Giovanni Verga, riassunto 5 in minuti

La vita di un siciliano d’altri tempi

E’ un signore con lo sguardo austero e due baffi bianchi, all’insù, ad incorniciargli la linea diritta delle labbra. Un siciliano dei tempi antichi, direbbe qualcuno, Giovanni Verga: nato nella Catania del 1840 da una famiglia di agiati proprietari terrieri con ascendenze nobiliari, il nostro non mostra una predilezione particolare per lo studio. Studiò inizialmente con dei maestri privati che lo contagiarono d’un fervente patriottismo e di un gusto per la letteratura decisamente romantico e proseguì, ci provò almeno, gli studi frequentando la facoltà di legge. Ma- come ogni letterato italiano che si rispetti- un più grande amore lo distolse dalla sua carriera: l’amore per la letteratura e per il giornalismo politico in particolare. Si pensi che spese il denaro che il padre gli aveva consegnato perché terminasse gli studi per autopubblicarsi un romanzo; Verga non ha quindi una formazione classica: i suoi studi furono invece discontinui e autonomi, ispirati soprattutto dalle grandi penne francesi, con buona pace del contemporaneo Carducci, così entusiasta dei grandi classici.

Ora il giovane sa bene quello che vuol essere e vuol fare ma è anche conscio di un suo grande limite: la provincialità. Quindi si trasferisce a Firenze, la capitale del regno, per evadere dall’etichetta, e ancora a Milano: qui, venuto in contatto con gli ambienti fervidi della Scapigliatura, risolverà per la svolta verista che approfondiremo più avanti.

Dopo una serie di viaggi tra Milano e Catania, tornerà definitivamente a casa nel 1893. Nel giro di dieci anni però, la scrittura di Verga si inaridisce e poi si spegne del tutto: l’uomo anziano è ormai provato dalle ossessioni economiche, dalla cura delle sue proprietà agricole e, da come intuiamo dalle lettere di questo periodo, da una passione amorosa per la contessa Dina Castellazzi di Sordevolo. Le sue idee divengono sempre più chiuse e conservatrici. Poco prima della guerra mondiale, si dice interventista: muore nel 1922, l’anno tremendo della marcia su Roma e del Fascismo.

Una svolta verista?

Ho usato prima, il lettore lo perdonerà, un termine improprio parlando di svolta verista, riferendomi alla produzione di Verga dopo la pubblicazione di Rosso Malpelo nel 1876. Quella dell’autore, infatti, non è una svolta: da sempre, bisogna riconoscerlo, Verga aveva voluto descrivere il vero. Già qualche anno prima aveva dedicato tempo alla stesura di Nedda, la descrizione della misera vita di una bracciante; Verga ha semplicemente maturato degli strumenti opportuni per un obiettivo che non è mai cambiato: una concezione materialistica della realtà e l’impersonalità.

Prima di chiarirci questi concetti, un appunto: non c’è, in questo cambiamento, nulla che sia da intendere in senso moralistico; certo l’autore non è stanco degli ambienti mondani da cui proviene e non sta rinunciando a loro per gli ambienti popolari. Questi sono semplicemente un punto di partenza più semplice dove i procedimenti che si propone di analizzare sono maggiormente visibili.

Torniamo a noi. Secondo la sua visione, l’opera deve possedere l’efficacia artistica dell’essere stato, avere l’impronta di qualcosa avvenuto veramente, deve riportare “documenti umani”. Il lettore deve essere messo davanti al fatto nudo e schietto e per questo lo scrittore non deve lasciare traccia, deve eclissarsi, l’opera deve essere quasi “fatta da sè”. Non devono esserci né introduzioni, né clausole: questo può creare inizialmente confusione ma chi legge imparerà a conoscere gli attori man mano che la storia va avanti. Si badi che tale tecnica non coincide con il narratore onnisciente, è come se a parlare fosse qualcuno a livello dei personaggi, ma non coinvolto direttamente nella vicenda. Il linguaggio non è quello che potrebbe essere dello scrittore, ma è spoglio e povero.

Ma perché farlo? alla base c’è una concezione pessimistica della realtà: la società umana è dominata dalla legge del più forte, i più deboli sono destinati a soccombere. Non possono quindi essere date alternative, ogni giudizio correttivo è totalmente inutile. La letteratura non può contribuire a modificare la realtà. E’ chiaro che un tipo di pessimismo simile ha una connotazione fortemente conservatrice e vi si associa un rifiuto polemico delle ideologie progressiste, contemporanee, democratiche e socialiste. Si capisce come il suo verismo sia diverso da quello di Zola, che ha invece fiducia nel progresso e nella letteratura. Se d’altra parte Zola è un borghese democratico, Verga è il tipico galantuomo del Sud.

Serena Garofalo

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