“Vita mortale e immortale della bambina di Milano” e di Domenico Starnone di Napoli

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Con i Postumi Letterari abbiamo inaugurato il 2022 con la lettura dell’ultimo libro di Domenico Starnone, uno degli autori più apprezzati nel panorama editoriale italiano. Il titolo del libro è lungo, evocativo e non semplicissimo da ricordare: Vita mortale e immortale della bambina di Milano. Eppure chi l’ha letto sa che dietro queste parole c’è il cuore del romanzo.

Come per Possiamo salvare il mondo prima di cena, anche in questo caso ho scelto un autore che conoscevo e apprezzavo. Il primo libro che ho letto di Starnone è stato Lacci che mi ha colpita per il modo realistico con cui venivano raccontati i rapporti umani, specialmente quelli familiari. Da qui è nata la curiosità per questo nuovo titolo che non ha per niente deluso le mie aspettative. Anche se ci ho messo un po’ di tempo a leggerlo (nonostante abbia poco più di 130 pagine), devo dire che l’ho trovato interessante e pieno di spunti di riflessione magari non originali, ma trattati con sensibilità e intelligenza.

Volete sapere qual è la metafora alcolica che descrive al meglio il libro? La Falanghina. Qui siamo davanti a un’eccellenza del territorio campano. Non è possibile perdersi un assaggio di quel vino esattamente come non si può perdere la lettura di questo libro.

La trama di Vita mortale e immortale della bambina di Milano

La storia raccontata da Starnone è piuttosto semplice. Inizia in un quartiere di Napoli quando a 9 anni Mimì (probabile soprannome di Domenico) vede per la prima volta una bambina danzare sul balcone di fronte casa sua. La sua grazia e il suo modo di parlare in italiano lo colpiscono al punto da innamorarsene a prima vista. Da quel momento, Mimì non fa altro che sognare di conquistare l’amore della bambina e si ripromette di salvarla anche dopo la sua morte, proprio come provò a fare Orfeo con Euridice (anche se Mimì punta a non girarsi fino all’ultimo). Mimì è, infatti, un po’ ossessionato dall’idea della morte. Sarà che la persona a lui più vicina durante l’infanzia è la nonna che ha perso il marito dopo solo due anni di matrimonio e che gli parla della fossa dei morti, il luogo dove tutti i defunti si radunano.

Dopo un periodo relativamente sereno passato tra i giochi con l’amico Lello e i tentativi di entrare in contatto con la milanese (questo è il modo in cui lui chiama la ragazza, convinto che il suo italiano perfetto sia frutto della provenienza nordica), l’infanzia di Mimì sarà segnata da un evento traumatico a cui riuscirà a dare un senso solo una volta diventato un giovane studente universitario di Lettere antiche.

L’ossessione per la morte

La morte è tra le protagoniste del romanzo. La sua idea accompagna tutte le pagine del libro esattamente come accompagna la nostra vita di tutti i giorni.

La storia di Mimì non ha nulla di particolare: la sua è un’infanzia come tante altre ce ne potrebbero essere proprio perché l’intento non è quello di raccontare una storia speciale, ma un’esperienza comune a tanti esseri umani. E non c’è esperienza più comune del sentirsi invasi dalla pienezza della vita e poi perdere quella forza a seguito di una situazione spiacevole. A quel punto, non resta altro da fare che andare a ricercare quell’entusiasmo e quella vitalità in mezzo alle cose che capitano, convivendo con il senso di nostalgia e il dolore per ciò che si è perso.

La milanese per Mimì è il primo amore. Non esistono emozioni più pure di quelle che si provano da bambini. Sono ingenue, elementari e questo le rende fortissime. La scomparsa della milanese dalla sua vita segna la fine dell’infanzia, di quello stato di assoluta meraviglia nei confronti dell’esistenza. Per Mimì diventa molto più difficile fare (e capire) ciò che vuole e si lascia andare a ciò che capita, ma inconsciamente non rinuncia del tutto a quella scintilla che lo aveva animato da bambino.

La morte si palesa non solo per ciò che è, ma anche come mancanza di fuoco vitale. È uno spettro sempre presente nella vita di Mimì, inquietante, silenzioso, ma anche rivelatore. È grazie alla sua presenza che il bambino, prima, e il ragazzo, dopo, alimenta la sua fantasia e scopre le sue passioni.

D’altra parte, la vita richiede di fare i conti con la morte. Può essere accettata, temuta, odiata, invocata, poco importa: è parte della nostra quotidianità. C’è un momento in cui ne prendiamo consapevolezza e da lì nulla sarà più come prima. Starnone ci racconta di quel momento e lo fa in modo semplice, diretto, realistico e soprattutto forte. Il suo messaggio investe il lettore o la lettrice in maniera chiara e inequivocabile.

Fuggire la morte attraverso il mito

La storia della milanese è avvolta in quell’aura tipica dei racconti mitici. D’altra parte, appartiene al mondo dell’infanzia che è di per sé un’età primordiale, circondata da una sorta di magia al di là del tempo.

Starnone non rievoca atmosfere mitiche a caso. Il romanzo ha una chiave di lettura metaletteraria visto che la scrittura viene presentata come uno degli strumenti indispensabili per fuggire la morte. Non c’è nulla di originale in questo. Da secoli la poesia ci testimonia che l’abilità di un/a poeta nel tradurre in versi la propria esperienza biografica può renderlo/a immortale. Lì dove la vita finisce, arriva l’arte con la sua capacità di fissare l’attimo in una forma esteticamente convincente tanto da durare potenzialmente fino alla fine dei tempi. Questa forma è in grado di riprodurre a pieno le emozioni che l’hanno ispirata? Starnone ci dà la sua risposta.

“[…] lo feci con passione senza pretese, sapendo ormai che quel poco di veramente vivo che facciamo vivendo resta fuori dalla scrittura […]”

Domenico Starnone “Vita mortale e immortale della bambina di Milano” (pag. 142)

I limiti della letteratura (e del mito) non sono palesati, ma si trovano leggendo tra le righe. Essi riguardano soprattutto la tendenza ad allontanarsi dal reale per trasfigurarlo e dargli un senso più profondo. Il che risulta ancora più interessante pensando che Starnone come autore fa l’esatto contrario. La sua storia parla di mitizzazione, ma non è affatto mitica. Anzi, come ho ripetuto più volte, è quanto di più semplice ci possa essere.

Il romanzo è scritto in prima persona da un Mimì ormai vecchio che finalmente riesce a tradurre in parole quanto vissuto con la bambina milanese e con sua nonna. È una riflessione sulla morte e sulla scrittura ed è inevitabile domandarsi se dietro a questo personaggio non si celi proprio l’autore.

I personaggi e i loro rapporti

Starnone conferma le sue abilità nel raccontare gli esseri umani e i loro rapporti. Se è vero che conosciamo bene solo il protagonista mentre tutti gli altri personaggi vengono filtrati dalla sua visione, è anche vero che essi sono credibili e utili a delineare il tema della storia.

La figura della nonna ce lo dice chiaramente. Da una parte abbiamo una donna ormai vecchia quasi analfabeta trattata alla stregua di una cameriera che si anima nel momento in cui finalmente le viene data attenzione. Una delle scene più belle del romanzo è quando la nonna racconta dei baci con suo marito e il nipote si rende conto che dietro alla parlantina di lei ci sono tante altre donne rimaste fino ad allora inascoltate. È una rappresentazione molto realistica di tante figure femminili popolari che rimangono ignorate dalla vita e dalla storia. Ma la nonna non è solo questo. È anche il personaggio che parla della morte e che fisicamente incarna il passaggio del tempo.

Nina e Lello, la fidanzata e l’amico d’infanzia di Mimì, invece, rappresentano quella parte di umanità che vede la morte (lavorano in un cimitero), ma non si lasciano troppo toccare da essa e riescono a condurre delle vite piene e serene, nonostante la presenza di questo spettro.

Lo schema dei personaggi delineato da Starnone funziona ed è interessante osservare le dinamiche relazionali che possono sembrare scontate in alcuni momenti, ma sono costruite secondo una logica circolare e significativa per la narrazione.

Il rapporto tra il dialetto e l’italiano

Lo stile di Starnone è molti incisivo nella sua semplicità.

Dalle prime pagine del libro viene immediatamente fuori il rapporto tra italiano e dialetto. Il napoletano è la lingua madre usata per parlare in famiglia e con gli amici d’infanzia. La scuola porta Mimì a conoscere l’italiano, un idioma a cui viene da subito associata un’idea positiva di emancipazione sociale ed elevazione culturale. L’italiano è la lingua che parla la milanese ed è perciò perfetto, proprio come la bambina. Il dialetto diventa il linguaggio della violenza, della povertà, dell’espressione cruda oppure l’oggetto d’indagine universitaria per andare a ritrovare le origini nazionali.

Tutta la riflessione linguistica di Starnone mi ha ricordato immediatamente i libri di Elena Ferrante, in particolare L’amica geniale e La vita bugiarda degli adulti. I primi capitoli mi hanno ricordato le pubblicazioni dell’autrice misteriosa tanto che la mia mente ha iniziato a viaggiare. Mi sono ricordata di quelle voci che parlano di Starnone come il marito di Ferrante o dicono che sia lui stesso Ferrante. Ebbene, leggendo Vita mortale e immortale della bambina di Milano ho capito perché si è arrivati a pensare una cosa del genere. L’ambientazione napoletana potrebbe suggestionare molto, ma è anche vero che ci sono dei temi (quello linguistico, ma anche l’insistenza sulla bruttezza di alcuni personaggi o lo scontro tra classi sociali diverse) che ritornano tra i due. Chissà cosa c’è dietro…

Chi dovrebbe leggere Vita mortale e immortale della bambina di Milano

Il romanzo di Starnone è breve e questo lo rende sicuramente adatto a essere letto da un gran numero di persone anche quando si è particolarmente impegnati. La sua scrittura è immediata e facile da comprendere. Tuttavia, la storia nella sua semplicità potrebbe non essere accattivante e risultare priva di spessore. Bisogna rifletterci un po’ su e lasciare che ogni pagina ci racconti quel che ha da dire. Serve, quindi, un pubblico disposto ad ascoltare e che abbia la forza di affrontare argomenti delicati come quello della morte.

Audio recensione

Il prossimo libro dei Postumi Letterari

Per il prossimo mese leggeremo La verità su tutto di Vanni Santoni. Si tratta di una delle proposte per il Premio Strega 2022 che mi ha maggiormente incuriosita. Per la lettura abbiamo tempo fino al 15 marzo, data nella quale uscirà la nostra recensione del libro e saprete il titolo del prossimo libro da leggere.

Se lo leggete con noi e avete voglia di parlarne insieme in una live, non dovete fare altro che scriverci all’indirizzo e-mail bookclubculturamente@gmail.com oppure su uno dei nostri canali social (Facebook e Instagram). La organizzeremo insieme dopo il 15.

Federica Crisci

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Sono laureata Lettere Moderne perché amo la letteratura e la sua capacità di parlare all'essere umano. Sono una docente di scuole superiori e una SEO Copy Writer. Amo raccontare storie e per questo mi piace cimentarmi nella scrittura. Frequento corsi di teatro perché mi piace esplorare le emozioni e provare a comprendere nuovi punti di vista. Mi piace molto il cinema, le serie tv, mangiare in buona compagnia e tante altre cose. Passerei volentieri la vita viaggiando in compagnia di un terranova.

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