È stata la mano di Dio: il miglior film di Paolo Sorrentino

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A 20 anni dall’esordio cinematografico con “L’uomo in più“, Paolo Sorrentino torna nella sua Napoli con quello che è indubbiamente il suo film più personale, vincitore del Leone d’argento alla 78° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, e giustamente scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar 2022. “È stata la mano di Dio” è infatti più di un film: è un vero e proprio atto di liberazione da un dolore rimasto sopito per troppo tempo. Ispirandosi ai fatti della sua adolescenza, il regista napoletano esorcizza il suo passato attraverso la condivisione cinematografica, andando così a creare un sincero legame tra spettatore e autore, come non si vedeva da tempo.

A’ tien ‘na cosa ‘a raccuntà?

Nell’estate del 1984, tra pranzi e pomeriggi in barca con i parenti, si vocifera sottovoce che Maradona stia per essere ingaggiato dal Napoli per una cifra record. Tuttavia, nella città più scaramantica del mondo, si ha la paura di crederci per davvero, nascondendo le crescenti speranze dietro disilluse battute. L’incredibile però avviene, con il “Pibe de Oro” che arriva nel capoluogo campano per cambiarne la storia per sempre, impattando sul destino di un giovane in cerca della giusta direzione da seguire.

Fabio Schisa (Filippo Scotti) è un giovane liceale legatissimo al suo nucleo familiare, dove Papà Saverio e Mamma Maria (Toni Servillo e Teresa Saponangelo) sembrano due ragazzini innamorati. Tra i fischiettii amorosi, scherzi e battute dei genitori, il fratello Marco (Marlon Joubert) sogna una vita d’attore al fianco di Fellini, mentre la sorella Daniela passa intere giornate rinchiusa in bagno, senza mai farsi vedere. Privo di amicizie, Fabietto vive delle esperienze, alle volte surreali, con il parentato allargato e i vicini di casa, sognando la bella e malata Zia Patrizia (Luisa Ranieri), prima che il tutto vada tragicamente in pezzi.

“La realtà non mi piace più”

Un autore col cuore in mano

Tra realtà e finzione, Paolo Sorrentino rende partecipe il pubblico del suo dramma senza filtri o trucchi, accantonando le sovrastrutture che l’hanno da sempre contraddistinto, seppur non rinunciando ad alcune scene al limite del grottesco. “È stata la mano di Dio” è un racconto di formazione emozionante e stratificato ma perfettamente fruibile da chiunque, grazie a una narrazione onesta e sincera di un dolore capace di unirci tutti. Il cinema del regista napoletano diviene dunque universale, attraverso la condivisione di un segreto che premeva per essere rivelato, ovviamente nell’illusione di un luogo per lui sicuro: il Cinema.

Non è però solo il mondo della finzione a ospitare il capolavoro (sì, questo è un capolavoro e più ci penso più ne sono convinto) di Paolo Sorrentino: è prima di tutto Napoli a farlo. Una città che viene mostrata in tutte le sue contraddizioni e che incanta fin dalla prima ampissima sequenza sul Golfo di Napoli. Insinuandosi poi in vicoli bui per soffermarsi sul corpo statuario di una Luisa Ranieri da togliere il fiato, la camera si rinchiude infine nell’abitacolo di un auto, dove Enzo Decaro afferma di essere San Gennaro. Un inizio brillante e folgorante che mostra immediatamente il valore tecnico dell’opera, dove ogni quadro è perfettamente studiato e straordinariamente illuminato dalla direttrice della fotografia Daria D’Antonio. Tuttavia, è Maradona a prendersi la scena come principale figura sacrale e salvifica. Un vero e proprio Messia, dai cui piedi passerà il destino di una città intera, capace di gesti rivoluzionari e affronti politici, come un beffardo gol di mano ai danni dell’Inghilterra imperialista.

Tra commedia e tragedia, il film è spaccato in due e, se nella prima parte si ride di gusto in un’estate spensierata fatta di sole, pranzi, mare e speranze, nella seconda la crudele realtà della vita bussa alla porta di Casa Schisa, stravolgendo ogni cosa. La devastazione data dal dolore porta non solo il film a cambiare, ma anche il suo protagonista, interpretato da uno straordinario Filippo Scotti, vincitore del Premio Marcello Mastroianni a Venezia 78 come miglior attore emergente. Costretto dagli eventi, Fabietto dovrà diventare Fabio e, non potendo più restare a guardare la sua vita scorrergli davanti, ha un’idea “delirante” legata alla sua fresca passione per il cinema: non sarà più spettatore ma regista.

Scappare per ritrovarsi

Per la prima volta, veniamo a conoscenza di un Sorrentino a noi inedito, quale adolescente buono e semplice ma introverso e a tratti malinconico. Un ragazzo che camminava senza parlare con nessuno, nel caotico intervallo del Liceo Salesiani Don Bosco di Napoli, portando sempre con sé walkman e cuffie per escludere il mondo intero dai suoi pensieri, se necessario. Un’anima solitaria capace di trovare rifugio nella collettività dello stadio dove giocava Maradona, quando la sua certezza (la famiglia) aveva iniziato a disgregarsi, per altre individuali fughe dalla scadente realtà.

Con il passare dei minuti, lo spettatore si rende conto che i sorrisi e gli scherzi genitoriali, dove l’onnipresente Toni Servillo e Teresa Saponangelo sono splendidi nei ruoli, non sono altro che maschere per nascondere il dolore dato dal reale. Ben presto ci si renderà conto che è una condizione condivisa da tutti i personaggi intorno a Fabio: dalla sorella che non riesce a superare la soglia del bagno, al fratello Marco che chiede, consapevolmente, di essere lasciato nell’effimero sollievo di una vacanza estiva per non pensare al futuro; dalla pazzia di Zia Patrizia, all’intera città di Napoli, incantata dai piedi dell’argentino fuoriclasse del pallone.

Nelle fasi finali del film, avviene uno però degli incontri più significativi della pellicola e della filmografia sorrentiniana: il regista Antonio Capuano mostra a Fabio il cinema come massimo mezzo d’espressione, a patti di avere una storia da raccontare. Spronato a “non disunirsi” e restare a Napoli per fare cinema insieme, come ben sappiamo, l’adolescente ha preso un’altra strada. L’orfano è scappato in un’altra città, creando mondi alternativi di solitari come lui (i protagonisti delle sue opere precedenti), ma con Pino Daniele nelle cuffie e nel cuore.

A vent’anni dall’esordio, Paolo è finalmente tornato a casa per confessare quel “qualcosa da raccontare”, nato da un non mostrato che rivive attraverso l’arte visiva per eccellenza. L’adolescente introverso di ieri, oggi è un autore che rende partecipe lo spettatore della sua personale elaborazione del lutto, chiamandolo “compagno di classe” e donandogli una nuova chiave di lettura del suo cinema. “È stata la mano di Dio” è un racconto di dolore e di rinascita che, come vedremo nell’opera più vera di Sorrentino, eravamo destinati a vivere anche a noi, al suo fianco. Dovremmo essere orgogliosi di aver assistito alla catarsi di uno più grandi autori contemporanei che ora, dopo aver riversato il dolore personale nella sua arte, è finalmente libero.
Libero come un motoscafo offshore che va a 200 all’ora. Tuf.. Tuf.. Tuf.

Michele Finardi

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Planner di salotti cinefili pop fin dalla tenera età, vorrei disperatamente vivere in un film ma non riesco a scegliere quale!

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