Nonno di Panopoli e le Dionisiache in pillole

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Nonno di Panopoli (5° secolo d.C.) è uno degli ultimi grandi autori della letteratura greca. Si fa portavoce di una sorta di “epica cristiana“: da una parte realizza una Parafrasi del Vangelo di Giovanni in stile epico, in esametri, dove si concentra sulle sofferenze di Cristo in croce; dall’altra scrive le Dionisiache, 14 libri che trattano le vicende mitologiche di Dioniso che, esattamente come Cristo, è colui che “nasce e risorge”.

Il pianto di Agave

Uno degli episodi più importanti delle Dionisiache è il Pianto di Agave (XLVI, vv.265-319), che prende ispirazione dal medesimo episodio nelle Baccanti di Euripide. Tuttavia, se il tragediografo è molto attento al rapporto tra razionalità e irrazionalità, Nonno, al contrario, predilige una descrizione più barocca ed eccessiva dell’incontrollabile sofferenza della donna. Ad essere, invece, una caratteristica in comune è la duplice natura di Dioniso, dio portatore di morte, ma anche evocato dalla stessa Agave come divinità protettrice.

[vv.265-281]: «Così disse Cadmo, e il vecchio Citerone

pianse a guisa di fonte, versando rivi di lacrime:

e le querce gemettero e fecero lamento le Ninfe

Naiadi. E Dioniso ebbe pietà della canuta chioma

e dei gemiti di Cadmo; e mescolate col riso

le lacrime del volto immune dal duolo, mutò l’animo di Agave

e di nuovo le diede il senno, affinché piangesse Penteo.

Ed ella, mutato l’animo e l’incredulo sguardo,

immota, senza voce, alcun tempo ristette, la madre:

e scorgendo del morto Penteo il capo,

si abbatté rotolandosi, la misera, e al suolo insozzando

le chiome si avvoltolava nell’effusa polvere.

E gettò via dal petto e il profondo seno scoperto;

e baciò gli occhi del figlio e le floride guance

e i riccioli belli del capo insanguinato

Ai versi 279, 280 e 281 è presente tutto il barocchismo di Nonno di Panopoli, già presente in altri autori della letteratura greca; un esempio può essere l’Epitafio di Adone (Appendix Bucolica X) del poeta Bione.

Come il canto del pastore diventa un genere letterario grazie a Teocrito, anche il canto per la morte di Adone diventa in questo caso un pezzo di capacità letteraria e poetica.

[vv.1-14]: «Piango Adone: “E’ morto il bello Adone”;

“E’ morto il bello Adone”, fanno eco gli Eroti al pianto.

In purpuree coltri, Cipride, più non dormire;

destati, misera, e il petto vestito di viola

percuoti, e di’ a tutti: “E’ morto il bello Adone”.

“Piango Adone”, fanno eco gli Eroti al pianto.

Giace il bello Adone sui monti, il fianco dal dente,

candido dal candido dente ferito, e Cipride

addolora, lieve spirando; e atro sangue gli stilla

per le nivee carni, sotto le ciglia gli occhi si spengono,

mentre la rosa fugge dalle labbra, sopra le quali

muore pur il bacio, che a Cipride mai sarà reso.

A Cipride il bacio piace anche di lui non più vivo,

ma non sa Adone che ella pur morto lo bacia.

“Piango Adone”, fanno eco gli Eroti al pianto.

Cruda ferita ha nel fianco Adone,

ma ferita più grande Citerea porta nel cuore.

Intorno al fanciullo i cani fedeli gemono,

e le Ninfe Oreadi piangono, ma Afrodite,

sciolte le chiome, per le balze va errando

piangente discinta scalza, e i rovi

nel suo andare la lacerano e il sacro sangue colgono.

E acutamente gridando per vaste convalli s’aggira,

l’assiro sposo invocando, chiamando il fanciullo

Il componimento ricorda molto i canti per la morte degli eroi; dal verso 10 in poi c’è un elegantissimo gioco cromatico (il pallore del viso, il rosso forte del sangue, il rosa delle labbra che richiama il bacio). La già citata somiglianza con la trenodia viene ripresa al verso 15.

Un altro elemento importante, al verso 17, è la ferita psicofisica dell’amore, che potrebbe richiamare la poesia erotica di Saffo. Tuttavia, se la poetessa di Lesbo celebra un modello di Afrodite “saggia” e composta, caratterizzata dal sorriso arcaico, qui però la dea ha un aspetto molto più umano e sofferente, come si può evincere dalle “folte chiome” del verso 20.

[vv.62-78]: «Così pianse Cipride, fanno eco al lamento gli Eroti,

E la Pafia tante lacrime versa, quanto sangue

versa Adone; e tutti a terra ne nascono fiori:

il sangue genera la rosa, le lacrime l’anemone.

Piango Adone: “E’ morto il bello Adone”.

Nelle selve quell’uomo non piangere più, o Cipride:

a Adone non s’addice un solingo letto di foglie;

abbia ora, o Citerea, il tuo letto il morto Adone:

anche morto è bello, è bello, morto, come dormisse.

Deponilo ora sulle morbide coltri, nelle quali dormiva,

nelle quali con te nella notte dormiva il sacro sonno;

nel letto tutto d’oro: esso ama Adone anche se bruttato.

Su lui getta ghirlande e fiori: tutti con lui;

come egli morì, anche i fiori tutti marciscono.

Cospargilo di siri unguenti, cospargilo di profumi;

periscano tutti i profumi: Adone è morto, il tuo profumo

Al verso 66 si riprende una parte del mito legata alla botanica: si diceva che questi fiori fossero nati alla morte di Adone; non a caso, la vegetazione è legata al culto stesso di Adone.

Il giovane bellissimo non è di orgine greca, ma mesopotamica; era legato ad un culto femminile orientale.
Il rituale della fase primaverile consisteva nel portare piccole piante che muoiono presto: esse alludono, infatti, alla prematura morte di Adone, costituendo un importante richiamo liturgico.

Ancora oggi è abitudine da parte di alcune donne calabresi e siciliane, all’avvicinarsi della Pasqua, seminare piantine con nastri rossi con statuine di Cristo (e non più di Adone, a causa del sincretismo tra cultura greca e religione cristiana).

Adone è, in questo senso, simile a Dioniso: entrambi sono dei del ciclo vita/morte.

Al verso 74 l’oro è un elemento rilevante: tutte le divinità sono spesso associate con l’oro, come si evince anche dalla descrizione di Afrodite che ne fa Saffo:

Inno ad Afrodite [vv.1-8]: «Afrodite eterna, in variopinto soglio,

Di Zeus fìglia, artefice d’inganni,

O Augusta, il cor deh tu mi serba spoglio,

Di noie e affanni.

E traggi or quà, se mai pietosa un giorno,

Tutto a’ miei prieghi il favor tuo donato,

Dal paterno venisti almo soggiorno,

Al cocchio aurato

Ritornando a Nonno di Panopoli, notiamo che scrive:

[vv.282-286;294-296]: «E gemendo forte tali voci mandò:

“O spietato Dioniso, insaziato della tua stirpe,

dammi ancor l’antico furore: questa saggezza di ora

è peggiore di ogni demenza. Ma tu ridammi

quella follia, perché ancora io chiami mio figlio una fiera.

[…]

Zeus giacque con Semele perché io piangessi Penteo!

Zeus padre generò Dioniso nella propria coscia,

per far pasto dell’intera progenie di Cadmo

Si riprendono elementi già centrali nel teatro euripideo: la sfiducia in un atteggiamento troppo razionale ed ottuso, e il contrasto con il principio della saggezza, che non è sapienza; in più, il richiamo alla particolare nascita di Dionisio, già presente nel Prologo delle Baccanti.

[vv.315-319]: «E con molto pianto, a te morto anzi tempo innalzerò

con le mie mani un tronco tumulo, nella terra chiudendo

il tuo corpo. E sulla tomba così scriverò:

“Io son, viandante, il cadavere di Penteo: di Agave il grembo

mi partorì materno, e la mano uccise suo figlio

Negli ultimi versi, con la solita retorica e gusto per il barocco, viene presentata la tipica locuzione al viadante dell’epigramma sepolcrale; un esempio molto celebre per tale tipo componimento è l’epigramma di Callimaco:

XXI. IL PADRE DI CALLIMACO:

«Chiunque tu sia che porti il piede presso la mia tomba, di Callimaco

di Cirene sappi che son figlio e genitore.

Li conoscerai ambedue: l’uno un tempo l’armi ella patria

condusse, l’altro cantò meglio dell’invidia

Questo chiamaramente rientra in una tendenza dell’epigrammistica del tardo ellenismo: l’idea del defunto che ferma il passante o la tomba che prende la parola e parla del poeta. Inoltre, si riprende il tema dell’invidia già presente nel Prologo degli Aitia. Questo tipo di componimento sarà di ispiranzione per poeti latini come Catullo per il componimento del Carme III, “La morte del passerotto”:

«Piangete, o Veneri e Amorini

e tutti voi uomini raffinati:

il passero della mia fanciulla è morto,

il passero, delizia della mia fanciulla,

che ella amava più dei suoi occhi.

Infatti era delizioso e conosceva la sua

padrona così bene come una fanciulla conosce sua madre,

e non si muoveva dal suo grembo,

ma saltellando ora qua ora lā

pigolava sempre rivolto alla sua sola padrona.

Ora egli va per quel cammino tenebroso

Da cui dicono che non torni nessuno.

Ma sia male a voi, malvagie tenebre

dell’Orco che divorate tutte le cose graziose;

mi avete portato via un passero cosė grazioso.

O disgrazia! O misero passerino!

Ora per causa tua i dolci occhi della mia fanciulla

sono rossi e un po’ gonfi per il pianto

Lorenzo Cardano

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