Valerio Flacco e le Argonautiche in pillole

valerio flacco il riassunto

Dopo Stazio, anche Valerio Flacco risulta essere un altro dei poeti più importanti in questo modo nuovo di vedere l’epica. Appartenente al collegio sacerdotale, consacrato ad Apollo, Valerio Flacco crea un’opera, gli Argonauta, il cui precedente letterario è sicuramente il poema ellenistico di Apollonio Rodio.

Inoltre, l’idea del viaggio per mare che serve per portare la civiltà in terre lontane ripercorre le conquiste romane. Questo può sicuramente ricordare il viaggio di Enea, che da Troia va in Italia per fondare una nuova stirpe, ovvero il futuro popolo romano.

Oltre a ciò, anche nell’Egloga IV (vv.34-35) Virgilio aveva messo in relazione le spedizioni di Ottaviano in Oriente con l’impresa degli Argonauti.

Civiltà o barbarie? Flacco e Tacito

A non essere così tanto d’accordo con questa “missione civilizzatrice” di Flacco è lo storico latino Tacito: la sua riflessione sul potere e sul principato fa di lui un pensatore profondo e simile a Tucidide. Nel suo pensiero, Tacito vede l’impero, inteso come istituzione, come una necessità storica e cerca di distinguere questa forma di governo dai personaggi che salgono al potere (e che potrebbero essere migliori).

In una delle sue opere più famose, l‘Agricola, lo storico tratta anche lui il tema della politica di romanizzazione, che consiste nel modificare gli usi e i costumi dei nemici per strapparli da una condizione di barbarie e farli diventare uomini civili; tuttavia, questa condizione di pax romana è la perdita dell’identità culturale dei popoli sottomessi e serviva per giustificare campagne violente.

Agricola [30] «Quando penso alle cause della guerra e all’orribile condizione in cui ci troviamo, provo la grande speranza che questo giorno, che vi vede uniti, segni per tutta la Britannia l’inizio della libertà. Sì, perché per voi tutti qui giunti in massa, che non sapete cosa significhi servitù, non c’è altra terra oltre questa e neanche il mare è sicuro, da quando su di noi incombe la flotta romana. Perciò combattere con le armi in mano, scelta gloriosa dei forti, è sicura difesa anche per i meno coraggiosi. I nostri compagni che si sono battuti prima d’ora con mutevole sorte contro i Romani avevano nelle nostre braccia una speranza e un aiuto, perché noi, i migliori di tutta la Britannia (perciò vi abitiamo proprio nel cuore, senza neanche poter vedere le coste dove risiede chi ha accettato la servitù) avevamo perfino gli occhi non contaminati dalla dominazione romana. Noi, al limite estremo del mondo e della libertà, siamo stati fino a oggi protetti dall’isolamento e dall’oscurità del nome. Ora si aprono i confini ultimi della Britannia e l’ignoto è affascinante: ma dopo di noi non ci sono più popoli, bensì solo scogli e onde e la disgrazia peggiore, i Romani, alla cui prepotenza non fanno difesa la sottomissione e l’umiltà. Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di devastazione completa, vanno a cercare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l’oriente né l’occidente possono saziare; loro soli desiderano possedere con pari smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con un falso nome, lo chiamano impero; infine, dove hanno fatto il deserto, quello viene chiamato da loro pace.»

Calgaco si afferma non solo come capo dei caledoni, ma anche di tutte le tribù che non vogliono la romanizzazione. C’è, dunque, da parte di queste popolazioni, lo stesso sforzo collettivo per superare il municipalismo tribale per la libertà comune (ideale politico e militare).

La denuncia nei confronti dell‘imperialismo romano era già presente nella Lettera di Mitridate dello Pseudo-Sallustio; inoltre, impossibile non citare anche il Dialogo dei Melii di Tucidide di cui abbiamo già parlato facendo riferimento ad Euripide.

Giasone e Medea

Se, come abbiamo detto, Apollonio Rodio è il modello da seguire, Flacco, però, vuole distanziarsi per quanto riguarda l’elaborazione del personaggio di Giasone: Valerio crea Giasone sul modello di Enea, rendendolo un vero eroe mitico, e non più una figura mediocre. Oltre a ciò, la funzione di Medea, per Flacco, è concepita seguendo il modello della Didone virgiliana:

Argonautica [VII; 305-308, 327-333]:

«La fanciulla, lasciata sola, ha paura e si guarda intorno

dappertutto e non riesce a lasciare la reggia.

D’altronde la incalza l’amore crudele, il pensiero di Giasone

destinato a morire e le parole udite più gravi si fanno nel suo cuore.

[…]

E, appena da lontano le stanze che esalavano filtri magici

e le porte sinistre si aprirono, ed ebbe di fronte tutti i rimedi,

quelli che aveva sottratto al mare, all’Ade profondo,

e quelli strappati dal volto cruento della Luna,

“Dunque seguiterai” disse “o permetterai una simile infamia,

mentre possiedi tanti filtri mortali e celeri rimedi per sfuggire

a tale misfatto?»

In questi versi l’elemento asiano, tipico dello stile di Seneca, non vuole tanto soffermarsi sulla volontà del suicidio, ma sulla ricerca dell’elemento magico.

Argonautica [VII; 344-347, 355-374]:

«Perché, padre, hai voluto allora legarti a lui in un vincolo

sleale di amicizia e non lasciare che questi mostri uccidessero

subito il giovane? Io stessa, allora, lo confesso, io stessa questo volevo.

Cara Circe Titania, chiamo le tue parole a testimone

[…]

e strappa dal Caucaso il fiore nato dal sangue

delle viscere di Prometeo, nel cui potere ella confida

più d’ogni cosa, ed erbe nutrite dai venti,

che quel sangue divino fa crescere forti tra nervi

e fredde brine, quando l’aquila, divorato il fegato,

si leva in volo e dal becco aperto irrora le rupi di sangue.

Quel fiore, eternamente fresco, non appassisce al termine

d’una pur lunga vita, resiste intatto ai fulmini

e le piante fioriscono tra tuoni e lampi.

Ecate per prima recò una falce temprata nelle acque

dello Stige e sparse folte spighe sulle rocce;

poi mostrò la pianta all’ancella che alla decima luce

del lume di Febe miete il raccolto dei gioghi e s’infuria

per il marciume residuo del dio: quello geme invano vedendo

il volto di Medea: il dolore tutto lo fa contrarre sulla rupe

allora e le sue catene sotto la falce tremano tutte.

L’infelice fanciulla contro il suo stesso regno si arma

di tali veleni e tremante attraversa la notte tenebrosa.

Venere le dà la mano e le parla e blandisce i suoi timori,

e, seguendo da presso i suoi passi, la guida attraverso le mura

Al verso 344 c’è un importante richiamo al padre che potrebbe rimandare al modello di Alcesti di Euripide, mentre al verso 347 si pone l’attenzione sulla parentela in ambito magico con Circe. Infine, nei verso 372 c’è un richiamo al φάρμακον, al filtro magico tipico della potenza femminile.

Lorenzo Cardano

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