Tertulliano e l’Apologeticum in pillole

tertulliano-riassunto

Il rapporto tra cultura classica e religione cristiana non ha mai avuto un esito univoco: c’è chi, da una parte, cerca di tenere un atteggiamento di apertura verso il cristianesimo, come Felice; chi, dall’altra, come Tertulliano, risulta essere molto più chiuso.

Dopo aver compiuto buoni studi di retorica e diritto, proprio grazie a questi diventerà un “grande avvocato, difensore del cristianesimo“; nelle sue opere, infatti, non c’è solo l’entusiasmo tipico del neofita, ma anche un atteggiamento estremo, come si può vedere dal suo scritto più famoso: l’Apologeticum.

Apologeticum

In tale opera Tertulliano, con tono acceso e barocco, con vasto uso dell’iperbole, condanna il paganesimo attraverso una requisitoria che ha lo scopo di ribaltare le tradizionali accuse contro i cristiani: la religione politeista greco-romana è immorale, trasmette miti di incesti e fratricidi; per di più, sono i pagani che venerano l’imperatore, macchiandosi di empietà:

Apologeticum [2; 5-7, 12, 20]: «[5] Quando si tratta di noi, nulla di simile: eppure sarebbe altrettanto necessario strappare con la tortura la confessione delle false imputazioni; sarebbe necessario sapere dall’imputato di quante carni d’infanti avesse guastato, quanti incesti avesse perpetrato nell’ombra, quali cuochi e quali cani avessero assistito alle orgi infami. Insigne titolo di gloria per un governatore di provincia che potesse mettere la mano su un cristiano che si fosse nutrito delle carni di cento infanti!

[6] E invece noi abbiamo trovato che è stata perfino proibita l’inchiesta a nostra riguardo. Plinio il giovane, nel momento in cui governava una provincia, dopo avere condannato alcuni cristiani ed averne spinti altri fuori della loro professione di fede, messo in allarme dal loro strabocchevole numero, credette opportuno consultare Traiano, allora imperatore, sul modo di comportarsi in avvenire, confessando che, all’infuori della loro ostinata volontà di non partecipare a sacrifici, null’altro aveva potuto trovare di imputabile nella celebrazione dei loro misteri, se non che usavano adunarsi alle prime luci del giorno, per sciogliere inni a Cristo qual Dio e per astringersi in una disciplina che vietava formalmente l’omicidio, l’adulterio, la frode, la perfidia e qualsiasi altro atto delittuoso.

[7] E Traiano rispose che gente di tal natura non doveva essere ricercata, ma doveva però essere punita, qualora fosse stata deferita dalle autorità. […]

[12] Evidentemente voi non volete che noi scompariamo dalla vita, pur considerandoci incorreggibili scellerati. Persistete nel dire ad un omicida: nega, e condannate ad essere fatto a pezzi un sacrilego che persista nella sua confessione. Se non agite così di fronte a criminali palesi, vuol dire che ci giudicate del tutto innocenti, poiché solo pensando che ci giudichiate innocenti, si può comprendere che voi non vogliate farci persistere in una confessione, che, evidentemente, per una presupposta necessità, e non per senso di giustizia, voi ritenete condannabile.

[20] E di fatto, quando voi leggete sulla tavoletta l’imputazione, che cosa mai leggete? Cristiano! E allora, perché non lo imputate di omicidio, se il cristiano è per consegna omicida? Perché non lo dite pure incestuoso e non gli attribuite tutte le altre imputazioni, che voi sottintendete nel nome di cristiano? Sol per noi vi vergognate o vi ripugna di chiamare col loro nome le scelleratezze che ci attribuite? Se l’appellativo di cristiano non implica alcuna imputazione criminosa, è veramente il colmo della fatuità fare del solo nome una colpa.»

In questi pochi paragrafi si può vedere come Tertulliano usi con grandissima abilità la retorica classica: ai pagani manca la prova delle accuse contro i cristiani, che dovrebbe essere la base della condanna; i Romani, in questo modo, stanno tradendo lo ius che loro stessi hanno creato ed esportato.

De spectaculis

Tra le opere di carattere morale spicca il De spectaculis, riservato ai ludi teatrali visti come strumenti del demonio.

De spectaculis [30]: «Il Giudizio Universale.
E il Signore in quel giorno otterrà sicuro della sua vittoria, nella sua piena forza, in assoluto fulgore di trionfo: oh, quale lo spettacolo che ci attende! Quale, dunque, la felicità degli angeli del Signore? E la gloria e l’esultanza dei santi che risorgeranno? Quale il regno dei giusti? Quale ci apparirà la Gerusalemme del cielo? Ma quante altre visioni s’apriranno
davanti ai nostri occhi: oh, il giorno estremo di un giudizio irrevocabile: giorno, da tanta gente non atteso e non creduto; su cui si è scetticamente sorriso; che giorno sarà per te quanto, nel divampar dell’incendio, vedrai tramontare il lungo scorrere delle età, vedrai dileguarsi e sparire tanta onda di generazioni! Quale magnificenza di visione! che cosa potrò in essa guardare con ammirazione? e su che gettare il mio riso di scherno e di pietà? quale la ragione della mia gioia e della mia esultanza? Oh, quando vedrò tanti re che si facevano sicuri d’essere accolti nel cielo, ed invece li sentirò piangere e rammaricarsi nelle tenebre più fitte e profonde, con Giove stesso e tutti i suoi satelliti! e che dirò di quegli illustri che pure infieriscono con tanta crudeltà nel nome Cristiano, quando saranno straziati dalle fiamme che li consumeranno, ben più tremende di quelle colle quali essi una volta tormentavano ed uccidevano i Cristiani? Ed anche i filosofi si vedranno nel fuoco, coi loro seguaci; quei saggi che volevano convincere come nulla fosse in possesso e in dominio di Dio: essi proveranno la maggiore vergogna per avere affermato o che le anime non esistessero affatto o che, comunque, esse non avrebbero più mai riavuto il corpo entro il quale stettero una volta. Ed anche vi si troveranno i poeti, non più tremanti di fronte al tribunale di Radamanto o di Minosse, ma per il giudizio di Cristo a cui essi non credettero mai: bisognerà allora stare a sentire i grandi autori tragici… ed essi non canteranno più le sventure degli altri, ma bensì piangeranno le proprie calamità… e come gli istrioni salteranno e si moveranno più agilmente, che il fuoco avrà
loro sciolto le membra! Si vedrà allora chi una volta guidò la quadriga ad una ruota, in pieno ardore di fiamma, si vedranno non più gli atleti esercitarsi nelle loro scuole, ma nel tormento del fuoco. Ma io bensì neppure allora vorrò volgere su loro il mio sguardo; come quegli che desidero sopratutto fissare l’occhio insaziabile, piuttosto su coloro che contro il Signore incrudelirono tanto. È costui, lo dirò chiaramente loro, quel figliuolo di un fabbro, di un povero operaio che traeva la vita dal lavoro giornaliero, il distruttore del sabato, il Samaritano, quel che pareva avesse in sè una potenza strana ed avversa. Voi lo compraste da Giuda e fu lui che fu percosso con una canna e con schiaffi, fu lui a cui fu recato l’oltraggio maggiore d’essere avvilito dall’uomo; egli ebbe per bevanda fiele ed aceto. Questi è Colui che i discepoli cercarono di nascondere, perché apparisse come risorto un giorno, e che fu allontanato da chi era il padrone dell’orto, perché appunto le insalate che quivi crescevano non subissero danni, per il numero grande di coloro che
accorrevano in quel luogo. Dimmi ora; il pretore, il console, il questore, i sacerdoti, in tutta la loro splendida liberalità, che cosa ti potranno offrire, perché tu abbia la facoltà di godere di meraviglie di ogni specie? Tali cose, in certo modo, è la fede che l’anima e le presenta al nostro spirito, quasi in piena apparenza di realtà. E che dovrò dire poi di tutte le altre
immagini che non cadono sotto i nostri occhi, non colpiscono i nostri orecchi, né sono mai giunte fino all’intima mente dell’uomo? Penso che debbano colpire ben più profondamente l’anima nostra che non il circo, ed ogni altro recinto dedicato a rappresentazioni varie e molteplici.
»

Di fronte agli spettacoli pagani, considerati immorali, Tertulliano contrappone lo “spettacolo”, o meglio, la “visione” del giudizio universale: tremenda sarà la punizione di filosofi, poeti, attori, atleti pagani e i persecutori dei cristiani, che saranno costretti ad ardere nel fuoco eterno.

Tale tema si ricollega all’idea del potere corruttore della folla di Seneca:

Epistole a Lucilio [7;1-5]: «Mi chiedi cosa soprattutto dovresti evitare? La folla. Non ti affiderai ancora tranquillamente ad essa. Io cer tamente ammetterò la mia debolezza: quando rientro in casa non sono mai lo stesso che ne è uscito. Si scom pone in parte l’equilibrio che avevo già raggiunto; ritorna qualcuno dei vizi che avevo messo in fuga. Ciò che capita agli ammalati, che una lunga infermità li riduce al punto che non possono mai uscire senza risentirne, questo avviene a noi, i cui animi si stanno riprendendo in seguito ad una lunga malattia.

La frequentazione di molte persone è dannosa: ognuno ci suggerisce un vizio o ce lo trasmette o ce lo attacca senza che ce ne accorgiamo. In ogni caso, quanto è maggiore la folla cui ci mescoliamo, tanto più c’è pericolo. Ma non c’è nulla tanto dannoso ai buoni costumi quanto l’abbandonarsi a qualche spettacolo: infatti allora i vizi si insinuano più fa cilmente attraverso il piacere. Cosa pensi che io intenda dire? Ritorno più avido, più ambizioso, più cor rotto, anzi più crudele ed inumano, perché sono stato tra gli uomini. Per caso sono capitato nello spetta colo di mezzogiorno: mi aspettavo scene scherzose e battute di spirito e un po’ di distensione con cui gli oc chi si riposassero dallo spettacolo del sangue umano.

È tutto l’opposto: tutti i combattimenti precedenti erano atti di compassione, ora, lasciando da parte gli scherzi, sono semplici omicidi. Non hanno nulla con cui proteggersi: esposti ai colpi con tutto il corpo non colpiscono mai a vuoto. La maggior parte della gente prefe ri sce questo alle solite coppie di gladiatori e a quelle richieste. Perché non dovrebbero preferirli? La spada non è trattenuta dall’elmo né dallo scudo. A che le difese? A che l’abilità? Tutto ciò ritarda la morte. Al mat tino gli uomini sono esposti ai leoni e agli orsi, a mezzogiorno ai loro spettatori. Ordinano che chi ha ucciso sia esposto a chi lo ucciderà e tengono in serbo il vincitore per un’altra strage; la conclusione per i combattenti è la morte: si procede col ferro e il fuoco. Questo avviene mentre lo spettacolo nell’arena è sospeso. “Ma uno ha commesso una rapina, ha ucciso un uomo”.

E allora? Per il fatto che ha ucciso, egli ha meritato di subire questo; tu, infelice, cosa hai meritato per stare a guardare questo spettacolo? “Ammazza, frusta, brucia! Perché ha tanta paura a gettarsi sulla spada? Perché ammazza con poco coraggio? Perché ha poca voglia di morire? Lo si frusti per spingerlo a colpire, ricevano colpi reciproci col petto scoperto e indifeso”. Lo spettacolo è sospeso. “Intanto si sgozzi qualcuno, per non stare a far niente”. Via, non capite nemmeno que sto, che i cattivi esempi si ritorcono contro chi li dà? Ringraziate gli dèi, che date lezioni di crudeltà a chi non può impararla.» (dalla traduzione di Citti)

Il tema delle torbide energie della folla si intreccia con la polemica verso la funzione diseducativa dei ludi; Seneca li denigra, poiché lo spettacolo può portare a passioni incontrollabili. Un uomo di potere dovrebbe regolare questi spettacoli dove un uomo è costretto ad uccidere un suo simile.

In un passo delle Confessioni di Agostino c’è un’analoga considerazione della forza corrutrice delle folle:

Confessioni [VI, 8]: «Senza per questo abbandonare, è vero, la via del mondo, di cui i genitori gli avevano magnificato l’incanto, mi aveva preceduto a Roma per studiare diritto, e là in circostanze incredibili fu ripreso da un’ incredibile passione per gli spettacoli gladiatori. Lui rifiutava di andarci e li aveva in odio, quando un giorno incontrò dei suoi amici e condiscepoli, forse di ritorno da un pranzo, e quelli, nonostante le sue vigorose proteste e i tentativi di resistere a quella cameratesca violenza, lo trascinarono in teatro: erano giorni di giochi crudeli, mortali.

Diceva: “Sì, trascinate pure il mio corpo e mettetelo lì: potete forse rivolger la mia mente e gli occhi a quegli spettacoli? Ci sarò senza esserci, l’avrò vinta su di voi e di quelli”. Non per questo rinunciarono a tirarselo dietro, forse desiderosi di metterlo alla prova. Una volta arrivati si sistemarono nei posti che riuscirono a trovare: ovunque imperversava già il piacere della ferocia. Serrò le porte degli occhi e proibì all’anima di uscire in mezzo a tanto male. Magari si fosse turato anche le orecchie! A un certo punto del combattimento, l’immane boato della folla ruppe le sue difese: vinto dalla curiosità e come fosse stato pronto, qualunque cosa fosse accaduta, a disdegnare quello spettacolo e ad averne ragione, aprì gli occhi. E soffrì nell’anima una ferita più grave di quella inferta al corpo del gladiatore che aveva voluto vedere; e cadde, più infelice di lui che con la sua caduta aveva scatenato quell’urlo. Il quale gli era penetrato per le orecchie e gli spalancò gli occhi, per aprire un varco al colpo che avrebbe ferito e abbattuto quell’animo ancora più temerario che forte, e tanto più debole quanto più s’era fidato di sé, quando la fiducia doveva riporla in te.

Veduto che ebbe quel sangue, già ne aveva bevuta la ferocia e non se ne distolse: tenne lo sguardo fisso e assorbiva il furore e non sapeva, e prendeva gusto a quel combattimento atroce e s’ubriacava di un piacere crudele. E già non era più quello che era stato entrando, ma uno della folla alla quale s’era unito, vero complice di quelli che l’avevano prima trascinato. Che altro dire? Guardò, gridò, prese fuoco e si portò via con sé quella pazzia che lo avrebbe pungolato a tornarci con quelli che prima lo avevano trascinato, anzi di più, davanti a loro, trascinandone altri a sua volta. E tuttavia lo hai strappato di là con tutta la forza e la tenerezza della tua mano, e gli hai insegnato a non avere fiducia in sé, ma in te: questo però molto più tardi.»

Alipio, amico e discepolo di Agostino, si lascia trascinare dai giochi del Circo, perché crede di non farsi coinvolgere troppo emotivamente; al contrario, diventa appassionato di questi giochi.

Lorenzo Cardano

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