Oscar nella storia: i migliori film vincitori secondo la redazione

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Il premio Oscar, il più ambito della storia del cinema, nasce nel 1929, quando Douglas Fairbanks, presidente dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences (AMPAS) e il direttore William C. DeMille, assegnarono, in un party privato per 270 invitati tenutosi nel Roosevelt Hotel di Hollywood, le prime statuette.

Il premio, però, venne chiamato Oscar solo nel 1931 quando la bibliotecaria dell’AMPAS nel guardare la statuetta raffigurante un uomo con in mano una spada da crociato in piedi sulla bobina di un film avrebbe esclamato: «Sembra proprio mio zio Oscar!».

La statuetta realizzata in bronzo dallo scultore George Stanley e rivestita in oro da Alex Smith fu consegnata per premiare il miglior film, la migliore qualità artistica della produzione, la migliore regia per film drammatico e per film brillante, il migliore attore e la migliore attrice, la migliore sceneggiatura originale e non originale, la migliore fotografia, la migliore scenografia, i migliori effetti tecnici e migliori didascalie (ci troviamo, ancora per poco, in un momento storico in cui il cinema è muto).

Le categorie di premiazione subiranno diversi cambiamenti nel corso degli anni e rifletteranno l’evoluzione tecnica, sociale e culturale dell’industria cinematografica.

Oggi, come ieri, il premio più ambito è l’Oscar al miglior film, che dovrebbe essere vinto dal miglior prodotto cinematografico considerato nella sua interezza e valutato a trecentosessanta gradi.

Questo premio infatti è l’ultimo ad essere annunciato ed è considerato il premio più prestigioso della notte degli Oscar.

I Consigli di CulturaMente

In attesa degli Oscar 2021 vi offriamo una panoramica dei “migliori film” nella storia amati dai redattori di CulturaMente.

Ginevra vota Il braccio violento della legge e Balla coi lupi

Il braccio violento della legge – Oscar al Miglior Film 1972

Cinque statuette (miglior film, regia, attore protagonista, sceneggiatura, montaggio) e un titolo assurto a modulo locutivo. Il braccio violento della legge di William Friedkin esce nel 1971 inserendosi, a pieno titolo, nel filone gangster già virante all’ibridismo. Ispirato a una vicenda reale (il traffico di droga tra New York e Marsiglia scoperto da due investigatori statunitensi), l’opera consacra Gene Hackman all’altare del grande cinema, assommando nel suo Jimmy ‘Papà’ Doyle i tratti caratteristici dell’agente a-tipico: rudezza, vizio dell’alcool, passione per le donne, modi istintivi. Ad affiancarlo l’egregio Buddy Russo, interpretato dal più misurato Roy Schneider, spalla e contrappunto di un sodalizio ben orchestrato. Sulle tracce del trafficante francesce Alain Charnier (Fernando Rey), i due consumano – e assumono – i vizi di una società assuefatta; la violenza, sottolineata dalla New York livida, piatta, viaggia in parallelo alla torba dei personaggi, individui anonimi, sbandati, malviventi ciondolanti tra una bettola e un bar.

Al centro, la riflessione sull’ossessione, sulla mente umana come punto deflagrazione: «Mi interessa raccontare stati umani al limite della pazzia – dichiara Friedkin – voglio raccontare momenti estremi, questo sì e «documentare» in un certo senso quello che accade all’animo umano […] è la tensione che si instaura tra qualunque tipo di essere umano costretto a guardarsi le viscere in un momento in cui non ha più schermi».

Balla coi lupi – Oscar al Miglior Film 1991

Sette premi Oscar (miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale, migliore fotografia, miglior montaggio, miglior sonoro, miglior colonna sonora drammatica) per il capolavoro diretto, prodotto e interpretato da Kevin Costener. Uscito nelle sale nel 1990, Balla coi lupi è la trasposizione ‘compiuta’ dell’omonimo romanzo di Michael Blake, anche autore della sceneggiatura. Questa preziosa collaborazione fa sì che l’opera, lungi dal porsi come mero adattamento, si configuri piuttosto come una traduzione visiva, interamente giocata sulla sovversione dei paradigmi.

Ambientato nel 1863, durante la guerra di secessione, il film narra la storia dell’ufficiale John Dunbar (Kevin Costner), tenente dell’Esercito Unionista ‘corteggiante’ il suicidio. Spedito in Nebraska per curarsi una ferita, finisce nell’avamposto più remoto dello Stato, la base di Fort Sedgewick in stato di abbandono. A fargli compagnia il cavallo Cisco e un lupo – Due Calzini – che lo osserva dalle praterie, riconoscibile per le particolari zampe bianche. Qui, in quest’angolo di mondo, avviene l’incontro ‘fatale’: Alzata con Pugno (Mary McDonnell), donna bianca adottata da una tribù Sioux, lo instrada alla vita dei nativi, svelando – con grazia e passione – l’orrore del genocidio bianco. Dopo uno scontro con gli ex-commilitoni, Dunbar cancella definitivamente il suo passato diventando Balla Coi Lupi, nome riflettente l’alchimia con Due Calzini. Anche lui, insieme al suo nuovo popolo, dovrà migrare in Canada in seguito alla ‘repressione’ yankee, ripercorrendo – sul crinale dell’ history-fiction – il destino di Toro Seduto e altri resistenti.

Un’opera coraggiosa, dunque, filologicamente corretta, tesa a ridefinire l’uso pubblico della Storia: «Il mio nome è Balla Coi Lupi. Non parlerò con nessuno. Non vale la pena parlare con voi».

Micaela quota Shakespeare in love e The Artist

Shakespeare in love – Oscar al Miglior Film 1999

Correva l’anno 1999, e io mi accingevo a studiare il teatro elisabettiano, su un libro di Reese che si chiamava Shakespeare. Il suo mondo e la sua opera. L’argomento non era proprio facilissimo, fortunatamente il regista John Madden aveva avuto la brillante idea di girare Shakespeare in Love, che io approcciai come strumento culturale e invece mi divertii tantissimo. Il film, vincitore di 7 premi Oscar su 13 nomination nel 1999, racconta (in modo romanzato) il processo creativo di Romeo e Giulietta, una storia che parla di un amore impossibile, che Shakespeare vive in prima persona man mano che scrive. Una commedia nella commedia, in pratica.

Al suo interno si possono trovare moltissimi riferimenti storici accurati, altri meno, molte caratteristiche del teatro elisabettiano e molti stilemi delle commedie del Bardo. È, insomma, un film che avrebbe potuto girare Shakespeare stesso se fosse stato ancora vivo nel ventesimo secolo. Al suo interno troviamo una carismatica protagonista che ha parlantina e coraggio, lo scambio di identità, gli equivoci sia comici che drammatici, combattimenti violenti e un finale tragico e doloroso.

La fortuna di questo film, che a distanza di anni nessuno ha dimenticato, risiede nell’idea di inventare, su uno sfondo storico, la storia d’amore tra un autore squattrinato come era Shakespeare (il sex symbol Joseph Fiennes) e la nobile Viola De Lesseps, promessa a un altro uomo (l’abbagliante Gwyneth Paltrow). L’amore da secoli parla a tutti noi, e Hollywood lo sa bene!

The Artist – Oscar al Miglior film 2012

Scritto e diretto da Michel Hazanavicius, The Artist è un film innanzitutto coraggiosissimo: è l’unico film muto insieme ad Ali (1927) che ha vinto l’Oscar come miglior film e l’ultimo in bianco e nero ad averlo vinto dopo Schindler’s List (1993). Fare un film muto, in bianco e nero, nel 2012 non è stata un’idea banalissima, diciamo. Ma il talento del regista Michel Hazanavicius, dei protagonisti Bérénice Bejo (Peppy Miller) e Jean Dujardin (George Valentin) già dai primi minuti dissolve ogni dubbio.

La trama racconta la Hollywood alla fine degli anni ’20, un delicato momento per il cinema: il passaggio dal cinema muto al cinema sonoro non è ancora avvenuto, non tutti guardano al sonoro come una cosa positiva. Per molti produttori e attori il cinema è meglio senza audio e dialoghi. George Valentin, interpretato da Jean Dujardin (vinse l’Oscar per questa parte), è un divo del muto, che a una première viene fotografato con una sua fan, Peppy Miller (Berenice Bejo), che da quel momento inizia una carriera nel mondo del cinema. Nel 1929, con l’avvento del sonoro, Valentin decide di rimanere fermo sulle sue convinzioni e inizia a produrre un film muto investendo tutti i suoi soldi e averi in un flop gigantesco. Povero e disperato, verrà aiutato e salvato da Peppy Miller, che non lo ha mai dimenticato.

Un film sul cinema, da cui traspare l’amore per questo mondo e la totale fascinazione che gli anni ’30 hanno ancora su di noi, non a caso The Artist vinse anche l’Oscar per i Migliori costumi, grazie a Mark Bridges.

C’è l’amore, lo stile, la voglia di riscatto, un cane intelligentissimo. Cos’altro vi serve per vederlo?

Francesco consiglia Via col vento e L'ultimo imperatore

Via col vento – Oscar al Miglior film 1940

Via col vento vinse 8 oscar su 8 candidature, compreso il miglior film. Oltre al rivoluzionario Oscar ad un interprete femminile afroamericana, il film ci mostra la potenza e la bellezza di una Hollywood carica all’ennesima potenza. Scenografie, comparse, costumi, interpreti: tutto nello stile della vecchia scuola.

L’ultimo imperatore – Oscar al Miglior Film 1988

Un film, a mio avviso, molto importante e molto sottovalutato, è L’ultimo imperatore, che nell’88, si portò a casa 9 statuette, compreso il miglior film e la miglior regia ad un italiano, il Maestro Bernardo Bertolucci. Qui la grandezza del film è (come già detto da qualcuno prima di me) la capacità registica di ottenere una potente minuziosità di tecnica: dai dettagli alle potenti scene di massa tanto che possiamo definire questa pellicola, alzando forse il tiro, uno degli ultimi kolossal prima dell’avvento degli effetti speciali computerizzati.

Non dimentichiamoci inoltre che per noi italiani questo film è un vanto, poiché il Maestro Bertolucci è l’unico italiano a vincere un Oscar alla migliore regia e al miglior film (tutti gli altri hanno vinto il miglior film straniero). La prima persona candidata fu la Suprema Lina Wertmuller, ma lui, fino ad ora, è l’unico ad averlo vinto!

Veronica ci parla de Il discorso del re

Il discorso del re – Oscar al Miglior Film 2011

Da quando è uscita la serie TV The Crown, l’interesse per le vicende personali dei reali inglesi è aumentato a dismisura. Ma già nel 2011 il regista Tom Hooper ci aveva presentato un meraviglioso film biografico incentrato sulla figura di re Giorgio VI, padre di Elisabetta II.

È facile entrare in sintonia con il protagonista: il principe Albert (il suo vero nome prima di scegliere quello da sovrano) è diverso dall’immagine del reale inglese perfetto. Soffre infatti di balbuzie, condizione che lo mette estremamente a disagio quando deve parlare in pubblico o quando si trova in situazioni di stress. È grazie all’eccentrico logopedista Lionel Logue che Albert riesce a vedere i primi miglioramenti, ma la situazione precipita nel momento in cui suo fratello Edoardo, da poco diventato re, decide di abdicare in suo favore. Tocca quindi ad Albert il compito di diventare sovrano d’Inghilterra all’alba della seconda guerra mondiale; questo comporta enormi responsabilità e anche numerosi discorsi da eseguire di fronte a grandi folle, cosa non facile visti i suoi problemi.

Il discorso del re è un film biografico che ci racconta, sì, i reali inglesi, ma anche il percorso di crescita personale compiuto da Albert e la sua grande amicizia con il logopedista Logue. Le interpretazioni sono magistrali: Colin Firth è Albert (ruolo che gli valse l’Oscar come miglior attore protagonista), Geoffrey Rush interpreta Logue e Helena Bonham Carter ha il ruolo di Elizabeth, la moglie di Albert.

La pellicola ha vinto anche l’Oscar alla migliore regia e l’Oscar alla migliore sceneggiatura originale. Vi devo dire altro? Correte a recuperarlo, quest’anno ricorre il decimo anniversario!

Valeria ha scelto Parasite

Parasite – Oscar al Miglior Film 2020

Parasite ha fatto tanto parlare di sé per diverse ragioni. È la prima pellicola in lingua non inglese ad aggiudicarsi il premio di miglior film, segnando un importante cambiamento politico nella storia delle scelte dell’Academy. Parasite ha poi conquistato altre tre statuette come “miglior film internazionale” (chiamato “miglior film straniero” fino all’edizione precedente), “migliore regia” “migliore sceneggiatura originale”, oltreché la Palma d’Oro in occasione del Festival di Cannes e il Golden Globe come miglior film in lingua straniera. Si tratta quindi di un film che ha fatto incetta di premi a livello internazionale.

Senza svelare troppo sulla trama, in Parasite si racconta la vicenda della famiglia Kim che vive alla giornata sfruttando dei sussidi. Quando il figlio troverà lavoro come insegnante di inglese presso la facoltosa famiglia Park, i Kim vedranno un’opportunità di svolta della loro miserrima condizione sociale.

È un film che racchiude al suo interno diversi generi: è drammatico ma contiene degli spunti comici, possiede la suspence di un thriller ma anche gli elementi di una satira sociale con un finale dai tratti pulp.

Parasite ha anche una potenza iconografica immensa: l’azione si svolge fondamentalmente in due location, ovvero il seminterrato dei Kim, la famiglia povera, e l’ampia ed elegante casa dei Park, i ricchi.
Se non l’avete ancora visto lo dovete assolutamente recuperare!

Alessia vota Titanic

Titanic – Oscar al Miglior Film 1998

Oscar o non Oscar (sono 11 ma chi li conta?!), Titanic resta il cult di sognatrici e sognatori di fine anni Novanta. Ero solo una ragazzina quando un giovanissimo – ma talentuoso – Leonardo Di Caprio prendeva per mano una meravigliosa Kate Winslet e le chiedeva di fidarsi di lui, nemmeno fosse l’Aladdin dei nostri tempi. E il tappeto volante, in questo caso, era la prua della “nave inaffondabile”, che poi invece, purtroppo, è affondata.

Quello che ho amato del Titanic, e che amo ancora oggi (sono persino andata a rivederlo al cinema qualche anno fa), oltre al terrificante racconto storico, è lo spaccato della condizione femminile che offre e che supera anche la storia d’amore. Rose è incastrata in un ruolo che non vuole, con un uomo violento: pensa addirittura a suicidarsi. L’amore di Jack la salverà “in tutti i modi in cui una persona può essere salvata”, anche post mortem. In questo modo l’amore suggella qualcosa di molto più grande, un messaggio di forza e speranza che solo un sentimento forte e sincero può infondere.

Che dire, un capolavoro dall’inizio alla fine, con un cast eccezionale, una storia ricca di tanti significati e persino una colonna sonora, firmata Celine Dion, che ha fatto davvero innamorare tutti. Viva James Cameron!

Ambra ha scelto La mia Africa

La mia Africa – Oscar al Miglior Film 1986

La mia Africa è un capolavoro della durata di due ore e mezza: chiunque avesse voluto registrare il film dalla tv avrebbe dovuto usare due videocassette. La sua colonna sonora, nostalgica e armoniosa, che ha vinto l’Oscar, rimane impressa nella memoria per sempre. La pellicola affronta il tema dell’imperialismo in Africa all’inizio del XX secolo.

La mia Africa, film ispirato al romanzo autobiografico di Karen Blixen, ha una trama complessa: narra la particolare e tristemente bella storia d’amore tra Karen e il cacciatore Denys Finch Hatton, interpretato dal carismatico Robert Redford. A differenza della “Karen” che siamo abituati a conoscere nei meme ironici su internet, questa Karen è una donna forte, avventurosa, coraggiosa, intraprendente e leale che viaggia per sposarsi in Africa, per soccorrere il marito al confine durante la Prima Guerra Mondiale e che lotta per mantenere il suo terreno e per aiutare le persone che hanno lavorato per lei alla sua piantagione di caffè.

La magnifica interpretazione di Meryl Streep le è valsa la nomination agli Oscar come Miglior Attrice Protagonista. È un film un po’ lungo, appunto, ma cattura lo spettatore grazie ai paesaggi e alla storia, una delle più belle d’amore raccontate su pellicola.

Se anche tu non vedi l’ora di sapere quale film quest’anno si porterà a casa la statuetta più ambita, dai un’occhiata al nostro articolo sulle nomination agli Oscar 2021!

La redazione di CulturaMente

Altri Vincitori Oscar Recensiti

Rebecca, La Prima Moglie (1941)

Eva contro Eva (1951)

Gigi (1959)

L’appartamento (1961)

Tutti insieme appassionatamente (1966)

Il Padrino (1973)

Qualcuno volò sul nido del cuculo (1976)

Io e Annie (1978)

Amadeus (1985)

Il Silenzio degli Innocenti (1992)

American Beauty (2000)

Il Gladiatore (2001)

Il caso Spotlight (2016)

Moonlight (2017)

La forma dell’acqua (2018)

Green book (2019)

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