Lucano e la Pharsalia (Bellum Civile) in pillole

La vita di Seneca non fu l’unica ad intrecciarsi con il potere di Nerone; anche Lucano, infatti, dovette (con non poca difficoltà!) tentare di mantenere stabile il rapporto con l’imperatore, rapporto che, però, venne meno per due ragioni principali: da una parte Lucano si dimostrò più bravo di Nerone nella produzione poetica, e questo avrebbe suscitato poi la gelosia dell’imperatore; dall’altra, secondo alcune fonti storiografiche, il poeta avrebbe preso parte alla congiura dei Pisoni, un progetto di rivoluzione contro il potere di Nerone e che si rifaceva a simpatie repubblicane. Queste prese di posizione sono evidenti anche, e soprattutto, in una delle opere più importanti di Lucano: Pharsalia.

Pharsalia o Bellum civile

Pharsalia, tramandata anche con il nome di Bellum civile, tratta come argomento lo storico scontro della guerra civile tra Pompeo e Cesare. L’aspetto epico, però, è solo formale: la sostanza, infatti, è tragica, perché è forte la visione catastrofica di una Roma che ormai deve dire definitivamente addio all’antica res publica senatoria, e questo è evidente fin dall’incipit:

Pharsalia [1; 1-7]:

«Cantiamo guerre più atroci di quelle civili, combattute sui campi
d’Emazia, e il delitto divenuto legalità e un popolo potente che si è
rivolto contro le sue stesse viscere con la destra vittoriosa e i
contrapposti eserciti appartenenti allo stesso sangue e – infranto il
patto della tirannia – tutte le energie del mondo sconvolto che lottano
per un comune misfatto e le insegne che vanno contro quelle avversarie e
le aquile contrarie alle aquile e i giavellotti minacciosi contro i
giavellotti

La guerra viene vista come empia, come se fosse un canto di lutto (threnos) verso Roma in decadenza.

Lucano vs Virgilio

È un fatto risaputo che il poema epico per eccellenza nella cultura latina è l’Eneide di Virgilio. In tale opera si tratta di un passato eroico (le avventure di Enea) dove a governare tutto il racconto è un disegno provvidenziale, dove le guerre civili vengono viste come una parentesi generosa, ma necessaria, in modo da mettere ancora di più in risalto la positività dell’ascesa di Augusto.

Ecco, tutto ciò nella Pharsalia di Lucano viene rovesciato: tutto quello che nell’Eneide viene esaltato, perché positivo e luminoso, nella Pharsalia viene reinterpretato attraverso elementi ed atmosfere cupi, macabri e di orrore. L’orrore delle guerre civili veniva visto, specialmente nella produzione bucolica della prima età imperiale, come una giustificazione del principato di Nerone; nell’opera poetica di Lucano, al contrario dell’Eneide, il potere imperiale viene visto come una sorta di tirannide.

Rito di necromanzia

Come abbiamo già detto, Lucano conosce molto bene il modello virgiliano, lo cita, ma lo ribalta; questa caratteristica è evidente soprattutto nel rito di necromanzia, che risulta essere il rovesciamento del sesto libro dell’Eneide, in particolare il punto in cui Anchise profetizza ad Enea la futura grandezza di Roma (vv.756-892):

Pharsalia [VI; 719-781]:

«Non appena ha pronunciato queste parole, alza il capo e la bocca piena di
bava e scorge ritta in piedi l’anima del corpo disteso a terra, che
paventa le membra senza vita e gli odiati sbarramenti dell’antico carcere:
essa è terrorizzata al pensiero di tornare nel petto ferito, nelle viscere
e negli altri organi, squarciati da colpi mortali. Oh infelice, cui è
strappato ingiustamente l’estremo vantaggio della morte, il fatto cioè di
non poter più morire! Eritto si meraviglia che il fato possa frapporre
tali indugi e, piena d’ira contro la Morte, percuote il cadavere immobile
con un serpente vivo e, attraverso le fenditure, che la terra – obbedendo
all’incantesimo – ha provocato, abbaia contro i Mani, infrangendo così i
silenzi del regno d’oltretomba
: «O Tisìfone, o Megèra, che sei
indifferente alle mie parole, perché non spingete con crudeli frustate
quest’anima infelice attraverso il vuoto dell’Èrebo? Ecco che io adesso,
chiamandovi con il vostro vero nome, vi costringerò ad uscire alla luce
del giorno, cagne dello Stige, e lì vi abbandonerò: vi inseguirò, come se fossi custode dei cimiteri, per tombe e funerali e vi scaccerò da ogni
tumulo e da ogni sepolcro. E agli dèi, ai quali sei solita mostrarti sotto
un aspetto falso, svelerò te, o Ècate, putrescente nel tuo sembiante
pallido, e ti impedirò di cambiare quella tua espressione infernale.
Rivelerò a tutti quali banchetti, o Ennèa, ti trattengono sotto l’enorme
peso della terra, per quale accordo ami il triste re della notte e quali
contatti hai dovuto subire, per cui Cèrere non ha più voluto richiamarti.
Infranti gli antri sotterranei, farò piombare il sole su di te, il
peggiore tra i sovrani dell’universo, in modo che tu sia colpito dalla
luce improvvisa. Obbedite, altrimenti dovrò costringere ad intervenire
quell’essere, una volta invocato il quale la terra trema sconvolta, che
può guardare in viso la Gòrgone, che percuote con i suoi stessi flagelli
l’Erinni terrorizzata, che vi tiene in pugno, che occupa il Tàrtaro (che
neanche voi riuscite a scorgere, dal momento che vi trovate più in alto
rispetto ad esso) e che spergiura per le onde stigie
».
Subito il sangue rappreso si riscalda e ridà vita alle nere ferite e
scorre nuovamente nelle vene fino all’estremità delle membra: gli organi
interni, percossi nel petto gelido, palpitano e la nuova vita, scorrendo
nelle midolla non più abituate alla normale attività organica, si mescola
alla morte. Tutte le membra vibrano, i nervi si tendono: il cadavere non
si alza dal suolo utilizzando gradatamente i suoi arti, ma, tutto in una
volta, è respinto da terra ed è ritto in piedi. Aperte le fessure delle
palpebre, gli occhi si spalancano: l’aspetto non è ancora quello di una persona viva, dal momento che aveva cominciato ad esser quello di un
morto: predominano ancora il pallore e la rigidità ed egli si stupisce di
essere stato nuovamente trasportato nel mondo. La bocca, però, ancora
irrigidita, non emette alcun mormorio: la voce e la lingua gli sono state
fornite soltanto per dare risposte. La maga lo apostrofa: «Dimmi quel che
ti ordino e ci sarà per te una grande ricompensa: se dirai il vero,
infatti, ti renderò immune dagli incantesimi tessalici per sempre: arderò
il tuo corpo con un tale rogo, con tale legname e con tali formule magiche
che la tua anima non dovrà più subire gli incantesimi e le formule dei
maghi. Sia questo il prezzo di essere tornato in vita: né gli scongiuri né
i filtri magici oseranno – una volta che io ti avrò fatto morire
definitivamente – spezzare il sonno del tuo lungo Lete
. I vaticini oscuri
si addicono ai tripodi e ai vati degli dèi: si allontanino sicuri tutti
coloro che chiedono la verità alle ombre ed affrontano coraggiosamente i
responsi della dura morte. Non tener celato nulla, ti prego: svela con
chiarezza e con precisione gli eventi ed i luoghi e parla con quella voce,
con cui i fati mi si possano rivelare
».

In questo passo di Lucano si può vedere una maga che celebra un rito empio e terribile (il timore per l’elemento magico sostituisce l’elemento divino e provvidenzialistico dell’Eneide): apre le ferite di un soldato insepolto, le riempie di elementi magici e misteriosi, poi evoca gli dei dello Stige, affinchè questi ultimi facciano ritornare l’anima nel corpo del soldato e che questo sveli il futuro. Il paesaggio presagisce l’elemento orrorifico di questa natura, e tutto questo si traduce, dal punto di vista stilistico, in un asianesimo esasperato, che potrebbe riportare alla memoria le tragedie di Seneca.

Inoltre, ritornando al verso 729, si parla di qualcosa di empio: le grida mostruose contrastano con il silenzio tipico del regno dei morti; nell’Eneide la Sibilla decide di escludere la parte orrorifica dell’oltretomba per la difesa di Enea (siccome non lo fa Virgilio, ci pensa qui Lucano). Per di più, intorno al 769 è importante notare l’elemento blasfemo: sembra che la maga sfidi la Morte e le sue divinità, sostenendo di essere lei a dare la morte.

Non bisogna, però, dimenticare la visione negativa sul destino di Roma, opposto al progetto provvidenziale dell’Eneide, è soprattutto concentrato intorno al verso 780, ma anche nei versi seguenti:

[vv.789-799]: «Catone Censore – che combatté Cartagine più accanitamente di Scipione – si
rattristava per il destino del nipote, che non acconsentirà mai a servire.
Soltanto te, o Bruto, che fosti il primo console, allorché cacciasti i
tiranni, ho scorto pieno di gioia tra i pii Mani. Catilina esultava in
atteggiamento minaccioso, spezzate e infrante le catene, e così anche i
Marii torvi e i Cetèghi dalle spalle scoperte; ho visto rallegrarsi i
rappresentanti della parte popolare, i Drusi, che non avevano misura nel
presentare leggi, ed i Gracchi, che progettavano cose grandi e temerarie.
Applaudono le mani avvinte da eterni nodi d’acciaio nelle prigioni di Dite
e la folla dei dannati reclama i campi delle anime beate

Catone

Tra tutti i personaggi che popolano l’opera di Lucano, sicuramente il più idealizzato è Catone, che rappresenta in modo teorico la virtus stoica, considerata premio a se stessa. Di fronte ad un destino ormai catastrofico, il saggio, non più in grado di mantenere la propria imperturbabilità, vede come unica salvezza la morte, unico modo per rimanere fedele al suo attaccamento ai valori stoici. Questo principio, presente in Lucano, avrà larga fortuna durante l’impero: la gloria di un martirio ostentato (ambitiosa mors) contro il potere del principato diventerà una posizione diffusa presso i circoli filosofici. Tale scelta verrà fortemente criticata da Tacito, storico romano, nella sua opera Agricola, in cui venne trattata la vita e le imprese dell’omonimo suocero: quest’ultimo, pur dovendo operare sotto un imperatore tirannico, non ha mai espresso esplicita opposizione contro il potere, attraverso queste forme narcisistiche di suicidio, ma non per questo il suo atteggiamento si è ridotto ad una forma di vergognoso servilismo. La scelta di vita di Agricola è, dunque, “mediana”, nel senso che si cerca di evitare posizioni estreme, cercando di portare avanti quel poco di buono che ancora è possibile fare.

Agricola [1-3]: «[1] Il tramandare ai posteri le gesta e i costumi degli uomini illustri, come è consuetudine fin dai tempi antichi, non l’ha tralasciato neppure ai nostri giorni l’età presente, benché essa sia indifferente nei confronti dei contemporanei, ogni volta che qualche grande e nobile virtù abbia vinto e superato il difetto comune alle piccole e alle grandi civiltà: l’ignoranza del giusto e la malevolenza. Ma presso gli antichi, come era facile e più alla mano compiere imprese meritevoli di esser ricordate, così tutte le persone nobili di spirito erano spinte a tramandare la memoria del loro valore, senza ricompensa o brama di popolarità, soltanto dal premio della loro buona coscienza. E parecchi pensarono che scrivere la propria autobiografia fosse indice di fierezza dei propri costumi più che di presunzione, e ciò per Rutilio e per Scauro non fu una diminuzione di stima o motivo di malevolenza: a tal punto le virtù vengono tenute in considerazione soprattutto in quei tempi in cui più facilmente vengono alla luce. Ma ora, mentre mi accingo a narrare la vita di un defunto, ho bisogno di quell’indulgenza che non chiederei se stessi per accusarlo: tanto funesti ed ostili alle virtù sono i tempi attuali.

[2] Abbiamo letto che poiché Peto Trasea ed Elvidio Prisco furono lodati rispettivamente da Aruleno Rustico e da Erennio Senecione, questi ultimi furono condannati a morte, e che si infierì non solo contro gli stessi autori, ma anche contro i loro libri, dando ai triumviri l’incarico di bruciare nel comizio e nel foro le memorie di quegli eccelsi ingegni. Naturalmente con quel fuoco essi pensavano di cancellare la voce del popolo romano, la libertà del senato e la coscienza del genere umano, dopo aver inoltre cacciato i maestri di filosofia ed aver mandato in esilio tutte le buone qualità, affinché in nessun luogo ci si imbattesse in qualcosa che fosse conforme alla morale. Abbiamo senza dubbio offerto una grande prova di sopportazione; e come il tempo antico ha conosciuto il limite estremo della libertà, così noi abbiamo visto quello della schiavitù, essendoci stata tolta con lo spionaggio anche la facoltà di parlare e di ascoltare. Avremmo perduto, assieme alla voce, anche la stessa memoria, se fosse in nostro potere tanto il dimenticare che il tacere.

[3] Ora finalmente riprendiamo animo; e benché al primo sorgere di questo felicissimo secolo Nerva Cesare abbia mescolato cose una volta inconciliabili, il principato e la libertà, e Nerva Traiano accresca ogni giorno la prosperità del tempo presente, e la pubblica tranquillità si attribuisca non solo speranze e voti, ma la fiducia e il vigore dello stesso voto, tuttavia per loro natura i rimedi della debolezza umana sono più lenti dei mali; e come i nostri corpi lentamente crescono e rapidamente si estinguono, così puoi soffocare gli ingegni e le passioni più facilmente che risvegliarli: subentra infatti anche un certo piacere della stessa inerzia, e alla fine si ama l’inoperosità, dapprima invisa. Perché, se per quindici anni, lungo intervallo di vita umana, molti perirono per casi fortuiti e i più attivi per la crudeltà di un principe, non siamo forse rimasti in pochi e, per così dire, superstiti non solo degli altri ma anche di noi stessi, essendoci stati sottratti dal fior della vita tanti anni, durante i quali siamo giunti in silenzio giovani alla vecchiaia e vecchi quasi agli stessi termini ultimi della vita? Tuttavia non mi dispiacerà aver messo assieme, sia pur con accenti rozzi ed ineleganti, il ricordo dell’anticha schiavitù e la testimonianza del benessere presente. Nel frattempo questo libro, destinato ad onorare mio suocero Agricola, sarà lodato o biasimato dalla stessa attestazione di affetto.»

Tacito condanna le ambitiosae mortes in quanto di nessuna utilità alla res publica; Agricola, pur non volendosi macchiare di servilismo, aveva però sempre saputo servire lo stato con fedeltà e competenza, anche sotto un principato repressivo come quello di Domiziano.

Lorenzo Cardano

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