Freaks out: la diversità che fa la differenza

freaks out recensione film Mainetti

Un gioco di magia inframezzato da sangue e morte, una battuta in romanaccio inframezzata dal dolore più puro. Con queste due frasi, magari troppo semplici, mi viene da descrivere Freaks out, il film di Gabriele Mainetti presentato al Festival del Cinema di Venezia 2021.

Un cast che incanta, dalla giovane Aurora Giovinazzo al meraviglioso Claudio Santamaria, col tocco che non guasta mai di Giorgio Tirabassi che, anche se per poco, fa sentire tutta la sua immensa presenza. Attori brillanti, complici, dei veri professionisti catapultati in una storia apparentemente senza senso e che indaga le sorti umane attraverso la metafora della diversità.

La trama

Succede che nel pieno della seconda guerra mondiale ci sia un gruppo di quattro strani circensi che litigano, si fanno i dispetti, proprio come fanno fratelli e sorelle, e ad un certo punto si dividono pure, come spesso accade in famiglia. I tre maschi (uomo lupo, uomo calamita e uomo insetto) si dirigono verso il Zircus Berlin di Roma perché hanno perso il padre-padrone, mentre la ragazza elettrica parte alla ricerca della figura che l’ha raccolta e cresciuta: un padre ebreo già caricato su un carro dai tedeschi.

Mentre il nazismo dilaga e gli ebrei vengono portati via dalle loro case, nel Zircus Berlin vengono condotti strani esperimenti sui circensi, prima accolti come delle star, poi torturati per trovarne il potere straordinario. All’interno dell’organizzazione, un uomo tedesco che vede il futuro è alla ricerca di esseri umani “fantastici” che cambieranno il mondo. Impossibile non pensare al superuomo d’annunziano, come è impossibile anche non trovare un’analogia tra quel “diverso” che viene condotto verso i campi di concentramento e l’uomo con sei dita osannato presso il Zircus per come suona al piano una cover di Creep dei Radiohead, proprio grazie a quelle due dita in più. Lo stesso tedesco che cerca esseri straordinari tra i “diversi”, è a sua volta un diverso escluso dall’esercito per le sue strane mani.

But I’m a creep
I’m a weirdo
What the hell am I doing here?
I don’t belong here

Creep – Radiohead

La diversità soggettiva

Incredibile come il concetto di diverso sia assolutamente relativo e soggettivo su questi due piani primari, a cui se ne aggiunge un altro, quello della percezione. I freaks si sentono diversi dalla società, e per essere accettati fanno ridere le persone con gli spettacoli circensi. Cercano il loro posto nel mondo quando è evidente che sono alla disperata ricerca della “normalità” e dell’integrazione. D’altro canto, gli ebrei, che facevano parte della società definita “normale”, a loro volta emarginavano i Freaks per la loro diversità: li prendevano in giro, li guardavano al circo come “fenomeni da baraccone”. Nel caos del film, che salta dal trash al dramma generando smarrimento nello spettatore, c’è un punto di riferimento, un caposaldo a cui aggrapparsi sempre: l’assurdità della discriminazione.

Freaks out è l’indagine della diversità che prende come campione quelli che per eccellenza sono stati ritenuti diversi dalla storia e dalla società: ebrei e circensi. Più volte la telecamera è stata posata su dei ragazzi con la sindrome di down nei panni di ebrei deportati: ennesimo omaggio a un mondo poliedrico, il nostro, in cui troppo spesso si fanno delle discriminazioni aprioristiche. La precarietà del nostro status di “normalità” grida fortissima: diverso da chi? Ieri loro, domani noi.

Il dono, così lo chiamano nel film, quello della ragazza elettrica che non può toccare nessuno senza dare la scossa. Un dono da non temere, che la trasformerà nella eroina indiscussa della pellicola. La diversità che fa la differenza: questa la vera protagonista di Freaks Out. Nel nonsense generale seguiamo quindi una storia di emancipazione: della ragazzina, del gruppo di Freaks, degli ebrei che abbracciano i freaks, dei mutilati di guerra che abbracciano tutti pur di ammazzare i nazisti. Gli unici che non si emancipano sono quelli che lottano per una normalità che non esiste.

Proprio grazie all’alternanza tra le assurde discriminazioni razziali e le terribili emarginazioni legate alla diversità, ondeggiamo in una dimensione dove da un lato osserviamo la pazzia della storia, e dall’altro indaghiamo empaticamente la condizione di alterità e la solitudine che ne consegue. Una solitudine molto apparente quando si comprende che sulla Terra abbiamo tutti lo stesso destino mortale.

Assolutamente da vedere, ma soprattutto da “sentire”. Consigliato anche per i bambini, specialmente per sensibilizzarli da subito su alcuni temi fondamentali che hanno come base il rispetto e l’accoglienza reciproca.

Alessia Pizzi

Laurea in Filologia Classica con specializzazione in studi di genere a Oxford, Giornalista Pubblicista, Consulente di Digital Marketing, ma soprattutto fondatrice di CulturaMente: sito nato per passione condivisa con una squadra meravigliosa che cresce (e mi fa crescere) ogni giorno!

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