Quintiliano e le sue opere in pillole

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Grande ammiratore di Cicerone, Quintiliano lo considera un punto di riferimento per la sua concezione di cultura e stile, anche se non riesce ad imitarlo, dato che il latino imperiale è ormai troppo diverso da quello classico.

Nato nella Spagna Terragonese, Quintiliano studia nella capitale presso i migliori insegnanti; poi torna in patria, dove svolge la professione di retore. È il primo insegnante statale per volere di Vespasiano.

Istitutio oratoria

Negli ultimi anni della sua vita, Quintiliano elabora la sua opera più famosa, l’Istitutio oratoria, un trattato retorico giunto a noi integralmente, dove prende in considerazione tutta la formazione dello studente.

Una particolare attenzione non solo alla disciplina che viene insegnata, ma soprattutto all’atteggiamento con cui bisogna farlo: dovere dell’insegnante è infatti capire l’indole di ciascun alunno e stimolarne l’apprendimento con il gioco; a poco o nulla servono le punizioni, che fanno semplicemente star male lo studente e lo fanno sentire umiliato. Il compito dell’insegnante è tirar fuori il meglio di ogni alunno.

Inoltre, Quintiliano considera più adatta la scuola pubblica rispetto all’insegnante privato per un aspirante oratore, perché quest’ultimo deve abituarsi a stare con gli altri; in più, il confronto con l’altro è stimolo per migliorare:

Istitutio oratoria [1,2, 21-22;26-29]:

«[21] Aggiungi il fatto che in casa può apprendere solo quelle nozioni che gli sono insegnate a scuola e anche in altri luoghi. Ogni giorno sentirà molte affermazioni approvate, altre essere corrette, gli gioverà il rimprovero fatto alla pigrizia di qualcuno e la lode rivolta all’impegno, [22] l’imitazione sarà premiata con la lode, riterrà inaccettabile essere superato da uno pari,sarà contento di aver superato quelli più bravi. Tutte queste condizioni risvegliano gli animi e l’ambizione anche se di per sé è un difetto, infatti di frequente sono cause di virtù.

[…] [26] Ma, come negli studi letterari lo spirito di emulazione alimenta profitti più validi, così anche ai principianti e agli alunni ancora giovani l’imitazione dei compagni è maggiormente gradita che non quella degli insegnanti, proprio perchè è più facile. Chi ha a che fare con gli elementi base, infatti, non oserà elevarsi fino alla speranza di raggiungere l’eloquenza, che vede come l’obiettivo massimo. Abbraccerà dunque le nozioni più facili da apprendere, come le viti abbarbicate agli alberi prima afferrano i rami bassi e poi si arrampicano verso l’alto. [27] Ciò è così vero che anche lo stesso insegnante, purché preferisca l’utilità all’ambizione, rivolgendosi a menti ancora inesperte dovrebbe cercare non di appesantire da subito con carichi eccessivi sulla inesperienza degli allievi, ma trovare un equilibrio tra le proprie forze e la loro capacità di comprensione. [28] Come infatti i vasetti con l’imboccatura stretta buttano fuori il liquido che viene versato in abbondanza, mentre si riempiono dei liquidi che entrano poco a poco o addirittura a gocce, così bisogna stare attenti a quante nozioni possano essere accolte nelle menti dei ragazzi: infatti quelle che sono superiori alle loro capacità di comprensione non si fisseranno nelle loro teste che, per così dire, sono troppo poco aperte per riceverle

Seneca e il suo stile

Quintiliano, per convenienza e per formazione, individua come motivo del tema della decadenza dell’eloquenza la corruzione degli insegnanti. Tale argomento rientra anche nelle prime righe del Satyricon di Petronio:

[1] «Sono forse di un altro tipo le smanie che tormentano i declamatori quando affermano: “Queste ferite me le sono procurate per la libertà del paese; quest’occhio l’ho perso per voi; datemi una guida che mi guidi dai miei figli perché i garretti recisi non mi reggono più in piedi”? Sproloqui come questi sarebbero di per sé sopportabili se facilitassero la strada a quelli che vogliono darsi all’oratoria. Ma a forza di tirate piene di niente e frasi berciate a vanvera, il solo effetto che ne deriva è di farli sentire in un altro mondo non appena mettono piede nel foro. Ed è per questo, a parer mio, che nelle scuole i ragazzi rimbecilliscono perché non vedono e non sentono niente di quello che abbiamo sotto mano, ma solo pirati che tendono agguati sulle spiagge con tanto di catene, tiranni che emettono editti con l’ordine ai figli di tagliare la testa ai propri padri, responsi di oracoli che impongono di immolare tre o più verginelle per placare un’epidemia, o ancora bolle di parole in salsa di miele e tutti quei fatti e detti che sono come conditi col sesamo e il papavero.

[2] Chi va avanti nutrendosi di questa roba, non può avere gusto più di quanto non profumino quelli che vivono in cucina. Lasciatemelo dire, vi prego, ma l’eloquenza siete stati voi retori i primi a rovinarla. Grazie ai vostri giochetti deliranti con suoni vacui e inutili svolazzi, avete snervato il corpo del discorso facendolo crollare a terra. I giovani non si erano ancora impastoiati nelle declamazioni, quando Sofocle o Euripide trovarono le parole con le quali dovevano esprimersi, e il maestro in naftalina non aveva ancora danneggiato gli ingegni, quando Pindaro e i nove lirici rinunciarono a cantare sui ritmi di Omero. E per non citare soltanto i poeti, a quanto ne so, né Platone né Demostene si diedero mai a questo genere di esercizi. L’oratoria grande e – mi verrebbe da dire – onesta non vive di trucchi né di gonfiature, ma svetta per bellezza naturale. È da poco che questa logorrea tutta vuoti e turgori si è abbattuta dall’Asia su Atene, e come una stella del male ha invasato le menti delle giovani promesse, così che, una volta corrotti i princìpi, l’eloquenza è rimasta basita nel suo silenzio. Insomma, chi è più riuscito a uguagliare la fama di un Tucidide o di un Iperide? Ma neppure la poesia ha più avuto un bell’aspetto, e tutti i suoi generi, come se si fossero nutriti dello stesso cibo, non sono riusciti a invecchiare fino ad avere i capelli bianchi. Alla pittura è toccata la stessa sorte, quando quegli sfrontati degli Egizi hanno trovato la scorciatoia per un’arte tanto eccelsa».

[3] Ad Agamennone non andò a genio che io declamassi nel portico più a lungo di quanto lui non avesse sudato a scuola e disse: «Giovanotto, visto che la tua tirata non incontra il gusto della gente e, cosa davvero insolita, hai del sale in zucca, voglio svelarti i segreti del mestiere. In questi esercizi la colpa non è di certo dei maestri: passando il tempo coi dementi, finiscono per diventare dementi anche loro. Infatti se non insegnassero quello che aggrada ai ragazzini, come dice Cicerone “a scuola ci rimarrebbero solo loro”. Prendi gli adulatori da commedia: per scroccare pranzi ai ricchi rimuginano tra sé e sé solo quello che a loro parere manderà in visibilio l’uditorio – e infatti non riescono mai a ottenere quel che desiderano se non tendono qualche trabocchetto alle orecchie. Stessa cosa per il maestro di eloquenza: come il pescatore, se non attacca all’amo l’esca che piace ai pesciolini, resterà sullo scoglio senza che abbocchi mai nulla.

[4] E allora che fare? È coi genitori che bisogna prendersela perché non vogliono che i loro rampolli facciano progressi sottostando a severa disciplina. Tanto per cominciare sacrificano tutto, ivi incluse le proprie aspettative, all’ambizione. In secondo luogo, pur di centrare in fretta gli obiettivi, buttano nel foro dei ragazzotti immaturi, e imbottiscono di retorica – che a loro detta non ha eguali – dei bambinetti appena nati. Se invece lasciassero allo studio uno sviluppo graduale, permettendo così ai giovani di modellare le proprie menti sui precetti della filosofia, di migliorare lo stile con rigore impietoso, e di soffermarsi a lungo sui modelli da imitare, convincendosi che non è affatto una gran cosa quello che piace ai bambini, allora sì che la grande oratoria ritroverebbe tutto il prestigio della sua maestà. Ma al giorno d’oggi a scuola i ragazzi passano il tempo a giocare, nel foro i giovani si rendono ridicoli e – cosa ben più umiliante – i vecchi non hanno il coraggio di ammettere di aver studiato in passato soltanto boiate. Ma perché tu non debba pensare che io ce l’ho con le improvvisazioni alla buona alla maniera di Lucilio, eccoti la mia opinione in versi: […] »

Oltre a ciò, per formarsi bene è necessario selezionare i modelli: in questo caso Cicerone risulta un esempio positivo, mentre Seneca, pur essendo un autore importante, non va affrontato subito, data la grande presenza di espressioni asiane e barocche:

Istitutio oratoria [10, 125-131]:

«[125] Nella trattazione di tutti i tipi di eloquenza ho di mia volontà posticipato le opere di Seneca per via di un’opinione diffusasi su di me e non vera, secondo la quale si è pensato che io lo condanni e anche che lo odi. E questo mi è successo quando mi sforzavo di ricondurre uno stile corrotto e reso effeminato da tutti i difetti a una valutazione basata su criteri più rigidi. A quell’epoca Seneca era quasi l’unico autore che andava di moda tra i giovani. [126] Per parte mia, non è che io tentassi di proibirne la lettura in assoluto, ma non accettavo che venisse scelto al posto di autori migliori, che egli non aveva smesso di attaccare, perché, conscio com’era della stranezza del suo stile, non era sicuro di piacere dal punto di vista stilistico a quelli a cui quegli autori erano graditi. Ma i giovani lo adoravano più di quanto fossero in grado di imitarlo e si distanziavano da lui tanto quanto lui si era allontanato dagli antichi (scrittori).

[127] Sarebbe stato conveniente che essi fossero riusciti a eguagliarlo, o che almeno si fossero avvicinati a lui. Ma egli andava di moda solo per i suoi difetti e ognuno voleva riprodurre quelli che poteva; poi, mentre si credeva un dio per essere in grado di parlare come Seneca, lo infamava. [128] Ebbe, quindi, numerosi e grandi pregi, un’intelligenza sveglia e versatile, moltissima capacità pratica, enorme erudizione, anche se a volte fu sviato da quelli ai quali dava da fare alcune ricerche. [129] Prese in esame inoltre quasi tutti gli argomenti di studio; infatti circolano a nome suo discorsi, poesie, epistole, dialoghi. Nella filosofia fu poco preciso, ma fu un geniale persecutore dei vizi umani. In lui sono frequentissimi e grandissimi aforismi, molto merita di essere letto per obiettivi morali, ma lo stile è complessivamente corrotto ed è pericolosissimo, in quanto pieno di difetti attraenti.

[130] Si vorrebbe che si fosse espresso con il suo ingegno, ma con lo stile di un altro. Se avesse evitato alcune cose, se non si fosse appassionato di una forma di espressione degradata, se non avesse amato tutto quello che era del suo calibro, se non avesse spezzato la grandezza dei concetti in frasette minute, sarebbe apprezzato da tutte persone istruite piuttosto che amato dai ragazzi. [131] Ma anche con questi limiti, deve essere letto da chi è già istruito e fortificato da un genere di stile più rigido, se non altro perché può usare il senso critico, dato che in lui, come ho detto, c’è molto da apprezzare, molto da ammirare, purché si abbia attenzione di scegliere con giudizio; se almeno l’avesse fatto lui! La sua predisposizione naturale sarebbe stata degna di raggiungere risultati migliori; anche perché quello che ha voluto, è sempre riuscito a realizzarlo

Lorenzo Cardano

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