Minucio Felice e l’Octavius in pillole

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Il nascente cristianesimo prende sempre più piede, ma il paganesimo risulta essere ancora un bagaglio di cultura con cui fare i conti; c’è una nuova attenzione verso gli umili, secondo il principio della caritas. E’ evidente, dunque, la nascita di una nuova mentalità, ma un modo, rimasto inalterato, di usare la lingua per esprimerla; bisogna ricordare, infatti, che anche i padri della Chiesa non nascono dal nulla, ma sono imbevuti di classicismo. Tra queste nuove figure del cristianesimo importante è Minucio Felice, di origine africana e avvocato a Roma tra il 2° e 3° secolo d.C.

L’Octavius

L’Octavius è la prima apologia per il cristianesimo; sono centrali i pregiudizi dei romani! L’impianto ciceroniano diventa, in questo caso, una celebrazione del Creato; in questa prospettiva, l’omaggio a Dio fa riferimento al λόγος trascendente classico.

Oltre a ciò, la struttura architettonica, lo stile equilibrato e i riferimenti alle dottrine filosofiche greche e latine sono elementi da non sottovalutare, perché indicato che l’opera è stata indirizzata ad un pubblico colto e pagano.

Il dialogo si svolge sul lido di Ostia, tra tre personaggi: il cristiano Ottavio, da cui prende il nome l’opera, il pagano Cecilio e Minucio in persona, che viene scelto come giudice della discussione. Tutto nasce dal fatto che Ottavio critica Cecilio per la sua adorazione verso la statua del dio Serapide.

Un cristiano visto dai pagani

Octavius [9] Cecilio: «Ormai – dato che le realtà negative hanno uno sviluppo particolarmente positivo – col diffondersi giorno dopo giorno dei costumi di degrado, i riti di questa empia congrega stanno aumentando ovunque. È un complotto che deve essere assolutamente trovato e maledetto. Si riconoscono fra loro con segnali segreti e si amano tra di loro quasi prima di essersi conosciuti. Si costituiscono così fra loro, dei legami fondati su una sessualità perversa; si chiamano senza problemi “fratelli” e “sorelle”, in modo che gli amori illeciti, consueti fra loro, col mettersi di mezzo di un nome sacro, si trasformino addirittura in incesti. Così la loro superstizione inutile e priva di fondamento si vanta del delitto. Su di loro, se non ci fosse un sostrato di verità, non circolerebbero voci tremende, diverse, accuse pesanti e di cui ci si debba aver vergogna di dire.

Raccontano che questi soggetti, in base a non so quale idea demenziale, venerano la testa consacrata di una bestia
oscena, un asino: religione proprio specchio di comportamenti del genere, con i quali è nata! Alcuni riferiscono che essi contemplano addirittura i genitali del loro guru o sacerdote, come se volessero adorare la natura di chi li ha partoriti: probabilmente la diceria è falsa, ma di certo si vocifera molto sul carattere dei loro riti, segreti e notturni.

Chi poi va dicendo che il loro culto è incentrato un uomo condannato a morte per un crimine e il legno di una
croce, ascrive a dei corrotti e rituali per fanatici che adatti a gente come loro, cioè che adorino quel che si meritano. Per quanto riguarda la iniziazione dei novizi, le dicerie sono tanto oscene quanto conosciute da tutti. Un bimbo innocente, ricoperto di farina per trarre in inganno quelli poco attenti, viene posto davanti a chi deve essere introdotto ai riti; il novizio è invitato a infliggere colpi, che ritiene di poco conto, dato che in superficie c’è la farina, e il piccino viene ammazzato da quelle ferite inferte senza motivo o ragione valida. Poi, orrore!, si gustano quel sangue con avidità, dilacerano a gara quelle membra, con quella vittima stringono fra loro un accordo, per la complicità si promettono a vicenda di mantenere segreto tal delitto.

Questi sono i loro riti, peggiori di tutti i sacrilegi.

Anche dei loro banchetti siamo venuti bene a conoscenza: ne parlano tutti dappertutto e ne fa fede anche il discorso del nostro conterraneo di Cirta. Si riuniscono a banchetto in un giorno di festa, con tutti i figli, le sorelle, le madri, gentaglia di ogni sesso e di ogni età. Là, dopo pranzo, quando i convitati si sono riscaldati e, tra i fumi del vino, iniziano ad essere pervasi febbre di una libidine incestuosa, gettano una focaccia a un cane che è legato a un candelabro, spingendolo a slanciarsi con un salto al di là del limite consentitogli dalla catena. Così si rovescia, spegnendosi, la luce che poteva testimoniare le cose e, nelle tenebre che ignorano il senso del limite, essi prendono parte ad orge malsane, lascendosi trascinare dai sentimenti, tutti allo stesso modo incestuosi, se non nelle azioni, nella coscienza, poiché tutti bramano con voglia ciò che ad alcuni può accadere di fare.»

Minucio qui vuole sottolinare molti dei pregiudizi che i pagani nutrivano verso i cristiani: venivano accusati di fratricidio (per via del banchetto eucaristico), di incesto (tra di loro si chiamavano “fratelli” e “sorelle”), di orge nutturne (si ritrovano insieme sia al tramonto che all’alba per pregare).

Giudaismo e paganesimo

I pregiudizi nei confronti delle religioni monoteiste dal parte della cultura classica non si limitarono soltanto al cristianesimo, ma anche al giudaismo. Un esempio può essere fornito dal confronto tra la descrizione del territorio circostante il Mar Morto data da Tacito, noto storico romano, e quella data da Giuseppe Flavio, scrittore originario della Palestina:

G. Flavio [Bellum Iud., Libro IV; 483-485]: «Adiacente ad esso è il paese di Sodoma, un tempo ridente per l’abbondanza dei frutti e l’opulenza delle città, mentre ora è ridotto tutto a terra bruciata. Si dice che per l’empietà dei suoi abitanti fu incenerita dai fulmini, e infatti sono ancora visibili le tracce del fuoco divino e i resti di cinque città; inoltre la cenere si riforma dentro i frutti, che esteriormente assomigliano a quelli che si mangiano, ma quando una mano li coglie si disfano in fumo e cenere. Ciò che si racconta della terra di Sodoma riceve conferma da tali cose che ognuno può vedere.»

Giuseppe Flavio spiega la natura del luogo in riferimento all’episodio biblico di Lot, che viene salvato da Dio per il suo senso di ospitalità e di sacrificio:

[Genesi 19; 1-29]:

1 I due angeli arrivarono a Sòdoma sul far della sera, mentre Lot stava seduto alla porta di Sòdoma. Non appena li ebbe visti, Lot si alzò, andò loro incontro e si prostrò con la faccia a terra.
2 E disse: «Miei signori, venite in casa del vostro servo: vi passerete la notte, vi laverete i piedi e poi, domattina, per tempo, ve ne andrete per la vostra strada». Quelli risposero: «No, passeremo la notte sulla piazza».
3 Ma egli insistette tanto che vennero da lui ed entrarono nella sua casa. Egli preparò per loro un banchetto, fece cuocere gli azzimi e così mangiarono.
4 Non si erano ancora coricati, quand’ecco gli uomini della città, cioè gli abitanti di Sòdoma, si affollarono intorno alla casa, giovani e vecchi, tutto il popolo al completo.
5 Chiamarono Lot e gli dissero: «Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne!».
6 Lot uscì verso di loro sulla porta e, dopo aver chiuso il battente dietro di sé,
7 disse: «No, fratelli miei, non fate del male!
8 Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto».
9 Ma quelli risposero: «Tirati via! Quest’individuo è venuto qui come straniero e vuol fare il giudice! Ora faremo a te peggio che a loro!». E spingendosi violentemente contro quell’uomo, cioè contro Lot, si avvicinarono per sfondare la porta.
10 Allora dall’interno quegli uomini sporsero le mani, si trassero in casa Lot e chiusero il battente;
11 quanto agli uomini che erano alla porta della casa, essi li colpirono con un abbaglio accecante dal più piccolo al più grande, così che non riuscirono a trovare la porta.
12 Quegli uomini dissero allora a Lot: «Chi hai ancora qui? Il genero, i tuoi figli, le tue figlie e quanti hai in città, falli uscire da questo luogo.
13 Perché noi stiamo per distruggere questo luogo: il grido innalzato contro di loro davanti al Signore è grande e il Signore ci ha mandati a distruggerli».
14 Lot uscì a parlare ai suoi generi, che dovevano sposare le sue figlie, e disse: «Alzatevi, uscite da questo luogo, perché il Signore sta per distruggere la città!». Ma parve ai suoi generi che egli volesse scherzare.
15 Quando apparve l’alba, gli angeli fecero premura a Lot, dicendo: «Su, prendi tua moglie e le tue figlie che hai qui ed esci per non essere travolto nel castigo della città».
16 Lot indugiava, ma quegli uomini presero per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, per un grande atto di misericordia del Signore verso di lui; lo fecero uscire e lo condussero fuori della città.
17 Dopo averli condotti fuori, uno di loro disse: «Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti dentro la valle: fuggi sulle montagne, per non essere travolto!».
18 Ma Lot gli disse: «No, mio Signore!
19 Vedi, il tuo servo ha trovato grazia ai tuoi occhi e tu hai usato una grande misericordia verso di me salvandomi la vita, ma io non riuscirò a fuggire sul monte, senza che la sciagura mi raggiunga e io muoia. […]»

Come per Abramo (Genesi 28), anche per Lot l’ospitalità è da considerarsi come legge sacra, al contrario di ciò che hanno fatto gli abitanti di Sodoma, il cui peccato è non solo teologico, ma anche di natura sociale. Inoltre, in questo episodio biblico, che racconta anche l’arrivo dei due angeli alla dimora di Lot, si può ricollegare al mito di Filemone e Bauci (Ovidio, Metamorfosi VIII, 616-724): le due figure anziane ma pie sono gli unici a rispettare il vincolo dell’ospitalità e sono stati premiati da Giove e Mercurio con la salvezza, scesi sulla terra per porre rimedio all’empietà degli uomini.

Tacito [Historiae, V, 7]: «Non distante è la pianura, che si reputa fertile un tempo, abitata da grandi città, bruciate poi dal fulmine; parlano di residui e che la terra stessa, nel suo aspetto disseccato, non abbia più nulla da produrre. La vegetazione spontanea, infatti, o quella seminata dall’uomo, sia erba o fiore, appena sviluppata in modo consueto,
annerisce, si atrofizza e si dissolve come in cenere. Da parte mia, come potrei ammettere che città in passato stupende siano bruciate per il fuoco celeste, così sono convinto che la terra venga danneggiata dalle esalazioni del lago, che l’aria del posto si corrompa e quindi imputridiscano messi e frutta, perché allo stesso modo sono malsani la terra e il cielo. Il fiume Belio scompare nel mare di Giudea e attorno alla sua foce si raccoglie una sabbia che, cotta con l’aggiunta di nitro, diventa vetro. Poco estesa è quella data spiaggia ma, per chi cava la sabbia, essa è una risorsa senza fine.
»

Tacito, al contrario, descrive l’episodio del Mar Morto senza l’idea di castigo divino, ma con un’interpretazione razionalistica: a causare tale condizione ambientale sono le esalazione del mare, che inaridiscono la vegetazione e producono solo frutti aridi.

Lorenzo Cardano

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