Plinio il Vecchio e la Naturalis Historia in pillole

Plinio il Vecchio

Nel primo periodo dell’età imperiale è chiaro come una delle tendenze dal punto di vista letterario e culturale sia stata lo sforzo di sistemare in modo enciclopedico il sapere umano. Ognuno, diremmo noi oggi, voleva mettere per iscritto una propria “Wikipedia personale”. Tra tutte, l’opera che spicca maggiormente è la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio.

Il progetto dell’opera

L’autore era vicino a certe posizioni stoiche, anche perché l’idea dell’intero universo governato tutto da una mens divina ben si addice al progetto di enciclopedia, che proprio all’inizio tratta i moti astrali. Tuttavia, un rigido stoicismo non avrebbe permesso all’autore di trasmettere così tanto materiale; per tale ragione, nell’opera si parla di più di un generico eclettismo da parte di Plinio.

Il (pessimo) stile di Plinio

Dal punto di vista stilistico, Plinio è pessimo; alcuni critici tendono a considerarlo il peggior scrittore latino. Il suo stile poco classico è dovuto alla moda dell’epoca, che cerca di eliminare le ampie costruzioni ciceroniane; tuttavia, questa nuova tendenza asiana, che in Seneca vede la sua espressione massima, in Plinio rimane alquanto caotica e impersonale.

Lupi: notizie meravigliose!

Un esempio abbastanza famoso ed antologizzato è un passo del libro VIII dell’opera di Plinio, dedicato agli animali terrestri, in cui viene trattato nello specifico il lupo. Plinio, però, non dimostra di essere poi così tanto interessato all’animale in sè, ma agli aspetti fantastici che si diceva avesse. Il senso e il gusto per l’elemento stravagante superano la pretesa di verità dell’approccio che noi oggi chiameremmo scientifico:

Naturalis Historia [VIII, 80-84]:

«[80] Ma anche in Italia si crede che la vista dei lupi sia pericolosa e che la voce se ne vada temporaneamente all’uomo, che per primi guardano. L’Africa e l’Egitto li generano piccoli e inerti, la zona più fredda feroci ed aggressivi. Dobbiamo ritenere assolutamente essere falso che gli uomini si mutino in lupi e di nuovo essere restituiti a sé o accettare tutte le favole che abbiamo trovato in tanti secoli. Tuttavia però sarà spiegata come questa credenza sia tanto diffusa nel popolo, che ritiene i cambiapelle fra le maledizioni.

[81] Evante, non ignorato fra gli autori della Grecia, scrive che gli Arcadi tramandano che dalla stirpe di un certo Anto uno scelto a sorte dalla famiglia è condotto ad un certo stagno della sua regione e appeso l’abito a una quercia nuotare ed andare nei luoghi deserti e trasformarsi in lupo e unirsi con altri di tal genere per nove anni. In questo periodo se si sarà astenuto dall’uomo, tornare al medesimo stagno e, dopo che avrà nuotato, riprendere l’aspetto, avuto rispetto al primitivo con l’età aggiunta di nove anni. Si aggiunge anche questo, che riprende lo stesso abito.

[82] E’ strano dove arrivi la credulità greca. Nessuna falsità è tanto ingannevole, che manchi di una prova. Così chi scrisse le Olimpioniche, narra che Demeneto Parrasio durante un rito sacro, poiché gli Arcadi sacrificavano ancora vittime umane a Giove Liceo, mangiò le viscere di un fanciullo immolato e si mutò in lupo, che lo stesso restituito nel decimo anno si esercitò nel pugilato e risultò vincitore ad Olimpia.

[83] Inoltre il popolo crede che ci sia un potere amatorio nel piccolo pelo della coda di questo animale e che esso, quando è catturato, viene gettato e non ha potere se non strappato a quello quando è vivo. In tutto l’anno non più di dodici i giorni, in cui si accoppia. Che lo stesso nella fame si nutre di terra; tra i segni augurali, tagliata la strada dei viandanti a destra, se l’avrà fatto con la bocca piena, nessun presagio più favorevole.

[84] In questa specie ci sono quelli che sono chiamati cervieri, come quello dalla Gallia che abbiamo detto visto nel circo di Pompeo Magno. A questo sebbene sia sofferente per la fame, se si sarà girato, dicono che subentra la dimenticanza del cibo e allontanatosi cerca altro

Oltre a Plinio il Vecchio, anche Petronio, nel Satyricon, attraverso un personaggio, Nicerote, ex-schiavo, fa raccontare una novella, che ha per protagonista un lupo mannaro:

Satyricon di Petronio [61-62]:

«[61] E dopo che tutti si sono scambiati l’augurio di stare bene nell’anima e nel corpo, Trimalcione si gira verso Nicerote e gli fa: «Certo che una volta tu a tavola eri ben più allegro: non capisco perché ora te ne stai lì zitto e non fiati. Ma ti prego, se vuoi farmi contento, raccontami l’avventura che ti è capitata». E Nicerote, compiaciuto per il cortese invito dell’amico, esclama: «Possa io non guadagnare più il becco di un quattrino, se già non faccio salti di gioia a vederti tanto in forma. Viva dunque l’allegria, anche se ho paura che questi letterati mi ridano dietro. Vedano un po’ loro, io tanto la racconto lo stesso.

E poi cosa vuoi che mi tolga chi ride? È meglio far ridere che essere derisi». Dopo aver detto così, incomincia il suo racconto: «Quando ero ancora schiavo, abitavamo in Vico Stretto, dove oggi c’è la casa di Gavilla. Lì, dài che ti dài, attacco a farmela con la moglie di Terenzio, l’oste. Magari l’avete anche conosciuta, Melissa, la Tarentina, quel gran pezzo di donna. Io però non ci avevo messo gli occhi sopra perché era una maggiorata o per sbattermela, ma piuttosto perché aveva un cuore grande così. Qualunque cosa le chiedevo, lei me lo dava: se racimolava un soldo, la metà finiva a me. Quanto al sottoscritto, quello che avevo lo passavo nelle sue tasche e non ci ho mai preso delle fregature. Un giorno, mentre se ne stava in campagna, il suo ganzo tira le cuoia. Allora io, facendo il boia e l’impiccato, cerco con ogni mezzo di raggiungerla, perché – così si dice – gli amici li si vede nel bisogno.

[62] Il caso volle che il mio padrone se ne fosse andato a Capua a vendere il fior fiore del suo ciarpame. E così, cogliendo la palla al balzo, convinco un nostro ospite ad accompagnarmi fino al quinto miglio. Mica per altro: era un soldato e per giunta forte come un demonio. Alziamo le chiappe al primo canto del gallo e con una luna così chiara che sembrava di essere di giorno. Finimmo dentro un cimitero: il mio socio si avvicina a una lapide e si mette a pisciare, mentre io attacco a contare le lapidi fischiettando. A un certo punto, mi giro verso il tipo e vedo che si sta togliendo i vestiti di dosso e butta la sua roba sul ciglio della strada. A me mi va il cuore in gola e resto lì a fissarlo che per poco ci resto stecchito. Ed ecco che quello si mette a pisciare tutto intorno ai vestiti e di colpo si trasforma in lupo. Non pensate che stia scherzando: non mentirei nemmeno per tutto l’oro del mondo. Ma, come stavo dicendo, appena trasformato in lupo, attacca a ululare e poi si va a imboscare nella macchia. Sulle prime io non sapevo più nemmeno dov’ero: poi mi avvicino ai suoi vestiti per raccoglierli, ma quelli erano diventati di pietra. Chi più di me avrebbe dovuto morire dalla paura? Ciò nonostante sguaino la spada e, menando colpi alle ombre, tra uno scongiuro e l’altro, arrivo fino alla casa della mia amica. Entro che sembro un cadavere, senza più fiato, con il sudore che mi scorre tra le gambe e gli occhi spenti. Tanto che per riprendermi ci metto un bel po’.

La mia Melissa, stupita di vedermi in giro a quell’ora della notte, mi fa: “Se solo fossi arrivato un po’ prima, almeno ci avresti dato una mano: un lupo è entrato nel recinto e ci ha massacrato tutte le pecore come un macellaio. Comunque, anche se è riuscito a scappare, non ha da stare allegro, perché un nostro servo gli ha trapassato il collo con la lancia”. Dopo aver sentito questa storia, non riesco a chiudere occhio per tutta la notte, ma alle prime luci dell’alba me la filo a casa del nostro Gaio, nemmeno fossi un oste appena ripulito. E quando passo davanti al punto in cui i vestiti del mio compare erano diventati di pietra, ci trovo soltanto una pozza di sangue. Quando arrivo a casa, il soldato è lì sbracato sul letto come un bue, con al capezzale un medico impegnato a curargli il collo. Allora mi rendo conto che è un lupo mannaro e da quel giorno non ho più mangiato con lui manco un tozzo di pane, nemmeno a costo della vita. Liberi voi di pensare quello che volete, ma se vi racconto una frottola, mi stramaledicano i vostri numi tutelari».

Spiegazione del passo del Satyricon

Petronio è sempre alla ricerca dell’elemento più particolare, come si può vedere per l’attenzione per le fabulae milesiae e per la superstizione del popolo ignorante. Anche il tema del licantropo viene ricondotto a questa tematica: egli, infatti, è l’uomo che si tramuta in lupo e poi ritorna uomo; anche il togliersi i vestiti potrebbe essere interpretato come l’atto di spogliarsi degli aspetti civili e razionali.

Un altro aspetto centrale è il tema del liquido, come si può vedere nell’atto di urinare, anch’esso poco civile, che designa un ritorno al selvaggio, e il sangue che il licantropo versa e sparge. Importante caratteristica è, inoltre, la reversibilità, perché il licantropo è colui che muta la pelle (da uomo a lupo e poi uomo). Oltre a ciò tale figura potrebbe indicare anche la paura dell’altro che c’è in noi e può scatenarsi (tema della metamorfosi). 

In Petronio le vicende del lupo narrate sono riferite attraverso le parole del liberto che dice di averlo visto con i suoi stessi occhi. In realtà si tratta solo dell’ennesima superstizione popolare: il liberto infatti ha visto solamente un lupo normale, ma si è lasciato suggestionare dai racconti

Un’altra interpretazione possibile può essere incentrata sull’ambivalenza: essere lupo significa, in effetti, entrare ed uscire dalla conoscenza, ovvero razionalità ed istinto; quindi il licantropo è sia inteso come uomo (aspetto negativo), che diventa bestia, che come potere del lupo (aspetto positivo). Si allude al rovesciamento dei valori nell’epoca di Nerone (in cui gli uomini, compreso l’imperatore, non seguono più il lume della ragione).

Lorenzo Cardano

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