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Il soffio vitale di Jamal Taslaq: moda come rinascita (Intervista)

La ricerca dell’arte come paradigma di bellezza etica, oltre che estetica, è quello che ho percepito nella conversazione con il grande stilista Jamal Taslaq. Qui, nel suo regno abitato dalla luce e dal profumo ipnotico dell’oud, si respira un’atmosfera unica e irripetibile.

Jamal, le sue creazioni sono magiche; un soffio vitale in contrasto con la decadenza di una città in affanno, anche nel campo della moda. Cosa pensa di Roma oggi, la città che ha scelto molti anni fa per iniziare il suo percorso da couturier?

Roma ha avuto ultimamente un calo a livello di creatività purtroppo ma sono certo che sarà un motivo per ripartire perché succede sempre così, come le onde…Vivendo qui da molto tempo e avendo rapporti con la realtà della moda nazionale e internazionale mi accorgo che c’è un grande desiderio di ripartire con l’alta moda, l’artigianato, il green, la qualità dei tessuti come cotone, lino, seta. Io sento che i clienti hanno voglia di tornare al tempo in cui si diceva “meglio pochi capi ma buoni che tanti senza carattere né significato”.

Intende dire quindi che la manualità deve tornare ad essere al centro della cura sartoriale e dell’arte tessile? Quanto è importante nel suo lavoro?

È fondamentale la lavorazione nell’alta moda la ricerca del tessuto, del taglio, il ricamo con materiali naturali come i cristalli, legno, perline e i filati di seta; elementi importanti che creano anche lavoro per i giovani. Potrebbero avere un mestiere creativo in mano invece di ripiegare su lavori insoddisfacenti.

La sua moda è un ponte tra l’Italia e il resto del Mediterraneo del quale siamo tutti figli e rappresenta il segno di una vicinanza culturale. Quali sono le affinità che le hanno fatto scegliere l’Italia come sede della sua casa di moda?

Sono arrivato in Italia per studiare a Firenze e specializzarmi in seguito a Roma. Il Mediterraneo è la culla delle grandi civiltà, i Greci, gli Egizi, i Romani, gli Arabi. Venendo dalla Palestina ho trovato molte somiglianze tra la nostra arte e le tradizioni italiane: il ricamo, il punto croce, il tombolo, il culto del corredo da sposa. Ci uniscono i colori che nelle diverse stagioni  sfoggiano le tinte più belle; basti pensare all’autunno che molti vedono come una stagione triste e che invece ci regala dei colori pazzeschi! Il colore è gioia, fa moda, non bisogna fossilizzarsi sul nero.

Jamal Taslaq nel suo atelier romano

Spesso la sua moda è stata testimonial di cause umanitarie importanti come Fashion for Peace, Fashion in the Mediterranean, Fundraising for the needy, sfilata UNICEF per i bambini; ha voluto portare l’haute couture fuori dalle passerelle, tra la gente comune. È necessario che la moda si svesta dal suo carattere di onnipotenza e si avvicini alle persone?

Deve essere così, dietro la realizzazione di un capo di alta moda c’è il lavoro di gente semplice umile, che viene dal popolo. Bisogna valorizzare l’artigianato femminile e aiutare le donne ad affermarsi perché sono portatrici di vita. Sanno usare mani e cervello contemporaneamente. Se poi entriamo nel mondo delle minoranze e nelle loro piccole realtà scopriamo delle bellezze uniche.

Gli stilisti si sono sempre ispirati al Medio Oriente, all’Africa perché è lì che nasce la magia. Sono felice quando mi dicono che si vede il tocco mediorientale, il mio intento è quello di far abbracciare le suggestioni mediorientali con lo charme occidentale.

La sua moda è meravigliosa come il messaggio che porta al mondo, la bellezza dell’incontro tra popoli. Quali sono i colori della prossima collezione primavera/estate e le anticipazioni sulle prossime sfilate?

La mia ultima collezione si chiama Armonia e si ispira alla scintilla che scocca nell’incontro di sguardi e crea l’unione. La prossima sarà una sorpresa, sarà presentata in un posto speciale, sto preparando qualcosa di bello, colorato, mediterraneo che ci aiuti ad uscire dal periodo cupo che stiamo vivendo. Cosa c’è di più bello dei colori di un bouquet di fiori, come le rose, che viene donato come messaggio di amore e di bellezza? Abbiamo bisogno di tornare a vivere, praticare l’allegria e accompagnarci con il colore.

Sto preparando un’uscita ispirata all’albero di olivo e al gelsomino che rappresentano la Palestina; nella mia terra in ogni casa vengono coltivati olivi e cespugli di gelsomino profumato come segno di pace e bellezza.

Ho respirato un’aria nuova nel suo splendido atelier, apprezzando le meraviglie di un’arte ispirata dalla sapienza millenaria che si incarna nel contemporaneo. Grazie, Maestro.

Lo stilista di alta moda  Jamal Taslaq  è nato nel 1970 a  Nablus dove l’osmosi e la convivenza di culture e religioni fanno parte della tradizione locale. A soli 10 anni scopre il mondo dell’alta moda visitando un atelier vicino alla casa della sua infanzia insieme alla madre, dove viene rapito dalla magia della creazione osservando semplici tessuti che diventano abiti da sposa. Ad affascinarlo sono le lavorazioni e i preziosi ricami fatti a mano che rifiniscono e impreziosiscono i tessuti seguendo armoniosamente le linee del corpo, rendendolo più leggiadro e femminile. A soli 19 anni decide di seguire la sua passione e sceglie l’Italia riconoscendola culla dell’alta moda e patria di un’antica cultura basata sulla bellezza e l’abilità artigianale. Per 10 anni studia e fa esperienza imparando personalmente le tecniche dell’alta moda e assorbendo lo stile e la cultura rinascimentale e barocca di Firenze e Roma. Nel luglio 1999 apre il suo atelier personale in Via Veneto nel cuore di Fellini Dolce Vita, mentre nel 2000 inizia la sua avventura nel mondo dell’alta moda sulle passerelle di AltaRoma insieme agli stilisti più acclamati del momento come Raffaella Curiel, Fausto Sarli, Elie Saab, Furstenberg, Renato Balestra e Zuhair Murad. Hanno indossato le sue creazioni la regina Rania di Giordania, Ornella Muti, Patty Pravo, Sharon Stone.

Antonella Rizzo

Festival di Sanremo 2022: voti delle canzoni al primo ascolto

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Al Festival di Sanremo 2022, fortunatamente, è stata eliminata la gara dei Giovani durante la settimana della kermesse e tutti i cantanti in gara sono stati divisi in due serate, per il primo ascolto delle canzoni.

Una mossa strategica che ha permesso di finire il festival intorno all’una, con grande sorpresa dei telespettatori!

Prima Serata

Nella prima serata tutti i cantanti avevano cantato entro la mezzanotte: l’ultima ad esibirsi è stata Giusy Ferreri. Un sogno per tutti.

Invece il primo artista in assoluto ad esibirsi è stato Achille Lauro, con un coro gospel direttamente dagli States. Ovviamente non sono mancate le polemiche per la sua performance, e nemmeno i meme. Chiunque ha notato la somiglianza tra le coriste e le muse del film Disney Hercules.
La canzone è orecchiabile, molto pop e purtroppo molto simile alla sua Rolls Royce. Molto.
Voto 6, per la poca originalità del pezzo.

Il secondo artista in gara, Yuman, è uno dei tre finalisti di Sanremo Giovani. Quest’anno, come il 2019, non ci sarà la sfida tra otto concorrenti nella categoria giovani. Le selezioni sono state fatte già a Dicembre e i tre artisti arrivati sul podio sono entrati direttamente in gara con i Big. Una cosa simile la fece Baglioni nel Festival del 2019 quando Mahmood vinse sia nella categoria Giovani che in quella Big.

Yuman ha portato un pezzo soul molto molto bello e arricchito dalla sua voce calda. La canzone, benché di un artista emergente, regge tranquillamente il confronto con quelle dei Big. Voto: 8.

Noemi è stata la prima donna ad esibirsi, con un brano scritto e composto da Mahmood, e si sente.
L’interpretazione di Noemi l’ha resa una canzone tipica sanremese. È capace di molto di più, e questi brani un po’ simili tra loro che ostina al Festival, con cui non ha ancora mai vinto, hanno un po’ stancato. Voto 7 e mezzo per la complessità della canzone.

Morandi sta partecipando con una canzone scritta e composta da Jovanotti, di fatti la sua impronta è inconfondibile. L’arrangiamento ha dato quel tocco personale di Gianni Morandi. Voto 7.

“Si può fare di più”, Gianni.

Ciao ciao, della Rappresentante di Lista, ha ottenuto il secondo posto nella classifica provvisoria della sala stampa, la prima serata. Il brano è molto semplice e molto orecchiabile ma anche diverso da quello portato l’anno scorso sul palco dell’Ariston.
La canzone esprime determinazione e potenza: voto 8.

L’inverno dei fiori esprime tutta la forza e la delicatezza di Michele Bravi. Il brano sembra svelare la sua bellezza ascolto dopo ascolto. Voto 8 e mezzo.

Di Massimo Ranieri non c’è molto da dire, data la sua levatura. Al Festival di Sanremo 2022 ha portato il suo stile artistico, la sua maturità artistica e la sua sensibilità. La sua voce è bella e incisiva come quella con cui ci ha fatto innamorare al nostro primo ascolto, mentre la canzone riflette la sensibilità di Ranieri a certi temi. Voto 9.

Dopo di lui si sono esibiti Mahmood e Blanco, che sono diventati immediatamente i favoriti di questa edizione.

Le loro voci si mescolano meravigliosamente in un crescendo coinvolgente di emozioni.

Il merito è delle capacità autorali di Mahmood e della voce di Blanco che ha accompagnato quella di Mahmood. Voto 9 e mezzo.

Il pezzo di Ana Mena, scritto da Rocco Hunt, è un pezzo così estivo da essere trash, anche più di quello di Elettra Lamborghini qualche anno fa. È così piatto e scialbo da essersi più che meritato l’ultimo posto nella classifica provvisoria la prima sera. Voto 3.

Rkomi ha una canzone dal successo assicurato sulle radio e sulle piattaforme streaming, perché è molto orecchiabile e dal ritmo veloce e aggressivo. L’intro mi ricorda vagamente quello di Junior Cally a Sanremo 2020. Voto 7.

Dargen D’Amico canta un pezzo Dance che manifesta tutta la voglia di tornare a ballare in compagnia, in discoteca, all’aperto, per lasciarsi alle spalle la pandemie e le quarantene. Mi aspettavo un brano più movimentato: se porti una canzone dance a Sanremo, fallo come si deve e fallo fino in fondo! Voto 7-.

Miele di Giusy Ferreri ha scatenato più meme che apprezzamenti. Dovrebbe essere ascoltata più attentamente per rimanere comunque della stessa idea iniziale: non andrà lontano, nella classifica o in radio. Voto 6.

II Serata

Sangiovanni si è esibito per primo. La sua canzone, Farfalle, ha un ritornello un po’ adolescenziale, nel testo e nella melodia. Un peccato, dal momento che la prima parte del brano sembrava promettere una bella canzone, più adulta e meritevole del posto in gara. Voto 6- .

Giovanni Truppi ha uno stile cantautorale vecchio stampo, che piace o non piace. A me, non piace. Comunque la melodia e il testo sono bello e non meritano assolutamente un punteggio basso, perciò voto 7 e mezzo.

Tra i big tornati in gara anche al Festival di Sanremo 2022 ci sono Le Vibrazioni, che hanno omaggiato anche Stefano D’Orazio, batterista dei Pooh venuto a mancare un anno fa. La canzone ha un bellissimo sound rock, anche più radiofonico della canzone dei vincitori Måneskin, Zitti e Buoni. Voto 8.

Emma, diretta da Francesca Michielin che sta per diplomarsi al conservatorio, si è esibita con una canzone d’amore e femminista che ha interpretato molto bene: ha saputo modulare e adattare la sua voce al brano, conferendogli delicatezza o forza dove fosse necessario. Voto 8.

Tra i tre finalisti di Sanremo Giovani Matteo Romano è il più giovane, e si è visto anche dalla sua timidezza la prima sera sul palco.

Questo ragazzo ha certamente capacità e la canzone ha riscontrato un discreto successo su Twitter, con quel ritornello ipnotico. Il resto del testo strizza l’occhio ai termini e ai temi più vicini ai giovani della sua età. Sembra una mossa studiata per avvicinare il pubblico di ragazzi e ragazze, che non lo conoscono, all’artista, ma poco importa. Voto 8- .

Iva Zanicchi, così come la Berti l’anno corso, si è presentata con una canzone molto nel suo stile musicale. Forse troppo, dato che sembra una canzone uscita da un’edizione del Festival degli anni ’80. L’ultimo posto nella classifica provvisoria è meritato? Forse sì, o forse lo meritava Ana Mena. Voto 5.

Ditonellapiaga, in coppia con Donatella Rettore, ha cantato un brano modernissimo, dal ritmo e ritornello super accattivanti. Potrebbe diventare una canzone “odi et amo”, come per alcuni potrebbe esserlo quella di Ana Mena, ma fino a quel momento la si balla! Anche perché è una canzone dal tema più o meno esplicitamente riferito alla sessualità femminile. Voto 8 e mezzo.

Elisa. Voto DIESCI.

È salita sul palco, dopo la sua vittoria 21 anni fa, emozionata, bella ed eterea come un angelo. La sua esibizione è stata magica come anche la canzone. La sua è la voce più bella di tutto il Festival di Sanremo 2022.

Fabrizio Moro è tornato al Festival con una canzone tenera. Lui è la versione maschile, di questa edizione, di Iva Zanicchi: torna regolarmente a Sanremo con una canzone che non ha novità nello stile, nella musica o nei testi. Non ne sentivamo proprio la necessità di un autoplagio. Voto 5 e mezzo.

Tananai (due “na” nel nome, non tre, mi raccomando) è il terzo concorrente proveniente da Sanremo Giovani. Il ritornello di Sesso occasionale ha una sound “trito e ritrito”, quantomeno il resto del pezzo è più carino. Voto 7, per la simpatia del testo.

La canzone con cui Irama si è presentato al Festival quest’anno è molto più matura rispetto a quello a cui ci ha abituati a sentire. Mostra che è capace di molto di più. Voto 8.

Per Aka7even questa del Festival di Sanremo 2022 è una possibilità enorme di crescita e di farsi conoscere al grande pubblico. Il testo della canzone è forse scontato per un ragazzo della sua età, ma è anche adatto. Gli auguro il meglio perché lo merita, date le capacità musicali e vocali che sta dimostrando. Voto 8- .

Gli ultimissimi ad esibirsi sono stati Highsnob e Hu, che aveva partecipato a Sanremo Giovani lo scorso anno. Il testo e la musica hanno molta forza, carisma, oltre ad essere belli. Spero che le persone se ne accorgano e che risalgano in classifica. L’unica pecca è stata la voce di Hu in un pezzetto della canzone, comunque potrebbe essere voluto il suo modo di cantare, per rappresentare canoramente le emozioni di quelle strofe. Voto 8 e mezzo.

Ambra Martino

Crediti immagine in evidenza: ufficio stampa Sugarmusic

La rivoluzione di Matrix a cavallo dei due millenni

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Che cos’è Matrix? La risposta è intorno a te, Neo. E ti sta cercando.

Titolo originale: The Matrix
Regia: Lana e Lilly Wachowski
Soggetto e sceneggiatura: Lana e Lilly Wachowski
Cast principale: Laurence Fishburne, Carrie-Ann Moss, Kaenu Reeves, Hugo  Weaving
Nazione: U.S.A., Australia
Anno: 1999

Matrix, uscito nel 1999, è il frutto delle menti creative delle sorelle Lilly e Lana Wachowski.

Le sorelle hanno scritto e diretto Matrix attingendo al loro immaginario comune, composto da fumetti, cinema di arti marziali di Hong Kong, videogame violenti, fantascienza alla Philip K. Dick. Mescolando tutto ciò, hanno creato un universo cyberpunk nuovo, di grandissimo successo.

Dopo il primo film, nel 2003 ne sono seguiti altri due a stretto giro l’uno dall’altro: Matrix Reloaded e Matrix Revolution. La trilogia era conclusiva, ma – come vi ho già raccontato – il 2022 si è aperto nelle sale italiane con Matrix Resurrections, scritto e diretto, stavolta, solo da Lana Wachowski.

Morandini è il critico che senz’altro ha descritto meglio Matrix: “traboccante di effetti speciali all’avanguardia (all’epoca, n.d.r.) divertente a livello figurativo e scenografico e sul piano dell’azione, è amalgamato e ispessito da una problematica filosofica di non irrisoria profondità”.

I personaggi iconici del film hanno reso popolari attori fino ad allora poco conosciuti, ad eccezione forse di Keanu Reeves. Difficile immaginare e ricordare Carrie-Ann Moss e Laurence Fishburne in ruoli che non siano, rispettivamente, quelli di Trinity e Morpheus. Più di un attore ha rifiutato il ruolo di Neo, per cui inizialmente si era pensato a Brandon Lee, poi morto sul set de Il corvo. Non sono andati al provino Will Smith, Johnny Depp e Tom Cruise.

Le tecniche usate per produrre il film erano così all’avanguardia da fargli guadagnare quattro premi Oscar, per il montaggio, il sonoro, il montaggio sonoro e gli effetti speciali.

La trama di Matrix racconta un futuro distopico, anticipando il metaverso.

Thomas Anderson (Keanu Reeves) è un uomo che vive nella costante sensazione di non sapere se è sveglio o sta sognando. Ha una doppia vita: da un lato è un programmatore informatico in una grande azienda, dall’altro un hacker che nell’ambiente si fa chiamare Neo e che ha commesso molti illeciti. Apparentemente per questo è prima sorvegliato e poi arrestato dagli agenti Smith, Brown e Jones.

Una notte, compaiono sul suo monitor delle frasi criptiche riguardo a qualcosa chiamato “Matrix”. Desideroso di sapere cosa sia, accetta una richiesta di contatto da parte di Trinity (Carrie-Ann Moss), esperta hacker braccio destro del misterioso Morpheus (Laurence Fishburne).

Per conoscere cosa è Matrix e fare luce sulle sue sensazioni strane, Neo deve scegliere se vuole conoscere una crudele verità. La scelta si concretizza tra la pillola rossa e la pillola blu: se ingerisce la prima, saprà com’è davvero il mondo; se ingerisce quella blu, si risveglierà nel suo letto, convinto che l’incontro con Morpheus sia avvenuto solo nei suoi sogni. Neo ingoia la pillola rossa e scopre che il pianeta terra è ormai un deserto, dominato dalle macchine, le intelligenze artificiali, dopo essersi ribellate agli esseri umani e dopo una guerra che gli esseri umani hanno miseramente perso. Neo è nato e vissuto dentro Matrix, un mondo virtuale creato mediante un programma informatico per tenere gli esseri umani sotto controllo, al fine di convertirli in fonte di energia per le macchine. In pratica è una neuro-simulazione interattiva, costruita sul modello del mondo del 1999 per tenere calmi gli umani coltivati, immobilizzati fin dalla nascita e nutriti con i cadaveri dei defunti. I superstiti scampati a Matrix si sono rifugiati a Zion, un’area vicina al centro della terra.

Morpheus e la sua squadra sono ribelli che liberano dalla prigionia di Matrix coloro che, nonostante siano stati dentro Matrix fin dalla nascita, provano un senso di estraneità per il mondo che li circonda e desiderano la libertà.

Si muovono dentro il mondo reale con la nave hovercraft Nabucodonosor e hanno trovato il modo per entrare e uscire da Matrix, attraverso gli apparecchi telefonici che vi sono rappresentati, e ad interagire all’interno in modo controllato.

Morpheus è convinto che Neo sia il Prescelto (o l’Eletto), colui che sarà in grado di decodificare e cambiare il programma di Matrix, fino a distruggerlo e liberare l’umanità dal controllo delle macchine.

L’agente Smith e gli altri agenti impeccabilmente vestiti in giacca e cravatta, occhiali da sole e sguardi imperturbabili sono programmi senzienti e dentro Matrix fanno le veci delle macchine che, invece, agiscono nel mondo reale. Sono i Guardiani e si muovono liberamente da un programma all’altro.

Neo inizierà un addestramento per muoversi dentro Matrix; incontrerà l’Oracolo (Gloria Foster), una veggente che gli rivelerà se è o no l’Eletto; dovrà salvare la vita di Morpheus e farsi salvare la vita da Trinity; innamorarsi di lei; combattere contro lo spietato agente Smith (Hugo Weaving) e capire chi è e qual è la sua missione.

Le metafore, le interpretazioni, l’impatto sulla cultura e l’immaginario collettivo di Matrix

Appena esce, Matrix diventa subito un cult. La scelta, quella giusta, la pillola rossa piuttosto che quella blu diventano presto luoghi comuni, perché sono metafora di cambiamento. La società a cavallo tra i due millenni sembra scoprirsi intrappolata nelle e dalle proprie illusioni, in una dimensione di pura finzione – e non avevamo ancora visto niente nell’anno 2000! – la pillola rossa liberava da quella schiavitù.

Matrix ha generato una serie infinita di riflessioni in moltissimi ambiti, non solo tra gli appassionati di fantascienza.

Se ne parlava in chiave religiosa nelle parrocchie, soprattutto con gli adolescenti, perché Neo è l’Eletto e anche nel look (in tutta la trilogia) ricorda Gesù (ad un certo punto il lungo cappotto di pelle nera sarà sostituito da una tonaca da prete). Come non vedere una chiara metafora messianica in tutta la trilogia? Per non parlare del nome della coprotagonista femminile, Trinity, che significa “Trinità”, identità del Dio cristiano.

La metafora usata esplicitamente nel film è quella di Alice, il personaggio di Lewis Carroll che, all’inizio del romanzo “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie”, ruzzola nella tana del Bianconiglio e finisce in un mondo pieno di stranezze. Quelle avventure segneranno la formazione di Alice e il suo passaggio nell’età adulta. In Matrix Alice è Thomas Anderson e anche lui alla fine del film non sarà più lo stesso: sarà passato completamente alla sua identità di Neo.

Anche Thomas/Neo segue un coniglio bianco, come gli suggerisce una scritta apparsa improvvisamente sullo schermo del suo computer. Pochi istanti dopo apre la porta e una ragazza con un coniglio tatuato sul braccio lo invita ad una festa. Lui accetta e lì incontra l’hacker Trinity, che gli ha mandato il messaggio e che lo porta da Morpheus, il suo Bianconiglio. Scegliendo la pillola rossa, scegliendo di sapere la verità finirà in un mondo sconosciuto che, però, non è affatto pieno di meraviglie. È la realtà, è Matrix, la realtà virtuale che è ovunque, intorno a noi. È il mondo che è stato messo davanti agli occhi degli umani per nascondere loro una realtà impossibile da accettare: che sono degli schiavi, delle pile elettriche.

Matrix e il libro di Carroll hanno in comune anche il tema del sogno, della confusione tra sogno e realtà, tra la realtà onirica/inconscia e quella della veglia. Nel film il tema è incarnato anche nei nomi: Morpheus è il Dio greco dei sogni e la sua nave si chiama “Nabucodonosor”, come il re babilonese che nella Bibbia chiede al profeta Daniele di interpretare i suoi sogni, uno dei quali era diventato realtà.

Che Matrix sia – tra l’altro – un racconto di formazione, come quello di Alice nel Paese delle Meraviglie, ce lo ricorda anche la scritta sulla porta della cucina dell’Oracolo: “conosci te stesso”.

E qui veniamo all’altra metafora molto meno esplicita che Matrix rappresenta e che, soprattutto, ha rappresentato – anche se solo nel loro inconscio – per Lana e Lilly Whachoski, che all’epoca non erano ancora due sorelle, ma due fratelli, Larry e Andy.

Il cinema è per loro il mezzo per far uscire la loro condizione queer, prima di fare coming-out.

La stessa Lilly Whachowsci ha confermato vent’anni dopo che Matrix è un’allegoria-manifesto dell’esperienza del non riconoscersi nel proprio sesso biologico. Ma all’epoca il mondo non era pronto, tanto meno le case di produzione cinematografiche. La saga nasce per contrapporsi all’oppressione che le sorelle sentivano.

Neo ha una disforia e Matrix rappresenta il binarismo di genere e di questo ci sono diversi indizi nel film, nelle parole di Morpheus e in quelle dell’Oracolo. Neo sa dentro di sé se è l’Eletto, così come ognuno di noi sa di essere innamorato e ogni persona transgender sa di essere tale.

Per alcuni la pillola rossa che porta a conoscere la verità, all’autodeterminazione e alla libertà non è altro che metafora della terapia ormonale che consente alle persone transessuali di riallineare il proprio corpo all’identità di genere percepita. D’altronde, le pillole usate a questo scopo negli anni ’90 erano proprio rosse.

Anche il cambio di nome di Thomas Anderson che da metà film in poi, per il resto della trilogia, diventerà Neo ha un ruolo importante. L’agente Smith si ostinerà a chiamarlo sempere Mr. Anderson, mai riconoscendolo per ciò che è.

Nel finale, compaiono le stringhe del codice di Matrix e la scritta “errore di sistema” e quando la camera si avvicina compaiono solo due lettere, “M” e “F”, male e female, maschio e femmina, ovvero il binarismo di genere, in mezzo al quale corrono infinite stringhe di possibilità.

Certo, non a tutti coloro che hanno amato Matrix nel 1999 va a genio questa “nuova” interpretazione del messaggio, che stride con quelle “classiche”.

Le interpretazioni filosofiche di Matrix

Matrix ha ispirato anche i filosofi, che lì hanno visto affrontare questioni antiche mai trattate prima dal cinema. Il film ripropone alcuni temi delle correnti di pensiero della filosofia antica e moderna.

Si parte dal mito della caverna di Platone. Il film ruota sulla dicotomia tra realtà e finzione; Neo è il prigioniero che lascia la caverna, per liberarsi delle illusioni e dalla finzione che essa genera. Una volta accettata la dura realtà, rientra nella caverna (in questo caso in Matrix) per liberare gli altri, come Morpheus ha fatto con lui.

Il contrasto tra Matrix (il mondo sensibile e percepito) e l’arido mondo reale richiama anche il velo di Maya di Shopenhauer, ovvero la rappresentazione, una realtà illusoria, che nasconde la verità. Le intelligenze artificiali che coltivano e sfruttano gli essere umani come fonti di energia per la propria sussistenza sono come la Volontà, il cieco impulso di vivere che inganna l’umanità, di cui parla il filosofo tedesco, secondo cui, per liberarsi dal dolore servono persone eccezionali, geni e santi, oltre all’arte, e alla pietà. In Matrix questa persona eccezionale è Neo: uomo, amico, innamorato, eroe, salvatore, che alla fine può compiere imprese eccezionali, perché è pienamente consapevole di se stesso.

E poi c’è Cartesio e il suo cogito ergo sum. Anche le sorelle Whachowski si chiedono cosa è ontologicamente la realtà. Neo, come Cartesio, mette in dubbio tutto, anche la sua stessa esistenza, perché, prima di essere liberato, il suo pensiero è dentro il mondo di Matrix, esiste solo lì. E se si esiste solo in quanto soggetto pensante, fuori di Matrix non si esiste.

Ma troviamo anche Kirkegaard con il tema della scelta e il legame tra possibilità e libertà, centrale nel pensiero del filosofo, come in tutto il film. Non solo nel dilemma iniziale tra pillola rossa o pillola blu, ma anche nel momento in cui Neo deve capire se è l’Eletto o meno e gli viene spiegato che solo lui può saperlo. Lui fa delle scelte perché è lui l’Eletto oppure si convince di esserlo e quindi sceglie di conseguenza? Essendo il predestinato, tutto è predefinito? Allora dove sono le sue scelte, ha davvero libertà decisionale?

Le Whachowski però non si sono limitate a riproporre correnti di pensiero antiche o moderne. Hanno esplicitamente attinto anche all’opera “Simulacri e simulazioni” di Jean Baudrillard, sostenendo nei film della trilogia (come nel recente sequel) la teoria che le nostre vite non siano altro che una simulazione. Il filosofo, tuttavia, ha sempre dichiarato che il proprio pensiero fosse stato frainteso.

Matrix non ha influenzato solo l’immaginario collettivo, ma anche la gamma degli effetti speciali nel cinema

Il film è noto perché al computer sono state create molte scene, ma non solo. Con  questo film si sono evoluti e implementati effetti speciali quali bullet time e il time-slice.  Il supervisore agli effetti speciali John Gaeta ha usato diffusamente il bullet time, segnandone l’evoluzione. Con questa tecnica si può vedere ogni momento della scena al rallentatore, mentre l’inquadratura sembra girare attorno alla scena a velocità normale.

Guardare una sequenza girata in questo modo è come camminare attorno a una statua e vedere come appare da diverse angolazioni.

In alcune scene di Matrix è stato implementato l’effetto time-slice congelando totalmente personaggi e oggetti. Tecniche di interpolazione consentono, poi, di rendere fluido il movimento dell’inquadratura. L’effetto è stato sviluppato ulteriormente dalle sorelle Wachowski per creare il bullet time, che consente movimenti temporali in modo tale da non congelare totalmente la scena ma facendola vedere al rallentatore o con velocità variabile.

3 motivi per guardare il film:
  • perché è un vero cult che ha rivoluzionato il genere fantascientifico e cyberpunk;
  • per la sceneggiatura ricca di riferimenti alla filosofia, ai fumetti e altro;
  • per i look ormai iconici di personaggi entrati nell’immaginario collettivo.
Quando vedere il film:

ogni momento può essere adatto: il film è lungo e dai molteplici significati, ma scorre benissimo perché pieno di azione e spettacolo.

Stefania Fiducia

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Pubblicità e marketing: la carta stampata è morta?

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Negli ultimi anni il mondo digitale ha mosso una serie di importanti cambiamenti per il mondo del marketing. Si può per certi versi dire che la carta stampata è morta, nel senso che molti dei servizi pubblicitari utilizzati in passato stanno perdendo progressivamente terreno, a favore di un ambiente sempre più digitale. Contemporaneamente, però, sono ancora molto forti alcuni metodi di pubblicità “tradizionale” su carta stampata, che numerose aziende continuano a sfruttare oggi come in passato. Ecco quindi come le nuove e vecchie tendenze di comunicazione si intersecano nel panorama odierno.

Il marketing sulla carta stampata


Esistono tutt’oggi moltissimi strumenti di marketing offline che sfruttano la carta stampata e che molte aziende utilizzano quotidianamente. Anche se negli anni recenti i canali del marketing evitano la pubblicità sui quotidiani e sulle riviste, o quanto meno tendono a sfruttarla sempre meno, per quanto riguarda invece la pubblicità che passa attraverso le brochure, le carte da visita o i flyer pubblicitari sono ancora molte le realtà che la utilizzano in modo massiccio. Poter fornire il proprio biglietto professionale dopo un incontro di lavoro o presentare a un potenziale cliente un catalogo cartaceo per presentare un prodottosono ancora mosse strategiche nell’ambito del marketing. Questo perché la comunicazione faccia a faccia e il marketing svolto contattando personalmente i clienti sono ancora centrali in molti ambiti, e per questo ancora utilizzatimassicciamente da molte aziende, considerando il fatto che per molti servizi e show roomil contatto con il cliente è un aspetto fondamentale del proprio business.

La crisi della carta e l’ascesa del digitale


La vera e propria crisi si sta evidenziando soprattutto per quanto riguarda la carta stampata in senso stretto, e quindi i canali di marketing qualii quotidiani o le riviste, sia di settore che generalisti. Considerando anche solo il periodo che va dal 2008 al 2017, come ha fatto l’Osservatorio Media della School of Management del Politecnico di Milano, si nota un elevato aumento del fatturato del mercato pubblicitario online, a scapito quasi esclusivamente della stampa. Stiamo parlando di oltre 15 punti percentuali persi sul totale del fatturato italiano per la pubblicità. Un dato che si può tranquillamente aumentare ampliando il numero di anni su cui fare la valutazione. Negli ultimi 4 anni infatti l’impatto e l’utilizzo della rete internet in Italia si è ulteriormente rafforzato, anche a causa della pandemia ancora in atto.

La trasformazione della carta come strumento di comunicazione

Effettivamente la pubblicità su carta stampata non è scomparsa, ma sta seguendo la sua naturale evoluzione. Con un crescente numero di italiani che si informa attraverso internet, che cerca notizie e dati sui prodotti in vendita approfittando di apposite piattaforme, e che quotidianamente legge le notizie sui quotidiani online, è ovvio che per sopravvivere la carta stampata abbia dovuto modificarsi, negli intenti, nei contenuti, nella qualità. Ciò che si veicola attraverso il marketing su carta è ciò che in rete non si trova; alcune realtà stanno sfruttando quindi la carta stampata per offrire contenuti più curati, immagini di qualità, materiali ecocompatibili. Perché come sono cambiate le abitudini degli italiani per quanto riguarda il tipo di media preferito, è cambiata anche la sensibilità. Oggi le campagne di marketing ci parlano non solo dei prodotti, ma anche della sostenibilità delle imprese, delle materie prime ecocompatibili utilizzate per un prodotto, delle politiche sociali intraprese da un’azienda. Questo tipo di visione si può veicolare anche attraverso prodotti stampati con carta riciclata, o che racchiudano un’utilità ulteriore oltre al trasportare un messaggio.

Bambini e Squid Game: è davvero allarme rosso?

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Il 17 settembre 2021, qualche giorno dopo l’inizio dell’anno scolastico, è uscita sulla piattaforma di Netflix una serie sudcoreana che in poco tempo ha seminato grande preoccupazione nelle scuole d’Italia. Stiamo parlando della famosa serie “Squid Game o “Gioco del Calamaro” che in poco tempo ha spinto genitori, docenti e presidi a lanciare una petizione per la cancellazione della serie in seguito alla diffusione di comportamenti violenti nei bambini delle scuole elementari che sembrano proprio imitare i giochi mortali della serie.

È veramente la serie il problema?

Ovviamente la serie non sarà cancellata, sia per la posta economica in ballo, sia perché la serie già dall’inizio non doveva essere visualizzata dai bambini di quell’età. infatti, sulla piattaforma la serie risulta vietata ai bambini sotto i 14 anni. Questo dettaglio suggerisce come i genitori in primis, sottovalutino i potenziali rischi di un accesso incontrollato al web e come, in secondo luogo, ignorino un meccanismo di apprendimento infantile ben noto non solo in pedagogia: l’imitazione.

Come ci dimostra la Teoria di Jean Piaget sui quattro stadi dello sviluppo cognitivo, l’imitazione si sviluppa già a partire dal secondo anno di età, all’inizio della fase pre-operatoria, quando il bambino comincia a padroneggiare il pensiero simbolico, ossia una capacità di pensiero basata sull’imitazione e riproduzione di azioni. Tale fenomeno è visibile quotidianamente, basti pensare a dei bambini che giocano al parco e che utilizzano semplici legnetti come fossero spade mentre giocano a “fare la guerra”.

Nel 1961 Albert Bandura condusse l’esperimento della Bambola Bobo dimostrando come il comportamento aggressivo dei bambini possa essere appreso tramite l’imitazione. I bambini che osservarono l’adulto picchiare il pupazzo manifestarono più comportamenti aggressivi verso la bambola Bobo quando fu il loro turno di interagire con lei. L’esperimento sembrerebbe indicare come i bambini si comportino “male” non perché siano dei bambini indisciplinati o cattivi ma perché loro apprendono così, basandosi sui comportamenti che vedono mettere in atto dagli altri.

Inoltre, non bisogna dimenticare un fatto cruciale, ossia che l’adulto e i suoi comportamenti sono intrepretati dal bambino come veri e propri modelli da seguire, tale fenomeno viene indicato con il nome di “role modeling” (Bricheno & Thornton, 2007). Questo avviene perché i bambini ritengono il comportamento degli adulti come il più adeguato in determinate situazioni.

Ovviamente non bisogna pensare che i bambini siano gli unici a farsi influenzare, tutti noi, a prescindere dall’età, se esposti costantemente a comportamenti violenti tendiamo a ridurre la nostra sensibilità ad essi, come se la nostra indignazione di fronte a tele fenomeno diminuisse. Questo accade perché la salienza della violenza sbiadisce, facendoci abituare ad essa. Un esempio? Basti pensare alla graduale abituazione alla discriminazione degli ebrei durante il nazismo.

Morale della favola: fate attenzione a ciò che guardano i vostri figli

Il fatto che i bambini imitino giochi violenti non li rende dei piccoli teppistelli irrecuperabili, però una mancata attenzione alla navigazione in rete dei propri figli potrebbe portare a delle conseguenze non gradite. Ovviamente qualche svista può capitare a tutti, ma il più delle volte ci ritroviamo faccia a faccia con una mancata consapevolezza digitale. Sarà importante per i genitori trovare il modo di far abituare gradualmente i figli ad avventurarsi all’interno del mondo digitale che, solo perché virtuale, non è meno pericoloso di quello reale.

Articolo scritto da: Martina Barbieri e Mirko Duradoni.

Bibliografia:

Artino Jr, A. R. (2007). Bandura, Ross, and Ross: Observational Learning and the Bobo Doll. Online submission.

Bricheno, P., & Thornton, M. (2007). Role model, hero or champion? Children’s views concerning role models. Educational research, 49(4), 383-396.

Camaioni, L., Di Blasio, P. (2007). Psicologia dello sviluppo, 96-99.

Macbeth: siamo tutti prigionieri di Joel Coen

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Per il primo lungometraggio senza l’ausilio del fratello Ethan, che ha deciso di allontanarsi per un periodo indefinito dal mondo del cinema, Joel Coen si cimenta nella trasposizione cinematografica di una delle più celebri opere di Shakespeare: Macbeth. Si tratta del tredicesimo adattamento per il grande schermo della celebre tragedia del drammaturgo inglese, che aveva già stregato autori immortali come Orson Welles (Macbeth, 1948), Akira Kurosawa (Trono di Sangue, 1957) e Roman Polanski (Macbbeth, 1971), e che dista di soli sei anni dal discusso film diretto da Justin Kurzel, con protagonisti Micheal Fassbender e Marion Cotillard.

Nonostante l’elevato numero di lungometraggi tratti dalla celebre opera del Bardo, questo “The Tragedy of Macbeth” firmato Coen, prodotto per A24 e disponibile su AppleTv+ dal 14 gennaio 2022, risulta totalmente atipico e coraggioso, nonché differente da ogni altra trasposizione, capace di fondere il teatro, l’espressionismo tedesco e la contemporaneità in un unico prodotto audiovisivo di straordinaria potenza.

Il potere corrompe ogni cosa

La tragedia è ben nota. Macbeth (Denzel Washington) è un valoroso guerriero al servizio di Re Duncan di Scozia che, di rientro dal campo di battaglia, verrà avvicinato da tre streghe le quali prediranno dapprima la sua nomina a Barone di Cawdor e successivamente la sua ascesa al trono. Inizialmente interdetto e dubbioso, a seguito della prima promozione annunciata dalle tre sorelle fatali, il nobile si convince del futuro di gloria che l’attende e va su tutte le furie alla proclamazione di Malcolm (Harry Melling), come Principe di Cumberland.
Dopo aver raccontato alla sua Lady (Frances McDormand) l’intera faccenda, Macbeth viene convinto da quest’ultima a togliere di mezzo chiunque si frapponga fra lui e il titolo di Re di Scozia, commettendo in prima persona una serie di omicidi che lo porteranno inevitabilmente a perdere la sua identità.

Perché un Macbeth così non si era mai visto

Contrariamente a quanto ci si possa aspettare, associando a una prima occhiata il nome dei Coen con la tragedia shakespeariana, il Macbeth aderisce perfettamente alla poetica dei due fratelli del cinema statunitensi. Le loro narrazioni infatti, sono costellate di protagonisti sventurati che, nel tentativo di migliorare la propria situazione, rimangono invischiati in giochi più grandi di loro.

Per questo nuovo adattamento, Joel decide di accentuare l’iniziale lontananza dalla bramosia, dalla ricerca di potere del protagonista, affidando il ruolo di Macbeth al 67enne Denzel Washington, che regala l’ennesima grande interpretazione della sua carriera. Fin dalle prime battute possiamo notare come il suo sia un Macbeth stanco ma felice, che ripudia la violenza gratuita, rifiutandosi di guardare l’esecuzione dell’ex Signore di Cawdor. Ben presto però, sarà la sua Lady, interpretata dalla moglie del regista Frances McDormand, a condurlo sulla via del tradimento. I due vanno così a comporre di fatto una coppia mista in là con l’età che, privi di un erede, verrà divorati da un arrivismo egocentrico che non ha futuro. Un’immagine potentissima.

Prima dell’incontro del protagonista con le tre streghe, ci è lasciato intuire che i nobili Macbeth non nutrivano alcun desiderio di sedere sul trono di Scozia e, probabilmente, senza quella tragica previsione, avrebbero continuato a vivere le loro già appaganti vite. Non è dunque un caso che l’autore abbia optato per questo spiazzante cast, andando così a parlare della contemporaneità, dove le generazioni più avanti con gli anni continuano a essere morbosamente avvinghiate a ogni briciolo di potere nelle loro mani, soggiogando e annientando le speranze per un futuro migliore di chi ha da venire. Senza contare che, per il ruolo del futuro tiranno, si è scelto un attore afroamericano, rappresentante dunque di una minoranza che nella storia non ha quasi mai ricoperto ruoli di potere. Si tratta dell’ennesima audace e coraggiosa scelta di Coen, rivelatasi vincente.

Un’opprimente messa in scena che non lascia scampo

La teatralità dell’opera originale viene brillantemente mantenuta e trasportata sul grande schermo dal regista che decide di unire la solennità dei dialoghi a un impianto scenografico per lo più spoglio e asettico, rimandando inevitabilmente all’aridità dell’animo umano, smarrito nel suo personale desiderio di arrivismo.

La scelta del bianco e nero si rivela perfetta, creando un gioco di luci e ombre capace di enfatizzare il progressivo smarrimento della coppia Macbeth, divenuta grande con il sangue e il tradimento, ma che resterà schiacciata dal peso delle tremende azioni commesse.

Gli spazi esterni, caratterizzati da un’opprimente nebbia, non permettono di ammirare alcun orizzonte. Non c’è speranza, non c’è nessun campo lungo che possa donare sollievo. Se non è la nebbia, sarà la notte buia a inghiottire ogni cosa. Non c’è via di fuga per le parti in causa: abitanti di un castello dalle stanze sempre più strette, capaci di intravedere la luce soltanto attraverso gli onnipresenti colonnati che, simili a sbarre, rinchiudono i nostri protagonisti. Prigionieri di un fato che si sono auto-inflitti, vittime di un destino che gli è stato suggerito e di una ricerca del potere che nemmeno sapevano di desiderare. La ratio in 4:3 squadrata, disegna dunque i bordi di quella che è una vera e propria gabbia visiva ed emozionale, dove un senso di oppressione crescente verrà chiaramente percepito dallo spettatore.

La tragedia era nota, così come la sua morale, ma Joel Coen è riuscito ad allontanarsi da tutti i precedenti adattamenti portando il suo personalissimo grigio e stanco Macbeth. Composta da quadri tanto perfetti quanto inquietanti (su tutti, è impossibile non citare l’impressionante gioco di contorsioni di Kathryn Hunter), The Tragedy of Macbeth è una vera e propria prigione dove però, al termine della visione, si ha la disperata voglia di ritornare, per interrogarsi nuovamente su quanto sia oscuro e facilmente corruttibile l’animo umano. È questo l’effetto di una delle più appaganti esperienze cinematografiche degli ultimi anni.

Michele Finardi

Dove si può vedere “Macbeth” con Denzel Washington?

Macbeth è disponibile in abbonamento AppleTv+ dal 14 gennaio 2022.

Quanti anni ha Denzel Washington?

Denzel Washington ha 67 anni!

La fiera delle illusioni – Nightmare Alley: quando il mostro c’è ma non si vede

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Nel caso in cui ce ne fosse bisogno, e purtroppo sembra che ultimamente ce ne sia, è Martin Scorsese a ricordarci di non lasciarci sfuggire l’ultimo lungometraggio di Guillermo del Toro. Un cineasta che, utilizzando le stesse parole del regista newyorkese: “mette nei suoi film un amore e una passione che non ha semplicemente bisogno del nostro sostegno. Se lo merita.

Guillermo del Toro ha infatti la straordinaria capacità di portarci all’interno delle sue narrazioni fantastiche non appena, come per magia, le luci della sala cinematografica si spengono. Che siano fiabe fantasy, come gli indimenticabili Il labirinto del fauno e La forma dell’acqua, o che abbiano una derivazione fumettistica (i due Hellboy, Blade II e Pacific Rim), il suo cinema è costellato da un’anima gotica inconfondibile che, volta dopo volta, pare funzionare come una vera e propria macchina del tempo e portale per nuovi mondi da scoprire.

Un ritorno al passato che con La fiera delle illusioni non avviene unicamente tramite influenze e ambientazioni, ma che rimanda inevitabilmente a quel primo omonimo adattamento del romanzo di William Lindsay Gresham (Nightmare Alley), diretto da Edmund Goulding nel 1947. Un noir visionario che il regista messicano omaggia chiaramente, spesso citandolo sequenza per sequenza, invitandoci a riscoprirlo anche attraverso questo suo ultimo lavoro, distribuito nelle sale italiane dal 27 gennaio 2022, ben scritto e magnificamente diretto, capace di ingannarci fin dal primo minuto.

Ti darò il mondo e ciò che contiene

Stanton Carlisle (Bradley Cooper) è intenzionato a lasciarsi un passato misterioso alle spalle e, per puro caso, s’imbatte in un circo ambulante dove ha l’occasione di ricominciare. In breve tempo, diventerà imbonitore per la cartomante Zeena (Toni Collette) e il vecchio mago Pete (David Strathairn), chiedendo a quest’ultimo di insegnargli i trucchi del mestiere. Innamorato e ricambiato dalla riservata e dolce Molly (Rooney Mara), Stan la convince a lasciare la compagnia promettendole fortuna e una nuova vita felice. L’idea è semplice: mettere in scena un nuovo numero come mentalista a New York, utilizzando i trucchi appresi dal mentore. In soli due anni, la coppia riesce a esibirsi nei club dell’élite cittadina ma, durante una performance, verranno interrotti dalla psicologa Lilith Ritter (Cate Blachett) intenzionata a smascherarli. Quell’incontro sarà fatale per il protagonista che, sempre più avido e arrivista, mostrerà la sua vera natura.

Uomo o bestia?

Seppur Guillermo del Toro, decidendo di adattare nuovamente il romanzo di Gresham, metta da parte l’elemento fantastico e soprannaturale, non accantona minimamente la coerenza con la sua poetica di confronto con il mostro e la definizione dello stesso.

Fin dalle prime stupende sequenze all’interno del circo, dove la regia sempre in movimento del cineasta segue il nostro errante protagonista non lasciandolo mai solo, ci viene mostrato come dietro ogni numero, dietro ogni storia ci sia una menzogna. Non c’è nessun uomo-bestia, ma solo un disperato ubriacone che non mancherà a nessuno; nessuna capacità di leggere nel pensiero, ma soltanto uno schema ferreo di comunicazione verbale e non verbale tra complici. Il “trucco” sta nel portare lo spettatore pagante (nel quale ovviamente ci siamo anche noi) in un luogo sospeso, lontano dal mondo che possiamo toccare e che siamo abituati a vedere, lasciando che ci venga mostrato un qualcosa di straordinario, a cui vogliamo credere.

La “macchina cinema” è anche questo e, a muoverne i fili, troviamo un abile illusionista messicano, capace di portare lo spettatore a creare un’immediata connessione con Stan, interpretato da un onnipresente Bradley Cooper. Se tra il pubblico dei numeri di Zeena e Pete “c’è sempre un rapporto problematico con un padre o una madre”, per chi è in sala c’è sempre il desiderio di tracciare una proiezione empatica con il protagonista in cerca di riscatto. Bello, astuto e con una parlantina capace di incantare, non possiamo che credere alla bontà d’animo di Stan che, per tutta la prima parte della narrazione, è intento a darsi da fare per migliorare la propria situazione e a conquistare l’innocente Molly.

Il primo e dilatato atto si interrompe con un evento scioccante che porterà la nostra coppia d’innamorati lontana dal circo, da quel micro-cosmo dove tutto è possibile, e dritta tra le grinfie dell’arrivismo cittadino. Tuttavia, non possiamo stupirci della progressiva perdizione del nostro mentalista quando, fin dai primi minuti, eravamo stati ammoniti messi in guardia. Ecco dunque che l’illusione nella Casa degli Specchi non è un riflesso deforme ma la vera essenza dell’uomo posto dinnanzi al vetro. Il mostro c’è ma non si vede, annidato dentro l’animo umano e impossibile da notare a una prima occhiata.

Un noir d’altri tempi

Nightmare Alley è composto da due differenti volti che porterà lo spettatore sempre più vicino alla vera natura delle parti in causa, in un gioco di atmosfere magnificamente coordinato dal direttore della fotografia Dan Laustsen. I toni verdognoli e cupi dello storico collaboratore di Guillermo del Toro, irrompono in scena per mostrare i lati più oscuri dei protagonisti, prima in chiave quasi onirica nella sezione circense, poi facendo decadere quella patina avvolgente art déco della seconda parte dell’opera.

Non ci si può salvare dalle conseguenze delle proprie azioni, qui rappresentate dall’inquietante occhio del feto deforme Enoch che non manca di seguire incessantemente il nostro imbroglione. Le impalcature scenografiche e sociali crollano minuto dopo minuto, portando a galla un malessere capitalistico, dove il denaro e l’inganno sono le chiavi per il successo ma, al tempo stesso, la via per la perdizione. Le maschere vanno in frantumi, il passato ritorna e non c’è redenzione per i propri peccati: l’anima noir della narrazione divora ogni cosa.

Un film Cooper-centrico

Una costante delle 2 ore e 20 della pellicola, è il dominio incontrastato di Bradley Cooper. Il film si regge quasi interamente sulla lotta del nostro protagonista di ingannare se stesso e gli altri, riguardo il suo essere una persone meritevole di fiducia prima e di mostro poi. L’attore di Philadelphia dimostra l’ennesima grande prova anche se, ripensando al minutaggio, dispiace che non siano state approfondite figure altrettanto interessanti.

Non possiamo dunque non rammaricarci del fatto che un personaggio quale Molly, perfettamente aderente alla poetica di del Toro quale pura di cuore, non abbia avuto il giusto tempo a schermo nella seconda metà dell’opera, dove tutto è sacrificato per la caduta nell’oblio del nostro protagonista. La scelta di Rooney Mara è vincente, dove la carnagione chiara, la fragilità e l’espressione innocente di lei vanno a contrapporsi con il fisico robusto di Bradley Cooper e del suo ruolo di falso candido. Sono opposti che non potevano che attrarsi a vicenda, ricercando l’uno nell’altra quel qualcosa che non possedevano: lui la purezza, lei la caparbietà. Purtroppo, il loro rapporto viene completamente messo in secondo piano con l’entrata in scena di una calamitante Cate Blachett nei panni di Lilith Ritter.

La psicoterapeuta della New York facoltosa è la femme fatale della pellicola di del Toro che, come in ogni noir che si rispetti, non è mai totalmente sincera. Così come il protagonista, anche lei ha una duplice natura ma, a differenza di Stan, non ha scheletri nell’armadio, non viene dalla strada ed è perfettamente consapevole delle regole dell’alta società dove mangi o vieni mangiato. Il mentalista non potrà che essere attratto anche da questa donna, che anch’essa ha qualcosa che a lui manca (la consapevolezza sulla sua identità) e ha i mezzi per distruggerlo. Stan cade così vittima di in una trappola che si è costruito da solo, desiderando inconsciamente di mostrare il suo vero volto e la verità sul suo passato a qualcuno.

Quest’ultima opera del regista messicano è una giostra su cui, al termine della visione, si ha il desiderio di risalire nuovamente, consapevoli di essere stati ingannati a una prima visione, vittime di un gioco di specchi e non detti.
Colui che ha fatto delle tinte horror e gotiche il suo marchio di fabbrica ci riporta nell’essenza di un genere sempre più ai margini, chiedendoci di riscoprire quelle narrazioni che hanno fatto grande il cinema, immortali chiaroscuri rivelatori della vera forma della società.

La fiera delle illusioni – Nightmare Alley è un’altra grande perla all’interno della fantastica filmografia di Guillermo del Toro. Ritornano i freaks e ritorna il mostro ma, questa volta, non possiamo notarlo a una prima occhiata e, proprio per questo, la bestia fa ancora più paura.

Michele Finardi

Sanremo 2022: voti ai look sul palco puntata per puntata

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Prima Serata

Achille Lauro

In un post su Instagram aveva parlato del suo battesimo. E sul palco l’ha fatto. Cosa c’entra questo con il look? Niente, ma è impossibile spacchettare lo styling di Lauro da tutto il contesto creativo che lo circonda. Mezzo nudo, palestrato, circondato da donne divine, apre Sanremo come Dio comanda. Voto: 8.

Noemi

Fasciata in un bellissimo abito di Alberta Ferretti, Noemi mostra al mondo la nuova sé. Radiosa, elegante, simpatica, è sempre tra le mie preferite. Ma ci sarà un motivo se esiste l’armocromia cara Noemi, e tu non l’hai ancora capito. Voto: 8.

Ornella Muti

Una su un milione vince la lotteria della genetica, lo sappiamo, ma la Muti sfida ogni legge della fisica quantistica. Sembra di stare nel film Adeline! Piena di signorile dignità, non si mette neanche le lenti a contatto, si imbruttisce con gli occhiali per non attirare troppe invidie (invano). Vestita da Francesco Scognamiglio, è riuscita anche ad azzeccare l’abito perfetto. Voto: 10.

La Rappresentante Di Lista

Peggio della conferenza stampa, molto peggio dell’anno scorso. Questo look bianco e nero di Moschino è davvero troppo basic. Voto:5.

Michele Bravi

Un ragazzo dal viso dolcissimo e profondo, ingentilito nel look da una giacca con degli importanti decori floreali sui toni del blu, realizzato da Fausto Puglisi, nuovo direttore creativo di Cavalli. Voce suadente, pelle diafana, capelli nerissimi. Sembrava un giovane dio greco. Voto: 9.

Mahmood e Blanco

Prada per Mahmood, un look molto ambizioso ma portato divinamente e con disinvoltura. Poteva sembrare un mucchio selvaggio di vestiti over, invece Mahmood ha decisamente un’eleganza innata. Voto: 10. Meno riuscito l’outfit Valentino di Blanco, il mantello gli da fastidio e fa molto Achille Lauro, Voto: 6.

Rkomi

Un inspiegabile total look black&leather, con tanto di maschera e guanti da serial killer anni 70 non convince per nulla. Aspettiamo le prossime serate, per l’esordio il voto è 5.

Dargen D’amico

Dargen ci delizia con un pezzo tutto da ballare, visto che sono due anni che nessuno lo fa. L’outfit mi piace parecchio, il rosa bubblegum e il rosso corallo insieme fanno un effetto brillante e allegro. Voto: 7.

Maneskin

Fuori categoria, fuori da ogni classifica, sono immensi nella loro bellezza e nel loro styling. Senza imbarazzo o goffaggine, spaziano dal glam rock al folk anni 70, tutto Gucci. Voto: 10 e lode.

Giusy Ferreri

Nonostante la grande simpatia che provo per Giusona nazionale, è una ragazza che ha sempre toppato i look. Sempre. Stasera non si è smentita, scegliendo un look da capodanno in provincia. Voto: 4.

Seconda serata

Sangiovanni

“Sei una boccata d’aria” canta il diciottenne Sangiovanni nel suo pezzo Sanremese “Farfalle”. Vestito da Diesel, in un completo super tecnologico nel materiale e nel risultato cangiante, porta davvero una boccata d’aria fresca! Voto: 8.

Lorena Cesarini

Una ragazza bellissima rovinata dal fondotinta sbagliato, un taglio di capelli mortificante e un abito smorto di Valentino che le cade male. Ma perché? Sarebbe bastato davvero poco, visto che è una dea. Anche l’outfit di Cavalli non mi ha conquistato. Voto: 3.

Truppi

Emozionato ed emozionante, ha optato per un stile super asciutto e anche un po’ retro: jeans e canottiera nera. Che dire? Ha un suo perché. Voto: 6.

Le Vibrazioni

Frettolosi e un po’ ammucchiati, mi sono comunque piaciuti. Non si discostano mai dal look rock glam, quest’anno firmato Gaelle. Voto: 5.

Laura Pausini

Il solito abito nero, il solito capello liscio e lucente, la solita Laurona nazionale. Voto: 7.

Emma Marrone e Francesca Michielin

La seconda dirige l’orchestra che accompagna la prima. Due giovani donne molto belle e carismatiche: ma mentre la Michielin spacca nel suo abito Miu Miu, che la valorizza tantissimo, Emma sembra un po’ fuori tempo. L’abito di velluto Gucci è meraviglioso, ma le calze sotto fanno subito anni ’80. Voto: 9 e 7.

Matteo Romano

Giovanissimo tiktoker, se la cava davvero bene sia come presenza sul palco che come voce. Ho apprezzato molto lo stile sobrio, quasi adulto, che non lo fa essere ‘personaggio’. Poteva vincere facile nascondendosi dietro un look super catchy, invece ha dato tutto lo spazio alla voce. Voto: 8.

Iva Zanicchi

Ingolfata in un poncho di paillette a collo alto, sembra la nonna di Ornella Muti. E dire che di spirito sta messa molto meglio. Voto: 6.

Ditonellapiaga e Donatella Rettore

Bianco, nero, un tocco di rosso. Queste due donne scatenate e piene di grinta hanno dato uno scossone all’Ariston. Voto:7.

Elisa

Elisa sembra un elfo, una creatura celtica, una fata delicata. L’abito tunica bianco di Valentino le dona sacralità ed eleganza. Stranamente mi è piaciuta, di solito lo styling la penalizza. Voto: 7.

Fabrizio Moro

Appena entrato, un mega zoom ci ha svelato la scarpa slip-on tempestata di paillettes. Camicia mezza aperta, risvolti della giacca di seta, capello spettinato. Un look un po’ insignificante su un ragazzo molto bello e molto atteso dal pubblico. Voto: 4.

Tananai

In un morbido completo Dior di un colore stupendo (un punto di celeste polvere molto bello), Tananai si presenta al mondo in splendida forma. Per ora, è uno degli uomini sul podio dei più eleganti. Voto: 10.

Irama

Scappato da qualche festival boho chic, Irama sembra un altro rispetto all’anno scorso. Con un suggestivo look Givenchy ci fa vedere quanto è cresciuto dopo la brutta esperienza del Covid del 2021. Voto: 8.

Aka 7even

Una scelta coraggiosa ha portato Aka 7even a indossare un originalissimo completo con la camicia dello stesso pattern. Stella MC Cartney firma questo look unico, un pelino sotto Tananai per me. Voto: 8.

Highsnob e Hu

Molta dicotomia in questa esibizione: un uomo e una donna, lui in nero e lei in bianco, uno davanti all’altra. Un po’ troppo Coma Cose, ma con delle voci davvero significative. Look gender fluid molto armonico. Voto: 7.

Terza serata

Giusy Ferreri

Di nuovo in Philipp Plein, ma stavolta il completo nero sartoriale con tagli e aperture è davvero perfetto per lei. Voto:8.

Highsnob e Hu

Questo talentuosissimo duo non si discosta dal format B/N durante la terza serata. Il carisma che emanano va al di là di qualunque stile. Voto:9.

Fabrizio Moro

Molto elegante, molto sobrio, mi piace più stasera di ieri. Voto: 7.

Aka 7even

Stiloso e fresco in Stella Mac Cartney anche stasera, Aka 7even non ha paura del rosa! Look allegro e catchy, come il suo pezzo. Voto: 7.

Drusilla Foer

Un ingresso trionfale, avvolta in un abito sartoriale e valorizzante al massimo. Rina Milano è la sarta fidata di Drusilla, e si vede. Tutti i cambi d’abito sono splendidi. Voto: 8.

Massimo Ranieri

Va sul classico, sceglie un tocco di colore per la cravatta. Nell’insieme senza infamia e senza lode. Voto: 5.

Dargen D’Amico

Che energia questo ragazzo..Fa ballare l’Ariston! Stile unico e inconfondibile firmato Casagrande, oggi merita un 10.

Irama

Givenchy lo veste anche in questa terza serata, con un look rock anni ’90 che lo fa sembrare Bon Jovi. Il contrasto con i suoi colori chiarissimi non mi convince. Voto: 6.

Ditonellapiaga e Donatella Rettore

Un duo fantastico con uno styling molto intelligente: punta sulla femminilità ammiccante di due diverse età. Spaccano! Voto: 9.

Michele Bravi

Ora che Fausto Puglisi ha preso le redini di Roberto Cavalli, ne vedremo delle belle. Già i look di Michele Bravi ci raccontano l’entusiasmo e la rinascita del brand Cavalli. Oggi con un completo senza maniche e i guanti con gli stessi decori della giacca di ieri. Tutto rosso. Voto: 7.

Mahmood e Blanco

La tentazione di vestire i duetti uno in bianco e uno in nero è molto forte stasera. Anche il duo favorito del festival si è adeguato. Mahmood bellissimo in Ann Demeulmeester e Blanco sempre in Valentino. Voto: 8.

Tananai

Secondo me è il best dressed del festival. Non a caso il suo stylist è Nick Cerioni, che per questo giovane partecipante sceglie Thenickuniverse, il nuovo brand dello stylist. Voto: 10.

Elisa

Sempre eterea, ma stasera troppo. L’abito sottoveste fino ai piedi, bianco, è davvero troppo basic. Se ti veste un genio come Piccioli di valentino, forse vale la pena osare qualcosa in più. Voto: 6.

La Rappresentante di Lista

Doppio look Moschino, per Dario e Veronica. Un perfetto esempio di moda post-apocalittica: sfoggiano abiti bruciati, stracciati, su volti provati. Voto:8.

Achille Lauro

Direttamente dal set di un porno anni 70/80, svestito tendente al nudo, Achille Lauro ci porta a passare la domenica con lui, con l’Harlem Gospel Choir che dà uno stile unico al pezzo. Voto:7.

Matteo Romano

Credo sia proprio difficile vestire bene un ragazzo così giovane. Eppure, per la sua seconda apparizione il tiktoker sceglie di nuovo benissimo. In completo blu elettrico e t.shirt bianca, profuma di fresco. Voto: 8.

Ana Mena

Una ventenne, bella come una ventenne, vestita come una ventenne che fa musica per ventenni. Non vedo molta personalità a livello di stile, ma è talmente bella che le sta bene tutto. Voto: 7.

Sangiovanni

La sua esperienza a Sanremo è tinta di rosa. Anche nella sua terza serata indossa un completo Diesel, meno originale di quello della prima apparizione. Voto: 7.

Emma

Sono quasi commossa dalla bellezza di Emma stasera. Non è facile vederla vestita da 10, ma con l’accoppiata maxi blusa e gonna a matita (tutto Gucci) ha vinto a mani basse. Voto:10.

Yuman

Il vincitore di Sanremo Giovani del 2021 porta un bezzo dal sound molto orecchiabile, purtroppo lui non viene valorizzato da questo completo-pigiama un po’ inadatto. Voto: 6.

Le Vibrazioni

Banalotti e un filo anacronistici. Look banalotto, voto: 5.

Truppi

Lui e le sue canottiere sono inseparabili nei live. Sta bene così, è un cantautore di altissimo livello. Il voto è per il coraggio e la coerenza:7.

Noemi

Ultima della serata, ma prima nel podio fashion: abito nero dal grande oblò centrale, che lascia la pancia scoperta, trucco nude che fa risaltare tantissimo i suoi occhi stupendi. Veramente bellissima. Voto: 10.

Quarta serata

Noemi

Ha fatto venire giù il cielo, l’Ariston, il mondo. Voce al top della sua carriera per una performance indimenticabile. Natural Woman di Aretha Franklin è la canzone cover scelta da Noemi, illuminata da un abito rosa brillante di Alberta Ferretti. Voto: 10.

Truppi e Vinicio Capossela

Pennellate di rosso e nero dipingono il quadro vivente di questa esibizione ai limiti delle lacrime. Capossela ha indossato gli abiti realizzati dalla cooperativa Alice, una sartoria etica che da 30 anni si occupa di supportare e reintegrare le donne nel mondo del lavoro. Voto: 8.

Maria Chiara Giannetta

Un little black dress di Armani? “groundbreaking” direbbe -sbadigliando- Meryl Streep/Miranda ne Il diavolo veste Prada. Anche gli altri abiti sono belli ma banali. Secondo me una giovane donna di 29 anni deve essere portavoce dello stile della sua generazione, non di quello della bisnonna. Poteva davvero osare di più e discostarsi dal paradigma nero-abito rosso- smoking androgino. Voto: 7.

Yuman

Questo povero ragazzo viene martoriato da tre serate. Non riescono a valorizzarlo in nessun modo. Voto: 3.

Le Vibrazioni

Grande grinta -finalmente- da questa band, accompagnata da Sophie and the giants. Look ravvivato dalla presenza della carismatica frontwoman. Voto: 7

Sangiovanni e Fiorella Mannoia

Perchè in questo festival tutti i duetti li vestono in bianco e nero? Basta! Voto: 5.

Emma e Francesca Michielin

Potevano spaccare, non ce l’hanno fatta. Un pezzo-omaggio a Britney nell’anno della sua ‘liberazione’, doveva essere un inno alla vita. Vestiti medi, interpretazione media, nessun guizzo stilistico. Di Emma salvo il completo di Gucci. Della Michielin, l’eyeliner grafico davvero bello. Voto: 6.

Gianni Morandi e Jovanotti

Eleganti standard, gigioni, molto allegri e festaioli. La giusta misura per due uomini che hanno fatto la storia della musica italiana. Per lo meno non si sono vestiti uno in bianco e uno in nero. Voto: 7.

Elisa e Elena D’Amico

Davvero troppo bianco, troppe lunghezze, troppi volumi. Elisa ingolfata nella giacca over, Elena perfetta nel ruolo di ballerina e performer. L’esibizione è stata piena di forza ed energia, quindi voto: 8.

Achille Lauro e Loredana Bertè

L’ennesimo duetto bianco e nero, una trovata che ha esaurito qualunque vena estetica. Voto: 5.

Matteo Romano e Malika Ayane

La serata con il look meno riuscito per il giovane tiktoker, e anche per Malika, sempre troppo nera per i miei gusti. Voto: 6.

Irama e Grignani

Ho apprezzato la personalità di ciascuno dei due, ben distinta. Irama sempre fichissimo in Givenchy, uno stile fatto per lui, non c’è dubbio. Voto: 9.

Ditonellapiaga e Donatella Rettore

Hanno fatto un po’ come Emma e la Michielin. Il pezzo -Nessuno mi può giudicare- poteva trasformarsi veramente in una bomba atomica, invece è stata un’esibizione tiepida. Sempre belli i look, Ditonellapiaga è davvero bellissima. Voto: 7.

Iva Zanicchi

Iva Zanicchi ha un bellissimo viso e un bravissimo hair stylist, che la rende bellissima dal collo in su. Dal collo in giù, ha un problema con il guardaroba. Capisco l’età e la taglia, ma davvero ci sarebbero migliaia di alternative più contemporanee di questi abiti over di paillettes. Voto: 4.

La Rappresentante di Lista con Cosmo, Margherita Vicario e Ginevra

La performance più bella degli ultimi anni. In omaggio alla fondatrice delle The Ronettes, scomparsa lo scorso anno, LDRL mettono in scena un mini-evento. Interpretazione elegante e trascinante, ravvivata da Cosmo, dj e producer. Look Moschino finalmente azzeccatissimo, lui in shorts come Angus Young e lei super Sixties in argento. Voto: 10.

Michele Bravi

Vagamente somigliante a Loki, in total look verde, secondo me Michele Bravi interpreta perfettamente il nuovo uomo Cavalli. Voto: 8.

Mahmood e Blanco

Ormai i più amati del Festival, dell’Ariston, dei social, sono per ora i vincitori morali di Sanremo. Impossibile criticarli: voci perfette, forte armonia e presenza sul palco, eleganza moderna e impeccabile. Blanco in The Attico e Mahmood in Fendi. Voto: 10.

Rkomi e Calibro 35

Rkomi è a Sanremo per far vincere il Fantasanremo a qualche suo amico. Capezzoli al vento, flessioni sul palco, ce la sta mettendo tutta. Il look di Etro è di ispirazione americana, ma conta poco, perché è rimasto solo con i pantaloni dopo pochi secondi. Voto: 5.

Aka 7even e Arisa

Il diamante di questo duetto è sicuramente Arisa, che brilla in un bellissimo abito bianco dai maxi volumi e pieno di piume di Antonio Grimaldi. Voto: 7.

Highsnob e Hu

Lui in smoking Zegna, lei in un maxi abito nero con anfibi. Forse un po’ troppo funerei. Voto: 6.

Dargen D’Amico

Alessandro Onori firma questo completo tre pezzi, bianco e nero geometrico, veramente stupendo. Swarovski firma gli occhiali custom made per Dargen, che è la petite peste del festival. Voto: 8.

Giusy Ferreri e Andy dei Bluvertigo

Un’esibizione stentata così come il look di Giusy. Non decolla. Voto: 5.

Fabrizio Moro

Con una giacca pitonata lucente, stile matrimonio in provincia, Fabrizio Moro canta Uomini soli. Laddove il look non mi ha esaltato, devo ammettere che lui è un uomo che sa stare sul palco. Voto: 6.

Tananai e Rosa Chemical

Usciti da un party a tema glam anni 60/70, questi due giovanissimi hanno omaggiato (più o meno) Raffaella Carrà. Probabilmente lei avrebbe apprezzato, io così così. Voto: 5.

Quinta serata

Matteo Romano

Per l’ultima serata, il più giovane di Sanremo opta per un look molto classico e impeccabile. Visibilmente emozionato e felice dell’esperienza, lascia una scia di pulito. Voto: 10.

Giusy Ferreri

Giusy si libera di tutto il peso che evidentemente aveva portato sulle spalle nelle scorse serate. Bellissima in un abito sirena di Philipp Plein, molto sexy e radiosa. Finalmente. Voto: 8.

Rkomi

Lo storytelling di Rkomi è incentrato su un personaggio alla Taxi driver, che poi è il nome del suo album. Pelle, America, motori, machismo. A me non piace, nonostante sia vestito Etro. Voto: 3.

Sabrina Ferilli

Innanzitutto una premessa: Sabrina Ferilli è in splendida forma, gli anni l’hanno solo migliorata, e non è facile. Per il primo ingresso ha un abito di N.21 (il progetto di Alessandro dell’Acqua), bellissimo nella forma ma meno azzeccato nel colore, forse troppo neutro. Voto: 8.

Iva Zanicchi

Non si discosta dai ponchi/palandrane et similia, ma per l’ultima serata ha sfoggiato un abito prezioso e gioielli molto vistosi (ma bellissimi). Voto: 7.

Aka 7even

Nero e strass, il gemello di Massimo Ranieri. Voto: 7.

Massimo Ranieri

Strass e nero, il gemello di Aka 7even. Voto: 7.

Noemi

Non ha sbagliato un outfit, è stata perfetta per quattro serate di fila, e nell’ultima ha superato se stessa. Un abito meraviglioso di specchi e tulle, una principessa Disney con la voce più potente di Sanremo. Voto: 10.

Dargen D’Amico

Sentiremo parlare di Dargen a lungo. Brillante, con la parlantina, ha interrotto Amadeus mille volte. Vestito in modo classico rispetto ai suoi look delle serate precedenti, poteva rischiare un po’ di più. Comunque, adorabile. Voto: 8.

Elisa

Alla quinta serata in bianco, è chiaro che ci sia una chiara scelta stilistica dietro. Purtroppo io non la vedo per nulla valorizzata, e dire che amo Piccioli e il lavoro che fa per Valentino. Voto: 6.

Michele Bravi

Zitto zitto, questo ragazzo ha spaccato una sera dopo l’altra. la sua tenerezza e profondità lo rendono magnetico. Il look di Cavalli lo esalta e interpreta magnificamente. Voto: 8.

La Rappresentante Di Lista

Saper indossare Moschino è un dono che pochi hanno. LRDL incarnano lo spirito irriverente e sfacciato di Jeremy Scott, direttore creativo della maison. Mi hanno veramente commosso. Voto: 10.

Emma

Per l’ultima performance, Emma e Francesca Michielin hanno giocato a fare le dive della Hollywood degli anni d’oro. Emma è davvero perfetta, in un abito lungo retrò, con pizzo e chiffon, di Gucci. Voto: 10.

Mahmood e Blanco

Mi aspettavo un mega look galattico, invece erano abbastanza sobri e classici. Voto: 7.

Highsnob e Hu

La collana di perle che Hu usa come un top è un espediente molto stiloso, per ammorbidire un look molto forte. Highsnob in un completo ruggine è agghiacciante. Faccio una media? Voto: 6.

Sangiovanni

In un bellissimo completo nero con linee di strass, porta dolcezza e giovinezza sul palco. La collanina con su scritto ‘Giulia’ ispirerà molti giovani a San Valentino! Voto: 8.

Gianni Morandi

Una giacca tempestata di luce e papillon, un grande classico per un pezzo classicissimo. Voto: 7.

Ditonellapiaga e Donatella Rettore

Lo styling è stato il peggiore della kermesse, la Rettore veramente penalizzata dal mini dress. Non tutte arrivano a una certa età con le gambe della Bertè. Anche Ditonellapiaga poteva dare di più di un abito bianco con sotto collant neri. Voto: 6.

Yuman

Yuman è l’esempio vivente del perché in certi ambienti l’apparire è importante tanto quanto l’essere. La canzone è bella, lui è bravo, ma molto acerbo. Un look importante gli avrebbe donato personalità. Invece sono 5 sere che lo vestono in pigiama di seta, come ha notato anche Sabrina Ferilli. Voto: 4.

Achille Lauro

Autoelettosi paladino delle donne e della lotta alla mascolinità tossica, sdogana il rosa per gli uomini. Ne avevamo bisogno? Evidentemente si! Voto: 8.

Ana Mena

Tra il neomelodico e la hit estiva, questa canzone è un po’ inadatta a Sanremo. L’effetto ricorda molto la partecipazione di Elettra Lamborghini. Molto molto bella, in un classico abito rosso di Armani. Voto: 6.

Tananai

Io lo metto sul podio dei best dressed. In Dior con la giacca a vestaglia è divino. Voto: 9.

Micaela Paciotti

HEROIDES vs METAMORPHOSYS: cantami, Ovidio

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Fruga le tasche del tempo e cerca il poeta del mito: Ovidio, amato, amatissimo, poliedrica voce di un tempo passato che ci ha insegnato tante storie, molte d’amore. Un vero e proprio maestro d’amore, gemello diverso della greca Saffo, l’altra faccia della medaglia nella letteratura latina, dagli Amores ai Remedia Amoris.

Ovidio è musa contemporanea

Un binomio voce e musica porta sul palco del contemporaneo Teatro Vascello le lezioni del maestro tratte da due dei suoi capolavori: le Heroides, lettere di donne mitologiche (esclusa la romanzata figura di Saffo) e le Metamorfosi, il poema enciclopedico squisitamente eziologico, dove Ovidio ci racconta le più grandi storie dell’antichità, insegnandoci l’origine di molte cose.

In scena una cantrice – Manuela Kusterman – dà voce alle eroine senza tempo. Inizia Medea a Giasone, prosegue Penelope ad Ulisse, conclude Arianna a Teseo. Lettere d’amore infelici raccontano storie rese eterne, accompagnate dalle note dei grandi – quali Scarlatti, Schubert, Chopin, Debussy, Prokofiev, Bartok, Piazzolla – suonate magistralmente al pianoforte da Cinzia Merlin. In alcuni momenti la musica è accompagnata anche da un quartetto vocale solenne.

Coreografe di questi lamenti le luci, che giocano con le voci del tempo: Medea è immobile e si batte il petto, Penelope cammina frenetica nel labirinto della sua attesa, Arianna legge le sue sventure come se stesse leggendo il suo diario segreto, scrigno di dolori indicibili. Sorelle delle luci le immagini e le parole di queste donne antiche e di chi le cantò, proiettate davanti ai nostri occhi.

Si intrecciano alle grandi eroine le parole di Ovidio tratte dalle Metamorfosi, come la storia di Canace, costretta dal padre a uccidersi dopo aver generato il figlio concepito con suo fratello, ma soprattutto la consapevolezza di un grande poeta e della fama futura:

Ormai ho compiuto l’opera che non potrà cancellare né l’ira di Giove, né il fuoco, né il ferro, né il tempo che corrode. Venga quando vorrà quel giorno che ha giurisdizione solo sul mio corpo e ponga fine al tempo incerto della mia vita: salirò tuttavia per sempre con la parte migliore di me alle stelle e il mio nome sarà indistruttibile; e fin dove si estende la potenza romana sulle terre assoggettate, reciteranno i miei versi le labbra del popolo ed io, grazie alla fama, se hanno qualcosa di vero le profezie dei poeti, vivrò per tutti i secoli.

Metamorfosi XV

Possiamo dunque chiederci se un uomo, un autore, può trasformarsi in una musa. La risposta è sì, se dopo secoli ancora riesce ad ispirare artisti per plasmare in modi differenti un’opera lontana da noi secoli, ma vicinissima al cuore come non mai.

Alessia Pizzi

“Il Dito di Dio”: intervista al sound designer Michele Boreggi

Michele Boreggi è il fantastico professionista che ha composto la sigla e alcune delle musiche più belle del podcast, oltre all’immenso lavoro di sound design che ha permesso a tanti di voi di “vivere” l’esperienza a bordo della nave. Voglio ringraziarlo pubblicamente, perché ha preso il nostro lavoro e lo ha ricamato con un’attenzione e una cura uniche, realizzando un lavoro di sartoria sonora di grande qualità. Ha lavorato notti intere senza sosta, trattando con amore ogni singola scena, ogni voce, ogni storia, ogni cambio di passo.
Collaborare con un artista come lui è stato un grandissimo regalo.

Pablo Trincia

Ascoltando il podcast Il Dito di Dio mi sono emozionata come non succedeva da tanto tempo. Puntata dopo puntata mi sono ritrovata su quella nave, sulla Concordia e ho sentito sofferenza, dolore, angoscia. In alcuni momenti ho persino avuto la strana sensazione di avere l’acqua dentro le orecchie, percepivo i suoni ovattati come se fossi sott’acqua. Mi sono sentita emotivamente coinvolta a trecentosessanta gradi: a livello narrativo grazie al racconto cucito ad arte da Pablo Trincia e a livello sensoriale grazie al lavoro di Guido Bertolotti – che si è occupato del mix del podcast, una fase molto importante perché valorizza la voce narrante, gli elementi musicali e i suoni – e Michele Boreggi, il sound designer.

Ho deciso quindi di intervistare per i lettori di CulturaMente proprio Michele Boreggi, un ragazzo loquace seppur timido, umile e divertente; un professionista serio e riflessivo, che nel suo lavoro non lascia niente al caso.

Michele ha capito molto presto che nella sua vita avrebbe svolto una professione connessa con il suono. Diplomato in Fonia e Acustica presso l’ Università della Musica di Roma, ha lavorato come tecnico audio per programmi televisivi delle reti Mtv e La7, poi come fonico live nei concerti e nella post-produzione audio di film, spot, audiolibri. Ha anche prodotto e diretto Shotgun Boogie – New Orleans una serie video documentaristica girata interamente a New Orleans che affronta, attraverso la prospettiva dei musicisti che vivono la città, il tema del Post-Katrina.

Michele vive in una “capsula spazio-temporale”, il suo studio, ed è sempre molto impegnato sui suoi progetti. Riusciamo finalmente a sentirci telefonicamente un venerdì, quando ha ultimato In Memoriam l’ultimo episodio de Il Dito di Dio.

L’Intervista

Michele tu sei un sound designer, un progettista del suono ma nella pratica, nella vita di tutti i giorni che cosa significa?

Diciamo che sul significato del ruolo c’è un po’ di confusione nel senso che in verità il sound designer è colui che cura il suono a 360° quindi tutti gli elementi e gli strumenti che si hanno a disposizione per il progetto artistico produttivo, che sia un podcast, che sia un documentario, che sia un film. Avere una visione globale del prodotto in questione è fondamentale. Si cerca quindi di amalgamare e far interagire tutti gli elementi del suono siano essi le voci degli attori, un voice over, una musica o i sound effects. Spesso si pensa che il sound designer si limita a creare solo effetti sonori concreti (come possono essere gli uccellini in campagna) o astratti.

Se tu devi utilizzare un suono reale lo crei?

Sì allora diciamo che il mio ruolo fondamentalmente è un 50% tecnico e 50% creativo. I suoni o vengono registrati oppure selezionati all’interno di una banca dati sonora.  Una persona che fa questo di mestiere chiaramente negli anni si coltiva e costruisce man mano la propria libreria sonora. Il sound designer spesso e volentieri va in giro con un registratore. Io per esempio ce l’ho sempre nella mia borsa e sono proprio attratto dai rumorini, i rumori più grandi, il vociare, tutti i suoni di una città. Normalmente si fa poco caso ai suoni a causa dell’inquinamento acustico che c’è nelle vita che viviamo. 

All’interno di un prodotto come un podcast, nel caso specifico Il dito di Dio, c’è stata una scelta stilistica. Spesso il sound design è descrittivo, a volte anche troppo didascalico (vai in campagna e ci sono gli uccellini per fare un esempio). Io invece cerco lo strumento che funziona di più, mi immedesimo nella situazione narrata e cerco di trovare un suono che faccia parte di quell’ambiente, che lo ricordi senza essere quello più connotativo in assoluto. 

Questo aiuta a rendere il commento sonoro un po’ meno didascalico e allo stesso tempo arricchisce la narrazione di dettagli. 

Il podcast è un medium basato su unico senso. Che tipo di lavoro c’è dietro a un prodotto che sfrutta l’udito in modo così totalizzante?

Una volta che si dà sfogo alla parte creativa quindi sia a quella musicale che a quella del sound design poi l’obiettivo è sempre quello di rendere la narrazione la parte centrale e portante del racconto. Io devo essere sicuro che in qualche modo il commento sonoro non sia mai ingombrante, ma deve essere al servizio della narrazione. La mia premura è quella di cercare di non esagerare mai e contemporaneamente di non lasciare mai troppo sola la voce, a meno che la solitudine della voce narrante non sia un elemento necessario.

Come è nato il sound design de Il Dito di Dio

Per Il Dito di Dio il lavoro che ho fatto, anche durante la giornata mentre facevo altro, era assegnare in qualche modo un colore al mondo raccontato, senza pensare necessariamente a che tipo di strumenti avrei utilizzato o a che tipo di suoni avrei realizzato. Il mio scopo era capire che tipo di pasta, di atmosfere avrei voluto dare. Si è trattato di un lavoro con tempi molto stretti e, quando si sta all’interno di dinamiche produttive così, bisogna anche fare i conti con il tempo. La sintesi è un grandissimo dono.

Inoltre, quando ho saputo che avrei curato la parte sonora di questo progetto, una parte di me è stata anche un po’ timorosa. Si tratta del racconto di una tragedia e bisogna sempre stare attenti a non urtare certe sensibilità.

Devo dire che in questo Pablo Trincia e Debora Campanella sono stati bravissimi. Non c’è nel podcast pornografia del dolore. E questa cosa mi ha aiutato. Il mio primo obiettivo è stato quello di ricercare da un lato l’oscurità, dall’altro l’empatia per la sofferenza e infine l’amore, perché è una storia densa di amore

Una volta capita questa cosa qui, ho cominciato a ragionare su quelli che potevano essere proprio i singoli colori della colonna sonora e quindi anche a cercare determinati strumenti tra quelli che avevo a disposizione.

Per esempio, a poco a poco, ho capito che il piano Rhodes per me era uno strumento che poteva essere assolutamente un elemento di questa serie, come d’altronde potevano esserlo anche le chitarre elettriche suonate in maniera pacata. Ho cercato di far uscire l’emotività in primis da questi due strumenti. Poi ho utilizzato acqua e mare in tutte le forme possibili, differenziando i suoni a seconda che la nave fosse in movimento, che fosse ferma o che stesse sprofondando. Ho scelto di utilizzare suoni evocativi, perché i ricordi non sono mai nitidi al 100%. 

In tutte le parti in cui si parla di persone scomparse ho poi cercato di camminare in punta di piedi, per una forma di profondo rispetto. Facendo questa professione, lavorando da tanti anni non solo nel mondo del podcast ma anche del documentario, è chiaro che a volte sei come il medico che opera alla millesima volta e sviluppi un cinismo di sopravvivenza. Ma in questa storia no… Mi sono ritrovato anche io in alcuni episodi, come nell’ultimo per esempio, ad avere gli occhi lucidi mentre ero magari con una chitarra in mano.

In generale comunque ho avuto veramente massima libertà e fiducia da parte sia di Pablo Trincia sia di Debora Campanella.

Che podcast ascolti tu?

Questa è una nota dolente, devo dire la verità.  Da quando faccio podcast ascolto pochissimo. Considera che ho curato tutto il montaggio de La città dei vivi. Finito quello, il giorno dopo, ero già su Il Dito di Dio e sono state tutte e due produzioni molto importanti e impegnative in termini di tempo.

E poi c’è anche un altro fattore. Per esempio ci sono anche altre serie uscite rispetto al tema della Costa Concordia e ho voluto proprio non ascoltare nulla di proposito per non farmi influenzare.

Quindi soprattutto se sono in fase creativa non ascolto. Lavorare per un progetto podcast è bellissimo ma allo stesso tempo, per i tempi di produzione ristretti, in brevissimo tempo devi entrare in quel mondo, devi capirlo a fondo, devi cercare di capire con che approccio è stato narrato, a quale target è rivolto. Poi devi trovare un sunto sonoro. Non è un lavoro automatico, si ha bisogno di metabolizzare. Devi anche fare i conti con te stesso, il tuo stile, i tuoi strumenti e la tua personalità. Il Dito di Dio è anche il riflesso di quello che io ho ricevuto da questo racconto.

Quando eri piccolo cosa saresti voluto diventare da grande?

Da piccolo mamma mi chiedeva che cosa volevo fare. Non mi chiedere perché però ogni volta che andavamo a scuola sulla strada per le elementari c’era un semaforo dove c’era questo uomo che lavava i vetri. Era molto simpatico e noi ogni mattina passavamo lì. Quando la mamma mi chiedeva “tu che cosa vuoi fare da grande?” io rispondevo “il lavavetri” perché lui mi stava molto simpatico. Per anni ho voluto fare il lavavetri. 

Che progetti hai per il futuro?

Adesso sto in una fase di collaborazione densa con Chora Media, quindi sicuramente ci saranno nuovi progetti. 

È un mondo super nuovo che sta investendo in una direzione molto innovativa e che sta cambiando anche il panorama del podcast italiano.  Credo che la mia ambizione sia quella di cercare di continuare su questo ambito: muovermi tra le musiche e il suono in generale mettendo me stesso sempre al servizio di storie potenti raccontate con questo formato, perché secondo me il podcast è uno strumento necessario.

Ci obbliga a utilizzare la nostra immaginazione quasi come quando si legge un libro. Negli ultimi anni siamo tutti bombardati da social, cellulare, serie tv in cui viene servito il pranzo pronto.  Avere produzioni sonore che durano anche un’ora e sapere che dall’altra parte c’è una persona che mantiene alta l’attenzione è molto incoraggiante. 

C’è ancora tantissima strada da fare, ci sono mille storie che devono essere raccontate e mille modi per raccontarle. Non abbiamo ancora ascoltato nulla e il futuro dipenderà sia da noi che stiamo dietro le quinte sia dal pubblico. Si tratta di un rapporto reciproco di sviluppo, costruzione e creazione.

Valeria de Bari

“Europa ’51” di Roberto Rossellini: oltre il neorealismo

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Titolo originale: Europa ’51
Regia: Roberto Rossellini
Soggetto e sceneggiatura: Roberto Rossellini, Massimo Mida, Antonello Trombadori, Federico Fellini, Tullio Pinelli, Sandro De Feo, Ivo Perilli, Mario Pannunzio, Brunello Rondi. Non accreditati Jean-Paul Le Chanois, Diego Fabbri, Antonio Pietrangeli
Cast principale:
Nazione: Italia
Anno: 1952

«Ciò che conta è che ogni sequenza sia una sorta di meditazione, di canto cinematografico, per il tramite della messa in scena […]. Non si tratta di dimostrare ma di mostrare».

Così André Bazin a proposito di Europa ’51, il film più sovversivo dell’Italia del dopoguerra, opera di un Rossellini post-ideologico, già fuori dal neorealismo. La pellicola, fischiata al Festival di Venezia del 1952, è il primo atto di uscita dalla ripetitività dei modelli resistenziali, che chiedevano ancora ottimismo, narrazioni apologetiche, unità celebrativa sul fronte antifascista. Niente di più lontano dal corso ‘intimista’ aperto da Rossellini, che riversa in questo lavoro una lenta – e solida – decostruzione del proprio cinema, un ripensamento dei dogmatismi e dell’equazione impegno = realismo. Eppure c’è ancora immersione, il tentativo di celarsi dietro la macchina da presa mentre si seguono i personaggi, si scavano i volti. Ma non è che un acclimatamento, un graduale trapasso verso una presenza viva, avvertita. Rossellini si sente, tutta Europa ’51 reca i segni della suo mano sul fronte registico e scrittorio, come a prefigurare stilemi che troveremo altrove, sino alla nausea (si pensi alla Nouvelle Vague, all’incomunicabilità di Michelangelo Antonioni o alle protagoniste di Robert Bresson).

Il “disadattamento” di Rossellini

Questo cammino anticipatorio procede in effetti da un «disadattamento», da quello che Vittorio Giacci indica come scarto dalle pratiche asservite, dalla via «nazionale popolare voluta da “serpenti di ferro” del marxismo dogmatico». Rossellini tradisce i segni codificati dalla retorica neorealista e soprattutto realizza un film che oltrepassa la nazione per raccontare – non senza fatica – i drammi sociali del Vecchio Continente, lacerato dalla guerra e dal nuovo corso di arrivismo. Lo fa in maniera impopolare, ergendo a protagonista una donna altoborghese che, dopo un dolore straziante, si avventura nel sottoproletariato delle periferie per darsi totalmente all’altro, spogliandosi francescanamente del superfluo, scevra da ansie ideologiche o condizionamenti politici.

Il soggetto, per ammissione dello stesso regista, deriva da una duplice suggestione: da un lato lo stupore di Aldo Fabrizi durante le riprese di Francesco, giullare di Dio (1950) – «ma è un pazzo!» – ; dall’altro un fatto di cronaca accaduto a Roma durante la guerra, quando un negoziante di Piazza Venezia denunciò la moglie che commerciava al mercato nero. Esaminato da uno psichiatra, l’uomo fu ritenuto non idoneo alla vita comune, perché – in tempi straordinari – la sua condotta era “viziata” da un problema morale.

Religione e rivoluzione

Ecco il carattere rivoluzionario dell’opera: il coraggio di assumere il dramma di un singolo come nerbo dell’argomentazione, che rilancia nel sociale quello che sembra un disagio interiore. La vicenda di Irene (Ingrid Bergman), progressivamente liberata nell’anima, si conclude con l’internamento che è insieme condanna e catarsi, atto d’accusa contro «il potere, il dogma, l’istituzione» e suprema elevazione dello spirito. La santità laica della protagonista – in cui si assommano le figure di Maddalena, Maria e Gesù – è in questo senso emblema di un sentimento antico, disvelamento del filisteismo borghese e richiamo allegorico al capro espiatorio. Il finale “aperto”, con il primo piano di Ingrid Bergman dietro le sbarre e gli amici borgatari che la appellano come «santa» è, a tutti gli effetti, momento di Rinascita e Sacrificio estremo. Definitivamente sola, Irene prende su di sé le responsabilità morali e sociali che il suo agire ha scatenato.

Non c’è posto per la sua tensione rivoluzionaria, per il carico di bellezza e amore che – per citare Elsa Morante – ha «una che di indifeso e di colpevole». Così per Rossellini, che patisce il tonfo di Europa ’51 perché per la prima volta affronta l’ignoto, indispone e scuote per riflettere le false coscienze, le ipocrisie del modello dominante. È il nuovo corso della sua opera, lo scarto definitivo che si incunea nei primi piani sfumati, nel lavoro di luci e ombre che scolpisce il volto di Irene. Ancora una volta, il suo disadattamento farà scuola: Pier Paolo Pasolini e il sottoproletariato, la New Hollywood con lo sguardo sul femminile – tutto  passa da qui, da una tensione stilistico-ideologica spesso assente dalle opere politiche  

Tre motivi per vedere il film

  • La classe e l’intensità di Ingrid Bergman
  • La fotografia in bn di Aldo Tonti
  • La scena del dialogo tra il prete ed Irene

Quando vedere il film

Dopo aver visto i capolavori del neorealismo e prima di affrontare la stagione documentaristica

Ginevra Amadio

Bibliografia

V. Giacci, Europa ’51: il miracolo laico della anticipazione poetica/politica, in E. Bruno (a cura di), Roberto Rossellini. Il cinema, la televisione, la storia, la critica, Sanremo, Atti del Convegno del 16-23 settembre 1978, 1980.

Hai perso l’ultimo cineforum? Eccolo per te!

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Being the Ricardos, uno specchio americano degli anni ’50

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Lo scorso dicemebre, sulla piattaforma Amazon Prime Video, è uscito il film Being the Ricardos, con la regia di Aaron Sorkin: pellicola tra le più papabili per le candidature all’Oscar 2022.

Il film ci racconta la storia di Lucille Ball (Nicole Kidman) e di suo marito Desi Arnaz (Javier Barbem), co-star nel celebre sceneggiato televisivo americano Lucy ed io, che condividono sia la vita professionale che quella privata, visto che sono spostati nella finzione e nella realtà. Attraverso un gioco di flashback che ci raccontano l’inizio della loro storia d’amore, la pellicola narra anche la strana settimana del 1952, quando la vita di Lucille entra totalmente in crisi.

La donna infatti viene colpita sia nella carriera, poiché accusata, durante il Maccartismo, di simpatie comuniste; sia nella vita privata, poiché un giornale scandalisco pubblica un articolo riguardante i tradimenti di Desi. Sette giorni quindi per salvare matrimonio e reputazione, in un’America perbenista, bigotta e maschilista.

Film un po’ lento ma efficace, ci presenta uno spaccato della società americana dei primi anni ’50.

Il moralismo che, come allora, sembra essere l’essenza dell’atmosfera del film, non è altri che un grosso manto di ipocrisie, bugie e convenienza.

Una società dove, nello schermo, non si possono far vedere donne incinta e dove la protagonista è una buona, seppur sbadata, casalinga; ma nella realtà è l’attrice che decide le scene, arrivando quasi a dirigerle a volte. Una società dove i conservatori non sanno accettare una professionista e non posso ammettere – come molti oggi del resto – che una donna possa semplicemente avere maggior talento di un uomo.

Ipocrisia anche nella vita privata, dove il marito cubano sembra appoggiare e sostenere sempre la carriera della consorte, forse più celebre di lui, dimostrando quasi un’anacronistica parità di sessi per quei giorni; ma che nel profondo vuole per lui le attenzioni ed essere forse il vero protagonista. Da sottolineare la scena dove Desi canta Cuban Pete: non sottovalutate gli sguardi degli attori.

Meritevoli sicuramente i costumi, firmati da Susan Lyall

Ci donano non solo eleganza, ma anche un bel salto temporale: pensiamo ai flashback, quindi costumi anche di altri periodi. Quotidiano, set ed eventi mondani, quindi un trionfo di pellicce, vestiti, guanti, sciarpe, scarpe, gioielli, camicie e cravatte; con colori brillanti e ben accorpati. Scelte che potrebbero entrare nella cinquina dei Miglior Costumi agli Oscar 2022.

Nicole Kidman non sembra molto a suo agio nei panni di Lucill Ball.

Stranamente alla maggior parte dei casi, la Kidman ci dona la gestualità e lo sguardo della comica americana soprattutto ripetendo le scene in bianco e nero della celebre sitcom. Quando però entriamo nel privato, nella vita di tutti i giorni la Kidman è…troppo Nicole Kidman. La sua drammaticità le ha dato un Oscar, ma qui sembra che le preoccupazioni della Ball siano il risultato (seppur intenso e sicuramente complicato) del gestire un personaggio comico in un momento drammatico: probabilmente non è nelle corde dell’attrice hawaiana. Probabilmente, come l’attrice ha dichiarato in alcune interviste a celebri giornali, il fatto è dovuto all’applicazione di protesi facciali – utilizzate per alterare i tratti somatici e ringiovanire Nicole – che non hanno aiutato ad esprimere al meglio il personaggio.

Da applausi e pienamente a suo agio nella parte invece Javier Bardem.

Ballerino, istrionico e cantante, l’attore gestisce bene un ruolo diverso da quelli a lui abituali. Il suo personaggio non ha paura di essere se stesso, senza mai perdere il polso della situazione. Ha coraggio, faccia tosta e sa bene quale carte giocarsi. La gestualità e l’esperienza dell’attore lo aiutano; ma non dimentichiamo che Desi non è rimasto nell’Olimpo come Lucille, diventando quindi più facile da interpretare con meno paragone sulle spalle. Bardem però riesce bene in un’interpretazione che – non ci sarebbe da stupirsi – potrebbe dargli una possibile candidatura all’Oscar.

Francesco Fario

“C’è un soffio di vita soltanto”: il documentario sulla donna transessuale più anziana d’Italia (Intervista)

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L’identità è una cosa che non riguarda solo le persone transessuali.

Arriva sulla piattaforma Sky il documentario C’è un soffio di vita soltanto, diretto dai registi Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, narrante la storia di Lucy, la donna transessuale più anziana d’Italia.

L’intervista

Abbiamo incontrato i due registi per saperne di più sul documentario, che è stato presentato fuori concorso alla 39° edizione del Torino Film Festival.

Cominciamo con il parlare agli sceneggiatori, registi e colleghi Matteo e Daniele: come nasce la vostra collaborazione?

Noi ci conosciamo da quando abbiamo 5 anni. Siamo stati insieme per tutto il nostro percorso scolastico, dalle elementari all’università compresa, spesso anche come compagni di banco. Abbiamo iniziato da musicisti, poi ci siamo laureati in una tesi in Sotria e Critica del Cinema, cambiando un po’ il nostro orientamento di studi. Sempre insieme, abbiamo scritto di cinema anche su alcune testate. Poi, quasi per gioco, nel 2007 abbiamo girato il nostro primo corto Chrysalis: corto che ha concorso in quasi 40 festival in tutto il mondo. Da lì, sempre in maniera indipendente, abbiamo continuato e sono nati Et in terra pax, nel 2011, e Il contagio, film più grande e di sistema, poiché era coinvolta la Rai, ma soprattutto per i costi e per gli attori molto conosciuti – come Vinicio Marchioni, Vincenzo Salemme ed Anna Foglietta. Con C’è un soffio di vita soltanto torniamo all’indipendente, con l’aspirazione però di raccontare una storia che possa essere apprezzata da tutti quanti.

Cortometraggi prima, 3 film ed ora un documentario: perché la scelta di questo particolare genere di narrazione, abbastanza diverso dagli altri?

In realtà, è stato più un caso. Abbiamo fatto corti e due pellicole di finzione (Et in terra pax e Il contagio); poi nel 2019 abbiamo fondato la nostra casa di produzione Blue mirror. Essendo piccola, abbiamo deciso di iniziare con qualcosa che potevamo gestire meglio, sia economicamente che da un punto di vista organizzativo. Ci è capitato di conoscere Lucy e abbiamo quindi deciso di non aspettare risposte di network o canali ufficiali e muoverci da soli.

Arriviamo a lei, la vera protagonista: Lucy Salani. Raccontateci di lei, ciò che il documentario non farà ovvio: aneddoti, curiosità e, soprattutto, come vi siete conosciuti.

Daniele ha scoperto, quasi per caso, un suo video su un social network: c’era un’intervista di 10 anni fa, in cui questa donna transessuale parlava della sua deportazione nel campo di concentramento di Dachau. Abbiamo fatto una serie di giri improbabili per contattarla e ci siamo riusciti, nella periferia di Bologna. Siamo andati da lei e l’abbiamo conosciuta. Più parlavamo con lei e più abbiamo capito che non sarebbe uscito un documentario classico: c’era molto di più. Dovevamo creare un affresco diverso, riunire le tessere di un puzzle degli eventi della vita improbabile di questa persona straordinaria. Una persona transessuale, deportata in un campo di concentramento, che ha avuto una “figlia adottiva”, non legale ovviamente. Era un’orfana che, durante la sua permanenza a Torino, dagli anni ’50 ai ’70, ospitava in casa sua, chiamandola anche mamma: figlia che purtroppo ora non c’è più.

Gli aneddoti? Ne avremo tanti, come il nostro viaggio in macchina da Bologna a Dachau. Oppure le serate dove si continuava a parlare, anche a telecamere spente, con i suoi racconti e le sue storie: storie di una persona che riesce ad avere una simpatia ed una cinica ironia, nonostante abbia vissuto esperienze pesanti nella sua vita -un po’ per via della sua identità, un po’ per via del campo di concentramento. Una persona veramente unica!

Veniamo al documentario: possiamo definirlo “un viaggio sulla trasformazione”? Personale, del nostro Paese…

Sì. Sicuramente è una giusta interpretazione, ma è soprattutto la storia del ‘900 vista da un’outsider, che ci racconta la guerra, l’identità di genere… Non tanto da un punto di vista politico dei movimenti LGBT, quanto dell’idea politica in sé dell’affermazione della propria identità: ecco questo è sicuramente il vero messaggio del film. Certo: la trasformazione c’entra! Perché la nostra è una comunità che, appunto, si trasforma, ma su alcune cose c’è ancora tanto da fare.

Altro grande argomento è la discriminazione…

La discriminazione è una cosa che certamente Lucy ha vissuto in prima persona. Discriminazione continua, a partire dalla sua famiglia. Lei è nata a Fossano, in provincia di Cuneo, nel 1924 ed intorno ai 14 anni si è spostata a Bologna, sempre con la famiglia. La discriminazione c’è stata sempre, da quando era un bambino: dai genitori, ma anche gli amichetti. A Bologna una compagnia le aveva dato un soffio di serenità, ma poi è arrivata la vera discriminazione da parte dei fascisti: loro facevano marchette a Bologna e i fascisti arrivavano non solo a perseguitarli, ma anche alle percosse. Poi è arrivata l’intolleranza più grande, l’orrore assoluto, con il campo di concentramento.

Questa discriminazione è qualcosa che ha incontrato anche dopo nella vita, poiché ha avuto difficoltà nel lavoro, malgrado a Torino, per una quindicina d’anni, avesse fatto la tappezziera. Poi è dovuta ritornare a Bologna, ricominciando a fare le marchette: quindi anche il lavoro che si fa è la conseguenza della discriminazione. Noi pensiamo che i tempi siano cambiati, ma, come afferma la stessa Lucy, non così tanto. Quello, infatti, che lei auspica è un cambiamento profondo. Dice: “siamo accettati, siamo tollerati; ma la diversità è qualcosa che arricchisce, non qualcosa da tollerare”.

Avete girato anche durante la pandemia: quanto tempo avete impiegato per questa produzione?

Noi abbiamo conosciuto Lucy nel 2019, iniziando a girare tra fine ottobre/primi di novembre di quell’anno. Seguitanndo poi nei primi mesi del 2020, fino a pochi giorni dell’inizio della pandemia, che ci ha costretto ad interrompere. Finito il lockdown, abbiamo lentamente ricominciato e a settembre del 2020 siamo andati a Bologna, fermandoci una decina di giorni, per poi portare, in macchina, Lucy a Dachau: non volevamo rischiare troppo con aereo ed altri mezzi, perché volevamo proteggerla. È anche un film che racconta le fasi della pandemia: si inizia senza barriere, poi si parla anche di un virus ed improvvisamente cominciamo a vedere persone con le mascherine. È stato quindi anche un viaggio all’interno del nostro mondo, che stava cambiando. Noi però siamo andati dritti per la nostra strada, riuscendo a finire il film.

Il cambio di sesso è già stato affrontato in una delle vostre pellicola (Rito di primavera): argomento molto attuale e ancora molto discusso. Cosa volete raccontare voi?

Come sai di questo progetto? Perché noi abbiamo scritto solo la sceneggiatura e il film non è mai stato fatto. Beh, diciamo che ha sempre incuriosito questo argomento, poiché l’identità è una cosa che non riguarda solo le persone transessuali. Ci incuriosisce nella loro vita perché c’è una lotta, uno sforzo per essere considerati ciò che l’identità suggerisce. Noi però riteniamo che il tema dell’identità, come viene preso dalla nostra comunità, è un argomento molto interessante ed attuale, perché è qualcosa che ci riguarda: ogni lotta che serve ad esprimere la libertà dell’identità, è una lotta che riguarda tutti. La storia di Lucy quindi, di un’identità che resiste, diventa un modello praticamente universale.

Il documentario è stato presentato fuori concorso per il Torino Film Festival 2021. Avete già altre candidature per cui dovremo fare il tifo?

Ci saranno sicuramente delle novità, oltre alle tante uscite in sala, che aumentano giorno dopo giorno e che riprenderanno, in alcune città italiane, dal 27 gennaio. Parliamo di Roma, Bologna, Pisa, Firenze ed altre. Per quanto riguarda i festival, ci sono delle cose che ancora non possiamo svelare, per segreto professionale, ma ci faremo sentire…anche all’estero, probabilmente.

Francesco Fario

L’amica geniale 3: novità e recensioni delle puntate della nuova stagione

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A distanza di circa due anni, sta per tornare su RaiUno “L’amica geniale”, serie tratta dall’omonima saga letteraria di Elena Ferrante. Gli otto episodi che danno vita alle pagine del terzo libro, Storia di chi fugge e di chi resta, saranno trasmessi in quattro serate a partire da domenica 6 febbraio alle ore 21.25.

Noi di CulturaMente, però, abbiamo avuto accesso a un’anteprima esclusiva in occasione della conferenza stampa che si è tenuta il 26 gennaio. Infatti, abbiamo potuto dare un’occhiata ai primi due episodi della stagione e siamo pronti a darvene un assaggio, rigorosamente no spoiler.

I primi due episodi

Nella scorsa stagione avevamo lasciato le due amiche distanti sia a livello sociale che geografico, ma entrambe in procinto di affrontare le sfide dell’età adulta. Mentre Lila, dopo il fallimento del suo matrimonio e la nascita del figlio Rino, deve guadagnarsi da vivere lavorando in fabbrica, Lenù si è affermata come scrittrice.

Riprendendo uno schema narrativo che abbiamo conosciuto all’inizio della seconda serie, i primi due episodi sono incentrati ciascuno su una delle due protagoniste. Prima seguiamo le vicende di Lenù ormai lontana da Napoli e alle prese con il fidanzamento ufficiale con Pietro Airota messo in crisi dalla ricomparsa di Nino Sarratore. Nel frattempo arrivano le prime recensioni del suo romanzo che mettono in crisi le sue certezze e la volontà di continuare a scrivere.

Lila, invece, rimasta a Napoli continua a lottare per la sopravvivenza sua e del figlio. È logorata dal punto di vista fisico, ma sempre vivace a livello intellettuale. Vive insieme a Enzo Scanno e con lui la sera studia i princìpi dell’elettronica, intuendo le potenzialità del linguaggio binario. Con il suo lavoro in fabbrica sarà coinvolta nei movimenti di protesta sociale tipici di quegli anni. Siamo, infatti, a ridosso del ’68 e le manifestazioni di rivendicazione comunista e femminista avrebbero presto iniziato a farsi sentire in tutta la penisola.

L’amicizia tra le due protagoniste riuscirà a mantenersi salda nonostante le differenti esperienze?

Le novità della stagione: il cambio di regia

Alla conferenza stampa di mercoledì 26 gennaio erano presenti il regista Daniele Luchetti, gli sceneggiatori Laura Paolucci e Francesco Piccolo e alcuni membri del cast, tra cui le protagoniste Margherita Mazzucco (Lenù) e Gaia Girace (Lila). Tutti loro hanno avuto modo di raccontare l’esperienza delle riprese avvenute in circostanze straordinarie dovute alla pandemia.

La novità di quest’anno è la presenza del regista Luchetti che sostituisce Saverio Costanzo, creatore dell’universo visivo della saga della Ferrante. Da una parte Luchetti si è mantenuto fedele allo stile delle prime stagioni e soprattutto alle pagine dell’autrice, ben sapendo di non poter deludere i fan più affezionati. Dall’altra ha voluto metterci del suo. Portando sul set un metodo di lavoro caro al cinema degli anni ’70, Luchetti ha permesso agli attori e alle attrici di vivere emozionalmente la scena, lasciandosi andare all’improvvisazione oltre che alle battute del copione. Proprio in virtù di una rappresentazione il più possibile realistica, il regista ha trascorso del tempo anche con le comparse, per spiegare loro il clima degli anni di lotta che stavano interpretando e che molti non conoscevano a causa della loro giovane età.

L’urgenza di verità deriva anche dalla vicinanza con la questione femminista che Luchetti ha vissuto in maniera autobiografica tramite l’esperienza della madre. Una madre che non ha avuto le opportunità che avrebbe desiderato e per questo ha sviluppato un forte rancore verso la società. Questa rabbia ha portato il figlio Daniele a chiedersi quali siano le sue responsabilità in quanto maschio.

Le protagoniste

Luchetti è stata una guida fondamentale per le attrici protagoniste, permettendo loro non solo di sperimentare la vasta gamma emotiva dei loro personaggi ma anche di farlo divertendosi.

Questa leggerezza è servita alle due per mantenere viva la passione per il loro lavoro e per affrontare al meglio la loro crescita che, è inutile negarlo, non è come quella degli altri adolescenti. Infatti, Gaia Girace ha confessato di aver passato un momento di crisi in cui non era più sicura del suo futuro professionale. Anche i rapporti con i coetanei hanno risentito della sua fama, tanto che l’attrice ha dichiarato di non avere molti amici e soprattutto di credere poco nell’amicizia femminile.

Infatti, neanche il rapporto con Mazzucco si è tradotto in una vera e propria amicizia al di fuori del set. Luchetti definisce la loro relazione “ambigua”, ma funzionale alle dinamiche tra i due personaggi. Il rapporto tra Lila e Lenù è di certo particolare e molti faticano a dargli un inquadramento specifico. Le stesse attrici dicono che “non è un rapporto di amicizia”. Questa stagione ci chiarirà meglio le idee? Forse, le complicherà ulteriormente.

Elena Ferrante presente a distanza

Anche per questa stagione il lavoro degli sceneggiatori Paolucci e Piccolo è stato supervisionato tramite un intenso scambio di e-mail dall’autrice Elena Ferrante. A chi ha chiesto loro se conoscessero la vera identità della scrittrice, i due hanno sempre risposto di non essere interessati alla risposta. Per loro, Ferrante è un’entità brillante che non ha bisogno di palesarsi (Sarà… ma a noi la curiosità rimane!).

Se anche voi non vedete l’ora di scoprire come si evolverà la vicenda di Lila e Lenù, non vi resta che vedere gli episodi e poi leggere le nostre recensioni!

Ma quando escono i nuovi episodi?

Clicca sull’articolo per leggere il nostro commento sulla puntata.

Recensione puntata per puntata

L’intervista con Salvatore Tortora

Tra i nuovi ingressi di questa stagione ci sarà anche Savatore Tortora, giovanissimo attore interprete di Gennarino, il figlio di Lila. Abbiamo avuto l’opportunità di intervistarlo.

Federica Crisci e Francesca Papa

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Troiane: tragedie passate che riecheggiano il presente al Teatro Quirino

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Euripide torna in scena al Teatro Quirino con la tragedia antimilitarista dedicata alle donne troiane che, dopo l’assedio della loro città, sono costrette a un destino di schiavitù: il centro Teatrale Bresciano porta in scena la regina Ecuba (Elisabetta Pozzi) e le principesse Cassandra (Federica Fracassi) e Andromaca (Francesca Porrini) mentre attendono il responso sulle loro sorti da Taltibio (Graziano Piazza).

La parola chiave di questo spettacolo è sicuramente “contaminazione“, una contaminazione che abbraccia tanto la scenografia quanto il testo. Il connubio tra antico e moderno si palesa con l’attualizzazione dei dialoghi, ma soprattutto con la presenza sul palco di una donna vestita in abiti contemporanei che si diletta con cellulare e Mac. Tale donna (Alessia Spinelli) è Elena, che assiste disinteressata alle sventure delle nobildonne troiane e fa da tramite con il coro ricreato da donne moderne proiettate sullo sfondo della scena.

Il coro digitale e la riscrittura di Elena

Il coro digitale, voci di donne su schermo che recitano i versi euripidei, sono il primo segnale della contemporaneità che poi Elena svilupperà col suo monologo, totalmente riscritto. In questa rivisitazione del classico, adattato e tradotto da Angela Demattè per la regia di Andrea Chiodi, Elena diventa il temuto simbolo della fame di apparenza e si discolpa da tutte le accuse che Ecuba le muove rispetto alle sorti di Troia.

Anche nella tragedia euripidea Elena incolpa Afrodite delle sventure troiane menzionando la contesa del pomo d’oro tra le dee dell’Olimpo: fu Paride a scegliere l’amore della più bella del mondo offerto da Afrodite, ed Elena fu quindi spinta a seguirlo dalla Dea, come ricorda anche Saffo. Nell’adattamento al Quirino, il personaggio di Elena ricorda gli influencer moderni che partecipano ai salotti della televisione per spettegolare della propria vita privata e discolparsi da eventuali attacchi dovuti alla propria notorietà.

Elena, naturalmente, si presta benissimo come portatrice di ambiguità anche nel nostro presente, poiché eredita dalla tradizione letteraria – anche precedente a Euripide – la sua dimensione duplice di bellezza e rovina: tutti sanno che il suo aspetto, così terribilmente vicino a quello delle dee, è portatore di sciagure. Per questo Euripide associa la figura di Elena alla paura, l’origine di tutti i mali, che mette in evidenza la debolezza dell’essere umano.

La tragedia dei vinti

“Andrà tutto bene” o forse no. Una frase che sentiamo in scena, ma che negli ultimi anni abbiamo sentito spesso anche nella nostra quotidianità. Una frase che non può più consolarci. Così, per bocca di Ecuba, vengono pronunciati anche dei celebri versi pascoliani dedicati proprio al dolore umano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereno, infinito, immortale,
oh! D’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

Giovanni Pascoli, X Agosto

Si sente forte la necessità di esprimere lo sconforto nei confronti dell’epoca moderna: questa è la tragedia dei vinti, è un elenco di dolori. La voce profetica della rivalsa spetta a Cassandra, che dà prova dell’abilità recitativa dell’attrice che la interpreta. I suoi deliranti sguardi sul futuro prevedono la morte di Agamennone e il riscatto di una patria distrutta. Il cast è tutto notevole e lo spettacolo scorre piuttosto veloce. Manca forse un po’ di dinamismo e di associazione tra parola e movimento: la presenza in scena poteva essere sicuramente sviluppata di più. Sono avvenute molte cose durante lo spettacolo con cui gli attori avrebbero potuto giocare: alla fine, ad esempio, quando Ecuba seppellisce il corpo morto del piccolo Astianatte, si sono sentite in lontananza delle campane che avrebbero potuto essere un espediente da sfruttare per la chiusura.

Alessia Pizzi

“Il club degli insolenti”: la recensione del libro

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Dal 25 novembre in libreria è possibile trovare Il club degli insolenti, dell’autrice Fabiana Sarcuno, illustrato da Giulia Iori ed edito da MIMebù.

La trama

La protagonista del racconto è Giò, una ragazza che frequenta la scuola media e che fa parte del Club degli insolenti: un club composto da cinque amici ribelli. Lo scopo del Club degli insolenti è di riparare i torti che i membri subiscono a causa della loro diversità.

Nelle primissime pagine del libro Giò si accinge a scrivere una lettera alla sua Prof preferita, un’insegnante di natura insolente, musa ispiratrice del Club.

Si ricorda di quando, in segno di protesta contro gli alunni che non svolgevano i compiti, Lei ha preso i gessetti della lavagna e se li è pappati come se nulla fosse davanti alla classe ammutolita? Poi si è scoperto che erano di liquirizia, però…che colpo all’inizio! Quella è stata una beffa da paura, a tal punto da ispirarmi e convincere Rita, Jana, Leonardo e Giacomo a entrare nel Club. Noi, in poche parole siamo dei ribelli, ma non quel genere di ribelli che uno potrebbe immaginarsi, cioè gente che si crede più fica degli influencer perché disturba le lezioni […]

Giò scrive alla Prof perché questa volta l’ha combinata grossa e vuole spiegarle le motivazioni che hanno portato agli eventi accaduti. Quella che voleva essere una vendetta innocente le è sfuggita di mano. Ma cosa è successo e perché? Lo scoprirete solo leggendo il libro.

Diversità e inclusività

Il Club è composto dalla fondatrice Giò una ragazza dalla chioma riccia e rossa, che ama indossare le felpe col cappuccio, mangiare i wafer alla stracciatella, chiacchierare fino allo sfinimento dell’interlocutore di turno e “scrivere fuori dalle righe su un quaderno a righe”; Rita, una lucana che si è appena trasferita al Nord con la sua famiglia; Jana, che vuole diventare una calciatrice ma nonostante il suo talento non viene accettata nella squadra di quartiere in quanto donna; Leonardo un asperger geniale campione di Minecraft che non si trova molto a suo agio quando deve intrattenere rapporti sociali; Giacomo che non può parlare ed è costretto sulla sedia a rotelle, ma che è in grado di scrivere racconti bellissimi grazie al suo pc nuovo.

I temi affrontati nel racconto sono quindi la diversità e l’inclusività. I quattro personaggi raccontati da Giò sono degli outsider, dei Loser per dirla alla Glee. Si tratta di ragazzi tutt’altro che popolari, che devono affrontare delle difficoltà dovute alla loro particolare condizione. Ognuno di loro deve “combattere” quotidianamente con i pregiudizi e la cattiveria dei coetanei.

La lettura de Il Club degli insolenti spinge alla riflessione sull’importanza della promozione dell’inclusione scolastica in particolare e sociale in generale. Si tratta di un libro divertente ma utile, sia agli adolescenti che vivono ogni giorno la propria diversità (conoscete un solo adolescente che si sente normale? Io no!), sia agli adulti che stanno loro accanto in questo momento della vita particolarmente complesso.

Le illustrazioni

I disegni di Giulia Iori catapultano il lettore negli anni della scuola, quelli in cui un’agenda diventava il luogo in cui inserire i propri disegni e pensieri, oltre alle dediche e ai compiti da svolgere per il giorno seguente e gli appuntamenti.

Sono interessanti le illustrazioni con le quali vengono descritti i personaggi: in poche semplici battute (ciò che amo, ciò che detesto, cosa non può mancare nella mia borsa/nello zaino) è possibile cogliere le peculiarità di ogni membro del club. Sono immagini dense e pregnanti.

Valeria de Bari

E sei ami leggere non perdere il nostro BookClub!

“Il potere del cane”, del cinema, dell’inconscio

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Il potere del cane sta conquistando diversi riconoscimenti importanti. Dopo il Leone d’argento per la regista Jane Campion alla Mostra del cinema di Venezia 2021, sono arrivati ben tre Golden Globe: miglior film drammatico, miglior attore non protagonista (Kodi Smit-McPhee) e miglior regia.

Un titolo certamente curioso che ha portato i fan di Jane Campion, di Benedict Cumberbatch e i curiosi prima al cinema (l’uscita in sala risale al 17 novembre 2021) e poi su Netflix dove il film è ora disponibile. E proprio dal titolo bisogna partire per rendersi conto che qui siamo davanti a un’opera cinematografica fortemente simbolica che permette di penetrare nei meandri più oscuri della coscienza di un essere umano.

Il film è lungo, ha un ritmo lento, manca di scene di forte impatto emotivo e richiede una soglia di attenzione molto alta per essere compreso e apprezzato in tutte le sue sfumature. Potrebbe non piacere, ma è innegabile che siamo davanti a un prodotto realizzato con cura e coerenza e che vuole passare un messaggio importante attraverso un linguaggio complesso, profondo e archetipico.

La trama (contiene spoiler)

Il film è tratto dal romanzo omonimo dello scrittore Thomas Savage, pubblicato nel 1967. È ambientato in Montana, nel 1924, e racconta la storia dei fratelli Burbank, Phil e George (Benedict Cumberbatch e Jesse Piemons). I due sono stati cresciuti e educati da Bronco Henry che ha spiegato loro tutto quello che dovevano sapere su come gestire un ranch, attività che ora i due fratelli fanno con grande abilità.

La routine dei due viene sconvolta nel momento in cui George decide di sposarsi con Rose (Kirsten Dunst), una donna vedova con un figlio adulto, Peter (Kodi Smit-McPhee), dall’apparente natura fragile e timida. I due hanno vissuto un vero e proprio trauma: il primo marito di Rose era alcolizzato e si è suicidato, lasciando moglie e figlio da soli a gestire una locanda del posto.

Phil non è affatto contento della scelta di George. Odia sua cognata poiché la ritiene un’opportunista, un’arrampicatrice sociale e non perde occasione per tormentarla. Rose, vedendosi continuamente attaccata finisce per diventare a sua volta alcolizzata. Quando Peter arriva al ranch, Phil, che in un primo momento si era accanito anche contro il ragazzo prendendolo in giro per la sua corporatura gracile e i suoi modi poco virili, decide di proporsi come suo mentore e di insegnargli a essere un uomo. Peter sembra accogliere questo processo di formazione, ma si scoprirà che si tratta solo di una messa in scena architettata con lucidità e cinismo. Il ragazzo, infatti, non ha altro obiettivo che quello di proteggere la madre. Saprà sfruttare al meglio la latente omosessualità di Phil per portarlo a fidarsi di lui e ucciderlo alla prima occasione utile. La vittima si trasformerà così in carnefice e viceversa.

Il significato del film a partire dal titolo: Il potere del cane

In tutto il film, si parla di “cane” solo nel momento in cui Phil e Peter guardano e commentano la forma della collina rocciosa che si trova di fronte al ranch (che ricorda quella di un cane, appunto). Ma il titolo è ripreso da un versetto dei Salmi.

Salva l’anima dalla spada, salva il cuore dal potere del cane”

Versetto 22:20

Per capire il senso, bisogna uscire dall’idea che abbiamo del cane come migliore amico dell’essere umano e fare propria l’interpretazione che ne davano nel mondo antico. Il termine “cane” era spesso usato come insulto, come si vede chiaramente da alcuni versi omerici. Il cane, prima di essere un animale domestico, era una bestia da branco. Per questo motivo, potrebbe essere un’ottima immagine per indicare l’assedio. Nella citazione biblica da cui Savage riprende il titolo, i cani non sono altro che gli assalitori di Cristo, pronti a condurlo alla croce.

Nel libro e nel film, il potere del cane diventa il potere dell’inconscio, delle pulsioni latenti che assediano il protagonista, Phil (e probabilmente anche Peter, pur se in modo diverso). Una volta capito questo, tutto ciò che vediamo nel corso delle due ore di visione acquista senso, profondità e bellezza.

Un protagonista minacciato dai suoi desideri

Phil è un personaggio che da subito si rende antipatico allo spettatore. Si presenta come il maschio alfa, il tipico cowboy che ha degli atteggiamenti da leader e da uomo privo di emozioni o di scrupoli (lo vediamo castrare un vitello senza guanti, con movimenti fermi e precisi, azione simbolica che allude anche a ciò che lui sta facendo a se stesso). È crudele nei confronti di Peter. Lo prende in giro chiamandolo “ragazzina” perché nei modi e negli interessi non sembra abbastanza virile.

Eppure, sin da subito possiamo cogliere anche un altro aspetto di Phil, l’abitudinarietà. Questo tratto è come una crepa in una superficie di ghiaccio. Partendo da lì possiamo scavare per arrivare a cogliere ciò che l’uomo ha rimosso e tentato disperatamente di cancellare. La sua attrazione per gli uomini, la sua emotività, le sue fragilità. Tutto è stato tagliato fuori dall’educazione tossica e fortemente maschilista di Bronco Henry che Phil venera oltre ogni misura, sublimando così l’attrazione sessuale che nutriva nei suoi confronti. Tutto ciò che spaventa Phil è rappresentato da Peter e da sua madre Rose. Quest’ultima, in quanto donna, è oggetto di persecuzioni e di vessazioni che la porteranno sull’orlo del baratro. Nel prendersela con lei, Phil sta cercando disperatamente di negare le sue pulsioni e i suoi istinti e anche di preservare quel tempo della sua giovinezza in cui, anche se costretto a diventare qualcuno che non era, aveva la possibilità di stare con chi amava.

Grazie all’incredibile interpretazione di Benedict Cumberbatch, vediamo piano piano la maschera di questo personaggio venire meno, rompersi, frantumarsi. Fin quando non diventa vittima della sua stessa crudeltà. Phil muore per colpa di un’infezione batterica, l’antrace, contratta venendo a contatto con la pelle di una mucca malata che Peter gli fornisce senza dirgli ovviamente la provenienza. Il batterio infetta il sangue di Phil, si insinua dentro di lui e lo uccide pian piano. E non c’è metafora più bella. L’educazione di Phil che si è insinuata in lui andando a comprimere le sue pulsioni è ciò che l’ha soffocato per anni e l’ha inevitabilmente condotto verso un processo di auto-distruzione.

Il genere western accoglie la psicologia

La cosa più interessante è che questa storia avvenga nella cornice di un western. Il genere che per tanto tempo ha portato avanti stereotipi (l’uomo forte e virile) e messaggi discutibili (l’evidente razzismo nei confronti degli indiani, sempre raccontati come nemici) fa sua la dimensione psicologica (quasi sempre assente in film simili) e costruisce una storia che mette alla luce i limiti e la tossicità delle immagini che il genere stesso ha contribuito a realizzare.

Il vero cowboy del film, l’assassino senza scrupoli, è il personaggio che fisicamente e praticamente si allontana più di tutti dall’immagine classica. Peter non ha nulla a che spartire con i personaggi portati sullo schermo da John Wayne. È privo di muscoli, incapace nelle attività pratiche e amante dello studio. La cosa che lo contraddistingue, però, è un certo sadismo e una freddezza nell’uccidere che lo rende un perfetto killer. Anche con il suo personaggio possiamo parlare di pulsioni non del tutto sedate per il suo rapporto molto strano e particolare con la madre. Peter non si trasforma, ma si rivela. E ciò che troviamo è un uomo pronto a tutto, un uomo che sa ribellarsi ai soprusi subiti.

Un film poetico

Le ambientazioni del film sono poetiche, proprio come il contenuto del film stesso.

È una pellicola che lavora sull’essenziale. Le battute sono tutte costruite per arrivare, pian piano, a delineare il tema della storia e per permettere allo spettatore e alla spettatrice di capire man mano cosa sta succedendo. Arrivare al cuore della narrazione richiede tutti i 128 minuti di proiezione. D’altra parte, raggiungere l’inconscio non è roba da cinque minuti.

Tutto è delicato e misurato. La regia è attenta, lucida, ma allo stesso tempo potente nel trasmettere un senso di oppressione, di chiusura, di malessere. È un film che arriva. Un film che sicuramente merita i premi che sta ricevendo.

Federica Crisci

10 libri promossi dalle Book Blogger (e bocciati da CulturaMente)

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Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una vera e propria rivoluzione del mondo dei libri. Mentre l’ebook è entrato a gamba tesa nelle nostre vite e l’audio libro prova a farci compagnia nelle nostre azioni quotidiane, l’editoria tradizionale ha dato molto spazio alle copertine per invogliare il lettore a comprare – ancora una volta – il cartaceo.

Il libro stampato profuma, scroscia, è bello da vedere e da toccare. Ci fa compagnia sul comodino regalandoci emozioni. Questa nuova eleganza grafica, abbinata alla vita in diretta che i social network hanno scatenato, ha senza dubbio dato luogo ad una nuova forma di promozione dei libri con la neonata professione di book blogger, la declinazione librofila dell’influencer.

Negli ultimi anni, quindi, abbiamo assistito allo sbocciare di miliardi di foto bellissime postate sui social, specialmente Instagram, in cui i protagonisti sono i libri con le loro belle copertine e tutta una serie di gadget ispirazionali, primo su tutti il cappuccino tentatore. Noi lo abbiamo chiesto come sia possibile avere dei cappuccini così perfetti, e in quel momento l’influencer di turno ci ha invitato a comprare un cappuccinatore (aka montalatte) che ovviamente non abbiamo indugiato ad inserire nella nostra wishlist su Amazon.

BookBlogger VS CulturaMente: commenti sui libri a confronto

Avendo collezionato anni di osservazione, come i lettori attenti fino a qui avranno compreso, anche noi abbiamo tratto le nostre conclusioni sul fenomeno delle book blogger e possiamo serenamente affermare che la maggior parte delle volte non si va oltre una bella fotografia: probabilmente è per questo che il nostro interesse è caduto sul cappuccino.

Lungi da noi avversare la libertà di ognuno di pubblicare ciò che meglio crede, ma ci ha fatto talmente sorridere leggere alcuni commenti su libri che abbiamo letto anche a noi – osannati dalle book blogger e bocciati da CulturaMente – che abbiamo voluto elencarne alcuni in questa sede e mettere a confronto le impressioni.

Questo naturalmente per offrire come sempre al nostro pubblico la possibilità di scegliere da quale commento lasciarsi ispirare, ma soprattutto quale linea editoriale è più affine alle sue esigenze.

1. Principessa Saranghae – Diego Galdino

Commenti delle Bookblogger

“Pensare che un personaggio di un libro, può effettivamente diventare un’anima nella vita vera, è sensazionale”.

“Ritmo cadenzato e pacato, tipico dello stile orientale, al quale si unisce quel pizzico di magia “all’italiana” che solo il Bel Paese riesce a conferire”.

Commento di CulturaMente

Ennesimo romanzo rosa confezionato per stereotipi: da Notting Hill a Vacanze Romane, da Mangia, prega, ama (ma la carbonara nel tempio buddhista è più trash) a Kate&Leopold. Il tutto condito da una spruzzata di orientalismo. Una sola domanda: perché?

2. C’era due volte – Franck Thilliez

Commenti delle Bookblogger

“Un caos meraviglioso”; “Un nuovo geniale rompicapo”; “Un racconto labirintico che risucchia completamente fino all’ultima pagina”.

Commento di CulturaMente

Capiamoci: la struttura c’è, la centrifugazione dei fatti, dei nomi, degli indizi pure. C’è tutto. Ma non va. Troppo ambizioso – e mal gestito – il nesso memoria-verità, un po’ ingenuo il rapporto tra padre e figlia.

3. Tre – Valérie Perrin

Commenti delle Bookblogger

“Frizzante, scorrevole, divertente ma anche triste. La capacità dell’autrice di catapultarti nella storia è impressionante.”

“Un libro denso, profondo”

“In Tre ho ritrovato l’amore per le piccole cose”

Commento di CulturaMente

Dopo Cambiare l’acqua ai fiori (2019) Valérie Perrin perde smalto, ci regala passaggi come «la sua bocca sapeva di sesso umido» e spoglia ogni intuizione di genuinità, come riproponesse stancamente gli stessi motivi. Ogni ingrediente sembra pensato per essere posto in una casella: è una sceneggiatura, insomma, già pensata per la trasposizione filmica o seriale. A quando il ritorno della letteratura?

4. Il grembo paterno – Chiara Gamberale

Commenti delle Bookblogger

“Potente, catartico”

“Scende all’origine delle nostre domande sull’amore”

Commento di CulturaMente

Come si può trattare un tema delicato, viscerale, con la superficialità della fiction, quasi a voler tradurre le sensazioni in immagini piatte, a costruire dialoghi che si avvitano su sé stessi? Il grembo paterno è l’ennesima operazione furba, spinta da un marketing altrettanto ruffiano (al posto delle recensioni si è scelto di accompagnare la promozione con i commenti degli utenti social e Amazon), e pensato per riempire qualche salotto, qualche chiacchiera ombelicale tra amici “di potere”. Siamo stanchi.

5. La disciplina di Penelope – Gianrico Carofiglio

Commenti delle Bookblogger

“Lettura piacevole, dal buon ritmo […] Penelope è un personaggio con potenzialità che probabilmente l’autore intende approfondire con libri successivi.”

“In questo libro c’è tutto. Intrigo, indagine, astuzia, colpi di scena e una protagonista favolosa.”

Commento di CulturaMente

In questo libro non c’è assolutamente nulla. Non un momento di pathos, non la minima curiosità di sapere cosa è successo, non una protagonista interessante. La risoluzione del caso avviene a fortuna e a livello narrativo è quasi del tutto inutile. Penelope soffre per un trauma che non ci viene spiegato e, di conseguenza, è impossibile per un lettore o una lettrice empatizzare con lei. Un testo senza ratio, si direbbe pubblicato (troppo) in fretta. Un peccato, visto il nome dell’autore.

6. Finché il caffè è caldo – Toshikazu Kawaguchi

Commenti delle Bookblogger

“Una boccata di aria fresca”; “Un libro che ti scalda il cuore”.

Commento di CulturaMente

Un libro che dovrebbe commuovere, ma in cui non si riesce neppure ad empatizzare con i protagonisti. A malapena si riesce a finirlo senza faticare: la cosa peggiore è che la trama poteva prestarsi ad uno sviluppo molto più intrigante visto che si parla di viaggi nel tempo. Bocciatissimo: non invoglia minimamente a leggere il seguito e molti nostri lettori ce lo hanno confermato scrivendoci sui Social Network in merito alla nostra recensione.

7. La lingua geniale – Andrea Marcolongo

Commento delle Booklogger

“Un libro intelligente e inatteso”.

“Incredibile la straordinaria capacità di tenere appiccicato il lettore”.

“Che libro sensazionale”.

Commento di CulturaMente

Probabilmente uno dei libri più sopravvalutati degli ultimi anni. Autoreferenziale e noioso. Impossibile da finire per chi ha davvero studiato il greco antico. Un’abile mossa di marketing per suscitare facili (e falsi) entusiasmi.

8. Cleopatra – Alberto Angela

Commento delle Booklogger

“Sì può essere felici con un libro? Sì, ancor di più se scritto da Alberto Angela”.

“Te la fa vivere come se fossi lì anche tu.”

Commento di CulturaMente

Anche per un amante della storia antica è impossibile andare oltre la ventesima pagina: romanzare la storia di una donna, di una regina e di una stratega come se fosse un Harmony non è l’ideale per insegnare il vero ruolo di questo incredibile profilo storico, già ampiamente vittima di stereotipi e luoghi comuni poco felici. Un libro mainstream per i fan di Angela: nulla di nuovo rispetto a quello già visto (e non gradito) in televisione.

9. Morgana – Chiara Tagliaferri e Michela Murgia

Commento delle Booklogger

“Le Morgane ci aiutano a smontare il pregiudizio della natura gentile e sacrificale del femminile.”

“Una raccolta di storie di donne fuori dal comune, storie davvero controverse.”

“Un libro davvero prezioso, fatto di storie che raccontano la forza di queste persone poco eroiche ma molto rivoluzionarie.”

Commento di CulturaMente

Dieci esempi di donne che fuggono – e smontano – la “sindrome di “Ginger Rogers”, ovvero quel pensiero subdolo per cui una donna deve «fare tutto quello che fa Fred Astaire, ma all’indietro e sui tacchi a spillo». Ottima idea, ma già sviluppata. Alcuni personaggi valgono il libro, come Moana Pozzi e Marina Abramovic, ma il tutto è frettoloso e retorico. Basta “pillole”, per cortesia.

Il nostro Club del Libro

Se vi ritrovate con i nostri commenti seguiteci mese per mese sui Postumi Letterari, il nostro club di libro: troverete recensioni anche video e audio.

Alessia Pizzi, Ginevra Amadio, Federica Crisci

Il medico e lo stregone, una questione sempre attuale

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“Avete fede? Avete anima pura?”

Titolo originale: Il medico e lo stregone
Regista: Mario Monicelli
Sceneggiatura: Luigi Emmanuele, Mario Monicelli, Age & Scarpelli, Ennio De Concini
Cast Principale: Marcello Mastroianni, Vittorio De Sica, Marisa Merlini, Virgilio Riento, Lorella De Luca, Alberto Sordi, Ilaria Occhini
Nazione: Italia

Virus, vaccini e incredulità: nei giornali ormai non si parla d’altro. È un argomento caldo, che genera dibattiti e non poche polemiche. Molti paesi d’Europa trovano all’interno della loro società, fazioni sempre più distaccate, tra chi si affida alle cure mediche e chi non ne crede l’efficacia. Già nel 1957, a modo suo, Mario Monicelli affrontò il tema nella pellicola Il medico e lo stregone.

La trama

Nel piccolo paese di Pianetta, arriva il giovane medico condotto Francesco (Mastroianni), che nonostante la tanta buona volontà, si trova subito a dover contrastare un nemico, tale Don Antonio (De Sica). Questi, infatti, è un noto “guaritore” (qualcuno capace di guarire grazie a dei poteri personali), a cui molte persone della provincia vanno a fare visita per richiedere consigli, soluzioni e rimedi per questioni fisiche e morali. Il furbo uomo, infatti, usa rimedi naturali e conoscenze mediche personali, speculandoci sopra, facendosi passare come la “soluzione ad ogni male”, a volte anche in assoluta buona fede. La cosa bella è che Don Antonio è il primo a non credere a certe cose, ammettendo di fronte al suo aiutante:

“siamo nel 1957 e ancora crediamo al malocchio”

Creduto una specie di moda, Francesco deve combattere l’ignoranza della gente, che rifiuta in massa anche il vaccino contro il tifo.

Neanche il sindaco andrà, poiché spinto da sua sorella Mafalda (Merlini), prima seguace di Don Antonio, che usa le pratiche del guaritore per avere notizie dell’amato Corrado (Sordi), scomparso dalla chiamata in guerra. Antonio infatti ama segretamente Mafalda, vorrebbe far “morire” Corrado, sperando in un posto nel cuore della donna; ma al tempo stesso non vuole rinunciare a 300 lire a settimana sicure…

La situazione degenera quando un paesano, in accordo con Antonio, non riesce a guarire per mano del dottore, ma al contrario per mano dello stregone. La gente si rifiuta sempre più di avvalersi di Francesco, il quale è pronto ad andarsene; ma la vita è una scommessa e quella di Antonio sarà in una situazione sismica quando l’unica persona che potrà aiutarlo….sarà proprio Francesco!

Il contesto cinematografico

Siamo quasi nel tramontare degli anni ’50. L’Italia ha già 2 Oscar come Miglior Film Straniero grazie a 2 pellicole di Vittorio De Sica ed è in pieno vigore la corrente del Neorealismo. Questa, nata a metà degli anni ’40, ci mostra un’Italia durante la guerra e subito dopo, dove fame, disperazione e miseria sono ormai la vera quotidianità del Bel Paese. La corrente però non ci parla solo di questo, ma è anche un po’ più attenta alle verità che i cosiddetti “telefoni bianchi” non avevano affrontato, come per esempio le realtà contadine. Alcune molto crude alla De Santis in Riso amaro. Altre tratte da opere letterarie stile La terra trema di Visconti. Un’altra ala invece segue la scia di quello di In campagna è caduta una stella, dei fratelli De Filippo, come ad esempio Due soldi di speranza di Castellani, dove nacque il Neorealismo rosa, che toglie quell’alone crudo, anche se a volte amaro e drammatico. Nascono anche commedie più leggere: si pensi infatti al film di Comencini Pane, amore e fantasia.

Si sente però un’esigenza sempre più forte: non solo parlare della verità di tutti igiorni, ma anche di dargli un tocco di critica, perché non sempre è tutto giusto.

Il medico e lo stregone è un principio di quello che viene infatti considerata la commedia all’italiana, quel neorealismo satirico, dove la verità non viene nascosta, dando però una punta non velata di critica sociale, che avrà il suo culmine con I soliti ignoti.

La critica sociale e politica

Facile comprendere la critica da parte di Monicelli. I paesani credono in assoluta buona fede a Don Antonio a causa dell’ignoranza e l’analfabetismo dilagante in quei luoghi. La gente, chiusa nel meccanismo ordinario del paese, non esce dal suo guscio e rimane ancorata al passato, senza capirne l’anacronismo. Testimonianza l’inizio, quando Francesco arriva e un paesano gli chiede se fosse un confinato. Siamo nel ’57, quindi il regime è caduto da oltre 13 anni; la guerra è finita e tutti lo sanno, ma l’ultimo “aggiornamento” storico del paese è quello degli anni ’30!

Avendo fatto a meno fino a quel momento di un’immagine scientifica della guarigione, loro pensano che in fondo tutto questo parlare di vaccini, punture, medicine e antibiotici sia in fondo una moda, che come tante passerà presto e si tornerà ai vecchi metodi, che, pur sembrando ad occhi esterni solo superstizioni, per loro sono gli unici efficaci.

Qua è la magia vera di Don Antonio.

Lui sa che la carne di cavallo è un rimedio contro l’anemia, ma sa anche che per i contadini suoi paesani questa ricetta è come una pozione magica, che farà rifiorire la loro figlia. La denuncia di Monicelli è proprio nella volontà del lucrare di queste conoscenze e mancanze: infatti Don Antonio afferma che la ragazza si salverà con quella dieta e un “benefico scapolare” al collo. Nel suo far del bene, c’è quindi quasi sempre un personale tornaconto.

In fondo, però, è un cialtrone non un cattivo. Lui non vuole far del male, ma solo lucrare. Ma facciamo questa domanda: si rende conto, che questo suo atteggiamento genera nella popolazione del paese una totale diffidenza nella Scienza e, quindi, in qualche modo, impedisce loro di curarsi nel modo giusto? Invece di essere l’anello di passaggio dalla conoscenza contadina, sempre efficace, alla Scienza vera e propria, lui preferisce bloccare il progresso.

La critica però è anche rivolta ai poteri centrali.

Questi dimenticano le piccole realtà, che faticano a stare al passo con i tempi. Luoghi talmente arretrati dove è quasi normale giustificare il Credere a personalità come Don Antonio, perché le cose moderne non arrivano, sempre perché questi posti (ai governi e alle maestranze) non servono. Il sonno di queste realtà dura, finché non arriva dall’esterno qualcosa o qualcuno (come Francesco) che rompe la bolla in cui loro vivono.

Critica forte anche al tema dei dispersi in guerra, dove alcune persone si sono veramente trovate, come Mafalda, a dover aspettare risposte che non sarebbero arrivate.

Quanto è attuale Il medico e lo stregone

La figura di Don Antonio ricorda, purtroppo, una lunga serie di personaggi, definiti “santoni” (“Io so”, “io ho letto”, “fidatevi”) che approfittano della mancata capacità di alcune persone di saper interpretare Internet e la rete stessa, covincendole che in fondo ciò che la Medicina e la Scienza dicono, è solamente perché serve (nel senso di servili) dell’Economia, della Finanza e dei Poteri Forti.

È qui che, citando il Sommo Poeta, interviene il nostro libero arbitrio, cioè lo scegliere tra l’Uomo e lo Scienzato, perché quello che la gente recespisce dalle loro parole è che tutto quello che deriva dalla Scienza è sbagliato; ma è il risultato di anni di “con la cultura non si mangia” (la Scienza è Cultura, perché è Sapere). Il guaio vero è che loro, come Don Antonio, segretamente, nella quotidianità, accettano e utilizzano la Medicina, nel momento in cui ne hanno bisogno. E quindi, come lo stregone del film, dov’è il limite tra l’essere un cialtrone e un cattivo maestro? Questo è, per me, il vero significato della pellicola.

3 motivi per vedere il film:

  • Vittorio De Sica, in una parte affabulatoria che gli calza a pennello e lo fa troneggiare su tutti
  • la sceneggiatura, che non lascia niente al caso
  • Marisa Merlini, in un personaggio che “matura” nel corso del film, difficile da gestire

Quando vedere il film

Domenica pomeriggio, subito dopo pranzo

Francesco Fario

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

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Scream 5: l’omaggio a Wes Craven che toglie il respiro

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Venticinque anni dopo la serie di efferati e crudeli omicidi che sconvolse la cittadina di Woodsboro, un nuovo assassino con la maschera di Ghostface prende di mira un gruppo di adolescenti, facendo ripiombare la città nel terrore e riaffiorare le paure di un passato che sembrava ormai sepolto.

Sinossi di Scream 5

Scream è arrivato al suo quinto capitolo, purtroppo senza Wes Craven, storico regista della saga e di altri film dell’orrore amatissimi: dal primo Nightmare a Le Colline hanno gli occhi. Si comincia male – sarebbe lecito pensarlo – senza il papà di Ghostface dietro la cinepresa. E invece Scream 5 merita di essere visto.

Un sequel e un requel

La trama è sempre la stessa: una persona viene presa di mira dall’assassino e viene aggredita dopo essere stata interrogata al telefono sui film dell’orrore. I suoi amici sono i primi indiziati.

Fino a qui tutto regolare, se non fosse che questo quinto capitolo non è un solo un sequel, ma anche un requel: ovvero porta sulla scena una storia nota, ma con personaggi differenti, legati per parentela al cult del 1996. A spiegarcelo è proprio uno dei personaggi, la cinefila di turno, che adora la saga degli Stab, ovvero i film scaturiti dai libri della giornalista Gale Weathers (Courteney Cox) dopo gli efferati omicidi perpetrati da Ghostface a Woodsboro. Insieme ai nuovi personaggi della GenZ (Melissa Barrera, Kyle Gallner, Mason Gooding, Mikey Madison, Dylan Minnette, Jenna Ortega) tornano quindi i colossi della saga, tra cui Neve Campbell (“Sidney Prescott”) e David Arquette (Linus Dewey).

Il cult di Ghostface

Ghostface è diventato una vera e propria icona da subito, tanto da scatenare l’immaginazione anche degli Scary Movie, ovvero delle parodie dei film horror. Come dimenticarlo mentre fuma erba e grida al telefono “Bellaaaaa” (in originale what’s uuuuuup)?

Riportarlo in scena poteva non essere un’impresa facile, ma il film tiene incollati dall’inizio alla fine.

Fortissimi i momenti di suspense accompagnati da musiche ad hoc: l’assassino (o gli assassini? Perché si sa, sono sempre in due) ha la nostra attenzione. Uccide spietato, anche di giorno. Ma non è solo questo ad interessare: ci sono molte dinamiche da capire, prime su tutte i legami tra i nuovi personaggi e quelli vecchi, e poi ancora il gioco del film dentro al film. Per tutto il tempo lo spettatore viene addestrato dai personaggi alle regole di Stab (ovvero di Scream) e gioca ad un Cluedo del terrore, alla ricerca del colpevole. Non mancano neppure le riflessioni sui fan ossessionati dalle saghe e sul fatto che le saghe stesse spesso diventino solo un modo per fare denaro, senza tenere conto minimamente del nucleo originario della storia.

L’eredità delle eroine femminili anni Novanta

Non dimentichiamo, inoltre, un dettaglio importante. Come in Nightmare, anche in Scream c’è un grosso riscatto delle protagoniste femminili: del resto lo dice la stessa Sidney che i film dell’orrore non le piacciono perché c’è sempre una scema che corre e si fa ammazzare. E questa frase sarà anche usata da George A. Romero in Diary of the Dead, per prendere in giro i “tipici” film horror: tutti sempre troppo uguali. La stessa Buffy – interpretata da Sarah Michelle Gellar, peraltro attrice di Scream 2 – è frutto del desiderio di rendere la bionda che muore sempre l’eroina della storia.

E Wes Craven lo sa bene, tanto da regalarci una lezione sulla paura che solo le donne avranno il potere di fare propria. Prima Sidney e poi, nell’ultimo capitolo, Tara e Sam. Da un certo punto di vista c’è un passaggio del testimone, una sorta di emancipazione di gruppo, in cui le eroine femminili si danno la forza per farcela, sconfiggere il nemico e andare avanti senza timore.

Il film è decisamente promosso se pensiamo al basso livello che siamo abituati a vedere al cinema quando si parla di horror. Un capitolo conclusivo che omaggia dall’inizio fino alla dedica finale Wes Craven e che pecca solo in alcuni momenti di incoerenza. Mi riferisco precisamente ai tempi del film, quando è evidente che la polizia ci mette veramente troppo ad arrivare ogni volta che viene chiamata.

Alessia Pizzi

“Piazza degli Eroi” porta a teatro tutte le piazze europee

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Piazza degli Eroi di Thomas Bernhard, diretto da Roberto Andò e rappresentato per la prima volta in Italia, è al Teatro Argentina fino al 23 gennaio 2022.

Piazza degli Eroi è l’ultimo testo teatrale scritto nel 1988 dal drammaturgo austriaco Thomas Bernhard. Da molti considerato uno dei suoi maggiori capolavori, non sfugge allo spettatore che è soprattutto il suo testamento, un manifesto politico, una critica viscerale e spietata al suo Paese.

Una critica che nel 1989, anno della sua morte, si concretizzò in un testamento vero e proprio in cui il drammaturgo dispose che in Austria le proprie opere non dovessero più essere né pubblicate, né messe in scena.

Piazza degli Eroi viene rappresentato oggi per la prima volta in Italia, nella traduzione di Roberto Menin e diretto da Roberto Andò, che ha deciso di metterlo in scena riconoscendo universalità a questo testo visionario e catastrofico.

Dopo aver debuttato il 12 gennaio 2022, resterà in in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 23 gennaio. Poi sarà rappresentato al Teatro Carignano di Torino (25-30 gennaio), al Teatro Ivo Chiesa di Genova (1-6 febbraio), al Teatro Biondo di Palermo (8-13 febbraio), al Teatro Sociale di Brescia (16-20 febbraio), al Teatro della Pergola di Firenze (22-27 febbraio) e, infine al Teatro Verdi di Salerno (3-6 marzo).

La storia di Piazza degli Eroi è un ponte tra passato remoto, passato recente e presente.

Lo spettacolo si apre all’interno di una casa borghese di Vienna, quella del Professor Josef Schuster, che la settimana prima si è suicidato buttandosi da una delle alte finestre che incombono sul fondo della scena.

La Signora Zittel (la bravissima Imma Villa), la sua domestica/governante, ripercorre le sue idee, le sue abitudini, le sue idiosincrasie, mentre insieme alla cameriera prepara i bagagli che la ormai vedova Schuster porterà nella casa di campagna, dove sta per trasferirsi per qualche tempo.

La signora è malata di mente. Lei e il Professore sono ebrei. Insieme al fratello del marito, Robert Schuster (l’eccezionale Renato Carpentieri), nel 1938 sono fuggiti dall’Austria e hanno vissuto per trent’anni in Inghilterra. Da quando sono tornati a Vienna, la Signora Schuster ha perso la testa: sente costantemente le urla provenienti da Piazza degli Eroi. Qui il 15 marzo 1938 Hitler aveva annunciato l’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania nazista e al suo funesto destino. La folla era festante e acclamava il cancelliere dittatore, inizio di un atteggiamento molto collaborazionista degli austriaci, soprattutto nelle persecuzioni contro gli ebrei. Quelle stesse urla – davvero terrificanti – le ascolteranno anche gli spettatori alla fine, guardando il volto atterrito della Signora Schuster.

Nel primo atto la Signora Zimmel, con un quasi monologo, “interpreta” le premesse di quel suicidio. Il nazismo, con la sua scia di traumi e dolori per la famiglia Schuster e gli altri ebrei, aleggia sul racconto, senza mai essere nominato.

Negli altri due atti, tutti i personaggi raccontano il proprio dolore nell’essere circondati dall’odio altrui, quello del 1938 in pieno nazismo, quello del 1988, quando un passante sputa addosso alla figlia del Professore, Olga.

La pièce è una critica amareggiata e spietata della società austriaca della fine degli anni ’80 del Novecento.

Quando scrive Piazza degli Eroi, Thomas Bernhard è alla fine della propria vita e ciò che vede intorno a sé è  una società decadente. Intravede un futuro fosco già dai primi consensi raccolti da Jörg Haider.

Il testo raggiunge un alto tasso di densità nelle scene di Robert Schuster, fratello del professore suicida, a cui l’autore affida il suo manifesto politico e artistico: una visione critica, disincantata e pessimista della realtà. Basti pensare alla fermezza con cui l’anziano professore si rifiuta di aiutare le nipoti a “salvare” il frutteto di famiglia: la (sua) vita è stata una protesta continua; ma la protesta non cambia nulla. Vienna è descritta come una città da sempre antisemita. L’ottusità ha distrutto già tutto. Le critiche non risparmiano nessuno: socialisti, sovranisti, cripto fascisti.

Apparentemente, Piazza degli Eroi potrebbe sembrare uno spettacolo troppo legato al contesto austriaco in cui è stato scritto, quindi che non abbia niente da dire al pubblico italiano. Tuttavia, mentre vi si assiste, le parole di critica sociale appaiono di minuto e minuto più attuali che mai, soprattutto nella descrizione del successo di populismi e fascismi.

Secondo lo stesso regista Roberto Andò l’Austria descritta da Bernhard è sia un luogo concreto sia una metafora. L’azione non si svolge in piazza degli Eroi, ma in una qualsiasi piazza europea dove si sia svolto un comizio negli ultimi trent’anni. L’Austria raccontata da Bernhard è ormai ovunque si evochi l’arrivo dell’uomo forte, “un regista che li sprofondi definitivamente nel baratro”.

Piazza degli Eroi è uno spettacolo elegante: nei costumi, nelle scenografie, nella messa in scena.

La drammaturgia è arricchita da bellissimi intermezzi musicali suonati al pianoforte nei cambi di scena.

La scenografia curata da Gianni Carluccio contribuisce alla narrazione, come fosse un interprete ulteriore. Nel primo e nel terzo atto, la scena nell’interno della casa degli Schuster è riempita dalle enormi finestre che visivamente evocano in modo costante il suicidio del Professore e le angosce di sua moglie. Da lì lui si è buttato, da lì arrivano le grida di Piazza degli Eroi che stanno facendo impazzire lei. Sul proscenio decine di paia di scarpe fanno pensare all’Olocausto, perché la fantasia va all’immagine delle scarpe tolte ai deportati, ammucchiate, ritrovate nei magazzini dei campi di concentramento. Nel secondo atto, ambientato in un piccolo parco dove le figlie e il fratello del Professore di fatto interpretano il pensiero dell’autore, vediamo alberi spogli e foglie che cadono. In un contesto romantico, si percepisce il gelo, rievocando Il giardino dei ciliegi di Checov, una delle citazioni di grandi testi che l’autore ha abbandonato nel dramma come fossero relitti.

Anche qui le sorelle Schuster vorrebbero salvare il bene di famiglia e chiedono allo zio di fare qualcosa per evitare che una strada pubblica passi per il frutteto della loro casa di campagna. Ma Robert Schuster non ha nessuna intenzione di attivarsi e salvare alcunché.

Gli attori offrono interpretazioni convincenti e molto intense. Il personaggio di Robert Schuster è magistralmente interpretato da Renato Carpentieri, con cui il regista Roberto Andò ha un sodalizio cinematografico già da anni (“Una storia senza nome”). Meritano una menzione speciale Imma Villa, che impeccabilmente regge quasi da sola l’intero primo atto nel ruolo della Signora Zittel e Betti Pedrazzi, nel ruolo della vedova, vista di recente in È stata la mano di Dio. Quest’ultima appare solo verso la fine dell’ultimo atto, per portarci, con la nuda espressione atterrita del volto, in mezzo all’inferno della sua mente, dove le voci di piazza degli Eroi acclamano festanti l’uomo forte.

Stefania Fiducia

La foto di copertina è di Lia Pasqualino ©

La ragazza che sapeva troppo: gli zombi come metafora del potere

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Mi ritrovo a recensire questo film dopo averlo visto due volte negli ultimi anni, e c’è un motivo. In questo arco di tempo non ho trovato un nuovo film sugli zombi degno di essere guardato: e parliamo di almeno due-tre anni di monitoraggio costante del genere.

Attualmente ancora in streaming su Netflix, The girl with all the gifts, questo il titolo originale del film di Colm McCarthy, ci trasporta in un mondo in cui “gli affamati” sono il risultato di un fungo che invade il cervello, l’Ophiocordyceps unilateralis, un parassitoide che esiste realmente in natura e che altera il comportamento delle formiche.

A differenza di tutte le apocalissi zombi standard, qui i veri protagonisti sono gli zombi di seconda generazione: i bambini nati da madri infette hanno aspetto e facoltà intellettive come gli esseri umani e vengono utilizzati dagli umani per trovare una cura.

Una trama finalmente diversa

La storia della piccola Melanie, una delle bambine – cavie, è una sorta di Bildungsroman: la ragazzina si ritrova ben presto a empatizzare con una delle maestre, la signorina Justineau, e a scappare con lei e altri superstiti dopo che gli affamati hanno attaccato la base in cui si trovano. Melanie vuole a tutti i costi essere accettata dal gruppo, per questo usa i suoi “doni” per proteggere i neo-compagni di viaggio. Durante il tragitto, però, inizierà ad avere anche più consapevolezza del proprio istinto predatorio e ben presto capirà di non essere una non-morta. La consapevolezza di essere viva ma diversa dai vivi porterà la ragazza a delle conclusioni abbastanza disarmanti.

Una nota sul titolo

Per l’ennesima volta mi trovo davanti una traduzione italiana impietosa: non solo perde tutto il legame col mito di Pandora – protagonista degli studi di Melanie – il cui nome significa proprio “colei dai molti doni“, ma “La ragazza che sapeva troppo” è anche il titolo di un film giallo di Mario Bava (1963).

La metafora degli zombi

La ragazza che sapeva troppo non è certamente un capolavoro, ma è un ottimo film per un motivo molto semplice: usa la metafora degli zombi per portare alla luce temi come l’emarginazione e la prevaricazione. Melanie passa velocemente dal bisogno di essere accettata dai “vivi” alla comprensione di un sottile – e nemmeno troppo latente – gioco di potere: per gli umani la sua morte – tramite dissezione – potrebbe essere l’unica speranza di cura. La domanda è se vale davvero la pena sacrificarsi per loro e affermare quindi la supremazia di un gruppo sull’altro. Alla fine del film non si tratta più di scegliere tra se stessi e i propri compagni di viaggio, perché di fatto Melanie è stata accettata come parte della squadra per la sua intelligenza e la sua lealtà. Si tratta piuttosto di capire chi ha davvero il potere.

Un genere in evoluzione

Nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito alla trasformazione dei film di genere zombi, dalla satira di Romero agli sparatutto di Resident Evil: con questa pellicola gli zombi tornano a veicolare messaggi sull’umanità e questo è sicuramente apprezzabile. Inoltre, vorrei sottolineare un particolare che molto spesso viene tralasciato: una delle doti principali dei cult alla Romero era la colonna sonora – basti ricordare il tocco di classe dei Goblin in Zombi (Dawn of the dead). Ne “La ragazza che sapeva troppo” ci sono delle musiche di sottofondo superbe, specialmente nelle scene dove Melanie si ciba: viene riprodotta una sorta di cantilena, che sembra quasi una ninna nanna atavica, un richiamo alla natura selvaggia che non può essere ignorato.

Alessia Pizzi

L’arte di far “sentire” le storie: intervista a Pablo Trincia

Secondo me l’audio è il mezzo più potente in assoluto perché scatena l’immaginazione. Questo ti consente di farti il tuo film, è solo tuo, e lo costruisci con i tuoi ricordi.

Pablo Trincia per CulturaMente

Il 2021 è stato l’anno dell’audio: i podcast stanno finalmente prendendo piede anche in Italia, tanto che anche noi di CulturaMente ci siamo divertiti a testare una podcast newsletter e alcune serie di podcast a tema (Backstage, Cultura & Menta, Cultura Sostenibile, Postumi Letterari).

Il podcast d’inchiesta

Oltre al podcast da intrattenimento, però, è arrivato nel nostro Paese anche quello di inchiesta. Dobbiamo fare un salto indietro, fino al 2017, quando il giornalista e autore televisivo Pablo Trincia, ispirato da un podcast americano, porta un prodotto innovativo in Italia:

«L’idea è nata nel 2014 ed è di Sara Koenig, una producer di Chicago che ha pubblicato “Serial”, la prima serie audio podcast. Si tratta di un racconto di 12 puntate da un’ora l’una, in cui analizza un cold case. Mi ci sono imbattuto e sono rimasto stregato. Ho pensato “Questo è quello che avrei sempre voluto fare”. È il formato perfetto perché ti consente di raccontare storie con un budget molto più alla mano rispetto al video e alla televisione in generale. Inoltre, ti dà lo spazio per spiegare bene le cose: quando lavori per qualsiasi media classico stai chiuso dentro un palinsesto, in uno spazio e in una durata massima, mentre io in realtà avrei voluto il tempo di sviscerare, di entrare dentro le storie e soprattutto di farlo con un mezzo meno invasivo della camera, molto più gentile, ma allo stesso tempo altrettanto – se non più – potente. È un mezzo potente, democratico e alla portata di tutti. Fai quante puntate vuoi, comanda il contenuto, hai libertà totale: per me è la cosa più bella del mondo.»

Il frutto di quella ispirazione fu “Veleno”, seguito nel 2019 da “Buio” e nel 2021 da “Il dito di Dio”. Tre prodotti che hanno tenuto noi Spacciatori di Cultura incollati alle cuffiette e che ci hanno spinto a farci raccontare da Pablo, che oggi è direttore creativo di Chora Media, la più grande podcast company italiana, quella che lui definisce l’arte di far “sentire le cose”, e che va oltre l’ascolto in sé per sé.

Un racconto “artigianale”

Pablo Trincia ha un dono, e questo dono che forse è giornalistico ma non solo, è quello di raccontare le cose come si deve. Intervistando le persone, scavando a fondo, entrando nella storia. Non serve solo una bella voce, non serve solo l’attrezzatura giusta. A volte forse non basta nemmeno una bella storia. L’arte delle storytelling è qualcosa che mischia l’indagine clinica all’esperienza umana, con quel pizzico di empatia che però non deve prendere posizione. Pablo ce lo definisce come un racconto artigianale, umile, meticoloso:

«Il paragone che mi viene meglio è quello di un artigiano davanti a un tronco di legno. Tu ce l’hai davanti, e quel legno è così: a volte è mogano, a volte è faggio, a volte è ebano, a volte è quercia. Ha una forma e tu devi girargli intorno e cercare di capire che zigrinature ha, che venature ha: te lo devi proprio studiare e toccare con mano, non lo puoi solo guardare. Equivale ad andare in un luogo a parlare con le persone, a raccogliere documenti. A quel punto, con la pazienza e l’umiltà di un artigiano, devi cominciare piano piano a lavorarlo e a raccontare una storia: il mio trip non è dovermi schierare, ma raccontare una storia e renderla avvincente restando assolutamente fedele ai fatti. Bisogna essere curiosi e non giudicare: tu non sei quelle persone, non sei il loro passato. Sei in realtà in una posizione molto privilegiata: arrivi da fuori, non sei coinvolto. Certo empatizzi, fa parte dell’essere umano, ma tu hai il grandissimo, immenso e unico privilegio di essere il narratore di quella storia. Non ti devi concentrare sulle colpe o sulle ingiustizie, quello significa essere miopi: ti devi concentrare sulla grande storia che hai davanti, perché poi ogni storia, anche quella piccola, è grande e contiene delle grandi lezioni e dei grandi messaggi. Poi ovviamente quando a una donna tolgono i figli – come nel caso di Veleno – ti accorgi che è tutto strano e sbagliato, e pensi al dolore di quella persona: certo che empatizzi e stai male.»

Veleno

Veleno, ve ne abbiamo già parlato in merito alla serie tv su Amazon Prime, è la storia di sedici bambini che vent’anni fa sono stati allontanati dalle loro famiglie accusate di pedofilia e satanismo. Accadeva in provincia di Modena. Alcuni processi si sono conclusi con delle assoluzioni, altri con delle condanne: fatto sta che i bambini non si sono mai ricongiunti con le loro famiglie.

“L’effetto Veleno” ha avuto risvolti inaspettati, emozionando il pubblico e le persone coinvolte: alcuni bambini protagonisti della vicenda sono persino usciti allo scoperto per raccontare la loro verità. Forse è in questi momenti che si capisce davvero quanto il lavoro abbia funzionato: quando si realizza una sorta di meta storia attorno al podcast che aggiunge nuovi dettagli e fa luce su quanto già raccontato.

Come funziona per chi racconta la storia, invece? Si riesce a mettere da parte le emozioni? In parte sì, perché si deve incarnare il ruolo del narratore, e in parte no, perché naturalmente siamo degli esseri umani, come ci racconta Pablo:

«Per Veleno, ero a casa di una signora che non conoscevo: una madre che non vedeva la figlia da vent’anni. E questa donna, che io conoscevo da pochi minuti e che non era molto propensa a parlare, ad un certo punto è collassata per terra e ha iniziato a piangere di fronte ai disegni della figlia. Poco dopo, non ricordo se la sera stessa o la mattina successiva, sono andato alla recita scolastica della Festa di Natale dei miei figli piccoli e sono scoppiato in un pianto così forte che sono dovuto scappare via. Ovvio che questa roba ti lascia un segno, però allo stesso tempo ti devi concentrare sulla grande storia che hai davanti e su come raccontarla in modo rispettoso per farla arrivare agli altri.»

Buio

Buio è un podcast disponibile su Audible e dedicato a persone che hanno vissuto eventi drammatici e si sono rialzate, dalla calamità naturale alla malattia, dal tentato suicidio all’omicidio, passando anche per il rapimento. Il bello di Buio, mentre l’angoscia sale episodio dopo episodio, è quel barlume di speranza che non manca mai. Ascoltare storie tragiche di persone comuni, come noi, e capire come si fa ad uscire dal buio, a brillare nell’oscurità, è un concetto di cui abbiamo fame perché spesso non si lega solo ad eventi tragici, ma alla sola condizione di esistere.

Come si fa a fare in modo che queste storie, così complesse, “arrivino” attraverso l’audio?

Pablo ci racconta che è l’istinto a guidarlo. E qui arriviamo al “Dito di Dio”, l’ultimo podcast uscito su Spotify e dedicato ai drammatici eventi accaduti nella serata del 13 gennaio 2012, quando la Costa Concordia naufragò davanti all’Isola del Giglio.

«La serie si apre con un sommozzatore che scende nella nave già naufragata: fai subito un salto nel futuro. Io prima di arrivare da lui avevo già deciso che quello sarebbe stato l’inizio della serie. Sono andato sapendo già quello che volevo mi dicesse. Mi ricordo che mi sono seduto e gli ho chiesto di raccontarmi la storia. Lui mi fa: “Niente, siamo entrati nella nave e abbiamo tirato fuori i morti.” Al che gli ho detto: Raccontami la storia in slow motion: portami dentro. Quando tu dici così alla gente, le persone poi ti raccontano minuto per minuto quello che hanno visto, quello che hanno toccato, le sensazioni che hanno avuto, e tu devi fargli dimenticare che sono lì con te e riportarle in quel momento. Ne è uscito un racconto devastante, molto sensoriale. Questa cosa la ottieni se riesci a prevedere in anticipo cosa quella persona può raccontarti. Avrà avuto paura, avrà visto delle cose, avrà sentito qualcosa, avrà avuto delle difficoltà. Sai che devi raccontare una storia che va da A a B e nel mezzo creare degli intrecci: è tutto molto istintivo. Devi registrare tutto, tagliare e ascoltare tutto. È come in cucina: quando hai tagliato tutte le verdure e – le tagli tutte bene, con precisione – inizi a cucinare. Devi avere cura di quello che fai. Tu sei come un artigiano, umile e a contatto con la materia.»

Il Dito di Dio – Voci dalla Concordia

La tragica vicenda colpì le vite di diverse famiglie perché, nonostante la nave non si trovasse al largo, le operazioni di salvataggio furono gestite male con conseguenze disastrose in termini di perdite umane. Trincia in questo caso non si preoccupa semplicemente di ricostruire oggettivamente i fatti ma dà voce ai protagonisti: cronaca oggettiva e racconti soggettivi si intersecano per dar vita a un podcast giornalisticamente preciso ed emotivamente disarmante.

L’idea, ci racconta Pablo, gli è stata suggerita da Mario Calabresi (CEO di Chora Media)

«Quando mi ha chiamato e mi ha detto “Raccontiamo la Costa Concordia”, io mi sono spaventato: ho visto una città galleggiante, enorme, davanti a me. Il problema che ho sempre è di non avere mai abbastanza persone che parlano, invece in questo caso c’era un intero mondo su quella nave, 4000 persone. Ho detto: “Ok, qui ci vuole un metodo perché tantissime persone sono scese da quella nave senza neanche accorgersi che c’era un naufragio in corso”. Bisognava trovare quelle che erano rimaste fino alla fine. Nella documentazione c’era l’elenco delle persone che avevano riportato i traumi fisici e psicologici più pesanti e allora sono partito da lì. Quindi insieme a Debora e Francesca (n.d.r. Campanella, Abbruzzese) abbiamo iniziato a cercare e a rintracciare persone che da dieci anni non parlavano di questa storia. La storia di un naufragio, con così tanta gente – lo sapevamo che era una storia da serie, da cui potevi tirare fuori un racconto avvincente, che potesse coinvolgere le persone . Perché quando facciamo podcast cerchiamo sempre di far sentire la storia, non solo di farla ascoltare, ma di farla sentire a livello sensoriale.»

Un podcast suggerito da Pablo

«La cosa più incredibile che ho sentito nella mia vita è “In the dark – season 2” di una giornalista americana che racconta un vecchio omicidio del 1996, un massacro in un negozio di arredamento: uno era entrato e aveva ucciso con un colpo alla testa 4 persone tra cui un ragazzino. Alla fine era stato condannato un ragazzo nero, e questa giornalista riesce a dimostrare – parlando con tutti i protagonisti-  che il ragazzo era innocente e che il procuratore, pur di dargli la condanna a morte, si era inventato le prove e aveva o costretto, minacciato o corrotto le persone che avevano testimoniato contro di lui. Questa ragazza riesce a parlare col testimone chiave, che era in carcere perché era un criminale: fa l’intervista sotto la coperta della sua brandina via facebook e riesce a fargli raccontare che lui si è inventato tutto. Si tratta di un podcast quasi privo di musiche e sound, completamente scondito, ma la potenza e la determinazione di questa ragazza sono tali che la segui e dici “Portami dove vuoi” perché io…

Sto per perdere il treno.»

L’audio intervista: 30 minuti con Pablo

L’intervista con Pablo Trincia è stata divertentissima: lo abbiamo accompagnato telefonicamente alla stazione vivendo la suspense tipica dei tragicomici momenti nei pressi del binario. La ricerca disperata del negozio che vendeva le mascherine FFp2, la corsa per non perdere il treno, la scoperta che il treno aveva 60 minuti di ritardo. Tutto insieme a Pablo, montato e narrato in questo audio. Naturalmente ci scusiamo se l’audio non è perfetto ma eravamo al telefono.

La Dipendenza Culturale di Pablo Trincia

La Dipendenza #1 è online: scopri la risposta di Pablo Trincia alla nostra ultima domanda e se ti piace iscriviti alla nostra nuova Newsletter su Substack!

Alessia Pizzi e Valeria de Bari

“Una famiglia vincente – King Richard”: la storia di un sogno (americano) e del piano per non fallire

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“Sai che tipo di piano non fallisce mai? Non avere un piano. Se elabori un piano, la vita non va mai nel verso che vuoi tu”. Voglio partire dall’insegnamento di un padre disilluso al proprio figlio in uno dei film più importanti del cinema recente (Parasite di Bong Joon-ho), per introdurvi un personaggio agli antipodi che, grazie alla sua determinazione e pianificazione, ha forgiato due campionesse nello sport e nella vita: Richard Williams.

Vi erano sicuramente svariati modi di raccontare la storia di una delle famiglie più influenti del mondo sportivo ma, per stessa ammissione della tennista più forte di tutti i tempi, mostrarla dal punto del vista del suo “ideatore” è stata la scelta più corretta.

È un film americano al 100% quello diretto da Reinaldo Marcus Green, prodotto da Will Smith e dalla sorelle Williams, sbarcato nelle sale italiane il 13 gennaio 2022 che, concentrandosi sulla figura del padre-coach “King” Richard, narra il raggiungimento di un sogno all’apparenza impossibile in uno sport elitario, costoso e, prima del loro arrivo, esclusivamente bianco.

“Venus e Serena scuoteranno questo mondo”

Se non hai un piano, pianifichi il tuo fallimento

Guardando la finale femminile del Roland Garros del 1978, Richard Williams (Will Smith) rimase sconcertato dal montepremi che la vincitrice incassò per un’unica settimana di competizione. Con un’idea folle nella testa, iniziò a studiare quello sport che prima di quel momento trovava noioso, dicendo alla moglie Oracene (Aunjanue Ellis) che avrebbero dovuto avere altre due figlie. Nacquero così, con soli quindici mesi di differenza, Venus e Serena Williams che, fin dalla più tenera età, vennero allenate dal padre nel campo da tennis di Compton, zona periferica di Los Angeles e ghetto afroamericano, dove la delinquenza era all’ordine del giorno.

Rubando le palline buttate nei centri di tennis altolocati di L.A. e studiando i professionisti, Richard Williams allena giorno dopo giorno le proprie figlie personalmente, sia nel fisico che nella mente, con autorevolezza e amore paterno. Tuttavia, all’undicesimo compleanno di Venus, il piano di 78 pagine stilato per le future campionesse dice che è giunto il momento che abbiano un vero coach. Ray inizia così a girare video e brochure per sponsorizzare le due ragazze e persino obbligando Paul Coehn (coach di John McEnroe e Pete Sampras) a due palleggi con loro. Rimasto impressionato dal talento delle Williams, il professionista accetta però di seguire gratuitamente soltanto la più grande.

Ha inizio un percorso straordinario per Venus ma non privo di ostacoli, dove il rischio di bruciarsi prematuramente è dietro l’angolo, ma è proprio qui che King Richard mostrerà la sua grandezza e lungimiranza.

I volti e le contraddizioni di King Richard

“Ho visto qualcosa di così bello e così poco capito che ho voluto farne parte. Io non faccio più film per soldi, per i premi o cose di questo genere. Faccio film per onorare le persone, spinto dall’idea che possano essere d’aiuto per altri e questo è un regalo che faccio alla famiglia Williams”.

Nella produzione di “Una famiglia vincente“, Will Smith è sempre stato presente, producendo in prima persona il lungometraggio sulla, per certi versi, controversa figura di Richard Williams e decidendo di donarne il volto. Un ruolo in cui l’attore di Philadelphia riesce finalmente a perdersi completamente, mettendo a tacere il suo enorme carisma, spesso colpevole di sovrastare i suoi personaggi. Costantemente in calzoncini e tenuta sportiva, il suo King Richard è un uomo in là con l’età, dalla postura spesso ricurva, piegato dalle sofferenze del passato in Louisiana e da un mondo che non ha avuto il minimo rispetto per lui ma che, promette, rispetterà le sue figlie. La trasformazione di Smith per impersonare un uomo dalle mille contraddizioni è eccellente sia da un punto di vista fisico, dove si è rifiutato il trucco prostetico, sia dialettale con una verosimiglianza ottima alla parlata di Richard Williams.

Per quanto l’attore possa negarlo, sarebbe ingenuo credere che non abbia studiato il tutto per essere portato quanto più vicino possibile a quel Premio Oscar sfuggitogli nel 2006 per un pugno di voti. Ci sono infatti molti parallelismi con “La Ricerca della Felicità” di Gabriele Muccino: dall’inseguimento di uno stile di vita migliore per la propria famiglia e il raggiungimento di quello che viene definito “sogno americano”, all’audacia e la determinazione che unisce i due protagonisti, allo scontro con una realtà prevalentemente composta da uomini bianchi. Queste sono solo alcune delle similitudini delle due pellicole ma se nel puro Chris Gardner non sembravano trasparire zone d’ombra, nel coach di Compton ne compongono l’imperfezione. Dispiace però che non si sia sempre scelto di volerle esplorare, mostrandone la figura senza mai davvero metterne in discussione l’operato.

Mostra alle figlie Cenerentola per insegnar loro l’umiltà, manipolando al tempo stesso i professionisti che ruotano intorno alle future campionesse, piegandoli al suo piano prestabilito. Insegna alle sue ragazze ad affrontare la vita con determinazione e senza mai mollare quando lui, in più momenti, non trova il coraggio per guardare con i propri occhi le partite della figlia. Si prodiga per proteggerle da un mondo che vorrebbe sfruttarle e che potrebbe comprometterne la carriere, tenendole lontane dai tornei per anni ma, al tempo stesso, fomenta in TV il loro arrivo nel circuito che conta creando un vero e proprio evento mediatico.

Si tratta dunque di un personaggio ingombrante e non sempre trasparente che, come vedremo nel bellissimo litigio con la moglie, interpretata da una straordinaria Aunjanue Ellis (attenzione a lei nella stagione dei premi), nasconde persino più di qualche scheletro nell’armadio. Egoista e accentratore, non dimentica mai di ricordare agli altri e a se stesso di come stia dando alle figlie gli strumenti per conquistare il mondo dentro e fuori dal campo. Mettendo l’istruzione al primo posto, riesce nella difficile impresa di mantenere un clima stimolante e rilassato sotto il proprio tetto, lasciando il caos e i pericoli del ghetto fuori dalla porta di casa.

Potremmo definire Richard come un uomo dai due volti, controverso ma vincente, che ha cambiato la storia dello sport mondiale grazie alle sue 78 pagine di piano per future campionesse, ancor prima che queste nascessero. Due eroine moderne che, per quanto possa esserne discutibile la scelta educativa, riconoscono di dovere tutto a quel padre “visionario” dalla ferrea motivazione e dalle idee chiare, a cui sono infinitamente legate.

Una narrazione appassionante

Oltre ai sopracitati Will Smith e Aunjanue Ellis i ruoli di punta si completano con le interessanti prove di Saniyya Sidney e Demi Singleton che, come diranno le vere Venus e Serena Williams, sono state capaci di diventare la loro versioni adolescenti. Essendo mancina, la prima ha persino dovuto imparare in tre mesi a giocare con il braccio non dominante. Una piccola curiosità che impreziosisce una prova convincente del giovane talento e che, quando comparirà nell’atto conclusivo del film con quelle treccine bianche, riuscirà a conquistare qualsiasi appassionato sportivo e non.

Infatti, seppur nel biopic di Reinaldo Marcus Green sia centrale la questione del dramma famigliare, il campo da tennis non viene assolutamente dimenticato, diventando protagonista di spicco in più momenti grazie a una buona regia capace di esaltarne ogni scambio. Il carico emotivo che il lungometraggio porta con sé, viene poi impreziosito da un montaggio invisibile, capace di mantenere sempre alto il livello di attenzione dello spettatore, nonostante le 2 ore e 20 di durata.

Seppur pieno di retorica, la narrazione fortemente a stelle e strisce di “Una famiglia vincente” riesce a smuovere chi guarda, coinvolgendolo nel seguire la piccola Venus nel suo personale percorso di preparazione alla grandezza, partendo dal campo di Compton, fino al momento di scontro con il padre Richard, che segnerà la conclusione e la completa maturazione.

Di assoluta importanza è anche la questione dell’inserimento di una famiglia afroamericana all’interno di un meccanismo composto unicamente da bianchi che viene ben gestita e non risulta ridondante. Il cambiamento portato da Venus Williams ha avuto un enorme impatto nel mondo del tennis, in un periodo storico dove il citato Michael Jordan diventava simbolo dello sport macinando titoli con i Chicago Bulls. La fotografia temporale di quell’ingranaggio che inizia a girare, anche grazie agli avvenimenti rappresentati in questo biopic, risulta dunque splendida e merita di essere condivisa.

Il sogno americano passa dunque per un campo da tennis e, ancor prima, per un padre che vuole tenere la propria famiglia lontana dalla strada. Un uomo cocciuto come pochi Richard Williams, persino più di McEnroe gli verrà detto, meticolosamente devoto al suo piano per evitare il fallimento. Controverso, contradditorio e non totalmente sincero, come questa sua versione cinematografica, è però vero protagonista di una storia straordinaria fatta di azioni, sacrifici, dedizione e difficili decisioni. Mai, come in questo momento di fallimenti e incertezze, abbiamo bisogno di ritornare a credere alle imprese eccezionali, capaci di portare chi guarda ad agire, a fare qualcosa. E quella dell’uomo che ha sempre avuto un piano per le sorelle Williams, lo è.

Michele Finardi

Quando esce al cinema “Una famiglia vincente”?

Il film è disponibile nelle sale italiane dal 13 gennaio 2022

Qual è il titolo dell’ultimo film di Will Smith?

“Una famiglia vincente – King Richard”

Chi era Richard Williams?

Richard William è il padre delle sorelle e campionesse di tennis: Venus e Serena Williams. Suo è il piano di renderle giocatrici, ancor prima che nascessero.

Chi interpreta Richard Williams in “Una famiglia vincente”?

Richard Williams è interpretato da Will Smith, che ha anche prodotto il film insieme a Venus e Serena Williams.

“Una famiglia vincente – King Richard” è basato su una storia vera?

Sì, il film narra la vera storia di Richard Williams e del suo piano per rendere le figlie campionesse di tennis.