Archiloco di Paro, il poeta senza peli sulla lingua | Lirici Greci

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Cosa intendiamo per poesia lirica e quando nasce?

Quando si parla di poesia lirica antica, e quindi anche della poesia di Archiloco (poeta del VII sec.), bisogna stare attenti a comprendere il significato esatto del termine: non si intende, infatti, una poesia, come quella di Leopardi, volta ad esprimere sentimenti esclusivamente individuali. La lirica greca si chiama così perché è un tipo di poesia destinata al canto con l’accompagnamento di uno strumento a corde: la lira

Questo nuovo tipo di poesia nasce in un periodo storico molto specifico: l’avvento delle tirannidi. Il τῠ́ρᾰννος (tiranno), visto non come il nostro moderno dittatore, ma come moderatore delle tensioni della πόλις, è sostanzialmente un uomo che ottiene il potere per suoi meriti. Si inizia a dare molto più spazio all’individualità, e questo avrà ripercussioni anche nell’ambito della letteratura, per esempio nel fr.1 West di Archiloco:

E io sono servo del signore Enialio

e delle Muse l’amabile dono conosco

L’innovazione di questo frammento sta soprattutto nell’affermazione dell’io iniziale che conferma l’individualità (nuova) presente nella letteratura greca. A differenza dell’epica, Archiloco è seguace sia di Ares (qui con il nome alternativo di Enialio) che partecipe dei doni delle Muse, non ha bisogno di invocarle per avere l’ispirazione poetica.

In questo il poeta lirico afferma la propria autonomia. Questa forte affermazione dell’io, tuttavia, presuppone un pubblico che conosce molto bene Archiloco, un gruppo di compagni d’arme o di amici.

La produzione lirica, dunque, come la definisce Gentili, è «poesia pragmatica», perché connessa con il contesto sociale in cui il poeta è immerso. Il poeta spesso canta di argomenti politici e contemporanei (a differenza dell’epica che si rifà ad un passato lontano e mitico) ad un uditorio ristretto. Spesso il luogo di esecuzione è il simposio.

Il simposio e il tiaso 

Il simposio è un’istituzione centrale della società greca arcaica: una riunione di uomini legati tra di loro da vincoli solidissimi, un gruppo che viene definito ἐταιρεία (da ἐταῖρος «compagno, associato»), all’interno del quale si condivide la medesima visione politica ed etica

All’interno di un ambiente simile è frequente che si manifesti anche una forma d’amore tipicamente greca: il legame erotico tra il partner grande e il ragazzo non ancora adulto. Questa forma d’amore, definita pederastia, ha un valore educativo: l’uomo adulto deve dimostrare e insegnare al piccolo come diventare un “vero uomo” (ricordiamoci della mascolinità tossica del mondo antico) per essere in grado di affrontare la futura vita politica. 

Per quanto riguarda l’atmosfera femminile, come quella della poesia di Saffo, anche qui l’amore pederastico tra insegnante e alunne aveva una funzione educativa, non nel simposio, ma in un altro luogo istituzionalizzato per l’educazione femminile: il tiaso

Archiloco odia gli ubriaconi!

Anche se Archiloco fa parte di un’eteria, la sua produzione poetica ci lascia veramente poco sull’ambiente del simposio, fatta eccezione per un frammento:

e bevendo vino puro in quantità

non hai dato contributi, come fanno a Micono;

sei venuto senza invito, come amico degli amici.

E la pancia t’ha stravolto l’equilibrio psichico

al di là della decenza.

Ateneo di Naucrati, l’autore che tramanda il frammento, dice che Archiloco deride il suo amico Pericle, che usa presentarsi ai simposi senza essere invitato. Anche gli abitanti dell’isola di Micono hanno questa abitudine.

Importante è anche il focus sull’ars bibendi: bere con moderazione è necessario, perché viene visto come dimostrazione di controllo di sé. Bere il vino puro e ubriacarsi è segno di inciviltà, associato a popolazioni viste negativamente dai Greci come gli Sciti o i barbari. Contrapposta a questa visione di eccesso e mancanza di controllo, i lirici spesso propongono il simposio attraverso un’immagine di armonia e senso di misura (μέτρον).

La biografia di Archiloco

I dati della biografia di Archiloco si desumono dalle sue opere, da interpretarsi con attenzione, poiché l’io poetico non corrisponde per forza all’io biografico. Altre notizie si evincono da riferimenti di autori antichi e da iscrizioni su alcuni monumenti che vogliono conservare il suo ricordo; tali iscrizioni prendono nome dai due dedicanti, Mnesiepes e Sostene, e risalgono rispettivamente al 3° e al 1° sec. a.C.

In uno dei frammenti è ricordata un’eclissi solare totale, quella del 648 a.C., e in un altro si parla delle smisurate ricchezze di Gige, che regnò sulla Lidia dal 687 al 652 a.C. Dunque è possibile collocare la maturità del poeta intorno alla metà del VII sec. a.C.; e la sua patria fu Paro, una delle isole Cicladi più grandi e importanti. Il padre Telesicle apparteneva a nobile famiglia ed era uno dei cittadini più in vista.

Tuttavia, la tradizione antica vuole che la madre Enipo fosse una schiava. Il bastardo era escluso dall’eredità paterna; per questo Archiloco si trasferì nell’isola di Taso, situata nell’Egeo settentrionale di fronte alla costa della Tracia. Qui egli militò contro i Traci. In seguito ritornò a Paro, e combatté contro gli abitanti della vicina isola di Nasso. Fu uno di questi, a nome Calonda, che lo uccise in battaglia: e il dio di Delfi gli vietò l’ingresso nel tempio, poiché avevo ucciso lo «scudiero delle Muse».

La poetica di Archiloco

In his Archaic Age, Archilochus introduces the reader to a new world that is neither Homeric nor Hesiodic, as Kenneth Dover has convincingly argued. The salient distinction is that Archilochus’ Greek world in seventh-century B.C. is one of realistic people, rather than epic, Homeric heroes. [1]

Se volessimo tracciare le linee di una poetica archilochea, dovremmo, prima di tutto, tenere presente la portata rivoluzionaria della sua poesia: non siamo più né in Omero né in Esiodo, quindi il mondo rappresentato è realistico, i personaggi della sua poesia rispecchiano uno spaccato della vita quotidiana aristocratica.

Scomparsi sono ormai gli eroi omerici, tanto idealizzati nelle loro caratteristiche quanto netti e stereotipati.

In Archiloco c’è molta più complessità: i valori come il coraggio non sono presi come punti di riferimento in assoluto, ma messi in discussione. A volte è meglio farsi furbi che morire per i propri valori.

La realtà non è bianca o nera, come gli eroi di Omero che sono o “belli e buoni” o “brutti e incapaci” (si pensi a Tersite); la vita reale, quella di tutti i giorni, richiede invece più elasticità mentale.

Importante è non dimenticare che Archiloco viene visto come uno dei primi a realizzare una poesia giambica: una poesia di carattere realistico e aggressivo, che ha come scopo il “deridere” o il “diffamare” qualcuno.

Il giambo: la storia

Con il termine ἴαμβος («giambo») gli antichi andavano a definire sia un tipo di metro, composto dall’unione di due piedi costituiti da una sillaba breve seguita da una lunga, sia la composizione poetica di carattere aggressivo e realistico.

Gli antichi accostavano la parola al nome di Ἰάμβη (Iambe), una vecchia serva del re di Eleusi che avrebbe fatto ridere la dea Demetra. Un’altra ipotesi sostiene che la parola derivi dal verbo ἰαμβίζω («scherzare, prendere in giro») o da ἰάπτειν («scagliare»).

Proprio per la sua natura vicina al parlato, il giambo venne usato nelle parti dialogate del teatro attico e divenne il verso della tragedia e della commedia. Successivamente, in età ellenistica, esso fu impiegato in composizioni poetiche (da Callimaco, per esempio), che imitavano la tradizione arcaica, ma non erano più destinate alla recitazione pubblica, bensì a un pubblico di lettori.

Archiloco “se ne frega” dei valori omerici

Thus Archilochus inherits from epic a tradition of seduction narratives that are sophisticated and flexible, and whose components can be reworked to suit the poet’s narrative goals. [2]

La società degli eroi di Omero come Achille, Odisseo, Agamennone, è basata su valori molto ben definiti: la καλοκαγαθία, ovvero la convinzione che, ad un bel corpo, corrisponda per forza un animo forte e coraggioso; il senso dell’onore e l’importanza della pubblica stima.

Archiloco va contro tutto questo in modo molto provocatorio. Se per uno come Achille il valore personale dipende esclusivamente dalla pubblica stima, cioè dalla considerazione che gli altri hanno di lui, Archiloco non si fa poi così tanti scrupoli ad ammettere pubblicamente di aver abbandonato lo scudo in battaglia:

Qualcuno dei sai si vanta del mio scudo, che presso un cespuglio – arma gloriosa – lasciai non volendo. Ma salvai la mia vita. Quello scudo, che importa? Vada in malora! Un altro ne acquisterò, non meno bello.

Gli eroi di Omero ricevono le armi come eredità di famiglia o dono divino. Al contrario, Archiloco “se ne frega” del valore sacrale dell’oggetto militare in sè. E questo è possibile per il fatto che Archiloco vive ormai in una società diversa: siamo negli anni della riforma oplitica, dove i guerrieri non combattono più per la loro virtù, ma per le leggi scritte e la città. Inoltre, come già detto prima, la tirannide diventa simbolo di un maggiore individualismo. Per non parlare poi dell’ascesa del ceto mercantile, con tutte le sue logiche di guadagno: infatti Archiloco dice che «un altro ne acquisterò, non meno bello».

L’importante è la sostanza, non l’apparenza!

Ma ad Archiloco questo non basta: vuole davvero dimostrare di aver superato un certo modo di vedere il mondo “all’antica”. Per questo motivo compone il seguente frammento:

Non amo un generale alto, che sta a gambe larghe, fiero dei suoi riccioli e ben rasato. Uno basso ne voglio, con le gambe storte, ma ben saldo sui piedi, e pieno di coraggio.

Archiloco ribalta lo stereotipo del “bello dentro e fuori”, tipico della καλοκαγαθία omerica, portandoci un’immagine di un generale bello sì esteticamente, ma effemminato come pochi! Questo lo si può evincere dall’attenzione per la cura del corpo (i riccioli e la barba rasata), che lo allontanano dall’idea del maschio alpha tanto idealizzato dai Greci.

Il poeta preferisce, invece, al posto di questo miles gloriosus un po’ idiota, un generale magari meno eccellente fisicamente, ma che abbia tanto coraggio da vendere! L’importante, per Archiloco, non è la bellezza esteriore, ma quella interiore: il coraggio di una persona non si può più misurare in base all’apparenza.

Archiloco si arrabbia perché non si può sposare

Ancora prima di Renzo e Lucia, nel mondo antico c’è già una storia d’amore ostacolata: quella tra Archiloco e Neobule. La ragazza è figlia di Licambe, che rifiuta di farla sposare con Archiloco. Lui va su tutte le furie:

Padre Licambe, che idea è mai questa? Chi ti ha fatto perdere il senno? Sei stato sempre una persona di buon senso, ma ora in città tutti ridono di te.

Archiloco gli rimprovera di essere venuto meno al giuramento e l’appellativo «padre» all’inizio è volutamente ironico. Probabilmente questi versi costituiscono l’inizio di un’invettiva.

Ma noi sappiamo molto bene che Archiloco è un uomo senza peli sulla lingua; in più, vissuto in una società profondamente maschilista come quella greca, sicuramente non si fa problemi a manifestare il suo desiderio di fare sesso con la ragazza:

Ah! Posare questa mano su Neobule, stringerla…

e piombarle sul bacino e farmela, comprimere ventre a ventre, cosce a cosce…

A tal proposito, un papiro pubblicato nel 1974 restituisce il più esteso frammento archilocheo che sia conservato. Il testo è noto come Epodo di Colonia perché trasmesso da un papiro acquistato e conservato presso l’università tedesca di Colonia. Si tratta di un epodo in cui viene descritto l’incontro tra il poeta stesso e la fanciulla, che dal contesto si comprende essere la giovane sorella di Neobule. Il componimento tratta di un amplesso tra i due davvero scandaloso: avviene al di fuori del matrimonio in un luogo aperto, forse in un luogo sacro. L’epodo ha, quindi, come fine quello di diffamare l’odiato Licambe e le sue figlie, distruggendone la rispettabilità.

Fortuna di Archiloco

L’influsso di Archiloco si afferma subito dopo la sua morte; segni del suo vigore polemico e della sua originalità stilistica si ritrovano presso gran parte dei lirici. Al contrario, pensatori come Platone e Aristotele lo criticano per la sua irriverente valutazione dei valori omerici. Tra i poeti latini, Catullo lo usa come modello per la violenza dell’attacco personale; Orazio lo utilizza per l’immagine dello scudo gettato (Carm. II, 7, 10) e negli Epodi. L’Anonimo del Sublime mette a confronto positivamente il suo pathos con l’arte impeccabile di Demostene. Nell’età moderna il Carducci esalta i giambi di Archiloco celebrando lo splendore di Paro.

Poeti giambici in età ellenistica

Oltre a Callimaco, altri poeti in età ellenistica recuperano il giambo, di cui Archiloco è iniziatore. Le valenze tradizionali del giambo, ossia la satira e l’intonazione realistica, si uniscono in questo periodo al proposito moraleggiante d’impronta cinica.

Cercida di Megalopoli, vissuto nel III sec. a.C., usa toni polemici per criticare, in un passo di tradizione papiracea, l’ingiusta distribuzione delle ricchezze, che fa perfino dubitare dell’esistenza e dell’onnipotenza divine. L’inizio del meliambo successivo tratta della duplice azione di Eros, che per gli uomini può essere bonaccia o tempesta.

Fenice di Colofone, vissuto nella prima metà del III secolo, scrive alcuni giambi, di cui noi siamo a conoscenza grazie ad una tradizione indiretta, tra cui l’inizio di un carme sul re assiro Nino, che «possedeva un mare di denaro» ed era «bravissimo a mangiare, bere e fare l’amore». Una gentile usanza popolare ispira il Canto dei questuanti con la canocchia; con grazie riprende i temi del folclore, facendo seguire alla richiesta di modesti doni l’augurio alla fanciulla di casa di trovare un marito illustre e ricco e di deporre un bimbo tra le braccia del vecchio padre e una bimba sulle ginocchia della madre.

Conclusione

Riassumendo, abbiamo visto come un personaggio come Archiloco possa essere allo stesso tempo innovativo quanto sfacciato. Anzi, forse è proprio grazie alla sua sfacciataggine se la poesia greca ha avuto un’evoluzione importante.

La vitalità potente dei suoi componimenti gli permette di svuotare di significato i valori aristocratici e passati, rivendicando l’importanza del presente e della sua multiforme realtà [3].

Bibliografia

[1] Maxwell Fabiszewski, Expressions of Violence as Determining Reality in Archilochus, April 2015, p.74 [2] L. A. Swift, NEGOTIATING SEDUCTION: ARCHILOCHUS’ COLOGNE EPODE AND THE TRANSFORMATION OF EPIC, p.8 [3] Dario Del Corno, Letteratura greca, Milano, Principato, 2020, p.97-98-99-100

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