazione di terrore data da un abominio capace di irrompere nella scena in qualsiasi momento. La decisione di unificare gli avvenimenti dei primi tre capitoli videoludici in un unico film, non permette la caratterizzazione necessaria di svariati personaggi che avrebbero necessitato di più tempo per essere rappresentati degnamente. Emotivamente, lo spettatore non riesce ad assaporare ogni frammento di paura, così come l’esperienza Resident Evil richiede, covando un crescente rammarico nel veder nuovamente sprecata la Raccoon City promessa nel titolo.

In conclusione, “Resident Evil: Welcome to Raccoon City” è un film che avrà molto più da dire agli appassionati che ai neofiti della saga, dove la cura nella trasposizione passa anche per i fedelissimi costumi e gli innumerevoli easter egg. Per quanto sia un indiscutibile passo avanti, e un ritorno alle origini estetiche, manca ancora una volta la fuga claustrofobica horrorifica a inseguimento, da assaporare a ogni titubante passo. Anziché ampliare la narrazione, gettando così le solide basi di una saga destinata ad accompagnarci per i prossimi anni, si è deciso invece di andare subito oltre, forse per allontanarsi in breve tempo dal genere zombie, così come i nuovi titoli su console. Solo il tempo ci darà risposta ma, nel frattempo, questo primo capitolo lascia l’amaro in bocca e, più che un benvenuto nella tetra Raccoon City, il tutto suona come un un “Grazie per essere passati. Per l’uscita senza acquisti: qui“.

Michele Finardi

Arcane – League of Legends: Questo è solo l’inizio…

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Il 20 novembre si è conclusa la prima stagione di Arcane, la prima serie animata di Riot Games e Fortiche Production per Netflix, ambientata nel fantastico universo di League of Legends (che da qui in avanti chiamerò: LoL). Un evento attesissimo per gli appassionati del famoso MOBA free-to-play che, dal suo avvento nel 2009, ha avuto un impatto devastante sul mondo videoludico e non solo. Con oltre 150 personaggi giocabili, resi unici da un character design invidiabile, LoL vanta negli ultimi due anni 125 milioni di utenti attivi ed è divenuto, in breve tempo, il vero motore del successo e dell’imposizione degli ESports nella società contemporanea. Vi basti pensare che i campionati pro più attesi tengono incollati oltre 100 milioni di spettatori, per un giro monetario da capogiro, con i più grandi marchi che sgomitano per avere un inserto pubblicitario.

League of Legends alla conquista il mondo

Prima di accingermi a parlarvi di Arcane, devo però fare una doverosa premessa, a mio avviso fondamentale, per capire quanto il mondo videoludico stia stretto a LoL. Partendo da partnership con Marvel Comics per il lancio di fumetti dedicati (sono già disponibili anche in Italia i numeri sull’arciere Ashe ed il maestro delle ombre Zed), Riot Games si appresta a entrare sempre più prepotentemente nelle case di tutti, appassionati e non, con prodotti di altissima qualità.

Nonostante i successi della modalità competitiva MOBA di LoL, la società losangelina ha deciso di diversificare ulteriormente ed espandere l’universo di eroi e delle loro storie, andando a conquistare quei videogiocatori meno avvezzi al genere. Ecco dunque che nel 2020 nascono: Teamfight Tactics (comunemente chiamato TFT), Legends of Runterra (gioco di carte, nato per interrompere l’egemonia di Heartstone di casa Blizzard), League of Legends Wild Rift (per dispositivi mobili, vincitore del Mobile Game of the Year soltanto pochi giorni fa) e Valorant (sparatutto in prima persona 5v5, anche questa volta in risposta a Overwatch, sempre di Blizzard). Nonostante il ravvicinato rilascio dei titoli sopracitati, a breve verranno rilasciati anche un picchiaduro (Project L) e, nel 2022, i conflitti di Runterra sbarcheranno finalmente anche su console.

Tuttavia, avendo il desiderio di arrivare a un pubblico diverso ed eterogeneo, Riot Games non ha pensato soltanto ai videogiocatori e si è dunque mossa su diversi media. Da sempre legati al mondo musicale, con pazzesche theme song per singoli eventi e vere e proprie hit per il lancio di nuovi champion (vedi per esempio “Get Jinxed“, presente anche nella serie come easter egg nel quarto episodio, canzone creata appositamente per l’avvento di Jinx come personaggio giocabile nel lontano 2013), Riot Games ha lanciato ben 3 gruppi musicali virtuali, utilizzando i volti dei loro campioni (personaggi giocabili) che macinano milioni di visualizzazioni e riproduzioni sulle principali piattaforme. Per darvi un’idea, i videoclip del gruppo K-Pop K/DA superano abbondantemente le 400 milioni di views su YouTube.

Che l’Era Hextech abbia inizio

Sulle rive del fiume Pilt sorge la cosiddetta “Città Progesso” di Piltvoer, governata da un Consiglio composto dai più grandi esponenti commerciali e intellettuali del borgo. Vivendo nell’agiatezza, il benestante centro culturale commette però l’errore di non curarsi del limitrofo distretto urbano di Zaun, la cui popolazione è abbandonata a se stessa. Le passate rivolte dei più poveri hanno portato alla repressione armata e alla morte dei genitori delle due protagoniste Violet e Powder che, rimaste orfane, verranno cresciute da Vander: ex gangster, ora locandiere e custode silenzioso della pace con Piltover.

Purtroppo, il malcontento nel sottosuolo è crescente e sempre più persone si rivolgono al machiavellico Silco, intento a creare un siero (lo Shimmer) per potenziare i suoi tirapiedi per attaccare il Consiglio e la milizia di Piltover. La situazione però degenera a causa delle due ragazze che, durante una delle loro scorribande, fanno letteralmente esplodere la casa dell’accademico Jayce, brillante studente desideroso di controllare il potere della magia attraverso la scienza.

Le maldestre azioni di Powder, costringeranno il ragazzo prodigio di Piltover a rendere pubbliche le sue ricerche, dando il via ad una serie di eventi che spalancheranno le porte a un futuro potenzialmente radioso ma estremamente pericoloso, dove la sete di potere non risparmierà nessuno. Nel sottosuolo invece, la milizia armata è alla ricerca dei colpevoli del furto e il rapporto tra Vi e Powder è destinato a cambiare per sempre.

Da piccola, io e mia sorella facevamo un gioco: fingevo di cacciare i mostri. Le dicevo che finché ci fossi stata io, i mostri non l’avrebbero presa.. poi è arrivato un mostro vero.”

Un entry level perfetto

Il successo della serie, che attualmente vanta uno score del 100% su Rotten Tomatoes con un gradimento del pubblico del 98%, rende l’idea di come non sia importante avere un’infarinatura di LoL. Anche se non avete mai sentito nominare League of Legends, anche se non siete videogiocatori, non è un problema. Il prodotto seriale è assolutamente fruibile da chiunque e ha la capacità di stregare un pubblico eterogeneo, grazie a uno stile di animazione personale e a una caratterizzazione dei personaggi perfetta. La storia della separazione di Violet e Powder e dei momenti che segneranno indelebilmente le loro vite, nonché le lotte per il potere tra le classi della società di Piltover e Zaun, rendono Arcane un prodotto universale.

La prima “League of Legends Story” riesce ad unire brillantemente drammi famigliari, elaborazioni del lutto e i traumi dell’abbandono, soprattutto attraverso la trasformazione di Jinx che mai, da appassionato del videogioco, avrei immaginato venisse realizzata in maniera così stratificata. Nata nel 2013, da una costola di Harley Quinn, Jinx è furbescamente utilizzata da Riot come “mascotte” per attirare l’attenzione del pubblico generalista, da sempre attratto da personalità borderline. Il suo potenziale è invece stato sfruttato nel miglior modo possibile e, attraverso questo straordinario prodotto seriale, ci è stata regalata una delle personalità più sfaccettate e meglio gestite dell’intero panorama seriale, animato e non.

Confermando il legame parentale con Vi, e ponendo dunque fine a un decennio di speculazioni all’interno della community di LoL, Arcane va a raccontare un determinato periodo della storia della guerra civile tra Piltover e Zaun, diventando il primo assaggio di un mondo ancora tutto da scoprire. Numerosi sono i “champion” del free-to-play che appaiono in questa narrazione, resi ancora più tridimensionali e con cui è facile entrare in empatia. Dalla scontrosa Vi, “colpevole” di aver dovuto crescere troppo in fretta, alla giusta e determinata Caitlyn, i personaggi femminili sono dotati di una letalità rara. Ciononostante, tra tutti, è il volto inedito di Silco a dominare la scena. Un villain carismatico, capace di ogni malvagità ma con un forte senso di paternità e lealtà, dimostratosi un temibile avversario con cui è difficile scendere a patti.

Non credetemi sulla parola quando vi dico che, terminata la nona puntata, vorrete al più presto tornare in quell’universo di cui avete avuto un minimo accenno: verificate con mano e non ve ne pentirete.

Una svolta nell’animazione seriale occidentale

Rilasciato con una cadenza settimanale di tre episodi, Arcane va a riprendere le vicende di Jinx & Vi (e di tutti gli altri) principalmente in due momenti, con un salto temporale importante tra il terzo e il quarto episodio. Si potrebbe dire che abbiamo assistito a tre “mini-narrazioni” all’interno di un quadro conflittuale ben più ampio dove vengono esplorate tre diverse tematiche principali, l’una come conseguenza della precedente. Arcane è dunque l’evoluzione di un dramma familiare che porterà a drastiche conseguenze, dove il singolo ha la capacità di smuovere gli equilibri di un mondo intero.

Tuttavia, non è di certo la cadenza episodica che ha innovato un panorama d’animazione seriale occidentale noioso e privo di idee degne di nota. A una storia dal contenuto profondo e a una narrazione sviluppata con i giusti tempi, senza banalità e falsità, va aggiunta un’estetica unica nel suo genere. Dal taglio fortemente cinematografico (pensare a Spider-man: Into the Spider-Verse non è affatto errato), Riot Games e Fortiche Production portano lo stile concept art che ha sempre contraddistinto LoL sullo schermo, animandolo con un mash-up perfetto tra 2D e 3D, dove il character design è in grado di stuzzicare anche lo spettatore più schivo ed esigente. Zaun e Piltover riescono a portare lo spettatore all’interno delle loro strade con un solo frame, lasciandolo estasiato di fronte alla fluidità degli inseguimenti e alla dinamicità dei combattimenti cui assisterà.

Il tutto è inoltre accompagnato da un comparto sonoro d’eccezione dove, oltre alla stupenda sigla “Enemy” targata Imagine Dragons, ogni episodio vanta un tema principale diverso (due per i conclusivi per ovvi motivi) che rispecchia il mood della singola puntata, aumentando drasticamente il carico emotivo e la potenza delle immagini a schermo.

Arcane è dunque, insieme al diverso Strappare lungo i bordi di Zerocalcare, il miglior prodotto seriale animato occidentale presente sul catalogo Netflix e non solo. Capace di unire diversi stili, dall’urban style al simil horror, è un prodotto maturo in grado di dimostrare, per chi ancora non l’avesse capito, che l’animazione è un genere capace di grandi cose e non esclusivamente per bambini.


Per concludere, vi faccio notare come ogni singolo episodio inizi con l’immagine di un giradischi intento a posare sul piatto la “canzone di Vi & Jinx”. Un dettaglio interessante che fa notare come la spettacolare storia, appena narratoci e rinnovata per una seconda stagione, è solo la prima di molte altre che verranno; non obbligatoriamente in formato seriale. Il mondo di Runterra, le sue gloriose battaglie e gli eroi che vi abitano, premono per essere scoperti, amati e condivisi da chiunque. Chi vi scrive è certo che Arcane – League of Legends non avrà solo il merito di essere un prodotto qualitativamente eccelso, tratto da un’esperienza videoludica. Siamo di fronte a un universo destinato a restare e a scrivere pagine importanti del futuro dei più differenti media.
Questo è solo l’inizio..

Michele Finardi

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“Eclissi: il podcast di Pietro Turano”. Storie di riscatto sociale della comunità LGBTQ*

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Dal 19 novembre disponibile su tutte le piattaforme

“Eclissi” è un podcast di sei episodi a cura di Maddalena Rinaldo, scritto da Pietro Turano insieme a Dante Antonelli e prodotto da Cross Production.

Con cadenza settimanale, racconta storie di riscatto sociale appartenenti alla comunità LGBTQ+. Queste storie vedono come cornice musicale quelle originali di Umberto Gaudino che introducono e accompagnano l’ascoltatore nei 45 minuti circa di ogni episodio suscitando empatia e a tratti commozione. Perlomeno con me è successo così.

Recita la sinossi ufficiale: “Queste sono le storie delle invisibili e degli invisibili coperti da un’eclissi, ma soprattutto del loro riscatto: di chi, con le proprie forze o chiedendo aiuto, è uscito dal cono d’ombra e ha trovato la forza e lo spazio per tornare a brillare. Perché l’eclissi può toglierti la luce, sì. Ma è un fenomeno temporaneo, passerà”.

Un podcast di vite ricche di cicli di luci e di ombre, proprio come l’eclissi, un fenomeno temporaneo che poi passa. Perché passa sempre. Tutto. Questa l’unica consapevolezza. 

Pietro Turano, 25 anni conosciuto sulle piattaforme streaming come Filippo, fratello di Eleonora in Skam ( serie tv di mamma Netflix prodotta sempre da Cross Productions) ma anche portavoce di GayCenter, scrive questo podcast mettendo a disposizione la sua esperienza attoriale e di grande attivista della comunità LGBTQ+.

Sei storie legate da un fil rouge, il passaggio dall’ombra alla luce.

Orfeo, Luce, Fabiano, Riccardo, Emma, Gioia questi i nomi di sei persone con storie completamente diverse tra loro che “gravitano” – parola non causale – all’interno del podcast, ma tutte accomunate dallo stesso percorso di riscatto.

Storie raccontate anche dalla voce dei protagonisti che possono, finalmente, auto rappresentarsi con l’orgoglio di chi finalmente è riuscito ad essere se stesso e ad affermarsi nella società.

1° episodio “Orfeo”

Orfeo, 72 anni , pugliese di nascita ma romano di adozione da soli 6 anni, momento in cui deciderà di fare coming out da omosessuale e di iniziare così una nuova vita.

Una storia ambientata in un paesino della provincia di Bari. Una vita vissuta con il “passaporto da eterosessuale” come lui narra. Una moglie e dei figli che ama e la fatica di abbandonare quella confort zone.

Nessuna scoperta tardiva ma solo tanta consapevolezza senza concedersi la possibilità di esplorarsi fin in fondo. Perché si sa, quel passaporto a volte, purtroppo, conviene mostrarlo sempre, soprattuto se vivi in un paesino di provincia del Sud Italia.

Il protagonista interviene con aneddoti di vita privata riguardanti non solo la sua famiglia ma anche le sue tardive esperienze omosessuali.

Gli capiterà anche qualcosa che finalmente gli sconvolgerà la vita tanto da decidere di non vivere più in ombra e di ricercare quella luce che ha sempre inseguito negli anni.

Una storia in cui si intreccia tanta sofferenza ma anche tanto amore.

Orfeo nel rivelarsi ai microfoni di “Eclissi” trasmette tutto il suo coraggio nella ricerca della sua vera identità e del suo orientamento sessuale. Anni in cui, come lui stesso dice, ci si abitua all’infelicità.

Ma è davvero così?!

2° episodio “Luce”

Luce è una donna trans con un passato molto sofferto fatto di bullismo, violenza psicologica, misoginia, ricoveri ospedalieri ma anche di tentativi di ricostruire una vita giorno dopo giorno, di coraggio, di forza e di volontà.

Una storia di rinascita e di riscatto dopo anni in cui ha dovuto affermarsi come donna trans e come artista lottando contro un mondo che non ne ha quasi mai riconosciuto la sua identità.

Come il giorno della registrazione dell’episodio in cui i controllori della fermata della metro volevano portarla in questura perché il nome sul suo Green Pass non corrispondeva alla sua identità.

Le sue due lauree e i tre libri scritti non eliminano lo stigma della donna trans e lo racconta citando episodi di vita quotidiana nei quali deve sempre scontrarsi portando dietro il peso di un’identità ancora non riconosciuta in una società che altro non fa che saltare da uno stereotipo ad un altro.

Luce racconta il suo bisogno di una vera rivoluzione identitaria, di conferma di diritti e di uguaglianza non ancora ottenuta di cui ne abbiamo già parlato in un articolo proprio qui.

Un podcast che diventa occasione imperdibile di confronto e di riflessione e che restituisce all’ascoltatore quantomeno l’obbligo di porsi delle domande sull’intolleranza e sull’uguaglianza di genere.

3° episodio “Fabiano”

Fabiano è in seminario. Ed è proprio qui che conosce e sperimenta l’amore per la sua prima volta. L’amore verso Lorenzo.

Un amore nascosto, proibito, un amore che tra quelle mura è peccato, un amore che non può essere amore e per questo sei controllato e perseguitato dal rettore del seminario, un amore che non ti rende libero. 

Fabiano prova amore. Non solo per Lorenzo ma anche per chi ti condanna, un amore verso Dio che però non ti rende completo, un amore alimentato da profonda fede cattolica che entra in contrasto con il tuo orientamento sessuale.

Una storia lunga sofferta e travagliata, che ti spacca a metà e ti fa perdere l’orientamento, la bussola.

Fabiano racconta il suo passato coinvolto ancora da quei sentimenti facendo arrivare all’ascoltatore la delusione e la rabbia di quegli anni.

4° episodio “Riccardo”

“L’episodio che ha richiesto più lavoro e l’unico in cui sentirete due voci, quella di Riccardo e quella di sua mamma.”

Esordisce così Pietro in un suo post su Instagram nel presentare il quarto episodio di “Eclissi”.

Quaranta minuti intensi pieni di incomprensioni, di silenzi, di separazioni, di perdite ma anche di riavvicinamenti, di confronti e di tanto, tanto amore.

Riccardo, un ragazzo trans no binary (si identifica così), uno dei primi ospiti di RefugeLGBT di Roma, si racconta a Pietro con una naturalezza disarmante quasi a non voler far arrivare all’ascoltatore tutto il dolore della sua vita. O almeno così è stato per me. Riccardo ci parla del suo passato: dalla separazione dei suoi, alla depressione, alla rinuncia agli studi e alla fuga da quella casa in cui faticava a rivelarsi. Un padre quasi inesistente, una madre premurosa e una sorella un po’ in ombra. 

Una famiglia all’apparenza composta da tante singole parti che faticano a connettersi tra loro. Diventa così fondamentale in questo racconto, la narrazione della madre che ci restituisce, oltre la tanta sofferenza per una separazione (che all’inizio pareva esser consensuale), la sua costante presenza e vicinanza a Riccardo e la perseveranza in questo amore.

Un amore, che nonostante tutto, vedrà un punto di rottura quasi inevitabile.

La storia di Riccardo è una storia in tunnel buio, molto buio, ma è anche la storia di tanti ragazzi e ragazze che temono nell’attraversarlo. Una storia però che ci testimonia quanto sia bello trovare la luce e poterla raggiungere.

4° episodio “Emma”

Una storia del tutto diversa dalle altre.

Emma, queer, disabile, autistica e pansessuale. Finalmente un modo per qualificarsi ed esistere dopo anni di bullismo, di incomprensioni e di tanta sofferenza.

Il racconto si apre con la narrazione di una rotula che fuoriesce dal suo posto in una mattina qualunque.

E da lì che parte il suo calvario:la fisioterapia, la stanchezza, la poca voglia di fare, il sentirsi addossare costantemente la colpa di qualcosa che ancora non aveva nome e diagnosi.

La sua liberazione e la sua rinascita sono avvenute con la diagnosi della sindrome di Asperger e di una malattia rara genertica che la vedrà vivere su una sedia a rotelle.

Una storia che ci aiuta a riflettere sul significato di intersezionalità e sul potere delle etichette.

Emma, la protagonista, ci suggerisce di approfondire queste tematiche e ci spinge a guardare al di là delle nostre confort zone, delle nostre condizioni e dei nostri infondati pregiudizi.

5° episodio “Gioia”

Il Podcast di Pietro Turano, definito dall’artista Paolo Armelli come “un esempio illuminante di narrazione inclusiva” giunge al termine.

Esce di scena (o dagli airpods?!) la vigilia di Natale parlandoci di Gioia e del valore della famiglia. Non una data a caso per chi ci crede.

Gioia, pioniera delle unioni civili è una donna romana che si racconta nella sua totale naturalezza parlandoci dell’importanza della legittimazione, verso sè stessi o da parte degli altri, come propedeutica alla libertà.

Una vita con il “passaporto dell’eterosessualità” fino a unirsi civilmente con una donna.

Una storia che ci parla del riconoscimento sociale, dell’importanza del ruolo ricoperto dalla famiglia nel suo percorso. 

A volte la vita ti fa tornare indietro, torna a farti fare i conti con l’eclissi che hai già vissuto ma a tutto c’è un perché e Gioia lo spiega bene.

Francesca Sorge

American History X, la storia che smonta il politically correct

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Regia: Tony Kaye
Genere: Drammatico
Cast:
Edward Norton, Edward Furlong, Beverly D’Angelo, Avery Brooks, Jennifer Lien, Ethan Suplee
Nazione:
America
Durata: 119 minuti
Anno:
1998

Trama

Derek Vinyard (Edward Norton) vive con la sua famiglia (la madre, due sorelle e il fratello minore Danny (Edward Furlong), dopo che suo padre, un pompiere dalle idee razziste, è morto a causa di uno spacciatore afroamericano, durante un incendio in quartiere nero. Derek è un naziskin e appartiene al gruppo Skin88, a capo del quale c’è il proprietario di una casa editrice, Cameron Alexander (Stacy Keach), che promuove libri e musica di matrice nazista.

American History X, film cult degli anni 90

Diretto da Tony Kaye, American Histoy X è un film drammatico del 1998 che vede come protagonista Edward Norton, la cui interpretazione è stata eccelsa, raggiungendo un livello interpretativo così alto che raramente o forse mai lo stesso attore è stato in grado di riprodurre in altri film. Una mimica facciale e un’interpretazione magistrale che gli è valsa a pieno la candidatura agli Oscar come miglior attore protagonista, vinta poi da Roberto Benigni per “La Vita è Bella”. Altrettanto impressionante sono state le capacità attoriali di Edward Furlong, interpretazione impressionante per la forza che imprime al proprio ruolo. Eppure, nonostante ciò la sua carriera non è mai decollata.

Altro elemento di spicco di questo cult è l’uso sapiente del colore. Durante tutta la pellicola assistiamo ad un costante oscillare tra il colore e il ritorno al bianco e nero.
Questa alternanza nasconde una forte simbologia interpretativa: le scene in bianco e nero rappresentano la prospettiva del mondo del protagonista diviso in maniera conflittuale, appunto tra bianco e nero durante il suo periodo di appartenenza al gruppo neonazista; il colore rappresenta la realtà in tutte le sue sfaccettature e la speranza di un mondo migliore e senza divisioni.

Il cult non è bello se non è litigarello

Sebbene il film sia diventato un simbolo di fine anni ’90, grazie alla straordinaria interpretazione di Edward Norton, la pellicola ha fatto molto parlare di sé per tutte le vicissitudini che hanno reso l’aria sul set e in fase di post produzione decisamente invivibile.

Le discussioni in post produzione, infatti, ritardarono l’uscita della pellicola. La casa di produzione New Line tagliò di netto la prima versione del film. Inoltre, non contento del risultato la montò e rimontò a suo piacimento. Il risultato era decisamente diverso da quanto realizzato dal regista, il quale chiese di cancellare il suo nome dai credits in quanto non sentiva più suo quella pellicola. Per questa ragione chiese di ricorrere allo pseudonimo Alan Smethee. Si tratta di un nome falso a cui i registi ricorrono quando non si è soddisfatti della pellicola. Tuttavia vi è una norma che prevede la non utilizzabilità di questo nome ove si siano già spiegate alla stampa le ragioni dell’uso dello pseudonimo e il regista, purtroppo, aveva parlato troppo con i giornalisti.

American History X, la decostruzione del politically correct americano

Una delle prime pellicole a portare sul grande schermo la violenza disumana dei movimenti nazisti e più in generale raziali, American History X rappresenta una vera e propria critica sociale contro un meccanismo che non ha preso mai realmente le distanze dalla tratta degli schiavi. Sebbene il film si soffermi sui naziskin, cade nell’errore di stereotipare gli afro americani raccontando una storia dove la violenza e le false ideologie alimentano un cerchio di odio destinato a rigenerarsi in eterno. Infatti, la pellicola assurge a ritratto spietato della perbenista società americana: una società corrotta che fagocita odio che vive, ancora oggi, di violenza civile. Dove l’altro diventa diverso, e allora non ci sorprendiamo se ancora oggi ci sono persone che muoiono come George Floyd.

La storia vera dietro alla pellicola

Al centro della pellicola  troviamo il tema della tensione sociale e del razzismo negli Stati Uniti, ispirata alla vita dello skinhead Frank Meeink, uno dei maggiori esponenti del movimento nazista che dopo la prigione rifiutò le ideologie razziste e tutt’ora continua a tenere lezioni di tolleranza nelle scuole.

A differenza della pellicola, Frank è cresciuto in uan famiglia disfunzionale una madre alcolizzata ed un padre tossicodipendente. Purtroppo fin da piccolo Frank subisce maltrattamenti e abusi. La rabbia, la violenza e al frustrazione spinsero Frank a il movimento neonazista divenendo uno di loro. Da qui la decisione di diventare uno skinhead. Si rasa i capelli e diventa punto di riferimento per il Ku Klux Klan nonché un leader del movimento di estrema destra.

A 17 anni, dopo aver torturato e quasi ucciso un coetaneo, finisce agli arresti con una condanna di 3 anni. Da qui la strada per il cambiamento il passo è breve. In carcere, grazie allo sport, Frank stringe rapporti di amicizia con detenuti di diverse etnie e si accorge anche di ricevere più sostegno dai prigionieri afroamericani rispetto agli skinhead. Al termine dei 3 anni Frank esce dal carcere e intraprende una nuova vita iniziando a collaborare con la squadra di Hockey locale, la “Philadelphia Flyers”, fondando anche l’organizzazione “Harmony Through Hockey”, che si occupa di dare a tutti i giovani la possibilità di fare sport e di divertirsi in modo creativo, per evitare di finire sulla strada e di commettere crimini.  Nel 2010 è uscito il suo libro: “Nero. Autobiografia di un neonazista guarito”.

Curiosità

  • Edward Norton per interpretare questo film rinunciò a salvate il soldato Ryan;
  • Il finale in origine era diverso in quanto una sequenza è stata eliminata. Norton davanti allo specchio che si rade la testa per iniziare daccapo. Norton decide di toglierlo per dare un significato diverso alla pellicola;
  • Il numero 88 (nonché il gruppo di appartenenza skin88) indicava l’ottava lettera dell’alfabeto l’H, dunque HH abbreviazione del saluto Heil Hitler.
  • La tavola calda dove Derek e Danny vanno a fare colazione è stata utilizzata in svariati film tra cui “Il grande Lebowsky” e “Le iene”
  • Se guardante il film in lingua originale contate la parola fuck, verrà pronunciata 214 volte.

Tre motivi per guardarlo

  1. Questa è la migliore interpretazione di Edward Norton;
  2. Se amate le storie realmente accadute, questa è cruentemente vera;
  3. American History X è uno dei pochissimi film in grado di accendere i riflettori sulla fragilità del sistema politico e culturale del sistema americano.

Quando guardarlo

Il consiglio è al contrario, quando non guardarlo. Il film è decisamente veritiero, cruento e drammaticamente vero, quindi guardatelo solo quando siete pronti ad affrontare scene intense.

Angela Patalano

Hai perso l’ultimo cineforum? Eccolo!

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

Mimnermo, il poeta che non vuole invecchiare | Lirici Greci

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Tra tutti i poeti lirici, Mimnermo è quello più legato al tema dell’età. Invecchiare è un dramma per tutti. Perdere il proprio fascino ancora di più. Ma, a questo punto, cosa sarebbe meglio tra una vecchiaia passata dolorosamente e una morte rapida? Per Mimnermo, la morte. Come si potrebbe, infatti, passare un periodo della propria vita rinunciando ai suoi piaceri?

I fragili doni di Afrodite – frammento 1 West

Quale vita, che dolcezza, senza Afrodite d’oro?

Meglio morire quando non avrò più cari

gli amori segreti e il letto e le dolcissime offerte,

che di giovinezza sono i fiori effimeri

per gli uomini e le donne. Quando viene la dolorosa

vecchiaia che rende l’uomo bello simile al brutto,

sempre nella mente lo consumano malvagi pensieri;

né più s’allieta guardandola la luce del sole;

ma è odioso ai fanciulli e sprezzato alle donne

tanto grave Zeus volle la vecchiaia.

In questo frammento Mimnermo ribadisce come sia meglio la morte rispetto a una vita trascorsa senza piacere. I piaceri sono collegati all’eros. La rappresentazione del fiore, nella prima parte, viene normalmente associata alla giovinezza, che permetteva di ottenere fama e gloria. La vecchiaia, al contrario, porta alla decadenza psicofisica e sociale nell’ultima parte del componimento.

Come le foglie – frammento 2 West

Noi come le foglie che fa crescere la stagione molto fiorita della primavera, non appena crescono ai raggi del sole, simili a queste per il tempo di un cubito godiamo dei fiori della giovinezza, senza sapere dagli dei né il male né il bene; ma le nere Chere incombono, l’una con il termine della dolorosa vecchiaia, l’altra della morte: brevissimo è il frutto della giovinezza, quanto si estende sulla terra il sole. Ma quando sopraggiungerà questo termine della stagione, subito (è) meglio essere morti che la vita: infatti nell’animo ci sono molti mali: da una parte il patrimonio va in rovina, e giungono le odiose vicende della povertà; un altro a sua volta è privo di figli, dei quali soprattutto desideroso se ne va sotto terra nell’Ade; un altro ha una malattia che divora l’animo: non c’è nessuno tra gli uomini a cui Zeus non dia molti mali.

L’idea della gioia splendida, ma breve, della giovinezza diventa oggettiva attraverso la celebre comparazione delle foglie. In questo caso, Omero funge da modello non solo per la presenza di epiteti tradizionali, ma anche per un esplicito riferimento a un famoso passo (Iliade VI, vv.146-149).

Nelle prime righe c’è un riferimento all’eccessiva giovinezza come momento di estrema ingenuità, perché non si riesce a distinguere che cos’è bene e cosa male. Tale tema ritorna anche nella tragedia greca, in particolare in Sofocle.

Importante, infine, è anche la chiusa gnomica: viene rielaborato sì il modello omerico, ma la parte finale mostra come il destino individuale di ciascuno (Μοίρα) sia caratterizzata da dolore.

Titono – frammenti 4, 5, 4-8 West

A Titono Zeus diede da sopportare male infinito

Titono, o Titone, era figlio di Laomedonte e di Scamandro, figlia del dio fluviale. Suo fratello, chiamato Priamo, divenne re di Troia. Rapito da Eos, che lo voleva per sempre come amante, la dea ottenne per lui l’immortalità, ma non l’eterna giovinezza. Fu infine trasformato da Zeus in una cicala.

In questo componimento, l’infinita vecchiaia di Titono viene vista come condanna secondo l’ottica di Mimnermo. Titono è condannato ad invecchiare per sempre. La sofferenza umana è orribile, ma ancora peggio la vecchiaia che dura in eterno: non c’è una morte che ci libera dai mali.

Ma al pari di un sogno è effimera

la preziosa giovinezza: carica di dolore e deforme

presto incombe sul capo la vecchiaia

che rende l’uomo odioso e disprezzato, irriconoscibile

e avvolgendolo ne deturpa lo sguardo e il pensiero.

La vecchiaia è descritta come una nebbia che offusca gli occhi e la mente, perché presbiti e smemorati. Anche in questo caso, il modello è omerico: Iliade XIV, vv. 252 ss.

La risposta di Solone – frammento 20 West

Il frammento qui sotto presentato è una risposta, da parte di Solone, altro poeta lirico, a Mimnermo. Se Mimnermo si augura di morire prima della vecchiaia, Solone sostiene al contrario che ogni età della vita sia degna di essere vissuta fino in fondo.

Codesto verso toglilo, ti prego, dammi retta,

non m’invidiare se la penso meglio,

cambia, dolce poeta, le parole e canta:

«Ottantenne mi colga il dì fatale».

[…]

E non manchino lacrime alla mia morte: ai cari

vorrei lasciare eredità di pianto.

[…]

Sempre imparando molte cose invecchio.

Lorenzo Cardano

Frutta e verdura: come trovare prodotti biologici online

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La frutta e la verdura sono una componente essenziale nella definizione della routine alimentare delle persone. Risorse preziose queste che presentano effetti benefici sulla salute e sul benessere generale dell’organismo umano. Scegliere di acquistare prodotti biologici vuol dire cercare di massimizzare i benefici traendo il meglio dai generi alimentari. Sotto questo punto di vista allora diviene strategico sapere come trovare e acquistare online la frutta e la verdura biologica.

Per la salute personale è ormai noto quanto possa essere importante dedicare la giusta attenzione all’alimentazione. In questo scenario riveste un ruolo decisivo sia la frutta sia la verdura. Due elementi, questi, che non possono e non devono mai mancare sulla tavola di chi desidera prendersi cura di sé con gusto.

Naturalmente, è bene dare la massima priorità alla frutta e alla verdura di qualità. In questo senso una possibilità benefica è rappresentata dalla scelta di acquistare prodotti biologici certificati.

Come trovare online frutta e verdura biologica

Nel tempo l’offerta si è ampliata molto e ha portato a una proliferazione delle offerte, con la possibilità di trovare frutta e verdura anche online. È però importante selezionare con cura la realtà a cui affidarsi, dando la priorità a quei portali e-commerce che hanno fatto del biologico il proprio principale punto di forza.

Ne costituisce un esempio Panierebio.com, portale dell’azienda agricola Natura Iblea, specializzato nella vendita frutta e verdura biologica on line, con servizio di consegna a domicilio attivo in tutta Italia e affidato a mezzi refrigerati per conservare al meglio tutte le proprietà degli alimenti.

I migliori portali, inoltre, sono in possesso di tutte le certificazioni necessarie. Nel caso di Paniere Bio, per esempio, è possibile visionare la documentazione che attesta la provenienza biologica degli alimenti in un’apposita sezione del sito ufficiale.

Naturalmente, uno store di comprovata affidabilità permette anche agli utenti di effettuare pagamenti online tracciabilicosì come l’opzione per tracciare il proprio ordine: entrambe queste accortezze consentono di ottenere la massima garanzia sulla sicurezza e sull’affidabilità dell’acquisto che si effettuerà.

Sommando tutti questi parametri le persone possono quindi orientarsi con facilità nella scelta definitiva. Acquistare frutta e verdura biologica di qualità online diviene in questo modo conveniente e pratico.

I vantaggi di scegliere frutta e verdura biologica

Il primo e più significativo valore aggiunto, quando si opta per frutta e verdura biologica, è quello che si riflette sulla salute e sul benessere dei consumatori.

Scegliere di acquistare e di inserire nella propria routine alimentare frutta e verdura biologicaequivale, infatti, a nutrirsi con i migliori ingredienti. Essendo biologici, questi articoli sono coltivati e raccolti in modo speciale, con l’obiettivo di assicurare alle persone l’integrità e l’efficacia dei nutrienti, preservandone le proprietà nel modo più naturale possibile.

Questo passaggio, inoltre, porta alla luce un altro beneficio da non trascurare e che è particolarmente apprezzabile. Il riferimento in questo caso è al gusto. Scegliere per sé o per la propria famiglia frutta e verdura biologica si lega perciò a un ritorno alle origini e a un legame diretto con la terra. Attraverso l’agricoltura biologica vengono preservate al meglio le proprietà organolettiche degli alimenti.

Utilizzando questi articoli, perciò, è possibile portare in tavola tutto il buono e il sapore unico della frutta e della verdura di qualità. Un ultimo beneficio che riveste un ruolo significativo è quello che si connette al rinnovato interesse verso la tutela dell’ambiente. Acquistare i prodotti biologici, infatti, è un atto di sostegno concreto verso gli agricoltori che si impegnano ogni giorno a garantire l’impiego di metodi green.

Ultima notte a Soho: il pericoloso romanticismo di vivere nel passato

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Presentato fuori concorso alla 78° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, l’ultimo lungometraggio di Edgar Wright si rivela uno dei film più interessanti del 2021, nonché apparente punto di rottura all’interno della sua filmografia. Abbandonando i toni parodistici della cosiddetta “Trilogia del Cornetto” e discostandosi dalla frenesia di “Scott Pilgrim vs The World” e “Baby Driver“, il regista britannico dirige un vero e proprio giallo anni ’60, strizzando l’occhio al thriller psicologico moderno, confezionando un’esperienza cinematografica totale, dove lo spettatore è destinato a perdersi in un intrigante gioco di doppi e mezze verità.

“Tu credi nei fantasmi?”

Il sogno diventa incubo

Eloise Turner (Thomasin McKenzie) è un’aspirante fashion designer appassionata della musica e dello stile anni ’60 che, per poter realizzare il suo sogno professionale, si trasferisce a Londra per studiare al London College of Fashion. Nonostante abbia sempre desiderato vivere lì, la ragazza sembra nutrire una certa inquietudine nei confronti della città, e l’incompatibilità con le ragazze dello studentato la convincerà a trovare una diversa sistemazione. Ellie, gravemente segnata dalla perdita della madre, si sposterà dunque all’apparentemente più tranquilla stanza di un’anziana signora (Diana Rigg). Proprio in quel sottotetto però, inizia a sognare una Londra d’altri tempi nei riflessi delle notti dell’aspirante cantante, Sandie (Anya Taylor-Joy). Tra feste, drink e baci appassionati, tutto sembra possibile ma ben presto il sogno si tramuterà in un incubo mortale, con forti ripercussioni anche nel presente della protagonista.

Perché proprio Soho?

Ultima notte a Soho” può rappresentare un punto di rottura nella filmografia di Edgar Wright ma, in realtà, questa è solo una prima apparenza. L’intero film è permeato da un’aura nostalgica, frutto delle influenze cinematografiche e delle esperienze del talento britannico che ha vissuto, per ben 25 anni, nel quartiere londinese.

Celebre in tutto il mondo, Soho è sicuramente una delle aree più allettanti della capitale inglese che, nel corso della storia, ha cambiato diversi volti. Quello che oggi vediamo come uno dei quartieri più alla moda della città, pieno di ristoranti, bar e attività, negli anni ’60 era il centro dell’industria del sesso di Londra. Un luogo dove i ripetuti tentativi di togliere le prostitute dalle strade, portarono invece i proprietari dei locali a creare un giro di corpi dietro un’abbagliate patina glamour. Così come vedremo nel corso del film, molte sono le giovani ragazze dell’epoca che, mosse dalla Swinging London e speranzose di diventare qualcuno, finirono dritte nella morsa di uomini pericolosi.

Soho diviene dunque l’ambientazione ideale per Edgar Wright, desideroso di affrontare la tematica dello sfruttamento e di avere, per la prima volta in un suo film, una protagonista femminile. Ellie, interpretata dall’astro nascente Thomasin McKenzie, classe 2000 e che vanta già collaborazioni con Taika Waititi (Jojo Rabbit) e M. Night Shyamalan (Old), è per certi versi un suo alter ego. Nostalgica, ossessionata dalla musica degli anni ’60 ed estremamente creativa (vi chiedo di notare lo strepitoso abito che indossa nella scena iniziale del film), Eloise rincorre un tempo che non è il suo, portandolo nella sua arte: la moda. Così come lei immagina i suoi vestiti in base a chi li porterà, Edgar Wright si dimostra capace di caratterizzare e rendere iconici i suoi personaggi, cucendo il film sulla loro essenza. Ed ecco che, come controparte dell’aspirante stilista contemporanea, troviamo una magnetica e mefistofelica Anya Taylor-Joy (The Witch, La regina degli scacchi) che, in breve tempo, diverrà vera e propria ossessione per la giovane protagonista.

Un riflesso deforme della realtà

Nel cinema di Edgar Wright, nulla è come sembra e dovremmo averlo imparato bene dalle sue precedenti pellicole. Con “Ultima notte a Soho” però il concetto di verità nascosta viene elevato a potenza, dando il via ad una serie di doppi e deformi riflessi. Il quartiere reale e deludente, che Ellie vive durante il giorno, va a contrapporsi con la Soho da sogno, notturna ed elettrizzante di Sandie, di cui la prima non può che volerne ardentemente farne parte. Le lenzuola divengono dunque mezzo per escludere il mondo esterno e dove nascondersi, cercando rifugio in una seconda vita segreta destinata a tramutarsi da luogo sicuro ad angosciante.

Inseguendo la determinata donna che vorrebbe essere nei riflessi degli specchi che la circondano, la sognatrice vedrà Sandie cadere e andare emotivamente in pezzi. Le luci abbaglianti e avvolgenti lasciano progressivamente spazio a neon colorati in stanze buie, caricando il quadro di un’inquietudine palpabile. Non potendo tollerare il fallimento della sua musa ispiratrice per mano di uomini bugiardi e sentendosi costantemente inadeguata, Eloise distorce la realtà degli avvenimenti cui assiste, non cogliendo la vera natura delle parti in causa. Realtà e finzione finiscono per fondersi, sovrapponendosi in una Soho moderna dove il passato non può più essere ignorato. Trovandosi in una sala cinematografica (chiara la similitudine di specchio per entrare nell’illusione), lo spettatore si troverà al fianco di Ellie nella condivisione di un sogno divenuto agghiacciante. Insieme, saremo portati a fuggire da un labirinto onirico e temporale, dove le pareti di un sottotetto nascondono una sanguinolenta verità che vuole essere scoperta.

Attraverso un colonna sonora d’epoca perfetta, marchio di fabbrica del regista, e un’estetica da thriller giallo italiano, Edgar Wright mostra, ancora una volta, come le apparenze possano ingannare. Vivere la quotidiana realtà può essere difficile ma persino l’innocuo sognare di un’epoca lontana può trasformarsi nel peggior incubo. Il romanticismo di un tempo che non c’è più, ai nostri occhi migliore e sfavillante dove avremmo voluto vivere, non è altro che l’ennesima mezza verità da raccontarsi. Costantemente inadeguati, siamo portati ad affrontare la notte che, per quanto spaventosa possa essere, non è eterna. Dopotutto, persino a Soho sorgerà il sole e, per fortuna, a farci compagnia abbiamo Edgar Wright.

Michele Finardi

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I metodi di studio più efficaci

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Studiare in modo veloce ed efficiente è il goal che ogni studente desidera realizzare.

Alcune metodologie tra chi studia sono molto comuni, ma non sempre altrettanto vincenti perché ogni persona ha semplicemente modi diversi di apprendimento. Trovare la metodologia perfetta per sé è fondamentale per portare a casa buoni risultati, e affrontare esami ed interrogazioni senza stress o paure.

L’unico dato certo è che ognuno deve trovare la propria strada provando e sperimentando.

Qual è il metodo di studio migliore?

Non è detto che il percorso scolastico di uno studente sia semplice e lineare, anche per i più volenterosi. Uno dei metodi più validi per comprendere e ricordare le lezioni, è prendere appunti mirati durante la spiegazione dell’argomento. In questo caso occorre sfruttare l’esposizione del proprio insegnante.

Attenti alle lezioni.

Durante la lezione è utile prendere appunti sui dati salienti della materia, per poi riprenderli a casa, o in biblioteca. È fondamentali rileggerli in un breve lasso di tempo, in modo da memorizzarli. Poco prima degli esami, questi appunti saranno una mappa da rinfrescare, per riprendere in mano facilmente la materia. Concentrarsi durante le lezioni è un modo per dimezzare il tempo dedicato allo studio.

Schematizza.

Un altro metodo efficace è schematizzare dai propri libri i concetti base. Individuati e riportati i punti fondamentali della materia, sarà facile argomentarli. Lo schema fornisce una grigia mnemonica da seguire semplice e chiara.

Diventa un insegnante.

Un metodo dinamico e partecipativo per imprimere nozioni nella propria testa, è quella di leggere e spiegare a se stessi – o ad un immaginario pubblico – la materia da conoscere. Esporre ad alta voce ha notevoli vantaggi.

Si comprende subito in quali punti si è carenti, e quali sono invece le nozioni che viene facile ricordare, e soprattutto, ci si impratichisce con l’esposizione orale. In questo modo affrontare un’interrogazione sarà meno stressante.

Registrazioni vocali.

Registrare la lezione, o se stessi dopo aver ripetuto, può imprimere velocemente argomenti e dati nella propria testa. Ascoltare è un modo per interiorizzare i concetti base e farli propri.

Ottieni il massimo rendimento scolastico con quattro Pomodori!

Qualsiasi sia il metodo di studio prescelto, è arrivato il momento di renderlo profittevole. Per farlo si può utilizzare la ‘Tecnica del Pomodoro’, che è una modalità per gestire al meglio il proprio tempo in rapporto al proprio apprendimento.

Questa tecnica suddivide il lavoro in sessioni di tempo ristrette. Normalmente questi spazi sono fatti di 25 minuti, dove si studia senza interruzioni né distrazioni, e seguono 3 o 5 minuti di riposo. Ogni 60 minuti, cioè dopo ‘4 pomodori’ si guadagna una pausa più lunga, da 20 a 30 minuti.

Per essere efficienti, bisogna stabilire il proprio obiettivo, disconnettersi dai social e da qualsiasi distrazioni, e portare sul proprio luogo di studio tutto ciò che occorre, come acqua, materiale per gli appunti, e naturalmente i propri testi scolastici.

Un altro modo per ottimizzare e risparmiare tempo per uno studente, oltre che denaro, è quello di cercare i propri libri scolastici usati online, con questo metodo i testi vengono recapitati direttamente a casa. Con la stessa metodologia si possono anche vendere i propri libri di scuola usati, per passare a studiare una nuova materia, facendo ordine e spazio, e aiutando anche l’ambiente non gettando via libri ancora riutilizzabili.

Nelle pause tra una sessione e l’altra, inoltre, è importante rifocillarsi. Bere, mangiare, fare una passeggiata, o chiacchierare con un amico. Il cervello gradirà la sosta e ripartità con nuova energia.

Il massimalismo nella moda, lo stile di chi ama osare

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Agli antipodi del minimalismo, è amato da tutti quelli che rifiutano regole, conformismi e noia.

Se i pezzi minimal si possono trovare in tutti i guardaroba, come una t-shirt bianca, un pantalone a sigaretta o un cardigan tortora, quelli massimalisti sono molto rari. Non tutti infatti riescono ad acquistare e indossare colori accesi e sgargianti, accessori stravaganti e, in generale, tutto ciò che è letteralmente maxi.

Attenzione: non è solo un modo di vestire, ma di vivere e di apparire, è amore per le cose eccentriche e originali in tutti gli ambiti della vita. Il massimalista indossa ogni abito come un pezzo d’arte, ha l’attitudine teatrale e sopra le righe.

Uno dei padri del massimalismo è il francese Lacroix, famosissimo negli anni 80 e 90, poi dimenticato, infine risorto nella collaborazione con Desigual. La descrizione che dà di se stesso può essere elevata a definizione universale di massimalismo:

“Ho sempre detto che sono tutto, e il suo esatto contrario. Ottimista e pessimista, timido e coraggioso, innamorato di tutto ciò che è raffinato e sofisticato, e allo stesso tempo delle cose più volgari e folk. Saggio ma pazzo, pigro e workaholic, goloso e zen…Preferisco sempre l’acqua ghiacciata o molto calda a quella tiepida”

Il volume, la materia, la gigantizzazione, il pastiche e il flamboyant sono le parole chiave di questo stile. Godurioso e lussurioso come una torta di cake design, viene spesso scambiato per kitsch, ma è un grave errore. Ci vuole occhio, ci vuole stile e un senso intrinseco dell’eleganza per fare un mix and match di materia, pattern, tessili diversi, accessori. Last but not least, tutto deve risuonare di teatralità e drammaticità.

Negli ultimi tempi è tornata in auge la Maison Schiaparelli, fondata negli anni 30 da una delle donne più teatrali e sopra le righe che il mondo abbia conosciuto, Elsa Schiaparelli. Tra macro accessori, ispirazioni surrealiste e colori innovativi come il rosa shocking, la grande artista è stata pioniera del massimalismo. La casa di moda, ora disegnata da Daniel Roseberry, è uscita dalla polvere e sta vivendo un momento d’oro. Bella Hadid, Adele, Cardi B e molte altre sono sue fan, ma per me è Lady Gaga la vera portabandiera del massimalismo, infatti ha scelto una creazione Schiaparelli per cantare durante l’insediamento di Biden.

Io adoro questo stile e sicuramente è quello che più mi rappresenta, anche se non tutti i giorni. Circondata da amiche minimaliste, il commento che più spesso mi viene rivolto è: “io non lo metterei mai, ma tu lo sai portare e ti sta proprio bene”. Io penso che almeno una volta nella vita ognuno di noi dovrebbe uscire dalla comfort zone e abbracciare un look massimalista, per esprimersi senza limiti, senza barriere, senza bon ton stilistico. Sarebbe un esercizio estetico molto potente e un boost per l’autostima!

Micaela Paciotti

“Hand in hand”, gli artigiani diventano creativi per la mostra di Fendi

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20 lavorazioni da 20 regioni italiane: l’iconica Baguette di Fendi viene reinterpretata grazie a tecniche antichissime, che non devono andare perdute.

Fendi ama Roma, e Roma ricambia. La storica maison capitolina è una grandissima mecenate dell’arte, negli anni ha finanziato i restauri di importanti fontane romane, di un antico tempio dedicato a Venere e nel 2015 Fendi ha trasferito la sua sede nel Palazzo della Civiltà Italiana all’Eur, riqualificandolo e rendendolo accessibile al pubblico.

Ed è proprio al pubblico che Fendi ha dato la possibilità negli anni di visitare mostre eccezionali, completamente gratuite. Fino al 28 novembre è possibile visitare, previa prenotazione, la mostra “Hand in hand.

Questa esposizione rappresenta l’amore e il profondo rispetto di Fendi per gli artigiani italiani e per tutte quelle tecniche che vengono tramandate di generazione in generazione. Preziosissime come un’eredità da tutelare, affascinanti come il fascino primordiale fatto di materia e intelligenza, le lavorazioni italiane sono numerose e davvero uniche nel loro genere.

Sapevate che in Trentino si ricama utilizzando le piume di pavone? O che in Sicilia c’è un artigiano riconosciuto come patrimonio vivente dell’Unesco?

Mi aspettavo una mostra di borse, ho riscoperto l’Italia

Una grande sala ospita un lunghissimo tavolo su cui sono montate 20 teche, che contengono una borsa ciascuno. Attorno a ogni teca si snoda il racconto della personalizzazione della Baguette: materiali, strumenti utilizzati, disegni preparatori e un monitor che trasmette l’intervista all’artigiano che l’ha realizzata. Erano tutte favolose, con un’aura etnoantropologica, visto che alcune tecniche sono antiche di secoli, ben tramandate da monasteri, conventi, nonni e nonne alle nuove generazioni.

Le 5 borse più belle della mostra di Fendi

Queste le 5 borse che mi hanno colpito di più, sia a livello estetico che come opera d’arte e di altissimo artigianato.

Sardegna

Mostra Fendi hand in hand Sardegna

Morbida come una pecora, pelosa come un montone, forte come le mani sarde che l’hanno tessuta: la borsa che rappresenta questa regione è stata realizzata dalla cooperativa femminile Su Marmuri. Dal 1971 queste donne si dedicano a salvaguardare le tradizioni degli arazzi e della lavorazione della lana “ad acini d’uva”, in sardo pibiones.

Sicilia

A Trapani vive il maestro orafo Platimiro Fiorenza, che l’UNESCO ha nominato “Tesoro umano vivente”. Questo incredibile artista è specializzato nella lavorazione del corallo rosso, secondo un’antica arte risalente al medioevo. Lui è l’ultimo orafo-artigiano del corallo, e per Fendi ha decorato la Baguette con una tempesta di coralli e placche dorate su cui posizionare i preziosi dettagli.

Veneto

Mostra Fendi hand in hand Veneto

La borsa realizzata a Venezia mi ha fatto emozionare: mi sono trovata davanti a un vero capolavoro, frutto di più di 5 secoli di tradizione. Il broccato in velluto jacquard è difficilissimo da ottenere, in molte ore di tessitura a mano se ne ricava solo un quadratino, che poi viene intagliato secondo gli antichi motivi veneziani. Nel 1500 Venezia vantava ben 6000 telai capaci di ottenere questa lavorazione, ad oggi ne rimane uno, utilizzato per Fendi dalla Tessitura Luigi Bevilacqua.

Emilia Romagna

Chiudete gli occhi e immaginate i mosaici del Mausoleo di galla Placidia a Ravenna: una volta blu notte piena di stelle colpisce gli occhi di chi guarda. E perché non riprodurre lo stesso motivo su una borsa? Questo hanno pensato gli artisti del laboratorio Akomena Spazio Mosaico, decorando con centinaia di tessere in vetro e lamina d’oro o d’argento la meravigliosa Baguette a loro commissionata. Da rimanere senza fiato!

Trentino Alto-Adige

Ultimo ma non per importanza, il Trentino, che mi ha davvero lasciato di stucco. Non sapevo che in questa ragione fosse famosa la Federkielstickerei, ovvero l’arte di ricamare la pelle con piume di pavone divise in filamenti. La laboriosità di questa tecnica, che arriva dal medioevo, è davvero ipnotica. Le piume utilizzate non sono quelle colorate, ma quelle bianche, che cadono naturalmente. Il nero della pelle esalta i motivi floreali, tipici delle montagne tirolesi.

Appassionati di borse, andate assolutamente a vedere questa mostra! E se amate anche quelle di YSL, leggete il nostro articolo su di lui.

Micaela Paciotti

Come fare investimenti sicuri: tutto quello che devi sapere

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Sempre più persone si stanno interessando agli investimenti. Oggigiorno gli investimenti sono alla portata di chiunque e non solo degli investitori professionali o degli esperti di economia come avveniva in passato. Decidere di investire il proprio denaro richiede però molta preparazione ed è proprio questa consapevolezza che sta spingendo diverse persone ad informarsi sul web per cercare di capire come muoversi nel caso in cui si decida di fare degli investimenti. 

Tutti gli esperti di economia consigliano a chi non ha mai avuto a che fare con il mondo degli investimenti di prestare molta attenzione prima di fare delle operazioni per evitare di andare incontro a degli inconvenienti. Oggi è possibile investire in autonomia e questo costituisce un grande vantaggio. Evoluzione della tecnologia e sviluppo della crittografia hanno reso possibile ciò ma nonostante questo gli esperti continuano a sottolineare l’importanza del consultarsi con chi già ha esperienza nel settore. 

Come investire in modo sicuro: ecco alcuni consigli

Il desiderio di qualunque investitore è evitare rischi e grosse perdite finanziarie. Chi investe vuole ottenere profitti e pertanto deve mettere necessariamente in atto delle strategie di investimento che lo aiutino a non incorrere in pericoli finanziari. Per capire se esistono davvero investimenti sicuri per tutti può essere utile leggere la guida messa a punto dagli esperti di Borsamercato.com che spiega come ridurre i rischi legati alle negoziazioni finanziarie. Infatti, non esistono investimenti a rischio zero in quanto il mercato è in continua evoluzione e molte volte non è facile stare al passo, soprattutto se non si è particolarmente competenti in materia. 

Ciascun investitore dovrebbe creare una propria strategia di investimento personalizzata in base agli obiettivi che desidera raggiungere ed alla quantità di denaro che stabilisce di investire. Tenuto presente che la strategia dovrebbe essere personalizzata e plasmata in base alle diverse esigenze è però possibile affermare che ci sono delle tecniche per investire in modo sicuro di cui chiunque potrebbe decidere di servirsi e che hanno lo scopo di ridurre il rischio correlato alle operazioni finanziarie

Fissare obiettivi temporali ed economici

Per investire in modo sicuro ciascun investitore dovrebbe imparare a fissare degli obiettivi temporali ed economici. Per pianificare una strategia di investimento serve essere ben consapevoli di quanto denaro si vuole investire, quali assets si vogliono acquistare e per quanto tempo si desidera fare attività di investimento. Solo in questo modo sarà possibile muoversi adeguatamente ed eventualmente modellare la propria strategia in base ai cambiamenti del mercato. 

Comprendere l’andamento del mercato

Un aspetto molto importante è essere costantemente aggiornati sugli andamenti del mercato. Dopo aver attuato la propria strategia di investimento è bene non abbassare mai la guardia ed evitare di farsi trovare impreparati di fronte ai cambiamenti finanziari. Chiunque abbia deciso di investire deve aggiornarsi attraverso la lettura di giornali, riviste e news per poter scegliere quale è il settore sul quale investire in quel determinato momento e quali cambiamenti mettere in atto. 

Verificare l’affidabilità della piattaforma prescelta

Alla base di un investimento sicuro ci deve essere una piattaforma di investimento sicura. Navigando sul web è possibile trovare diverse piattaforme per investire in autonomia ma non tutte sono sicure ed affidabili. Da alcune di queste piattaforme bisognerebbe tassativamente diffidare e per comprendere quali piattaforme sono sicure basta seguire pochi semplici passaggi. Dopo aver scelto la piattaforma cui affidarsi si deve verificare che questa sia in possesso di tutte le licenze e le certificazioni necessarie per operare sul mercato. Per farlo bisogna accedere ai database dell’ente di controllo di riferimento ed effettuare le opportune verifiche. 

Diversificare il portafoglio

Quando si investe è importante diversificare il portafoglio. Si dovrebbe evitare di investire solo su una tipologia di prodotto finanziario, preferendo acquistarne diversi. Questo serve per evitare che in caso di crollo finanziario di quello specifico prodotto si perda tutto il capitale investito.

Natale 2021: i consigli di CulturaMente per un’overdose di idee

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Natale, Natale. Protagonista di riassuntini a scuola e poesie. Protagonista dei nostri sogni, sia sacri che profani. Che sia una questione religiosa a muoverci o che sia solo l’anelata corsa alle ferie, il Natale resta una delle festività più ambite, nonostante la Pandemia.

Negli ultimi due anni abbiamo trascorso le feste con i nostri parenti più stretti. Mamma, papà, fratelli, sorelle, l’eventuale partner. Il Natale con cinquanta parenti, che per anni ha caratterizzato le parodie cinematografiche e comiche, è sparito dalle nostre vite ma non dai nostri ricordi. Ci siamo raccolti, e a qualcuno non sarà neppure dispiaciuto.

Non sappiamo bene cosa ci aspetta per questo Natale 2021, ma noi di CulturaMente siamo certi che, da soli o in compagnia, la cultura debba essere sempre presente. Con l’augurio che le vostre vacanze siano serene e in salute, vi proponiamo come sempre i nostri consigli per una overdose di Natale: magari c’è anche qualche idea regalo interessante nel nostro elenco!

Overdose di Film

I Classici di Natale: tra film cult e film più recenti

Chi legge CulturaMente sa che la redazione vanta un team di cinefili di tutto rispetto: per questo motivo nel corso degli anni abbiamo pubblicato alcune recensioni di film cult natalizi. In questo articolo ne abbiamo raccolti alcuni, ma ne aggiungiamo anche altri in elenco qui sotto. Clicca per leggere la recensione e lasciarti ispirare…

Per gli insaziabili, ecco altri 4 consigli cinefili

Film Romantici su Netflix

Qualche redattore ha approfittato della clausura per dedicarsi allo streaming romantico. Ecco alcuni suggerimenti per tirare fuori i clinex navigando su Netflix, con i film più sentimentali presenti sulla piattaforma.

Overdose di Serie TV

Non è detto che a Natale sia necessario vedere solo cose a tema: abbiamo quindi suggerito 6 serie tv da guardare.

Overdose di Musica

Tradizionalisti o meno, abbiamo selezionato per voi la musica da ascoltare.

Overdose di Libri

Undici testi da leggere suggeriti dai nostri librofili, se hai già letto mille volte il Canto di Natale. E se i consigli non ti bastano, c’è sempre il nostro Bookclub mensile: I Postumi Letterari, oppure il nostro racconto inedito firmato da Serena Garofalo.

Overdose di Arte

Per gli appassionati di arte non può mancare il nostro Infuso d’Arte Natalizio.

Overdose di Mercatini

La nostra guida ai mercatini di Natale, sperando che sia possibile viaggiare, comprende due guide.

Overdose di Dolci

Oltre il panettone, ecco un tour per farci salire la glicemia come si deve.

Hangover culturale: il vino secondo il sommelier

Non è Natale senza un buon vino: ve lo suggerisce il sommelier Bruno Fulco.

Buone feste!

La redazione

Come contrastare il sudore e i cattivi odori: dalla scelta del deodorante alle buone abitudini

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In alcune circostanze il cattivo odore e il sudore della zona ascellare possono risultare particolarmente difficili da combattere, nonostante un’igiene personale adeguata, e ciò può arrivare a far vivere la quotidianità con disagio, soprattutto nelle relazioni sociali.

Spesso, in questi casi, la responsabilità è da individuare nella flora batterica e, in particolare, nella proliferazione di batteri dannosi per l’organismo, che proprio a contatto con il sudore danno origine ad odori poco gradevoli.

Per questo motivo è importante sapere come contrastare i cattivi odori, utilizzando i prodotti dermocosmetici giusti e seguendo alcuni suggerimenti utili all’interno della propria quotidianità.

Scegliere il deodorante giusto contro i cattivi odori

Innanzitutto, è fondamentale usare il deodorante adatto per contenere il sudore ascellare, evitando che la sudorazione diventi maleodorante ed eccessiva.

In particolare, è importante individuare un prodotto idoneo al proprio tipo di pelle, preferendo composizioni delicate e non aggressive in grado di fornire una lunga protezione senza nuocere alla cute.

Ne costituisce un esempio Borotalco Active, un deodorante efficace e resistente contro i cattivi odori e il sudore, disponibile in diverse profumazioni, con fragranze ai sali marini, al cedro e limone o mandarino e neroli.

Il deodorante è stato sviluppato con l’innovativa tecnologia Odor-Converter™, con l’attivazione di microcapsule con il sudore e il movimento per garantire il rilascio di profumo quando necessario.

Lavare bene le ascelle e depilarle

Le persone con problemi di elevata sudorazione e cattivi odori devono curare con attenzione l’igiene personale, con interventi di pulizia più frequenti e accurati rispetto al normale. Innanzitutto, bisogna lavare spesso le ascelle con un sapone neutro e delicato, utilizzando prodotti naturali che rispettano il pH della pelle e aiutano a contenere le esalazioni maleodoranti.

Il lavaggio delle ascelle deve essere ripetuto dopo ogni tipo di attività fisica, oppure quando a causa dello stress o delle condizioni climatiche si tende a sudare di più aumentando l’intensità dell’odore naturale della pelle.

Inoltre in alcuni casi è opportuno depilare le ascelle, infatti eliminando la peluria si contrasta la decomposizione operata dalla flora batterica, minimizzando la presenza di funghi e batteri.

Indossare indumenti traspiranti e puliti

Un supporto importante nel contrasto dei cattivi odori arriva dalla scelta degli indumenti giusti, preferendo capi realizzati in tessuti traspiranti, come le fibre naturali e il cotone 100%.

Questi materiali sono più delicati sulla pelle rispetto alla fibre sintetiche, in più favoriscono la traspirazione riducendo i fattori che causano un aumento della sudorazione, come avviene invece per i tessuti altamente isolanti.

Un accorgimento da non trascurare è l’utilizzo di vestiti puliti e una maggiore frequenza nel ricambio, cercando di sostituire gli indumenti a contatto con pelle più spesso possibile. Lo stesso vale per i vestiti troppo stretti, i quali possono favorire la formazione del sudore, quindi conviene scegliere capi più larghi e freschi cambiandosi anche una o due volte durante la giornata.

Come controllare il sudore e i cattivi odori con la dieta

Per quello che riguarda l’alimentazione, è raccomandabile per la propria dieta ridurre il consumo di una serie di cibi che possono intensificare l’effluvio ascellare, come le cipolle, l’aglio, gli asparagi, le fritture e i cibi ricchi di grassi.

Per gestire meglio la sudorazione è poi consigliabile seguire uno stile di vita sano, rispettando i principi di un’alimentazione variegata ed equilibrata, consumando posizioni adeguate di frutta e verdura.

Anche l’idratazione è importante per favorire una corretta diuresi, diminuendo invece il consumo di bevande come il caffè e il tè poiché stimolano il sudore e aggravano il cattivo odore.

“Strappare lungo i bordi”: la serie di Zerocalcare strappa emozioni

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Strappare lungo i bordi, la serie tv di animazione scritta e diretta da Zerocalcare, pseudonimo del celebre fumettista italiano Michele Rech, è diponibile su Netflix da mercoledì 17 novembre 2021.

Prodotta da Movimenti Production in collaborazione con la casa editrice BAO Publishing e composta da 6 episodi da circa 15 minuti ciascuno, Strappare lungo i bordi è la prima serie d’animazione di Zerocalcare, che ha annunciato così l’uscita della sua creazione.

Il trailer

La recensione

L’occasione che dà il via alla storia raccontata in Strappare lungo i bordi è un viaggio in treno da Roma a Biella. Zero e i suoi amici di una vita Sarah e Secco sono in partenza. Se volete sapere per quale motivo si recano nella provincia piemontese dovrete però guardare l’intera serie, perché la risposta è data solo nell’ultima puntata.

Ad ogni modo il viaggio è una cornice narrativa che fa da sfondo a un mondo più complesso, quello interiore del personaggio Zero che, attraverso il suo flusso di coscienza porta lo spettatore a scoprire la sua identità, le manie, le nevrosi, i difetti e le riflessioni sui massimi sistemi che ha fatto nel corso della sua vita.

Il racconto, utilizzando i flashback, si muove infatti su quattro linee temporali: l’infanzia di Zero, bambino che, pur consapevole dei propri limiti, non vuole deludere nessuno, dalla madre alla maestra; l’adolescenza del protagonista, giovane adulto che “manda cv” solo perché ci si aspetta che lui lo faccia; il presente e, infine, il tempo interiore.

In Strappare lungo i bordi il viaggio non è quindi semplicemente quello che i protagonisti compiono nello spazio, da Roma a Biella, ma soprattutto quello storico e interiore che li porterà a un’evoluzione intima del proprio sé e del modo di vedere il mondo, oltreché alla rivalutazione degli eventi e delle proprie convinzioni.

Zerocalcare è un grande narratore

La forza di Strappare lungo i bordi sta sia nel contenuto che nella forma.

La serie offre grandi momenti di ilarità e divertimento, per arrivare in un secondo momento a strappare letteralmente le lacrime, perché costringe lo spettatore alla riflessione su temi di un certo peso come il patriarcato e le differenze tra “maschi e femmine”; le dinamiche tra figlie e genitori; la vita e la morte.

Strappare lungo i bordi non ci parla solo dei tre protagonisti. Raccontando la storia di Zero, Secco e Sarah la serie racconta un’intera generazione, quella di chi, come me che scrivo, è nato negli anni Ottanta e che non è riuscito a “strappare lungo i bordi”, cioè a raggiungere obiettivi prefissati e/o socialmente accettati. Ci sono giovani per esempio che, come Sarah, hanno studiato tutta una vita per diventare insegnanti e che invece portano caffè per l’intera giornata in un posto “fuori dal raccordo anulare”. Ci sono studenti fuori sede che, alla fine del percorso universitario, non avendo trovato lavoro, sono dovuti rientrare a casa dei genitori vivendo una dolorosissima sensazione di fallimento e frustrazione.

Tutto questo densissimo contenuto è racchiuso in una densissima forma. Come dice lo stesso Zerocalcare su Instagram “gli episodi durano 20 minuti scarsi quindi in un’ora e mezza ve la siete levata dar cazzo”. Ogni episodio è breve e intenso. In pochi minuti lo spettatore si sente letteralmente sopraffatto dal senso delle immagini e non fa in tempo a metabolizzare il significato che si trova davanti all’episodio successivo. Michele Rech è molto abile nella scrittura, perché riesce ad alternare momenti divertenti e tragici; minuti di compressione emotiva e minuti di distensione; citazioni alte (come il mito della caverna di Platone) e citazioni pop (come la fusione tra due combattenti in Dragon Ball).

Per tutte queste motivazioni Strappare lungo i bordi è un prodotto culturale da non perdere assolutamente.

Valeria de Bari

Come scegliere l’assicurazione auto più adatta grazie al confronto dei preventivi

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La scelta di una buona polizza assicurativa per la propria auto è particolarmente importante, in quanto può permettere ad ogni automobilista di risparmiare delle cifre significative.

Queste possono anche raggiungere importi importanti, pari anche a diverse centinaia di euro all’anno, e di conseguenza è fondamentale avvalersi degli strumenti idonei per scegliere un’assicurazione auto adatta alle proprie necessità.

In questo quadro risulta particolarmente utile richiedere il calcolo di diversi preventivi per le assicurazioni auto, ovvero un’operazione semplicissima e veloce che permette di valutare simultaneamente molte proposte assicurative.

Al giorno d’oggi, infatti, i preventivi possono essere richiesti direttamente online, affidandosi a portali di comparazione come 6sicuro.it, che con un servizio alla portata di tutti agevola il confronto delle migliori assicurazioni auto attualmente disponibili sul mercato assicurativo.

Così facendo ogni persona ottiene una vasta gamma di possibilità e un numero di preventivi significativi che altrimenti non sarebbe possibile ottenere rapidamente. Il tempo necessario per recarsi nelle filiali delle compagnie, o anche per ottenere un preventivo attraverso ogni singolo sito internet, sarebbe infatti decisamente elevato.

Come richiedere i preventivi

Al giorno d’oggi, per procedere al calcolo dei preventivi sui migliori portali online è sufficiente inserire alcuni dati, tra cui quelli anagrafici e quelli della vettura e seguire la procedura guidata.

Per quanto riguarda le informazioni relative al veicolo, vengono richiesti:

  • Il numero di targa;
  • Il mese e l’anno di immatricolazione;
  • L’anno di acquisto;
  • La marca e il modello;
  • La cilindrata dell’auto;
  • L’allestimento e alimentazione;
  • La stima dei km percorsi ogni anno.

La compilazione di questi campi è davvero molto semplice, veloce e intuitiva. I dati inseriti serviranno poi al comparatore per offrire un numero elevato di preventivi, ottenuti consultando la banca dati di ogni singola compagnia assicurativa.

Uno di questi preventivi può poi essere acquistato senza nessuna spesa aggiuntiva per il servizio offerto dal comparatore. Ovviamente per l’automobilista non sussiste nessun tipo di obbligo nel procedere con l’operazione, in quanto si tratta di preventivi senza impegno.

La richiesta del preventivo è un’operazione molto veloce ma deve essere svolta con attenzione, in modo da compilare tutti i campi in maniera corretta. I dati sono molto semplici da trovare, in quanto sono sempre riportati all’interno del libretto di circolazione di ogni auto. In generale quindi questa rapida possibilità permette poi di concentrare la propria attenzione sulla scelta del preventivo migliore per le proprie esigenze.

Scelta del preventivo migliore

Nella scelta del preventivo migliore per le proprie circostanze è importante prendere in analisi vari aspetti. Il prezzo del premio annuo è sicuramente uno dei più importanti ma non è l’unico.

Altrettanto importanti sono, infatti, le cosiddette garanzie accessorie, ovvero i servizi opzionali che possono essere aggiunti alla polizza assicurativa. Questi includono anche delle coperture che possono rivelarsi particolarmente importanti in caso di sinistro, come ad esempio l’assistenza legale e il risarcimento per gli infortuni del conducente.

Altri servizi molto utili da aggiungere ad una polizza assicurativa possono essere l’assistenza stradale, soprattutto per chi fa spesso lunghi viaggi lontano da casa, e le coperture kasko o mini-kasko, in modo particolare per le auto nuove. Per chi invece vive in campagna o in montagna può essere utile ricorrere alla copertura per il rischio di collisione con animali selvatici, mentre nelle grandi città può risultare particolarmente valida la copertura contro gli atti vandalici.

In generale, è quindi molto importante ricordare che grazie al confronto dei preventivi è possibile non solo risparmiare cifre significative ma anche scegliere una polizza assicurativa realmente adatta alle proprie circostanze. Così facendo, sarà inoltre possibile evitare spese inutili, andando a sottoscrivere ed attivare soltanto delle coperture opzionali realmente utili per chi utilizza l’auto, sulla base delle sue abitudini e del contesto in cui vive.

“La voce della luna”: l’ultimo, poetico Fellini

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Titolo originale: La voce della luna
Regia: Federico Fellini
Soggetto e sceneggiatura: Federico Fellini, Ermanno Cavazzoni, Tullio Pinelli
Cast principale: Roberto Benigni, Paolo Villaggio, Angelo Orlando, Marisa Tomasi
Nazione: Italia
Anno: 1990

L’ultimo, delicato Federico Fellini. Poetico, spietato, forse il più bello. C’è un filo rosso che lega La voce della luna alle pellicole degli esordi, come un cerchio che si chiude saldando assieme ruoli e motivi del regista più cannibalizzato, soggetto ai moti di indifferenza della critica nostrana. In un’epoca ancora affetta da contenutismo, l’uscita dall’alveo della funzione referenziale suscita strali, accuse di insostenibile pedanteria legata al gioco dell’allusione, a un esercizio di stile vacuo e costantemente fuori misura. Fellini in realtà è un saldatore estetico. Ibrida melodie soavi che si richiamo a distanza – tutte sue, e solo sue, in un impasto di luci e ombre.

Tradurre l’incomunicabilità

L’accusa di nostalgismo, di una piccineria borghese e spicciola, divide lo sguardo parziale – ideologicamente orientato – da quell’espressionismo visivo che è cifra nascosta del nostro autore, come a voler ingabbiare il suo istinto monstre, lo sforzo creativo provocato dal riflettere sul tempo e sulla storia, al di là delle barriere, dei pre-testi della tradizione.

Con La voce della luna torna il Fellini della provincia, capace di compiere e torcere il Poema dei lunatici di Ermanno Cavazzoni (coinvolto nella sceneggiatura insieme a Tullio Pinelli) per affrontare di petto la melma dell’odierno benessere, il rumore assordante dell’incomunicabilità. Per farlo ingaggia due attori di livello, i comici più amati dal pubblico italiano: Roberto Benigni e Paolo Villaggio. Ogni tratto del loro essere – dal carattere istrionico alla beceraggine d’antan – subisce un’evoluzione. Non uno strepito, non un filo di eccesso. Nelle mani del cineasta gli interpreti assumono forme nuove, più misurate e melanconiche, come tracce di un mondo altro, all’apparenza smarginato.

Di vagabondi e pazzi

Ivo Salvini (Benigni), un po’ Pinocchio e un po’ Leopardi, sente da sempre la voce della luna, un richiamo già udito, sfibrato, eppure carico di tremori. È un sognatore ‘sbandato’, posto ai margini della società come l’ex prefetto Adolfo Gonnella (Villaggio), paranoico compagno di viaggio con l’ossessione della vecchiaia. I due si incontrano a metà strada, in un percorso privo di meta che ben ricorda quello dei Vitelloni (1953), con l’andamento picaresco ri-declinato in chiave ‘interiore’, laddove il topos del flâneur torna alle origini baudelairiane, a un’idea di viaggio come penetrazione dell’animo umano, delle persone con cui dividere un frammento dell’esistenza.

Il vagabondare di Ivo è puntellato da figure in margine alla norma, individui colti nel momento della frattura, dello scarto fra questi e il mondo: l’oboista autorelegatosi nel loculo di un cimitero, l’uomo che siede sui tetti tra le antenne, i fratelli svitati intenti a catturare la luna per infilarla in un granaio. Tutti con un carico di pesi e angosce (sentimentali, anche, come dimostra la vicenda di Nestore, lasciato dalla procace moglie – modello Gradisca – per un motociclista di passaggio), tutti costretti all’esilio del quotidiano, nell’infinita gamma di sfumature di una sola alienazione: quella prodotta dal nuovo progresso.

Tv, pubblicità, frastuono

C’è Pasolini in controluce, i drammi della mutazione e dell’ossessione identitaria, persino l’«illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale». Tuttavia, la Rivarolo del film è epitome dell’«“Italietta” […] piccolo-borghese, fascista, democristiana», ormai avviata al trionfo berlusconiano tra spettacoli, fanfare, nani e ballerine. La televisione come strumento di persuasione, di ‘docile’ livellamento collettivo, è un magma visivo e acustico cui si approssima un reale fantasmagorico e opaco, sordo alle voci di fondo, assuefatto all’erosione della tridimensionalità storica.

L’Ivo-Benigni cerca la luna nei pozzi, là dove finiscono le rimozioni, i desideri, il senso di colpa della gente comune. La sua diversità, come quella di Gonella, permette la diffrazione del racconto dominante, rovescia le consuetudini di un mondo ‘normale’, intossicato dal cortocircuito tra realtà e modelli finzionali. Emblematica, in tal senso, la scena della luna con il volto dell’amata Aldina (Nadia Ottaviani), che nel dialogo con Ivo si schiarisce la voce per urlare, d’improvviso, un aggressivo “Pubblicità!”, come a marcare il ruolo di un pessimo ‘antropocentrismo’, causa – e a sua volta effetto – del massacro sulla natura.

L’Italia a pezzi

L’Italia di Ivo e Adolfo è sfilacciata, non ha più un nucleo, una cifra, una connotazione pseudo ‘politica’. Sono lontani i tempi della memoria viva, del romanzo popolare alla Amarcord (1973) o dello pseudo cosmopolitismo della Dolce vita (1960). Tutto è rumore, caos, manifestazioni scomposte, come la sagra della Gnoccata (con aspiranti al titolo di “Miss Farina”) e i ritmi infernali della disco dance.

In questa prospettiva La voce della luna è un film di contrasti, giocato sullo squilibrio tra la babele acustica e le esili voci colte da Ivo – certo del dono del silenzio, del fragile e (in)utile viatico per la ri-comprensione del mondo.

Tre motivi per vedere il film

  1. Le prove di Villaggio e Benigni, epurati delle scorie machiettistiche
  2. L’atmosfera onirica e sospesa
  3. Le musiche di Nicola Piovani

Quando vedere il film

Dopo aver visto (e rivisto) l’intera filmografia di Fellini. Sarà più facile cogliere i riferimenti, l’intertestualità ricercata.

Riferimenti bibliografici

Pier Paolo Pasolini, Lettera aperta a Italo Calvino: Pasolini: quello che rimpiango, in “Paese Sera”, 8
luglio 1974.

Ginevra Amadio

Hai perso l’ultimo cineforum? Eccolo per te!

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

Quanto è difficile imparare a suonare la chitarra?

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Indubbiamente oggi ci sono tante persone, molte delle quali anche giovani, che hanno voglia di imparare a suonare la chitarra. Si tratta di uno strumento che attira tanto e che non è certo difficile da imparare a suonare. La cosa fondamentale è avere la giusta dose di forza di volontà e impegno, così da potersi dedicare con una certa costanza a questa attività e allenarsi così da vedere i risultati. D’altronde si parla di uno strumento musicale che richiede una buona conoscenza di accordi, note musicali, spartiti, oltre alla capacità di avere il cosiddetto ‘orecchio musicale’, capace perciò di abbinare alla perfezione il suono della chitarra al testo di una canzone. Si può comunque affermare che tutti possono imparare a suonare la chitarra senza dover aspettare per forza tempi lunghissimi.

Come fare gli accordi con la chitarra?

Uno degli elementi fondamentali per poter utilizzare al meglio la chitarra e ottenere un suono che possa essere quanto più armonioso possibile è quello degli accordi. Imparare perciò a farli diventa qualcosa di basilare al fine di poter suonare la chitarra, in base al tipo di canzone o testo che si voglia scegliere. La cosa importante che serve sapere è che bisogna avere una certa manualità, muovendo in maniera accurata e sempre molto precisa le dita sulla stessa. Uno degli accordi che viene considerato particolarmente complesso da eseguire, soprattutto quando si è agli inizi con l’imparare a suonare la chitarra, è senza dubbio il barré. In questo caso serve una certa manualità e bisogna disporre le dita in maniera precisa così da ottenere un accordo che per molti è segno di una buona capacità di suonare questo strumento.

Quale chitarra scegliere per iniziare?

Uno degli strumenti migliori per iniziare a suonare la chitarra è senza dubbio quella classica. Questa ha delle caratteristiche che sono particolarmente utili per chi ha voglia di imparare. In particolare, si deve considerare che dispone di corde in nylon, un materiale che provoca meno dolore alle dita rispetto a quelle in metallo. Le corde della chitarra classica, inoltre, sono maggiormente distanziate, per cui soprattutto chi non ha mani proprio piccole potrà trovarsi molto bene. Non mancano coloro che si lasciano incuriosire molto dalla chitarra elettrica, soprattutto tra i più giovani: questa è senza dubbio più semplice da suonare, anche perché basta solo toccare le corde che emetterà un suono. Infatti, imparare a suonare prima la chitarra elettrica potrebbe voler dire che se si vuole passare a quella classica non è detto che non si trovino difficoltà. Serve infatti una manualità maggiore e anche più allenamento. Ovviamente, nulla vieta che chi vuole suonare prettamente quella elettrica, non possa iniziare da questa, senza toccare proprio quella classica.

Quanto costa una chitarra?

La scelta di chitarre è sicuramente molto ampia e in commercio se ne possono trovare svariate tipologie. Come evidente sull’ecommerce Merula, sarà semplice per chiunque trovare quella più adatta alle proprie esigenze. Per quanto concerne la chitarra classica, ideale per chi deve iniziare, si parla di un costo che varia dai poco meno di 100 euro, fino ad arrivare addirittura ai 1500 euro. La variabilità è legata anche ai materiali utilizzati. Mentre quella elettrica va da 120 euro fino ai 3000 euro, anche in questo caso con materiali diversi e svariate funzioni aggiuntive in più.

“La Divina Commedia” firmata Go Nagai

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Come omaggiare Dante per i 700 anni dalla sua morte con il nostro bookclub dei Postumi Letterari? Potevamo leggere integralmente la Divina Commedia oppure optare per una rivisitazione. E così abbiamo fatto scegliendo come lettura del mese, il manga omonimo firmato da Go Nagai e pubblicato in Italia da Edizioni BD. Ho pensato che fosse il modo migliore per capire come questo intellettuale ha plasmato non solo la nostra letteratura, ma anche l’immaginario di autori internazionali a distanza di secoli.

Trattandosi di una rilettura, possiamo facilmente considerare La Divina Commedia di Go Nagai come un cocktail rivisitato. Non parliamo della rivisitazione di un cocktail qualsiasi, ma di un grande classico come il Mojito. La ricetta è quella nota – rum, zucchero di canna, lime, soda -, ma al posto della menta viene messo un altro ingrediente, un limone per esempio. Ebbene, il nuovo mix può anche risultare molto gradito a chi lo beve, ma non è un Mojito.

Il manga dell’autore giapponese è di per sé notevole, ma può essere apprezzato solo non pensando alla Commedia nostrana, almeno non in tutta la sua complessità.

Audio Recensione

La Divina Commedia di Go Nagai: trama

Go Nagai – nome d’arte di Nagai Kiyoshi -, classe 1945, è tra gli autori di manga più noti al pubblico internazionale. Con il suo lavoro ha rivoluzionato temi e narrazioni del mondo manga e anime. È lui ad aver introdotto l’erotismo nei manga per ragazzi ed è sempre lui il primo a dare inizio ai racconti dei mecha, enormi robot pilotati.

Dante e la sua Commedia hanno da sempre affascinato l’autore. Da piccolo, aveva una copia dell’opera in casa con le illustrazioni di Gustave Doré. Ne rimase immediatamente affascinato tanto che quelle immagini e quei concetti gli servirono per scrivere e disegnare Mao Dante (1971) e Devilman (1972). Nel 1994, nel pieno della sua maturità artistica, decise che era arrivato il momento di andare oltre la semplice ispirazione e di trasformare i versi di Dante in vignette.

In tre volumi (oggi raccolti in un’edizione omnibus), Go Nagai ripercorre il viaggio di Dante nel mondo ultraterreno, un viaggio voluto da Dio per portare un messaggio di speranza agli uomini e alle donne della Terra. Grazie a Virgilio e a Beatrice, Dante ha modo di conoscere anime di dannati e di santi che, di volta in volta, gli mostreranno come comportarsi. Inoltre, apprenderà importanti verità teologiche imparando a dare il giusto valore alle cose terrene e spirituali.

Un’ascesa verso la luce che è allo stesso tempo un incontro con una nuova parte del proprio Io, più puro, ideale e pronto a essere salvato. Tutto questo è ciò che ci racconta Go Nagai. Ed è la stessa cosa che ci ha raccontato Dante. Un viaggio verso la salvezza che può tranquillamente descrivere la vita di ognuno di noi, individualmente e come comunità.

Manga e poema: potenza visiva vs potenza della parola

Il manga ha una potenza visiva impressionante.

Il grande merito di questa trasposizione è proprio quello di aver dato corpo alle parole di Dante di loro già cariche di forza espressiva. Sfogliando le pagine, più volte si rimane incantati dai disegni che restituiscono pienamente l’orrore e la violenza dell’Inferno, la beatitudine e la serenità del Paradiso. Molte tavole sono delle vere e proprie riprese delle illustrazioni di Doré e questo non fa che arricchire ulteriormente l’opera.

Ciò che funziona meno sono proprio i dialoghi, anche se mi rendo conto che sono una giudice un po’ di parte vista la mia conoscenza e predilezione per la Commedia dantesca. Leggendo questo manga, mi sono resa conto di quanto sia fondamentale lo stile per qualsiasi opera. I versi di Dante sono potenti e significativi proprio perché sono scritti in quel modo. Qualsiasi loro traduzione o riproposizione rischia di banalizzare il testo. Succede spesso con le vignette della Divina Commedia. I temi che Dante affronta per bocca dei suoi personaggi alle volte risultano poco d’impatto. Questo avviene per diversi motivi. Innanzitutto, dobbiamo pensare che stiamo leggendo la traduzione di una traduzione. La lingua giapponese funziona in maniera molto diversa dalla nostra e nei vari passaggi di trasposizione le sfumature si perdono. La colpa non è di nessuno, men che meno dei traduttori. Bisogna però rassegnarsi al fatto che per apprezzare veramente qualcosa si deve avere la versione originale.

Cultura e genere dell’opera sono altre motivazioni che avranno portato Go Nagai a cambiare alcuni aspetti del testo originale. È probabile che il suo intento fosse quello di rendere la Commedia più comprensibile e leggibile al pubblico giapponese e internazionale. Non sono presenti le allegorie e di molti personaggi non viene approfondita la storia o il tema che porta con sé (legati al mondo medievale di Dante). Tuttavia, non mi è sempre chiaro il criterio di selezione di Go Nagai. Ad esempio, non capisco perché il personaggio di Ulisse non venga raccontato come nel XXVI canto dell’Inferno visto che il dubbio se possa esistere un limite alla conoscenza è ancora oggi oggetto di dibattito.

Un’altra cosa che trovo poco comprensibile è la scelta di collocare Virgilio in Purgatorio invece che nel Limbo. So bene quanto possa apparire incoerente la decisione di Dante di collocare nell’Inferno l’anima di un poeta per lui modello e guida, ma tutto rientra nella sua visione del mondo: non c’è vita al di fuori della religione cattolica e l’unica salvezza per l’umanità deriva da Dio.

Il confronto tra le due opere non può di certo vedere vincitore Go Nagai. Dante, per me, non si batte ma questo non significa che il suo manga non sia interessante.

La Divina Commedia: lo stile di Go Nagai

La differenza principale tra i due testi è di tipo stilistico. D’altra parte, si tratta di generi diversi e di autori diversi che compiono scelte differenti. Con quelle di Go Nagai non sempre mi trovo d’accordo.

Mi ha fatto molto ridere rendermi conto di quanti capitoli all’interno del volume fossero dedicati all’Inferno e quanti agli altri due mondi ultraterreni. Basta dire che mettendo insieme le tavole del Purgatorio e del Paradiso si arriva comunque a un numero più basso di quelle dell’Inferno. D’altra parte, la prima cantica è quella che ha sempre avuto più successo. Come mai? Ci piacciono i cattivi ragazzi? Forse. La perfezione è difficile da raggiungere e, di conseguenza, da accettare. Tuttavia, la vera motivazione va ancora una volta cercata nello stile. Il Paradiso di Dante è molto complesso. Il registro linguistico si eleva e si affrontano argomenti di natura teologica. Di conseguenza, è sempre stato meno apprezzato e conosciuto.

Il Paradiso di Go Nagai si conclude al settimo cielo con la visione della Luce (Dio). Nonostante il tema dell’amore sia decantato anche qui, tutto appare un po’ troppo riassunto, poco d’impatto e anche (a mio avviso) poco sensato.

Se è vero che nella poesia vanno giudicati i versi, nel manga bisogna partire dai disegni. E questi nella Divina Commedia sono davvero belli. Da quel punto di vista, Go Nagai è bravo. La rappresentazione dei corpi femminili – sebbene rispecchi uno standard dei manga – non incontra particolarmente il mio gusto. Ci sono donne punite nell’Inferno con seni che sembrano rifatti e con espressioni più di godimento che di dolore.

I manga didascalici

In Giappone trasformare i grandi classici della letteratura occidentale in manga è un’operazione abbastanza comune.

È un modo trovato dagli editori per far conoscere ai giovani le opere di autori occidentali importanti poco noti a quella fascia d’età. Oltre alla Divina Commedia di Go Nagai, sono stati resi manga anche I Miserabili di Victor Hugo, Il Rosso e il Nero di Stendhal e Il Capitale di Karl Marx.

Anche in questi casi assistiamo a delle versioni ridotte alla forma essenziale, ma utili per conoscere dei capolavori che altrimenti resterebbero ignorati.

Chi dovrebbe leggere La Divina Commedia di Go Nagai

La Divina Commedia di Go Nagai è perfetta per il pubblico adolescenziale. In questo modo, le scene lette in classe si possono vedere e ci si forma un’immagine più chiara nella testa. Inoltre, molti e molte giovani sono appassionati di manga, quindi sicuramente hanno più familiarità con questo genere che con i versi.

Consiglio la lettura anche a chi è più grande e ha una conoscenza scolastica della Commedia. In questo modo, si può scoprire chi e cosa c’è al di là dei personaggi più noti.

La lettura del prossimo mese

Durante il prossimo mese, ci dedicheremo alla lettura di Possiamo salvare il mondo prima di cena di Johnathan Safran Foer. A metà tra un pamphlet e un romanzo, questo libro parla della crisi climatica con uno straordinario impatto emotivo. Un tema attuale, importante, che mi incuriosisce e che ci tengo a condividere con voi.

Per partecipare al nostro bookclub, non devi far altro che leggere il libro entro il 19 dicembre 2021.

Federica Crisci

La moda minimal del ‘less is more’

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Il minimalismo, agli estremi opposti del massimalismo, nasce come reazione all’opulenza degli anni ’80.

Questo stile è figlio della Minimal Art, una tendenza artistica caratterizzata da forme semplici e geometriche, dalla sottrazione del superfluo, da strutture modulari e seriali e dall’uso di materiali della tecnologia industriale. In merito ai colori, parliamo di bianco, nero, pochissimi neutri. Gli anni ’80 avevano imposto una donna che non aveva paura della propria sessualità: erano gli anni di Versace, di Lacroix, dei macro volumi e del make up intenso.

Un certo stile sfacciato e sexy, però, non era per tutti: inizia Armani a offrire un’alternativa. Parte dalle collezioni uomo, destrutturando le giacche, eliminando il colletto dalle camicie, diminuendo il numero dei bottoni, immaginando un uomo sempre più zen, con il rigore e la linearità di un giapponese.

Gli stilisti giapponesi, nel frattempo, sublimano la loro capacità di designer interpretando un’esigenza della società, ben lontana ormai da fiocchi, rouches, minigonne e golori pop. Rei Kawakubo, fondatrice di Comme des Garcons, porta una ventata di austerità fin dalla metà degli anni ’80, inizialmente apostrofata come Hiroshima chic, la sua visione della moda apre la strada al minimalismo di Watanabe -suo allievo- e a quelli che verranno dopo.

Nel frattempo in Europa, il businessman Helmut Lang, non riuscendo a trovare abiti che gli piacessero, iniziò a disegnarli da solo, diventando uno stilista e un’icona. Prada acquisirà il gruppo alla fine degli anni, irresistibilmente attratta dalla medesima vocazione minimal. Linee pulite, altamente strutturate, abiti senza tempo. Chi ha comprato un biker jeans di Lang negli anni ’90, sicuramente ancora lo ha nell’armadio e lo indossa fieramente.

In Italia, Miuccia Prada nei primi anni del 2000 fa una sfilata memorabile. Una parte della borghesia milanese non si identifica più nelle opulente collezioni di Versace, Cavalli et similia, indossate da un certo establishment. Vuole una svolta francescana, sobria, che possa rispecchiare i valori in cui si identifica: serietà, dedizione al lavoro, alla famiglia, alla cultura.

Cos’è quindi la moda minimal?

Le linee pulite, severe, senza orpelli e gli abiti senza fronzoli di Prada sono la quintessenza del minimal chic, corrente che tuttora veste migliaia di donne in tutto il mondo, convinte che la sostanza conti più dell’apparenza e che un pezzo strutturalmente impeccabile senza artifici risplenda di luce propria.

Micaela Paciotti

Hai perso l’ultima pillola di moda? Eccola qui

Che birra prendo? Prontuario della birra artigianale

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Eccoci, il cameriere ha appena finito un elenco lunghissimo di birre artigianali, di cui la più semplice è un rarissimo esemplare fatto di estratti di erbe lavorate in un monastero lassù sulla montagna da monaci trappisti che si tengono nel mentre su una gamba sola e che costa quanto tre birre industiali e tu ti ritrovi a pensare: ma non sarà meglio un Peroncino?

Perché questo non accada più, ho pensato di comporre una piccola guida da principiante a principiante per spiegare, almeno un poco, un mondo assai complesso- ricco di sentori, sapori e colori non meno di quello enologico- spesso sottovalutato e considerato ancora come un circuito del tutto marginale.

Introduzione agli stili

Lo stile identifica le principali caratteristiche di una birra, di un sidro o di un idromele. Subito brutte notizie: gli stili cambiano nel tempo, possono non essere univoci, possono non essere ovunque riconosciuti; un po’ come le scale di Harry Potter: a loro piace cambiare. Motivo per cui mi atterrò solamente agli stili principali che potrete usare per fare la figura dei geek quando sarete in birreria con gli amici.

Prima vi do una macro-nozione: le birre si classificano in birre ad alta e bassa fermentazione; Durante la fermentazione, i lieviti mangiano gli zuccheri e lo trasformano in alcool. Quelle a bassa fermentazione, le Lager, usano lieviti che si attivano attorno ai dieci centigradi e svolgono il processo sul fondo del fermentatore mentre le altre, le Ale, usano lieviti che si attivano a temperatura più alta e, quello che rimane tende a risalire verso l’altro . Aggiungete un altra piccola categoria, quella delle birre a fermentazione spontanea, le Lambic, dove il preparato viene semplicemente esposto all’aria: il risultato è un sapore decisamente acido.

I principali stili descritti

  1. Pills: è la birra chiara per eccellenza. Una birra che si direbbe normale. Chiara, Luppolata, frizzante.
  1. Saison: la birra estiva. Sono birre ad alta fermentazione, molto frizzantine, dal gusto secco e alle volte un po’ agrumato. E’ una birra ricca di sentori per via dei malti e delle spezie utilizzate, tra cui anche il pepe.
  1. Blanche: questa è riconoscibile facilmente a causa del colore più chiaro delle altre- lo dice il nome- e quasi opalescente. Ciò avviene perché viene usato malto e frumento: le proteine di questo, assieme al lievito, le conferiscono il suo colore. Inoltre, così facendo, la maturazione della birra continua anche dopo l’imbottigliamento. Sono birre leggermente acide, speziate e poco alcoliche.
  1. Ipa: nome completo indian pale ale. E ’quindi una birra ad alta fermentazione, pallida. Può avere un colore da ambrato sino ad un rame, e il sapore è amaro a causa del luppolo. In una Ipa fatta bene dovrebbe essere distinguibile alla lingua anche il malto, seppur in posizione meno prevalente rispetto al luppolo.
  1. Apa: nome completo invece è american pale ale. La traduzione è come sopra. Le caratteristiche sono simili all’ipa, malto, luppolo, agrumi. Inoltre è una birra su cui facilmente si può giocare aggiungendo ingredienti e creando sfumature diverse.
  1. Bock: il nome è la storpiatura di Einbeck ossia caprone, che spesso campeggia sulle etichette. E’ una birra a bassa fermentazione dal colore scuro, che va dal ramato intenso al marrone. E’ una birra non amara, quasi dolce al primo sorso per via del malto. Da provare nella variante della doppelbock: è una bock doppia quindi ci dobbiamo aspettare a tutti gli effetti una bock per due, dal grado alcolico più alto, al colore scuro con riflessi rubino.
  1. Porter: E’ una birra scura ad alta fermentazione. Gli aromi e il gusto tendono al cioccolato e alle noci. Sarà quindi uno stile, con i suoi toni caldi, particolarmente adatto all’inverno, simile alle Stout.
  1. Stout: anche queste sono birre scure, abbastanza delicate e moderatamente frizzanti. Hanno sentori che vanno dal cioccolato al caffè, con qualche tono di cacao.

Messi i capisaldi, non vi resta che provarli tutti. Cheers!

Serena Garofalo

Metropolis: il saggio di Ben Wilson è edito da Il Saggiatore

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Nel catalogo de Il Saggiatore è ora disponibile Metropolis. Storia della città, la più grande invenzione della specie umana, un libro in cui Ben Wilson, storico e ricercatore dell’Università di Cambridge, spiega cosa è la città.

Come lo stesso autore specifica all’interno della sua dichiarazione di intenti nell’Introduzione al saggio:

Metropolis non parla solo di edifici grandiosi o pianificazione urbanistica: parla delle persone che vanno a vivere nelle città e dei metodi che escogitano per adattarsi a sopravvivere nella pentola a pressione della vita urbana. Non significa che l’architettura non sia importante: l’elemento che è al cuore della vita urbana, e di questo libro, è l’interazione tra l’ambiente edificato e gli esseri umani.

Partendo da Uruk, antica città della Babilonia meridionale, le cui origini vengono fatte risalire al 4000 a.C, passando per Harappa, Atene, Alessandria, Roma, Baghdad, Lubecca, Lisbona, Amsterdam, Londra, Chicago, Parigi, New York, Varsavia, Los Angeles e Lagos, Wilson dimostra la tesi secondo cui le città non sono semplicemente uno spazio fisico fatto di strade, edifici e quartieri bensì organismi vivi che nascono, crescono, si modificano e a volte scompaiono.

Ben Wilson ci porta in un tour esilarante di più di venti città, attraversando un arco temporale di seimila anni, esaminando gli effetti positivi e negativi di quella che probabilmente è la più grande invenzione dell’essere umano: la città.

Le città sono luoghi che permettono le connessioni tra individui e, di conseguenza, sono posti in cui gli esseri umani godono di più servizi rispetto a chi vive nelle aree rurali. Con l’urbanizzazione aumentano l’aspettativa di vita, le opportunità, i comfort materiali, le scoperte scientifiche. Allo stesso tempo le città offrono anche l’anonimato e con esso un tipo di libertà che fa appello agli istinti più primitivi dell’uomo come il materialismo e il sesso.

La domanda che sorge spontanea è: “Un’utopia urbana è quindi possibile?”.

Metropolis, la recensione

Ben Wilson conduce il lettore in un viaggio spazio-temporale avvincente in cui propone da un lato un ripasso di nozioni storiche apprese in ambito scolastico, dall’altro la scoperta di curiosità e una riflessione filosofica sugli eventi che hanno caratterizzato l’invenzione e la crescita delle città.

Sappiamo tutti che al cuore della civiltà greca, per esempio, c’è la polis, termine che può essere tradotto con “città-stato”.

La polis era una comunità politica, religiosa, militare ed economica di cittadini (maschi) organizzati nel quadro di un contesto urbano. […] Il mondo greco non era un impero centralizzato, era una civiltà composta da centinaia di poleis autonome. […] Erano luoghi dove venivano messe alla prova varie teorie sul modo migliore di vivere la città. […] Questa fase di intensa sperimentazione in un gran numero di laboratori urbani gettò le basi del pensiero politico.

Ben Wilson va oltre questa conoscenza condivisa proponendo una riflessione profonda sulla differenza tra spazio privato e spazio pubblico e sull’evoluzione che quest’ultimo ha avuto passando dall’essere il posto dove si riuniva l’energia collettiva della città al diventare oggi quasi un luogo di controllo sociale.

In generale Wilson prevede un futuro desolante per le città tecnologiche dei prossimi anni, che potrebbero assomigliare a delle paludi piene di grattacieli che riciclano denaro; centri logistici pieni di robot che riforniscono le megalopoli di beni prodotti a minor costo; sistemi di video-sorveglianza che permettono di monitorare ogni singolo movimento. La cosiddetta ubiquitous city, la città onnipresente tempestata da sensori collegati a un computer centrale che funziona come cervello di questo organismo pulsante, è una conseguenza diretta degli eventi dell’11 settembre.

Ma come si arriva a questo punto? Per scoprirlo dovrete leggere Metropolis. Storia della città, la più grande invenzione della specie umana un libro intrigante, profondo e riflessivo. La sua lettura è fortemente consigliata.

Valeria de Bari

Yara: il giallo fa il giro del mondo su Netflix, ma la protagonista non è lei

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Marco Tullio Giordana porta su Netflix il giallo di Yara Gambirasio, la tredicenne scomparsa nel Brembate e ritrovata morta tre mesi dopo a dieci chilometri da casa.

La scomparsa di Yara Gambirasio

Era il 2010. Yara esce dalla palestra, deve fare pochi metri per raggiungere casa. A casa non ci torna, però. Si esclude la fuga – è una ragazza serena – e si inizia a pensare ad un rapimento. Si aprono le indagini.

Il suo cadavere è adagiato su un campo quando lo trova per caso un aeromodellista: è morta di freddo Yara, dopo essere stata ferita atrocemente. Segni di abusi sessuali non ce ne sono, ma il DNA trovato sui suoi indumenti diventerà la chiave per trovare e arrestare l’ignoto 1, ovvero Massimo Bossetti, ancora oggi condannato all’ergastolo.

Il film, però, è su Letizia Ruggeri

Yara è protagonista solo apparente del suo film. I riflettori sono puntati sull’indagine condotta dal pubblico ministero Letizia Ruggeri, interpretata da Isabella Ragonese. Il filo narrativo ondeggia tra la lettura fuori campo del diario di Yara e la vita di Letizia, sia privata che pubblica. Vediamo il pubblico ministero affrontare il caso sia nelle vesti di madre che empatizza con la famiglia di Yara, sia come donna vittima di discriminazione sul posto di lavoro. Le sue scelte sono poco credibili, i suoi metodi troppo poco ortodossi. Ruggeri non è ritenuta all’altezza del ruolo, “deve essere affiancata”.

Nella pellicola, ciò che viene sottolineato, è proprio la forza di Letizia e la sua volontà a risolvere questo caso per dare una risposta alla famiglia Gambirasio. Non c’è spazio per offrire reale risalto alla dinamica che ha generato il misfatto: si ipotizza che Yara conoscesse di vista Massimo, come può succedere nelle piccole realtà, e che sia salita sul suo furgoncino – in quel lontano 26 novembre – per tornare prima a casa. Giusto un’ipotesi: poche immagini si soffermano su questo dettaglio, perché ancora oggi nessuno sa la verità, a parte l’assassino. Quindi non c’è spazio per la versione di Massimo Bossetti (interpretato da Roberto Zibetti), che arriva giusto verso la fine del film, per dichiararsi innocente.

Yara è sicuramente un film ben interpretato dalla sua protagonista, che però non è Yara. Probabilmente ricostruire questa storia non è stato facile, e focalizzarsi sul punto di vista dell’eroina – in questa sede Letizia Ruggeri – era il modo più semplice per offrire una versione dei fatti che si prestasse alla resa cinematografica: trovare il colpevole e sbatterlo in prigione. I buoni hanno vinto, il caso è chiuso. In questa caccia all’uomo, però, non è possibile intravedere né il profilo di Yara – che sembra una bambolina di pezza messa a caso nel film – né tanto meno quello di chi è stato dichiarato colpevole della sua morte. L’abbozzo a matita di Bossetti è davvero troppo veloce.

Un titolo errato?

Le polemiche non sono mancate, naturalmente, da tutte le parti: i genitori di Yara hanno affermato di essere stati contattati dal regista verso la fine delle riprese, mentre la difesa di Bossetti dichiara che ci siano molte incongruenze con la realtà dei fatti. Tali imprecisioni porterebbero a rafforzare la posizione di colpevolezza di Bossetti, indicando – ad esempio – orari sbagliati per le celle agganciate dal suo telefono e suggerendo abitudini pedopornografiche che sarebbero state negate dagli avvocati.

Non posso entrare nel merito di queste scelte, ma un’imprecisione l’ho trovata anche io. Il caso di Yara sta facendo il giro del mondo dopo undici anni dalla sua morte. La memoria è doverosa, ma come dobbiamo intendere questo omaggio cinematografico? Sicuramente un titolo differente avrebbe avuto meno seguito, ma decisamente più senso.

Alessia Pizzi