Elio Aristide, l’elogio di Roma in pillole

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Biografia

Elio Aristide fu uno dei più rinomati sofisti del 2° secolo d.C. Nacque nel 129 ad Adriani in Misia, ricevette una buona preparazione retorica che gli permise di intraprendere la carriera di conferenziere. Tuttavia, Aristide si recò per molti anni al santuario di Pergamo, per trovare una soluzione per le sue malattie psicologiche. Inoltre, compì molti viaggi in Grecia e soprattutto ad Atene, in Egitto e a Roma.

Encomio/Elogio di Roma

In una delle sue opere più importanti, l’Encomio a Roma, Aristide esprime la sua ammirazione (in modo iperbolico!) per l’opera di pace universale compiuta dall’impero romano.

[90]: «Anche nella costituzione politica avete istituito un regime diverso da quello di tutti gli altri Stati. Si riteneva un tempo che nel consorzio umano le forme di governo fossero tre: le due prime avevano due nomi ciascuna, a seconda del carattere del governo, tirannide e oligarchia, regno e aristocrazia; la terza aveva sempre il nome di democrazia, sia che funzionasse bene sia che andasse male.

Le varie città si eran divise queste tre forme come volle la scelta o la sorte. Ma il vostro regime non rientra in nessuna di queste tre; è un contemperamento di tutti e tre, senza i punti deboli di ciasuna; così questo tipo di governo ha trionfato su tutti.»

In questo caso, è facile notare la ripresa della teoria della “costituzione mista”, già precedentemente elaborata da Polibio.

[97]: «Come adunato a festa, tutto il mondo civile ha deposto il peso delle armi, suo antico fardello, e si è volto a farsi bello e a godere delle gioie della pace. È scomparsa ogni ragione di contese fra le città; resta per tutte solo una gara, quella di apparire più amabili e accoglienti che possono.»

L’immagine di un mondo che non ha più bisogno di scontri armati è già presente in Tucidide:

Storie [1,6]: «tutta la Grecia portava armi, non essendo protette le abitazioni né sicure le comunicazioni degli uomini tra loro; e per essi vivere con le armi diventò una cosa abituale […]. Furono gli Ateniesi per primi ad abbandonare le armi, e, vivendo liberamente, ad adottare modi più raffinati

Si riprende uno dei temi principali della propaganda augustea: la pax romana, celebrata più volte anche da Virgilio.

Sempre Aristide scrive:

[103]: «Narrano i poeti che prima del regno di Giove l’universo era pieno di tumulti, di sconvolgimenti, di guerre, ma dopo l’avvento del regno di Giove, tutto il mondo si mise a posto; i Titani, scacciati da lui e dagli dèi del suo seguito, si ritirarono nei più profondi recessi della terra. […]»

L’elemento mitologico serve a rendere ancora più solenne il discorso: è, infatti, di matrice esiodea. Già nella Teogonia si parla di un passaggio da una condizione di caos a una di ordine. La religione greca non ebbe mai un unico testo sacro di riferimento (come l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islamismo); dovette, quindi, essere soggetta a tante (e diverse) teogonie, di cui la più famosa è proprio quella di Esiodo.

Teogonia [116-125]: 

«Dunque, per primo fu Caos, e poi

Gaia dall’ampio petto, sede sicura per sempre di tutti

gli immortali che tengono la vetta nevosa d’Olimpo,

e Tartaro nebbioso nei recessi della terra dalle ampie strade,

poi Eros, il più bello fra gli immortali,

che rompe le membra, e di tutti gli dei e di tutti gli uomini

doma nel petto il cuore e il saggio consiglio.

Da Caos nacquero Erebo e la nera Notte.

Da Notte provennero Etere e Giorno

che lei concepì a Erebo, unita in amore.»

Già dai primi versi si può evincere che la Teogonia di Esiodo è stata il primo tentativo, nella cultura greca, di trattare in modo sistematico i personaggi divini legati al mito. Nel passo citato centrale è la figura di Eros: se tradizionalmente era raffigurato come figlio di Afrodite, in questo caso, invece, è allegoria dell’impulso sessuale, quindi svolge un ruolo primario nell’evoluzione del mondo.

Per comprendere meglio, potremmo dire che la sua funzione non è poi così tanto diversa dalla Venere del proemio del De rerum natura di Lucrezio: anche lei, infatti, indica il principio epicureo dell’ἡδονή (voluptas). Un altro esempio è presente nell’opera Ippolito di Euripide: nonostante sembri una tragedia tradizionale (la dea Afrodite che si vendica contro Ippolito, che si nega una vita completa), in quest’occasione la divinità, come in tutte le tragedie euripidee, assume un significato più terreno, più legato alla dimensione dell’uomo. Anche qui Afrodite designa l’impulso vitale, la sessualità:

Prologo, Afrodite: «Possente e non ingloriosa dea tra i mortali e in cielo, io son Cipride: fra quanti abitano tra il Ponto e i termini dell’Atlante e vedono la luce del sole, quelli che onorano la mia potenza io tengo in pregio; abbatto, invece, coloro che si mostrano superbi verso di me. Anche nell’indole dei numi è insito il goder degli onori resi dai mortali.

Ora ben presto mostrerò la verità di queste mie parole: il figlio di Tèseo, nato dall’Amazzone, Ippolito, allievo del saggio Pittèo, solo fra tutti i cittadini di questa terra Trezènia, dice che io sono la peggiore delle divinità, e sdegna l’amore e disprezza le nozze; ed onora invece la sorella di Febo, Artemide, figlia di Zeus, giudicandola la più potente delle divinità; e attraverso la verde selva sta sempre vicino alla vergine e con agili cagne stermina dalla terra le fiere, contratta così un’amicizia, che per lui mortale è troppo elevata. Ma non per questo io mi cruccio; e perché dovrei crucciarmi?

Ma delle offese che m’ha fatte, io punirò Ippolito oggi stesso; disegno, ed ora non mi occorre molta fatica.»

Ritornando all’Encomio di Roma, possiamo notare che Elio Aristide aggiunge:

[103-104]: «Allo stesso modo, se ci si ferma a considerare le condizioni del mondo prima e durante il vostro governo, si trova che prima del vostro impero il mondo era in perpetuo sconvolgimento e andava avanti senza un ordine prestabilito; da quando voi vi siete messi a governarlo, disordini e sconvolgimenti sono cessati, è subentrato l’ordine, si è diffusa dappertutto una splendida luce di civiltà, di solidi ordimenti politici; ha trionfato il Diritto, gli altari degli dèi hanno ricevuto ancora gli onori del culto.

Prima saccheggiarono la terra, come se castrassero i genitori, e se non divoravano i figli, se li uccidevano a vicenda, e li immolavano nelle guerre civili e nei sacrifici. Ora invece un’assoluta sicurezza generale è concessa al mondo e ai suoi abitanti; non vi è più pericolo di subire ingiustizie, anzi vi sono, a mio giudizio, tutte le possibilità di essere trattati giustamente. Pare che guardandovi dall’alto veglino all’ordine del vostro impero e alla sicurezza del vostro dominio».

Si riprende uno dei temi della propaganda romana: già nel 6° libro dell’Eneide viene creata questa visione di un mondo pacificato sotto il comando di Roma e guidato dai discendenti di Enea; la rappresentazione è quella di un mondo non più soggetto a guerre intestine:

Eneide, Libro VI [826-831; 847-853]: 

«Quelle che poi tu vedi in identiche armi risplendere,

anime ora concordi e fin quando la notte le grava,

ahi, quante guerre tra loro, saliti ai vivifici raggi,

quanti scontri e che stragi susciteranno, tra il suocero

dai baluardi Alpini scendente e dall’arce di Monaco,

e il genero con le opposte forze d’Oriente schierato!

[…]

Altri, cred’io, sfoggeranno i bronzi con più morbidezza

animandoli, vive fattezze trarranno dal marmo;

sapranno meglio trattare le cause e segnare le vie

del cielo con la bacchetta e predire l’ascesa degli astri:

tu a governare autorevole i popoli attendi, o Romano,

a dare norme alla pace (le arti tue queste saranno),

a perdonare i vinti e a debellare i superbi.»

Virgilio interpreta quindi tutta la storia di Roma come una lenta evoluzione, voluta e guidata da una forza divina. L’impero di Roma è, dunque, un progetto del Fato e degli dèi, per una missione che dovrebbe “salvare” l’intera umanità.

L’idea del favore degli dei ritorna anche in Aristide:

Encomio di Roma [105]: 

«Giove, perché dedicate le vostre cure con bell’entusiasmo al benessere del mondo, che è bella opera sua; Era, perché le nozze sono sancite dalle leggi; Atena ed Efesto, perché sono in onore le arti […] Quanto alle Grazie, quando mai le città ebbero in retaggio in maggior copia i loro doni? E le arti di Esculapio e degli dei egizi ora sono largamente diffuse tra gli uomini.»

È importante notare la presenza di Esculapio (Asclepio) anche dal punto di vista biografico di Elio Aristide. Durante il viaggio a Roma andò incontro ad un numero impressionante di malattie e rientrò a casa in stato di totale prostrazione. Per guarire, andò in un santuario di Pergamo, dedicato al dio Asclepio, dove maturò un diario: I Discorsi sacri.

Lorenzo Cardano

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