“Sortilegi” di Bianca Pitzorno: il potere delle parole

Sortilegi Bianca Pitzorno recensione libro

Sortilegi è il nuovo romanzo di Bianca Pitzorno e pubblicato da Bompiani; al centro delle vicende ci sono personaggi che, ambientati nel Seicento Italiano, sono unici nel loro genere, rifiutano di adeguarsi alle norme sociali dell’epoca.

Il tratto, però, più interessante di tutti questi fatti è che ad essere al centro dell’attenzione non sono supereroi, capi di stato o studiosi la cui genialità non è ancora compresa del tutto, ma persone comuni, tormentate dalla Sorte.

Pitzorno, attraverso queste storie, è in grado di farci capire l’immenso potere della parola e del prodotto della mente umana; verranno messe in gioco non solo la superstizione e la tendenza a “trovare un capro espiatorio“, tipiche di ogni epoca, ma anche dinamiche familiari e una forte attenzione alla mentalità del volgo.

Sonno; Podere di Ca’ del Noce, settembre 1631 – il prezzo dell’indipendenza in Sortilegi

«Volevo raccontare di una infanzia deprivata e indifesa come quella di Caterina, anche se non vissuta in solitudine. La storia di un orfano come ne circolavano a migliaia nelle campagne italiane (e non solo) negli anni di carestia, di peste, di guerra. La metafora fiabesca di Pollicino, sperduto volontariamente nel bosco dai genitori che non avevano abbastanza da nutrirlo, oppure di Hänsel e Gretel. Archetipi di una realtà crudele, non fantasie.»

Bianca Pitzorno

Il libro Sortilegi si apre con la bambina, Caterina, la più piccola e bella della famiglia, che torna a casa (Podere di Ca’ del Noce), mentre nota che i suoi cari sono presi da un “gran sonno”.

La madre, appena vede la figlia, che era uscita illesa l’anno precedente dal contagio, le ordina di fare il cestino ed andare dalla vecchia Gostanza a vivere e di non tornare mai più a casa; i suoi cari infatti, dice la madre, andranno “In un bel posto. Dove c’è la Vergine Maria”.

Una volta giunta a casa di Gostanza, la bambina non trova nessuno. La donna è morta poco tempo prima, la bambina lo intuisce la mattina del terzo giorno e decide di tornare al Podere dei suoi. Arrivata lì, capisce di essere rimasta sola. 

Questo la porterà a crescere da sola, ponendosi subito in antitesi con la comunità che abita lì vicino. Il tema dell’alterità del suo stile di vita, completamente autonomo ed indipendente, si intreccerà con i pregiudizi dell’epoca riguardo le donne dotate di “eccessiva” libertà, che hanno, agli occhi del volgo, un aspetto decisamente sinistro…

Il sapere femminile e la “colpa” di essere bellissima saranno fatali per la giovane donna. Leggete Sortilegi per vedere l’esito di quest’ostilità nei suoi confronti!

Fame; Albieri 1627-1631 – la seconda vicenda di Sortilegi

Nel primo anno della grande carestia, la moglie è morta di parto, lasciando il fabbro con i due figli Lorenzo, il maggiore, e Ippolito, il minore. Il padre si risposa con una giovane vedova, che portava con sé un bebè; la nuova donna si rivela tirannica ed odiosa verso i figliastri e, alla morte del padre, riesce a convincere, grazie al potere delle sue parole, lo scrivano ad affidare a lei tutta l’eredità della fucina del marito, non lasciando nulla ai figli dello sposo.

Avendo, però, paura che la gente mormori sulla sua cattiveria (anche qui il potere delle parole), decide di attuare un piano per sbarazzarsi dei figliastri: simula di voler andare a trovare un loro parente, ma, una volta giunti in un posto remoto, abbandona i due giovani, tornando a casa.

I ragazzi riescono a trovare l’aiuto di un frate eremita, che, venuto a conoscenza della situazione, consiglia a Lorenzo di andare al Bargello per chiedere giustizia al Padre degli Orfani, che li aiuterà ad avere indietro ciò che spetta loro dell’eredità paterna e ad essere affidati a gente migliore. Ippolito, purtroppo, muore, data la tenera età, per la mancanza di cibo e di forze.

Infine, come se fosse stata davvero la vendetta voluta dalla madre defunta per il maltrattamento dei suoi figli, la matrigna di Lorenzo ed Ippolito si sveglia il giorno successivo con i segni del morbo

Maledizione o Il potere delle parole

«Pensando che nella vita la neonata avrebbe dovuto affrontare e vincere moltissime difficoltà, la chiamò per buon auspicio Vittoria. Quanto al cognome, ispirato dalla liturgia del giorno e dalle belle composizioni di foglie che le devote avevano intrecciato per ornare la chiesa, le dette quello di Palmas. Era un uomo di Dio, non un pagano, ma sapeva che le parole hanno il loro potere. Nomen est omen dicevano gli antichi, e con quell’augurio la trovatella mosse i primi passi nella vita.»

Così troviamo scritto nella prima pagina della storia di Vittoria. Nessuna parte del libro è più emblematica dell’importanza delle parole, tant’è vero che il titolo originario era Il potere delle parole: la scelta del nome della protagonista come auspicio per il suo futuro; la decisione di chiamare “Signora” l’antagonista, per far capire come quest’ultima non sia degna nemmeno di avere un nome; la maledizione stessa e le parole con cui essa viene scritta sono l’elemento più marcato per individuare il potere che la conoscenza e alfabetizzazione hanno.

Profumo

Nell’ultima parte del romanzo, Profumo, un cibo particolare diventa importante spunto narrattivo… a voi la lettura!

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Lorenzo Cardano

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