Inception – Il cinema come sogno da condividere

inception recensione e significato

Dopo aver terminato le riprese del secondo capitolo della trilogia dedicata all’Uomo Pipistrello (Il cavaliere oscuro), nel 2009 Christopher Nolan e Warner Bros. danno il via alla produzione di quello che diverrà un vero e proprio fenomeno mondiale, capace di calamitare ancora oggi l’attenzione e le riflessioni del pubblico: Inception. Si tratta del film con il più lungo e discontinuo processo creativo della filmografia nolaniana, dato che la prima bozza di sceneggiatura venne redatta durante la lavorazione di Memento. Come per la sua opera prima Following, il soggetto nasce da un evento vissuto in prima persona dal regista, divenendo così la seconda pellicola completamente originale di Christopher Nolan che, sporadicamente, ha sofferto di paralisi del sonno.

Studiando il fenomeno, rimase affascinato dalla capacità della mente umana di creare e scoprire simultaneamente un vera e propria realtà alternativa, nonché dal diverso scorrere del tempo tra mondo onirico e realtà, rimanendo ossessionato dalla possibilità per un uomo di poter controllare i propri sogni. Ci vollero però quasi 10 anni per sviluppare completamente l’idea e presentare la sceneggiatura definitiva a Warner Bros. che, una volta supervisionata, mise subito il progetto in produzione con un budget di 160 milioni di dollari. Una volta distribuito nelle sale mondiali il film divenne un instant cult ed un successo commerciale da 837 milioni, che vanta quattro Premi Oscar su otto nomination totali.

Dreams Pay

Dom Cobb (Leonardo DiCaprio) è il più abile estrattore del mondo, capace, con il suo fidato collaboratore Arthur (Joseph Gordon-Levitt), di scovare e portare alla luce qualsiasi tipo di informazione dalla mente umana, addentrandosi nei sogni del soggetto da derubare. Avvicinato dal potente uomo d’affari Mr. Saito, precedentemente vittima di un difficoltoso colpo, al nostro protagonista viene proposto di eseguire l’operazione inversa: entrare nei sogni di Robert Fischer (Cillian Murphy) per innestare l’idea di frazionare l’impero energetico del padre. Un lavoro al quale il ladro non potrà sottrarsi, dato che gli verrà garantita dal businessman giapponese la possibilità di poter tornare negli Stati Uniti, dov’è ricercato per l’omicidio della moglie, e rivedere così i volti dei propri figli. Mettendo a rischio il suo stesso futuro (se fallirà verrà arrestato), Cobb dovrà riuscire a far attecchire l’idea in profondità, simulandone l’auto-generazione, e studiando un piano che preveda tre livelli di sogno.

Tuttavia, più ci si addentra in profondità nella mente umana, più il subconscio diventa un problema che può compromettere l’intera missione ed il passato oscuro di Cobb, dal volto dell’amore perduto Mal (Marion Cotillard), è particolarmente pericoloso.

La circolarità di un sogno da condividere

É interessante analizzare come il film di Christopher Nolan, ambientato nel flusso onirico, abbia come sequenza iniziale il risveglio di Cobb, il cui nome è un evidente citazione al ladro d’intimità della sua opera prima Following. Tra sogno e ricordo, con apertura dunque similare a quella già vista in Batman Begins, il nostro protagonista cercherà di richiamare l’attenzione dei figli, prima di svenire nuovamente ed essere portato al cospetto di un vecchio uomo che sembra riconoscere lui e la trottola che porta con sé. Ed ecco che, nel tempo di uno stacco ad effetto, lo spettatore e le parti in causa vengono catapultati su un differente livello temporale ed onirico, creando un primo conflitto nel pubblico che non ha gli strumenti (ad una prima visione) di capire dove si stia trovando e come ci sia arrivato. Con un gioco a ritroso verso la veglia, le scatole cinesi vengono svelate così come le potenzialità della mente umana e l’impossibilità di percepire i confini del sogno. Risultano dunque importantissimi, per decifrare l’opera e la struttura filmica del regista, i momenti di confronto tra Cobb ed il futuro architetto onirico Arianna (Elliot Page, all’epoca Ellen). La ragazza coglie la necessaria circolarità del mondo del sogno, riuscendo a superare la prova cui è sottoposta dal protagonista, disegnando un labirinto non squadrato ma tondo. Un’intuizione che le verrà successivamente spiegata e resa nota quando lei stessa non saprà spiegare come si sia ritrovata in un bistrot parigino, nella sua prima lezione di “sogno condiviso“.

Il regista pone dunque fin da subito l’accento sulla mancanza di passaggio conscio tra il mondo reale ed illusorio all’interno della sua opera (ma non solo, nessuno di noi ricorda l’inizio di un sogno), riportando tutto alla fruibilità circolare delle sua narrativa. Che sia l’inganno di Following, la coincidenza tra inizio e conclusione di Memento o il futuro che modifica il passato come in Interstellar e Tenet, Christopher Nolan vuole che il pubblico ritorni a rivivere gli inganni visivi e celebrali delle sue pellicole, calandosi verticalmente nella sua idea di cinema che qui, come in The Prestige, sta innestando nella mente dello spettatore. Se nella precedente opera tra i palchi magici londinesi, veniva esplorato il gioco di prestigio insito nella proiezione cinematografica, in Inception l’esperienza filmica viene associata sotto diversi aspetti all’esperienza onirica. Il buio della sala, diventa la chiusura degli occhi e l’abbandono della realtà per il sogno (il film stesso), dove il pubblico (Fischer) si troverà ad interagire con il fantastico creato per lui da: regista (Cobb), scenografo (Arianna), studio di produzione (Saito), attore (Eames) e produttore (Arthur). Con una prospettiva metacinematrografica, Christopher Nolan rende la proiezione un “sogno condiviso” dove il pubblico è partecipe e vittima al tempo stesso. Il team di Cobb, di cui il cineasta tira le fila, sta innestando una storia indimenticabile ed un dubbio finale che ancora assilla milioni di noi. Un sospetto identico, per modalità ed intenti, a quello di cui è stata ignara vittima Mal, portandola alla follia: è ancora un sogno o la realtà?

Non, je ne regrette rien..

La teoria dei sogni di Freud era l’idea che il mondo onirico fosse la rappresentazione dell’inconscio, cioè di tutta la dimensione psichica di modelli comportamentali, istinti ed emozioni di cui il soggetto non è consapevole. Un non visibile che sgomitava per vedere la luce, palesandosi sotto forma di sogno. Oggi sappiamo bene che il padre della psicoanalisi si sbagliava: non sogniamo esclusivamente quando abbiamo conflitti interiori e questi non sono assolutamente fenomeni patologici ma perfettamente normali. Tuttavia, Christopher Nolan prende ispirazione da questa teoria per sviluppare il personaggio di Mal (diminutivo di Malorie, nome che deriva dal francese “malheur” che significa infelicità, sfortuna), interpretata da Marion Cotillard e rappresentazione del senso di colpa del nostro protagonista.

Palesandosi con violenza e sfrontatezza, scopriamo che la presenza costante di Mal nei sogni condivisi di Cobb, non è altro che un meccanismo inconscio di auto-sabotaggio del nostro protagonista che continua a colpevolizzarsi per l’innesto riuscito ai danni della moglie. Un legame onirico tossico e malsano, raffigurato dalla fede al dito di lui unicamente nell’esperienza onirica, di cui Dom non può fare a meno, tanto da mettere a repentaglio l’incolumità della sua squadra e delle missioni. L’intero film è dunque, tra le altre cose, l’elaborazione ed il superamento del lutto del ladro di sogni che riuscirà, grazie all’improvvisazione ed al metaforico filo di Arianna, a trovare l’uscita dal labirinto di rimorsi cui si è rinchiuso, auto-innestandosi l’idea di lasciare andare le ombre del passato e tornare a vivere, per i suoi figli. La sofferenza e l’accettazione sono tasselli fondamentali per la rinascita. Ed ecco che “Non, je ne regrette rien“, la canzone utilizzata nel film per sincronizzare “il calcio”, e dalla quale Hans Zimmer ha ideato una delle sue migliori colonne sonore, diviene anche il manifesto del superamento del senso di colpa del personaggio di Leonardo DiCaprio: il primo protagonista nolaniano a vincere l’ossessione scaturita dalla perdita dell’amore.

Il ritorno a casa ed il criptico finale

Nonostante la confessione del peccato del marito, Mal tenterà di persuaderlo a restare nel conforto di un mondo illusorio, similare per intenti al “sogno lucido” di Abre los ojos (o del più conosciuto remake hollywoodiano Vanilla Sky), poco prima di morire al suo fianco. Con la conclusione del film Christopher Nolan fa la stessa cosa, chiedendo allo spettatore di rimanere nel sogno (nella proiezione) grazie alla criptica sequenza finale. Come ben sappiamo, Cobb corre a riabbracciare James e Philippa non curandosi del comportamento della trottola-totem ed il regista decide di chiudere la pellicola su un piccolo tentennamento dell’oggetto, negando l’esito della verifica del piano di realtà anche al pubblico. L’ennesima astuzia del cineasta ha dato il via a non poche speculazioni e teorie di cui si dibatte ancora oggi.

Tuttavia, queste non sono altro che mero passatempo per gli appassionati, posto sul primo livello di lettura dell’opera quale consecuzione di eventi. Dall’anello quale vero totem di Cobb (credenza errata, dato che la fede compare solo nel sogno quale simbolo del legame persistente con Mal), allo studio dei vari livelli onirici, alle dichiarazioni del regista in risposta alle insistenti domande di Michael Caine, la chiave di lettura sta principalmente in una battuta ripetuta più volte all’interno della pellicola: “Stai aspettando un treno, un treno che ti porterà molto lontano. Sai dove speri che questo treno ti porti, ma non puoi averne la certezza. E non ha importanza“. Il treno in questione non è altro che il film stesso che speriamo porterà ad un lieto fine, di cui non possiamo averne certezza per la discussa sequenza conclusiva. Ma, non a caso, la realtà è che tutto questo non ha importanza: “perché saremo insieme“. Il ritorno a casa, tematica fondamentale nella poetica nolaniana come vedremo molto bene in Dunkirk, è completo: il protagonista non è più ossessionato dalla colpa e può dunque iniziare una nuova vita con i suoi figli. Si tratta dell’unica realtà che conta.


Christopher Nolan esplora il mondo onirico, immergendolo nella sua idea di cinema architettonico fatto di labirintiche strutture ad incastro, che va a contrapporsi con forza alla visione proposta dalla principale fonte d’ispirazione della pellicola hollywoodiana: “Paprika” di Satoshi Kon, citato ed omaggiato più volte. In conclusione, Inception è un atto di fede che il regista chiede allo spettatore di compiere, lasciandosi trasportare in un’esperienza condivisa all’interno della fabbrica dei sogni per eccellenza: il Cinema.

Michele Finardi

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