Pet Sematary torna a terrorizzare al cinema

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Lo scorso 9 maggio è uscito nelle sale italiane l’attesissimo Pet Sematary, il film diretto da Kevin Kölsch e Dennis Widmyer e tratto da uno dei romanzi più belli del re dell’horror.

Quando moltissimi anni fa lessi per la prima volta Pet Sematary di Stephen King, ebbi fin da subito la netta sensazione che quel libro, al pari di altri scritti del genio di Portland, potesse e dovesse trasformarsi in un film.

Nel 1989, a sei anni dalla pubblicazione del libro, il cui titolo è una voluta e infantile storpiatura del corretto cemetery, fu Mary Lambert a portare sugli schermi quella storia agghiacciante.

Il film, che inizialmente avrebbe dovuto vedere la regia del grande Romero, uscì in Italia con il titolo di Cimitero vivente e fu un successo.

Al netto di alcuni effetti speciali degni di nota e di un’assoluta aderenza al testo letterario, la pellicola, sceneggiata anche dallo stesso Stephen King, riuscì a trasferire in immagini l’inquietudine generata dalla lettura del libro.

Ma di quel film rimane scolpita nella memoria la colonna sonora, composta dalla celebre punk rock band dei Ramones. A volere quel gruppo fu lo stesso Stephen King.

La leggenda vuole che i membri della band, dopo aver incontrato lo scrittore nella sua casa di Bangor, nel Maine, e ricevuto una copia del romanzo, tornassero dopo solo un’ora con l’angosciante Pet Sematary bella e pronta.

A distanza di trent’anni da quel film, Pet Sematary torna a terrorizzare in sala.

Questa volta a firmare la trasposizione cinematografica sono due registi, Kevin Kölsch e Dennis Widmyer, non estranei al mondo dell’horror avendo girato, nel 2014, l’inquietante Starry Eyes.

Fin dalle prime sequenze di quello che non è corretto definire un semplice remake, appare evidente la volontà dei due di prendere le distanze dal film di Lambert.

Una scelta ottenuta attraverso un approccio al testo letterario decisamente meno aderente, con licenze che potrebbero deludere i puristi del romanzo.

La famiglia Creed, lasciata la caotica Boston, (nel romanzo è Chicago), va a vivere in una grande casa al limitare di un bosco nel Maine. La nuova sistemazione sembra ideale per ritrovare l’armonia familiare.

A preoccupare è solo la vicina strada statale, dove sfrecciano continuamente pericolosi camion, già responsabili di non pochi incidenti mortali. Mistero, invece, desta nei nuovi ospiti un curioso cimitero degli animali, dove fra alti e ombrosi alberi si cela una leggenda dura a morire.

La ritrovata quiete dura però poco.

Church, l’amato gatto di Ellie, la figlia maggiore dei Creed, viene investito proprio su quella fatale e temutissima strada. E da quel momento ogni cosa cambia.

Finale a parte, che naturalmente non svelo e che ho trovato nel complesso eccessivo seppur originale, non sono poche le differenze con il libro ma anche con il film del 1989. La principale riguarda il ruolo dei due figli di Louis e Rachel Creed.

Nella pellicola di Kevin Kölsch e Dennis Widmyer, a morire, ingenerando indirettamente il dramma della “rinascita”, non è il piccolo Gage, ma la sorella Ellie, interpretata dalla bravissima Jetè Laurence.

Tutto il film ruota intorno al rapporto fra Louis, Jason Clarke, e sua figlia Ellie, un binomio che neppure la tragica morte della bambina può davvero recidere.

Sarà per lei che Louis scaverà, come un folle, la nuda terra in piena notte, per afferrare una maledetta speranza, serrando in denti in una smorfia di infinito terrore.

È per la sua bimba che sfiderà l’ignoto, sovvertendo le leggi della natura e accettando, al contempo, le regole non scritte di un posto dove i morti tornano in vita, ma in modo innaturale, allarmante.

Belle le sequenze che svelano quel cimitero, nel quale Louis, fra nebbie diffuse, crepitio di rami spezzati e terrorizzanti voci, decide di avventurarsi, segnando il suo destino e quello della sua famiglia. Ancor più quelle dell’incidente mortale che coinvolge Ellie.

In un susseguirsi di tragiche emozioni, ben rese dai due registi attraverso inquadrature diverse, emerge la distanza fra i due genitori nell’attimo di quell’infinita tragedia.

Incalzanti, poi, le scene relative all’angosciante tentativo di Rachel di salvarsi da una sorte che sembra segnata.

Impossibile non andare con la memoria ad alcune epiche sequenze di Shining di Stanley Kubrick.

Ecco allora che dalla nostra memoria visiva torna a riecheggiare il disumano urlo munchiano dell’indimenticabile Shelley Duvall, inutilmente serrata in una stanza del terreo Overlook hotel, per sfuggire alla follia del mefistofelico Jack Nicholson.

Un personaggio, quello di Rachel Creed, interpretata dall’attrice Amy Seimetz, che avrebbe meritato, tuttavia, maggiore spazio, in questa rilettura del capolavoro di King; rimane, invece, troppo nell’ombra, ed è uno dei limiti di questo film.

Intensa, al contrario, è la rievocazione della sua infanzia, segnata dal drammatico rapporto con la sorella maggiore Zelda, i cui flashback sono fra le cose più belle e “spaventevoli” di tutta la pellicola.

Un particolare plauso spetta all’attore Jonh Lithgow che veste i panni dell’ottuagenario Jud Crandall, i cui saggi consigli non sono sufficienti per evitare che Louis compia l’irreparabile.

Un personaggio per nulla marginale che, nel film del 1989, fu interpretato dal bravo Fred Gwynne, il celebre Herman Munster nella comica serie Tv americana The Munster.

In questo 2019, che vedrà il prossimo settembre l’arrivo nelle sale italiane del sospiratissimo secondo capitolo di It, Pet Sematary di Kevin Kölsch e Dennis Widmyer rappresenta un gustoso antipasto a quello che sarà il vero proprio evento per tutti i fan dell’immenso Stephen King.

 

Testo: Maurizio Carvigno
Photo credits by: 20th Century Fox Pet Sematary 2019

 

Maurizio Carvigno
Nato l'8 aprile del 1974 a Roma, ha conseguito la maturità classica nel 1992 e la laurea in Lettere Moderne nel 1998 presso l'Università "La Sapienza" di Roma con 110 e lode. Ha collaborato con alcuni giornali locali e siti. Collabora con il sito www.passaggilenti.com

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