Giacomo Leopardi, riassunto in sette minuti

Leopardi uomo, oltre gli stereotipi

Sfigato, gobbo, depresso, solo: e invece no. Leopardi è l’uomo invece della vitalità in eccesso, che nasconde il gelato in posti improbabili pur di non vederselo negato, che è goloso a tal punto di farsi un quadernino di ricette tutto proprio, che a vent’anni, con una gobba che inizia a pesargli sulle spalle, progetta nottetempo la fuga dal quel selvaggio borgo natio che inzia a stargli troppo stretto.

Bisogna conoscere Leopardi per due grandi motivi: quello più logico: è uno degli autori più complessi e belli della nostra cultura, se non di quella mondiale; quello più umano: è un giovane favoloso, con tutte le inquietudini di un uomo, con le domande crudelmente radicali che ci poniamo, ma ha- contrariamente a come lo si canzona- una forza che non è di nessuno, ma solo sua.

Nato a Recanati il 29 Giugno del 1798 da una famiglia di una nobiltà terriera in cattive condizioni patrimoniali, Leopardi diventa presto insofferente all’ambiente bigotto e conservatore. La sua vita era dominata soprattutto dalla madre, donna dura e gretta, dedita interamente alla gestione delle finanze per permettere alla famiglia di mantenere almeno il decoro esteriore. Inizialmente istruito da un precettore, all’età di dieci anni non ebbe più nulla da imparare da lui. Di intelligenza acutissima, si chiuse nei celebri sette anni di studio disperatissimo che minarono la sua salute fisica già fragile, ma lo arricchirono del greco, latino e persino dell’ebraico.

Nel 1815, stanco del puro lavoro filologico, inizia ad esaltarsi per la bellezza dei grandi poeti: passa dall’erudizione al bello. Nasce in questo contesto l’amicizia con Pietro Giordani e in lui trova non solo uno dei più grandi intellettuali del tempo ma anche un affetto che non poteva avere altrove. Ora che si è aperto al mondo esterno, però, Recanati gli sta ancora più stretta. Nell’estate del 1819 tenta la fuga, nottetempo: un servo fa la spia e il padre lo riacchiappa per un pelo. Per il giovane Leopardi è un colpo duro.

Il bello adesso, quel bello di cui ha iniziato a raccontare negli idilli poco tempo prima, sembra essersi inaridito. Il giovane favoloso non riesce più a scrivere poesie: la sua concezione del mondo si è fatta più nera e la sua salute è peggiorata, costringendolo a letto per lunghi periodi. Nel 1822 si reca a Roma ma la città eterna gli pare una “tomba de’ vivi”: profondamente deluso, torna a Recanati. E se le porte della poetica sono per lui ormai chiuse, non gli rimane che investigare l’arido vero. Inizia così la stesura delle operette morali, con cui si propone, in una prosa ironica e deliziosa, di approfondire tutti i temi a lui più cari.

Nel 1825, arriva il primo lavoro con l’editore milanese Stella che gli fissa una retribuzione per una serie di lavori. Dieci scudi è il suo primo stipendio, ritenuto umiliante dal padre; a Giacomo non importa, quel che conta è essere ormai lontano da casa. Soggiorna prima a Milano e Bologna poi a Firenze e a Pisa dove, grazie alla mitezza del clima e una tregua dai mali, torna con sua grande sorpresa a scrivere poesia. Nasce “A Silvia” che apre la serie dei grandi idilli.

Questa stagione felice dura poco: nel 1829 la sua salute peggiora, il lavoro gli viene sospeso, è costretto a tornare con grande dolore a Recanati dove trascorre “sedici mesi di notte orribile”, vivendo da solo nel suo palazzo, consumandosi nella malinconia. Nell’aprile del 1830, accetta l’assegno mensile che gli amici di Firenze gli offrono. Lascia Recanati, questa volta per sempre.

E’ di nuovo rinascita, per Giacomo: liberato dai limiti ingombranti del suo io, si apre al mondo, partecipa ai dibattiti, si innamora di Fanny Targioni Tozzetti. La delusione che gli viene dal rifiuto di lei è comunque terreno fertile: inizia il ciclo di Aspasia. Una scrittura che sembra perdere colore nel lessico: la delusione lo porta ormai a credere che non serva illudersi, l’uomo deve guardare il vero in volto: la natura è male, e l’unico riparo- ci dirà ne “La Ginestra” – è la collaborazione civile tra umano e umano.

Conosce il giovane Antonio Ranieri e con lui stringerà un’amicizia fraterna indispensabile: vivranno insieme a Napoli dove la morte lo coglierà il 14 giugno 1837.

Pensiero e poetica

Il pensiero di Leopardi è incessante: lo testimoniano le annotazioni quasi febbrili dello Zibaldone. Pessimismo sì ma in divenire: in giovane età, Leopardi aveva creduto che l’infelicità dell’uomo fosse colpa solo sua, e del suo allontanarsi dalla natura. L’uomo nella storia è un uomo corrotto e decaduto per sua stessa scelta: sono molte, nello Zibaldone, le pagine che dedica a tale argomento: cos’è il peccato originale se non l’aver voluto conoscere il male? Ora che dunque l’uomo sa, è infelice. La natura, benevola natura, concede all’uomo la forza dell’immaginazione, dell’illusione per poter avere tregua, almeno nel pensiero.

Cresciuto, alle prese con le prime delusioni, il nostro Giacomo sembra aprire gli occhi: l’uomo non è che una parte del progetto naturale, il suo dolore è solo un accidente e la natura rimane indifferente, come una matrigna. Il pessimismo è divenuto da storico a universale. Negli Idilli, è ricorrente il tema delle illusioni, le uniche opportunità che ci sono date di poter essere se non felici, almeno non infelici. Ma le illusioni cadono: passata la giovinezza queste si dissolvono con lei e altro non ci rimane che un terribile dato di fatto: siamo infelici senza alcuna ragione, per un dato naturale e indifferente. Nel ciclo di Aspasia, Giacomo prende coraggio e sempre più decisamente guarda le cose come stanno. Celebre l’invito al suo cuore, sede metaforica delle illusioni: Posa per sempre. Assai Palpitasti.

Eppure, anche ora che tutto sembra caduto, tutto è franato, la forza vitale di Giacomo – grandissima e nascosta- accende un barlume: è la dignità fragile della ginestra, alter ego del poeta: contenta dei deserti, sorta sulla landa vesuviana, dovrà soccombere alla lava, prima o poi. Accetterà la sua fine, senza supplicare né credendosi immortale. E’ questa la dignità nuova, la scelta ultima del poeta della meraviglia – scelta di una forza inaspettata.

Serena Garofalo

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