Gabriele D’annunzio, riassunto in 6 minuti

Una vita come un’opera d’arte

Nato nel 1863 a Pescara, studia in una delle scuole più prestigiose del tempo, il collegio Cicognini di Prato. Esordisce a 16 anni con un libretto di versi, Primo Vere, e a diciotto anni si trasferisce a Roma per frequentare l’università: finisce per distrarsi presto, il nostro Gabriele, preferendo spendere la gioventù tra salotti mondani e redazioni giornalistiche. Ben presto, in un modo o nell’altro, si inizia a parlare di lui: la sue produzione, sempre più copiosa, suscita scandalo per l’erotismo esasperato ma la sua vita non è da meno; Gabriele sta divenendo già l’esteta con l’odio per la mediocrità.

Negli anni novanta, D’annunzio incontra Nietzsche: è ancora un incontro poco chiaro, nebuloso, di cui l’autore si serve per la sua letteratura. Il tentativo è quello di creare una vita che sia eccezionale, un’opera d’arte. Ed è tale, in effetti, la vita che D’annunzio trascorre nella villa della Capponcina, sui colli di Fiesole, tra i suoi mille oggetti stravaganti e artistici e in compagnia della bella Eleonora Duse. In realtà, pur disprezzando- apparentemente, sia chiaro- il denaro e le esigenze di mercato, gli scandali e le esibizioni eclatanti di sé e della sua scrittura ad altro non servivano che a vendersi meglio su quel mercato da cui, in teoria, voleva tenersi lontano.

Gli editori lo pagano sempre di più e sembra ugualmente non potergli mai bastare. Questa contraddizione non fu dall’autore, anzi dall’uomo, mai superata.

E ora quel mito di una vita all’estremo si accompagna anche a deliri di un attivismo politico. Ma che il nostro uomo sia interessato più ad un certo atteggiamento vitalistico ed energico che ad una vera ideologia politica è evidente a chiunque conosca la sua vita: se nel 1897 tenta infatti l’avventura parlamentare come deputato dell’estrema destra, nel 1900 passa allo schieramento di sinistra, commentando la sua scelta con un “Vado verso la vita!”.

Si dedica al teatro per far leva sulle folle ma non ne ha un reale bisogno: non è semplice ammirazione quella che l’Italia gli tributa ma un vero e proprio divismo. D’annunzio è ormai il vate, l’imitato, l’acclamato. Nonostante questo, nel 1910, inseguito dai creditori, lascia l’Italia per aver salve le penne. Torna solo perché la guerra mondiale gli offre un’occasione assai ghiotta: è l’azione eroica che da tanto aspettava. Deciso interventista, compie mirabolanti imprese come la beffa di Buccari, cioè un’incursione nel golfo del Carnaro con una flotta di motosiluranti, e il volo su Vienna.

Gabriele, teniamolo a mente, non si sporca mai del fango delle trincee ma preferisce il nuovo mezzo: l’aereo. Dopo la guerra è la principale voce della vittoria mutilata e si produce nell’ennesima folle impresa, questa volta in opposizione allo stato italiano, la presa di Fiume. Scacciato con le armi nel 1920, spera di poter essere un duce di una rivoluzione reazionaria ma è soppiantato da Benito Mussolini, il resto è storia. Il fascismo lo elogia a parole ma nei fatti lo confina nella Villa di Gardone, dove trascorre gli ultimi anni ossessionato dal vedersi invecchiato. Muore qui nel 1938.

Opere e pensiero: il verso è tutto

Nel D’annunzio degli inizi, c’è molto di Carducci: c’è il senso, tutto pagano, del forte e vitale. Nel giovane autore diventa fusione ebbra tra l’io e la natura. Apollineo sì ma anche Dionisiaco: non mancano zone d’ombra, momenti cupi, visioni confuse della morte.

Ma se da una parte c’è Carducci, dall’altra è evidente l’influenza del Verga delle novelle rusticane nell’opera d’annunziana “Terra vergine”: in uno scenario idillico, esplodono passioni violente, sia erotiche sia sanguinarie. L’intromissione dell’io narrativo, grande differenza col siciliano galantuomo, è evidentissima, ed è forte la fascinazione di un mondo magico, superstizioso e sanguinario. Anche le opere successive sembrano insistere su queste tematiche, delineando anche l’idea di una femminilità fatale e distruttrice.

Arriviamo però al concetto principale: il verso è tutto. Non esiste il male e il bene ma solo il bello che è valore supremo, culto. L’esteta rifiuta la realtà meschina e vive in una dimensione rarefatta di sublime e arte. Ben presto però l’autore si accorge di qualcosa non perdonabile: l’esteta è debole in questa sua finzione, non può davvero opporsi alle forze disgregatrici dell’Italia postunitaria e all’intraprendenza feroce della borghesia. La debolezza viene smascherata senza remore in Andrea Sperelli, protagonista de “Il piacere” ma anche alter ego di D’annunzio stesso con il quale lui adotta un atteggiamento impietosamente critico. Andrea è infatti un uomo dalla volontà debole, distrutto e svilito dalla stessa che lo lascia completamente privo di moralità.

Ed è qui che l’incontro con Nietzsche è fatale; per amor del vero, dobbiamo dire che molto del filosofo viene dallo scrittore banalizzato e, per così dire, forzato. Ad ogni modo, giusto o sbagliato che sia, Gabriele arriva ad esaltare il superuomo, la volontà di potenza, un uomo liberato e gioioso. Pochi esseri eccezionali riusciranno ad affermare se stessi, sprezzando le leggi comuni: si affermerà così una nuova aristrocrazia che sappia tenere schiava la moltitudine. L’immagine dell’esteta è inglobata in quella del superuomo e il culto dell’arte diventa uno strumento di dominio sulla realtà.

Serena Garofalo

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