Con la messa in onda del quinto e del sesto episodio di domenica 20 febbraio la terza serie de L’amica geniale si avvia verso la sua conclusione. Negli ultimi due episodi ne vedremo delle belle, come ben sa chi ha letto il libro Storia di chi fugge e di chi resta. Niente a cui non siamo già stati preparati dall’inizio di questa stagione, ma avremo modo di parlarne.
Questi due episodi ci sono sembrati poco ricchi dal punto di vista narrativo. Per la differenza del medium, è chiaro che molti passi del libro debbano subire una semplificazione ed essere ridotti a poche scene o singole inquadrature. Tuttavia, il risultato finale dovrebbe essere più incisivo anche perché la serie ci ha abituato bene. “Terrore” e “Diventare” potrebbero dirsi quasi due puntate di passaggio. L’avvicinamento al movimento femminista di Lenù viene trattato in modo superficiale e non facciamo altro che vedere scene di infelicità coniugale già raccontate.
È anche vero che non mancano vicende intense in grado di coinvolgere emotivamente gli spettatori e le spettatrici grazie a una costruzione narrativa e stilistica di evidente qualità. Ed è proprio di queste che vogliamo parlare nella nostra recensione.
L’incursione di Pasquale e Nadia
Uno dei momenti più carichi di tensione del quinto episodio è stato l’arrivo di Pasquale e Nadia nella casa di Elena e Pietro a Firenze. Questo avvenimento costituisce il culmine della rappresentazione delle dinamiche socio-politiche che ha aperto la stagione.
La polemica contro l’ipocrisia culturale della sinistra borghese si esplicita nelle azioni e nelle parole dei due ospiti/intrusi. Gli atteggiamenti irrispettosi e sprezzanti verso lo stile di vita della coppia di Elena e Pietro sono quelli del proletariato che annienta e distrugge i privilegi delle classi più agiate non prima di averne fatto scempio.
Queste azioni vengono percepite come invadenti e moleste soprattutto da Pietro, mentre Elena, nata in un contesto basso, riesce a comprendere, a empatizzare e a mettersi in discussione. La scena è costruita appositamente per suscitare fastidio e irritazione in chi guarda. Ci riesce ma non risulta così incisiva a livello tematico all’interno del resto dell’episodio.
Il pranzo a casa di Marcello Solara
Nella sesta puntata abbiamo assistito al pranzo organizzato a casa di Marcello Solara e Elisa Greco per festeggiare il compleanno della mamma di lui. In quest’occasione si riuniscono quasi tutti i personaggi principali della serie. Il dramma è inevitabile. Si percepiscono rancori passati e presenti che vengono espressi in alcuni casi in maniera esplicita (Gigliola), in altri con sottili allusioni (Michele Solara e Lila). Per tutto il corso della scena osserviamo i protagonisti sfidarsi in un lungo e logorante braccio di ferro dove l’unica persona che sembra divertirsi è Pietro, ignaro di queste dinamiche e anche incapace di comprenderle e di fronteggiarle.
La condizione di povertà e miseria porta Elisa e Lila ad avvicinarsi a un mondo mafioso da cui Elena tenta da sempre di fuggire. Non riesce a capire come sua sorella e la sua amica abbiano potuto cedere al fascino (rispettivamente romantico ed economico) dei Solara. Questo segna un confine tra le due esistenze che ormai appartengono a realtà sociali completamente diverse.
Il sogno di Lenù
Particolarmente turbante è il sogno di Elena dopo questo pranzo. Vede Lila mangiare una pagina del suo libro tradotto in tedesco e, presa dall’ira, la aggredisce costrigendola a masticarne delle altre.
Siamo davanti a una delle scene in cui Luchetti esprime l’interiorità della protagonista attraverso immagini particolarmente significative. Il libro rappresenta metaforicamente Elena stessa che per tutta la vita si è lasciata divorare dalla personalità di Lila, dagli eventi della sua vita e dalle considerazioni che lei nutriva nei suoi confronti. Finalmente, la donna capisce di dover “diventare” (da qui il titolo dell’episodio) adulta emancipandosi dalla figura dell’amica, scoprendo il suo carattere e la sua voce. Tutto questo viene siglato da un abbraccio che chiude l’episodio. Le due sono ormai lontane, ma il loro legame così particolare continua a vivere.
Aspettiamo con impazienza il finale per vedere come si concluderà la terza parte della saga.
Ognuno di noi si è imbattuto, chi prima e chi poi, nella mitologica figura del vigilante mascherato di Gotham City. Dal suo avvento nel 27esimo numero di Detective Comics (maggio 1939), il personaggio creato da Bob Kane e Bill Finger, è divenuto sempre più una vera e propria icona, uscendo dai confini del mondo fumettistico. Non c’è persona al mondo che non sappia chi sia Batman o che non abbia mai sentito nominare la marcia Gotham City.
Dobbiamo tutto questo successo ai tratti che definiscono il Crociato Incappucciato come uomo, prima che eroe, in grado di compiere gesta straordinarie, in quanto mosso da un personale senso di giustizia e altruismo. Nessun abitante di Gotham dovrà passare ciò che il piccolo Bruce Wayne ha vissuto e, per impedire che ciò accada nuovamente, capisce che è necessario agire in modi non convenzionali, combattendo chi semina terrore in città ripagandoli con la stessa moneta ma con una sola regola: non uccidere.
Nel corso della sua storia, Batman è sbarcato a più riprese nel mondo televisivo e animato, dove su tutti mi sento in dovere di citare: l’indimenticabile serial con Adam West di metà anni ’60 ed il capolavoro animato “Batman: The Animated Series” (1992) firmata Bruce Timm. Tuttavia, l’attenzione del grande pubblico – per intenderci, chi non ha mai preso seriamente un fumetto in mano – viene calamitata dagli adattamenti cinematografici riguardanti l’Uomo Pipistrello, capaci di fare a ogni appuntamento cifre da capogiro. Dopotutto, si tratta di una figura che rispecchia le paure, le frustrazioni e le speranze della nostra realtà urbana come nessun altro.
È anche grazie registi del calibro di Tim Burton, “colpevole” nel 1989 e 1992 di aver scatenato una vera e propria Bat-Mania, che il Crociato Incappucciato è riuscito a farsi strada nell’immaginario collettivo, con un interessante gioco di reciproche contaminazioni stilistiche. Dopo la discutibile parentesi di Schumacher, fu Christopher Nolan a trovare nel Cavaliere Oscuro un character dei lineamenti aderenti, con qualche smussatura, alla propria poetica. Più recentemente abbiamo potuto vedere il fisico e tormentato adattamento di Zack Snyder, indubbiamente non a livello dei due maestri sopra citati.
Prossimi all’arrivo del “The Batman” di Matt Reeves è opportuno chiedersi però una cosa: possiamo dire di conoscere davvero Batman, senza averne mai letto una storia su carta? Da semplice appassionato di tutto l’universo DC e di tutto ciò che il Crociato Incappucciato rappresenta, per il mio punto di vista, la risposta è: NO.
Senza nulla togliere agli adattamenti cinematografici, che per la maggior parte amo alla follia, come le mie analisi sulla Trilogia del Cavaliere Oscuro certificano, questi hanno la costante di piegare il personaggio allo stile del regista, mettendolo in secondo piano, per certi aspetti, e spogliandolo di alcuni dilemmi e caratteristiche primarie.
Nelle maggior parte e nelle migliori narrazioni su carta invece, avviene la dinamica opposta. Il team creativo si mette a disposizione dell’iconico Pipistrello di Gotham City, per esaltarne il mito e raccontarne le gesta. Si tratta di una sottile ma sostanziale differenza. Senza contare che ogni adattamento a misura di grande pubblico prende spunto, omaggia e cita le grandi avventure su carta. Si torna sempre ai fumetti.
Resta dunque solo una domanda dunque da farsi: siete pronti a scoprire davvero Batman?
Indice
Batman: Anno Uno
La genesi
Se da un lato è vero che tutti conosciamo le origini dell’Uomo Pipistrello, e quell’evento scatenante che rese il piccolo Bruce un orfano, è anche vero che nessuno le ha mai narrate come Frank Miller nel suo Batman: Anno Uno. Grazie ai disegni di Mazzucchelli e alle colorazioni di Richmand Lewis, l’opera è una progressiva discesa nelle tenebre, rappresentate dalle corrotte strade di Gotham City, di due uomini desiderosi di cambiare le cose.
Per uno strano scherzo del destino, il rientro in città del rampollo Wayne dopo 12 anni di assenza, coincide con il trasferimento di Jim Gordon alla GCPD e, seguendo le loro azioni per un intero anno, scopriremo che il percorso dei due protettori di Gotham, chi del giorno e chi delle notte, è affine e similare. Entrambi proveranno sulla loro pelle gli errori dati dall’inesperienza, inserendosi con forza tra gli ingranaggi della malavita e dando il via a un’alleanza divenuta leggendaria. Non siamo ancora davanti alla “città dei freaks“: la mafia ha il controllo, ma ogni cosa è destinata a cambiare per sempre e lo si percepisce passando di tavola in tavola.
Frank Miller, con l’ausilio del suo team, dopo aver realizzato il capitolo conclusivo di Batman con “Il ritorno del cavaliere Oscuro”, e aver rilanciato Daredevil per Marvel, riprende in mano il personaggio rinnovandone le origini, in seguito all’azzeramento delle continuity dato dallo storico evento Crisi delle Terre Infinite. Realizza così il perfetto mito urbano, tanto drammatico e profondo quanto credibile, capace in soli 4 albi di portare il lettore dentro la mente e le zone d’ombra di un primo Batman, come non era mai stato fatto prima di allora e come mai verrà fatto in seguito.
Batman: Anno uno è il punto di riferimento di tutte le narrazioni – cartacee e non – che seguiranno da lì in avanti e, una volta letto, ritroverete un po’ di questo fumetto, in ogni storia dove sentirete parlare di un vigliante mascherato simile a un pipistrello. Tutto parte da questo capolavoro senza tempo e dovreste farlo anche voi.
Il Lungo Halloween
L’anima investigativa
Tra le storie più affascinanti e influenti su carta del Cavaliere Oscuro, ricopre un ruolo di spicco la miniserie Il lungo Halloween, creata da Jeph Loeb e Tim Sale, edita in 13 albi tra il 1996 e il 1997. La coppia si era già brillantemente distinta in casa DC Comics con tre speciali annuali di Halloween (Batman: Scelte, Batman: Follia e Batman: Fantasmi) quando gli venne affidato il compito di curare una storia strettamente collegata a Batman: Anno Uno, che andasse a riprendere la mafia e i primi periodi di attività dell’eroe.
Non è molto infatti che Gotham City ha conosciuto il suo nuovo vigilante, divenuto nel frattempo alleato di Jim Gordon e del procuratore distrettuale Harvey Dent nella lotta contro il crimine organizzato. I tre si ritroveranno a collaborare per scoprire l’identità di un nuovo serial killer che terrorizzerà la città per un anno intero, compiendo omicidi nei giorni di festa.
Il team creativo è riuscito a portare un vero e proprio noir, capace di depistare e sorprendere il lettore pagina dopo pagina. Ogni qual volta si pensa di aver trovato la chiave per risolvere il caso, ecco che la situazione viene stravolta, costringendo i protagonisti – e chi legge – a dover rimettere in discussione le proprie credenze.
La difficoltà nello scoprire la vera identità del killer “Holiday”, e il tormento dato da un anno intero di ricerche e buchi nell’acqua, ci porta da un lato a conoscere l’anima detective di Batman e dall’altra l’insinuarsi di alcuni dubbi sulla sua natura.
Viene infatti mostrata una Gotham in pieno cambiamento, dove la mafia sta lentamente venendo rimpiazzata dall’escalation di terrore portata freaks, i super-criminali in costume che, dalla prima apparizione del Cavaliere Oscuro, sono drasticamente aumentati. Che sia proprio l’uomo che vuole salvare la città, il primo a condannarla? Il dubbio inizia a insinuarsi nella testa del nostro iconico guardiano notturno.
Il lungo Halloween è un incredibile gioco di dualismi che, senza svelarvi troppo, porterà anche a un ambiguo finale capace di restare addosso al lettore come poche narrazioni riescono a fare. Il conflitto nascosto del vigilante di Gotham tra male e cura di Gotham City, la caduta nell’oblio di Harvey Dent di cui questa miniserie ne rinnova le origini, i doppi giochi di Catwoman, sono solo alcuni degli innumerevoli aspetti che riportano costantemente al numero 2. Non poteva dunque che essere questa la seconda lettura consigliata, per scoprire luci e ombre del Cavaliere di Gotham.
The Killing Joke
La nemesi
Se nelle prime letture abbiamo potuto notare come la figura di Batman riporti sempre al numero due, non semplicemente per il dualismo intrinseco dell’eroe mascherato e dal suo alter-ego diurno, sappiamo bene che un eroe è tanto grande quanto lo sono i suoi avversari. Sappiamo anche che, quando si parla di antagonisti, il più carismatico, pazzo, stratificato e affascinante super-cattivo è proprio la nemesi dell’Uomo Pipistrello: Joker.
Scindere le due figure è praticamente impossibile. Il loro legame è indissolubile e non potrà mai esistere l’uno senza l’altro ma, a renderne ancora più grande il mito di queste due forze in eterna contrapposizione, è la terza lettura – non per merito ma per coerenza di consequenzialità – consigliata e obbligata: The Killing Joke.
Senza svelarvi troppo a livello di trama, durante una visita all’Arkham Asylum di Batman, venuto appositamente per incontrare il suo nemico e aprire con lui un dialogo nuovo, si scopre che Joker è nuovamente evaso. Alternando le azioni del criminale in libertà, andato a far visita a casa Gordon per quello che verrà ricordato come uno degli eventi più impattanti nella storia dell’Uomo Pipistrello, viene narrata una delle tante possibili storie d’origine sul Clown Principe del Crimine.
In sole 48 pagine, il maestro Alan Moore (Watchmen, V per Vendetta, Che cosa è successo all’Uomo del Domani?) e Brian Bolland stravolgono l’equilibrio di Gotham City, raccontando il complesso rapporto tra Joker e Batman e di come siano estremamente similari. Una storia adulta, sadica, dove il pagliaccio mette in atto un piano per mostrare come anche i più grandi paladini della giustizia possano cadere; come, utilizzando le sue stesse parole, non c’è nessuna differenza tra lui e gli altri: basta una brutta giornata per ridurre l’uomo più assennato del pianeta a un pazzo.
L’eccentrico criminale non si limita a portare sull’orlo del baratro il suo eterno avversario e il puro Commissario cittadino, ma anche il lettore, parlando a ripetizioni direttamente con “l’uomo medio”. Disgusta e affascina, creando un cortocircuito che dovrebbe fare riflettere chiunque sulla natura umana.. e poi c’è chi dice che “sono solo fumetti!”.
Vedere l’Uomo Pipistrello cercare un punto d’incontro, restare senza fiato di fronte alla crudeltà del suo nemico, per arrivare a quell’ambiguo finale e a quella barzelletta, è un viaggio capace di scuotere chiunque. Quella risata, quell’ombra e quella tavola dagli svariati significati, che apre e chiude la narrazione, a cui sarai tu, lettore, a dover dare un’interpretazione, vi perseguiteranno per giorni dopo la conclusione.
The Killing Joke non è semplicemente un fumetto da leggere. È un fumetto a cui va dato il permesso di inquietarvi, perché nel vostro guardare dentro l’abisso non potrete sapere cosa ne verrà fuori. In questo caso però siete fortunati, ritrovandovi tra le mani una delle migliori narrazioni su carta di tutti i tempi.
Arkham Asylum
Il manicomio e i freaks
Tra i tutte le letture proposte, quella di Akham Asylum: Una folle dimora in un folle mondo – vi ho riportato il sottotitolo per me migliore e più azzeccato dato che nel nostro Paese, ogni volta che viene rieditato l’albo, cambia continuamente – è la più atipica e mistica. Si tratta di un vero e proprio viaggio surreale ambientato nell’iconico manicomio criminale di Gotham City, che ha ispirato l’indimenticabile interpretazione di Heath Ledger e la riuscitissima serie videoludica.
Tuttavia, seppur l’inizio della narrazione sia similare, lo svolgimento e l’obiettivo è completamente differente rispetto a quanto abbiamo vissuto joypad alla mano. I pazienti dall’Arkham Asylum hanno preso il controllo della struttura e minacciano di uccidere l’intero staff se Batman non si recherà immediatamente nell’edificio. Il vigilante verrà obbligato da Joker ad attraversare l’intero manicomio in una sola ora, rischiando di incontrare i suoi più temibili avversari.
Come Alice nel Paese delle Meraviglie, una delle principali ispirazioni per il capolavoro di Grant Morrison e Dave McKean, il Cavaliere Oscuro dovrà andare sempre più a fondo nella tana del Bianconiglio, metafora del suo animo tormentato, qui rappresentata da tetri corridoi. Si tratta infatti di un surreale viaggio a tinte horror all’interno della sua stessa mente, delle sue paure e dei suoi ricordi più dolorosi. Smarrendosi sempre di più, verrà tracciato un dualismo con Amadeus Arkham e la sua triste storia, dove il pipistrello ricoprirà – a sorpresa – un ruolo fondamentale, riportandoci ancora una vola alla questione: è forse Batman la causa della follia di Gotham City? È davvero così diverso dai pazzi che, a causa sua, si trovano ad Arkham?
Queste sono solo alcune delle questioni che affliggeranno il nostro protagonista, ferocemente risucchiato in una spirale di follia e malinconia che sembra non lasciare scampo. Ricco di simbolismi, i livelli di lettura dell’opera sono molteplici ed è interessante notare come non venga mai nominato Bruce Wayne, come se non esistesse, come se chiunque possa decidere quale maschera indossare. A quest’ultimo proposito, soltanto il finale di quest’albo meraviglioso, meriterebbe un analisi a sé.
Arkham Asylum è un vero e proprio incubo di stampo junghiano, capace di portarvi a stretto contatto con il lato più oscuro del vigilante di Gotham City: un uomo sofferente, strettamente interconnesso con le personalità borderline che deve affrontare per portare a termine la sua crociata d’epurazione cittadina. Affrontare i cosiddetti freaks, per Batman, significa combattere i propri demoni interiori e mai nessuna narrazione lo ha raccontato con questa potenza.
Il Ritorno del Cavaliere Oscuro
Il simbolo
Come vi ho anticipato parlando di Batman: Anno Uno, Frank Miller si era già occupato di narrare l’omega del Crociato Incappucciato con una graphic novel in 4 albi, in quello che fu uno degli anni più importanti del fumetto super-eroistico: il 1986. In quegli anni si aveva infatti la voglia di dimostrare, una volta per tutte, che tramite la nona arte era possibile affrontare tematiche adulte e sociali, accusando persino le politica dell’epoca, esattamente come fece Miller con Il ritorno del Cavaliere Oscuro.
Sono trascorsi dieci anni da quando Bruce Wayne, ormai sessantenne, ha abbandonato il ruolo di vigilante di Gotham City. I suoi temibili avversari sono stati rinchiusi all’Arkham Asylum e sottoposti a terapie, affinché possano tornare a far parte della società. Tuttavia, l’ondata di crimine in città è in forte aumento per l’imporsi di una nuova banda criminale denominata: i Mutanti. Con il Commissario Gordon a pochi giorni dalla pensione, e con i mass media che parlano soltanto del tempo e stupidaggini, Bruce diviene sempre più tormentato, non riuscendo più a tenere a bada il suo alter-ego. Batman ritorna a vegliare sulle strade di Gotham, spaccando in due l’opinione pubblica, affrontando nuove minacce, avversari di lungo corso rinati con lui e anche vecchi amici.
Siamo di fronte a un’opera senza tempo che, seppur distribuita come vero e proprio attacco alla politica reganiana, alla superficialità dei mass media e alla mancanza di intraprendenza della classe media è, ancora oggi, più attuale che mai. L’eroe torna a scendere in campo in prima persona, in una Gotham City dove nessuno sembra voler fare nulla per contrastare la crescente ondata di criminalità, cosciente e noncurante del fatto che c’è chi cercherà nuovamente di fermarlo, trattandolo come la causa di ogni male.
Questa è la forza di Batman: la sua capacità di agire. In questo volume sarà la molla che causerà il ritorno di alcuni dei suoi avversari freaks del passato ma, soprattutto, sarà l’ispirazione per tanti cittadini comuni a non stare fermi a guardare che il mondo peggiori, giorno dopo giorno, spronandoli a imporsi contro le ingiustizie.
La crociata del Cavaliere Oscuro di Gotham sta per giungere al termine e Batman si trova a ripercorrere i lutti del passato, a fare i conti con quei confini etici e quelle regole che si era imposto, dovendone affrontare le conseguenze. Il lettore viene dunque portato a stretto contatto con l’uomo dietro il simbolo, non più forte nel fisico come un tempo. Attraverso i disegni di Miller e le chine di Janson, si riesce quasi a toccare con mano il malessere che ha portato Bruce Wayne a indossare la maschera, al senso di quell’epica lotta alla criminalità che deve ispirarci tutti.
Ecco perché abbiamo bisogno di Batman: per ricordarci che abbiamo tutti zone d’ombra e conflitti interni, ma non dobbiamo rinunciare ad agire per ciò che è giusto. Anche quando la società, la politica, i mass media non sono con noi. Un messaggio niente male quello di Frank Miller, in uno dei suoi più grandi capolavori.
Non ho voluto inserire altri grandi storie quali: Hush (interessante da leggere profeticamente in ottica The Batman), Una morte in famiglia, Vittoria Oscura o La Corte dei Gufi, in quanto già più all’interno di una narrazione seriale. Ho preferito indirizzarvi a storie universali, in grado di fornire già alla prima lettura un’ottica nuova su Batman e il suo universo. Se siete già lettori e vi mancano uno o più di questi cinque pilastri, dovreste rimediare quanto prima!
Tutte le narrazioni sopra elencate hanno pesantemente influenzato i lungometraggi che abbiamo visto sul grande schermo e che vedremo in futuro. Sono gli albi che hanno indelebilmente caratterizzato il personaggio, tracciandone la grandezza e rendendolo, ancora con più forza, protagonista di letture che resteranno sempre attuali perché, per quanto ci sforziamo, avremo sempre un lato oscuro da combattere come singoli individui e come collettività. Non ci resta che dire un’ultima cosa dunque: lunga vita a Batman. Michele Finardi
Una seconda parte che inizia col botto questa di The Walking Dead 11: il nono episodio, arrivato su Disney+ il 21 febbraio, ci catapulta nella guerra tra il team di Maggie e i mietitori. Basta poco per capire che la nostra protagonista ha raggiunto un punto di non ritorno.
Il ricongiungimento con Daryl non è dei migliori: Maggie è in preda allo spirito di vendetta per tutti gli amici persi lungo il viaggio e anche Negan se ne accorge. In questo episodio tutte le tensioni emergono facendo luce sulle numerose zone di ombra di questa leadership. Ma del resto, sono cose capitate anche a Rick: i leader hanno sempre il duro compito di prendere le decisioni e alla fine sono inevitabilmente soli.
Parallelamente, ad Alexandria continua la lotta contro l’invasione degli zombi: Judith e Grace, intrappolate nella cantina tra i non morti che scendono le scale e l’acqua che invece continua a salire, vengono salvate da Andrew che a sua volta viene salvato da Lydia.
I due filoni narrativi stanno quindi per ricongiungersi con un insperato scenario di tranquillità: gli zombi di Alexandria vengono respinti e Maggie finalmente torna a casa col cibo, ma con molte meno persone al seguito. Anche Alden si è trasformato in zombi: Maggie lo apprende quando si reca a controllare nella casa dove lo aveva lasciato, poiché ferito. In quel momento, quando deve uccidere il suo amico, la leader crolla in un pianto senza fine.
Un plot twist inaspettato
Ingoiate anche queste lacrime amare, è il momento di tornare a casa. Tutti si ricongiungono con calorosi abbracci: Gabriel va da Rosita, Maggie abbraccia il figlio e Daryl riversa una cesta di mele – di cui approfitterà Dog – per correre ad abbracciare Connie. Un momento bellissimo, in cui si sono riaccese le mie speranze di veder nascere questa coppia, dopo tante peripezie.
Nemmeno il tempo di respirare, che ai cancelli della città viene a bussare la giunta del Commonwealth, affiancato da Eugene.
L’ultima scena che vediamo è quella in cui gli esponenti del Commonwealth offrono agli abitanti di Alexandria due opzioni: restare in città ricevendo il loro supporto per sopravvivere oppure entrare a fare parte della loro comunità. Di fronte alle facce basite della gente di Alexandria appare la scritta
Sei mesi dopo…
E tutto quello che riusciamo a capire è che Maggie è rimasta ad Alexandria mentre Daryl è diventato una guardia del Commonwealth: tra i due, ancora una volta, non sembra correre buon sangue. Chi sarà il nuovo villain di The Walking Dead? “No other way” è il titolo di questa puntata, un titolo che vale dall’inizio alla fine.
Tutte le scelte che vengono fatte sembrano guidate da una necessità: quella di Maggie di vendicarsi, quella di Daryl di salvare Layla, quella di Negan di andarsene perché non vuole rischiare di essere ammazzato da Maggie. Ognuno ha le sue condizioni per sopravvivere, come anche Maggie e Daryl nel loro diverbio in chiusura:
Maggie:Non deve andare per forza così…
Daryl:Sì. deve andare così.
Sipario.
Ormai neppure i salti temporali di The Walking Dead ci disorientano: siamo pronti a farci guidare verso questo gran finale. Nel frattempo, il Commonwealth non ce la racconta giusta e il trailer del decimo episodio ci fa presagire che Carol vorrà vederci chiaro…
Promo Trailer episodio 11×10
Tutte le recensioni degli episodi precedenti
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Attrezzatura sportiva: cosa valutare in fase di scelta
Acquistare un paio di sci online è più semplice se si conosce la differenza tra un modello e l’altro, ma di certo poter contare su una guida è ancora meglio: in commercio esistono sci di diverse lunghezze che devono adeguarsi non solo all’altezza stessa di chi li indossa, ma anche al tipo di discesa che si vuole affrontare. Gli All-mountain, ad esempio, come suggerisce il nome sono sci adatti più o meno ad ogni esigenza, mentre gli sci Carving performano meglio sulle curve. Sci più corti possono andare bene anche per un principiante, tuttavia possono conferire meno stabilità. In generale, se adatti alla propria corporatura e accompagnati da bacchette da sci adeguate si possono scegliere senza problemi.
Lo stesso vale per lo snowboard, che ha caratteristiche similari agli sci e ha modelli che si differenziano in base al proprio stile e alla propria esperienza. Di certo, occorrerà comunque scegliere gli scarponi giusti perché contribuiranno a conferire stabilità sulla neve: anche se fanno parte dell’outfit, possono essere considerati alla stregua di un’attrezzatura idonea a sciare in sicurezza. L’unità di misura Mondopoint è quella cui fare riferimento e tiene conto non solo del numero di scarpe in generale ma anche della lunghezza del piede. Si possono scegliere scarponi più rigidi o di taglia aderente al piede per avere più sensibilità e, anche qui, dipenderà dal grado di esperienza.
Chi ama andare in bicicletta, invece, può trovare offerte interessanti anche a livello di e-bike, ovvero le bici di ultima generazione con pedalata assistita: sono fornite di motore elettrico, batteria di lunga durata e spesso display LCD che indicano i parametri più importanti. I modelli più evoluti sono leggeri ma robusti, ma soprattutto pieghevoli per poter entrare in auto o su un mezzo pubblico senza problemi.
Abbigliamento e accessori tecnici per l’attività sportiva
Per abbigliamento tecnico si intende una tipologia di tessuto che, specie sulla neve e in alta montagna, tiene al caldo ma consente anche la traspirazione naturale senza far penetrare l’umidità. Di solito si tratta di capi che vanno a diretto contatto con la pelle e, laddove necessario, vengono completati con tute da sci in due pezzi o meno.
Di sicuro, l’aspetto a cui prestare attenzione quando si scia o si fa trekking a piedi o in bici è la praticità. Ciò significa che la guida alle taglie su un e-commerce diventa fondamentale. Occorre che la felpa, i pantaloni, la giacca o le calze siano della misura corretta per non impedire i movimenti ma neanche stringere eccessivamente sul corpo.
Cappelli, sciarpe e guanti sono complementi irrinunciabili non solo sulla neve ma anche nelle stagioni più rigide e anche uno zaino può fare la differenza: in questo caso, la regolazione degli spallacci e l’imbottitura, nonché uno spazio adeguato all’interno, possono far propendere verso un elemento pratico che completa l’abbigliamento o uno che invece potrebbe solo appesantire la scalata o la pedalata.
Nessuno può dire no ad Achille Lauro: dopo aver mancato il podio a Sanremo, eccolo a rappresentare San Marino all’Eurovision
Ad Achille ci siamo abituati, e quel faccino non è un viso a cui si possa dir no. Ancor meno Achille ci sembra una personalità che possa lasciarsi sfuggire un’occasione utile, qualunque sia. Eccolo quindi, dopo aver vinto il cugino di secondo grado di Sanremo in quel di San Marino con il singolo “Stripper”, proiettato a Maggio, all’Eurovision.
Il nostro dovrà passare le semifinali per poi gareggiare alle finali dove, tra gli altri, dovrà vedersela con gli amatissimi Mahmood e Blanco con il loro “brividi“.
Achille Lauro, missione arte e musica: e tutto il resto è noia
Per molti, il gesto del Lauro è stato tacciato di essere di cattivo gusto. Italiano, italiano…e poi? Peccato che una cosa che sfugge a molti è la seguente: le nazioni non sono obbligate a scegliere qualcuno della propria nazione ma hanno scelta libera.
San Marino dal canto suo aveva già iniziato la selezione molto tempo prima dello stesso Sanremo. Achille, la scelta sua, l’aveva già fatta. Questo risulterebbe evidentissimo se solo, per una volta, prima di giudicare l’operato e la personalità di un’artista ci si impegnasse, anche in maniera superficiale, nella sua conoscenza. Il cantante scrive infatti sui suoi social:
Parteciperò all’Eurovision2022 con il brano “STRIPPER” . Una grande opportunità per regalare alla mia musica e alle mie performance un palcoscenico di livello internazionale. Grazie di cuore a San Marino, “l’antica terra della libertà” , per avermi invitato alla primissima edizione del suo festival e aver reso possibile tutto ciò.
Non è una novità come la pensi sulla questione, non ne ha mai fatto mistero. Di etichette, case discografiche e bandiere, in ogni caso, Achille non sa che farsene davvero. Tutto ciò che conta è la sua musica, la sua arte. E con essa, il messaggio che vuole assolutamente che arrivi. Con Achille l’espressione è libera davvero, lo abbiamo visto e, ora, non fa altro che dimostrarcelo. Ce lo ha sempre insegnato: e ora che c’è da stupirsi? E’ ovvio, Achille lo si ama come lo si odia, ma certo non lo si può accusare di incoerenza.
Achille Lauro è il più fedele degli artisti. Fedele a sé, alla musica, a chi da sempre lo ascolta e ne percepisce le note purissime. A nient’altro: il resto è solo un mezzo. Con buona pace di San Marino. E dell’Italia.
Certo, probabilmente molti riconosceranno che le ultime esibizioni del Lauro non stupiscono come fecero due anni fa. Sarà perché forse ci siamo abituati ( ci siamo abituati persino allo scandalo primo del me ne frego, chi doveva dircelo), sarà perché Achille oltre a provocare apertamente, ci riferiamo a Sanremo, toccandosi un po’ qui e un po’ là ma soprattutto là, non ha avuto colpi scenografici.
Anche a livello melodico e di testo, sia per ” Domenica“, la canzone sanremese, sia per quello che di “stripper” si è sentito, non è cambiato molto rispetto al livello passato. La struttura testuale pure, ha conservato quell’assetto provocatorio e un po’ sfrontato.
Insomma Achille ha ormai conquistato il suo posto tra i big e là sembra essersi fermato: fedele sì, ma probabilmente ormai non più in movimento.
Il video dell’esibizione a San Marino
Serena Garofalo
Foto cover e video forniti dalla Stampa Goigest: PH. LEANDRO MANUEL EMEDE
Il teatro Parioli di Roma ha sollevato un sipario che quest’anno lascia davvero a bocca aperta. Dopo il Mistero Buffo di Matthias Martelli, arrivano sul palco Ale e Franz, felicissimi di ritrovarsi insieme dopo due anni di Pandemia, periodo in cui è nato questo nuovo show dal titolo Comincium.
Lo spettacolo dal vivo inizia a tirare qualche lievissimo respiro di sollievo e noi con lui. Tornare a teatro e avere la possibilità di stringerci ancora nelle risate vivendo solo il momento è un’esperienza bellissima e condivisa.
Riprendiamo quel cammino che negli ultimi venticinque anni ci ha permesso di raccontarvi le nostre storie, i nostri incontri; ci ha permesso di ridere innanzitutto di noi stessi, come davanti ad uno specchio, e ci ha aiutato a condividere, con voi, la nostra comicità.
Siamo pronti
Mezza sala
Buio
Comincium!… perché ci siete mancati tanto
Ale e Franz
Tre sketch, un duo e una band dal vivo
Uno duo inossidabile dal 1995, arrivato alla ribalta televisiva con Zelig nell’ormai lontano 2000: e chi se li scorda a litigare su quella panchina, con il loro strano umorismo? Il format sembra ricalcare un po’ la satira oraziana del seccatore e rivela ancora tutta la sua modernità cavalcando i temi più attuali.
La panchina è una delle protagoniste anche di Comincium – spettacolo in scena a Roma dal 16 al 27 febbraio per la regia di Alberto Ferrari – insieme alla fermata dell’autobus e ad un tavolino. Ad Ale e Franz non servono molti oggetti di scena per raccontare quello che vogliono raccontare.
In questo show, accanto a loro c’è anche una fantastica band che accompagna con musiche dal vivo tutto lo spettacolo: Luigi Schiavone alla chitarra, Fabrizio Palermo al basso, Francesco Luppi alle tastiere, Marco Orsi alla batteria e Alice Grasso alla voce; quest’ultima recita anche in uno degli sketch con Ale e Franz.
Uno sguardo leggero sul mondo
Nei tre mini show ascoltiamo parodie sulle tematiche più calde della contemporaneità (dall’ecologia alla questione di genere, passando anche per il temibile algoritmo di Google) riecheggiando anche la comicità tipica del cinema italiano. Nello sketch finale dei due vecchietti che scrivono una lettera al presidente della Repubblica, perché credono di essere stati richiamati in guerra, non possiamo non pensare a Totò in “Totò Peppino e la Malafemmena” o a Mastroianni e Benigni in “Non ci resta che piangere”.
In questo contesto comico si rende evidente la necessità di alleggerire tante sterili polemiche che ogni giorno ci dobbiamo cibare nel mondo online e offline: abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo anni di profonda introspezione e solitudine. La voglia di Ale e Franz di ritrovarsi su questo palco e regalare un sorriso è fortissima, tanto che forse l’unica pecca dello spettacolo è la durata. Non siamo più abituati a stare in sala così a lungo!
Nonostante questo, Ale e Franz confermano una maestria pazzesca sul palco: hanno dei ritmi formidabili e a volte è quasi difficile corrergli dietro tra una risata e l’altra. Un duo sorprendente che speriamo torni a Roma prestissimo.
Esteticamente impeccabile, Belfast è un’esplosione di vitalità irlandese e un omaggio ad una città e ad una comunità che raramente abbiamo visto al cinema.
Nella città di Belfast, capitale dell’Irlanda del Nord, il regista Kenneth Branagh è nato nel 1960 e questo film è molto autobiografico. Tanto è vero che qualcuno lo annovera tra i film-testamento, quelli in cui il regista/autore ripercorre quella parte iniziale della propria vita che più ha segnato il suo percorso.
E se Paolo Sorrentino con È stata la mano di Dio ha raccontato il momento della sua adolescenza in cui inaspettatamente è diventato adulto, con Belfast potremmo dire che Branagh racconta quel momento della sua infanzia in cui ha scoperto cosa significa essere irlandese.
Dimenticate i film shakespeariani degli esordi, ma anche le ultime pellicole raffinate e un po’ “fredde” con cui Branagh ci ha riproposto i classici di Agatha Christie.
Belfast è un’opera più personale e sentita. L’accuratezza con cui è stata realizzata lascia intuire quanto il regista ci tenesse a raccontare la propria infanzia e l’amore per la sua famiglia e la sua città.
Tanta cura e tanta maestria hanno già portato al film un Golden Globe per la migliore sceneggiatura originale allo stesso Branagh e molte candidature “pesanti” ai prossimi premi Bafta e Oscar, che meriterebbe di vincere.
La trama e i temi di Belfast raccontano le origini di Kenneth Branagh
In un incipit a colori il film ci mostra con immagini aeree e panoramiche la città del titolo come appare oggi. In breve ci catapulta nella scena affascinante in bianco e nero di un quartiere popolare della Belfast dell’agosto 1969. Mentre Buddy (Jude Hill) gioca con gli amici nella strada dove abita, un gruppo di protestanti sferra un attacco contro i cattolici che vivono lì, urlando la loro volontà di cacciarli.
È l’inizio di quelli che passeranno alla Storia – eufemisticamente – come i “Troubles”, il conflitto trentennale nordirlandese tra la maggioranza protestante (gli Unionisti, a fianco della corona britannica) e i cattolici, all’epoca demograficamente in minoranza, che sentivano l’appartenenza dell’Ulster al Regno Unito come una dominazione e sognavano il ricongiungimento con la Repubblica d’Irlanda.
Buddy è un bambino di famiglia protestante. Come i suoi familiari non vede motivi per odiare, cacciare o combattere i cattolici, con cui convive nello stesso quartiere e studia nella stessa scuola.
Ha un fratello già adolescente e un padre che lavora come elettricista in Inghilterra e torna ogni due settimane a casa. Entrambi sono costantemente e minacciosamente presi di mira dai fiancheggiatori protestanti che vogliono convincerli a partecipare ai disordini e alle rappresaglie contro i cattolici. La madre di Buddy cresce i figli praticamente da sola, tra i sacrifici necessari a pagare i debiti che il marito ha accumulato con il fisco.
Il clan di Buddy è arricchito anche da una cugina più grande che lo coinvolge in avventure da teppista, dagli zii presenti e, soprattutto, dai nonni/babysitter che lo consigliano su come farsi notare dalla compagna di classe di cui si è innamorato.
Non c’è solo il conflitto tra protestanti e cattolici a raccontarci la Belfast dell’infanzia di Kenneth Branagh
Belfast è un omaggio del regista alle sue origini, alla città dove è nato e dove ha passato l’infanzia e alla sua famiglia in senso ampio, ma è anche una narrazione sul popolo irlandese, in particolare quella parte che vive in Ulster.
Attraverso gli occhi del piccolo Buddy, con leggerezza, ironia e, allo stesso tempo, serietà, lo spettatore scopre i grandi drammi che gli irlandesi hanno dovuto affrontare nei decenni passati: il conflitto tra protestanti e cattolici e le diseguaglianze tra i due gruppi; la disoccupazione, la povertà di larghe fasce di popolazione e la conseguente massiccia e costante emigrazione verso altri paesi, compresa l’Inghilterra e gli altri Paesi del Commonwealth. Non a caso il film è dedicato a quelli che sono partiti, a quelli che sono rimasti e a quelli che si sono persi e la secolare diaspora irlandese è sintetizzata dall’esilarante zia di Buddy, quando dice che, se gli irlandesi non emigrassero, non ci sarebbero buoni pub nel resto del mondo.
Un film raffinato e visivamente potente dove nulla sembra essere lasciato al caso.
Un esempio su tutti è la scelta del bianco e nero, che Kenneth Branagh sostituisce con il colore solo in tre scene: da un lato, le inquadrature panoramiche della città di oggi all’inizio del film e alla fine, per sottolineare il collegamento e, al tempo stesso, la distanza che ci sono tra la Belfast dell’infanzia dell’autore e la Belfast a noi contemporanea; dall’altro, la scena in cui la nonna porta Buddy a teatro. Qui, possiamo vedere un richiamo all’identità artistica di Branagh, attore e regista shakespeariano tra i più celebri in assoluti e un omaggio a ciò che ha significato per lui: mentre gli spettatori in platea sono rappresentati in bianco e nero, la recita sul palco è a colori, come gli occhiali inforcati dalla nonna (Judi Dench).
La regia è caratterizzata da efficaci primi piani e inquadrature dal basso, che creano la dinamicità necessaria ad una sceneggiatura piena di dialoghi vivaci e momenti poetici. Forse, vista l’ambientazione storica e i temi drammatici ci saremmo aspettati più pathos nella sceneggiatura. Invece, siamo rimasti soddisfatti dalla scelta di levità di Branagh.
A tratti, il piccolo Buddy ci ricorda il protagonista diJojo Rabbit, con il suo sguardo curioso e stupito sui drammi che accadono davanti ai suoi occhi e la capacità di alimentare comunque la propria vitalità, tipica dei bambini. Il legame tra i suoi genitori, invece, raccontato in quel bianco e nero così raffinato, ricorda quello della coppia (meno fortunata) di Cold Warche un altro regista, Pawel Pawilkovski, ha dedicato alla storia d’amore dei propri genitori. La differenza è che Branagh racconta un rapporto di coppia che arranca ma non si lascia sopraffare dalle circostanze storiche, diversamente da quello dei protagonisti del film del regista polacco, sconfitti dal clima sociopolitico dei Paesi del blocco sovietico.
Il film è bellissimo, non solo per merito di Kenneth Branagh
Le nomination ai prossimi Oscar e Bafta dicono molto dei meriti collettivi di questo film. Alle candidature come miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura originale, si aggiungono quelle per gli attori non protagonisti. Tra questi spiccano gli interpreti degli affettuosi nonni di Buddy: la perfetta Judi Dench e un altro bravissimo attore di Belfast, Ciaran Hinds.
L’esordiente Jude Hill nel ruolo di Buddy è eccezionale, ma sono sorprendenti anche, nei ruoli dei genitori, Caitríona Balfe e Jamie Dornan, che dimostra di non essere adatto solo come il bel Cristian Grey di Cinquanta sfumature di grigio o il conte Fersen di Marie Antoinette.
Probabilmente ha svolto un ruolo importante il fatto che molte delle persone che hanno lavorato nel film siano nate a Belfast: oltre a Branagh e a Hinds, anche Jamie Dornan e Van Morrison, autore della colonna sonora, a volte travolgente, a volte struggente.
Tanto amore per la propria comunità di appartenenza ha prodotto un film molto affettivo e molto curato.
Last but not least, un plauso va alla perfetta fotografia di Haris Zambarloukos il quale, oltre che nel musical Mamma mia, ha lavorato in molti film con Branagh, compresi gli ultimi due tratti dai gialli di Agatha Christy, dove le immagini sono curatissime. Ma in Belfast ha superato se stesso.
Potevamo abbandonare gli studenti nei meandri della letteratura internazionale, sia antica che moderna? La risposta ovviamente è no: sappiamo che moltissimi ragazzi e ragazze ci leggono e trovano conforto nelle nostre guide passandosi i link su WhatsApp o linkandoci su Classroom, quindi eccoci qui con una overdose di letteratura da utilizzare sia durante l’anno che per gli esami, come ad esempio quelli della maturità.
NOTA BENE: Se hai bisogno di un approfondimento specifico, lasciaci un commento qui sotto, faremo il possibile per aiutarti.
Indice
Come studiare la letteratura italiana con Serena Garofalo
Gli autori della letteratura italiana non sono stati mai così… leggeri! Grazie ai video della nostra studentessa di lettere Serena Garofalo, potrai studiare tutte le nozioni principali dei più grandi autori della letteratura italiana. Nella nostra categoria Letteratura Italiana trovi inoltre moltissimi approfondimenti di tutti i nostri redattori laureati in lettere antiche e moderne Oriana Fallaci, Dante, Giovanni Pascoli, Guicciardini, Boccaccio).
Come studiare la letteratura inglese con Veronica Bartucca
Veronica Bartucca, laureata in lingue, ci racconta i più grandi autori della letteratura inglese. Insieme a lei, Cristiana F. Toscano realizza delle video dosi assolutamente commestibili, per apprendere il più possibile in pochissimo tempo!
Anche gli studenti universitari potrebbero aver bisogno di una mano: in questa sezione abbiamo approfondito gli autori americani.
Come studiare la letteratura greca e latina
In questa sezione potrai trovare gli articoli e i video di Alessia Pizzi (laureata e filologia classica) e Lorenzo Cardano (studente di lettere classiche) per approfondire tutte le tematiche possibili e immaginabili sull’antichità. Ad esempio, vuoi parlare con Saffo? Vuoi saperne di più sulla Dea Afrodite nella Letteratura? Sei nel posto giusto!
Come ogni anno stiamo preparando degli speciali dedicati alla Maturità. Prima di tutto, prova subito la nostra web story: all’interno trovi tante risorse disponibili, come un quiz di cultura (elaborato da noi Spacciatori) e un articolo per idee e tesine sulla maturità. Immancabile il mostro finale: come fare l’analisi del testo!
Daria Bignardi ancora una volta dimostra la sua maestria nel raccontare storie, anche su carta. Dopo averla apprezzata moltissimo come romanziera in “Storia della mia ansia”, torno a leggerla in occasione dell’ultima uscita “Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici”, una sorta di diario di vita scandito dai libri e pubblicato per i tipi di Einaudi.
Spesso i libri sono i nostri migliori amici. Attendono in silenzio il momento di essere sfogliati, amano essere letti e riletti, e non ci portano rancore quando la cantina in cui li riponiamo si allaga. Il libro è un oggetto prezioso che il lettore conserva come un cimelio. Ce ne sono alcuni che, come le canzoni, associamo a particolari momenti della nostra vita: il solo pensiero riesce a darci conforto, per questo è bellissimo ripensare ad alcune frasi che ci hanno particolarmente colpito durante la lettura. Molti di noi avranno persino trovato le risposte in un libro: quelle che neppure il migliore confidente di turno aveva saputo offrire.
Daria Bignardi ci consegna le chiavi del suo mondo, facendo una cernita specifica. Ci racconta solo i libri maledetti, quelli che lei associa al suo piacere per la sofferenza. La scrittrice, raccontando questi testi, allo stesso tempo si racconta, unendo quindi l’utile al dilettevole; da un lato nutre i famelici lettori di spunti interessanti sui prossimi libri da leggere – sono convinta che La foresta della notte di Djuna Barnes stia avendo o avrà prestissimo un picco di acquisti su Amazon proprio perché Daria Bignardi lo sponsorizza come un amico fidato – dall’altro, racconta tutte le luci e le ombre della sua vita, scandendo le tappe allo sfogliare di ogni pagina.
Un diario da romanziera
Tra il memoir e il romanzo autobiografico, “Libri che mi hanno rovinato la vita” è una lettura piacevole e interessante, che scorre con leggerezza. Mentre scopriamo i libri amici di Daria, la scrittrice tira fuori eventi anche piuttosto scomodi e dolorosi della sua vita, come sempre senza troppi peli sulla lingua. La Bignardi è una provocatrice, questo lo abbiamo imparato bene, ma il garbo delle sue provocazioni la rende adorabile, sempre affabile e assolutamente vicina al lettore. È impossibile non empatizzare, specialmente quando confessa di non sapere dove andrà a finire questo libro o di aver sbagliato libro mentre associata le citazioni del suo cuore a determinate copertine che la mente menzognera ricorda male.
Nel libro Daria vanta come talento quello di saper leggere velocemente e afferma che i suoi cuginetti, da piccoli, avevano dei doni molto più speciali: erano molto atletici, ad esempio. Mi verrebbe da confortarla dicendole che ha sicuramente molti altri talenti, tra cui quello di sapersi reinventare in ogni scrittura, lasciando i lettori sempre stupiti della sua non celata umanità.
Primo capitolo della trilogia esistenziale (o dell’incomunicabilità), a cui seguiranno La notte (1961) e L’eclisse (1962), rappresenta la prima collaborazione fra il regista e Monica Vitti, l’attrice che diverrà la sua musa. L’ Avventura di Michelangelo Antonioni è l’opera che ha consacrato la carriera del cineasta elevandola a livello internazionale grazie alla sua capacità di fondere armonicamente i personaggi e i loro sentimenti con il paesaggio.
Trama
Anna, figlia di un ambasciatore a riposo e fidanzata di Sandro, giovane architetto, viene invitata con Claudia, una sua amica, a una gita sullo yacht di un ricco costruttore nella zona delle isole Eolie. Sbarcati su un piccolo scoglio, tra Anna e Sandro ha luogo un’accanita discussione. All’improvviso, minaccia un temporale e tutti si affrettano verso la nave ma al momento di imbarcarsi si accorgono che Anna è sparita. Lo yacht deve ripartire per evitare la tempesta, ma Sandro e Claudia rimangono sullo scoglio per cercarla. La speranza di trovarla sfuma, ma i due sentono che nei loro cuori c’è un sentimento nuovo che li unisce e si rendono conto che la ricerca di Anna era in realtà soltanto un pretesto. In seguito raggiungono Taormina, dove ritrovano nel corso di una riunione mondana i loro compagni di crociera. Nessuno chiede notizie di Anna e tutti si rendono conto della nuova relazione tra Sandro e Claudia. Ma non mancherà molto prima che Claudia si accorga di quanto i sentimenti di Sandro siano effimeri ed occasionali. La prova arriva quando il giovane architetto si abbandona ad un’avventura. Claudia dopo il primo momento di ribellione si rassegna a perdonarlo.
La pellicola del 1960 è un manifesto del cinema contemporaneo
L’opera trova la sua pietra angolare nella struttura narrativa individuando nell’esistenzialismo di Antonioni il suo baricentro. Il regista mette su pellicola quelle che sono le dinamiche sociologiche e psicologiche della società contemporanea del tempo: l’Italia borghese, trionfante ma fondamentalmente infelice e insoddisfatta. Una visione della realtà che passa da una narrazione apparentemente senza senso e a tratti noiosa, tesa a declinare il vuoto dell’esistenza attraverso una proiezione di spazi naturali fissati dalla macchina da presa.
L’Avventura è, per l’epoca, un prodotto assolutamente nuovo e radicale. Il diverso che divide giuria e critica ma che piace al pubblico. Un film che strideva con quel perbenismo falso che Antonini ha voluto denunciare. Una società vuota, insoddisfatta e priva di valori. E proprio dal distacco dalle pellicole classiche che nasce L’Avventura, un “giallo alla rovescia” (G. Fink): un mistero irrisolto, che non si sa se sia accaduto, di cui a un certo punto del film non ci si preoccupa neanche più. Perché nell’opera quello che conta non è il prima, ma il dopo. Una sparizione della sparizione che rappresenta il vero motore del primo atto. Un minutaggio ridottissimo è il destino del ruolo Anna, poche scene, ma necessarie a far decollare la struttura narrativa. Da qui la camera allarga la propria inquadratura in un gioco di equilibri che rendono un tutt’uno paesaggi e personaggi.
Antonioni si distacca, dunque, dai toni quasi rosati della Dolce Vita, presentato nello stesso anno al Festival di Cannes, rivoluziona il linguaggio cinematografico e narrativo del tempo attraverso un fare complesso e intellettuale che rende i suoi film di difficile studio e interpretazione.
Dalla difficile interpretazione al senso di vuoto
L’Avventura è indubbiamente un’opera di difficile interpretazione, conseguenza della sua narrativa non semplice dove il significato va oltre quello che lo spettatore vede. La complessità interpretativa del film è forse stata una scelta volontaria, infatti, come affermato dallo stesso cineasta “è un film per pochi”.
Comune è il senso di noia e di tempo infinito quando si guarda la pellicola, così come l’antipatia verso alcuni personaggi resi tali, ancora una volta volontariamente. La pellicola non sembra seguire una vera e propria ratio mentre, minuto dopo minuto, il cineasta cerca di mostrare il senso di alienazione e insoddisfazione dei personaggi. Un film che racconta il reale, il vissuto di un’epoca che a distanza di 62 anni continua ad essere più che mai attuale. Ed è qui che Antonioni diventa profeta e il suo film si atteggia ad una sorta di longa manus con la generazione giovane di oggi. Personaggi che sono espressione della fragilità e ambiguità dei sentimenti umani che trovano la loro incarnazione in Claudia, interpretata da Monica Vitti.
«Dimmi che mi ami» – «Ti amo» – «Dimmelo ancora» – «Non ti amo» – «Me lo merito» – «Non è vero, ti amo».
Un film ostico, anche per i più appassionati ed esperti della filiera eppure se ne continua a parlare nonostante le critiche e le accuse di pornografia del tempo. Quello che spesso si ignora è la presenza di scelte stilistiche e contenuti di spessore che hanno contribuito a trasformare il cinema contemporanee.
Ma che cos’è l’Avventura?
Il titolo di questo film ha una portata straordinaria perché non va colto in senso stretto ma nel senso più ampio che viene colto a seguito della visione del film. L’avventura a cui Antonioni fa riferimento è quel muovere interno che scuote l’anima e rende inquieti. È l’avventura che ogni essere umano intraprende nella conoscenza di sé stesso. È quel passaggio che dal nulla conduce alla disperazione proprio come i protagonisti nella scena finale della pellicola.
E proprio in questa piccola particella degna di nota che viene colta la bellezza del film. L’ avventura non è altro che un fuori campo non visibile e inafferrabile. È il luogo dell’interrogazione dove le risposte sono sempre quasi vaghe. L’avventura è la sterilità di quello che si vede, giovani espressioni di una generazione morta dentro, annoiati, mediocri, indecisi e pigri.
L’Avventura diventa, allora, una metafora ma anche un grido silenzioso di giovani persi in sé stessi: anime che vagano nel nulla come una piccola barca alla deriva. Eppure, c’è un rumore stridente che infastidisce e disturba perché in fondo la pochezza dei sentimenti e il timore di mettersi in gioco ancora abitano il cuore di molti.
L’eros secondo Antonioni
Antonioni è stato consacrato a livello internazionale per la sua straordinaria capacità di coniugare personaggi passivi e i loro non sentimenti con i paesaggi. Questi sono spesso vuoti, desolati così come il sesso secondo il cineasta. Sterile e fine solo a se stesso. È malato e primordiale (elemento da cui trae origine la trilogia dei sentimenti) nasce da un impulso scevro da ogni forma di sentimento. In questa prospettiva il sesso diventa il sostituito della comunicazione.
Qui la donna diventa solo un oggetto intercambiabile. Una preda che serve a placare un desiderio viscerale. Per questa ragione spesso la camera da presa la ingloba con i paesaggi che ne fanno da sfondo. Di spalle, e spesso silenziosa. Eppure lo spettatore percepisce il senso di vuoto e di desolazione.
Scorzese, forse, più di tutti ha colto la bellezza di un film di non facile comprensione e lo fa con questa affermazione: “L’avventura è una narrativa di luce, spazio, oscurità, che sembra arte analitica. Mette in scena uno dei finali più belli in assoluto […]”
Curiosità
Sebbene oggi sia considerato fra le migliori opere di Antonioni eppure appena usci il film destò molto scalpore. Il regista fu accusato di pornografia, per i suoi temi la pellicola fu sequestrata dalla Procura di Milano per oscenità e offesa al pudore. La magistratura, infatti, ordinò il “velatino” (l’oscuramento) di 5 scene incriminate. Che Antonini con il suo tema sull’incomunicabilità e l’incomprensione abbia predetto la sorte del film?
Tre motivi per guardarlo
Per la presenza della bravissima Monica Vitti;
Per la straordinaria attualità della pellicola;
Per i bellissimi paesaggi che ne fanno da sfondo.
Quando guardarlo
È un film complesso e per questo è un film che va visto quanto si dispone molto tempo e si possegga la concentrazione necessaria per comprendere il messaggio sotteso
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Minibombo, la casa editrice che si occupa dei piccoli lettori e dei grandi che li accompagnano, non sbaglia un colpo e – dopo Nascondino e Il libro bianco – ci regala un altro libro interessante e divertente.
Adesso ti prendo, di Ilaria Antonini, Barbara Balduzzi e Marco Scalcione, è disponibile nelle librerie a partire dal 3 febbraio.
Il gioco simbolico
Adesso ti prendo parte da un’idea semplice: riprodurre un inseguimento “all’ultimo scatto” tra preda e predatore nel più classico dei giochi di finzione.
L’inseguimento è infatti un gioco simbolico e quest’ultimo è un’attività importante, raffinata e impegnativa, che si sviluppa e progredisce durante l’infanzia insieme a diverse abilità e competenze del bambino.
Nel gioco simbolico i bambini mettono in scena delle situazioni, assegnando ruoli alle persone e creando veri e propri copioni: «Facciamo finta che io sono… e tu sei…?». Dottori e pazienti, mamme e papà, indiani e cowboy, maestre e alunni, gatti e topi, giaguari e scimmiette.
In Adesso ti prendo l’inseguimento coinvolge proprio un giaguaro e una scimmietta.
La trama
Come ogni giorno la giungla è pronta per essere il teatro dell’inseguimento. Il giaguaro vuole catturare la scimmia a tutti i costi e non sbaglia un colpo: «Trovata!». Fissa la scimmia con i suoi occhi grandi e… E adesso? Chi avrà la meglio? Lo scopriremo solo leggendo.
La recensione
I giochi di inseguimento sono fra i giochi più antichi e amati dai bambini di ogni cultura.
Sono divertenti perché garantiscono una tensione continua. Dall’inizio alla fine, in tutte le fasi, la corsa sarà emozionante e il finale è sempre inedito: non si sa mai se l’inseguito riuscirà a scappare o se invece avrà la meglio il cacciatore.
Adesso ti prendo ripropone la stessa tensione dell’inseguimento classico ed è un libro divertente e interattivo. Sarà il bambino a decidere quale parte interpretare, se il giaguaro o la scimmia.
Le illustrazioni sono immediate. La giungla è rappresentata come una mappa colorata di verdi diversi.
Con questa seconda puntata de L’Amica Geniale 3, andata in onda domenica 13 febbraio, siamo (già) arrivati a metà della stagione. “La cura” e “Guerra fredda”, rispettivamente terzo e quarto episodio, portano avanti la storia di Lila e Lenù dandoci ancora una volta modo di scoprire più a fondo le loro personalità, ma soprattutto di riflettere su alcune situazioni sociali che hanno fatto parte della nostra storia e continuano a suonare terribilmente attuali.
La sessualità al femminile
Una delle scene più belle del terzo episodio vede Lila e Lenù al mare intente a scambiarsi confidenze sulle loro esperienze sessuali. Dopo che Elena ha aiutato la sua amica a tirarsi fuori dall’ambiente nocivo della fabbrica ottenendo i soldi che le erano dovuti, la trascina da diversi dottori per capire a cosa fosse dovuta la grande febbre che avevamo visto nell’ultima puntata. Proprio in occasione di una di queste visite, Lila chiede informazioni sulla pillola anticoncezionale. Mentre cercano un modo per ottenerla (alla fine degli anni Sessanta solo donne sposate potevano riceverne la prescrizione medica), finiscono per iniziare a parlare del sesso e del loro modo di viverlo.
Lila non si è mai sentita veramente appagata, ha sempre “obbedito” al volere del partner anche quando non era costretta ad avere rapporti. Dalle sue parole emerge uno dei problemi chiave della sessualità femminile non solo del passato. Il godimento della donna all’interno del sesso è sempre stato un tabù. Non è necessario alla procreazione e quindi pochi uomini e soprattutto poche donne se ne sono preoccupati. Per il mondo femminile la scoperta del sesso è complessa perché si muove tra tanti pregiudizi e concezioni sociali ancora fortemente stereotipate.
Per Lenù è stato in parte diverso grazie al suo allontanamento dal rione. Eppure nel suo libro ha trovato spazio solo il rapporto squallido con Donato Sarratore a dimostrazione di quanto quell’episodio l’abbia segnata. Il clamore generatosi intorno al suo romanzo nasce dal fatto che sia una donna a parlare di sesso, presentandosi come parte attiva e consapevole di esso. L’emancipazione femminile parte anche dalla scoperta del piacere e delle sensazioni provate dal proprio corpo.
La maternità
In “Guerra fredda” avviene il tanto annunciato matrimonio di Elena. La ragazza, pur non volendo, rimane incinta la notte delle nozze e partorisce Adele. Il racconto della maternità della protagonista è realistico e disarmante. La sua voce narrante ci descrive la magia della gravidanza e si oppone a quanto detto da Lila che, appena saputa la notizia, non fa altro che parlare dei disagi fisici e psicologici dell’avere una vita dentro di sé.
La parte difficile inizia dopo il parto. La serie porta sullo schermo con grande sensibilità la solitudine che molte donne devono aver provato (e provano tuttora) nel momento in cui diventano madri dato che la società affida(va) loro il ruolo di genitrici e agli uomini quello di lavoratori.
Lenù è visibilmente stravolta dalla maternità. Non riesce più a scrivere e anche la collaborazione con L’Unità diventa un ricordo del passato. Da parte di suo marito Pietro non c’è empatia né comprensione. “Non voglio schiavi in casa mia”: così giustifica il suo iniziale rifiuto ad assumere un aiuto in casa. Questa affermazione rivela tutta la sua ipocrisia e insensatezza nel momento in cui Elena risponde di non voler essere lei la sua schiava. A questo punto, Pietro è costretto a cedere, ma la situazione non migliora di certo. Anche lui fa parte della lunga carrellata di personaggi maschili nocivi e inetti a cui i libri e la serie ci hanno (purtroppo) abituato. Tra questi emerge anche Michele Solara dalle parole di Gigliola, sua futura moglie, in uno dei monologhi più intensi e terribili di questa stagione.
Il rapporto di nuovo incrinato
Dopo il momento di complicità, tra le due amiche torna la “guerra fredda”. Come sempre, il motivo scatenante è la rivalità intellettuale tra le due. Lenù si sente continuamente minacciata dall’indole geniale di Lila e quando incontrano la professoressa Galiani riemergono tutte le sue insicurezze. La schiettezza di Lila e la sua incapacità di risponderle a tono fanno il resto.
Lo scontro continua durante la gravidanza di Lenù e sfocia nel momento in cui Lila deve dare un giudizio sul nuovo manoscritto dell’amica. “È un libro brutto” confessa, rimproverandola di non aver saputo scrivere qualcosa di personale. In quella telefonata Lila dice a Lenù: “Perché chi sono io se tu non sei brava?”. Il problema tra le due nasce proprio da questo continuo gioco di rispecchiamento. L’una trae forza ed energia dall’altra, ma non può fare a meno di invidiarla o di perdere se stessa nel rapporto.
Aspettiamo la puntata di domenica per scoprire se e come avverrà la riappacificazione. Nel frattempo ecco l’articolo con tutte le news e le recensioni puntata per puntata.
Vedere un’opera di Eduardo è sempre un piacere per il cuore, sarebbe necessario farlo come medicina. La sua figura è così istrionica che sono superflue tutte le parole per descriverlo o raccontarlo, lo si può comprendere e, si spera, capire, soltanto guardandolo con attenzione.
“Napoli Milionaria” è una commedia in tre atti del 1945, prima opera della raccolta “Cantata dei giorni dispari”. È una commedia dal sapore amaro, uno spaccato che mette a nudo tutte le bassezze e le crudeltà dell’uomo con una naturalezza sublime ed uno stile maestoso.
Eduardo è maestro in questo e riesce a trasmettere quel suo pesante giudizio estremo sui punti nevralgici della vita attraverso personaggi e frasi che apparentemente sembrano non poter essere in grado di far altro che lasciarsi vivere. Lo spiega già nel prologo che si andrà sul tragicomico e difatti sarà più mesto che mai, per tutta l’opera non farà quasi mai un sorriso!
I primi due atti sono chiarificatori della situazione
Dal vivere la tragedia della guerra e quella della fame ai sotterfugi per campare e tutti i conseguenti rovesci della medaglia.
La scena del finto morto è il momento più alto del primo atto. Eduardo, nei panni di Don Gennaro, è il padre di questa povera famiglia che, depredata dalla guerra, si trova in miseria ed ogni membro della famiglia è figlio, è conseguenza di questa miseria. Ognuno deve adoperarsi a modo proprio per cercare di resistere.
Don Gennaro, dicevamo, alla visita del brigadiere che è costretto ad intervenire per arrestarlo a causa dei malaffari della moglie, non ha alternative e si finge morto con rispettiva veglia funebre attorno. Superato il velo della commedia, questa scena è emblematica ai fini della comprensione del lavoro sul piano emotivo.
E sarà ancor più commovente lo stesso brigadiere che dopo mille insistenze, pur avendo smascherato il tutto sin da principio, fa finta di esserci cascato ammirando il gesto quasi eroico del protagonista che, nonostante i bombardamenti, le litanie delle donne attorno ed altri elementi di disturbo, riesce a portare con onore a termine la parte pur di non dover perire.
Circa a metà commedia, accade l’evento principale: Don Gennaro viene fatto prigioniero di guerra dai soldati e sparisce.
La condanna di Eduardo sta tutte nell’evolversi delle vicissitudini che accadono in sua assenza e riguardano i vari tentativi di rinascita della famiglia (ognuno cerca di trovare il modo migliore per vivere salvo trovarne uno onesto).
Al suo ritorno, Gennaro è distrutto, è stanco e cerca, ma soprattutto spera, di trovar conforto nei suoi cari. Quel che ritrova sarà per lui drammatico.
Nessuno lo vuole, sembrano quasi offesi dalla sua presenza, c’è addirittura chi stenta a riconoscerlo, non lo aspettavano più ed ora è fuori luogo; i volti son tutti concitati, allegri, fremono di vita perché sembrano vivere una rinascita, ma lui no, lui ha il volto provato dalla guerra vissuta, lui ha la faccia scavata dal dolore, dalla stanchezza e ancor di più dalla delusione nel vedere gli occhi dei suoi cari un tempo spenti e ora così tanto accesi da non accorgersi della sua presenza.
La moglie lo tradisce e per far fortuna ha scelto strade poco oneste al fine di arricchirsi, suo figlio si è ormai dato alla malavita, la figlia è malafemmina, gli amici sono tutti allegri e boriosi.
Tutto ciò è ancor più chiaro e magistralmente ripreso nel momento del pranzo: a nessuno importa nulla di quel che lui racconta e chiunque lo ascolti torna poi ad ignorarlo e a parlare dei propri affari.
Finché non si vive in prima persona una situazione non ci si interessa
Finché non si tratta del proprio seminato, non importa, finché è possibile ledere, parlar male, infangare l’altro è tutto facile, bello e comodo.
Questo è l’uomo, niente di più niente di meno.
“A guerra nun è fernuta” ripete Gennaro mentre osserva tutto, in contrasto con chi invece credeva davvero fosse finita, poiché seppur conclusa in termini pratici, porta dietro degli strascichi enormi di carestia e fame forse maggiori rispetto a quando era in atto; ma la sua sentenza è senz’altro un eco sulla vita, poiché egli vuole affermare che in sostanza alla vita stessa non c’è un rimedio dal momento che non esiste la comunione tra uomini; il soggetto si interessa dell’altro e si pone dei problemi solo quando lo riguardano, ma se non son cose personali è un homo homini lupus, l’uomo è lupo per l’altro uomo.
E allora dove sta la soluzione?
Sta nel fare come fa Don Gennaro: alzarsi e andarsene, nell’indifferenza totale degli animali. Sì, animali. Perché se fossero uomini fino al senso più intimo della parola non si sarebbero mossi così.
La parte conclusiva dell’opera è degna degli altari della lode
La piccola figlia si è ammalata e così tutti, ricordando di avere un ruolo umano nella loro vita, si mobilitano per aiutare dimenticando tutto il resto.
Spettacolare, stupendo il momento del contrasto tra religione e scienza: il dottore e le pettegole retrograde.
Nonostante il medico parli e spieghi le sue motivazioni cercando una soluzione scientifica, studiata, le pettegole attorno son sì tanto avvolte nel vortice della sciatta litania che non solo non ascoltano ma pregano aumentando il tono della voce a voler sottolineare che le sue elucubrazioni erano di intralcio per i loro più validi tentativi di guarigione della piccola.
Il momento catartico è l’arrivo della pastiglia proprio per mano di una persona improbabile: il ragionare, cioè colui al quale un tempo la moglie di Gennaro, da strozzina, strappò via anche i vestiti! Nel cuore della notte più buia, quando tutto sembrava ormai spento, arriva il rimedio proprio per mano di chi non si poteva neanche immaginare.
Il ragioniere è l’esempio dell’unica ancora di salvezza, cioè di quelle poche persone che non sapendo cosa sia l’ego danno, a prescindere!
A questo punto Gennaro vomita addosso alla moglie tutti i motivi del suo volto incupito e dei suoi lunghi silenzi, facendole capire che avrebbe forse preferito lo stato di miseria in cui si trovavano prima a questa mendace e fallace situazione tragica in cui si trovano ora, fatta di falsità e di cedimento ai vizi per ottenere cosa? Un pugno di mosche.
La celebre scena in cui Eduardo recita la frase: “Adda passa’ ‘a nuttata” non è altro che la definitiva condanna verso l’uomo; vi è una speranza in questa attesa, ma è comunque quasi spenta, triste e scialba, influenzata e delusa. Ormai è andata così, è inutile disperarsi o cercare rimedi, bisogna attendere, e basta.
Nonostante tutto, nonostante gli ormai vani pentimenti dei membri della famiglia e Don Gennaro che cerca di rimettere a posto ogni cosa, da uomo non vinto, da diverso, sopportando i mali con fare eroico, la situazione sembra acquietarsi. Sarà solo una pace apparente.
Quando tutto sembra trovare un senso lineare, l’epilogo scelto dal Maestro torna a stravolgere e a ridestare le incertezze: il finale dell’opera non è lieto, non ha un riscontro, ma termine nella più assoluta balìa delle onde con un triste e malinconico velo di speranza di Don Gennaro che ripete di nuovo, e sconsolato: “Adda passa’ ‘a nuttata”.
Un paragone perfetto con l’impossibilità di comprendere la vita: non è data sapere la fine, non c’è un epilogo, tutto resta appeso, in lacerante attesa, ed anche con un macigno addosso quando si è sommersi sviscerati e lesi dal marasma dei malaffari umani.
L’unico lume è quello di una lucciola che rischia di essere però solo un abbaglio!
Con i Postumi Letterari abbiamo inaugurato il 2022 con la lettura dell’ultimo libro di Domenico Starnone, uno degli autori più apprezzati nel panorama editoriale italiano. Il titolo del libro è lungo, evocativo e non semplicissimo da ricordare: Vita mortale e immortale della bambina di Milano. Eppure chi l’ha letto sa che dietro queste parole c’è il cuore del romanzo.
Come per Possiamo salvare il mondo prima di cena, anche in questo caso ho scelto un autore che conoscevo e apprezzavo. Il primo libro che ho letto di Starnone è stato Lacci che mi ha colpita per il modo realistico con cui venivano raccontati i rapporti umani, specialmente quelli familiari. Da qui è nata la curiosità per questo nuovo titolo che non ha per niente deluso le mie aspettative. Anche se ci ho messo un po’ di tempo a leggerlo (nonostante abbia poco più di 130 pagine), devo dire che l’ho trovato interessante e pieno di spunti di riflessione magari non originali, ma trattati con sensibilità e intelligenza.
Volete sapere qual è la metafora alcolica che descrive al meglio il libro? La Falanghina. Qui siamo davanti a un’eccellenza del territorio campano. Non è possibile perdersi un assaggio di quel vino esattamente come non si può perdere la lettura di questo libro.
Audio recensione
La trama di Vita mortale e immortale della bambina di Milano
La storia raccontata da Starnone è piuttosto semplice. Inizia in un quartiere di Napoli quando a 9 anni Mimì (probabile soprannome di Domenico) vede per la prima volta una bambina danzare sul balcone di fronte casa sua. La sua grazia e il suo modo di parlare in italiano lo colpiscono al punto da innamorarsene a prima vista. Da quel momento, Mimì non fa altro che sognare di conquistare l’amore della bambina e si ripromette di salvarla anche dopo la sua morte, proprio come provò a fare Orfeo con Euridice (anche se Mimì punta a non girarsi fino all’ultimo). Mimì è, infatti, un po’ ossessionato dall’idea della morte. Sarà che la persona a lui più vicina durante l’infanzia è la nonna che ha perso il marito dopo solo due anni di matrimonio e che gli parla della fossa dei morti, il luogo dove tutti i defunti si radunano.
Dopo un periodo relativamente sereno passato tra i giochi con l’amico Lello e i tentativi di entrare in contatto con la milanese (questo è il modo in cui lui chiama la ragazza, convinto che il suo italiano perfetto sia frutto della provenienza nordica), l’infanzia di Mimì sarà segnata da un evento traumatico a cui riuscirà a dare un senso solo una volta diventato un giovane studente universitario di Lettere antiche.
L’ossessione per la morte
La morte è tra le protagoniste del romanzo. La sua idea accompagna tutte le pagine del libro esattamente come accompagna la nostra vita di tutti i giorni.
La storia di Mimì non ha nulla di particolare: la sua è un’infanzia come tante altre ce ne potrebbero essere proprio perché l’intento non è quello di raccontare una storia speciale, ma un’esperienza comune a tanti esseri umani. E non c’è esperienza più comune del sentirsi invasi dalla pienezza della vita e poi perdere quella forza a seguito di una situazione spiacevole. A quel punto, non resta altro da fare che andare a ricercare quell’entusiasmo e quella vitalità in mezzo alle cose che capitano, convivendo con il senso di nostalgia e il dolore per ciò che si è perso.
La milanese per Mimì è il primo amore. Non esistono emozioni più pure di quelle che si provano da bambini. Sono ingenue, elementari e questo le rende fortissime. La scomparsa della milanese dalla sua vita segna la fine dell’infanzia, di quello stato di assoluta meraviglia nei confronti dell’esistenza. Per Mimì diventa molto più difficile fare (e capire) ciò che vuole e si lascia andare a ciò che capita, ma inconsciamente non rinuncia del tutto a quella scintilla che lo aveva animato da bambino.
La morte si palesa non solo per ciò che è, ma anche come mancanza di fuoco vitale. È uno spettro sempre presente nella vita di Mimì, inquietante, silenzioso, ma anche rivelatore. È grazie alla sua presenza che il bambino, prima, e il ragazzo, dopo, alimenta la sua fantasia e scopre le sue passioni.
D’altra parte, la vita richiede di fare i conti con la morte. Può essere accettata, temuta, odiata, invocata, poco importa: è parte della nostra quotidianità. C’è un momento in cui ne prendiamo consapevolezza e da lì nulla sarà più come prima. Starnone ci racconta di quel momento e lo fa in modo semplice, diretto, realistico e soprattutto forte. Il suo messaggio investe il lettore o la lettrice in maniera chiara e inequivocabile.
Fuggire la morte attraverso il mito
La storia della milanese è avvolta in quell’aura tipica dei racconti mitici. D’altra parte, appartiene al mondo dell’infanzia che è di per sé un’età primordiale, circondata da una sorta di magia al di là del tempo.
Starnone non rievoca atmosfere mitiche a caso. Il romanzo ha una chiave di lettura metaletteraria visto che la scrittura viene presentata come uno degli strumenti indispensabili per fuggire la morte. Non c’è nulla di originale in questo. Da secoli la poesia ci testimonia che l’abilità di un/a poeta nel tradurre in versi la propria esperienza biografica può renderlo/a immortale. Lì dove la vita finisce, arriva l’arte con la sua capacità di fissare l’attimo in una forma esteticamente convincente tanto da durare potenzialmente fino alla fine dei tempi. Questa forma è in grado di riprodurre a pieno le emozioni che l’hanno ispirata? Starnone ci dà la sua risposta.
“[…] lo feci con passione senza pretese, sapendo ormai che quel poco di veramente vivo che facciamo vivendo resta fuori dalla scrittura […]”
Domenico Starnone “Vita mortale e immortale della bambina di Milano” (pag. 142)
I limiti della letteratura (e del mito) non sono palesati, ma si trovano leggendo tra le righe. Essi riguardano soprattutto la tendenza ad allontanarsi dal reale per trasfigurarlo e dargli un senso più profondo. Il che risulta ancora più interessante pensando che Starnone come autore fa l’esatto contrario. La sua storia parla di mitizzazione, ma non è affatto mitica. Anzi, come ho ripetuto più volte, è quanto di più semplice ci possa essere.
Il romanzo è scritto in prima persona da un Mimì ormai vecchio che finalmente riesce a tradurre in parole quanto vissuto con la bambina milanese e con sua nonna. È una riflessione sulla morte e sulla scrittura ed è inevitabile domandarsi se dietro a questo personaggio non si celi proprio l’autore.
I personaggi e i loro rapporti
Starnone conferma le sue abilità nel raccontare gli esseri umani e i loro rapporti. Se è vero che conosciamo bene solo il protagonista mentre tutti gli altri personaggi vengono filtrati dalla sua visione, è anche vero che essi sono credibili e utili a delineare il tema della storia.
La figura della nonna ce lo dice chiaramente. Da una parte abbiamo una donna ormai vecchia quasi analfabeta trattata alla stregua di una cameriera che si anima nel momento in cui finalmente le viene data attenzione. Una delle scene più belle del romanzo è quando la nonna racconta dei baci con suo marito e il nipote si rende conto che dietro alla parlantina di lei ci sono tante altre donne rimaste fino ad allora inascoltate. È una rappresentazione molto realistica di tante figure femminili popolari che rimangono ignorate dalla vita e dalla storia. Ma la nonna non è solo questo. È anche il personaggio che parla della morte e che fisicamente incarna il passaggio del tempo.
Nina e Lello, la fidanzata e l’amico d’infanzia di Mimì, invece, rappresentano quella parte di umanità che vede la morte (lavorano in un cimitero), ma non si lasciano troppo toccare da essa e riescono a condurre delle vite piene e serene, nonostante la presenza di questo spettro.
Lo schema dei personaggi delineato da Starnone funziona ed è interessante osservare le dinamiche relazionali che possono sembrare scontate in alcuni momenti, ma sono costruite secondo una logica circolare e significativa per la narrazione.
Il rapporto tra il dialetto e l’italiano
Lo stile di Starnone è molti incisivo nella sua semplicità.
Dalle prime pagine del libro viene immediatamente fuori il rapporto tra italiano e dialetto. Il napoletano è la lingua madre usata per parlare in famiglia e con gli amici d’infanzia. La scuola porta Mimì a conoscere l’italiano, un idioma a cui viene da subito associata un’idea positiva di emancipazione sociale ed elevazione culturale. L’italiano è la lingua che parla la milanese ed è perciò perfetto, proprio come la bambina. Il dialetto diventa il linguaggio della violenza, della povertà, dell’espressione cruda oppure l’oggetto d’indagine universitaria per andare a ritrovare le origini nazionali.
Tutta la riflessione linguistica di Starnone mi ha ricordato immediatamente i libri di Elena Ferrante, in particolare L’amica geniale e La vita bugiarda degli adulti. I primi capitoli mi hanno ricordato le pubblicazioni dell’autrice misteriosa tanto che la mia mente ha iniziato a viaggiare. Mi sono ricordata di quelle voci che parlano di Starnone come il marito di Ferrante o dicono che sia lui stesso Ferrante. Ebbene, leggendo Vita mortale e immortale della bambina di Milano ho capito perché si è arrivati a pensare una cosa del genere. L’ambientazione napoletana potrebbe suggestionare molto, ma è anche vero che ci sono dei temi (quello linguistico, ma anche l’insistenza sulla bruttezza di alcuni personaggi o lo scontro tra classi sociali diverse) che ritornano tra i due. Chissà cosa c’è dietro…
Chi dovrebbe leggere Vita mortale e immortale della bambina di Milano
Il romanzo di Starnone è breve e questo lo rende sicuramente adatto a essere letto da un gran numero di persone anche quando si è particolarmente impegnati. La sua scrittura è immediata e facile da comprendere. Tuttavia, la storia nella sua semplicità potrebbe non essere accattivante e risultare priva di spessore. Bisogna rifletterci un po’ su e lasciare che ogni pagina ci racconti quel che ha da dire. Serve, quindi, un pubblico disposto ad ascoltare e che abbia la forza di affrontare argomenti delicati come quello della morte.
Il prossimo libro dei Postumi Letterari
Per il prossimo mese leggeremo La verità su tuttodi Vanni Santoni. Si tratta di una delle proposte per il Premio Strega 2022 che mi ha maggiormente incuriosita. Per la lettura abbiamo tempo fino al 15 marzo, data nella quale uscirà la nostra recensione del libro e saprete il titolo del prossimo libro da leggere.
Se lo leggete con noi e avete voglia di parlarne insieme in una live, non dovete fare altro che scriverci all’indirizzo e-mail bookclubculturamente@gmail.com oppure su uno dei nostri canali social (Facebook e Instagram). La organizzeremo insieme dopo il 15.
Quando un musicista è anche un lettore può creare brani che rendono omaggio ai grandi autori della letteratura. Questo incontro tra musica e libri non è un avvenimento così raro: diversi artisti e molte band, indipendentemente dal genere, hanno composto brani rock, pop, metal, in cui dimostrano di essere stati influenzati da romanzi, poesie e grandi opere.
Indice
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White Rabbit – Jefferson Airplane
Nel 1967 i Jefferson Airplane pubblicano un album cult, Surrealistic Pillow, che ricordiamo tutti per due singoli indimenticabili: Somebody To Lovee White Rabbit. La leggenda narra che Grace Slick abbia scritto il testo sotto l’effetto di LSD e dopo aver ascoltato Sketches Of Spain’ per 24 ore consecutive. Se nella musica del pezzo Grace si è probabilmente ispirata a Miles Davis, nel testo è evidente che si rifaccia ai due romanzi di Lewis Carroll,Alice Nel Paese delle Meraviglie (1865)e Alice attraverso lo specchio (1871).
One pill makes you larger,
and one pill makes you small
And the ones that mother gives you,
don’t do anything at al
For whom the Bell Tolls – Metallica
Questo singolo dei Metallica è la terza traccia del secondo album della band, Ride the Lightining, uscito il 27 luglio del 1984. For Whom the Bell Tolls è considerata una canzone contro la guerra ed è evidentemente ispirata all’omonimo romanzo di Ernest Hemingway.
Stranger now are his eyes to this mystery
Hears the silence so loud
Crack of dawn, all is gone except the will to be
Now they see what will be, blinded eyes to see
Catcher in the Rye – Dandy Warhols
Vi dice qualcosa il titolo Catcher in the Rye? No?!? E se invece dicessimo Il giovane Holden? Sono tantissimi i musicisti che si sono ispirati a questo capolavoro di Salinger, in cui Holden Caulfield dopo essere stato cacciato da scuola per la quarta volta decide di passare qualche giorno a New York.
Catcher In The Rye è un brano dei Dandy Warhols, contenuto nell’album Distortland, pubblicato da Dine Alone Records.
Stop look around keep your head down and let the words stop it pass on by you
Words that are somewhere in told are cold if it’s not fun then it’s funny to show
With the advice like this what else could you want if a body need a body I know
Oltre a questo brano segnaliamo Catcher in the Rye dei Guns ‘n’ roses e Who write Holden Caulfield? dei Green Day.
Il libro racconta le avventure di Holden in città, gli incontri con amici e amiche, serate alcoliche in vari locali, spettacoli di teatro e cinema, visite ad ex insegnanti e a sua sorella Phoebe. Ma soprattutto le pagine di Salinger trascrivono il lungo monologo interiore del ragazzo, i suoi pensieri, il suo io.
Frankenstein – Lenny Kravitz
Il 23 giugno 2014 viene pubblicato ufficialmente sul sito e in tutte le radio il singolo intitolato The Chamber, apripista del nuovo album di Lenny Kravitz intitolato Strut, che verrà pubblicato il 23 settembre dello stesso anno. In questo album è presente la traccia Frankenstein, un chiaro omaggio all’omonimo romanzo di Mary Shelley.
But I need love (love)
Baby, I need love (love)
You said I was your savior
But I feel like Frankenstein
Wuthering Heights – Kate Bush
Wuthering Heights è il primo singolo della cantante inglese Kate Bush contenuto nell’album di debutto del 1978 The Kick Inside.
Ispirata dalla storia contenuta nell’omonimo romanzo di Emily Brontë Cime tempestose questo brano racconta degli amanti Heathcliff e Cathy. Secondo la leggenda Kate Bush era rimasta colpita dalle sequenze finali della pellicola Wuthering Heights diretta da Robert Fuest. La cantante decise quindi di leggere il romanzo, scoprendo che aveva in comune con Emily Brontë il giorno di nascita e il nome Catherine con la protagonista della storia.
Heathcliff, it’s me, I’m Cathy
I’ve come home, I’m so cold
Let me in your window
Heathcliff, it’s me, I’m Cathy
I’ve come home, I’m so cold
Let me in your window
The Rime of the ancient mariner – Iron Maiden
Gli Iron Maiden sono famosi per essere stati influenzati dalla letteratura per la composizione delle loro canzoni. L’amore per i libri è evidente già nella scelta del nome della band: si chiamano così per il film L’uomo dalla maschera di ferro, tratto da un’opera di Alexandre Dumas.
Questo brano è ispirato all’omonimo poemetto di Samuel Taylor Coleridge, considerato uno dei manifesti più importanti del Romanticismo inglese.
The mariner kills the bird of good omen
His shipmates cry against what he’s done
But when the fog clears, they justify him
And make themselves a part of the crime
1984 – David Bowie
Bowie voleva organizzare una piece teatrale basata sul libro di Orwell e cominciò a comporne le musiche, ma il suo progetto fallirà perché i possessori dei diritti dell’opera letteraria gli negarono questa possibilità. Le canzoni finirono nella seconda metà dell’album Diamond Dogs nonostante siano stati mantenuti i riferimenti a 1984. Di tutti i brani abbiamo scelto proprio la traccia intitolata 1984, che inequivocabilmente è ispirata all’opera di Orwell.
They’ll split your pretty cranium and fill it full of air
And tell that you’re Eighty, but, brother, you won’t care
You’ll be shooting up on anything, tomorrow’s never there
Beware the savage lure
Of ninety eighty four
Romeo and Juliet – Dire Straits
Romeo and Juliet è un brano dei Dire Straits, gruppo rock inglese. Scritta dal cantante e chitarrista Mark Knopfler e contenuta all’interno dell’album Making Movies del 1980 la canzone è un omaggio evidente alla tragedia shakespeariana di Romeo e Giulietta, anche se la storia raccontata è quella di un Romeo non corrisposto.
Juliet, when we made love, you used to cry
You said ‘I love you like the stars above, I’ll love you ‘til I die’
There’s a place for us, you know the movie song
When you gonna realize it was just that the time was wrong, Juliet?
Behind the wall of sleep – Black Sabbath
Behind the wall of sleep è la terza traccia del primo album, omonimo, dei Black Sabbath, uscito il 13 febbraio del 1970.
Oltre il muro del sonno è anche e prima di tutto un racconto fantascientifico di Lovecraft pubblicato per la prima volta sulla rivista amatoriale Pine Cones nel 1919. Secondo la storia infatti il testo del brano venne scritto da Butler, che si era addormentato mentre leggeva questo racconto. Una volta sveglio scrisse le parole, buttò giù il giro di basso e fece sentire tutto agli altri che ne furono entusiasti.
Now from darkness there springs light
Wall of sleep is cool and bright
Wall of sleep is lying broken
Sun shines in you have awoken
Child of the Jago’s – Kaiser Chiefs
È un brano tratto dal quarto album dei Kaiser Chiefs The Future Is Medieval. Per questo album la band aveva messo a disposizione degli utenti un pacchetto di venti canzoni con le quali compilare una propria versione personalizzata del disco (comprensiva di copertina a scelta). Si potevano selezionare dal sito ufficiale della band al massimo dieci pezzi tra quelli disponibili, realizzando così un possibile assemblaggio di “The Future Is Medieval”, che altri fan potevano a loro volta acquistare, facendo guadagnare al compilatore una sterlina per ogni “copia”. Un’operazione di marketing davvero innovativa per i tempi. Ad ogni modo la traccia Child of Jago’s è ispirata all’omonimo romanzo di Arthur Morrison del 1896.
I’ll show you the worst side of life
That you thought was forgotten forever
It’s not that it’s even there
But it’s always lurking around
Like a child of the Jago
A child of the Jago
Love song for a Vampire – Annie Lennox
Love Song for a Vampire è un singolo di Annie Lennox che fa parte della colonna sonora del film Dracula di Bram Stoker diretto da Francis Ford Coppola e a sua volta ispirato al romanzo Dracula scritto da Bram Stoker.
Oh, loneliness, oh, hopelessness
To search the ends of time
For there is in all the world
No greater love than mine
Love-o, love-o, love-o
Love-o, love-o, love-o
Love still falls the rain
Pet Sematary – Ramones
Pet Sematary è un singolo dei Ramones pubblicato nell’album Brain Drain del 1989 e fa parte della colonna sonora dell’omonimo film ispirato all’omonimo romanzo.
Quindi, andando per gradi, nel 1983 lo scrittore Stephen King pubblicò un romanzo horror intitolato Pet Sematary. Nel 1989 dal libro viene tratto l’omonimo film diretto dalla regista Mary Lambert conosciuta per aver curato la regia dei videoclip di Madonna (Like a Virgin, Material Girl, La Isla Bonita, Like a Prayer), Eurythmics e Janet Jackson, tra gli altri.
Lo sceneggiatore del film fu lo stesso Stephen King che coinvolse per la colonna sonora i Ramones. La leggenda narra che King abbia regalato una copia del romanzo a Dee Dee Ramone, il quale un’ora più tardi aveva già scritto il testo del brano.
Esiste un piccolo angolo nel web che si chiama Mis(S)conosciute – Scrittrici tra parentesi: è uno scaffale affollato di libri incastrato nel ritmo costante del feed di Instagram; è il flusso di voci, musica e parole che compone il podcast che racconta le scrittrici poco note che amiamo (ascoltabile su tutte le piattaforme audio); è uno spazio racchiuso in un blog, è un progetto in cui noi, le sue autrici e ideatrici, cerchiamo di ridare il giusto lustro e valore alla scrittura e alla letteratura scritta da donne negli ultimi ‘60 anni.
Ve ne avevamo già parlato tempo fa in una intervista e vi abbiamo anticipato la partnership nella nostra nuova newsletter: abbiamo deciso di ospitare le Mis(S)conosciute mensilmente su CulturaMente per farci raccontare le scrittrici dimenticate con delle piccole dosi di cultura.
Ma chi siamo, “noi”? Siamo Giulia Morelli, Maria Lucia Schito e Silvia Scognamiglio. Siamo innanzitutto tre lettrici provenienti da tre luoghi diversi: Emilia, Salento e Napoli. Viviamo a Roma e ci siamo incontrate nel posto in cui lavoriamo, tra un programma radio, una diretta tv e una caffé al bar.
“Mis(S)conosciute – Scrittrici tra parentesi” è un podcast letterario e un progetto indipendente nato nel 2019 che vuole aprire le parentesi che contengono quello sconosciuto angolo dell’immaginaria biblioteca della letteratura per riscoprire insieme le Mis(S)conosciute autrici di storie, racconti, poesie, drammi e romanzi.
Per Mis(S)conosciute il 2021 si è rivelato l’anno delle novità e delle idee che prendono forma a poco a poco:
Per la prima volta, il 5 dicembre 2021, abbiamo presentato dal vivo il progetto durante la festa di Natale del club di lettura Scintille di Parma, ed è stato molto bello ed emozionante;
Ed è proprio della newsletter che periodicamente parleremo qui, in questo nuovo angolo targato #missconosciute che CulturaMente ci ha offerto.
La newsletter “Mis(S)conosciute – scrittrici e altre cose tra parentesi” nasce per ampliare la riflessione sulle autrici di cui raccontiamo in un altro spazio, che si allarga e restringe al tempo stesso e ci dà modo di raccontare una volta al mese, generalmente l’8, anche altre cose, oltre la letteratura e la scrittura, che ci stanno a cuore.
Le tematiche principali sono le donne, le scrittrici, il femminismo e le sue declinazioni, la condizione della donna nella società di ieri e di oggi, la scrittura, la letteratura scritta da donne (ma anche da uomini), l’espansione inclusiva del canone letterario, la (ri)scoperta di ciò che è stato dimenticato e trascurato, i diritti, l’uguaglianza che vorremmo venisse presto o tardi raggiunta, con un’integrazione e comprensione profonda delle differenze e non con un livellamento su uno standard che troppo spesso coincide con quello che vogliamo superare.
Le rubriche della newsletter
Da marzo ad oggi nella newsletter di Mis(S)conosciute abbiamo raccontato le storie e le vite di tante scrittrici, anche grazie al contributo di altre autrici e professioniste del mondo editoriale.
La newsletter si compone di alcune rubriche fisse in cui dedichiamo spazio ogni mese a una scrittrice secondo noi ingiustamente troppo poco nota:
Scrittrice legge scrittrice: È uno spazio in cui una scrittrice ospite consiglia ai lettori di #missconosciute un’autrice da leggere: la sua autrice preferita, una scrittrice troppo poco nota, poco pubblicata, un libro poco conosciuto di un’autrice famosa o la scrittrice che secondo lei tutti dovrebbero leggere. In questi mesi ospitato Giulia Caminito, Lucia Brandoli, Marta Cuscunà, Licia Pizzi, Giulia Lombezzi, Manuela Piemonte, Milva Maria Cappellini, Ilaria Gaspari, Nadia Terranova, Giulia Zavagna e Alessia Pizzi che ci hanno raccontato magnificamente perché dovremmo leggere e riscoprire Matilde Serao, Hilda Hilst, Arcangela Tarabotti, Angela Carter, Tara Westover, Meri Lao, Leda Rafanelli, Carla Lonzi, Saffo, Amparo Dávila.
Nelle prossime incursioni qui su CulturaMente troverete un po’ di tutto questo: le autrici di cui abbiamo parlato approfonditamente nelle puntate precedenti della newsletter, chi sono e cosa scrivono le scrittrici che ci onorano della loro partecipazione e tutte le altre cose tra parentesi che speriamo di liberare.
Dal numero di dicembre, il n.10, la newsletter non viene più salvata in archivio ma è “riservata” ai soli iscritti perché ogni mese proviamo a fare un regalo in più a chi ci segue con affetto e costanza, affidando alla mail mensile dei contenuti esclusivi, quando ci riusciamo qualche piccolo codice sconto in collaborazione con gli editori che pubblicano le autrici di cui parliamo, e le anteprime sui nostri progetti in corso e le idee per il futuro.
Uno dei film italiani più acclamati del nostro millennio è, sicuramente, “La Vita è Bella” di Roberto Benigni, un vero e proprio cult riconosciuto anche a livello internazionale.
In molti all’epoca della sua uscita al cinema, nel 1997, hanno pensato che Roberto Benigni con una commedia il tuo centro è l’Olocausto abbia preso in giro questa grande tragedia. Invece, “La Vita è Bella” è proprio tutt’altro.
Con una sensibilità che raramente incontriamo sul grande schermo, il regista ha saputo raccontare un momento così delicato della nostra storia commuovendo e facendo scappare al pubblico anche qualche risata.
La storia di Guido, un padre amorevole e coraggioso
“La vita è bella” è una tragicommedia agrodolce, ambientata durante la seconda guerra mondiale.
Nella prima parte del film conosciamo Guido, interpretato da Roberto Benigni. Lui è un giovane ebreo trasferitosi nella campagna toscana e già dopo pochi minuti il suo personaggio riesce ad affascinare chi lo guarda.
Con una brillante miscela di commedia e romanticismo, Guido inventa civettuoli incontri casuali per conquistare Dora, una dolce maestra di cui si è innamorato.
Guido incanta con successo Dora, anche se era stata fidanzata con un funzionario fascista, e la recupera galantemente mentre cavalca un cavallo dipinto di verde (scempio fatto dai fascisti contro lo zio di Guido che è ovviamente ebreo).
Dopo essersi costruito una famiglia, Guido si ritrova ad affrontare uno degli orrori più terribili di sempre: l’olocausto. Essendo di origini ebree, lui ed i suoi cari, tranne la moglie Dora, vengono prima emarginati dalla società e poi rinchiusi in campi di concentramento. Da qui, parte la seconda brillante parte del film, che lascia spazio alla descrizione del male del mondo moderno, sempre però con uno sfondo di grande positività.
Guido fa di tutto per far sembrare l’orrore del campo di concentramento un gioco al figlio Giosuè, che si ritrova catapultato con il papà e lo zio in questo luogo orribile.
Il gioco consiste in 1.000 punti e il vincitore ottiene un vero carro armato militare. Le regole si inventano col passare del tempo. L’unico che viene ingannato è Giosuè, non il pubblico, né Guido. Veniamo immersi in questa “avventura” in cui padre e figlio si immergono, ma Guido non perde mai di vista la realtà e continua costantemente a cercare il modo per salvare la sua famiglia.
L’amore ti salva la vita
Uno dei messaggi più profondi de “La Vita è Bella” non è di certo quello che il gioco può salvarti, ma bensì l’amore.
Il profondo amore che Guido prova per la sua famiglia gli permette di andare avanti, nonostante si ritrovi in una delle situazioni più orrende che possano accadere.
La paura di perdere il figlio e tutto quello che ha costruito, dà a Guido la forza di inventarsi un gioco per salvare proprio il piccolo Giosuè. Ma attraverso tutte queste immagini dell’orrore e della tristezza del periodo, le speranze sono costantemente alimentate dall’umorismo, dalla personalità di Guido e dalla magia che il suo personaggio porta nella storia.
Cavalcare in una sala da ballo d’albergo su un cavallo verde e andare via con la sua principessa, rubandola al suo fidanzato, proprio come le vecchie storie del passato, come in una favola. Nel film, il campo di concentramento è un parco giochi per un bambino. E nella stessa città attraversata da Mussolini, Guido incontra per la prima volta la sua principessa.
Quello che vediamo nel film è il sacrificio di un padre per suo figlio, è l’amore che si prova per la propria famiglia tanto grande da sfidare tutto e tutti per salvarla. Si ride, si piange e si riflette con “La Vita è Bella”, forse il miglior film che Roberto Benigni è riuscito a realizzare durante la sua carriera.
Tre motivi per vedere il film
Se amate le storie con un messaggio molto profondo, questo film è da non perdere
La splendida colonna sonora di Nicola Piovani, ancora oggi ricordata da tutto il mondo
Roberto Benigni, una delle sue migliori performance premiata anche con un Oscar
Quando vedere il film
Sempre.
Vi siete persi l’ultimo Cineforum? Eccolo di seguito
Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
A due anni dall’uscita della seconda stagione, è tornata su Rai Uno la serie L’amica geniale tratta dai romanzi di Elena Ferrante. Domenica 6 febbraio sono andati in onda i primi due episodi visti da noi in anteprima e di cui vi avevamo lasciato qualche anticipazione nelle scorse settimane.
La storia riprende esattamente da dove l’abbiamo lasciata: siamo a Milano, alla fine della presentazione del primo libro di Elena. Nonostante il cambio di regia, atmosfere e stile della narrazione rimangono inalterati. Ritroviamo sullo schermo l’attenzione ai dettagli che serve a far entrare spettatori e spettatrici nel mondo di Ferrante e che conferma l’alta qualità della produzione, insolita (sfortunatamente) nel panorama della serialità italiana. La storia si sviluppa secondo i tempi dettati dal romanzo Storia di chi fugge e di chi resta e viene arricchita da Luchetti con scene dal carattere onirico il cui scopo è esprimere le paure più profonde dei personaggi.
Il primo episodio: la storia di chi fugge
Sconcezze è dedicato interamente a Lenù la cui vita è rivoluzionata dalla pubblicazione del suo romanzo. È un libro che fa parlare di sé non solo per le sue pagine più spinte, ma soprattutto per il fatto che quelle pagine siano scritte da una donna. Nel rione Elena viene additata come “zoccola” mentre negli ambienti più colti come una “ragazzina impegnata a nascondere la sua mancanza di talento con paginette pruriginose di mediocre trivialità”. Tutto questo è per lei motivo di insicurezza e tormento. Da sempre il suo personaggio è caratterizzato dal bisogno di approvazione esterna e ciò emerge prepotentemente in questo episodio. Proprio come nel libro, non si capisce davvero se il romanzo sia meritevole o meno perché ogni volta Lenù lo esalta o lo sminuisce a seconda dell’interlocutore che ha davanti.
L’emancipazione di Elena, in parte già avviata grazie ai suoi studi, può completarsi solo se lei riuscirà a far fronte alle critiche sociali, ma soprattutto alle sue autocritiche. La fiducia in se stessa, che le manca da sempre e di cui il rapporto con Lila è allo stesso tempo catalizzatore e inibitore, è fondamentale per permetterle di diventare una donna.
L’altro sconvolgimento con cui Lenù deve fare i conti è il fidanzamento con Pietro Airota e la ricomparsa di Nino Sarratore. Il rapporto con il primo sembra stabile e sicuro, ma Luchetti riesce ad esprimerne anche la natura oppressiva data dall’incapacità di Elena di capire le sue emozioni e ciò che desidera davvero. L’attrazione per Nino, invece, è una costante dalla prima stagione e non viene scalfita dagli eventi; non dal rapporto che lui ha avuto con Lila, né dall’incontro con una ragazza madre sedotta e abbandonata proprio da Sarratore.
Il secondo episodio: la storia di chi resta
La febbre vede Lenù rincontrare Lila che le racconta tutto quello che è le successo dal loro ultimo incontro. Il secondo episodio è legato all’ambiente della fabbrica e alle lotte di rivendicazione operaia della fine degli anni Sessanta. Lila, infatti, lavora nel salumificio di Soccavo tra condizioni igieniche molto precarie, orari estenuanti e molestie continue. Tutto questo ha determinato la febbre del titolo che l’ha spinta a rivolgersi alla sua amica d’infanzia in cerca d’aiuto; le chiede di prendersi cura di suo figlio Gennaro se qualcosa dovesse succederle.
Di Lila vediamo la ragazza brillante schiacciata dall’appartenenza al proletariato. Le sue rivendicazioni e la sua emancipazione sono sempre frustrate dai limiti e dalle situazioni in cui si ritrova. Anche la denuncia fatta a cuore aperto durante una riunione del sindacato diventa per lei motivo di angoscia e frustrazione al pensiero di poter perdere la fonte di sostentamento di suo figlio. Lila continua a provare una forte avversione per il mondo borghese che non l’ha mai accolta e da cui si sente strumentalizzata e trattata con retorico buonismo.
Il rapporto con Enzo rimane ambiguo. I due sono presenti l’uno per l’altra, ma la ruvidezza di Lila non lascia trapelare i suoi veri sentimenti.
Verso l’età adulta
I primi due episodi ci hanno riportato all’interno del mondo narrativo. Ci hanno fatto rincontrare le due ragazze ricordandoci chi sono e a che punto sono della loro vita. Nella terza stagione le vedremo diventare delle donne sullo sfondo della trasformazione sociale degli anni Sessanta e Settanta.
La parola “cultura” spesso viene associata ad un gran numero di realtà. Cultura è l’Arte e la meraviglia di studiare l’universo pittorico, scultoreo ed architettonico. È la Musica e la sensazione straordinaria di lasciarsi andare tra le note di qualsiasi melodia. Cultura però è anche Spettacolo, cioè tutto ciò che viene detto, fatto e realizzato sopra un palco o sul grande e piccolo schermo: argomenti affrontanti in Backstage, una delle rubriche podcast realizzate da CulturaMente.
Spettacolo e Storia
La rubrica collega il mondo dello Spettacolo, quindi Danza, Teatro, Lirica, Cinema e Televisione con anniversari di vario genere, per poter capire come sceneggiatori, autori e attori abbiamo affrontano argomenti e personalità. Un esempio nasce dalle prime puntate, dedicate al mondo di Jane Austen.
L’autrice inglese è stata spesso fonte di film e spettacoli, alcuni dei quali mai rappresentati in Italia. Basandosi sulla questione dei rifacimenti ed omaggi al mondo creato dalla penna della Austen, si possono scoprire una lunga quantità di film e sceneggiati televisivi; per non parlare di performance teatrali, copioni, addirittura musical.
Fonte di ispirazione però non sono solo le sue opere. Anche la sua vita, infatti, è stata un soggetto per sceneggiature…
Insomma ogni cosa, ogni persona, ogni avvenimento è collegato ed omaggiato dal vasto mondo dello Spettacolo; e con Backstage cercheremo di affrontare, ricordare ed approfondirle varie sfide su Spotify.
In & Of Itself, è il titolo di una performance teatrale di Derek DelGaudio, autore dello show, che si è esibito per 552 volte sul palco del Daryl Roth Theatre a New York City da aprile 2017 ad agosto 2018.
In & Of Itself è poi diventato anche un film ed è attualmente disponibile in streaming su Disney Plus.
Chi è Derek DelGaudio?
Derek delGaudio è un artista a tutto tondo principalmente conosciuto per la sua attività di scrittore, performer e prestigiatore.
Tra i suoi ammiratori ci sono maghi – come Eric Mead e Michael Weber – e prestigiatori come Penn & Teller e David Blaine.
Nel corso della sua carriera DelGaudio è stato selezionato da Disney come consulente per le attrazioni magiche dei parchi a tema ed è stato anche consulente per diversi progetti televisivi e cinematografici tra cui The Academy Awards, The Carbonaro Effect e The Prestige di Christopher Nolan.
In & Of itself è solo uno spettacolo di magia?
Diretto da Frank Oz, che è anche il regista dello spettacolo teatrale di DelGaudio, In & Of Itself è prima di tutto una testimonianza di quelle esibizioni teatrali, che non possono e non devono essere definite meramente come degli spettacoli di magia.
Se così fosse l’audience sarebbe semplicemente stupita, senza parole. Gli spettatori avrebbero le sopracciglia alzate, le loro bocche sarebbero aperte in un’espressione congelata.
In In & Of Itself invece il pubblico inquadrato, oltre ad avere questo tipo di reazione – Derek DelGaudio, protagonista del one man show, è prima di tutto un mago tecnicamente eccezionale in grado di piegare un mazzo di carte alla sua volontà – piange sopraffatto dall’emozione.
E, in un gioco di specchi, anche noi che siamo davanti al monitor della nostra smart tv, ci commuoviamo ripetutamente durante la visione.
Per Derek DelGaudio, i trucchi non sono lo spettacolo in sé, ma un mezzo per raggiungere un fine. Il performer usa infatti i giochi di prestigio, la manipolazione e l’illusione per esplorare, raccontandolo, il suo senso del sé e invita delicatamente gli spettatori a fare la stessa riflessione su se stessi e sulla propria identità.
Questo meccanismo risulta evidente già nei primissimi minuti in cui vediamo che ogni membro del pubblico è stato invitato a scegliere, prima di prendere posto, un piccolo biglietto bianco tra centinaia di biglietti appesi nell’atrio del teatro. Sui biglietti c’è scritto “Io sono …”.
“Io sono un traduttore”, “Sono un idiota ,” “Io sono uno scienziato”, “Io sono una persona che fuma solo nelle ore notturne”.
DelGaudio prende poi una strada apparentemente tortuosa, partendo dal racconto di un marinaio soprannominato il Rouletista– e ci fermiamo qui per non rovinare la visione – per tornare a quella decisione iniziale, in una narrazione il cui obiettivo è chiudere il cerchio.
Regia e montaggio
Frank Oz ha trovato la chiave giusta per rendere il film uno spettacolo coinvolgente, ma diverso rispetto alla performance teatrale. Da un lato si serve di filmati personali e amatoriali di DelGaudio, che lo ritraggono nel corso della sua vita (come quando era un bambino figlio di una giovane ragazza madre) e che ci trasportano visivamente in un’epoca raccontata dalle sue parole a teatro; dall’altro lato utilizza con intelligenza footage di diverse esibizioni, in un montaggio serrato, per mostrare le diverse reazione dell’audience nel corso delle varie performance teatrali.
C’è una vera magia in In & Of Itself che non ha nulla a che fare con conigli estratti dai cappelli e carte indovinate. È il tipo di alchimia emotiva che si ottiene quando due artisti, il performer e il regista, donano se stessi e il proprio punto di vista a un pubblico più ampio.
Oz e DelGaudio sono riusciti nell’impresa di far sentire al pubblico dietro lo schermo il riflesso delle emozioni provate live dall’audience, forse con un’intensità ancora più grande.
In & Of Itself è uno spettacolo incredibile, originale, profondo, intenso, commovente, inedito.
Valeria de Bari
Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Ho letto il libro di Sara DurantiniL’evento della scrittura. Sull’autobiografia femminile in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux per 13 Lab Edizioni con un sentimento di forte sorellanza intellettuale.
Un libro godibile
È sorprendente scoprire, ogni volta che ci si accosta a enunciati di carattere universale nel mondo femminile, come la matrice profonda dell’inconscio collettivo sia in grado di produrre in tempi e situazioni e diverse le stesse rappresentazioni complesse.
La trattazione delle tre scrittrici francesi magistralmente condotta dalla Durantini riconosce due verità fondamentali: la prima è che nella scrittura di genere esiste una specificità riscontrata solo in ambito femminile. La seconda è che, malgrado la militanza, nelle donne il percorso intellettuale e artistico è fortemente legato alla carnalità e alla risoluzione-dissoluzione del trauma attraverso quello che la psicologia fenomenologica chiama Zeiterlebnis, esperienza del tempo vissuto.
Apparentemente quest’ultima potrebbe sembrare una nota negativa ma, in realtà, è nella costituzione stessa del corpo femminile che la donna riesce ad attingere la volontà di potenza che le consente di esperire la realtà attraverso percorsi iniziatici, anche estremi.
L’evento della scrittura è un libro molto godibile, grazie alla competenza stilistica dell’autrice che riesce a trovare il fil rouge nei tratti autobiografici delle tre protagoniste attraverso la genesi del conflitto esistenziale: il rapporto con la madre, il peso ingombrante dell’assenza, l’ingiustizia sociale e la sessualità vissuta come un’esperienza iperbolica ed estetizzante.
Così il Novecento ha lasciato in eredità un patrimonio intellettuale femminile che sembra provenire dal futuro. Se la criticità è madre della creatività, la scrittura come evento messianico non può che rivelarsi in uno spazio di eternità segnato da conflitti, cambiamenti epocali, spazi vitali da occupare.
Inoltre, non a caso le tre protagoniste del saggio narrativo di Sara Durantini sono scrittrici francesi: è doveroso pensare al contributo del siècle des Lumières, quando la donna inizia a comparire al centro del movimento intellettuale.
Tormento psichiatrico, distruzione della morale, desiderio del vuoto e dell’altrove sono tutti sintomi di una vocazione autentica all’umanità, intesa come rapporto simbiotico tra retaggi del passato e pulsioni del presente. Nel mezzo si configura agevolmente l’abitudine alla scrittura come costruzione del tempo presente e medium preferito per stabilire il contatto con il vissuto collettivo.
Scansionare criticamente la produzione di queste tre grandi autrici non è cosa da poco, ancor più elaborato è decifrare il sintomo che accomuna l’imponenza dei loro scritti in chiave culturale.
Perché un’esperienza personale possa elevarsi a imago dominante deve possedere una forza autonoma sganciata dalla soggettività; quella delle protagoniste del libro della Durantini ha inaugurato a pieno titolo il tempo nuovo della scrittura femminile.
Biografia
Nata a San Martino dall’Argine, in provincia di Mantova, nel 1984; vincitrice dell’edizione 2005-2006 del Premio Tondelli per la sezione inediti con il lungo racconto L’odore del fieno, nel 2007 pubblica il primo romanzo, Nel nome del padre, con la casa editrice Fernandel. Tra il 2006 e il 2008 collabora con varie riviste letterarie del circuito parmense. Nel 2008 pubblica un racconto inserito nell’antologia Quello che c’è tra di noi, a cura di Sergio Rotino (Manni Editore), nel 2009 partecipa al Dizionario affettivo della lingua italiana, a cura di Matteo B. Bianchi e Giorgio Vasta (Fandango Libri), nel 2011 pubblica un racconto inserito nell’antologia Orbite vuote (Intermezzi Editore). Nel 2019 partecipa all’edizione aggiornata del Nuovo dizionario affettivo della lingua italiana (Fandango Libri).Nel 2019 partecipa al volume L’unica via è il pensiero (Intermedia Edizioni) a cura del professore Hervé A. Cavallera con un contributo filosofico sul significato di architettura per Massimo Bontempelli.Nel 2019 partecipa a Più Libri più liberi, la Fiera Nazionale della piccola e media editoria, ospite di Arena Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, come blogger letteraria raccontando il percorso di studi e le collaborazioni in relazione alla personale attività di blogging degli ultimi dieci anni. Dalla fine del 2019 fa parte dello staff di Umbria Green Festival. E’ direttore editoriale di Umbria Green Magazine. Da oltre dieci anni collabora scrive articoli per riviste letterarie cartacee e online. Nel 2021 pubblica L’evento della scrittura. Sull’autobiografia in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux per la casa editrice milanese 13lab.
Dopo l’indiscutibile successo di Inception, l’attesa per il successivo film di Christopher Nolan, e capitolo conclusivo della The Dark Knight Trilogy, era incontrollabile. Anticipato da una delle prime vere campagne pubblicitarie virali del web, capace di sfruttare il pieno potenziale dei social network, “Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno” non diventerà soltanto il film di Batman più costoso di sempre, con 262 milioni di dollari di budget (segue Batman V Superman di Zack Snyder con 260 milioni), ma anche il più redditizio, incassando globalmente 1.08 miliardi di dollari. È interessante, e di fondamentale importanza, riguardare oggi a quell’annata straordinaria e cruciale dove, a registrare il maggior numero di biglietti staccati, non però fu l’opera in esame ma il primo film corale MCU: The Avengers (1.518 miliardi di dollari).
Indubbiamente, il 2012 fu l’anno dell’affermazione del super sul grande schermo ma, a differenza dei concorrenti Marvel Studios e 20th Century Fox, Christopher Nolan s’impunta con Warner Bros. per avere ancor più riprese in IMAX su pellicola 70mm. Sfruttando la tecnologia in questione per qualsiasi ripresa action e grandangolo, arriva a girare in IMAX ben 72 minuti, superando di gran lunga i 28 minuti del capitolo precedente. Un “record” ancora imbattuto di un podio esclusivamente nolaniano considerando che, in tutta l’industria cinematografica, soltanto i successivi Dunkirk e Tenet avranno minutaggi superiori, rispettivamente con 74 e 75 minuti totali.
L’ultimo capitolo della Trilogia del Cavaliere Oscuro è dunque un titolo mastodontico, impeccabile dal punto di vista tecnico, capace di coinvolgere numerose comparse per alcune delle scene di guerriglia urbane più riuscite nella storia della Settima Arte. Il passo lento e poderoso della narrazione (165 minuti), le possenti scenografie, la fotografia livida di Wally Pfister e la martellante colonna sonora di Hans Zimmer, dipingeranno l’intero film a immagine e somiglianza del suo statuario villain: Bane, interpretato da un colossale Tom Hardy. A lui è spettato il difficile compito di subentrare al Joker di Heath Ledger e, seppur le tre pellicole siano state studiate e sviluppate singolarmente, è evidente che questa manchi dell’iconica presenza del pazzo giullare. “Rises” avrebbe dovuto essere portare a schermo l’ultimo scontro tra Batman e la sua nemesi ma, nonostante sia enorme il rammarico di non aver potuto godere di una seconda interpretazione di Ledger, come vedremo più avanti, quest’ultimo capitolo è perfettamente in grado di chiudere la narrazione iniziata con Batman Begins, confermando la circolarità maniacale della poetica nolaniana.
È in arrivo una tempesta, Sig. Wayne..
A otto anni dalla morte, Harvey Dent viene ancora celebrato da Gotham come eroe e martire. Nessuno, al di fuori del commissario di polizia Jim Gordon, è a conoscenza della sua trasformazione e dei suoi crimini, di cui Batman si è accollato la colpa. Questa bugia ha permesso alla città di reagire e ripulire le strade, inviando senza processo i criminali alla prigione di Blackgate, grazie al cosiddetto “Decreto Dent“. La metropoli sta dunque vivendo un lungo periodo di pace e il miliardario Bruce Wayne rifiuta di partecipare alla vita pubblica. Rintanato nell’ala est della ricostruita Villa Wayne, l’ex vigilante mascherato vive nel rimpianto di aver perso l’amore (Rachel Dawes) e nella sconfitta del suo progetto a energia pulita, per il quale aveva fortemente investito. Dopo aver fatto costruire un reattore nucleare sotto il fiume cittadino, il filantropo di Gotham si è visto costretto a mantenerlo inattivo a causa degli studi del Dr. Pavel, capace di trasformarne il nucleo in una bomba a neutroni. Il rischio che il macchinario potesse cadere nelle mani sbagliate si rivela fondato quando, a bordo di un aereo in volo, il mercenario Bane rapisce lo studioso per compiere l’impresa che Ra’s al Ghul aveva iniziato: distruggere Gotham. L’avvicinamento con la ladra di gioielli Selina Kyle e la comparsa di un nuovo nemico, obbligheranno Batman a tornare in attività ma, ancora una volta, sottovaluterà il suo temibile avversario.
Il terrorista e la gatta ladra
Da parte di Christopher Nolan c’era la voglia di mettere Batman di fronte a un nemico che non poteva sconfiggere dal punto di vista fisico, sottolineando gli acciacchi dati dall’età, delle precedenti lotte e mostrandone la vulnerabilità. Ispirandosi ai fumetti “Batman: La Vendetta di Bane” e “Batman: Sfida al demone“, si è dunque deciso di raccontare le origini di Bane come innocente cresciuto in una prigione-pozzo in Medio Oriente, evaso e scomunicato dalla Setta delle Ombre per il suo estremismo. Con l’incedere della narrazione, si scoprirà essere l’ennesima mezza verità della filmografia nolaniana che, con la rivelazione dell’identità di Talia al Ghul, porterà a rivalutare il personaggio di Tom Hardy. Protettore, braccio armato, amante silenzioso e maschera della figlia di Ra’s al Ghul, Bane diviene estremamente tridimensionale, grazie anche alla straordinaria bravura del suo interprete, capace di comunicare con i soli occhi come pochi hanno dimostrato di saper fare.
Esattamente come in The Dark Knight, lo spettatore viene messo a conoscenza della temibile tempesta che si abbatterà su Gotham City fin dal prologo ma, questa volta, non c’è nessun gioco al massacro durante una rapina ai danni della mafia cittadina. Le spettacolari sequenze che vedono il mercenario compiere il suo piano per rapire il Dr. Pavel, assumendo il controllo di un aereo in volo fino a farlo schiantare, sono in grado di trasmetterne la brutalità e la totale devozione alla causa. Iconico è inoltre il momento in cui ne viene per la prima volta mostrato il volto, con la lenta rimozione del cappuccio e la scoperta della meccanica maschera.
Descritto come “furia rapida e feroce“, Bane considera se stesso come il “male necessario” per assolvere Gotham dai suoi peccati e, come tale, agisce nell’ombra. Lui che nell’oscurità ci è cresciuto, costruisce il suo covo nelle fognature cittadine sotto la Wayne Enterprise, ed è proprio lì che avverrà la caduta dell’eroe nolaniano: in una moderna arena metallica, lontana dagli occhi dell’ignara popolazione. Il fantasma del Batman che fu, non può nulla contro la forza bruta del suo avversario e la sua determinazione, trovandosi costretto a diventare spettatore dell’ascesa al potere di un tiranno, autoproclamatosi liberatore degli oppressi. Christopher Nolan crea dunque un villain di stampo populista che canalizza la rabbia delle classi popolari, legittimandone le violenze e smascherando le bugie della classe dirigente di Gotham City.
Mina vagante della pellicola è invece la ladra infelice Selina Kyle che, amante dei gioielli dalla lunga fedina penale, vorrebbe unicamente cancellare il proprio passato con un leggendario congegno chiamato: lo smacchiatore. Per ottenerlo è disposta a collaborare prima con Daggett, poi con Bane per preservare il suo status all’interno della Nuova Gotham condannata a morte ed infine con l’Uomo Pipistrello.
Era impossibile non portare il personaggio di Catwoman, anche se nel film non viene mai nominata come tale, in una trilogia su Batman, in quanto tra le due figure vi è una chimica unica. Selina, interpretata da un’indimenticabile Anne Hathaway, non ha nessuna soggezione del Cavaliere Oscuro ne tanto meno di Bruce Wayne. I due riescono a essere semplicemente loro stessi l’uno con l’altro, indipendentemente dal fatto che indossino o meno i rispettivi costumi. Tra i due c’è un’affinità palpabile che porta il vigilante a fidarsi totalmente di lei, tanto che saranno proprio le sue gesta a salvargli la vita.
Capace di adattarsi a qualsiasi contesto e abilissima nei funzionali cambi d’abito, il tocco nolaniano di questa versione di “Catwoman” è data dalla straordinaria maschera dotata di visore notturno che, quando non utilizzato, dona al volto della ragazza le iconiche orecchie da gatta. La sua fugace ed elegante essenza viene inoltre perfettamente carpita dal theme di Hans Zimmer, un unicum nelle sue composizioni, che dona ancora maggior fascino a un personaggio tanto magnetico quanto letale.
La caduta e la rinascita
A fronte di quest’ultima narrazione, chiamare il trittico di opere “Trilogia del Cavaliere Oscuro” non è propriamente esatto, seppur ne capiamo l’indiscutibile fascino. Nell’analisi diBatman Begins, abbiamo visto come Batman sia il vero volto di Bruce Wayne e di come sia l’eccentrico miliardario la sua maschera. L’eroe veniva forgiato in quello straordinario capitolo d’origine, cedendo al compromesso poi in The Dark Knight per fronteggiare le manipolazioni di Joker, andando così a vestire i nuovi panni dell’anti-eroe. Tuttavia, otto anni dopo, la situazione è drasticamente cambiata e la città che ha giurato di proteggere non ha più bisogno di lui.
Il protagonista si trova dunque bloccato, in una situazione di permanente stallo, e non sa cosa fare di se stesso, danneggiato dal fardello di essere Batman sia nel fisico che nello spirito. Traumatizzato dai lutti che ha subito, Bruce Wayne viene logorato giorno dopo giorno dal rancore, dal senso di colpa, non avendo più la possibilità di esorcizzare i suoi demoni dietro a una maschera che non ha più alcuna utilità per il prossimo. Scopriamo dunque che lui è dipendente dalla violenza, dalla rabbia, dal costume e quando questo viene meno è incapace di canalizzare il lato oscuro di sé.
Provando a reagire costruendo il reattore a energia pulita, per essere l’eroe diurno che fu il padre prima di lui, Bruce non ha la capacità di sopportare il fallimento come semplice essere umano. Tuttavia, la città è stata ripulita in superficie ma il marciume sta per riemergere da dove è stato nascosto con una menzogna e, come preannunciato da Alfred stanco di dover vedere soffrire la persona che ama di più al mondo, il protagonista è quasi desideroso di incontrare la sconfitta, per poter porre fine alla sua sofferenza.
Fondamentale è la figura del pozzo che avevamo già visto in Batman Begins, come luogo delle tenebre da cui fuggire. Questa volta però, non vi è Thomas Wayne a calarsi nel vuoto per riportare il figlio alla luce del sole. L’orfano dovrà sollevarsi dall’Inferno sulla Terra con le sue sole forze, come fece l’innocente anni prima: senza corda. La prigione-pozzo di Lazarus, e la sua mortale scalata, diviene dunque la metafora perfetta per l’opera nel suo complesso, racchiudendo tutti gli elementi tematici fondamentali della trilogia. La paura della morte, di un salto nel vuoto che può costare la vita e del desiderio di tornare a Gotham, permettono all’eroe di compiere la scelta più importante: vivere.
Un’inno, udibile fin dal prologo e costante dell’intera pellicola, diviene assordante nel momento di massima liberazione, spingendo l’uomo a compiere l’impresa di un Dio. “Deshi basara!” che, tradotto dalla lingua marocchina, non poteva che significare: RISE, risorgi.
The Dark Knight Rises è dunque la storia di chi era pronto ad abbracciare la morte e ritrova la voglia di vivere, di tornare a lottare con rinnovato vigore, per la salvezza di quella che è stata l’eredità del padre e che ne diventerà anche la sua: Gotham City. La città è infatti sinonimo di dolore per l’orfano che, come fatto notare da Alfred in una delle sue confessioni a cuore aperto, non potrà mai essere davvero libero in quelle strade. La rinascita è data anche dalla consapevolezza di dover abbandonare la rabbia, il costume e la città ma non prima vi averla salvata un’ultima volta.
Cosìl’Uomo Pipistrello compare, per la prima volta in assoluto, alla luce del sole per affrontare Bane, abbandonando le tenebre e capitanando l’attacco definitivo dei poliziotti cittadini. Uno scontro epocale che, come spesso accade nella filmografia nolaniana, è contraddistinto dalla caduta della neve dal cielo e dove l’eroe mascherato riesce a prevaricare il suo avversario. Tradito da Miranda Tate, rivelatasi Talia, e salvato da Selina che metterà fuori gioco Bane (seppur in maniera troppo repentina e non degna del personaggio), Bruce può finalmente compiere il suo destino inscenando la propria morte, prima di riapparire con un abile trucco di magia, che rimanda al finale di The Prestige e del futuro Interstellar, a Firenze. Guardando dritto negli occhi di Alfred e in quelli dello spettatore, l’orfano si congeda da entrambi, ringraziandoli con un cenno del capo e un sorriso, al termine di questa straordinaria saga cinematografica.
Il terzo e conclusivo capitolo della trilogia nolaniana è dunque una pellicola epica anche se imperfetta. Il termine “Rises”, è ripetuto più e più volte durante il corso dell’opera in lingua originale è la parola chiave per decifrare l’ultimo atto del percorso di Bruce Wayne. Purtroppo, nella traduzione in lingua italiana, si è perso molto del suo simbolismo. Christopher Nolan mette da parte Batman per narrare la storia di un uomo che ha deciso di fare qualcosa di straordinario e pericoloso, spinto da un personale e danneggiato senso di giustizia. Un eroeincompleto e vulnerabile che ha saputo lasciare un eredità importante sia dentro, con il passaggio di testimone a Robin (enorme auto-citazione al finale di Insomnia) sia fuori lo schermo, divenendo simbolo e le cui gesta verranno tramandate da appassionato ad appassionato, di generazione in generazione.
Michele Finardi
Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»
Da che film è composta la trilogia del cavaliere oscuro?
Dove è stato girato Il Cavaliere Oscuro: Il ritorno?
Per le riprese a Gotham City, si è girato a New York, Pittsburgh e Newark (New Jersey). Per il prologo aereo si è ripresa la catena montuosa del Cairgorm in Scozia. La prigione pozzo si trova in India, Mehrangarh Fort di Jodhpur. Villa Wayne è invece il Wollanton Hall di Nottingham in Inghilterra.
Dove è stato girato, a Firenze, il finale di The Dark Knight Rises – Il cavaliere oscuro: il ritorno?
La Loggia Bar & Ristorante, Firenze.
Qual è il film più redditizio di Batman?
Il film che ha incassato maggiormente relativo al franchise Batman è: The Dark Knight Rises – Il cavaliere oscuro: Il ritorno.
Qual è i film di Batman che è costato di più?
Il Cavaliere Oscuro: Il ritorno (262 milioni di dollari) Batman V Superman (260 milioni)
Senza alcun dubbio “Non siamo più vivi”, la serie coreana su Netflix basata su un’apocalisse zombi, poteva essere realizzata con la metà degli episodi. Tuttavia, nonostante la lentezza di alcuni momenti, la stranezza di alcune scelte e la forma mentis orientale e decisamente retrò presente nella serie, non mi sento di sconsigliarla del tutto.
Storia di un virus quasi letale
Dopo una serie di esperimenti, un professore dà il via ad un’apocalisse zombi: il virus da lui ideato aumenta la rabbia delle persone rendendole dei mostri cannibali, assettati di carne umana e altamente contagiosi. Tale virus colpisce una scuola intera e tutta la città circostante, ma i protagonisti restano gli studenti barricati che tentano di sopravvivere. Per metà della serie (si tratta di dodici lunghi episodi) la suspense sarà messa in secondo piano, come la fantasia dello spettatore di proseguire la visione. Ma col passare degli episodi, oltre ad aumentare le scene dell’orrore (incluso lo splatter) aumenta anche lo sviluppo psicologico dei personaggi. I nostri protagonisti sono giovanissimi alle prese con i primi amori, il bullismo e la solitudine, ma nella serie non manca neppure l’influencer che approfitta dell’apocalisse per fare una live in diretta con gli zombi o il papà che si trasforma nello Schwarzenegger di turno per salvare la figlia.
Non è la solita apocalisse
La costante parodia del Covid19 – ci sono ad esempio dei pericolosissimi zombi asintomatici – va pari passo con la crescente brutalità dell’essere umano. Quella proposta è una tipica “pandemia psicologica”, che per certi versi ricorda il film Contagious, in cui il già menzionato Arnold osservava sua figlia trasformarsi in zombi per tutta la durata della pellicola. Non abbiamo quindi a che fare con una storia di sussulto, bensì con il racconto di un trauma psicologico che tarda ad emergere. All’inizio i ragazzi continuano a parlare tra di loro come se vigessero ancora le dinamiche e le regole del “prima”. Impossibile non arrabbiarsi mentre si vedono persone morire come mosche e i protagonisti che ancora discutono per le loro simpatie e antipatie personali. Piano piano però, gli studenti iniziano ad avere a che fare con enormi tragedie personali che coinvolgono la loro famiglia e i loro amici: saranno questi eventi e la crescente sensazione di essere stati abbandonati dalle autorità – e dunque dal mondo dei grandi – a renderli dei personaggi a cui affezionarsi, ma soprattutto dei personaggi ormai “maturi”. Lo ammetto, però: per i primi cinque episodi è stata davvero dura distinguerli tra loro a causa della proverbiale somiglianza di lineamenti spesso riscontrata dagli occidentali.
Da fan del genere zombi posso dirvi di non aspettarvi il Romero della situazione, ma d’altro canto non posso negare di essere rimasta vagamente affascinata dall’approccio coreano alla Pandemia e in generale al mondo degli zombi: sempre su Netflix è presente #Alive, un film coreano che già mi aveva lasciato piacevolmente stupita.
Per sintetizzare e concludere, raccolgo e porto con me la forte la necessità orientale di lanciare un messaggio molto semplice, che noi italiani potremmo riassumere con un laconico:
Blanco, assieme a Mahmood, è il vincitore di Sanremo 2022 con il brano “Brividi” : ma da dove viene questo enfant prodige? Nell’ultimo anno, la crescita artistica del cantautore è stata più che evidente: suo è anche il tormentone della trascorsa Estate, “Mi fai impazzire”
Ieri si è conclusa l’ennesima edizione del Festival di Sanremo. Ora sull’ontologia del Festival si è detto di tutto: quel che infatti dovrebbe essere una finestra sulla condizione della musica italiana spesso è stata tacciata di un istituzionalismo fuori tempo. Istituzionalismo che alcuni artisti hanno dilaniato ferocemente: pensiamo a quella tutina di Achille, maliziosamente lasciata scivolare giù per le spalle, lasciandolo semi-nudo su un palco così elegantemente agghindato.
Achille Lauro per svecchiare il festival si è fatto in quattro, e dopo di lui molti altri: pensiamo già solo a questa edizione. Rkomi vestito solo da due guanti di pelle e a petto nudo, Darghen con gli occhiali da sole cuciti sulla faccia e una lingua deliziosamente ironica, Sabrina Ferilli nell’ultima puntata che forse ha rappresentato quanto più lontano dell’istituzionalismo.
Ha impazzato il fanta-sanremo: a questo gioco spazzatura, che strizza l’occhio al mondo dei social e dei meme (i meme signori, i meme a Sanremo!) si sono prestati anche alcuni giganti del calibro di Massimo Ranieri: il principe, con quell’eleganza che pure lo contraddistingue e che non ha perso, ha esordito con “Papalina“.
La strada per il vincitore di Sanremo era già aperta
Sanremo è stato piegato, i tempi ne hanno smussato gli angoli. Questo era già evidente ed era, d’altra parte, necessario: se Sanremo non si fosse mosso, arroccato nel suo mondo ideale, avrebbe irrimediabilmente smesso di rappresentare il panorama musicale italiano.
E’ questo che ha reso possibile la vittoria di Blanco e, due anni fa, di Achille. Per i Maneskin la storia è un po’ diversa: il gruppo romano ha infatti vinto in nome del Rock, della trasgressione. Ma il Rock maledetto è una storia vecchia, infondo, non che il palco dell’Ariston abbia fatto troppi sforzi. Achille, di per sé, quando per la prima volta ha provocato dallo schermo, con quel sorrisetto malizioso stampato in faccia a caratteri cubitali, era già grande, con una bella fetta di carriera alle spalle.
Blanco invece è un nome che, fin ora, si è sentito da poco. Il cantautore è infatti 2003- cuore palpitante dell’ultima generazione, la Gen Z, destinata a mutare completamente tempi, costumi e società. Con lui Sanremo è stato meritocratico, facendo quel che deve fare fin da sempre: aprire le porte a una voce nuova, giovane, un talento mostruoso. Si accolga questo enfant prodige e con lui, il cambiamento dei tempi. Questo non vuol dire dimenticare certi nomi sacri, come quello di Gianni Morandi, Elisa e Massimo Ranieri- tanto per citare alcune personalità presenti in questa edizione- e neppure si sta dicendo che questi debbano, usando una retorica che spesso si sente, “fare spazio” . Questo vuol dire lasciare che le cose fluiscano, vuol dire abbandonare i pregiudizi sulla musica recente che spesso viene calpestata perché così diversa da quella che fu.
Chi fa questo condanna a morte la musica e non lo sa: un organismo che non cambia è un organismo morto. Ma, per fortuna, Blanco Sanremo lo ha vinto, e questo vuol dire che ancora c’è speranza.
Quando il conduttore li annuncia vincitori, lui e Mahmood, Blanco si apre in un sorriso serafico, quasi calmo, di chi un po’ se lo aspettava. Il successo della canzone “Brividi” è più che evidente: nel giro di due giorni è uno dei pezzi più ascoltati di Spotify e il pubblico, sia quello presente sia quell’assente, impazzisce ogni volta che due intonano il duetto che tanto è stato amato.
Fuori arte il nome di Blanco, è Riccardo Fabbriconi e, come già detto, è classe 2003: qualcuno direbbe di lui “Un ragazzino”. Il ragazzino ha conosciuto, nell’ultimo periodo, una crescita in termini artistici, assai veloce. Ancora più sorprendente se si pensa che con la musica ha iniziato quasi giocando, quello stesso gioco che ha portato sul palco di Sanremo, col suo atteggiamento leggero e quasi evanescente.
Il suo unico album, “Blu-Celeste” è stato pubblicato nel settembre del 2021: senza passare dal via, ha debuttato subito al primo posto in classifica. C’era da aspettarselo: da quando è stato notato nel 2020 dall’Universal che gli ha proposto su due piedi un contratto, perché la puzza di talento c’era, il “ragazzino” di colpo non ne ha sbagliato manco mezzo. I singoli uscivano e diventavano hit, uno dopo l’altro, fino all’album. Pluripremiati i pezzi come il già citato ““Mi fai impazzire”, “Notti in bianco”, o “La canzone nostra”
Insomma, la vittoria a Sanremo arriva quasi come spontanea incoronazione di una carriera fulmine. E Blanco se la ride e va ad abbracciare Mammà.