Il pensiero di Teocrito e gli Idilli in pillole

I Grandi Classici Greci e Latini: Teocrito e gli Idilli

Biografia: chi è Teocrito?

Sulla vita di Teocrito sappiamo veramente poco; tutte le (scarse) informazioni sono ricavabili da riferimenti interni alle sue stesse opere. L’anno di nascita è solitamente collocato intorno al 310/300, mentre la sua patria fu Siracusa. Nel carme XVI, Le Grazie, è Teocrito stesso a rivolgersi a Gerone II di Siracusa, per assicurarsi la sua protezione.

Successivamente, come si può vedere nell’Encomio a Tolomeo (Filadelfo), il poeta aspirò a trasferirsi ad Alessandria. Egli entrò in rapporto con Callimaco, con il quale trascorse parte della sua vita. Tuttavia, Teocrito amò vivere anche nell’isola di Cos, che appare come sua dimora prediletta. Infine, l’anno della morte risulta a noi ancora ignoto.

Il corpus teocriteo

Sotto il nome di Teocrito è trasmesso un corpus di 30 componimenti poetici – o “idilli” (da gr. εἰδύλλιον, «quadretto», diminutivo di εἶδος, «immagine»). Il corpus teocriteo comprende vivaci mimi letterari, alcuni epilli, poesie d’occasione, ma anche carmi di carattere erotico/simposiale, scritti in dialetto eolico.

Il Ciclope

L’opera teocritea ripropone uno dei temi principali della riflessione greca: la dialettica tra natura e cultura. E’ interessante, appunto, che proprio uno dei personaggi per eccellenza del mondo selvaggio, il Ciclope, manifesti affinità psicologica con la sensibilità comune, manifestando il proprio amore per una giovane.

Egli esegue una serenata per lei, elencando le sue grazie e ricordando che, la prima volta che la vide, subito si infiammò di lei. In seguito, il mostro esalta le sue ricchezze e si ripromette di imparare il nuoto per seguirla negli abissi.

Questo testo è eccellente nel riprendere alcuni aspetti della poetica ellenistica: l’ironia, l’attenzione per il dettaglio particolare e la psicologia del personaggio. Inoltre, è importante notare che i luoghi comuni della letteratura erotica antica in questo caso vengono sì ripresi, ma con intento fortemente ironico!

Un esempio può essere fornito dalla promessa del Ciclope di cui si è già parlato prima: il desiderio di essere tutt’uno con la giovane (il Ciclope esprime il sogno di avere pinne e branchie per raggiungerla in fondo al mare) mette ancora di più in ridicolo l’aspetto, già di per sè mostruoso, del Ciclope.

[75-84] Ciclope: «Ahimè se con le branchie

la madre mia m’avesse messo al mondo,

e potessi tuffarmi fino a te

e baciarmi la mano, se non vuoi

che ti baci la bocca! Bianchi gigli

ti avrei portati e tenero papavero

con petali rossi. Ma d’estate

sbocciano gli uni, gli altri nell’inverno

e non avrei potuto tutti insieme

portarli fino a te

Dopo un primo gesto di galanteria, il Ciclope si corregge, passando al buon senso del campagnolo: questo è un ulteriore dettaglio umoristico che mette in evidenza la sua goffaggine. Inoltre, la tematica dei “mille baci” è ovviamente ricollegabile ad uno dei componimenti catulliani più famosi in assoluto: il Carme V.

Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo,
e i rimproveri dei vecchi pedanti
tutti insieme non consideriamoli un soldo.
I giorni tramontano e tornano;
ma noi quando cade la breve luce della vita,
dobbiamo dormire una sola interminabile notte.
Donami mille baci, poi ancora cento,
poi altri mille, poi ancora altri cento,
poi di seguito mille, e poi di nuovo altri cento
.
Quando poi ne avremo dati migliaia,
confonderemo le somme, per non sapere,
e perché nessun malvagio ci invidi,
sapendo che esiste un dono così grande di baci.

Il tema della beatitudine, in un contesto campestre, del Ciclope era già stato oggetto del dramma satiresco di Euripide:

[339-342] Ciclope: «Chi complicò la vita con le leggi, se ne vada in malora; non rinunzierò certo a fare del bene al mio dio e… a divorare te. Ecco i doni ospitali – voglio fuggire a ogni critica – il fuoco e l’acqua paterna e la caldaia che, bollendo, rivestirà a puntino la tua carne squarciata.»

Il Ciclope, riportando un’idea tipica dei sofisti, dice che le leggi sono state inventate dagli uomini, non sono prodotti di un progetto divino o naturale. Quindi, in un contesto comico, Eurpide pone l’accento sull’inutilità delle leggi; per capire questo, bisogna tener conto della forte attenzione che Euripide prestava ai fatti di attualità: il disprezzo verso la Guerra del Peloponneso, che stava avendo un grandissimo impatto in quel periodo, si riscontra già attraverso l’ottica dei vinti in guerra (si pensi, ad esempio, alle Troiane).

Questo tema non è nuovo: già Tucidide, nelle Storie, aveva denunciato la condotta machiavellica della politica ateniese, rappresentandola in uno degli episodi più celebri del libro V, ovvero Il dialogo dei Melii.

[101-109] Ateniesi: «Niente affatto, se volete deliberare con prudenza e buon senso. Giacchè non è in atto tra noi e voi una gara di coraggio, alla pari, avente come obiettivo di salvare il disonore! L’oggetto in discussione è la salvezza: il che significa non opporsi a chi è di gran lunga più forte. […] Badate che, per chi deve accorrere in aiuto, la sicurezza non è data dalla benevolenza di chi ha sollecitato l’intervento: quello che importa è che abbia rilevanti forze militari. […]»

Nel dialogo di Tucidide, gli ambasciatori ateniesi spiegano ai Melii che la loro sopraffazione è legittimata dalla legge del più forte. I Melii cercano inutilmente di riferirsi al senso della morale e alle leggi scritte, ma queste nulla possono di fronte alla spietata realtà del più forte.

Le Siracusane

Nelle Siracusane il motivo centrale è la scoperta della vita cittadina di Alessandria, caotica e complessa. Tutto ciò avviene attraverso una prospettiva molto singolare: infatti attraverso gli occhi e le voci di Gorgò e Passinoa, non solo donne, ma anche popolane e straniere, che viene descritta la città.

La loro provenienza viene marcata ancora di più dall’utilizzo del dialetto siracusano, per via dei dialoghi che le due figure femminili intraprendono con i passanti.

Il testo è inoltre interessante proprio per il modo con cui sono visti gli uomini: quando Gorgò raggiunge l’amica, che di recente ha cambiato casa, quest’ultima si lamenta del marito.

Prassinoa lo aveva mandato al mercato per comprare il nitro (carbonato di sodio che serviva come detersivo per gli abiti) e belletto (φῦκος). Il marito, al contrario, era tornato con del semplice sale! La scena è quasi comica, ma è come se l’autore volesse svelare agli uomini che cosa normalmente le donne dicano di loro, quando sono fuori casa.

Incantatrice

[17-24]: «Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Farina d’orzo anzitutto è consumata nel fuoco; su, spargila,

Testili. Sciagurata, dove te ne sei volata con la mente?

Dunque anche per te, maledetta sono oggetto di spasso?

Spargila, e insieme di’: “Io spargo le ossa di Delfi”.

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Delfi mi ha dato il tormento: io per Delfi brucio

l’alloro

Torquilla (Iynx) era in orgine una Ninfa che con i suoi incantesimi era riuscita ad attirare Zeus; Era, a causa di ciò, per vendetta, la trasforma in uccello, il “torcicollo” (o torquilla). Secondo i rituali magici del tempo, al movimento del collo della torquilla, che avveniva nella stagione degli amori, corrispondeva il movimento della ruota, che prende il suo nome per metonimia e che doveva attirare l’amato.

Questo, che è il primo dei tre mimi del corpus teocriteo, è l’Incantatrice. Esso consiste in un monologo di una giovane donna, Simeta, che tenta di ricondurre a sè il suo seduttore, ricorrendo a pratiche magiche.

Grande attenzione viene data al rituale, scandito nei suoi vari procedimenti e ritornelli: la maga lega fili di lana, per legare il cuore dell’amato Delfi, brucia farina, alloro, crusca e brandelli della sua veste, per far bruciare (di passione) anche lo stesso giovane.

Questo idillio sarà modello per l’Egloga VIII di Virgilio: la donna, assistita dall’ancella Amarillide, cerca con la magia di riconquistare un innamorato con un incantesimo.

Lorenzo Cardano

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