Dune – Recensione: che il cammino tra la sabbia abbia inizio

Dune recensione film

Dopo essere stato presentato fuori concorso alla 78ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Frank Herbert è finalmente disponibile nelle sale italiane. Inizialmente previsto per l’inverno 2020, il posticipo causa pandemia non ha fatto altro che aumentare il desiderio e la curiosità per la pellicola di Denis Villeneuve che, dopo aver firmato due delle pagine più importanti del cinema sci-fi contemporaneo con Arrival e Blade Runner 2049, ha ora la possibilità di rendere giustizia all’opera di Herbert anche sul grande schermo.

“Che ne sarà del nostro mondo?”

Dune – La trama

Sull’inospitale pianeta di Arrakis, detto anche Dune, coperto interamente da sabbia, è presente la sostanza più preziosa dell’intero universo: la Spezia. Potente allucinogeno, elisir di lunga vita ed elemento necessario per i viaggi interstellari, l’estrazione del prezioso materiale è affidata a Casa Harkonnen da 80 anni ma, per decreto imperiale, questi dovranno lasciare il feudo. Il pianeta sarà affidato a Casa Atreides guidata dal Duca Leto (Oscar Isaac), detto “il Giusto”: una personalità in forte ascesa e scomodo agli occhi dell’Imperatore. Il Duca e la sua famiglia si trasferiranno sul desertico pianeta ma ad attirare l’attenzione dei nativi sarà il giovane primogenito di Leto: Paul (Timothée Chalamet) che, addestrato dalla madre Lady Jessica (Rebecca Ferguson) nelle arti delle Bene Gesserit, potrebbe essere il Messia giunto su Arrakis per liberarli.

Il coraggioso approccio di Villeneuve

Il primo romanzo del cosiddetto “Ciclo di Dune” ha, fin dal suo avvento, influenzato ed ispirato i mondi fantascientifici che verranno proposti da lì in avanti (un esempio su tutti Star Wars che ha similitudini evidenti) divenendo oggetto del desiderio per una rappresentazione cinematografica. Tuttavia le componenti filosofiche, politiche, etiche, mistiche e religiose di un capolavoro letterario complesso hanno portato al susseguirsi di produzioni interrotte o controverse. Se da un lato, il mai realizzato Dune di Alejandro Jodorowsky proponeva un un girato non inferiore alle 10 ore, per contro l’adattamento di David Lynch condensò il tutto in soli 130 minuti, rendendone difficoltosa la fruizione.
Fortunatamente, il canadese Denis Villeneuve ha avuto il coraggio di prendere le tra le mani il materiale di Herbert e trattarlo nell’unico modo possibile. Infatti la sceneggiatura, scritta insieme a Jon Spaihts e Eric Roth, restando molto fedele alla versione letteraria e prendendosi delle piccole libertà dove necessario, va a trattare soltanto metà del primo romanzo del ciclo su carta. Una scelta necessaria per illustrare tutte le dinamiche che ruotano intorno ad un pianeta inospitale ma dall’animo profondo, soggiogato da continui giochi di potere, figli di un arrivismo senza scrupoli. Il desertico Arrakis, con la sua onnipresente sabbia e i suoi giganteschi guardiani, va assaporato lentamente e ha bisogno di tempo per sedimentare nell’animo dello spettatore. Ad una superficiale occhiata, può sembrare un mondo difficilmente associabile alla nostra azzurra Terra, ma non è così. La paura del diverso, la sottomissione delle popolazioni locali e la scellerata fruizione dei materiali per un egoistico arricchimento personale, sono dinamiche che conosciamo bene. Nell’epoca del “tutto e subito” e “dell’usa e getta“, Villeneuve riporta ancora una volta il genere fantascientifico alla sua essenza, spogliandolo della patina for entertainment purposes only a cui siamo stati abituati e dal quale dipendiamo. Di fronte alla paura di guardare davvero dentro noi stessi e ciò che ci circonda per quello che è in realtà, Dune ci chiede di aprire gli occhi nonostante la fastidiosa sabbia.

Dune – La consacrazione di due stelle

Stilisticamente non piegandosi alla grammatica del blockbuster sci-fi e mantenendo una forte componente autoriale, come consueto per il cinema di Villeneuve, la scelta per arrivare al grande pubblico passa per un cast di forte richiamo. Ed ecco che a mostrare le prime immagini di una spettacolare Arrakis, tra le sue distese infinite di sabbia e tramonti, è l’angelica visione della Fremen Chani, interpretata da una magnetica Zendaya. Attraverso una sequenza quasi onirica, la nativa mostra la sua casa per come i suoi occhi, azzurri su sfondo azzurro, la vedono: arida e inospitale ma, al tempo stesso, magica e di una bellezza disarmante. Il regista infonde Chani di un’aura mistica, trovando nella giovane attrice il volto perfetto per rappresentare il pianeta che da titolo all’opera. Grazie alla sua naturale e non convenzionale bellezza, ogni sua apparizione genera spasmodica attesa per il fatidico incontro con l’eletto di Casa Atreides. Un ragazzo dal volto dolce ma estremamente determinato e recettivo che, repentinamente, dovrà compiere il passaggio all’età adulta portando sulle spalle il peso non solo degli ideali di famiglia, ma prendendosi cura anche della sua nuova casa: Arrakis. Il protagonista Paul non poteva dunque che non avere il volto del talentuoso Timothée Chalamet che, ancora una volta, conferma la sua straordinaria capacità interpretativa. Sempre in parte, riesce a trasmettere in ogni momento la complessità del suo personaggio che, dopo lo smarrimento per un destino non chiaro e sanguinolento, abbraccia la chiamata all’azione nel momento del bisogno, come suo padre prima di lui. Seppur compaiano insieme a schermo per poche sequenze, è chiaro che Dune sarà la consacrazione definitiva della nascita dei due nuovi grandi divi. A 25 anni dal film che cambiò le regole dello star system fino ad oggi, imponendo il regno della coppia DiCaprio-Winslet (Titanic), ora la gigantesca operazione targata Villeneuve passa il testimone a Timothée Chalamet e Zendaya, dando il via ad una nuova pagina del divismo cinematografico.
Molto presenti in questo primo capitolo sono anche gli altri membri della Casa Atreides, composta due figure genitoriali dotate di un’importante tridimensionalità: il Duca Leto e Lady Jessica, interpretati da Oscar Isaac e Rebecca Ferguson. Dove il primo è perfetto nel mostrare un padre premuroso, un leader forte, giusto e carismatico, la seconda sfodera la miglior interpretazione della carriera. L’attrice svedese è impeccabile nella lettura di ogni volto della combattiva Lady Jessica quale: donna, madre, amante e Bene Gesserit, disposta alla ribellione per amore delle persone care. Degni di nota sono anche Jason Momoa, Josh Brolin come uomini d’azione del Duca, nonché del ruvido Javier Bardem, sicuramente più presente nel prossimo capitolo. In conclusione, non possono non citare lo splendido lavoro dietro alla rappresentazione del Barone Harkonnen, una delle figure più spietate e ripugnanti del mondo sci-fi. Qui reso in tutto il suo squallore da un eccezionale Stellan Skarsgård, sul quale è stato eseguito un lavoro di trucco che ha dell’incredibile.

La sabbia ricopre ogni cosa

L’adattamento cinematografico attualmente in sala, è una delle opere più ambiziose e visivamente stupefacenti a cui possiamo assistere. Attraverso l’utilizzo di campi lunghissimi e totali, le infinite distese di sabbia sembrano inghiottire i nostri protagonisti che lottano per la sopravvivenza, rappresentata dalla più piccola goccia d’acqua. Il suono della sabbia spostata dal vento è una costante che ci accompagna fin dall’inizio di questa epica narrazione, non lasciandoci mai soli ed udibile anche in sottofondo nella straordinaria colonna sonora, targata Hans Zimmer. Un accompagnamento musicale di rara bellezza che riesce a mutare sapientemente anche durante rapide visite agli altri pianeti delle casate prese in causa. Ogni pianeta, dal plumbeo Caladan di Casa Atreides, all’oscuro Giedi Primo di Casa Harkonnen, viene caratterizzato sapientemente rispecchiando l’essere delle casate di riferimento, grazie anche ad una fotografia impeccabile (che tocca però il suo massimo nel giocare con le tonalità di ocra sul pianeta di sabbia) e allo straordinario lavoro agli effetti visivi del due volte premio Oscar: Paul Lambert. Tutto è possente e mastodontico in questa trasposizione: dalle navi da guerra, agli eserciti in contrapposizione, ai giganteschi vermi della sabbia che dominano l’inospitale pianeta. Tuttavia, non è importante quale frame stiamo analizzando dell’opera in esame: ogni quadro è un dipinto. Siamo di fronte ad uno studio dell’immagine maniacale, elegante e colossale, con una tecnica che eccelle sotto ogni punto di vista, capace di trasmettere la mitologia dell’opera di riferimento. Questo è cinema allo stato puro.

Richiamando alla memoria quanto fatto con il similare primo capitolo della tolkeniana trilogia di Peter Jackson, accusare l’opera Denis Villeneuve di essere un film a metà, è un’azione priva di significato e dettata dalla non conoscenza di ciò che il capolavoro letterario di Herbert ha in serbo per noi. I pezzi sulla scacchiera sono stati disposti, le basi sono state gettate ed un viaggio che si preannuncia indimenticabile è cominciato. Questo è solo l’inizio.

Michele Finardi

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