Fedro in pillole: opere e pensiero

Nell’ambito della poesia minore dell’età giulio-claudia, la produzione di Fedro sembra essere una voce fuori dal coro: è, infatti, un autore marginale sia per la sua modesta posizione sociale che per il genere letterario che pratica.

La tradizione favolistica in Grecia e a Roma

Se considerato singolarmente, nessun testo della raccolta favolistica di Fedro è così tanto originale, soprattutto se confrontato con il suo modello principale greco: Esopo.

La tradizione favolistica greca, inizialmente orale, era stata rielaborata in modo scritto per la prima volta da Esiodo:

Opere e giorni [vv. 202-224; 276-285]:

«Giudici saggi son questi: pur, narro una favola ad essi.

Uno sparviere, che aveva fra l’unghie un canoro usignuolo,

e per le nubi così lo recava ghermito, gli disse —

quello, da parte a parte trafitto dall’unghie ricurve,

miseramente gemeva — cosí, duramente, gli disse:

Gemi, tapino? Perché? Ti stringe uno molto piú forte:

andrai, benché tu sia valente cantor, dov’ei brama.

Di te faccio banchetto, se voglio, se voglio, ti lascio.

Chi faccia a faccia vuole lottar col piú forte, è uno stolto: (v.210)

vincer, non vince; ed oltre lo scorno, gli tocca la doglia».

Disse cosí lo sparviere, l’uccello dall’ala veloce.

O Perse, ascolta tu la Giustizia, né mai favorire

la Prepotenza: ch’è male pel debole; e il forte, ancor esso

non la sostien di leggeri, ma sotto il suo peso s’aggrava,

quand’ei nella Follia della colpa s’imbatte. Assai meglio

vale seguir l’altra via, che guida a Giustizia: Giustizia

sempre alla fine trionfa, lo stolido impara a sue spese. (v.218)

Ché Giuro corre dove si dettano inique sentenze,

e di Giustizia il piato si leva, se giudici ingordi

via la discacciano, e dànno sentenza con torto giudizio.

Traverso la città segue ella piangendo, e pei borghi,

entro una nebbia ascosa, recando malanni ai mortali

che l’hanno posta in bando, che furono giudici iniqui.

[…]

Però che stabilí questa legge agli umani il Croníde:

ai pesci, ed alle fiere terrestri, e agli uccelli volanti,

che l’un mangiasse l’altro: ché norme non han di giustizia;

e agli uomini largí Giustizia, che val molto meglio:

perché, se alcuno il vero riesce a veder, lo professa,

Giove che tutto vede, benessere a quello concede;

ma chi, testimoniando, cosciente mentisce e spergiura,

lede giustizia, e folle divien d’insanabile colpa.

A poco a poco, oscura divien la sua stirpe, e si perde:

di chi rispetta il giusto, migliore la stirpe diviene

Questo passo serve ad Esiodo per introdurre il tema fondamentale del contrasto tra la giustizia (Δίκη) e violenza (ὕβϱις); la favola con i protagonisti animali serve a trasmettere il messaggio che gli dei, in particolare Zeus, diventano i veri garanti della giustizia.

Al verso 218 si ribadisce il concetto del πάθει μάθος, dell’apprendimento attraverso la sofferenza, che avrà grande fortuna nel teatro di Eschilo.

Tuttavia, la morale è già presente al verso 210, ma viene ripresa anche negli ultimi versi.

Oltre ad Esiodo, anche Archiloco, ma soprattutto Esopo, porteranno avanti questa tradizione. Esopo darà vita, quindi, ad un grande corpus di favole, da cui lo stesso Fedro prenderà ispirazione.

Nel mondo romano, invece, a precedere Fedro nella composizione di favole saranno Ennio, Lucilio, ma in particolare Orazio, con la favola del topo di città e di quello di campagna:

Sermones II [vv. 79-117]:

«Questo il mio desiderio: un pezzo di terra non tanto grande, dove ci fossero un orto e vicino a casa una fonte d’acqua perenne con qualche albero che la sovrasti. Piú e meglio fecero gli dei. Bene. Nient’altro ti chiedo, figlio di Maia, se non che questi doni tu me li assicuri per sempre. Se è vero che non ho mai accresciuto il patrimonio con mezzi disonesti e non penso d’impoverirlo per incuria o depravazione; se è vero che non sono cosí sciocco da mettermi a pregare: ‘Magari potessi avere quell’angolo di terra che ora s’incunea nei confini del mio campicello! Potesse la sorte indicarmi un’urna di monete, come a quel bracciante che, trovato un tesoro, e arricchitosi col favore di Ercole, il campo in cui lavorava arò da padrone’; se quello che posseggo mi piace e m’appaga, questa è la preghiera ch’io ti rivolgo: impingua al padrone il gregge e tutti i suoi beni, tranne l’ingegno e, com’è consuetudine, veglia su di me, tu che piú di tutti mi proteggi. Ed ora che dalla città mi sono ritirato in questo rifugio tra i monti, quali motivi illuminerà mai la musa dimessa delle mie satire?Qui non m’infastidiscono insane ambizioni, l’afa dello scirocco o l’autunno malsano, che di Libitina anzitempo è la fortuna. Dio del mattino, o Giano, se cosí vuoi essere chiamato, tu che gli uomini disponi ai travagli, come piace agli dei, della loro vita operosa, dai inizio al mio canto.

A Roma pretendi ch’io presti garanzie: ‘Avanti, sbrigati, che uno piú zelante non risponda prima all’appello’. E bisogna andare, sia che un vento del nord spazzi la terra o che l’inverno accorci, tra la neve, l’arco del giorno. Poi, dopo aver detto in modo chiaro e preciso ciò che potrebbe rovinarmi, mi tocca lottare in mezzo alla folla insultando chi è troppo lento. ‘Che vai cercando, forsennato? che ti prende?’ m’investe uno screanzato, imprecando inviperito, ‘quando corri da Mecenate con quel pensiero fisso in testa, travolgeresti tutto ciò che ti si para innanzi.’ Vederlo mi piace, è miele per me, non lo nascondo.

Ma appena si arriva al tetro Esquilino, cento faccende altrui da ogni parte m’assalgono la mente. ‘Roscio vorrebbe che l’assistessi domattina fra le sette e le otto al pozzo di Libone. ‘Gli scribi ti pregherebbero, Quinto, di non dimenticare che oggi devi rivederli per una questione nuova e importante di comune interesse. ‘Vedi che Mecenate imprima il suo sigillo su questi documenti.’ Puoi ben dire: ‘Ci proverò’; se vuoi, ci riesci’, replica pressante. Sono passati sette anni, anzi ormai quasi otto, da quando Mecenate cominciò a considerarmi nel numero dei suoi, non per altro, che per avere, se n’avesse voglia, qualcuno da far montare in carrozza nelle sue passeggiate, qualcuno a cui appellarsi con inezie del genere: ‘Che ora è?’, ‘Può il tracio Gallina competere con Siro?’, ‘Il freddo del mattino ormai s’è fatto pungente per chi non si riguarda’, ed altre, che si possono tranquillamente affidare ad orecchie piene di fessure. Per tutto questo tempo, di giorno in giorno, di ora in ora, il nostro amico è stato bersagliato dall’invidia. Assisteva con lui ai giochi? con lui giocava in Campo Marzio? e tutti: ‘Baciato dalla fortuna’. Agghiacciante una voce si diffonde dai rostri ad ogni angolo di strada: chiunque s’incontra, mi consulta: ‘Amico, tu devi saperlo, visto che vivi proprio a fianco degli dei, hai notizie dei daci? ‘Io? nulla.’ ‘Il solito burlone…’ Non mi diano pace gli dei, se so qualcosa.’

‘Che dici? le terre promesse ai veterani, Cesare gliele darà in Sicilia o in Italia?’ E se giuro di non sapere nulla,mi guardano trasecolati come esempio piú unico che raro di straordinaria e profonda segretezza. E in sciocchezze del genere va in fumo la giornata, mentre sospiro: campagna mia, quando ti rivedrò?quando mi sarà dato di assaporare il dolce oblio degli affanni che procura la vita, ora sui libri degli antichi, ora nel sonno e nelle ore di riposo? quando potrò sedermi davanti a un piatto di fave, quelle che Pitagora ritiene parenti, insieme a una quantità di verdure condite con grasso di lardo? Notti e cene divine! mangiare con gli amici davanti al proprio focolare, mentre con gli avanzi appena assaggiati in mezzo ai lazzi si nutrono gli schiavi.

Secondo il piacere d’ognuno, i convitati, senza un vincolo che li travagli, vuotano calici di diversa misura: il buon bevitore regge bicchieri di vino forte, altri invece preferiscono bagnarsi la gola di vinello annacquato.

E cosí nasce la conversazione, non sulle ville o i palazzi degli altri, non su Lèpore, se è buon danzatore o no, ma discutiamo di ciò che piú ci riguarda e che è male ignorare: se siano le ricchezze o la virtú a rendere felici gli uomini; che cosa, tra l’interesse e il dovere, c’induca all’amicizia; quale sia l’essenza del bene e quale la sua perfezione.

E fra un discorso e l’altro, Cervio, un mio vicino, racconta, come capita, le favolette della nonna. Se per esempio uno di noi esalta le ricchezze di Arellio, ignorando i guai che comportano, incomincia cosí:

C’era una volta un topo di campagna che nella sua povera tana ebbe ospite un topo di città, come per vecchi vincoli si accoglie un vecchio amico: ruvido e attaccato ai suoi risparmi, ma non al punto da negare il suo animo gretto ai doveri dell’ospitalità.

In poche parole, non gli fece mancare né i ceci che aveva messo da parte, né i lunghi chicchi dell’avena, e, portandoli in bocca, gli offrí acini passiti e pezzetti di lardo rosicchiati, cercando di vincere con la varietà dei cibi la riluttanza dell’amico, che a mala pena assaggiava le singole vivande con fare indisponente, mentre sdraiato sulla paglia fresca il padrone di casa si mangiava farro e loglio, lasciando all’altro i bocconi migliori.

Alla fine il cittadino gli disse: ‘Che gusto c’è, amico mio, a vivere di stenti sulle pendici di questo bosco scosceso? Non ti pare che alle foreste inospitali siano da preferire uomini e città? Dammi retta, mettiti in cammino con me, visto che le creature terrestri anima mortale hanno avuto in sorte e che, piccoli o grandi, non si sfugge alla morte: perciò, mio caro, finché t’è concesso, goditi le gioie che dà la vita e ricorda quanto questa sia breve’. Scosso da questi suoi discorsi, il campagnolo balza lesto dalla tana, ed eccoli correre insieme sul loro itinerario, ansiosi d’insinuarsi nottetempo nelle mura della città.

E già la notte era a metà del suo corso celeste, quando i due mettono piede in un palazzo sontuoso, dove su divani d’avorio splendeva un drappo tinto di rosso scarlatto e dove una quantità di vivande, avanzate da una cena opulenta, erano in un canto riposte dal giorno avanti in canestri ricolmi. Sistemato che ebbe il campagnolo lungo disteso su un drappo di porpora, l’ospite con l’agilità di un servo si mette a scorrazzare avanti e indietro, serve portate una dopo l’altra e assolve al servizio come un domestico, assaggiando per primo tutto ciò che porta. Quello si gode sdraiato la nuova condizione e in mezzo a tante leccorníe fa la parte del convitato soddisfatto, quando a un tratto un gran fracasso di porte li fa balzare giú dal letto. E via impauriti a correre qua e là per la sala e in piú senza fiato, tremanti, come nell’immenso palazzo rimbombano i latrati dei molossi. Allora il campagnolo sbotta:

‘Non so che farmene di questa vita’, e ‘stammi bene: il bosco e la mia tana, sicura dai pericoli, mi compenseranno delle mie povere lenticchie’

Orazio usa lo schema consueto della favola per introdurre alcuni temi principali della sua poesia: il Λάθε Βιώσας epicureo, l’autosufficienza dei cinici, l’idea della brevità della vita e il carpe diem.

Lasciamo un approfondimento anche su un altro autore che, oltre a Fedro, è noto per la sua favola…

Favola di Amore e Psiche

Fedro ed Esopo

Prologo del 1° libro di Fedro

Esopo è l’inventore. Fu lui a trovare gli argomenti che io ho elaborato

artisticamente in versi senari. Due sono le doti di questo libretto:

diverte e, se stai attento, consiglia come vivere. Se poi qualcuno avesse

da ridire perché parlano gli alberi e non solo gli animali, si ricordi che

noi scherziamo: le storie sono immaginarie.

Nel prologo del primo libro Fedro dice che Esopo è l’auctor, l’inventore del genere in lingua greca, ma lui stesso ha elaborato artisticamente il modello.

Prologo del 2° libro

Il genere esopico è costituito da esempi, e con le favole non si cerca

altro se non di correggere gli errori degli uomini e di aguzzarne

l’ingegno vigile e attivo. Qualunque sia perciò l’argomento della

narrazione, purché catturi l’orecchio e non si allontani dal suo

proposito, esso si raccomanda da sé, non per il nome dell’autore. Quanto a

me, osserverò scrupolosamente la maniera del nostro vecchio; ma se mi

piacerà inserire qualcosa di diverso, in modo che la varietà dei racconti

procuri diletto, vorrei, caro lettore, che tu lo accettassi di buon grado,

a patto che le innovazioni siano ripagate dalla concisione. Per non essere

prolisso nel lodarla, sta’ dunque a sentire perché non devi dare nulla

agli avidi e devi invece offrire ai discreti quello che non hanno chiesto.

Nel prologo del secondo libro, Fedro scrive di voler inserire anche qualcosa di originale rispetto alla produzione esopica.

Prologo del 3° libro

Se vuoi leggere i libretti di Fedro, occorre, Eutico, che tu sia libero da ogni impegno, perché il tuo animo, sgombro da pensieri, possa avvertire la forza della poesia. «Ma il tuo genio», dirai, «non vale tanto da far perdere ai miei uffici anche solo un attimo di tempo». In tal caso non c’è motivo che le tue mani tocchino quello che non è adatto a orecchie occupate. Forse dirai: «Verranno giorni di festa che mi potranno invitare allo studio letterario, quando il mio cuore sarà libero da ogni preoccupazione». Ti chiedo allora, leggerai poesiole senza valore piuttosto che dedicare le tue cure all’amministrazione della casa, offrire il tuo tempo agli amici, dedicarti a tua moglie, svagare l’animo, rilassare il corpo, così da adempiere poi con maggiore energia le solite incombenze? Devi cambiare scopo e modo di vivere, se pensi di varcare la soglia del tempio delle Muse. Io, partorito da mia madre sulle giogaie del Pìero, là dove la santa Mnemosine, nove volte feconda, generò a Giove tonante la schiera delle dee delle arti, io, sebbene sia nato quasi nella loro stessa scuola, e abbia completamente sradicato dal cuore ogni desiderio di possesso, e mi sia votato totalmente a questa vita con lode imperitura, anche così, sono accolto a mala pena nella cerchia dei poeti. Cosa credi che possa succedere a chi cerca di ammassare, sempre vegliando, grandi ricchezze, anteponendo al lavoro letterario il dolce guadagno? Ma ormai, sarà quel che sarà, come disse Sinone, quando fu condotto dinanzi al re della terra di Dardano, scriverò un terzo libro alla maniera di Esopo e lo dedicherò a te in riconoscimento del tuo onore e dei tuoi meriti. Se lo leggerai, ne sarò contento; se invece no, i posteri in ogni caso avranno di che dilettarsi.

Ora dirò in breve perché fu inventato il genere favolistico. La schiavitù, sempre soggetta al potere, poiché non osava dire quello che voleva, trasferì i propri sentimenti in favolette, e inventando storielle scherzose, evitò di essere falsamente incriminata. Io, quel sentiero, l’ho poi fatto diventare una strada e ho ideato più storie di quante lui non ne abbia lasciate, anche se alcuni soggetti, che ho scelto, mi condussero alla rovina. Che se l’accusatore fosse stato un altro e non Seiano, se il testimone fosse stato un altro, e il giudice infine un altro, ammetterei di essere degno di così grande disgrazia e non lenirei il mio dolore con questi rimedi. Se qualcuno sbaglierà per via dei suoi sospetti e riferirà precipitosamente a se stesso la storia che riguarda tutti in generale, stoltamente metterà a nudo la sua cattiva coscienza. Nondimeno vorrei scusarmi con lui: non ho infatti l’intenzione di censurare i singoli, ma di mostrare la vita com’è e come sono i comportamenti umani.

Forse qualcuno dirà che ho promesso una cosa difficile. Se il frigio Esopo e lo scita Anacarsi poterono ottenere eterna gloria con il loro talento, io, che sono più vicino alla Grecia cultrice delle lettere, perché, restando in un sonno inerte, dovrei trascurare di far onore alla mia patria? Anche il popolo della Tracia vanta i suoi poeti e Lino fu generato da Apollo, dalla Musa Orfeo, che col suo canto fece muovere le pietre e ammansì le fiere e trattenne il corso impetuoso dell’Ebro col dolce ostacolo della sua melodia. Perciò via di qua, invidia, perché tu non debba gemere invano! Un giorno mi sarà conferita la gloria che si deve ai poeti.

Ti ho indotto a leggere; ti chiedo di esprimere un giudizio sincero con la tua ben nota schiettezza.

Fedro ha reso una strada quella che per Esopo era un sentiero. La novità consiste nell’uso del verso e anche nei contenuti, che con Fedro iniziano a derivare anche da fatti di attualità.

Visione del mondo di Fedro

Fedro condivide con Esopo l’idea che non sia possibile cambiare nè il singolo, nè la società, e nemmeno sanare le ingiustizie dei potenti. Per Fedro, il meschino non diventerà mai buono e gli uomini al potere schiacceranno sempre i loro inferiori, non rimane altro che accettare questo mondo poco ideale e sopportare con prudenza con il proprio destino. Questa tematica del potere non si può non intrecciare con elementi di forte attualità come il servilismo alla corte del princeps, come si può evincere dalla favola 13 del 6° libro di Fedro:

Due uomini, uno bugiardo, l’altro sincero e le scimmie

Non c’è nulla di più utile all’uomo che dire la verità: questa massima dovrebbe essere certamente approvata da tutti, ma la sincerità di solito va dritta alla propria rovina.
Due uomini, uno bugiardo, l’altro sincero, viaggiavano insieme. Camminando giunsero nel paese delle scimmie. Una scimmia del branco, non appena li vide – si trattava di uno scimmione che si era fatto loro capo – ordinò di arrestarli e di interrogarli per sapere che cosa quegli uomini avessero detto di lui; e ordinò che tutte le scimmie a lui simili gli si schierassero davanti, in lunga fila, a destra e a sinistra, e che di fronte gli fosse preparato un trono; fece stare tutti schierati davanti a lui proprio come una volta aveva visto fare all’imperatore. Poi ordinò che i due uomini fossero portati al centro. Il capo delle scimmie domandò: «Io, chi sono?». Il bugiardo disse: «Tu sei l’imperatore». E di nuovo interrogò: «E questi che vedete in piedi davanti a me, chi sono?». Sempre il bugiardo rispose: «Questi sono i tuoi compagni, primicerii, comandanti di campo», e via di seguito con le funzioni militari. E per questa risposta menzognera il capo, che era stato così lodato con la sua banda, ordinò che quell’uomo fosse premiato, perché aveva fatto ricorso all’adulazione e li aveva ingannati tutti. Frattanto l’uomo sincero diceva tra sé e sé: «Se costui, che è un bugiardo e mente su tutto, è stato trattato e premiato così, che cosa riceverò io, se dirò la verità?». Stava riflettendo tra sé su queste cose, quando il capo scimmia, che voleva essere chiamato imperatore, gli domandò: «Dimmi, tu: chi sono io e costoro che vedi davanti a me?». Ma l’uomo, che amava la verità e era abituato a dire sempre il vero, rispose: «Tu sei una scimmia, e tutti questi sono scimmie come te». Immediatamente si ordina di farlo a pezzi con i denti e
con le unghie, perché aveva detto la verità.

Il tema tra intellettuale e potere, già visto con Seneca, è presente nella prima favola del libro V:

https://www.culturamente.it/letteratura/seneca-opere-pensiero-riassunto/

Il re Demetrio e il poeta Menandro

Demetrio, che fu soprannominato Falereo, occupò Atene, sottoponendola a un dominio tirannico. Come è usanza della gente, tutti si precipitano da ogni parte, a gara, gridando: «Viva!». Gli stessi notabili baciano quella mano da cui sono oppressi, deplorando in cuor loro il triste cambiamento della sorte. Anzi, persino i cittadini disimpegnati e dediti a vita privata, per ultimi, si trascinano fin là, perché la loro assenza non li danneggi; tra questi c’era Menandro, famoso per le sue commedie, che Demetrio aveva lette e aveva ammirato il talento di quell’uomo, senza però conoscerlo personalmente. Menandro dunque giungeva con passo femmineo e languido, impregnato di profumo e con una veste fluente. Quando il tiranno lo scorse in fondo alla fila domandò: «Chi è mai quell’invertito che osa venire al
mio cospetto?». Chi gli era vicino rispose: «È Menandro, lo scrittore».
Cambiando immediatamente tono, disse: «Non ci può essere uomo più bello».

Uno spunto moderno: La fattoria degli animali di Orwell

Scrive il collega Davide Massimo:

Sulla scia di Esopo e Fedro, i protagonisti di questa favola sono degli animali, dietro i quali si nascondono allegoricamente figure storiche. Un bel giorno nella loro fattoria, l’anziano maiale Vecchio Maggiore (che rappresenta Marx) convoca gli animali per esporre la sua teoria dell’Animalismo (Comunismo). Gli animali lavorano più del necessario e il frutto sovrabbondante del loro lavoro viene costantemente rubato dall’uomo. Perciò, prima di morire, il maiale esorta i suoi compagni alla ribellione. Costoro, dunque, guidano una rivolta (la rivoluzione russa) e prendono il controllo della fattoria cacciandone il proprietario, il fattore Jones (lo zar Nicola II). I maiali guidano la rivoluzione e instaurano un nuovo regime che sembra più vantaggioso per gli animali.

Lorenzo Cardano

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