Euripide e Le Baccanti in pillole

EURIPIDE

Euripide, dopo Eschilo e Sofocle, è considerato il terzo grande tragediografo. Non era una figura ben voluta dagli Ateniesi: era un personaggio eccentrico e molto autonomo; in più possedeva anche una biblioteca privata, fatto alquanto strano per l’epoca. Negli anni della Guerra del Peloponneso, le opere teatrali di Euripide si schierarono contro la logica machiavellica della legge del più forte (si veda, per esempio, l’episodio dei Melii nelle Storie di Tucidide).

Le innovazioni del suo teatro

In Euripide è evidente la crisi della ragione umana: ampio spazio viene dato alle emozioni irrazionali, con una forte critica ad un atteggiamento di razionalismo troppo impostato ed orgoglioso, come si può notare nelle figure maschili di Giasone in Medea, Ippolito nell’omonima tragedia, o Penteo nelle Baccanti. Ciò a cui punta Euripide è, quindi, un equilibrio interiore dell’uomo, dove, per dirla come Nietzsche, possano esistere in modo armonico sia l’apollineo che il dionisiaco.

Un altro elemento di originalità del suo teatro è la grande attenzione data alla sensibilità femminile; in quest’ottica si comprende il grande spazio dato al tema della maternità presente sia nella Medea, sia nell’Alcesti, che nelle Troiane.

Le Baccanti

Le Baccanti sono l’unica tragedia greca in cui il protagonista è il dio stesso del teatro, Dioniso.

Quest’ultimo ritorna a Tebe, la sua città d’origine, sotto mentite spoglie, con le (sue) devote Baccanti. Il dio del doppio e dell’irrazionalità si scontra con il principe Penteo, troppo convinto del suo atteggiamento razionale, così presuntuoso da non accorgersi della pericolosità di Dioniso.

Ironia della sorte, sarà proprio Penteo a cadere vittima del rituale bacchico: Dioniso si servirà della madre di Penteo, Agave, per ucciderlo, facendo sembrare Penteo agli occhi di Agave e delle altre Baccanti come l’animale sacrificale.

Un messaggio d’attualità

La tragedia può essere letta come la progressiva sfiducia verso gli ideali della πόλις che Euripide nutrì durante la Guerra del Peloponneso. Critica è infatti la posizione contro il tipico cittadino ateniese del tempo, così orgogliosamente convinto dei suoi principi razionali da non accorgersi degli atti tragici che commette (si vede il già citato episodio dei Melii in Tucidide). Il “sapere” non è sempre sinonimo di “saggezza”; non a caso, forte è l’attacco a quelle speculazioni filosofiche razionalistiche, a favore, invece, di un atteggiamento umile, ma saggio e consapevole delle persone semplici d’animo.

L’ὕβϱις di Penteo

Il punto centrale della tragedia è il contrasto Penteo-Dioniso: da una parte si trova un sovrano presuntuoso che rifiuta di accettare l’esistenza dell’irrazionale; dall’altra è presente il dio che rende l’aspetto irrazionale il punto principale del suo culto.

L’ὕβϱις di cui si macchia Penteo è, dunque, intellettuale: non vuole accettare il lato irrazionale della vita e, per questo, ne diventa vittima.

Prologo

[vv.1-12] Dioniso: «Sono giunto, io, figlio di Zeus, Dioniso, che un tempo Semele nata da Cadmo partorì tra il fuoco del fulmine. Ho mutato l’aspetto divino in umano, ed ora mi trovo presso la fonte Dirce e la corrente dell’Ismeno. Qui vicino alla reggia vedo il sepolcro di mia madre folgorata, e le macerie fumanti della sua casa, dove il fuoco di Zeus arde ancora: il segno perenne della vendetta di Era contro mia madre. Approvo Cadmo, che recinse questo luogo, consacrandolo a sua figlia: e io l’ho coperto tutto attorno con tralci di vite, carichi di grappoli.»

Nell’opera La nascita della tragedia Nietzsche accusò Euripide di aver eliminato la tensione drammatica, poiché aveva usato il prologo per trattare non solo la vicenda in sè, ma anche per svelare lo sviluppo e la sua conclusione. Tuttavia, in questo caso, il prologo è recitato dal protagonista, Dioniso, che rivela l’intenzione di vendicarsi dei suoi nemici, ma non accenna direttamente a Penteo. Inoltre, il dio non dice subito il suo nome, ma usa il patronimico (elemento tipico del mondo omerico), perché vuole dimostrare la sua origine divina. Oltre a ciò, la tematica del fulmine è l’elemento che lega la natura di Zeus e il parto di Semele, madre di Dioniso: anche qui si vuole probabilmente sottolineare un dettaglio del mito che viene ricordato fisicamente da ciò che è sulla scena (il fuoco che viene dal fulmine). Secondo altri, invece, la natura espositiva del prologo non doveva necessariamente avere una precisa corrispondenza scenica.

Un altro elemento importante del prologo è il travestimento da forma divina a forma umana di Dioniso: il tema del doppio e del travestimento anticipano, implicitamente, la fine che farà Penteo.

Importante è anche il termine μνῆμα al verso 6 che indica il sepolcro come monumento. Tale oggetto è da intendersi nel senso latino di monumentum, ovvero come ricordo, ma anche come tempio, edificio, come si può anche notare dall’Exegi monumentum di Orazio. Non a caso, il termine μνῆμα è collegato al verbo μιμνῄσκω, “ricordo”.

Un altro aspetto che rende simile le Baccanti ad altre tragedie è lo schema narrativo secondo cui l’eroe torna a casa senza essere riconosciuto e deve battersi per dimostrare la sua appartenenza al clan. Tale è, infatti, anche la sorte di Edipo. La versione più famosa del mito dionisiaco resta quella che lo presenta come figlio di Zeus e di Semele. Era, gelosa di Semele, riuscì a convincerla a chiedere a Zeus di mostrarsi in tutto il suo fulgore. Fu, però, la stessa folgore di Zeus ad incenerirla. Tuttavia, Zeus riuscì a salvare Dioniso, poiché cucì l’embrione nella coscia.

Cadmo e Tiresia

[vv. 196;200-210] Tiresia: «Sì, perchè noi soli abbiamo senno, mentre gli altri non l’hanno. […]

Non facciamo sofismi in materia divina. Le avite tradizioni, antiche quanto il tempo, che noi possediamo, nessun ragionamento le abbatterà, sebbene con acuto ingegno si possano trovare dotti cavilli. Qualcuno dirà che non porto rispetto alla vecchiaia, accingendomi a danzare, avendo incoronato d’edera il capo? Infatti il dio non fa distinzione, se debba danzare in suo onore il giovane o il vecchio, ma vuole avere culti uguali, non desidera essere celebrato discriminando chicchessia

I personaggi del vecchio re Cadmo e dell’indovino Tiresia partecipano insieme al tiaso dionisiaco e, inutilmente, cercano di convincere Penteo ad accogliere il dio nella città. Cadmo è caratterizzato da cautela politica, che lo porta a non rifiutare mai le novità: se c’è una nuova forma di potere religioso, per il bene della città è opportuno non trascurare la minaccia che ne potrebbe derivare: la responsabilità del capo di stato è anche questa! Al verso 96 viene richiamato il principio della saggezza e viene messo in evidenza il contrasto tra la coppia di anziani e gli altri uomini di Tebe, che condividono l’opinione di Penteo, data la preoccupazione per le loro mogli che avevano aderito al culto.

Al verso 200 si richiama l’atteggiamento, tipico dei sofisti, che tentano di fare i furbi attraverso la sottigliezza intellettuale, che in questo caso viene ritenuta inutile. Quando, dunque, si dice che Euripide è “figlio dei sofisti”, non si allude ad un’ipotetica sua adesione a tale corrente filosofica, ma si vuole dire che il suo teatro è incentrato sull’uomo e non sugli dei.

Racconto del pastore

Dal verso 660 al 778 il pastore riporta le gesta delle Baccanti nella zona del Citerione. D’altronde, l’intervento dell’Ἄγγελος (messaggero) è un elemento tradizionale: il suo compito è riportare o eventi del passato, oppure quello che non poteva essere rappresentato per il μίασμα.

Questa parte serve per ribadire l’importanza di Dioniso e giustificare il menadismo:

[vv. 690-713] Messaggero: «Quando udì i muggiti delle mandrie, tua madre levò un grido, alzatasi in mezzo alle Baccanti, perché si svegliassero. Ed esse, scacciando dagli occhi il sonno ancora fiorente, balzarono in piede, ed era uno spettacolo vedere il loro ordine: giovani, vecchie, ragazze ancora inesperte di nozze. Subito sciolsero i capelli facendoli ricadere sulle spalle, e riannodarono le nebridi, quelle che si erano allentate, e cinsero le pelli maculate con serpenti che lambivano loro la gote. Altre, che erano da poco madri e avevano lasciato a casa i piccini, tenevano al seno cerbiatti e lupacchiotti selvaggi e li allattavano offrendo le loro mammelle gonfie, e tutte s’inghirlandarono il capo con corone d’edera, di quercia, di smilace fiorito.

Una percorse una roccia con il tirso e ne sgorgò una sorgente d’acqua fresca. Un’altra piantò il bastone al suolo, e di lì il dio fece zampillare una fonte di vino. E quelle che avevano desiderio della bianca bevanda graffiando il suolo con le dita traevano rivi di latte, e gocce di miele dolce, a fiotti, stilavano dai tirsi d’edera: cossiché se tu fossi stato lì presente, vedendo queste cose ti saresti messo a pregare il dio che ora oltraggi

In questi versi c’è una forte insistenza sugli elementi del culto dionisiaco come il tirso, la nebride e il vino.

I “rivi di latte” citati sono da intendersi come un rivisitazione dell’età dell’Oro nella versione dionisiaca.

Inoltre, poco prima, l’immagine delle baccanti che allattano cerbiatti e lupacchiotti salvaggi indica una fusione tra l’elemento naturale/umano e quello divino; i prodigi hanno, inizialmente, un valore positivo, poi diverranno manifestazione di una forza straordinaria che le Menadi useranno per abbattere l’albero su cui si è arrampiacato Penteo.

[vv. 757-768] Messaggero: «Sui loro capelli c’era il fuoco, ma non bruciava. Provocati dalle Baccanti, gli abitanti mettono mano alle armi, pieni d’ira: e questo, signore, fu uno spettacolo stupefacente. Le loro lance non si tinsero di sangue, mentre quelle scagliando i tirsi ferirono e volsero in fuga gli avversari: degli uomini, e loro erano donne! Ma non erano prive d’aiuto di un dio. Di nuovo tornarono da dove erano venute: là dove il dio aveva ricavato per loro le sorgenti. E si lavarono dal sangue, mentre i serpenti, lambando loro le gote, purificavano la pelle dalle rosse stille

In questo passo, le donne che mettono in fuga gli uomini costituiscono l’aspetto più sensazionale.

Penteo in preda alla follia

Penteo, giunto a perdere la ragione, ossessionato dal culto bacchico, viene invasato dal dio; Penteo è il primo a diventare e comportarsi da baccante, anzi ne diventa una caricatura: è qui la vendetta del dio. Sia Dioniso che Penteo sono travestiti, uno da sacerdote straniero, l’altro da baccante. Entrambi hanno in comune l’aspetto androgino, senza appartenere ad un genere specifico: da una parte Dioniso ha i riccioli biondi e un aspetto effeminato; dall’altra Penteo appare in scena con parrucca e veste femminile. Penteo perde, così, il suo potere maschile (il dio si fa beffe di lui), mentre Tiresia e Cadmo mantengono una dignità.

La morte di Penteo

La manifestazione del potere distruttivo di Dioniso vuole mettere in evidenza la fragilità umana. Euripide, attraverso la figura di questa divinità, aveva anche intenzione di celebrare il suo stesso modo di far teatro (non a caso Dioniso è il dio del teatro).

Inoltre, la figura di Dioniso ha un valore allegorico: come Lucrezio nel proemio del De rerum natura rappresenta Venere come simbolo di vitalità, anche in questa tragedia Dioniso è icona dell’irrazionalità e dell’ambivalenza dell’essere umano. Secondo la definizione di Winnigton-Ingram, il dio che Penteo tenta ossessivamente di combattere è la sua stessa parte profonda: la sua vanità, l’arroganza, la sua nascosta sessualità.

Non è un caso, dunque, che ad occhi attenti non sia sfuggita la somiglianza tra Dionisio e un noto cantante dei nostri giorni!

Penteo, con atteggiamento troppo ottuso e presuntuoso, sarà distrutto proprio da quel culto che non è mai riuscito a capire:

[vv. 1136-1152] Servo: «Il suo corpo era stato scarnificato, le Baccanti con le mani insanguinate si lanciavano l’un l’altra i resti di Penteo. Ora il suo corpo giace, fatto a brani: parte ai piedi di ripide rocce, parte tra i fitti pruni del bosco, e non è facile trovarlo. Sua madre tiene tra le mani la misera testa: l’ha infissa in cima a un tirso e la porta in trionfo per il Citerone come fosse quella di un leone montano. Dopo avere lasciato le sorelle a danzare tra le menadi, fiera di questa caccia sventurata, si dirige verso la città, invocando Bacco, suo compagno di caccia, Bacco che l’ha aiutata nella cattura, Bacco il vincitore. A lui porta un trionfo fatto di pianto. E io mi allontano da questo luogo di sventura, prima che Agave torni a casa. Essere moderati ed onorare gli dèi è la cosa più bella: questo è, credo, l’acquisto più saggio per gli uomini che sanno metterlo in pratica.» (Esce)

Lorenzo Cardano

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