Apollonio Rodio e le Argonautiche in pillole

I Grandi classici Greci e Latini: Apollonio Rodio e le Argonautiche

Chi era Apollonio Rodio?

Il soprannome di “Rodio” venne attribuito ad Apollonio dall’isola in cui trascorse l’ultima parte della sua vita. Tuttavia, egli era nato in Egitto, Alessandria, o, secondo altre fonti, a Naucrati. Dovette affermarsi in età ancora giovane, venne designato dal Filadelfo sia alla direzione della Biblioteca, sia come precettore del futuro Evergete. Quando l’Evergete salì al trono, Eratostene sostituì Apollonio: non si può escludere che l’antipatia di Callimaco verso Apollonio avesse giocato un ruolo fondamentale, vista la sua amicizia con il nuovo re. Apollonio allora si ritirò a Rodi, dove visse fino alla morte.

Callimaco e Apollonio: due avversari

La storiografia letteraria ha fissato il prototipo di un irriducibile contrasto tra i due. Ad ogni modo, le precarie testimonianze giunte fino a noi non permettono di accettare la veridicità di tali racconti.

I due personaggi della corte di Alessandria, tra l’altro, condividono diversi tratti in comune. Ad unirli è prima di tutto l’intento erudito delle loro opere, caratterizzate da una profonda attenzione per la raffinatezza. Inoltre bisogna notare anche la volontà di cogliere i fenomeni nei loro aspetti più singolari, particolari.

A separarli, però, è il loro rapporto con la tradizione: se Callimaco, infatti, aveva definito il poema epico “μέγα βιβλίον μέγα κακόν”, Apollonio Rodio cerca, al contrario, di riportarlo in luce.

Le opere

Argonautiche

Ma l’opera della sua vita furono le Argonautiche (“Ἀργοναυτικά”, ossia le “Imprese degli Argonauti”), poema epico in 4 libri per 5835 versi, giunto a noi integralmente. L’antichissima leggenda degli Argonauti narrava l’impresa di Giasone e dei suoi compagni; questi avevano raggiunto la Colchide con la nave Argo, la prima costruita da mani umane. Il loro scopo era di recuperare il vello d’oro del montone su cui Frisso era volato dalla Grecia al lontano Oriente, che allora si trovava nelle mani del re dei Colchi, Eeta.

Le donne di Lemno: una “democrazia femminile”

[614-619] Libro I: «Era l’ira tramenda di Cipride: da lungo tempo

non le rendevano più gli onori dovuti.

Sciagurate, non ebbe confine la gelosia rovinosa:

non solo i mariti e le amanti uccisero nei loro letti,

ma ognuno che fosse maschio; così nel futuro, pensavano,

non avrebbero mai scontato la pena dell’atroce delitto

La prima fermata della nave è nell’isola di Lemno; le donne del luogo, che avevano ucciso tutti i loro mariti, propongono agli eroi di prendere il loro posto: essi non disdegnavano di trascorrere alcuni giorni in dilettevole compagnia, ma alla fine si rimettono in mare.

È un mondo capovolto, dunque, nel quale lo storico delle religioni J.J. Bachofen (1815 – 1887) identificò la reminescenza di una primitiva società matriarcale.

In verità, l’immagine di una società dove le donne comandano e gli uomini sono soggetti – esattamente l’opposto del sistema sociale antico – non è un caso isolato nell’immaginario greco: basta pensare alle figure delle Amazzoni o alle commedie di Aristofane.

In particolare, la Lisistrata di Aristofane propone un tema tipico dello scherzo carnevalesco: la guerra tra i sessi. Questo aspetto è possibile tramite il sovvertimento politico: quella parte della città esclusa dall’esercizio della vita politica, vale a dire le donne, ottiene nella scena comica quel potere che le leggi ateniesi, nella realtà, non avrebbero mai permesso. Nella Lisistrata sono dunque le donne a vincere: le donne vincono, e non hanno bisogno di armi, basta far leva sulla sfera della sessualità, per poter smascherare la fragilità dei maschi. Dal verso 845 al 951, le donne spartane e ateniesi sono trincerate sull’Acropoli e mantengono fede al loro proposito di sciopero, nonostante i primi segni di cedimento si facciano sentire. Un cittadino, Cinesia, si presenta in stato di visibile eccitazione, con l’esplicita intenzione di sedurre la moglie Mirrina, chiusa nell’Acropoli:

[vv.865-869] Cinesia: «Fa’ presto. Da quanto se ne è andata di casa, non ho più gioie dalla vita. Quando rientro mi prende l’angoscia e tutto mi sembra deserto; non trovo più piacere neanche a mangiare. Sono arrapato!»

L’improvviso ricorso all’espressione oscena, dopo la prima parte di romantico rimpianto, è un ἀπροσδόκητον, ossia uno scherzo basato sulla sorpresa, posto alla fine del discorso.

Ila ed Eracle

Dopo varie avventure, gli Argonauti approdano nella Misia. Qui il giovinetto Ila, amato da Eracle, ispira la passione di una ninfa, che lo attira con sè tra le acque. In preda al dolore, Eracle rinuncia a proseguire l’impresa per ritrovarlo. In questo caso, è evidente l’esempio di amore omoerotico che si fonde con l’intento educativo tipicamente greco: Eracle, maestro e amante di Ila, avrebbe dovuto crescere il giovane per farlo entrare nella comunità degli eroi.

I generi “ribaltati”: Medea eroina e Giasone l’antieroe

Giasone è generalmente considerato dalla critica come un personaggio mediocre. Tale aspetto è ancora più evidente se si confronta il personaggio con Medea: quanto più lei è inquieta, istintiva e complessa, tanto più Giasone appare esitante, fragile e debole. Questa sua passività è segno di una crisi dell’immagine di campione dell’epos tradizionale.

Nel libro 3° il personaggio di Medea giganteggia. E’ una ragazza che sperimenta per la prima volta dentro di sè l’esistenza di energie violente e segrete, da lei stessa ignorate. Apollonio crea una figura femminile in evoluzione, quasi fosse un personaggio “romanzesco” (nel senso ottocentesco del termine). Medea vive un conflitto interiore tra le norme sociali (famiglia) e la passione (verso lo straniero Giasone). Si tratta di una vicenda del tutto anomala per un poema epico, che qui rivela l’impatto con i nuovi modelli letterari; l’epica tradizionale, infatti, è tutta proiettata sull’agire dei personaggi, non sull’anatomia della loro anima.

[751-759] Libro III: «Ma il sonno soave non prese Medea: molte ansie

la tenevano sveglia nel desiderio di Giasone.

Temeva la forza brutale dei tori, a cui doveva soccombere

di morte crudele, lottando sul campo di Ares.

Il cuore batteva fitto dentro il petto.

Come dentro la casa guizza un raggio di sole

dall’acqua appena versata in una caldaia

o in un vaso, e nel mulinello vibra qua e là veloce,

così s’agitava nel petto il cuore della fanciulla

Medea è una giovane tormentata: vive dentro di sè, per la prima volta, gli effetti una passione a lei nuova, l’amore. Apollonio, con grande abilità, delinea il suo stato d’animo con grande capacità. Il tema dell’insonnia, dovuta agli effetti dell’amore, sarà d’ispirazione anche per la psicologia di Didone in Virgilio: nel quarto libro, durante la notte, Didone non riesce a dormire, vinta dalla passione amorosa per Enea; la mattina seguente, quindi, decide di confidarsi con Anna, sua sorella.

Eneide, Libro IV [1-10]: «Ma la regina, ormai trafitta, con grave suo affanno

nutre in seno la piaga e si strugge di cieca passione.

Le ritorna alla mente il grande valore d’Enea,

della sua stirpe il gran pregio: le restano fitti nel cuore

il volto, la voce; e non dà riposo alle membra l’affanno.

Al mattino seguente l’Aurora di luce Febea

illuminava la terra, scacciata già l’umida ombra

dal cielo, quando, agitata, così alla fida sorella

si volse: “Anna, sorella, che orribili sogni mi tengono ansiosa!” […]»

Ritornando ad Apollonio, possiamo notare come la parola φάρμακον compaia più volte nei versi proposti. Come volti sanno, questo termine greco è una vox media: in senso negativo, indica il veleno; in senso positivo, indica la medicina, la cura per un determinato male. Tale ambiguità non è casuale: anche la figura di Medea risulta essere ambigua. Da una parte l’amante ideale, disposta a tutto per salvare ed aiutare Giasone, dall’altra la donna fraticida.

[804-816] Libro III: «Gemeva, tenendolo sulle ginocchia, e bagnava

il seno di lacrime, che cadevano fitte,

senza tregua, mentre pensava alla sua terribile sorte.

Desiderava scegliere i filtri mortali

e inghiottirli, e già nel suo desiderio, infelice,

scioglieva i lacci. Ma d’improvviso le venne nel cuore

una cupa paura del regno odioso dei morti.

Restò a lungo muta, sgomenta. Davanti a lei

passavano le dolcezze dell’esistenza:

ricordava i piaceri che toccano ai vivi,

le gioiose compagnie della sua giovinezza,

e il sole apparve più dolce di prima ai suoi occhi,

quando passò ogni cosa al vaglio della ragione.»

Si riprende l’immagine del sole che arriva dopo la notte difficile, presente anche nel passo dell’Eneide già citato sopra. Inoltre, come già detto, il tema del φάρμακον è essenziale per delineare il tormento della figura femminile. Questo ritorna anche nella tragedia Trachinie di Sofocle: c’è sempre, anche in questo caso, l’idea di un amore “tossico” da parte di una donna, Deianira, che, alla fine, porterà alla morte il suo amato, attraverso un regalo del tutto particolare. L’idea del φάρμακον non indica soltanto l’oggetto femminile, ma anche, in senso più astratto, di un amore che, dovrebbe essere cura, ma che in realtà è veleno! Anche in questo, esattamente come per Medea, vediamo Deianira come una figura femminile tormentata e inquieta. Già il suo nome è alquanto sintomatico: l’aggettivo δεινός, di cui è composto il nome, è una vox media, poichè designa sia qualcosa di magnifico, che qualcosa di inquietante.

Oltre a quanto già detto, si può vedere, nel testo precedente, il rimpianto di un passato idilliaco ormai lontano, contrapposto con il tormentato presente. Quasi in modo opposto, nella tragedia Medea di Euripide è evidente un futuro idilliaco ad essere desiderato, mentre il presente rimane ancora fonte di dolore:

[1020-1039] Medea: «Figli, miei figli, ora avete una città e una casa, dove vivrete per sempre senza vostra madre, abbadonata nella sua sventura. Me ne andrò, esule, in un’altra terra, non potrò godere di voi, non vi vedrò felici, non preparerò i lavacri di rito, e i letti nuziali, e le vostre non potrò adornarle, nè levare le alte fiaccole, il giorno delle nozze. Maledetto il mio orgoglio. Inutilmente vi ho allevato, figli, e ho penato e sofferto, dopo aver patito i dolori crudeli del parto, inutilmente. E quante speranze avevo riposto in voi: pensavo che mi avreste assistita nella vecchiaia e, quando fossi morta, mi avreste sepolta con le vostre mani: una sorte invidiabile! Dolci illusioni, ora svanite. Senza di voi vivrò una vita triste e dolorosa. Vostra madre, non la vedrete più, passerete anche voi ad altra vita!»

Suggerimenti per la maturità

Sei interessato/a a collegare il rapporto tra i poemi omerici e il poema di Apollonio Rodio? Dai un’occhiata all’articolo scritto da una mia cara collega!

Lorenzo Cardano

Lascia un commento

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui