Menandro e la commedia nuova in pillole

menandro e la commedia nuova riassunto

La commedia di Menandro è segno di un’epoca nuova, di un modo di fare teatro estremamente originale rispetto al passato. La linea di confine tra il passato e il tempo di Menandro è stata segnata dalle conquiste di Alessandro Magno, la cui morte ha dato origine allo scontro di potenti stati nazionali. Ciò ha portato anche ad uno sconvolgimento politico di cui è segno evidente la decadenza della πόλις, che deve ormai dare spazio ad un mondo molto più cosmopolita.

Ecco a voi, quindi, un riassunto sulla vita di Menandro e la sua poetica teatrale, con riferimento ai nuovi valori emersi in questo contesto storico.

Nuovi valori 

A questo cambiamento sociale e politico ne corrisponde un altro altrettanto importante: quello dei valori. C’è un intenso senso di disorientamento dovuto allo stato continuo di guerra e alla progressiva scomparsa dei valori del periodo classico, associati alla πόλις. Se, dunque, per il periodo classico l’esposizione pubblica del cittadino e la sua partecipazione politica erano fondamentali per l’affermazione sociale, in questo periodo, invece, si dà più spazio all’aspetto privato. Da ciò è facile comprendere come assumano sempre più centralità i temi degli affetti personali e della famiglia

Si viene a formare quindi un valore nuovo: la ϕιλανϑρωπία, ovvero la consapevolezza che tutti gli uomini, per quanto diversi dal punto di vista sociale e geografico, appartengano tutti ad un’unica specie comune e, in quanto tali, abbiano una pari dignità. 

Ma chi è Menandro?

Menandro è un ateniese nato nell’anno 342/1 a.C. Appartiene ad una famiglia ricca e nobile. Frequenta le scuole e gli ambienti dei filosofi: è allievo di Teofrasto e compagno d’efebia di Epicuro. Inoltre, è legato da un’amicizia con Demetrio Falereo, filosofo e uomo politico. Tuttavia, Menandro non appare aver partecipato alla vita pubblica di Atene. Effettivamente, i grandi rivolgimenti politici dell’epoca trovano sporadiche risonanze nella sua opera. Successivamente, invitato dal re Tolomeo Soter a trasferirsi presso la corte di Alessandria, preferisce rimanere nella sua Atene. Qui la morte lo coglie appena cinquantenne, nel 291, mentre nuotava nel Pireo. 

Menandro crea un teatro che è, allo stesso tempo, specchio dell’angoscia del suo tempo, ma anche motivo di evasione per il pubblico, costituito dai suoi contemporanei. Accade così che i personaggi di Menandro non vivano la stessa esistenza del suo pubblico, ma quella che quest’ultimo vorrebbe vivere. Per questo motivo il teatro di Menandro è, appunto, definito come un’utopia comica: l’utopia è infatti una critica rivolta verso il presente, che rivela insieme la consapevolezza dell’impossibilità di poter cambiare il presente da cima a fondo. 

Il messaggio, lo stile e la fortuna di Menandro – riassunto

Molti hanno notato come Menandro non sia un filosofo in senso stretto: il suo teatro, infatti, più che la volontà di indottrinare il pubblico (si pensi, per esempio, per contrasto, alle tragedie di Seneca), ha come scopo l’intrattenimento. Nonostante ciò, è possibile comunque individuare a grandi linee un messaggio esistenziale: sebbene la difficoltà di vivere dei contemporanei è sintomo di sostanziale pessimismo, nelle opere di Menandro questa visione negativa viene a scontrarsi con un’ottimistica fiducia nella fondamentale bontà della natura umana. Il rimedio per sanare il male della società, e per annullare gli squilibri e le ingiustizie che questa tollera e produce, si trova nella solidarietà tra uomini, nella comprensione della loro comune natura (ϕιλανϑρωπία). 

La lingua di Menandro si colloca preferibilmente a un livello medio, lontano dalla possente invettiva verbale che era stata caratteristica di Aristofane e della Commedia Antica. Quello di Menandro è uno stile piano, si direbbe colloquiale; si sforza di riprodurre sulla scena la lingua del pubblico, che è un pubblico cittadino e ben educato

La fortuna postuma di Menandro è testimoniata dal reimpiego delle sue opere da parte dei comici latini. Il primo è Plauto: riprende l’amore per l’intreccio e i colpi di scena; fa del servo il protagonista incontrastato delle sue trame, l’alter ego di se stesso. Successivamente, anche Terenzio prende Menandro come esempio sia per l’uso di un linguaggio semplice e prosastico, che per l’approfondimento psicologico e la sensibilità umana dei personaggi. 

Il bisbetico (Δύσκολος), una delle opere più importanti di Menandro

Se volessimo fare un riassunto della poetica di Menandro, bisognerebbe prendere in considerazione la più famosa delle sue opere, Il bisbetico. Questa presenta come personaggio principale il misantropo Cnemone, che si ritira in campagna con la figlia. Eppure, l’elegante cittadino Sostrato la chiede in moglie. Il padre, tuttavia, decide di prenderlo a sassate; in questo caso, però, è la Τύχη che interviene, e vuole che Cnemone cada nel pozzo nel tentativo di recuperare gli utensili. In questo frangente viene salvato, e da ciò si convince che non tutti gli uomini siano malvagi. Questo, appunto, è il primo messaggio di Menandro in un’epoca in cui c’è bisogno di aiutarsi reciprocamente. 

Uno degli episodi più interessanti di questa commedia è, sicuramente, il monologo di Sostrato, una volta caduto nel pozzo. La disavventura di Cnemone viene soltanto riferita, e non portata in scena, poiché, per consuetudine, le scene più forti non venivano portate di fronte alla vista degli spettatori.

[vv.666-669] «Uomini, per Demetra, per Asclepio, per gli dei, mai nella vita ho visto una persona affogare in modo più opportuno, o quasi».

L’esordio ricorda quello delle Nuvole di Aristofane (vv. 627 e seguenti): gli dei vengono indicati come testimoni ideali di quanto è accaduto. La scelta del rifermento Nuvole non è casuale: Aristofane, infatti, esattamente come Menandro in questo passo, deride la presunzione dei sapienti. Nelle Nuvole ad essere deriso l’atto greco dello σκοπεῖν, ovvero del ricercare (in senso filosofico) delle risposte ultime ed assolute (che in realtà non esistono); forte è dunque l’attacco nei confronti degli intellettuali del tempo, primo fra tutti Socrate, rappresentato ondeggiante su un canestro, che dice:

[vv.229-230] «Certo, io non potevo mai scoprire esattamente i fenomeni celesti, se non avessi sospeso l’intelletto e mescolato il sottile pensiero con l’aere affine. Se, standomene a terra, io avessi contemplato dal basso le cose celesti, non avrei mai trovato nulla: perché la terra, con la sua forza, attira a se stessa l’umore del pensiero. Capita proprio lo stesso anche al crescione».

In questo passo, per esempio, è possibile vedere come Aristofane abbia messo in parodia due scuole di pensiero filosofiche molto importanti: la prima è la dottrina dualistica, tipica dell’orfismo e del pitagorismo, per la quale l’anima diventa sempre più pronta alla conoscenza quando si stacca dalla materia corporea (durante il sonno o la meditazione profonda); la seconda è l’idea di Assagora dell’affinità tra la mente e l’aria, entrambe fatte di materia sottile e volatile.

[vv.247-248] «Su quali dei vuoi giurare? In primo luogo, gli dei sono per noi moneta fuori corso».

Sempre per bocca di Socrate, viene qui parodiato un rito iniziatico: si era infatti diffusa ad Atene la tendenza di certi preti girovaghi di religioni orientali che praticavano questo tipo di cerimonie. Il riferimento specifico è al rito detto θρονισμός, praticato dai Coribanti.

Anche Menandro è un attento osservatore delle tendenze della propria epoca, e nelle sue opere cerca sempre di offrire, direttamente o indirettamente, messaggi. Il monologo di Cnemone, successivo al racconto di Sostrato, segna la sua apertura all’esistenza, accettando anche che i rappresentanti della generazione più giovane (la figlia, Sostrato e Gorgia) possano accedere alla felicità che egli stesso si è negato. Inoltre, è proprio in questo punto che viene messo in ridicolo il concetto dell’autosufficienza, tipico della dottrina filosofica dei cinici:

[vv.713-176] «Nessuno mi farà cambiare idea, e su questo mi darete ragione anche voi. L’unico errore è forse stato quello di credermi il solo autosufficiente, di non avere bisogno di nessuno. Ora che ho visto da vicino la morte, rapida, imprevedibile, ho capito che sbagliavo».

Si può vedere, quindi, come la commedia, sia in Aristofane, ma anche in Menandro, sia molto attenta alle questioni di forte attualità: l’estremismo filosofico di alcune correnti, la paideia sofistica, la guerra, la demagogia… Questo aspetto è uno dei valori primari della commedia che Menandro non può non portarsi dietro dall’eredità di Aristofane.

La sessualità e la donna

E’ interessante notare il modo in cui viene prensentato l’innamorato (come la figura di Carisio ne L’Arbitrato): un individuo insicuro, titubante, per il quale l’amore si manifesta come maliconico e sottile tormento. La donna, inoltre, presenta anche lei un’estrema delicatezza, ai limiti del puritanesimo, nell’esprimere i suoi sentimenti. Non c’è sicuramente il lessico basso o un modo sfacciato e disinibito di rappresentare le tematiche sessuali che si può trovare in alcuni passaggi della commedia di Aristofane:

Acarnesi [v.107] Diceopoli: «Che dice? Che i Greci possono aprire il culo, se aspettano l’oro dei barbari.»

Nuvole [1082-1084] Discorso Giusto: «E se poi, per averti dato retta, gl’infilano un ravanello nel di dietro e lo depilano con la lisciva calda? Con quale argomento proverà che non è un culo aperto?»

Donne e uomini non sono più così tanto diversi (sempre secondo il principio della ϕιλανϑρωπία, di cui si è già parlato). Ad influenzare il pensiero menandreo secondo cui donne e uomini, in fondo, non è che siano poi così tanto diversi, è sicuramente il modello tragico di Euripide. Un esempio può essere visto nell’opera Alcesti, in cui l’omonima protagonista con coraggio si offre di morire al posto del marito egoista Admeto, dimostrando come il valore del coraggio non debba corrispondere ad un genere specifico. Admeto è un personaggio mediocre, un personaggio comune e non il nobile principe di cui parla spesso il mito. Questa sua mediocrità si vede ancora di più nel dialogo con il padre Ferete:

[vv.698-703] Ferete: «E proprio tu, infame, mi parli di viltà, tu che ti sei mostrato inferiore ad una donna! Lei è morta per te, per quel bel giovane che sei! Hai trovato un modo davvero intelligente per non morire mai: basta che di volta in volta tu convinca la moglie del momento a sacrificarsi per te. E poi copri di insulti i tuoi cari, perché non sono disposti a morire per te, mentre tu stesso ti comporti da vile? Taci e ricordati che tutti amano la vita quanto la ami tu!»

Le parole di Ferete sono ferocemente sarcastiche, però mettono ben in evidenza la caduta di valori epici come l’idea del sacrificio e la “bella morte”, dando spazio ad un nuovo personaggio femminile che dimostra più ἀνδρεία degli uomini di cui è circondata.

Sicuramente, nel teatro di Menandro, una figura, paragonabile ad Alcesti per il grande coraggio e il forte senso di lealtà, può essere individuata in Abrotono. Questo personaggio, appartenente alla commedia L’arbitrato, è un’etera, e questo le ha dato modo di acquisire la capacità di stare al mondo e destreggiarsi nelle più svariate situazioni. Tuttavia, la sua professione non le ha fatto perdere il senso di giustizia e l’onestà.

[vv.324-333] Abrotono: «Non posso, prima di sapere con certezza chi è il responsabile. Non vorrei dare senza necessità indizi alle donne; chissà se l’anello non l’ha preso un altro che magari l’aveva avuto in pegno, da lui. Può darsi che l’abbia giocato ai dadi, o messo in palio e perduto una scommessa. Nei banchetti fatti come questi ne capitano a migliaia. Prima di sapere chi è stato non voglio cercarla, né dire niente

In questo passaggio dell’Atto III, della commedia si parla di un anello che fa parte del corredo del piccolo bambino abbandonato. Si vuole, dunque, capire e mettere in giro la voce di chi sia il padre di questo infante. Di fronte a questo mistero, c’è chi, come il servo Onesimo, con meschinità ed egoismo, pensa a mettere in giro notizie non ancora certe, guidato soltanto dal proprio interesse personale, e chi, invece, come Abrotono, cerca invece di mantenere una condotta equilibrata e razionale.

Lorenzo Cardano

Da sempre innamorato degli infiniti modi che l'essere umano ha di esprimere se stesso, il suo entusiasmo e il suo tormento; per questo ho scelto di fare della letteratura la mia strada.

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