Il pensiero di Polibio in pillole

Polibio pensiero riassunto

Biografia: chi è Polibio?

Nato a Megalopoli in Arcadia, Polibio fu un esponente di spicco della Lega achea, attraverso molte missioni militari e diplomatiche. Condotto prigioniero a Roma nel 168 a.C., dopo la vittoria di Lucio Emilio Paolo a Pidna, lo storico entrò nel circolo degli Scipioni e seguì Scipione l’Emiliano nelle sue missioni più importanti. Giunto in patria dopo il 146 a.C., si impegnò in un’opera di mediazione tra i suoi connazionali e i romani.

Le Storie: la storiografia di un greco a Roma

Le Storie, l’opera a cui Polibio dedicò tutta la vita, narravano in 40 libri il periodo storico compreso tra l’inizio della seconda guerra punica (220 a.C.) e la presa di Numanzia da parte di Scipione l’Emiliano (133 a.C.). Ci restano per intero solo i primi 5 libri, oltre ad ampi estratti dei libri VI-XVIII.

Il suo contributo è di estremo valore: con la sua prospettiva da straniero, infatti, riuscì a rappresentare gli usi e i costumi romani con stupore.

Un esempio può essere tratto dal quarto libro, in cui Polibio affrontò il tema dei funerali a Roma. Il funerale gentilizio era una complessa cerimonia che riguardava due momenti fondamentali: la processione che attraversa la città e l’elogio funebre.

«In occasione dei sacrifici pubblici i Romani espongono queste immagini e le onorano solennemente; quando muore qualche altro personaggio illustre della famiglia, le fanno partecipare alle esequie ricoprendone persone simili al morto nella statura e in tutta la taglia del corpo. […] così la fama degli uomini valorosi, continuamente rinnovata, è fatta immortale, mentre la gloria dei benefattori della patria viene resa nota a tutti e tramandata ai posteri».

Uno degli aspetti più inquietanti e sconvolgenti che uno spettatore della nostra epoca potrebbe affrontare è sicuramente l’uso delle maschere che riproducono le fattezze dei defunti (manco fossimo in un film di Hitchcock!). Questa caratteristica, in realtà, al di là dell’aspetto “macabro”, aveva una funzione sociale importantissima: saldare l’individuo alla sua stirpe, agli antenati che lo accolgono tra loro come protettore della famiglia. Il funerale romano è, dunque, un’esaltazione della continuità familiare, più che del defunto in sè.

Di queste cerimonie sicuramente le orazioni funebri costituiscono una delle fonti principali per i posteri. Queste orazioni, però, non erano molto affidabili: venivano infatti scritte più per l’elogio di una famiglia, che per la registrazione di fatti storicamente oggettivi. A darne conferma sarà poi lo stesso Cicerone (Brutus, 62):

«La storia di Roma è stata mistificata da questi discorsi; in essi infatti sono contenute molte cose mai accadute – trionfi inventati, consolati supplementari, infondate pretese sullo status di patrizi..

La teoria delle forme di governo

Nel libro VI lo storico finiva per giustificare l’imperialismo romano, mostrando agli occhi dei Greci come una dominazione inevitabile e legittima, prodotta da una inevitabile “superiorità”, attraverso la descrizione della costituzione mista:

«Come ho detto sopra, tre erano gli organi dello Stato che si spartivano l’autorità; il loro potere era così ben diviso e distribuito, che neppure i Romani avrebbero potuto dire con sicurezza se il loro governo fosse nel complesso aristocratico, democratico o monarchico.[…] »

Con queste parole Polibio apre un excursus sulle istituzioni politiche romane, analizzando la costituzione romana come “mista”: una costituzione che riunisce in sé caratteristiche del regno (consolato), dell’aristocrazia (senato) e della democrazia (tribunato della plebe). Questa sua peculiarità permette a Roma, secondo Polibio, di non essere soggetta al ciclo continuo che porta alla formazione, poi alla degenerazione, e infine alla sostituzione di una forma di governo con l’altra. Anche Platone parlò del processo ciclico delle forme di governo (Repubblica, libro 8°):

«Aggiungevi comunque che, se questa città è giusta, le altre sono sbagliate. E a quanto ricordo, dicevi che esistono quattro forme di governo, delle quali vale la pena di parlare per vederne gli errori, e quattro specie di uomini corrispondenti ad esse.[…]»

Il regno è la prima forma di governo in questo percorso ciclico perché, come dice lo stesso Polibio, «è opinione diffusa che il discendente di un uomo giusto debba comportarsi in maniera analoga al progenitore.» I discendenti del primo re, dopo qualche generazione, al contrario, abituati a ricchezze e privilegi, pur non avendo fatto nulla per guardagnarseli, cominciano a violare i diritti dei loro sudditi: si passa, dunque, alla tirannide.

A questo punto, le famglie nobili più coraggiose, grazie al consenso del popolo, abbatteranno il tiranno: è la nascita dell’aristocrazia. Anche in questo caso, però, i figli corrotti porteranno alla forma degenerata dell’aristocrazia: l’oligarchia.

Si verifica, dunque, un nuovo passaggio, come afferma Polibio:

«[…] non rimanendogli fiducia se non in se stesso, il popolo trasforma il governo da oligarchico a democratico e assume su di sè la cura dei pubblici interessi».

Infine, anche la democrazia degenera: è folla, col passare delle generazioni, è preda di demagoghi, finendo in una completa anarchia. La demagogia, dunque, fa ritornare allo stato di partenza: uno stato selvaggio e in preda al disordine, da cui si può uscire ristabilendo un regime monarchico.

Platone, però, ne prevedeva una quarta, la timocrazia: si tratta di un governo fondato sull’onore, che nasce quando i governanti si appropiano di terre e di case; a essa corrisponde l’uomo timocratico, ambizioso e amante del comando e degli onori, ma diffidente verso i sapienti. Inoltre, è importante sottolineare che, se Polibio aveva identificato tre forme di governo e tre forme patologiche, Platone, al contrario, aveva identificato una sola forma di governo corretta (l’aristocrazia dei filosofi) e quattro degenerate (timocrazia, oligarchia, demagogia e tirannide).

Oltre a ciò, bisogna dire che la tendenza ad evidenziare la degenerazione di un potere è una tendenza di tutta la letteratura greca, a partire da Esiodo (Opere e giorni) con il mito delle 5 età. La prima età è quella dell’oro, evidente allegoria di regalità, poichè gli uomini vivevano come gli dei:

Opere e giorni [vv.109-126]:

«Dapprima stirpe dorata di uomini mortali

crearono gli immortali, che hanno sull’Olimpo dimora.

Era il tempo di Crono, quando il dio regnava sul cielo.

Come dèi vivevano, il cuore ignaro del dolore,

del tutto al riparo dalla fatica e dal pianto, né li inseguiva

vecchiaia misera; il loro corpo era immune dal tempo,

gioivano nele feste, separati da ogni sciagura.

Morivano come colti dal sonno e per loro vi erano

beni di ogni genere; i campi fecondi portavano frutti

spontaneamente, con grande ricchezza; essi, sereni

e in pace, godevano dei loro doni, colmati di gioie infinite.

(Ricchi di armenti, cari agli dei beati.)

Allorchè la terra avvolse questa progenie,

essi divennero demoni, secondo il volere di Zeus grande,

nobili, sulla terra; custodi degli uomini mortali,

(essi vigilano sul giusto e l’iniquo

e si aggirano in ogni luogo, avvolti di tenebra,)

portatori di ricchezze: anche questo dono regale ricevettero.»

Dopo gli uomini dell’età dell’oro, a comparire sulla terra è la stirpe d’argento, affetta da una malattia di crescita. Una volta cresciuti, questi uomini si rivelano tracotanti verso le divinità; come punizione per il loro atteggiamento, quando muoiono, essi si trasformano sì in demoni, ma sotterranei. Successivamente giungono gli uomini di bronzo, metallo associato, nell’immaginario greco, alle armi del guerriero: si tratta infatti di combattenti pericolosi, violenti e fuori controllo. Si ha poi l’età degli eroi, un miglioramento della stirpe umana, che è dovuta, probabilmente, all’ammirazione diffusa per gli eroi omerici. Ora il poeta e i suoi contemporanei si trovano nell’età del ferro, caratterizzata dal senso del caos. Infine, è presente anche una profezia futura: Zeus porrà fine a questa stirpe.

Lorenzo Cardano

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