“Non mi uccidere” è un film diretto da Andrea De Sica in streaming su Netflix e tratto dall’omonimo romanzo di Chiara Palazzolo. Il regista scommette nuovamente su Alice Pagani come protagonista dopo “Baby“, la serie sulle baby squillo che ebbe un grande successo sulla medesima piattaforma.
Un storia d’amore e di orrore
“Non mi uccidere” può avere molte colpe, ma anche altrettante virtù. Partiamo col dire che al centro della storia ci sono due adolescenti innamoratissimi. Lei ha paura dell’esaltazione di lui, ma vuole immergersi nel suo mondo. Decide quindi di sballarsi insieme al compagno ed entrambi muoiono di overdose. Solo che Mirta, così si chiama la giovane interpretata da Alice Pagani, si risveglia: esce fuori dalla tomba di Prima Porta (Roma) come Buffy L’Ammazza Vampiri all’inizio della sesta stagione della celebre serie tv.
Da quel momento la ragazza ci conduce nel suo mondo: inizia a tornare in tutti i posti della sua vita, dalla casa dei genitori ai locali underground in cui aveva conosciuto Robin, il suo amore. Ben presto scopre di essere diversa, e quindi costretta a scappare dalla sua vecchia vita. In questa fuga dai vivi e da chi le dà la caccia, fa amicizia con un’altra come lei, Sara, che cerca di spiegarle cosa è diventata: una sorta di vampiro senza canini, una zombie lucida.
Mentre la donna cerca di spiegarle le regole del nuovo gioco, Mirta è ossessionata da Robin: non può andarsene senza di lui. Questa ricerca, però, la condurrà a scoprire una drammatica verità e soprattutto a rimettere in discussione tutto l’amore che prova. Mirta diventa così il simbolo di una asimmetria sessuale di cui siamo spesso osservatori e commentatori nella quotidianità: si capisce dai primi due minuti di film che Robin è sempre convinto di fare la cosa giusta, anche se la sua compagna mostra segnali di paura e disagio. L’amore rende cechi, soprattutto quando si è alle prime armi, e Mirta diventa il simbolo di una ingenuità riscattata, seppur a caro prezzo.
Tuttavia, nonostante gli avvertimenti di Sara sulla caducità del primo amore, è impossibile non simpatizzare con la coppia: i flashback del passato che Mirta condivide con lo spettatore sono troppo romantici da digerire con indifferenza. Un punto di forza di questo film è che come protagonisti ha due attori che sono davvero belli da vedere insieme. Rocco Fasano è il sosia italiano di Robert Pattinson in Twilight, non so se per una scelta consapevole di chi ha fatto i casting. Alice Pagani è eterea, sembra una bambola di porcellana.
Guardarli mentre si amano, mentre si toccano, anche se a volte la recitazione è acerba e soprattutto non ci capisca benissimo cosa dicano, è veramente piacevole. “Non mi uccidere” è un film carico di attese e sensualità. Le scene hanno una tensione esistenziale fortissima anche se a volte si lasciano un po’ troppo i temi in sospeso e lo spettatore è quasi costretto a intuire delle risposte. Nonostante alcune lacune, il film tiene incollati fino alla fine: ha un’atmosfera che oscilla tra l’incubo e il sogno e la necessità impellente di mandare un messaggio sul rapporto tra uomini e donne.
Continua l’analisi della trilogia esistenzialista con la seconda pellicola del regista Michelangelo Antonioni: La Notte (1961). La pellicola rappresenta, inoltre, la seconda collaborazione del cineasta con l’attrice Monica Vitti.
Milano, primi anni sessanta, nel fervore del boom economico. Una giovane coppia, Giovanni, uno scrittore di successo, e Lidia, sua moglie raccontano in una notte la loro crisi sentimentale che emerge scena dopo scena. Dopo la visita in clinica all’amico Tommaso, e la visita alla presentazione del nuovo libro, Lidia va via vagabondando per la città. Quando ritorna a casa, alla sera i due decidono di andare al tabarin come palliativo ad una monotonia quasi irreparabile. Neache questo sembra essere soddisfacente e i due si recano ad una festa nella grande villa dell’industriale Gherardini, che propone a Giovanni di assumerlo e di fargli scrivere un libro sulla sua impresa. Ben presto Giovanni subisce il fascino della diciottenne Valentina, figlia del padrone di casa. Da qui emerge il drama esistenziale di Lidia, la quale sperimenta la solitudine nonostante le numerose persone presenti alla festa. In questo contesto la protagonista rimane chiusa nel suo disagio esistenziale, prende le distanze dall’effimera felicità che mostrano le persone che la circondano. Dopo aver visto il marito baciare Valentina e aver appreso al telefono che Tommaso è morto, finisce per flirtare con uno sconosciuto, rifiutando però le sue avance. Quando Lidia si trova faccia a faccia Valentina, la donna non ha alcun timore nel rivelare che ormai il suo matrimonio con Giovanni è finito. A questa discussione si unisce il marito che insieme a Lidia lascia Valentina, visibilmente turbata. Sarà nel parco della villa che i due coniugi finalmente si confronteranno aprendosi ad una comunicazione assente nel primo film di Antonioni. Lei, dopo avergli letto una sua vecchia e struggente lettera scritta al termine di una notte di amore (che lui non ricordava nemmeno di aver scritto), ribadisce di non amarlo più, mentre Giovanni cerca inutilmente di riaccendere la vecchia passione, ormai sopita. I due fanno disperatamente l’amore, mentre la cinepresa gira loro le spalle.
Al centro della pellicola non il dramma ma la noia e l’insoddisfazione della borghesia del tempo
Secondo film della trilogia dell’incomunicabilità. Sebbene viaggi su un percorso diverso, La notte (1961) è vero e crudele tanto quanto il primo, L’Avventura, ponendosi rispetto a questo in una sorta di continuum esistenziale, ma più intimista. Mentre nella prima pellicola abbiamo la scomparsa di Anna, evento che rileva la drammaticità del film, ne la La notte si racconta la condizione precaria di una coppia che nelle ore che segnano il passaggio dal tramonto all’alba si scoprono svuotati e privi di speranza. Una crisi fatta di silenzi e vuoti riempiti dal frastuono di una festa. L’assenza di litigi e il mantenimento di tonalità emotive basse preparano la strada al senso di disorientamento e smarrimento. Al centro della pellicola ci sono temi come la noia e l’ansia, ma anche l’angoscia e la disperazione.
Attraverso il vagabondare di Lidia, Antonioni racconta il senso di solitudine che ogni uomo o donna sperimenta. Tuttavia, il cineasta non svela mai l’esatto stato d’animo dei suoi protagonisti, piuttosto ha premura di far emergere il senso di disorientamento e vuoto. Non conosciamo le conseguenze né le cause ma sappiamo cosa accade nell’hic et nunc.
Lidia diventa la bussola che guida lo spettatore con i suoi tormenti e le sue indecisioni. Con questa pellicola, caposaldo della tetralogia, Antonioni manifesta orgogliosamente la sua arte mettendo in scena un film ricco di significato e simboli, perché ciò che conta per il cineasta è il dover narrare e rappresentare la realtà del tempo
Dalla censura agli elogi degli intellettuali: il cineasta Antonioni accende il dibattito sulla sua cinematografia
Che Antonioni fosse un regista fuori schema è risaputo, soprattutto quando decide di raccontare un modo nuovo di fare cinema con questa trilogia. Come per il primo film anche per La Notte la censura non è tardata ad arrivare. La pellicola fu classificata dalla Commissione per la Revisione cinematografica del Ministero per i Beni e le Attività Culturali come vietato ai minori di sedici anni.
a) Parte della scena dell’ospedale dopo il bacio iniziale tra Giovanni (Marcello Mastroianni) e la ricoverata (Maria Pia Luzi); b) La parola “puttana” pronunciata da una delle signore che passeggiano nel parco; c) Parte della scena finale del film quando, durante l’abbraccio finale, Giovanni e Lidia si distendono sull’erba, con una ripresa successiva della scena con una panoramica dove la coppia si intravede sul fondo, lasciando poi spazio solo al paesaggio.
Nonostante la censura non sono mancate interventi di accoglienza verso quest’opera. In particolar modo, su La Notte si espressero Moravia e Pasolini. Quest’ultimo analizzò intelligentemente punti di contatto e differenze con il romanzo La noia dello stesso Moravia.
La Critica che consacra il cineasta
Come per la prima pellicola anche La Notte ha suscitato il buon volere da parte del pubblico. Anche la critica non è tardata ad arrivare consacrando Antonioni quale maestro di un cinema moderno ed atipico. Non sorprende che proprio questo nuovo modo di fare cinema ha influenzato generazioni successive di cineasti (Malle, Godard, Wenders, Wong Kar-wai, Fatih Akın, Hou Hsiao-hsien, Kim Ki-duk) e movimenti (Nouvelle Vague).
Sebbene considerata datata, anche quest’opera realizzata da Antonioni è di difficile fruizione da parte del pubblico. Allontanandosi dalle esigenze sceniche della filiera del tempo, il cineasta continua il suo percorso continuando a raccontare la generazione dei “nouveaux riches”. Una generazione che vive di apparenze, dove lavoro, cultura e snobismo sono a farne da padroni. Una generazione, che è un po’ vicina alla nostra, deprivata dall’autenticità e incentrata su maschere che danno vita a personaggi che nel buio delle loro camere si svestono di personalità evidenziando il nulla di una vita vuota. Quella di Antonioni è una sfida che racconta una realtà culturale di difficile esposizione che si scontra con le correnti neorealiste e commedie all’italiana.
Tre motivi per guardarlo:
Per la presenza di Mastroianni;
Perchè la notte rappresenta il mal di vivere degli anni 60;
Perchè se avete visto L’Avventura non potete accantonare La notte.
Quando guardarlo
Beh, è un film impegnativo e come per la prima pellicola anche questa può essere vista in qualsiasi momento purché lo facciate con la massima.
Angela Patalano
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L’Ape Regina: tutti insieme per salvare il Pianeta è un libro che si propone di spiegare l’emergenza climatica ai bambini. L’autrice è Antonella Migliorati, farmacista e biologa di Cerignola, la cui produzione non si limita evidentemente ai soli testi scientifici.
Il racconto è ambientato non a caso in Amazzonia, il grande polmone del nostro pianeta costantemente minacciato da incendi e deforestazioni che mettono a rischio la sopravvivenza di specie vegetali e animali. Il protagonista principale è il sindaco di un piccolo villaggio, Pedro, che trova una lettera sull’albero di Natale.
Il messaggio è stato scritto dall’Ape Regina come memento delle tante promesse fatte in campagna elettorale e poi non mantenute. Il sindaco aveva infatti assicurato che avrebbe piantato venti alberi per ogni nuova nascita.
Così mentre il sindaco Pedro fa i conti con la propria coscienza l’Ape Regina riunisce tutti gli animali del mondo in un’assemblea in cui l’argomento di discussione è il comportamento degli umani colpevoli di esercitare soprusi e prevaricazioni. Gli uomini hanno disimparato la lingua dell’amore e sono dominati dalla legge dell’economia. L’ Ape Regina pensa che però gli uomini meritano una seconda possibilità.
Così scrive di nuovo al Sindaco Pedro, che stavolta non ha esitazioni. Il primo cittadino coinvolge tutti gli altri sindaci e le comunità mondiali. Si innesca una vasta opera di rimboschimento e di pulizia delle città, dei boschi e delle acque, che vedrà uomini e animali cooperare fianco a fianco per salvare il Pianeta.
Il tema ambientale
Il racconto ha il grande pregio di porsi come obiettivo quello di sensibilizzare i bambini al tema del cambiamento climatico, spiegando cause, effetti e possibili rimedi. Nelle parole utilizzate dall’autrice è inequivocabile l’urgenza di un cambiamento di rotta per salvare il pianeta che ci ospita con tutti i suoi abitanti: piante, animali e noi stessi esseri umani.
Continuano a fare danni convinti, magari, di poter rimediare fra due, dieci, venti, cento anni! noi, cari amici, abbiamo capito come stanno davvero le cose. il tempo è agli sgoccioli. se gli uomini continueranno a comportarsi a quel modo, tra qualche anno, forse già fra una decina d’anni, la situazione sulla Terra sarà irrecuperabile
Le illustrazioni
Il testo è corredato da tavole illustrate da colorare, che si trovano però soltanto alla fine del racconto. All’interno del libro le illustrazioni sono carenti. Di conseguenza, trovandosi davanti a pagine che contengono esclusivamente blocchi di testo e dovendo aspettare per ammirare il prossimo disegno, i bambini potrebbero sentirsi scoraggiati nel proseguire con la lettura.
Dal punto di vista grafico L’Ape Regina: tutti insieme per salvare il Pianeta sembra essere un’occasione mancata.
E’ stata inaugurata il 26 Febbraio presso “Floating Flame” la mostra di Margherita Ragno, artista contemporanea pugliese.
“Floating Flame”, è una galleria d’arte espositiva che si trova a Trani. Ideata e voluta da Federica Floro e Peppe Cariello, nasce con l’obiettivo di fornire a giovani artisti, pugliesi e non solo, uno spazio dove poter mettere in luce le loro opere.
La galleria è anche il loro studio di tatuaggi, un luogo creato per dar spazio all’arte e fare in modo che questi mondi non smettano mai di influenzarsi a vicenda. Ed è proprio nella loro galleria che si è tenuta l’inaugurazione della mostra di Margherita Ragno, artista contemporanea pugliese. Classe ’85, nasce a Bari e dopo il diploma di grafico pubblicitario consegue la laurea in decorazione presso l’Accademia di Belle Arti di Bari.
Concentra la sua produzione sul corpo femminile e attraverso l’uso sapiente dei colori a matita decanta la bellezza non stereotipata da modelli standard di gioventù e perfezione. Partecipa a numerose mostre in Italia e all’estero come nel 2008 a Bratislava con “Italian Lights-Ad est dall’Adriatico al Danubio” e a Pechino nel 2009 per il “Festival Internazionale di Arte Contemporanea”.
Nel 2011 è invitata alla 54°edizione della Biennale di Venezia presso il Padiglione Italia. Nel 2012 è presente con un’ opera nelle scenografie del film “Third Person” di Paul Haggis.
Il giorno dell’inaugurazione, nel cortile interno della galleria, ho avuto il piacere di intervistare personalmente Ragno davanti ad un bicchiere di vino ed una sigaretta, una serata un po’ fredda che si è riscaldata subito con le sue parole.
Ciao Margherita e grazie innanzitutto per il tempo concessomi. Come nasce la tua mostra e perché la scelta di corpi femminili non conformi?
La mostra nasce dall’incontro con Peppe e dalla voglia di collaborare e di fare qualcosa insieme. I soggetti raccontano di me, alcuni appartengono a me, sono autobiografici ma non solo. Alcuni ritratti invece li disegno semplicemente perché scaturiscono qualcosa in me e mi attraggono.
Le donne raffigurate, sono personaggi inventati o realmente esistenti?
Sono tutti ritratti di donne esistenti. Inizialmente avevo un’idea di donna in mente da raffigurare, in seguito, non trovando modelle che posassero per me, ho iniziato a cercarle sul web e su siti pornografici. Partendo da queste ricerche, il processo per la creazione del lavoro è cambiato: anziché concentrarmi sul disegno, faccio ricerca sul web, attendo pazientemente che le donne (parliamo quindi di attrici porno) trovino me, mi lascio ispirare da loro e quando trovo la donna giusta, la pulisco, la santifico, elimino l’eccesso e cerco di mitigare la durezza dell’immagine.
Nel nostro immaginario di non addetti ai lavori, associamo il disegno con la matita all’infanzia, al disegno scolastico, un ricordo lontano e una tecnica che con l’età adulta si perde. Tu ne hai fatto un tratto distintivo della tua arte. Perché l’utilizzo della matita?
Il disegno a matita è una tecnica che padroneggio dalla scuola materna e che non ho più abbandonato. Nel tempo ho sperimentato altre tecniche di disegno ma la matita restava sempre lo strumento nel quale riuscivo ad esprimere meglio me stessa e ciò che volevo rappresentare.
Come esposto nella tua descrizione, il progetto non nasce per questa mostra. Come hai deciso che questi erano i ritratti che avresti potuto esporre in varie location?
Non l’ho pensato, io agisco e basta. Amo i corpi femminili, mi piace disegnare ma quello che può scaturirne dopo non lo so mai. Se ricevo proposte di collaborazione non posso che esserne contenta ma non è mai il punto di partenza. Io disegno per me stessa e basta.
Stavo provando, forse anche sbagliando, a cercare un filerouge tra questi ritratti. Noto che tutte le donne hanno almeno un accessorio. C’è qualcosa che non vediamo in questi quadri ma che esiste nella tua testa?
Come vedi, nessun quadro ha il titolo. Mi piace pensare che sia il visitatore a lasciarsi ispirare dal personaggio ritratto e a creare una storia, se vuole. Quindi no, il filerouge non c’è, è tutto lasciato alla libera interpretazione di chi osserva. E come noti, uno l’hai già creato tu.
I tuoi prossimi obiettivi?
Innanzitutto avere il tempo per poter realizzare e sperimentare ciò che voglio ma con i soggetti dal vivo e approfondire altri argomenti riguardanti il corpo e le donne che ritrovo sempre molto interessanti da disegnare.
Corpi femminili e body sharing
Il corpo femminile è sempre stato al centro di un acceso dibattito all’interno della società italiana. Un crocevia tra chi vorrebbe esibirlo, mostrarlo, scoprirlo, e chi tenta di nasconderlo, di umiliarlo, chi lo rende oggetto di critiche, di commenti spietati e di curiosità morbose.
Nella nostra cultura l’aspetto esteriore è predominante e padroneggia buona parte dei contenuti visivi di cui fruiamo ogni giorno: televisione, social, pubblicità..
A volte, il paragone con corpi esili e snelli diventa quasi inevitabile e genera quasi sempre frustrazione e insoddisfazione. Ed ecco che “far vergognare qualcuno del proprio corpo” diventa in un attimo body shaming.
Non è la prima volta che la nostra redazione parla di corpi femminili. Se non l’avete ancora letto, potete recuperare l’articolo di Serena su Burlesque tra pregiudizi e stereotipi di genere proprio qui.
Per fortuna interviene sempre l’arte a ricordarci quanto la bellezza appartiene agli occhi di chi guarda e non di chi giudica e che ognuna è libera di spogliarsi, mostrarsi, sentirsi bella quanto vuole.
E per fortuna esistono artisti come la Ragno a riportare alla nostra mente queste riflessioni.
La mostra sarà visitabile fino al 29 aprile presso “Floating Flame” a Trani dal lunedì al venerdì dalle 17.30 alle 19.00.
Francesca Sorge
Tutte le immagini contenute nell’articolo sono a cura di Francesca Sorge per CulturaMente
Il Primo Marzo di quest’anno è stata una data speciale: esattamente dieci anni fa il mondo della musica ha subito la morte di Lucio Dalla. Un anniversario molto sofferto da tanti, perché Lucio è stato uno dei cantautori migliori che l’Italia abbia mai avuto.
Le persone che l’hanno conosciuto, o incrociato, lo hanno sempre descritto come una persona incredibilmente bella, allegra e creativa.
Ricordarsi dell’anniversario della sua scomparsa è un dovere, ma è anche un dispiacere. Per questo motivo penso sia più bello ricordarlo il giorno della sua nascita, il 4 Marzo. Tra l’altro è anche il giorno in cui è nato Lucio Battisti.
Le canzoni di Lucio Dalla si ascoltano sempre, sia se le sentiamo alla radio, sia se Spotify le inserisce in qualche playlist. Non solo: si alza il volume e si canta a cuore aperto!
La sua discografia ha plasmato i nostri ricordi, le nostre vite e la musica italiana
Valeria pensa la stessa cosa con parole diverse. Dice:
“Lucio Dalla è un cantautore che ha regalato dei testi e dei brani indimenticabili nella storia della musica italiana. La mia canzone preferita è Futura, in cui Dalla – e io con lui – si chiede quale sarà il destino di un figlio.”
Su quali strade camminerà
Cosa avrà nelle sue mani, le sue mani
Si muoverà e potrà volare
Nuoterà su una stella
E aggiunge: “È un brano che parla di amore tra due persone, ma anche di quello per i figli con un significato intramontabile di speranza per il futuro. Il brano è stato pubblicato 9 anni prima della caduta del muro di Berlino ma se pensiamo all’aggressione della Russia all’Ucraina questo brano ci sembra quanto mai attuale nel suo citare la “guerra” tra Russi e Americani.”
Anche l’esperta del nostro Cineforum, Stefania, in un post sul suo profilo Facebook, ha citato dei versi di L’anno che verrà e lo ringrazia “per aver lasciato una canzone per ogni occasione, anche la più nera”.
“Si esce poco la sera, compreso quando è festa. E c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra”
Alessia, invece, ricorda Lucio Dalla con la canzone “La sera dei miracoli”: “un inno all’amore ambientato a Roma che tutti i romani portano nel cuore. Ne fece una cover bellissima Camilla Musso alle audizioni di X Factor, una versione che ci è rimasta nel cuore specialmente perché è difficilissimo emulare le canzoni di artisti come Lucio. Chi ci riesce ha sicuramente un talento particolare”.
E in mezzo a questo mare Cercherò di scoprire quale stella sei Perché mi perderei Se dovessi capire che stanotte non ci sei
Una playlist per ricordare Lucio
Proprio per l’eredità musicale che ci ha lasciato bisogna ricordare Lucio Dalla abbiamo deciso di riproporre la nostra playlist su Spotify, da ascoltare in qualunque giorno dell’anno per ricordare un grandissimo artista.
Articolo di Ambra Martino con i contributi di Valeria De Bari, Stefania Fiducia, Alessia Pizzi
Tra le figure più antiche ma sicuramente più innovative c’è la Badessa Rosvita.
Monaca sassone benedettina, vissuta nella metà del X secolo è considerata tra le prime commediografe della storia. Imitando lo stile di Terenzio, la donna scrive 6 drammi avente come argomento principale, uno abbastanza insolito per il teatro (come disse Silvio D’Amico), cioè l’elogio alla castità. La badessa utilizza una tecnica che diverrà caratteristica dei Drammi Medievali, cioè il continuo mutar delle scene. Dice di lei e della sua tecnica, proprio D’Amico:
Rosvita tratta ogni turpitudine con sì immacolato distacco, contempla le passioni con una tale assenza che la loro pretesa espressione non può indurre se non al sorrido. Tutto in essa è serafico.
Ed ancora, descrivendone l’opera completa:
Non si tratta di drammi, ma di fiabe mistiche, poiche ad un termine del conflitto (come il casto ardore delle vergini e dei martiri) non corrisponde la reale ferocia degli avversari.
Lucrezia da Siena
Facciamo poi un enorme salto temporale e raggiungiamo il 1500. Qua dobbiamo citare Lucrezia da Siena, una delle prime donne di cui abbiamo la certezza di essere parte integrante ed attiva di una compagnia teatrale.
Infatti, un documento notarile, firmato nella Città Eterna il 10 ottobre 1564, cita, come ingaggiata in una compagnia per far commedie nel periodo di carnevale, una tale Lucrezia Senesis, appunto Lucrezia da Siena. Claudio Bernardi, nel suo Storia essenziale del teatro, ipotizza che probabilmente la citata donna, non potendo essere un’attrice (poiché vietato per legge), era una cortigiana di alto livello, cioè con una buona cultura alle spalle, che, a causa delle nuove regole sociali imposte dal Concilio di Trento, dovette trovarsi una nuova forma di sostentamento.
Amelia Pincherle Rossellini
Altra grande artista italiana da citare sicuramente è Amelia Pincherle Rosselli, prima drammaturga italiana.
Classe 1870, madre dei martiri dell’antifascismo Carlo e Nello Rosselli, la scrittrice pubblica una serie di novelle – ed in seguito anche opere teatrali – con pratagonisti tratti da vicende familiari e da figure umili ed emarginate (si pensi a Gente oscura). In un articolo, la studiosa Monica Leigh Streifer afferma, a proposito delle opere drammatiche della Rosselli, che
Dimostrano un impegno ai principi del primo femminismo, trattando temi domestici come il matrimonio, la cura della casa e della famiglia, per commentare socialmente e politicamente la condizione femminile nell’Italia liberale.
Secondo la studiosa infatti, la Rosselli è una delle prime che utilizza il teatro per fare osservare, e quindi criticare, lontano perciò da quel naturalismo tanto in voga in quegli anni.
Alice Guy-Blanché
Il tempo passa e una nuova forma d’arte s’inserisce nel mondo dello Spettacolo. Il Cinema infatti porta con sé una nuova forma di emancipazione, in un mondo che sta cercando di evolversi.
Anche se poco conosciute, molte donne sono state delle precorritrici nella regia. La francese Alice Guy-Blanché è, probabilmente, fiono al 1906, l’unica regista donna al mondo. Anche lei molto attenta a temi contemporanei, come il lavoro e il matrimonio, ma anche temi sociali, come l’uguaglianza tra i sessi, è stata pioniera anche a livello di stile. Pensiamo che solo un anno dopo la prima proiezione dei Lumière, dove si vedeva semplicemente l’arrivo di un treno; Alice, con il suo “La fata dei cavoli” ci racconta per la prima volta una storia, anzi una favola, di una donna in un orto che estrae dei bambini appena nati da una pianta di cavoli.
Fu una delle prime che sperimentò la profondità di campo (si pensi a La vie du Christ), anticiperà di molti anni la sincronizzazione tra immagine e suono; e in un film del 1912, dal titolo A fool and his money, dirige un cast interamente afro-americano per la prima volta. Il motto che lei ripeteva, in corrispondenza della nascita del metodo recitativo che avrebbe cambiato tutto come quello di Konstantin Stanislavskij, era molto semplice e molto esaustivo: “Be natutal”. Facile capirne la rivoluzione in un periodo in cui tutto era posa plastica.
Le divine
Infine voglio parlarvi delle…Divine. Esistono infatti 3 donne, nella storia dello spettacolo, che hanno avuto questo soprannome. Sto parlando infatti di Sarah Bernhardt, Eleonora Duse e Greta Garbo. Tutte e tre infatti, anche se ognuna completamente a modo proprio, sono state a dir poco rivoluzionarie.
Sara Bernhardt
Sara Bernhardt, pseudonimo di Henriette-Rosine Bernard, è stata la prima grande diva.
Eccentrica, vanesia, folle, stravagante ed intenta a fare di tutta la sua vita un vero e proprio show, fece di se stessa un’immagine, capace di influenzare chiunque. Talentuosa ai limiti dell’immaginario, amica di geni come Oscar Wilde e Victor Hugo, scrissero appositamente per lei opere autori del calibro di Sardou, Ronstand e D’Annunzio, con cui ebbe una relazione.
Eleonora Duse
Grande amore però di D’Annunzio, però, fu anche Eleonora Duse.
Classe 1858, respira il teatro da quanto è nata: infatti la sua prima recita è a 4 anni. È lei la prima a distruggere gli schemi teatrali di un tempo. È istintiva, spontanea, si lascia completamente andare al personaggio che interpreta: si racconta infatti che per esprimere dolore in scena, si aggrappava alle tende del sipario; oppure, storica esibizione de La principessa di Baghdad del 1881, quando si slaccio il corsetto rimanendo a seno nudo in piena rappresentazione. Spesso senza trucco e spettinata, Eleonora Duse era vera, completa e totale nel recitare.
Greta Garbo
Greta Garbo invece, sarà la Divina del cinema muto.
Sue le pose sciolte, unite ad una capacità intensa dello sguardo, faranno nascere il mito della “femme fatale”, incapace di sorridere, gelida e sensuale. Lei, con una rivoluzione di costume, ha anticipato di anni l’emancipazione sessuale. Lei, nelle sua morbidezza cruda, riuscì a togliere l’aggettivo femminile alla parola posa, senza però farne perdere il significato, attraverso un’androginia asettica, fuori dagli stereotipi maschili; e libera nella vita privata. Fellini la soprannominò una fata severa.
Donne che hanno fatto grande lo spettacolo ce ne sono molte.
Potremmo citare Lina Wertmuller, prima regista donna nominata agli Oscar; Maria Callas e le sue interpretazioni liriche; la leggiadria di una maestra della danza come Carla Fracci. E poi Misty Copeland, prima ètoile afro-americana dell’American Ballett Theatre; Haifaa al-Mansur, prima regista dell’Arabia Saudita; Kathrine Hepburn e il suo record 4 oscar per la migliore interpretazione principale. Di esempi potremmo citarne molti.
Da uomo, io credo molto nell’8 marzo, ma non come unico giorno per rendere omaggio alle donne.
Il confronto è una cosa quotidiana, che non deve avvenire solamente una volta l’anno. L’8 marzo ci aiuta, soprattutto in periodo storico come questo, a capire quanto sia sciocca l’idea di un’assenza di parità: omaggiare le vite di queste donne, ci ricorda quanto queste abbiano dovuto scavalcare idee patriarcali, stereotipi ed assurde credenze popolari, che oggi purtroppo sono tornate nella quotidianità. Non siete voi, signore, ragazze e bambine, che dovete dovete dimostrare qualcosa; ma non dovete dimenticarvi l’essenza di tutto che, come affermava la stessa Duse:
Senza la donna non va niente: questo l’ha dovuto riconoscere persino Dio.
Francesco Fario
La lettura dell’inno a Iside
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
“Fedeltà” su Netflix è uno stereotipo che cammina. C’era l’occasione di non rovinare un bel romanzo con l’ennesima serie: l’abbiamo persa.
Fedeltà era un bel romanzo, un bellissimo romanzo di Marco Missiroli uscito nel 2019 e vincitore del premio Strega. Riusciva nell’incredibile missione di parlare di un tema enorme, quello della fedeltà. Ma che missione è, direte voi, quella di parlare di una parola così abusata: di fedeltà e infedeltà parlano tutti, dal portiere sotto casa, al massimo pensatore che si vanta di usare parole difficili ma che dice più o meno le stesse cose del portiere sotto casa.
Su una tematica vicina umanamente a molti, si è detto tutto. Che il tutto si sia detto molto male è poi un altro paio di maniche. Ma il punto è proprio questo: era stato detto tutto, in tutti i modi possibili. Almeno fino al romanzo del Missiroli, acqua freschissima: la sua missione è stata quella di non confondere la sua voce con le sfocate altre. La domanda, finissima, su cui l’intero romanzo si reggeva in piedi era la seguente:la fedeltà, all’interno di una coppia, si deve a noi stessi o all’altro? La penna dell’autore era riuscita a danzare elegantissima lungo la trama, senza infangarsi in retoriche conosciute.
Tutto perfetto, tutto molto bello, se non fosse arrivata l’ennesima serie Netflix a banchettare sulle carni di un quasi-capolavoro, facendone uno scempio enorme. Mettiamoci in testa una cosa: non tutto quel che è scritto, se portato in immagini, rende alla stessa maniera. Capito, signor Netflix?
La trama (senza spoiler)
Margherita e Carlo si vogliono un gran bene, su questo non ci piove. Lei agente immobiliare, in realtà architetto che non ha trovato nient’altro, lui scrittore e professore di scrittura creativa. Poi accade l’irreparabile: lui viene visto mentre soccorre una sua alunna. Nel bagno…soccorre. Solo che per soccorrerla, diciamo che gli si fa un pelino troppo vicino e quella che era una caritatevole opera di caritatevole soccorso, viene fraintesa. Al rettore dell’università i due diretti interessati spiegano che in realtà non è che sia successo nulla, si è trattato di un malinteso.
E così viene chiamato anche tra Margherita e Carlo, malinteso. Un malinteso che lentamente fa franare la coppia, in una sorta di profezia che si auto-avvera, un cane che si morde la coda. Margherita e Carlo non si vogliono più un gran bene, su questo non ci piove. Lui comincia a guardare con occhi diversi questa sua alunna un po’ bohemian, un po’ particolare, un po’ inquieta e, guarda caso, super talentuosa e lei, prima impazzita di gelosia, decide di farsi lenire le pene del marito ormai sicuramente traditore dal fisioterapista bell’imbusto che la sera, per arrotondare, partecipa ad incontri di pugilato illegali (No davvero, va proprio così)
E così mentre il felice quartetto decreta la fine di una coppia, all’apparenza priva di tarli, la serie giunge faticosamente all’ultimo episodio. Che poi, questo ultimo episodio, è un po’ difficile dire come finisca: non perché sia pieno di colpi di scena e sia faticoso da riassumere. No, proprio non si capisce: guardatelo e vedete se lo capite voi. E se lo capite, dite se non ci rimanete un po’ perplessi.
Il libro evita le retoriche, la serie le prende in pieno come pali in faccia
Se c’era una cosa che il libro riusciva a fare, tra le altre, era evitare- pur aggirandosi in un territorio pericoloso- le retoriche banali e noiose, vale a dire gli stereotipi. Ma quel che riesce a uno non è detto che debba riuscire necessariamente a tutti: e infatti alla serie, la magica opera di evitamento dello stereotipo fallisce miseramente. E non solo fallisce ma mostra un singolare accanimento nel fallire: vogliamo dire, anche nell’errore qualcosa di buono capita: assolutamente no. Tutti gli stereotipi che era possibile che si prendessero, sono stati presi. Non ne abbiamo saltato uno, neppure per sbaglio.
Lo scrittore con il famigerato blocco a metà del suo grande romanzo, l’uomo in preda ad una sorta di crisi di mezza età che si perde per la bella ventenne un po’ maledetta e talentuosa. L’alunna silenziosa e tormentata che cerca nel professore la sua grande realizzazione oltre a prendersi, per il suddetto, che poi sarebbe anche lo scrittore bloccato, una cotta di notevoli dimensioni. Il padre influente che non apprezza il figlio scrittore, la moglie tradita che tradisce con il fisioterapista- peggio c’era solo l’idraulico.
Insomma, se volete divertirvi, tra le puntate andante a caccia di luoghi comuni. Quanti ne riuscite a trovare?
L’unica rappresentazione riuscita è quella della gelosia
L’unica cosa di uno schiacciante realismo che la serie riesce a disegnare e, soprattutto, a far provare allo spettatore sono i meccanismi del tarlo-gelosia. Quando Carlo viene visto con la studentessa nei bagni, la scena è solo evocata tramite i racconti dei due. Noi immaginiamo solamente, siamo noi che scegliamo di credere una cosa, piuttosto che un’altra.
Potenzialmente siamo resi parte attiva della serie, diventiamo un personaggio. Come personaggio quindi scegliamo la nostra strada: a seconda delle scelte che faremo, le parole dei personaggi e i diversi accadimenti verranno visti sotto una luce diversa. Nulla è chiaro, evidente: tutto dipende da come i nostri occhi guardano.
Viviamo il dramma di lui o di lei, a seconda del nostro sentire. Messi in queste condizioni, siamo persino in grado di sentire instaurarsi il meccanismo che un geloso prova all’insorgere del suo dubbio: così ci appare sorprendentemente coerente quando Margherita precipita nel vortice ossessivo del controllo, quasi riusciamo a…sentirla. Guardandola sotto questo punto di vista, la serie riesce perfettamente a dare quella sensazione che il libro stesso dava.
In scena fino al 6 marzo 2022, lo spettacolo che riporta sul palcoscenico il dramma di Arthur Miller, con la traduzione di Masolino D’Amico.
Nel cast, un immenso Michele Placido, entrato “a sorpresa” in sostituzione di Alessandro Haber che purtroppo non ha potuto recitare a causa di problemi di salute. Al fianco di Placido, un’immensa Alvia Reale, nei panni di Linda, moglie del protagonista Willy Loman. Tutto il dramma ruota intorno alla sua figura: Willy è un commesso viaggiatore che sceglie di trascorrere la sua vita a bordo di una chevrolet. A farli compagnia durante i suoi viaggi, il suo sogno intramontabile: raggiungere il successo e la libertà. Una libertà che riguarda il famoso sogno americano. Come satelliti che gravitano intorno a Willy, i suoi familiari: i suoi due figli, Happy e Biff, e sua moglie, Linda. Lo amano, lo ammirano. Ma nello stesso tempo nutrono rancore. Durante tutto lo spettacolo il pubblico assiste costantemente alla rappresentazione di queste due energie contrapposte: da un lato l’Amore incontrastato, dall’altro un odio viscerale. C’è qualcosa che non torna. Qualcosa che rende costantemente insoddisfatto lo spettatore. Non è un’opera teatrale che ci manda un messaggio univoco. Tutt’altro. Il pubblico viene vorticosamente inghiottito dalla brutalità della vita.
Dal punto di vista della messa in scena teatrale, molto impattante e da sottolineare, la scenografia mobile. La storia, essendo raccontata sotto forma di flashback ripetuti e costanti, viene rappresentata visivamente proprio dagli ambienti di scena. Piccoli accorgimenti scenografici tangibili che conducono ad una concatenazione di eventi tra passato e presente.
La trama
La storia si svolge nell’America del secondo dopo guerra, tra le città di New York e Boston. L’epoca storica è quella del “sogno americano“, in cui ciascuno è responsabile del proprio destino e della costruzione del proprio futuro. Tutti vengono lasciati soli, in realtà, in città grandi, in cui regna il disincanto. Al fine di ricalcare e rende soffocante questo “american dream”, il pubblico avverte una sensazione di mancanza d’aria. A più riprese, infatti, nel corso dei dialoghi, i personaggi descrivono una casa con tante finestre spalancate, eppure non entra l’aria, eppure non si respira. Durante l’evoluzione della storia, si scivola lentamente nell’abisso dove sprofonda il protagonista. Willy Loman entra in un vortice, è il vortice della sua smania di perfezione, della sua sete di successo e di auto affermazione nella società. Il personaggio si pone in costante paragone con il resto delle persone che lo circondano e ha un rapporto morboso con i suoi due figli, in particolare con Biff.
Il protagonista
Quando penso a Willy Loman, penso alla canzone di Mia Martini “Piccolo Uomo“. Ed è così. Il protagonista dell’opera drammaturgica di Arthur Miller è un uomo piccolo, un inetto, che ha nel cassetto un grande sogno, molto più grande di lui. Il protagonista siamo noi. Noi esseri umani alla ricerca costante di una felicità troppo idealizzata, troppo enfatizzata, creata con il solo scopo di renderci meno consapevoli e attenti alle cose più piccole della nostra breve esistenza terrena.
Una storia sempre attuale
La storia è quanto mai attuale. Considerato il particolare momento storico che stiamo vivendo con il conflitto ucraino, con le notizie strazianti che stiamo sentendo e le immagini che stiamo vedendo, la storia prende anche un’altra valenza. Il discorso finale di Michele Placido rivolto al pubblico è stato commovente. Ha ringraziato il pubblico “di mascherine” e ha sottolineato come la ripresa degli spettacoli teatrali, post pandemia, possa farci un minimo respirare e porre soprattutto l’attenzione su tematiche che ci saranno sempre e caratterizzeranno qualsiasi tempo storico.
“Dice che le cose stanno cambiando, ma non sono cambiate mica tanto!”
Titolo originale: Driving Miss Daisy Regista: Bruce Beresford Sceneggiatura: Alfred Uhry Cast Principale: Jessica Tendy, Morgan Freeman, Dan Aykroyd, Patti LuPone, Eshter Rolle, Nazione: USA
Il razzismo è un argomento che la Settima Arte ha sempre affrontato, soprattutto per la sua (ahinoi) eterna attualità. Alcuni affrontano il tema in maniera molto cruda, come American History X; altri invece cercano di mandare il massaggio in maniera molto più delicata, seppur molto efficente, come A spasso con Daisy, del 1990, scritto e diretto da Alfred Uhry.
Miss Daisy Werthman (Tendy) è un’anziana signora, orgogliosamente ebrea, che vive ad Atlanta nel 1948. Maestra elementare ormai in pensione, Daisy è una donna indipendente, austera, molto attiva, burbera e piena di fissazioni. Un giorno, per distrazione, perde il controllo della sua automobile, causando un danno di una notevole somma, così il figlio Boolie (Aykroyd) decide di affiancarle un autista, con estrema disapprovazione della donna. La scelta cade su Hoke (Freeman), un afroamericano di quasi settant’anni, ex fattorino del latte, anche lui ormai in pensione, di cui Boolie ha un’alta considerazione.
Nei primi giorni di servizio a casa di Miss Daisy, Hoke non riceve un buon trattamento da parte della signora.
L’anziana signora, infatti, non accetta Hoke – a suo dire – perché la sua figura sembrerebbe uno sfrontare la propria ricchezza davanti a tutti. Il paziente uomo, però, ben capisce e, con sarcasmo e astuzia, lentamente riesce ad entrare in amicizia con Daisy, la quale non solo apprezza la dolcezza e il rispetto che Hoke le offre, ma lo aiuta anche a lottare il suo analfabetismo. Il tempo passa e il mondo americano vede l’arrivo degli anni ’60: un periodo di lotte e pregiudizi, che non risparmia nessuno. L’amicizia tra Hoke e Daisy è sempre più salda, anche se l’anziana ha ancora alcune cose da imparare. Come tutte le cose, però, anche il rapporto tra i due anziani viene scosso dal Tempo: non la Storia, ma il semplice rintocco delle lancette, in una maniera non così scontata…
Tratta dall’omonima e fortunata commedia teatrale, A spasso con Daisy affronta molti temi forti, con la delicatezza del profumo alla violetta nella sciarpa di una nonna.
Entrambi i protagonisti, infatti, fanno di comunità che nella metà degli anni ’60 – e purtroppo ancora oggi – subivano angherie, soprusi e discriminazioni. Non ci mostra violenze od offese, ma il cinismo del ben-pensante, quello che ripete ogni volta che non ha pregiudizi, quasi a volersene convincere da solo; evidenziando quell’ipocrisia di chi cerca un pretesto per essere malfidato. Nella pellicola più volte viene rimarcato il concetto che non basta condannare episodi eclatanti per definirsi contrari alle forme intolleranti: è la quotidianità che ci rende lontani dalle idee pregiudizievoli.
La grande magia di questa pellicola non è nelle parole, ma nei gesti e nelle azioni. Sguardi e movimenti, infatti, sono a volte loro i veri portatori di quel messaggio: ciò fa della pellicola una degna erede del testo teatrale da cui deriva.
La storia è toccante, soprattutto perché, come pochi sanno, è tratta da una storia vera! L’autore del copione teatrale, nonché sceneggiatore del film, raccontò che la trama è presa dalla realtà, dove Daisy è in realtà sua nonna, Lena Fox, e del suo autista afro-americano Will Coleman.
Menzione a parte merita la colonna sonora.
Il compositore Hans Zimmer, non alla sua prima esperienza, decise per questa sfida di occuparsi personalmente di tutta la musica del film. Quella che noi sentiamo infatti non è il frutto di un’orchestra, ma il risultato di soli sintetizzatori, suonati dal solo Zimmer.
Il cast ovviamente fa da padrone, anche se la scelta non fu così semplice.
Per il ruolo di Daisy molte grandi star erano pronte a prenderne i panni, in primis Angela Lansbury (che invece interpreterà l’augusta signora più volte in seguito a teatro), Bette Davis e Katharine Hepburn. Jessica Tandy.
Morgan Freeman è a suo agio nel ruolo che aveva anche ricoperto sul palco alla prima del 1987; mentre è interessante vedere Dan Aykroyd in un ruolo anomalo per la sua carriera: talmente anomalo da condividere con Freeman la candidatura all’Oscar come Miglior Attore Non Protagonista.
Il film, nella notte degli Oscar del 1990, ricevette 9 candidature e vinse 4 statuine: Miglior Film (ma stranamente non Miglior Regia), Miglior Sceneggiatura Non Originale; Miglior Trucco (dove nel team risultava anche l’italiano Manlio Ronchetti) e Miglior Attrice Protagonista, facendo della Tendy la donna più anziana a ricevere il premio.
3 motivi per vedere il film
Morgan Freeman, in una parte di un uomo molto anziano, nonostante all’epoca avesse poco più di 50 anni
Dan Aykroyd, nel suo primo intenso ruolo drammatico
La capacità di Uhry di trasformare un successo su palco anche al cinema, con la sua dote di sceneggiatore
Quando vedere il film
Domenica pomeriggio, dopo un pasto. È adatto ai bambini, poiché insegna, oltre agli argomenti già detti, anche come può diventare il passare degli anni.
Francesco Fario
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La sfida culinaria più seguita d’Italia, alla sua undicesima edizione, è giunta alla sua conclusione. A vincere il cooking show prodotto da Endemol Shine Italy per Sky Uno/+1 e on demand, è Tracy Eboigbodin, 28 anni. La giovane aspirante chef ci ha “deliziati” con il suo menù dal titolo evocativo “L’abbraccio“. Ha voluto ridarlo a tutti i suoi compagni di viaggio, la sua famiglia, ha più volte detto Tracy. Un gesto che, forse, troppo spesso viene dato per scontato, ma che in realtà esprime molto di più di quanto possiamo credere.
A proclamare la vittoria di Tracy, uno chef Locatelli particolarmente commosso. Del resto, durante quasi tutto il percorso del programma, lo chef ha sempre manifestato simpatia per la giovane aspirante chef e ha sempre assunto nei suoi confronti quasi il ruolo di papà.
La puntata di giovedì 3 marzo di MasterChef 11, si è aperta con una mistery box molto particolare…tutta al “vegetale”! Come ospite, lo chef pluristellato, Enrico Crippa (del ristorante Piazza Duomo ad Alba). Ad essere al centro di questa prova oltre, ovviamente, agli chef, sono state le materie prime, la loro essenza. A vincere questa sfida in cui gli aspiranti chef sono stati chiamati ad ispirarsi alle opere culinarie di Enrico Crippa, pur mantenendo vive le loro radici e la loro “casa”, è stato Carmine. Il giudizio è stato unanime. La sua “parmigiana” rivisitata e “‘mbuttunata” ha lasciato tutti senza fiato e ha convinto davvero tutti. Persino chef Barbieri è arrivato a dare un 8 pieno come voto. Carmine vola, così, dritto così in balconata: è il primo finalista di MasterChef 2022.
Dopo ogni mistery, si sa, c’è un invention test! Ed è l’ultima prova di questo programma, prima della sfida finale. Come ospite d’eccezione, un self made man, così lo definiscono i tre chef della giuria. Si tratta di Andreas Caminada (titolare dell’Hotel Ristorante Schloss Schauenstein in Svizzera). A soli 33 anni ha saputo realizzare un vero e proprio miracolo. Ha trasformato la sua piccola località in Svizzera in una location culinaria di eccezione. Lo chef stellato ha dichiarato che il suo segreto è stato la sua passione. Quest’ultima è stata alla base di tutto. I 4 aspiranti chef, Lia, Carmine, Tracy e Christian hanno dovuto scrivere i loro ingredienti preferiti in cucina su un piccolo quaderno. Lo chef Andreas Caminada, sulla base delle loro preferenze, ha capito quale tipologia di piatto assegnare ad ognuno di loro. A vincere questa prova, Tracy: ha saputo ricreare un piatto dai sapori della sua Terra, l’Africa e ha fatto sognare ad occhi aperti lo chef Caminada. Lia, invece, ha dovuto lasciare il programma, ad un passo dalla finale.
I dati di share
L’ultima puntata è andata davvero alla grande. Una media di 856 mila gli spettatori che sono stati davanti al piccolo schermo e 4% di share.
Con questi dati davvero positivi, il cooking show ha chiuso con una media complessiva di stagione di 800 mila spettatori medi e oltre 1.8 milioni nei 7 giorni.
La sfida finale
La sfida si apre con i 3 finalisti: sono le nuove generazioni, sono il volto dell’Italia. Così ci vengono presentati dai 3 giudici.
Christian
Christian presenta per primo il suo menù a 4 portate, “Lamia storia e la mia cucina“. L’antipasto è Primo giorno di festa, un carpaccio di cervo con crema di rapa bianca, pane di farro al miele e birra rossa, salicornia, insalata riccia e basilico; a seguire, come primo, La scoperta del pomodoro, ravioli con ripieno liquido di brodo di pomodori, cagliata di capra, olio alle erbe e buccia di pomodoro essiccata; come secondo, Marco Pierre White, un carré di agnello in crepinette di salsiccia di Bra, ratatouille scomposta e crema di zucchine e basilico per
«raccontare il momento storico in cui la cucina è passata dall’essere la semplice preparazione di alimenti al diventare simbolo della cultura di un popolo. Non potevo non citare – ha spiegato Christian – lo chef Marco Pierre White, esempio per me fondamentale per il coraggio e per il suo modo di vivere la cucina»; infine, come dessert, Gioco, un tramezzino dolce con mousse al cioccolato, gel di menta e crema pasticciera al cardamomo servito accompagnato da un cocktail arancia e rhum bianco, per portare in tavola il «senso stesso che io do alla cucina, ovvero la gioia, la felicità, più in generale il divertimento».
Carmine
Carmine, dal canto suo, ha presentato “La promessa“, «l’inizio del mio viaggio». Il suo antipasto era Kaiseki Partenopeo, una tempura di fiori di zucca, gunkan di melanzana fritta e crudo di baccalà in crosta di alga nori: un riferimento al primo piatto presentato a MasterChef Italia, ai Live Cooking, ripresentato tenendo conto del percorso fatto e della sua evoluzione; il primo era “Dove tutto ebbe inizio”, dei gyoza al tè matcha ripieni di genovese di polpo, carpaccio di capesante, caviale, consommé di cipolle e tè affumicato: un piatto per unire «tradizione e orizzonte»; il secondo era un omaggio ai suoi nonni: Sapori di casa, e non, un petto di piccione affumicato al fieno, bonbon di parmigiana, friggitiello ripieno di ricotta di bufala e peperone crusco; infine, il dessert era Battipaglia total white, un semifreddo di bufala e cocco, neve di yogurt e cioccolato bianco, crema al cedro, shortbread alle arachidi e gelato alla bufala: una dedica «a Battipaglia, la città in cui sono nato e cresciuto, che ho odiato per anni e da cui volevo scappare. Grazie a MasterChef Italia – ha proseguito Carmine – ora ho capito quanto invece Battipaglia sia radicata in me: la devo ringraziare, perché senza di lei io non sarei quello che sono».
Tracy
Tracy, infine, ha presentato la sua personale proposta di menù, “L’abbraccio“. L’ha descritto così:
«L’abbraccio è il simbolo fondamentale dell’unione di due elementi diversi, distanti, a volte remoti… In questo percorso a MasterChef ho imparato proprio ad aprirmi a ciò che è sconosciuto, ad accettare senza pregiudizi né paure ciò che mi circonda e a renderlo parte di me e della mia cucina in modo positivo e, attraverso questo menù, voglio tradurre in quattro portate quanto questo valga per me». L’antipasto era La gondola e il Niger, un baccalà mantecato alle spezie, maionese all’aglio nero, spugna di prezzemolo e cialda alla curcuma, per «omaggiare sia la regione che mi ha accolta, il Veneto, che il mio paese d’origine la Nigeria. Da un lato il baccalà mantecato, un classico della cucina veneta, dall’altro il gusto forte e pungente delle spezie africane e dell’aglio nero»; il primo era Ravioli di capra, un raviolo semitrasparente ripieno di battuto di capra su salsa di coriandolo e sfere di yogurt greco speziato. Protagonisti di tutto proprio i ravioli «come espressione dell’idea di melting pot, di commistione di culture e gastronomie all’interno di un unico elemento».
Questo piatto, ha proseguito, «è un viaggio che parte dalla cultura asiatica, passa per l’Africa con il ripieno in cui ho voluto ritrovare i miei ricordi d’infanzia, fino ad approdare in Sud America con l’uso del coriandolo»; come secondo Pluma iberica di maiale con salsa di burro e chips di platano fritto, con platano al vapore come da tradizione nigeriana; questa carne – dice Tracy – è «uno degli ingredienti che meglio di tanti altri riesce ad unificare le cucine di tutto il mondo, tutti i popoli hanno imparato a non buttare via niente. Io sono cresciuta letteralmente “tra i maiali” che gironzolavano per casa cercando cibo, tra cui il platano che con gli altri bambini raccoglievamo per venderlo al mercato»; infine, come dessert, una Mousse ai tre cioccolati con crumble di frolla e salsa di mango, a suo dire «l’esplosione del concetto stesso di abbraccio: tre cioccolati che vanno a simboleggiare il colore della pelle e che diventano una cosa sola attraverso la glassa a specchio».
Un piatto, secondo lei, «che accetta le diversità come ricchezza e non come limite: due ingredienti principali, il cioccolato e il mango, che attraverso colori, consistenze e sapori differenti riescono a raccontare le mie due anime, quella africana e quella italiana.»
Insomma, una finale cosmopolita, dai sapori meridionali, nordici e… africani! Lo spettatore ha potuto sognare, grazie a tutte queste pietanze diverse, ad occhi aperti.
Chi è Tracy, la vincitrice di MasterChef 11
28 anni, nata in Nigeria, arrivata in Italia all’età di 14 anni (marzo 2016), cameriera di sala in provincia di Verona, Tracy Eboigbodin ha conquistato la vittoria e portato a casa 100.000 euro in gettoni d’oro, la possibilità di pubblicare il primo libro di ricette, dal titolo “Soul Kitchen – Le mie ricette per nutrire l’anima” (edito da Baldini+Castoldi in uscita il prossimo 15 marzo) e di accedere a un prestigioso corso di alta formazione presso ALMA, La Scuola Internazionale di Cucina Italiana
Tracy ha due anime che si abbracciano, quelle di una nigeriana che rappresenta le sue origini, il suo passato e la sua cultura, e l’altra italiana che invece esprime il suo presente, il suo profondo amore per il cibo. Due personalità diverse, ma che si completano. Queste due anime le vuole portare sempre nei suoi piatti. E ci riesce, eccome! La sua infanzia l’ha vissuta nella sua Nigeria, per poi trasferirsi in Italia con la sua famiglia. Ed è con una vittoria che si conclude il suo percorso a MasterChef.
La vincitrice, sin dall’inizio della stagione, ha sempre dimostrato grinta, determinazione, energia, voglia di fare. Si è sempre mostrata ben consapevolezza di dove voleva andare e perché. Ad oggi, predilige la cucina italiana a quella nigeriana. Prima di entrare a MasterChef Italia diceva:
“Mi emoziona molto l’idea di partecipare, sicuramente sarebbe una bella botta per l’autostima. Sogno di aprire un’attività diversa dal classico ristorante di brigata, magari un home restaurant di livello.”
L’intervista con la vincitrice
Ho avuto il grandissimo piacere di partecipare alla conferenza stampa online con la vincitrice di MasterChef 11. Tracy è un trionfo di energia e di grinta. Confermo! E’ una vera “tigre”. Molte le domande che si sono susseguite e a cui Tracy ha saputo rispondere in modo chiaro, coerente e sincero.
Ovviamente non poteva mancare una domanda sul titolo molto evocativo del suo menù, “L’Abbraccio“. Tracy, infatti, ha voluto dare un abbraccio immaginario con il suo antipasto che ha definito un piatto in cui ha investito tantissimo mentalmente: un connubio tra 2 culture, quella veneta e quella nigeriana. Ci ha creduto davvero tanto e fino in fondo. Ci ha detto che questo abbraccio, in primis, era rivolto ai tre giudici e poi a tutti i suoi compagni di viaggio. Con alcuni di loro, infatti, Tracy ci ha detto che ha stretto grandi e profondi rapporti di amicizia. In particolare con Tina, con cui si è legata da subito e con cui ha sentito una forte e sincera sintonia. Con lei, infatti, è iniziato il viaggio, con il primo live cooking insieme. La vincitrice ha dichiarato anche di aver stretto un bel rapporto anche con Giulia, Dalia ed Elena.
Se non fosse stata lei a vincere, avrebbe voluto vedere Christian come vincitore.
Tracy ci ha anche svelato chi è stata la prima persona che ha sentito appena finita la puntata. E’ stata la sua migliore amica che tra l’altro l’ha anche spinta a partecipare a MasterChef. Negli occhi di Tracy si è percepito chiaramente la sua sincerità e quanto dia importanza ai legami con le persone.
La vincitrice ha rivelato anche il suo ingrediente “incubo”… ebbene sì, anche lei ne ha uno. Ed è…lo zucchero! Il suo “tallone d’achille” sono i dolci, non ha mai manifestato, infatti, un grande interesse per i dessert.
Si è molto soffermata sulle sensazioni ed emozioni che il percorso culinario a MasterChef le ha lasciato: un viaggio in cui ha potuto imparare molto, imparare a fidarsi degli altri e a credere in sé stessa.
“Se avessi davanti la Tracy piccola le direi di non preoccuparsi: in fondo al tunnel c’è sempre la luce. Le direi questo.”
Tracy ha parlato anche della sua infanzia, del suo passato in Africa. Fino a 7 anni fa non ci ha detto che non avrebbe mai pensato di partecipare a questa esperienza. Quindi, già solo la partecipazione al programma, è stato un grande risultato.
La vincitrice ha anche aggiunto che nella sua dispensa in cucina non potranno mai mancare pasta e riso! Lei ha cucinato sin da subito, sin da piccolina. In Nigeria ai bambini viene insegnata la cucina sin da piccolini, viene insegnato loro ad auto responsabilizzarsi. La curiosità l’ha aiutata tanto in questo, la voglia di sperimentare, di buttarsi su cose nuove…Ha sempre voluto conoscere tutti gli ingredienti e quello che contengono i singoli piatti.
“Se dovessi pensare ad una canzone per descrivere la mia cucina ed i miei piatti, penserei alla canzone I’m stronger di Mary J. Blige.“
Qual è stato lo chef ospite che l’ha ispirata di più? Tracy ci ha fatto ben due nomi: sicuramente la Chef esperta di cucina mediorientale, Anissa Helou e poi lo Chef Enrico Crippa.
Tracy però ha avuto anche dei momenti di sconforto e di paura di uscire, come tutti. In particolare ha temuto durante 2 prove specifiche: la prova delle erbe, con la famosa “acqua di rosmarino” che l’ha messa a dura prova, e durante la prova dei tuberi.
Spesso si tende a considerare la casa un ambiente protetto, dove sentirsi sempre a proprio agio. Tuttavia, anche la propria abitazione può essere a rischio se diventa obiettivo di ladri e malintenzionati.
Per questa ragione è bene cercare di curare tutti quegli aspetti che sono importanti per garantire una maggiore sicurezza domestica e ricorrere a tutta una serie di misure che limitino o impossibilitino del tutto la realizzazione di furti.
Per prima cosa, non bisogna mai dimenticare di seguire tutta una serie di accorgimenti tanto semplici quando fondamentali, come per esempio non lasciare finestre aperte quando non si è in casa, chiudere sempre la porta d’accesso a chiave ed evitare di rendere palese il fatto di essere fuori per le vacanze o, comunque, per lunghi periodi.
Il secondo passo è quello diinstallare soluzioniad hoc, funzionali e di alta qualità, con cui rendere l’abitazione un luogo davvero protetto e dove i propri beni non vengano in nessun modo messi a rischio.
Il portone blindato: una garanzia per la sicurezza
Senza dubbio uno degli elementi che concorre a incrementare la sicurezza domestica è il portone blindato.
A questo proposito, allora, sarà importante optare per un modello che sfrutti le nuove tecnologie e che preveda soluzioni anti-scasso. Inoltre, dal momento cheil portone costituisce, di fatto, il biglietto di presentazione dalla casa, esso dovrebbe avere anche un design gradevole e un’estetica che lo valorizzi.
Il consiglio è allora quello di optare per soluzioni in grado di conciliare la sicurezza con l’eleganza e la praticità, come questi portoncini blindati moderni proposti da Cocif, vero e proprio punto di riferimento in Italia e all’estero, con un’esperienza di oltre 75 anni nel settore.
Si tratta di soluzioni che si caratterizzano per la grande versatilità, che permettono di installare qualsiasi tipologia di serratura e presentano una classe antieffrazione che va dalla 2 alla 4.
Proteggere le finestre con tapparelle blindate o inferriate
Oltre a concentrarsi sul portone blindato, va rivolta la giusta attenzione anche alla protezione delle finestre, soprattutto quando si abita in una casa autonoma, in un appartamento collocato ad un piano basso oppure in un attico.
In questi casi, una prima possibilità è quella di optare per l’installazione di tapparelle blindate, realizzate con materiali altamente resistenti, che rendono vani i tentativi di intrusione dei malintenzionati.
In alternativa, si può scegliere di installare alle finestre le più tradizionali inferriate, tenendo conto che al giorno d’oggi le possibilità di scelta sono decisamente più ampie rispetto al passato. Infatti, si va dai modelli fissi a quelli scorrevoli, passando per le soluzioni a soffietto, a battente e avvolgibili.
Naturalmente, a prescindere dalle preferenze personali, il consiglio è quello di prediligere sempre soluzioni non soltanto efficienti ma al tempo stesso anche pratiche e piacevoli alla vista.
Installare un sistema di allarme innovativo
Un altro elemento imprescindibile per incrementare il livello di sicurezza della propria abitazione è il sistema d’allarme. I modelli a disposizione sono numerosi, tuttavia il consiglio è quello di optare per proposte che forniscanoanchelavideosorveglianza ela presenza disensorisensibili ai movimenti.
Oggigiorno i progressi registrati in ambito tecnologico permettono di disporre di soluzioni sempre più innovative, che è possibile collegare a qualsiasi dispositivo mobile tramite app dedicate: ciò permette di monitorare anche a distanza la propria abitazione, così da scoprire in tempo reale ogni possibileattività irregolare.
Inoltre, questi sistemi sono collegati direttamente con il personale responsabile di un eventuale intervento che, a fronte di una segnalazione da parte del sistema di una presenza estranea in casa, interverrà tempestivamente.
Infine, è bene ricordare che al giorno d’oggi le soluzioni più all’avanguardia non rendono più necessario fare grossi lavori per installare il sistema, quindi è possibile accrescere la sicurezza domestica a costi contenuti e senza stravolgere l’estetica dell’ambiente.
Mai un Secolo ha visto tanta scrittura: pensate alle chat, ai social network. Diari segreti scelleratamente pubblici, con un lessico che è un mix tra l’inglese, il dialetto regionale e le abbreviazioni usate per “fare prima”. In questa staffetta per raggiungere non si sa quale traguardo il mondo è diventato un covo di tuttologi che devono avere sempre l’ultima parola, o bianca o nera, sulla correttezza o meno di un gesto o di una parola. Certa televisione non fa altro che alimentare questa tendenza alla frammentazione, al “molto rumore per nulla”, ma ci sono alcuni programmi che invece ancora si pongono la sfida di fare cultura e di portare all’attenzione degli italiani una delle cose che con più difficoltà hanno conquistato nei secoli: l’idioma nazionale.
Le parole per dirloallieta la colazione della domenica, per usare le parole della sua conduttrice Noemi Gherrero. Arrivato alla seconda edizione, in onda alle 10.20 su RaiTre, il programma vanta la presenza in studio di Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, due celebri linguisti che insegnano presso La Sapienza di Roma e che ho avuto il piacere di incontrare durante il mio percorso universitario. Inutile dirvi che la linguistica è materia di accademia che raramente ho visto uscire fuori dai dipartimenti: il bello di questo programma è la possibilità di dialogare con degli esperti in materia e molti ospiti per commentare gli usi linguistici quotidiani, il gergo giovanile, il parlato dei bambini e tutta la fluidità di una lingua costantemente in divenire. Noi Spacciatori di Cultura non potevamo assolutamente privarci di un trip con Noemi Gherrero!
Noemi, cosa vuol dire portare in tv un programma sulla lingua oggi?
Inizialmente è stata una sfida, perché il programma è nuovo: è nato come me e con questo gruppo. C’era un po’ di ansia da aspettativa, però nel corso del tempo ha preso una piega positiva, e oggi mi sento di dirti che siamo soddisfatti: c’è tanta gente che ha voglia di conoscere e di approfondire, non ha voglia solo di paparazzate. Molti ci seguono anche su RayPlay e sui Social Network, oltre che la domenica mattina.
E per la tua carriera, invece, che significato ha?
“Chi è questa qua che conduce un programmadi cultura?” Sarebbero potute uscire molte polemiche su questo tema perché io vengo dal mondo del teatro e del cinema. Ma la televisione mi ha fatto capire che è molto bello riuscire a stabilire dei rapporti di reciprocità, di risposta e di confronto immediati. Sono contenta di fare questo tipo di programma perché ti dà realmente la possibilità di mandare un messaggio alle persone.
Portare un tema accademico come la linguistica nella televisioni di oggi è davvero una sfida.
La nostra volontà è cercare di porre all’attenzione qualcosa di attuale: nella seconda stagione non ci concentriamo solo sulla storia della lingua, ma intervistiamo anche le persone per strada sulle regole grammaticali. Questo non solo per capire il livello medio, ma soprattutto per stimolare la ricerca personale. Bisogna alimentare la curiosità su qualcosa che è nostro. La nostra lingua è stuprata in tutti i modi, basta leggere alcuni titoli di giornale, ma più di tutto ci stiamo dimenticando anche una corretta comunicazione. Non sono solo le parole che usi ma anche come le usi. Ti basta guardare un talk show, dove tutti parlano trenta secondi e non approfondiscono niente perché si parlano tutti sopra.
Da un lato c’è curiosità per la lingua, basta vedere il successo dell’Accademia della Crusca sui Social, mentre dall’altro c’è una forte rigidità, basti pensare alle problematiche della lingua declinata al femminile. Manca il dubbio in questa lotta tra bianco e nero, ma un programma come questo rende elastico il pensiero, no?
Oggi è tutto un po’ appiattito, c’è bisogno di schierarsi a tutti i costi. La declinazione femminile è un buon interrogativo: la professoressa Della Valle di recente ha spiegato che sulla Treccani si declina il nome prima al femminile e poi al maschile semplicemente perché la lettera “a” viene prima della “o”. Con questa osservazione non ti racconta solo un cambiamento sociale, politico e delle nostre sovrastrutture, ma ti sta stimolando ad un dibattito. La lingua cambia e ha bisogno di essere sostenuta nel cambiamento. Bisogna riuscire a essere flessibili e aspettare che i tempi facciano il loro percorso.
C’è stato un ospite che ti ha particolarmente colpito?
Non posso farti un solo nome, ma ero molto intimorita da Roberto Saviano. Avevo questa immagine di un Saviano arrogante e super televisivo; inoltre, essendo io napoletana, vengo da una città che lo ama e lo odia, letteralmente spaccata in due. Invece sono contentissima di aver trovato una persona molto disponibile e umile. A fine puntata mi ha detto di essere stato molto bene perché finalmente ha potuto parlare.
Mi sono trovata molto d’accordo con Pierluigi Battista: sa argomentare con sagacia, ti dà molto di personale e non teme la critica. Michela Marzano, invece, mi ha emozionato molto quando ha raccontato di aver scelto di fare psicanalisi in francese. Mi smontò totalmente dicendo che non aveva bisogno di comunicare, quanto piuttosto di lanciare delle parole che la portassero subito alle emozioni.
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Spesso non abbiamo proprio le parole per dirlo, anche quando si tratta trasmettere cosa proviamo. Conoscere meglio la nostra lingua ci rende più elastici, accoglienti e più in grado di esprimere anche noi stessi. L’overdose di cultura consigliatissima per il 2022 è decisamente quella con Noemi Gherrero la domenica mattina su Rai Tre.
Le porte della cucina televisiva più famosa d’Italia si sono aperte per l’undicesima edizione. La prima puntata di MasterChef Italia 11 è andato in onda giovedì 16 dicembre alle 21:15 su Sky Uno e in streaming su NOW. L’appuntamento è fissato per ogni giovedì della settimana, sempre alla stessa ora e sugli stessi canali. Vedremo sfidarsi in prove culinarie sempre più difficili i migliori cuochi amatoriali d’Italia fin quando non verrà decretato il vincitore o la vincitrice della nuova edizione.
Il format televisivo di successo in molti altri paesi del mondo ha un grandissimo successo di pubblico, come hanno dimostrato anche i numeri della decima stagione. È un programma che intrattiene, che fa sorridere e che coinvolge grazie al meccanismo delle sfide. Queste sono strutturate quasi sempre nello stesso modo, ma si trova sempre l’elemento variabile e creativo. È la seconda edizione che viene girata in tempo di pandemia e sicuramente le prove in esterna saranno ancora una volta ambientate soprattutto in Italia.
Ancora una volta a giudicare i piatti dei concorrenti saranno i tre chef già presenti l’anno scorso: Bruno Barbieri, Antonino Cannavacciuolo e Giorgio Locatelli. I volti di questi cuochi stellati ormai sono noti (e amati) al pubblico appassionato di MasterChef. Tra loro c’è una bella intesa e l’energia è molto alta e coinvolgente. Grazie alla loro spiritosaggine, sono nati molti tormentoni che vengono ricalcati e usati come meme nelle pagine social del programma. Abbiamo il “foooorza” di Cannavacciuolo, il “mappazzone” di Barbieri e il “come on” di Locatelli.
Giudici severi, ma anche comprensivi e sensibili, i tre avranno il delicato compito di guidare i nuovi aspiranti chef verso la vittoria selezionando chi ha davvero la stoffa per fare questo lavoro.
Gli ospiti
Il compito di mettere alla prova i concorrenti della Masterclass non spetta solo ai tre giudici e conduttori del programma. Come sempre, anche l’undicesima edizione ospiterà molti nomi importanti della cucina italiana e internazionale. Questi e queste chef provenienti da tutto il mondo porteranno con loro alcune delle loro creazioni che gli aspiranti chef dovranno replicare al meglio.
Tra gli ospiti annunciati quest’anno abbiamo: Marie Robert, che ha conquistato la sua prima stella Michelin a soli 30 anni; Anissa Helou,una delle esperte di cucina mediorientale più famose al mondo; Lele Usai, lo chef marinaio con una stella Michelin; Terry Giacomello,lo chef sperimentatore che aspira all’innovazione già comparso nello show; Andreas Caminada, il re della cucina elvetica con 3 stelle Michelin; Enrico Crippa, 3 stelle Michelin e il suo ristorante tra i 50 migliori al mondo.
Non mancherà il Maestro Iginio Massari con la temutissima prova di pasticceria.
Il premio
Il vincitore dell’undicesima edizione di MasterChef Italia avrà la possibilità di vincere 100 mila euro in gettoni d’oro e pubblicare il suo primo libro di ricette. Inoltre, gli verrà data la possibilità di frequentare il corso di alta formazione presso ALMA, la Scuola Internazionale di Cucina Italiana.
L’anno scorso è stato Francesco Aquila a vincere il titolo. Quest’anno chi convincerà i giudici?
Le prime due puntata di qualsiasi edizione di MasterChef raccontano della selezione dei concorrenti ai Live Cooking. Per quest’undicesima stagione non è stato diverso.
Inizialmente, i concorrenti sono stati selezionati online. I giudici hanno avuto modo di vedere i candidati nelle loro case e soprattutto nelle loro cucine dove hanno presentato i loro piatti più rappresentativi. I Live Cooking, invece, appartengono alla seconda fase della selezione, quella in cui ciascun aspirante chef deve presentare a Locatelli, Barbieri e Cannavacciuolo un piatto che sia rappresentativo della sua idea di cucina.
Questa è anche l’occasione giusta per iniziare a conoscere i caratteri dei concorrenti. Mentre ultimano le preparazioni, ogni concorrente ha la possibilità di raccontarsi. Solitamente, emerge il rapporto che ognuno di essi ha con la cucina e di come essa sia la risposta a malesseri lavorativi e/o personali.
Durante la puntata del 16 dicembre, di storie ne sono state raccontate tante. C’è Polone che veniva bullizzato da bambino; c’è Christian affetto dalla sindrome di Asperger e c’è Mery, la ragazza che ha assistito alla malattia e alla morte di sua madre. Molto intensa anche la storia di Carmine, il giovane diciottenne che ha frequentato il liceo solo per far contento il padre, ma ha da sempre coltivato il sogno della cucina. Per ogni concorrente che fa uscire una lacrimuccia ce n’è sempre un altro pronto a far ridere. È avvenuto con Marco Fumarola tanto chiacchierone quanto narciso, con la nutrizionista Anna che vuole mettere a dieta Cannavacciuolo e con la signora Oriana che rivendica i piatti della tradizione ferrarese perché “qua si fanno sempre cose strane”. I concorrenti vengono da tutt’Italia e non solo. Ci sono molti di loro che hanno origine straniera a riprova del fatto che la cucina italiana del futuro si aprirà a influenze sempre nuove e internazionali.
I concorrenti del Live Cooking dovevano ottenere due o tre sì dai giudici per passare alla fase successiva della selezione. Se il piatto riceveva l’approvazione di un solo giudice, si tornava a casa a meno che il giudice che aveva dato l’ok non ci avesse messo la firma. Questa pratica, già in vigore dall’anno scorso, permette a Locatelli, Cannavacciuolo e Barbieri di puntare su un concorrente mandandolo avanti nelle selezioni nonostante il parere contrario degli altri due. Come gesto simbolico, il giudice che dà l’ok mette la sua firma sul grembiule del partecipante. Fino ad ora, solo Locatelli ha usato il suo bonus a favore di Andrealetizia, la ragazza venuta a MasterChef insieme al suo ragazzo (Nicky Brian) che ha ottenuto ben tre sì.
Le persone selezionate non hanno potuto dormire sugli allori. I “sì ottenuti” non erano ancora sufficienti per farli entrare nella nuova Masterclass di MasterChef Italia 11. L’ulteriore gradino da scalare è stato rappresentato dalle prove di abilità. Nella puntata di giovedì 23 dicembre gli aspiranti chef, divisi in tre gruppi, si sono cimentati nella cucina di piatti decisi dai tre giudici per mettere alla prova la loro creatività, la loro tecnica e il loro senso estetico. Tre cose fondamentali per chi vuole intraprendere questo tipo di carrirera.
Alla fine di tutto, restano 20 nomi. Tra questi, c’è quello del futuro o della futura MasterChef italiano/a.
I e le concorrenti
La Masterclass dell’edizione 2021/2022 di MasterChef Italia presenta, come sempre, concorrenti dai profili interessanti e dalle età molto diverse.
Tra i giovanissimi ci sono Carmine, Christian e Nicholas. Di Christian abbiamo già parlato; sicuramente, vederlo mettersi alla prova con la sua sindrome sarà interessante, stimolante e anche formativo. Anche Carmine lo abbiamo già presentato. Di lui colpisce sicuramente la maturità, nonostante i suoi 18 anni. Nicholas, invece, viene da Arezzo, ha 21 anni, studia radiologia, ma vorrebbe cambiare la sua vita e dedicarsi interamente al food.
Dei già nominati ci sono poi Mery (personal trainer), i due fidanzati Andrealetizia e Nicky Brian, Anna (la nutrizionista) e Polone (soprannome di Gabriele, addetto alla sicurezza di Anzio).
Abbiamo, poi, Federico, il deejay di Milano che vuole dimostrare il proprio talento ai genitori, entrambi chef, Lia che lavora in banca ma sogna di diventare ambasciatrice della cucina italiana e Dalia, figlia di un importante cuoco stellato di Torino. Tracy è la cameriera di origine nigeriana e veronese che si è avvicinata alla cucina guardando i piatti che serviva. Tina, invece, è una commessa di Napoli che teme di mandare a quel paese i giudici se la criticano troppo. C’è anche un’ex modella, Giulia, pronta a dedicarsi a un altro mestiere che stuzzichi la sua creatività.
Sono entrati nella cucina di MasterChef anche Andrea, maître tra Novara e Milano, Bruno, l’agente di commercio nato in Inghilterra da genitori italiani emigrati, Elena, la casalinga di Ravenna che non crede in sé stessa, Pietro e Rita, entrambi professionisti siciliani e Mime, una guida turistica giapponese che parla con accento toscano.
Tanti nomi, tante storie ma un unico obiettivo: vincere tutte le sfide e conquistare il premio finale di MasterChef.
La gara
Puntata 3
Il 30 dicembre 2021 la gara è iniziata ufficialmente. I 20 concorrenti sono entrati nella cucina di MasterChef e hanno trovato la loro prima Mystery Box. Sono rimasti tutti alquanto sorpresi nel non trovare la solita scatola di legno, ma una ricoperta di marshmallow e biscotti colotati. Una Mystery da favola per un inizio da favola. Perché è questo che i candidati stanno vivendo: un’opportunità unica per cambiare le loro storie, per crescere, per riscattarsi.
Il tema della favola è stato ripreso anche per gli ingredienti selezionati. Sotto la box, infatti, erano presenti tutti alimenti diventati famosi grazie alle favole: i crostini di pane che somigliano alle briciole di “Pollicino”, i funghi di “Alice nel paese delle meraviglie”, i fagioli di Jack dal racconto “Jack e il fagiolo magico”, le triglie che il Gatto e la Volpe mangiano a spese di Pinocchio, la zucca di Cenerentola, i raperonzoli, il fegato di cinghiale legato alla favola di Biancaneve, i piselli della “Principessa sul pisello”. Il tutto accompagnato da selvaggina e dei maccheroncini. Gli aspiranti chef dovevano scegliere gli ingredienti che più li ispiravano per comporre il loro primo piatto. È stata Elena – con suo grande stupore – a vincere la sfida con il piatto “Un occhio alla pernice”.
L’Invention Test ha visto subito l’ingresso di un’ospite speciale, la chef Marie Robert del caffè Suisse a Beck, in Svizzera. Dato che ciò che contraddistingue il lavoro della cuoca è la sorpresa, partendo dagli ingredienti di uno dei suoi piatti stellati, gli aspiranti chef dovevano ideare una nuova portata che giocasse un po’ con l’impiattamento e con il sapore. Il tema del piatto era il trompe-l’œil, ovvero doveva essere mostrato qualcosa che non è ciò che si mangerà. La difficoltà? Cucinare in coppia. È stata Elena a decidere come dividere i concorrenti e ha portato a casa un’altra vittoria insieme alla sua compagna, Dalia.
La prova in esterna si è svolta a Monza, nel bellissimo scenario della Reggia. Tema della prova è stata la pasticceria. Trattandosi di ciò che più terrorizza tutti i concorrenti di MasterChef, possiamo dire che questa edizione ha davvero alzato il livello e costringe tutti, sin da subito, a mettere alla prova i propri limiti. Le due brigate hanno dovuto cucinare tre dolci a testa. La brigata rossa, guidata da Elena, si è occupata dei dolci al forno, mentre quella blu, guidata da Dalia, dei dolci al cucchiaio. A giudicare le squadre sono stati 31 personalità importanti della pasticceria italiana. Il voto della maggior parte dei Mestri Fornai e Maestri Pasticceri è andato alla squadra rossa.
La squadra perdente ha dovuto vedersela al Pressure Test. Il tema della prova era il sandwich senza pane. Al posto di quest’ultimo ingrediente, i giudici hanno offerto 11 alternative che i concorrenti si sono divisi. A uscirne sconfitta è stata Giulia che ha dovuto abbandonare la cucina di MasterChef.
Una prima puntata interessante, tutta costruita sull’idea della favola e del gioco dove non sono, però, mancati i momenti di crisi o tristi a riprova del fatto che la gara sarà difficile perché la posta in gioco è comunque alta.
Anche nella puntata del 6 gennaio 2022, la Mystery Box si è presentata ai concorrenti in maniera innovativa. Sono scomparsi i dolci per far spazio all’oro. La scatola dorata nasconde un’importante sorpresa: i migliori della prova potranno già salire in balconata, evitando l’Invention Test e il rischio d’eliminazione. Al suo interno sono presenti 10 salse provenienti da tutto il mondo: dal Chimichurri argentino alla Jäger Sauce svizzera, dal Sandefjord o burro norvegese alla salsa Rouille o maionese provenzale, passando per la Mojo delle Canarie e la Mole messicana, l’aspra salsa georgiana Tkemali, il Ponzu giapponese con aceto di riso, la Nuoc Mam a base di pesci fermentati e l’Irish Champ. I 19 concorrenti rimasti in gara hanno potuto sceglierne una per creare il loro piatto. Carmine, Tracy e Mime hanno conquistato i palati dei giudici e, di conseguenza, il podio della prova.
Ospiti della seconda puntata sono stati Sarah Cicolini, chef del locale Santo Palato a Roma, e Diego Rossi, chef del ristorante milanese Trippa. Entrambi sono cuochi che rivisitano la tradizione culinaria italiana proponendo piatti nuovi e saporiti. La chef ha proposto i rigatoni alla pajata, mentre lo chef il vitello tonnato. I concorrenti hanno dovuto scegliere uno dei due piatti con l’idea di proporne una versione nuova. Una volta presa la loro decisione, i giudici hanno rivelato loro il trucco: avrebbero dovuto cucinare con gli ingredienti scartati.
La prova è stata difficile e ha richiesto grande impegno a tutti. Non sono riusciti a eccellere Federico, Nicky Brian e Andrealetizia. Quest’ultima è stata eliminata dopo un percorso non del tutto positivo nella cucina (già nella precedente puntata era finita tra i peggiori). A distinguersi, invece, è stata Mery.
Questa volta non c’è stata trasferta, ma gli aspiranti chef se la sono dovuta vedere con lo Skill Test. Come sempre, la prova è divisa in tre round, ciascuno guidato da un giudice. Il miele è stato il protagonista assoluto della prova.
Bruno Barbieri ha chiesto ai concorrenti di usare il miele per mantecare un primo. Giorgio Locatelli, invece, ha chiesto loro la tecnica di laccatura e Antonino Cannavacciuolo un dolce con idromele, polline e favo. La pasticceria ritorna e non lascia scampo agli aspiranti chef.
Di livello in livello, i migliori della prova sono saliti in balconata, mentre i peggiori hanno continuato ad affrontare le prove. Alla fine, è stata Rita a dover abbandonare la cucina.
Ecco un video per rivivere tutti i momenti salienti di questo episodio.
Puntata 5
La puntata del 13 gennaio 2022 ha avuto come leitmotiv la cucina povera e delle proprie radici. Al di là delle sfide avvincenti e dei piatti che hanno convinto o fatto arrabbiare i giudici, abbiamo assistito ai primi scontri diretti tra i e le concorrenti che ancora non avevano fatto capolino in quest’edizione.
Tutto ha avuto inizio con la Mystery Box e i prodotti poveri e di scarto contenuti all’interno. Agli e alle aspiranti chef è stato chiesto di realizzare un piatto pensando alle loro origini. D’altra parte, si sa che la maggior parte di noi non cucina di certo con gli ingredienti presenti nelle cucine stellate, ma con altri ben più diffusi e abbordabili. Inoltre, saper cucinare partendo da ciò che resta evitando di sprecare cibo è un’arte che ognuno dovrebbe affinare nel proprio quotidiano. La prova è stata vinta da Tracy grazie al piatto dal titolo eloquente: “Dignità”. L’emozione è stata tangibile. Chi ha vissuto situazioni di disagio economico, di sconforto, non solo ha una grande voglia di riscatto, ma anche il desiderio di presentarsi al mondo integro e puro.
Le note dolenti sono iniziate qui. Per l’Invention Test, Locatelli, Cannavacciuolo e Barbieri avevano preparato tre piatti ispirati alla loro infanzia, rispettivamente: merluzzo con lenticchie in salsa di prezzemolo, uovo poché con polpette al sugo, cialda e crema di parmigiano e le tagliatelle al ragù di rigaglie, aceto balsamico e uovo barzotto. Tra questi era chiaro che le tagliatelle fossero più difficili rispetto agli altri due piatti. Tracy, da vincitrice della Mystery, ha avuto la possibilità di assegnare i piatti ai suoi compagni e compagne e di ricevere preziosi consigli dallo chef autore del suo piatto. Le scelte di Tracy hanno fatto rimanere molto male Mery che si è vista assegnare le tagliatelle nonostante sia molto amica con Tracy. Nonostante quest’ultima ha subito detto che si è trattato di una svista, Mery ha cucinato con rabbia e distrazione, presa dall’emozione. Alla fine, però, ad uscire è stato Andrea per colpa di una salsa mal preparata.
I malesseri tra Mery e i compagni sono proseguiti anche nella prova in esterna che si è svolta in Trentino, nella Val del Sole. Il protagonista del menù è stato il fieno, usato sia come ingrediente, sia per cuocere le pietanze. Le due brigate hanno avuto due capitane: Lia e Mery. La prima ha scelto come primo membro della sua squadra Christian, il miglior amico di Mery. Questo ha destabilizzato e innervosito la ragazza che ha guidato la sua brigata a fatica, scontrandosi spesso con gli altri componenti. Un altro concorrente che ha avuto da ridere con i suoi compagni è stato Polone, scelto nella squadra di Lia e poi scambiato durante la prova perché considerato dalla caposquadra il membro che lavorava nella maniera peggiore.
Alla fine, la squadra rossa di Lia ha portato a casa una vittoria schiacciante, mentre la squadra di Mery si è ritrovata al Pressure Test. Obiettivo di quest’ultima prova è stata la cottura dell’omelette che ha comportato l’esclusione dalla gara di Nicholas.
Puntata 6
I sapori internazionali sono stati protagonisti della puntata del 20 gennaio 2022. È fondamentale per un futuro chef confrontarsi anche con le cucine straniere, tanto più se si vive in un’epoca cosmopolita come la nostra. Inoltre, l’Italia si è arricchita di culture e di tradizioni negli ultimi anni e pensare di non coinvolgerle e integrarle nella nostra vuol dire non volersi aprire al futuro.
In nome di questo ideale di integrazione, la Mystery Box ha richiesto ai e alle concorrenti di realizzare un piatto dal sapore italiano usando almeno 5 ingredienti di origine straniera anche se ormai molto usati nella nostra cucina. Questi ingredienti erano: le arachidi, il bisonte, il couve manteiga e il maxixe brasiliani, il luppolo, la papaia, le melanzane Thai, il maiale di razza mangalica, i fiori di banano e l’ipomea aquatica o spinacio d’acqua asiatico. A vincere su tutti è stato il piatto di Carmine, “Otto su dieci”. Il ragazzo prodigio è finalmente riuscito a conquistarsi il podio.
Per l’Invention test, i e le concorrenti hanno dovuto cucinare uno dei tre pani tipici del mondo islamico – il Non, pane uzbeko decorato con motivi floreali da un timbro tradizionale; il pane Yufka, steso il più sottile possibile; infine il Rgaïf, il pane marocchino a strati – e creare un companatico. A illustrare loro le tecniche per realizzare al meglio questi pani è stata la studiosa e scrittrice Anissa Helou, esperta di queste tradizioni. Tracy si è conquistata un’altra vittoria, mentre Anna è risultata la peggiore avendo creato un pane duro e immangiabile.
La prova in esterna si è svolta a Trieste, la nostra città di confine. Le due brigate si sono divise le portate di un menù ricco di influenze da parte di tutte le cucine dei paesi confinanti con il Friuli o a lui vicini. Il menù rosso prevedeva un antipasto austriaco, da preparare con crauti e la lumaca di Vienna, e un secondo sloveno con maiale, sale di prosciutto ed estratto di Terrano; quello blu si componeva di un primo croato, contenente tartufo e patata croata, e di un dolce friulano con il formaggio Jamar del Carso e la ciliegia di Tarcento. La brigata blu di Tracy ha avuto la meglio, anche se non sono mancati i momenti di tensione tra lei e la sua squadra. La squadra rossa non ha perso di molto ed è riuscita a presentare dei piatti buoni, tuttavia il clima in squadra è stato molto teso. In particolare, l’assenza di una porzione ha gettato la squadra nel panico e Polone e Federico hanno avuto uno scontro molto acceso. Polone, il ragazzo bullizzato da bambino, sembra avere ancora problemi a gestire lo stress, la rabbia e il confronto con gli altri.
Il Pressure Test si è svolto in una location d’eccezione: il Castello di Miramare. Nel giardino di questo splendido monumento, la brigata perdente ha dovuto cimentarsi nella preparazione del Pedocio de Trieste a base di cozze. Tutti, tranne Federico che, come capitano, ha avuto la possibilità di salvare se stesso o uno della sua brigata. La prova è stata divisa in step e il tempo per ciascuno di essi era dato dal concorrente che finiva per primo. Tra i peggiori della prova ci sono Bruno e Christian, ma per l’eliminazione dovremmo aspettare la prossima settimana. Chi andrà via, secondo voi?
Puntata 7
L’episodio del 27 gennaio si è aperta con l’eliminazione di Bruno. Con grande dispiacere di tutti, il concorrente più vivace dell’edizione deve abbandonare l’undicesima edizione di MasterChef. Un vero peccato. La sua personalità mancherà sicuramente molto dentro la cucina più famosa d’Italia.
Dopo questo dispiacere, i e le concorrenti se la sono dovuta vedere con una nuova Golden Mystery, una box che può portare alla balconata i migliori della prova. Tema di questa nuova puntata sono stati gli opposti, un po’ come quelli che animano alcune anime presenti nella masterclass (Polone è stato tra gli interpellati, come era facilmente immaginabile). I primi due mondi che si scontrano sono il diavolo e l’acqua santa. Sotto la Mystery erano presenti 10 ingredienti divisi in due gruppi: i cinque presenti nel piatto rosso avevano un sapore forte e deciso, mentre quelli sul piatto azzurro erano più delicati. Compito di ogni chef era di cucinare un solo gruppo di ingredienti cercando però di raggiungere un equilibrio di sapori (perché tra gli opposti, bisogna sempre trovare un equilibrio vincente). Ogni partecipante ha dovuto sceglierne un altro e decidere quale gruppo di ingredienti fargli cucinare. Alla fine della Mystery sono risultati i migliori Pietro, Lia, Federico, Mime, Tracy e Polone. Tutti loro hanno realizzato dei piatti “quasi perfetti” secondo la definizione che ha dato Bruno Barbieri. Infatti, tutti hanno guadagnato la balconata a eccezione di Pietro che ha ottenuto però dei grandi vantaggi per l’Invention Test.
Ospite della seconda parte della serata è stato Daniele Usai, una stella Michelin per il ristorante il Tino a Fiumicino. Oltre a due suoi piatti (Nautilus e Pesce di roccia), lo chef ha portato nella masterclass la tecnica della frollatura del pesce. Pietro ha diviso i due piatti tra i concorrenti rimasti che hanno dovuto replicare i piatti dello chef. Ovviamente, il gruppo che ha ricevuto il piatto Pesce di roccia, più difficile da preparare, si è fatto prendere dal panico. Tina, Dalia e Mery erano molto agitate durante la preparazione. Tra panico e suggerimenti (puniti ogni volta da Barbieri), la prova si è conclusa. Alla fine, i piatti migliori appartenevano proprio ai concorrenti che hanno avuto il Pesce di roccia. Dalia è riuscita a replicare la ricetta e a presentare un piatto dal sapore e dall’impiattamento molto simili a quelli dello Chef. A lasciare la cucina di MasterChef, invece, è stata Mery. Il suo piatto non era male, ma per l’ansia la ragazza ha dimenticato di mettere le salse, rendendo il tutto poco bilanciato. Barbieri, che ha sempre creduto in Mery tanto da mettere la firma sul suo grembiule, è stato molto dispiaciuto per quanto successo e ha spronato la ragazza a continuare a lavorare trovando un modo per gestire meglio l’ansia e l’emotività. Mery era un’altra personalità molto interessante di questa edizione. Sicuramente, si portava dietro un grande bagaglio emotivo con dentro tanta energia e voglia di riscatto, ma anche tanta insicurezza e frustrazione. Purtroppo, quest’ultime hanno avuto la meglio, dimostrandoci come le emozioni siano fondamentali, ma bisogna imparare a gestirle.
Niente prova in esterna. Questa volta, è il momento dello Skill Test. La carne è il fil rouge di questa prova divisa in tre step alla fine dei quali solo i migliori potranno salire in balconata. Il primo, guidato da Barbieri, prevedeva la realizzazione di una tartare in 20 minuti. Il secondo step, presentato da Locatelli, prevedeva la preparazione del filetto alla Wellington. Il terzo step è stato condotto solo da due concorrenti, Nicky Brian e Tina che non sono riusciti a convincere i giudici nelle prove precedenti. Cannavacciuolo ha presentato una millefoglie di lingua e animelle, ma non ha chiesto di replicare il piatto. I due concorrenti hanno dovuto realizzare una ricetta personale partendo da quegli stessi ingredienti. Entrambi sono riusciti a presentare un piatto adeguato, ma alla fine quello di Nicky Brian è risultato il migliore. Tina ha lasciato la cucina di MasterChef. Non ci resta altro da fare che aspettare la prossima settimana per vedere cosa succederà ancora e, soprattutto, chi sopravvivrà.
Puntata 8
La puntata del 3 febbraio inizia con l’esplorazione dei mondi interiori dei concorrenti rimasti. Mondi diversi, più complicati di quello che detta la semplice apparenza. Tutto questo si traduce con una Mistery Box dedicata ai tuberi, alimenti che crescono nel sottosuolo. Al suo interno ci sono: pastinaca, loto, manioca, rafano, rapa bianca, scorza nera, la rutabaga, zenzero, topinambur e il taro. Obiettivo della prova è realizzare un piatto con protagonista il tubero. La prova si è rivelata complicata. Molti hanno dovuto abbandonare l’idea iniziale e affidarsi all’improvvisazione. I migliori si sono rivelati: Christian, Carmine e Mime. Del primo i giudici hanno evidenziato un cambiamento positivo, mentre al secondo Cannavacciuolo ha fatto i complimenti per l’inventiva e per il piatto, ma gli ha chiesto di usare di più il cuore in cucina. Alla fine è stato Christian a vincere la Mistery Box.
L’ospite dell’Invention Test è stato Enrico Costanza, il giardiniere culinario, esperto di erbe e di sapori della terra. Con lui, arrivano nella cucina di MasterChef ben 11 piante usate in cucina provenienti da tutto il mondo. Christian, come vincitore dell’Invenzione test, ha la possibilità di scegliere a chi assegnare ogni pianta e se che tipo di piatto preparare (dolce o salato). Trattare le erbe non è di certo semplice visti i loro sapori particolari. Il test è stato davvero difficile, soprattutto per chi aveva gli ingredienti più complicati. Tuttavia, c’è stato chi è stato in grado di esaltare l’erba affidatagli: Mime. Più critica la situazione di Carmine, di Pietro e di Tracy risultati tra i peggiori. Sono nomi che colpiscono perché si tratta di alcuni dei migliori concorrenti della stagione a dimostrazione del fatto che nella cucina di MasterChef, come nella vita, le doti e le capacità non sempre bastano a salvarsi. Alla fine è stato Pietro a uscire (come prevedibile visto che era il più debole tra i tre).
Per l’esterna è stato proposto alle due brigate di cucinare in un’atmosfera da sogno, quella del set della serie televisiva di Sky “Blocco 181”. Trentacinque commensali da soddisfare tra attori e cast tecnico in un’ora di tempo. La difficoltà della prova sta proprio nel sapersi organizzare per tempo di modo da non rallentare il lavoro della produzione. Altro limite non indifferente: lo spazio. Le brigate devono cucinare a bordo di un food truck, disponendosi con rigore e rispettando i propri ambienti. Le portate sono state scelte dalle brigate. I giudici hanno solo chiesto di fare un menù di carne (blu) e uno di pesce (rosso). Mime, come vincitrice dell’Invention, ha scelto il menù di carne tenendo presente che molti degli attori sono latino-americani. Come capitano della squadra avversaria ha scelto Christian. Questa volta sono stati i concorrenti a scegliere a quale delle due brigate appartenere. Tutti all’inizio hanno scelto la squadra di Mime con il menù di carne. La squadra rossa, formata da Christian, Dalia, Polone, Tracy e Carmine è sembrata poco armoniosa visto che tra gli ultimi due e il capitano non scorre buon sangue dopo l’Invention. In realtà, la preparazione è stata tranquilla e concentrata; il servizio ha divertito molto i concorrenti che hanno cercato di attirare su di loro l’attenzione degli attori.
La vittoria è andata alla squadra blu grazie al lavoro sulla carne portato avanti da Federico. Il tema del Pressure Test è il fritto. La chef Elide de Mollo è stata invitata per spiegare ai ragazzi e alle ragazze come preparare un fritto alla piemontese. De Mollo ha portato dei piatti del suo ristorante stellato. Tra questi, i tre giudici ne hanno selezionati 4 da servire in ordine ogni 10 minuti. Una prova molto complicata perché il fritto è buono, ma richiede molta abilità tecnica. Qualcuno ha reagito molto bene, riuscendo a mantenere i nervi saldi. Christian e Carmine sono stati i migliori del Pressure e si sono conquistati la balconata in maniera dignitosa. Christian in particolare si è meritato gli elogi dei giudici per come ha imparato a gestire i suoi problemi con la velocità. A uscire è Dalia non solo per i piatti presentati pieni di errori, ma anche per la mancanza di forza e grinta nell’affrontare le difficoltà. Come capacità, Dalia si è mostrata molto dotata. È davvero un peccato che non si sia mai applicata al fritto visto che si sa che a MasterChef è una delle prove canoniche. Esce una delle personalità più interessanti e anche una delle aspiranti chef più dotate di questa edizione.
Puntata 9
È il 10 febbraio e i concorrenti sono ormai rimasti in 9. La gara si fa molto dura. Lo dimostra la Mistery Box contenente solo e soltanto l’acqua di mare. L’obiettivo della prova è realizzare un piatto usando questa tecnica di cottura. Tra i migliori vengono chiamati Carmine con il suo “Mare”, Mime con “Cannolo giapponese” e Federico con “Formentera”, tutti piatti molto belli. La mancanza di ingredienti è stata di grande ispirazione per tutti gli aspiranti chef, ma alla fine solo uno si è aggiudicato il premio della prova: Carmine.
L’Invention Test ha visto il ritorno nella cucina di MasterChef di un grande maestro. D’altra parte, in una puntata dedicata tutta alla tecnica, non poteva mancare la pasticceria. E quando si nomina la pasticceria in questo programma, c’è solo un nome: Iginio Massari. L’ospite più temuto dai concorrenti e più atteso dal pubblico. Per la prova, il maestro ha portato delle bavaresi a base di vaniglia ricoperte daglassa a specchio realizzate in monoporzioni di forme diverse: goccia, gemma e intreccio. Il pasticcere specifica che per la riuscita estetica del dolce, è necessario tenere chiuso l’abbattitore per consentire il corretto raffreddamento. Non è servito a nulla perché i concorrenti non sono stati in grado di gestire l’elettrodomestico e nessuno è riuscito a presentare un dolce almeno lontanamente simile a quelli portati dal Maestro. Lia e Nicky Brian sono stati i migliori della prova e quest’ultimo è stato il vincitore. Peggiori della prova: Christian, Polone e Federico. A uscire è stato Polone poiché non è stato in grado di presentare un dolce finito e impiantato adeguatamente. Il problema emotivo che da sempre ha accompagnato la storia del concorrente, si è fatto sentire più del solito. In pasticceria serve sangue freddo. La cosa bella da vedere, però, è come il rapporto con gli altri aspiranti cuochi sia migliorato, nonostante le premesse non fossero delle migliori.
Niente prova esterna per questa serata. È arrivato il momento di un nuovo Skill Test legato alle tecniche culinarie di trasformazione delle materie prime tra cui la liofilizzazione e la fermentazione delle fibre. Per parlare di queste tecniche è stato chiamato lo “Scienziato matto della cucina”:Terri Giacomello – già ospite delle passate edizioni di MasterChef con alcune delle sue creazioni.
Il vantaggio della prova di Nicky Brian è quello di fermare per tre minuti un altro concorrente durante ogni round. A subire questa scelta è Tracy che non riesce a completare adeguatamente il piatto del primo round, ma si salva con il secondo. Non riesce a superare la prova Mime che lascia la cucina di MasterChef tra la disperazione generale (dei concorrenti e anche del pubblico). La concorrente giapponese con l’accento fiorentino ha portato nella masterclass serenità, dolcezza e anche molta simpatia.
Puntata 10
Nella cucina di MasterChef sono rimasti solo 7 concorrenti. Arrivati al 17 febbraio, ormai è tempo di iniziare a cucinare pensando di essere uno/a chef. In nome di questo spirito, la Golden Mistery Box ha proposto una delle sfide più interessanti che si siano mai viste nella cucina più famosa d’Italia. Sotto la scatola, gli aspiranti cuochi hanno trovato una recensione di un piatto firmata dal critico gastronomico Valerio Massimo Visintin, famoso per nascondere pubblicamente la sua identità in modo da andare in incognito nei ristoranti e giudicarli. Realizzare un piatto a partire dalle colorite ed elaborate parole di Visintin è stato complesso. Quando il piatto originale è stato mostrato, è stato chiaro che nessuno era riuscito a interpretare la “coda dello scorpione”. Tuttavia, ci sono state delle persone che hanno fatto centro: Lia, Tracy, Elena, e Carmine. Quella che si è più avvicinata nell’interpretazione del piatto è stata Lia che ha guadagnato subito la balconata.
L’Invention Test è stato il momento dei grandi ritorni. Gli chef ospiti sono stati i finalisti della decima edizione di MasterChef: Antonio, Irene e Aquila. Ciascuno di loro ha presentato un proprio piatto e Lia li ha divisi tra i restanti concorrenti: Tracy e Carmine hanno ottenuto il piatto del vincitore della decima edizione di MasterChef, Christian e Nicky Brian quello di Irene, Federico e Elena quello di Antonio. Questa suddivisione in coppie non è solo necessità matematica, ma rappresenta un vero e proprio duello. Tra i due, solo uno potrà salvarsi.
Della coppia Elena/Federico si salva Federico. Tra Nicky Brian e Christian, il lavoro migliore è stato fatto da Christian. Il grande match tra Tracy e Carmine sul piatto di Aquila si conclude a favore di Tracy. Tra i 3 peggiori rimasti, alla fine i giudici hanno deciso di far uscire Elena che, con la sua replica si è allontanata d tanto dall’originale. Se ne va un’altra persona che ha donato molto del suo carattere e della sua personalità questa stagione.
La prova in esterna si è svolta nel Museo del Novecento di Milano. Protagonisti della prova sono stati tre piatti di tre chef molto importanti del secolo scorso: Eugenie Brasi, prima donna della storia a ricevere ben 6 stelle Michelim, Gualtiero Marchesi, che ha aperto la strada alla cucina contemporanea italiana, e Ferran Adrià cuoco spagnolo all’avanguardia.
I concorrenti sono stati divisi in tre coppia e non hanno dovuto riprodurre i piatti, ma usare gli stessi ingredienti per produrre nuove ricette che portino la tradizione nel futuro. A giudicare le proposte di ogni coppia sono chef stellati di ristoranti importanti che dovranno basare il loro voto su 4 importanti criteri: idea, gusto, tecnica ed estetica.
La coppia Lia/ Christian ha scelto di rivisitare il piatto di Adrià, quella di Federico/Carmine ha avuto il primo di Marchesi mentre Tracy e Nicky Brian hanno dato vita alla loro rivisitazione di Brasi. La coppia vincitrice è quella formata da Tracy e Nicky Brian a dimostrazione che la scelta del piatto era ben più importante della scelta del compagno. Il piatto di Lia e Christian ha convinto i commensali per l’estetica e l’idea, ma meno per il gusto.
Le coppie perdenti se la sono vista al Pressure Test. Sotto la cloche è presente un numero: 14. Il numero dei minuti a disposizione dei rimanenti concorrenti per salvarsi dall’eliminazione. La richiesta è quella di presentare un piatto di pasta con condimento a piacere. Fortunatamente, vengono concessi 5 minuti per fare la spesa e 2 per completare il piatto. Carmine ha commosso i giudici preparando una pasta pensando a suo nonno, a riprova del fatto che serve cuore tra i fornelli. A uscire, questa volta, è stato Federico che, come al solito, non ha ascoltato i consigli dei giudici e non si è mai limitato nel numero degli ingredienti facendo sempre più del necessario.
Ormai nella masterclass ci sono solo 5 persone. Tra di loro c’è il futuro MasterChef.
Puntata 11
Il 24 febbraio sono solo 5 i concorrenti a varcare la soglia della cucina amatoriale più famosa d’Italia. Ad aspettarli un monitor nero da cui partono una serie di clip sull’inizio del percorso di ciascuno di loro e i messaggi incoraggianti da parte dei loro parenti. Si parte subito con la lacrimuccia.
La Mistery Box mette gli e le aspiranti chef davanti ai piatti che hanno sbagliato durante l’edizione. Ognuno di loro dovrà mettersi nuovamente alla prova su di essi, dimostrando di essere cresciuto/a e di essere riuscito a superare i propri limiti. Chi vuole ha anche la possibilità di aggiungere degli ingredienti per impreziosire la ricetta. Lia, Carmine e Nicky Brian hanno dimostrato di essere migliorati e di avere nuovi occhi con cui guardare al mondo della cucina. Alla fine è Lia ad aggiudicarsi la prova.
L’Invention Test richiede di replicare un piatto. Ci sono tre opzioni tra cui scegliere, ciascuna firmata da uno dei tre giudici. Lia, come vantaggio, ha la possibilità di assegnare a ciascun concorrente. Il piatto di Locatelli viene dato a Christian e a Tracy. Quello di Barbieri viene dato a Carmine e Nicky Brian mentre quello di Cannavacciuolo viene scelto da Lia per sé. La difficoltà sta nel fatto che i concorrenti non potranno guardare i tre giudici realizzare il piatto, ma dovranno farsi guidare dalle loro indicazioni cucinando di spalle a loro. Solo Lia ha la possibilità di passare un minuto accanto a Cannavacciuolo per guardare un momento dell’esecuzione a suo piacere. Scopo di questa prova è aprire le orecchie e imparare ad ascoltare per bene le indicazioni, cosa non sempre facile. Gli chef danno le loro indicazioni a turno, lasciando dei momenti di vuoto in cui i concorrenti devono andare avanti da soli a intuito. La prova è stata molto difficile e per Carmine è stato particolarmente difficile non guardare, tanto da essere stato punito e obbligato a fermarsi per tre minuti. La prova è stata vinta da Tracy e nessuno ha dovuto abbandonare la cucina di MasterChef visto che tutti hanno fatto delle buone preparazioni. Tutti e 5 meritano di mettersi alla prova in un ristorante tre stellato.
La prova in esterna si svolge nel ristorante 3 stelle Michelin Da Vittorio della famiglia Cerea a Brusaporto. Chicco e Bobo Cerea sono gli chef di questa realtà e sono proprio loro ad accogliere gli e le aspiranti chef. Sempre loro presentano i 5 piatti che andranno replicati durante la prova. L’antipasto viene assegnato da Tracy a Christian, il rombo viene dato a Lia, l’anatra a Carmine e il dolce (difficilissimo e bellissimo) a Nicky Brian. Tracy per se stessa ha scelto il risotto. Ad assaggiare i piatti preparati non ci saranno solo i tre giudici, ma anche Matteo Berrettini, il grande tennista italiano.
Nel frattempo, nella cucina i cinque aspiranti chef corrono dietro agli sous-chef che li guidano nella preparazione dei piatti. Il clima è molto sereno e anche se si richiama sempre all’ordine, alla velocità e alla pulizia, tutte le guide si mostrano molto gentili con i concorrenti, incoraggiandoli e aiutandoli. Tutti hanno lavorato con grande passione e voglia di fare e sono riusciti a portare a casa dei buoni risultati. Lo chef Enrico Cerea ha fatto i complimenti a tutti, ma alla fine ha decretato il/la vincitore/trice annunciato da Berrettini in persona. Anche in questo caso a vincere è stata Tracy che diventa così la prima finalista dell’undicesima edizione di MasterChef. Ha l’opportunità di portare a casa anche la maglietta di Wimbledon firmata dal campione.
Gli altri 4 concorrenti devono misurarsi l’uno contro l’altra al Pressure Test. Al centro della cucina c’è un tavolo girevole su cui sono stati messi ben 36 ingredienti. La prova è divisa in 3 step. Ad ogni livello, i concorrenti devono scegliere 4 ingredienti a testa e cucinarli in 20 minuti. Ad ogni livello si salverà una persona. La seconda a conquistarsi la serata finale è Lia. La terza Christian. L’ultimo ad arrivarci è Carmine. Nicky Brian ha dovuto lasciare la cucina a un passo dalla finale a causa della sbagliata cottura del pesce.
A questo punto la domanda nasce spontanea: chi vincerà?
Puntata 12
È il 3 marzo e siamo arrivati all’ultima puntata dell’undicesima edizione di MasterChef Italia. Carmina, Tracy, Christian e Lia entrano in una masterclass rinnovata e resa tutta bianca per la serata speciale. La Mistery Box questa volta è a specchio. È ora che gli aspiranti chef si guardino dentro e scoprano tutti i cambiamenti che sono avvenuti dentro di loro prova dopo prova. Il loro percorso si riflette nell’evoluzione dei loro piatti che puntata dopo puntata sono diventati più simili a quelli di uno chef professionista.
In masterclass sono presenti dei piatti dello chef tristellato Enrico Crippa del ristorante Piazza Duomo ad Alba. È lui l’ospite speciale di questa ultima serata che ha deciso il tema della prima prova. Sotto la Mistery sono presenti solo verdure, di cui Crippa è un esperto, e il compito dei concorrenti è quello di realizzare un piatto rappresentativo della loro cucina anche aggiungendo delle proteine. Lo chef potrà intervenire ogni volta cambiando i piani dei ragazzi e delle ragazze. Il vincitore o la vincitrice della prova si guadagnerà l’accesso alla finale ottenendo la prima casacca della serata. Tutti hanno ideato piatti interessanti, ma è Carmine a vincere con la sua melanzana imbottita dai sapori orientali. Abbiamo il primo finalista di MasterChef 11!
Per scoprire gli altri 2, serve l’Invention Test. Ospite di questa seconda prova è Andreas Caminada,chef del ristorante tristellato Schloss Schauenstein, in Svizzera. A Christian, Lia e Tracy viene chiesto di scrivere 5 dei loro ingredienti preferiti per consentire allo chef di decidere quale delle sue creazioni assegnare a ciascuno di loro. La migliore della prova è stata Tracy che guadagna la seconda casacca della serata. La terza persona a guadagnarsi la finale è Christian. È Cannavacciuolo a consegnargli la sua casacca con un discorso molto commuovente che mette in evidenza la grande forza del ragazzo che è riuscito ad andare oltre i limiti della sua sindrome e a crescere molto.
Lia deve lasciare la cucina a causa di alcuni errori semplici che, però, a questo punto non possono più essere ignorati.
La finale di MasterChef Italia 11 e l’intervista a Tracy
Christian, Carmine, Tracy: tra questi 3 nomi è nascosto quello del futuro undicesimo MasterChef italiano.
Dopo tantissime difficoltà, i tre sono finalmente arrivati alla finale e avranno modo di presentare ai giudici il loro menù. I tre finalisti cucineranno davanti ai loro ex compagni, divisi nelle varie tifoserie, e davanti alle loro famiglie. Il menù di Christian si chiama “La mia storia e quella della cucina”, ha 4 portate e racconta la storia della cucina dal suo punto di vista. Il menù di Tracy si chiama “L’abbraccio”, ha 4 portate e racconta il suo viaggio all’interno della cucina si MasterChef dove ha imparato a cucinare, ma anche a dare e ricevere affetto ai compagni e alle compagne. Inoltre, l’abbraccio indica il legame tra la cucina nigeriana e quella veneta. Il menù di Carmine si chiama “La promessa”, ha 4 portate ed è legato all’idea di tornare sempre a casa nonostante i tanti viaggi nel mondo.
Il tempo assegnato ai finalisti è di 2 ore e 30 minuti. L’antipasto di Tracy conquista immediatamente i giudici. La sua “Gondola del Niger” a detta di Cannavacciuolo è “di un altro pianeta”. Le preparazioni di Carmine e Christian, invece, hanno destato un po’ di perplessità soprattutto il secondo dove gli elementi non erano molto in armonia. I primi piatti sono stati presentati in maniera molto elegante e al gusto si sono rivelati buoni anche se non sono mancati dei difetti. Anche i secondi sono stati di alto livello. Le cotture non erano perfette, ma la sapidità e il bilanciamento dei sapori è stato azzeccato. Con i dolci si conclude la finale di MasterChef 11. Sono stati molto scenografici, soprattutto quello di Carmine.
Dopo una lunga discussione e senza gli aspettati litigi, i tre giudici hanno preso la loro decisione. A vincere i 100 mila euro, la possibilità di pubblicare il proprio primo libro di ricette e di accedere ad un prestigioso corso di alta formazione presso ALMA, La Scuola Internazionale di Cucina Italiana è Tracy. Una vittoria molto meritata viste le capacità tecniche, l’inventiva e il cuore che la ragazza ha sempre dimostrato. La sua è una storia non semplice, ma questa vittoria è la dimostrazione che, prima o poi, la vita restituisce anche qualcosa di buono.
Il vincitore morale dell’edizione è sicuramente Christian che con la sua esperienza ci ha dimostrato chiaramente che non esistono limiti se non quelli che noi mettiamo a noi stessi quando ci rifiutiamo di sfidarci. Carmine è un giovane talento. La sua mancata vittoria non gli impedirà di avere un grande futuro nel mondo della ristorazione.
L’undicesima edizione si conclude così. Una stagione piena di personalità positive e buone che hanno emozionato e divertito ogni giovedì. Le porte della cucina si chiudono. Ora non resta che aspettare la prossima edizione.
Ha un passo lento, deciso e poderoso il ritorno del Cavaliere Oscuro sul grande schermo firmato Matt Reeves che, mettiamo subito le cose in chiaro: è molto di più di quanto potessimo soltanto immaginare. Ogni elemento narrativo e stilistico è straordinariamente aderente al suo protagonista, come mai prima d’ora.
Nonostante il vigilante mascherato sia il personaggio di derivazione fumettistica con il maggior numero di adattamenti sul grande schermo, è nel film attualmente proiettato nelle sale di tutto il mondo che troviamo la trasposizione più fedele di quanto abbiamo imparato ad amare su carta.
Una constatazione da tenere in forte considerazione e che è soltanto una delle tante motivazioni che rendono la detective story di Matt Reeves, in assoluto una delle migliori narrazioni di stampo supereroistico, capace di trovare il perfetto bilanciamento tra autorialità, cinema mainstream e influenze fumettistiche. Pur essendo un fermo sostenitore della bontà di una buona parte del franchise MCU, reputo che si tratti di una formula ripetuta con tale successo, nell’ultima decina d’anni, soltanto da James Gunn con i suoiriuscitissimi Guardiani della Galassia e The Suicide Squad, e da Bryan Singer in X-Men: Giorni di un futuro passato.
Sono qui per smascherare questo letamaio che chiamiamo Città
É la notte di Halloween e, mentre i cittadini di Gotham sono intenti a festeggiare in maschera, vi è un vigilante al suo secondo anno di attività che pattuglia le strade. Non può essere ovunque, lo ammette lui stesso, e non potrà di certo immaginare che un serial killer fissato con gli enigmi inizierà, proprio da quella notte, la sua personale crociata omicida per la liberazione della città dalla menzogna. Prendendo di mira le personalità di spicco di Gotham City, associate per ruolo e nomea a ideali di giustizia e onestà, l’Enigmista chiama esplicitamente in causa Batman, mettendolo sulle sue tracce. Inizia così una vera e propria caccia al topo, che porterà il Pipistrello Mascherato a toccare con mano la corruzione cittadina, portandolo faccia a faccia con la mafia e l’eccentrica figura in ascesa di Oswald Cobblepot detto il Pinguino, numero due di Carmine Falcone. Trovando – forse – un’alleata nella determinata Selina Kyle, ragazza con un debole per i randagi, il giovane Bruce Wayne capirà che persino il suo buon nome ha più zone d’ombra di quanto immagina.
Le influenze di Matt Reeves
Non possiamo dimenticare la lunga gestazione di The Batman, in cantiere da più di 6 anni e inizialmente affidato a Ben Affleck che avrebbe dovuto dirigerlo, scriverlo e interpretarne il protagonista, mantenendone la discutibile ottica condivisa DCEU, e passato poi – fortunatamente – nelle mani di Matt Reeves. La gestione del progetto si è evoluta con i cambiamenti decisionali di casa Warner, frutto dell’innegabile fallimento qualitativo, remunerativo e consensuale della visione di Zack Snyder e, soprattutto, per il successo del lungometraggio di Todd Phillips: Joker.
Seppur non ci siano riferimenti al film Leone d’oro di Venezia 2019, la contaminazione stilistica è evidente con una narrazione che affonda le radici nel reale e nel sociale, portando a schermo la miglior Gotham possibile. Una città fiorente in passato, come visibile dallo stile gotico e imponente di alcune strutture, ma che ora è in balia della delinquenza e del degrado, con le operazioni di riqualifica che hanno tremendamente fallito. La città è indubbiamente metafora della società odierna: ibrida e falsamente virtuosa, a un passo dal baratro.
Riguardando ai precedenti adattamenti, da cui Reeves comunque attinge e omaggia, opta per un taglio piùsimilar nolaniano ma, a differenza di tutti i predecessori, non sovrasta il protagonista con la sua poetica. Batman e la sua furia vendicativa, a tratti ancora cieca, sono il cuore pulsante del film con il regista che vuole esaltarne i tratti e i dilemmi morali, attingendo a piene mani dalle più stratificate storie su carta. Non è un caso che il primo omicidio avvenga proprio la notte del 31 ottobre, come fu nella più riuscita detective story del Crociato Incappucciato: Il lungo Halloween, per di più ambientata nel suo secondo anno di attività, nel quale avviene uno snodo cruciale che collega due delle più potenti famiglie di Gotham, ripreso in questo film pedissequamente. Non è un caso che i tratti urbani, così come il perfetto casting di Zoe Kravitz sembrino aver preso vita direttamente dai testi e dalle tavole di Frank Miller e David Mazzucchelli in Batman: Anno Uno, con chiari riferimenti a Catwoman: Vacanze Romane e Batman: Vittoria Oscura, di Jeph Loeb e Tim Sale; unendo altresì i turbamenti di Batman: Ego (Darwyn Cooke) e alcune linee narrative unicamente presenti in Batman: Terra Uno (Gary Frank e Geoff Johns).
Matt Reeves si rivela essere dunque il profilo ideale per rilanciare nuovamente il Crociato Incappucciato, adattandolo al nostro presente e quasi reinventandolo, proprio come fece anni fa con il franchise Il pianeta delle scimmie. La rivisitazione del cult con Charlton Heston non è però il solo punto in comune tra Reeves e Burton, dato che entrambi si sono resi colpevoli di scelte di casting che hanno suscitato – all’annuncio – reazioni discordanti da parte del pubblico, soprattutto per duplice ruolo di Bruce Wayne/Batman.
Tanto imprevedibile quanto perfetta è la decisione di avere Robert Pattinson come nuovo vigilante mascherato. L’attore classe 1986 non ha più nulla da dimostrare, date le innumerevoli ottime performance di cui la sua filmografia è stracolma, ma non è ancora pienamente riuscito a fare breccia negli animi del pubblico generalista. Ciononostante, non ci sono dubbi sul fatto che la sua ottima resa come Batman alle prime armi, accecato dalla vendetta e ancora afflitto dai traumi del passato metterà d’accordo tutti. L’espressività sotto la maschera e la spaccatura interiore che trasmette quando ne è privo, crea una connessione con lo spettatore come mai nessuno aveva fatto. Senza troppi giri di parole: Robert Pattinson è sulla buona strada per diventare il miglior Batman di sempre. In questa origin story – dove certi avvenimenti vengono dati per assodati e soltanto citati – siamo quasi sempre in compagnia del Pipistrello e quasi mai di Bruce, che sembra non sopportare più la poca luce del giorno ormai, perso nella crociata punitiva del suo alter-ego. Aggirandosi per le strade stando attento a non farsi riconoscere, tiene sempre il costume nello zaino, pronto a truccarsi nei vagoni bui della metro o nei numerosi angoli cittadini privi di luce. Di giorno lontano dalla vita pubblica, non si è reso conto dell’importanza del suo volto diurno da eccentrico miliardario, concentrandosi sulla punizione e non sulla speranza di una cura per Gotham. Siamo di fronte a un orfano ancora in cerca della giusta strada da seguire, ancora fortemente smarrito.
Tuttavia, gli orfani in questo film sono ben 3 e risulta davvero difficile, se non impossibile, trovare un casting non riuscito in The Batman anche per quanto riguarda i secondari; anche se, quando parliamo di Selina Kyle, siamo più dalle parti di una co-protagonista. Presente nel poster al fianco dell’Uomo Pipistrello, Zoe Kravitz è perfetta nel ruolo di Catwoman: sensuale e pericolosa, indipendente e audace, la ragazza è una mina vagante, capace di attrarre all’istante l’affine figura di Batman. La complicità, la chimica tra i due straborda dallo schermo e non resta che il desiderio di rivederla nuovamente anche nei prossimi capitoli.
Cosa che sicuramente accadrà con il Jim Gordon di Jeffrey Wright, alleato e quasi amico del vigilante mascherato dove, ancora una volta, il loro rapporto viene mostrato in una versione inedita. Tra i due paladini della giustizia di Gotham, chi del giorno e chi della notte, vi è un rapporto di totale fiducia e affidamento, proprio come avviene nel mondo comics anche se i tratti caratteriali del futuro Commissario sono stati leggermente smussati. Infine, è degno di nota anche Andy Serkis nei panni di di Alfred, alle prese con un giovane spezzato che chiama per nome, cosa non banale nelle dinamiche Wayne, che tenta di crescere e proteggere al massimo delle proprie possibilità.
Passando dall’altra parte della barricata, è straordinario il lavoro di make up svolto con Colin Farrell dal team di Mike Marino. L’applicazione del trucco prostetico sul volto dell’attore, ha richiesto giornalmente dalle 2 alle 4 ore di lavoro ma il risultato è incredibile. Solo dal taglio degli occhi e dall’espressività di questi, possiamo riconoscere Farrell che porta a schermo un Pinguino meno freak e più gangster, che sarà al centro anche di una serie tv per HBO Max sempre diretta da Matt Reeves. Uno dei più celebri nemici di Batman che qui si ritroverà protagonista di una delle scene d’inseguimento più adrenaliniche degli ultimi tempi. Troviamo anche il malavitoso Carmine Falcone, interpretato dal sempre ottimo John Turturro ma, tra tutti, merita un approfondimento l’incredibile Enigmista di Paul Dano.
Ispirandosi al protagonista mascherato della pellicola, anche Edward Nashton non mostra quasi mai il volto. Ossessionato dagli enigmi cerca disperatamente la causa della decadenza di Gotham, che ne ha segnato tragicamente la vita, trovandola nelle bugie di sindaci, procuratori, avvocati, ricchi borghesi. Tramite il suo operato, riscontra persino il consenso di parte della popolazione, che quasi lo invoca a liberatore. Da squilibrato qual è, agirà nel sangue ma seguendo un progetto premeditato e minuziosamente studiato, in maniera similare a quanto visto in The Dark Knightnel Joker di Heath Ledger. La sua straordinaria freddezza, il suo fare del male con mezzi semplici, l’autoproclamazione a strumento della paura e i toni del film, tracciano anche un’immediata associazione con i killer di fincheriana memoria. La dinamica finale, porterà inoltre al ritorno di una riflessione insita nella narrativa dell’Uomo Pipistrello, dove il freak chiama i freaks ma attenzione: perché in questo film abbiamo di fronte uno dei villain più intelligenti, sadici e terribilmente uomo comune che abbiamo mai visto sul grande schermo.
Non potevamo chiedere di meglio
Non sono solo i meriti del cast e di una sceneggiatura capace fondere in un neo-noir urbano elementi sociali e comics, a rendere The Batman uno dei film più riusciti del suo genere. A sorreggere e guidare le parti in causa vi è la bravura di Matt Reeves con la macchina da presa, capace di rende impercettibile lo scorrere delle quasi tre ore di visione. Con la camera fa quello che vuole e anche di più, senza porsi limiti, portando più e più volte lo spettatore nella soggettiva dei protagonisti, attraverso primissimi piani e inquadrature non banali.
Non c’è un attimo di respiro. La sceneggiatura, che scardina l’occidentale scrittura in 3 atti, è densa di avvenimenti in un gioco di tensione perenne che Reeves riesce a far crescere lentamente, fino allo spettacolare atto conclusivo. Il tutto è permeato da una fotografia cupa e tenebrosa, perfettamente studiata da Greig Fraser, capace di soffocarci in una Gotham angusta e sporca, costantemente afflitta da una pioggia incessante. Non c’è spazio per la luce, se non in quei fugaci incontri tra The Bat and the Cat, che permettono di evadere per brevi momenti dallo squallore cittadino, dall’unico punto possibile: dall’alto. Lontani dai marciapiedi, dai rumori, dai bassifondi, dalle persone, i loro incontri appaiono come piccoli respiri in superfice prima di immergersi nuovamente nell’oscurità.
Convincente è il nuovo costume del vigilante, usurato dal tempo e dalle lotte urbane, non solo scudo e strumento per potenziare la prestanza fisica ma anche custode di gadget utili in qualsiasi evenienza. Roboante è l’entrata in scena di una Batmobile più sportiva, più agile rispetto a precedenti modelli cui siamo stati abituati ma sono le moto le protagoniste indiscusse degli spostamenti in città. Anche le scenografie non sono assolutamente deludenti. Villa Wayne è un orfanotrofio abbandonato e Bruce vive in un appartamento alla Wayne Tower, caratterizzato da un arredamento tormentato. In una parola: vampiresco. Non da meno la Batcaverna, qui nascosta nel sotterraneo della torre e perfettamente in linea con i tratti di questo giovane vigilante, dove i metalli e la tecnologia scarna, sono gli elementi più evidenti.
Tuttavia, l’eccellenza della pellicola è indiscutibilmente nella colonna sonora di Michael Giacchino che, non a caso, ho lasciato per ultima. All’inizio del film, nell’osservare da lontano un’amorevole scena famigliare che, attraverso il gioco, ci riporta alla memoria le origini tragiche del nostro protagonista, troviamo a cullarci l’Ave Maria di Schubert. Lentamente il soave canto sfuma progressivamente lasciando spazio a una musicalità sempre più inquieta, trasformandosi in una premonizione di morte: il tema dell’Enigmista. Senza pause, l’accompagnamento diventa via via più urbano per poi definitivamente trasformarsi nell’inno del Cavaliere Oscuro, sancendo il suo arrivo nelle strade di Gotham nella notte del 31 ottobre. Siamo di fronte a una composizione perfetta in cui, tra gli archi e le trombe, riecheggiano i rintocchi di campane, presagendo il calar della Vendetta su Gotham a cui nessuno potrà sottrarsi. Anche se probabilmente abusato, si tratta di un accompagnamento trascinante e spesso calibrato alla perfezione con perentorio passo dell’inamovibile protagonista.
In conclusione, grazie a Matt Reeves abbiamo finalmente avuto la detective story che porta sul grande schermo la versione più completa dell’Uomo Pipistrello, in tutti i suoi traumi, dilemmi e dualismi. Tecnicamente straordinario, diviene una delle migliori narrazioni tratte dal mondo fumettistico degli ultimi anni, alzando drasticamente l’asticella e costringendoci a rivalutare tanto di quello visto recente. Il confronto è impietoso, eccezion fatta per il caratteristico The Suicide Squad, con la pellicola di Reeves che si erge a eccellenza, andando finalmente a colmare quel vuoto che i Marvel Studios non ha il coraggio di riempire. Siamo di fronte a un neo-noir dalla narrazione coraggiosa, nei temi e nei modi, dall’anima fortemente sociale che non commette l’errore di scadere nel buonismo lezioso. Abbiamo un nuovo primo della classe, che si è conquistato il posto vicino alla cattedra (sì, ho ancora Belfast nel cuore), divenuto simbolo di speranza dentro e fuori dal film. Il suo nome? Batman.
Michele Finardi
Quando esce The Batman?
Il film è disponibile nelle sale italiane dal 03 marzo 2022
Ci saranno altri film con il Batman di Robert Pattinson?
Sì, è prevista una trilogia di Matt Reeves.
Ci saranno serie tv su The Batman?
Si parla di ben due serie tv, sempre coordinate da Matt Reeves, legate al Batman di Robert Pattinson. La prima avrà al centro il Pinguino di Colin Farrell, mentre la seconda esplorerà le dinamiche del manicomio di Arkham e della polizia di Gotham.
Domenica 27 febbraio sono andate in onda le ultime due puntate della terza stagione dell’Amica geniale. Con questi episodi abbiamo salutato in maniera definitiva il cast di giovanissimi attori e attrici che da tempo dava volto ai personaggi. Margherita Mazzucco e Gaia Girace non saranno più le protagoniste della prossima stagione. Per il momento, sappiamo con sicurezza che Lenù sarà interpretata da Alba Rohrwacher, già voce narrante sin dall’inizio della serie.
Un finale bello e intenso anche se continuano a esserci delle scene non ben contestualizzate. L’aggressione a Franco e Silvia è stata visivamente forte e, pur volendo descrivere il clima di violenza e di terrore di quegli anni, rimane un po’ fine a se stessa visto che tutti e due gli episodi si concentrano sul rapporto tra Nino e Lenù. Inoltre, si è fatta sentire l’assenza di Lila. Girace compare in sole due scene di cui quella finale risulta alquanto affrettata soprattutto in una serie dedicata al tema dell’amicizia. C’è da dire, però, che tutte le interpretazioni sono state di alto livello, dai più piccoli ai più grandi.
Il nuovo libro di Elena
Tutto il discorso sul femminismo portato avanti nell’episodio 5 vede il suo punto di arrivo nella battuta pronunciata da Elena all’inizio di “Ancora tu”.
Forse c’è qualcosa che non va nella volontà degli uomini di istruirci.
Una riflessione sintetica, ma dai risvolti fortissimi, oggi ancora più di allora. Perché la questione dell’emancipazione femminile non riguarda solo la possibilità per il genere femminile di essere indipendente, di guadagnare quanto gli uomini o di avere le stesse libertà degli uomini. Riguarda soprattutto la libertà nell’esprimere se stesse al di fuori di qualsiasi tipo di idealizzazione e di struttura sociale. Cosa che spesso le donne per prime non concedono a loro stesse per paura di non piacere o di non essere all’altezza di chi guarda dall’esterno.
Elena arriva a queste considerazioni studiando il punto di vista maschile sulle donne, partendo da grandi nomi della letteratura occidentale come Madame Bovary e Anna Karenina. Elena stessa mette in discussione se stessa e le sue relazioni pensando a come ha cercato di cambiare i suoi comportamenti per compiacere Franco riconoscendo di non essere stata amata per ciò che era, ma per come lui avrebbe voluto che diventasse. Tutto questo si traduce in un nuovo testo a metà tra il saggio e il romanzo che attira l’attenzione di Nino, ma non di Pietro (il quale non trova mai tempo di leggerlo).
Il rapporto con Nino
Nino si insinua lentamente nella vita familiare di Elena e Pietro conquistando non solo il cuore (in realtà già da tempo preso) della donna, ma anche quello delle bambine. Dede e Elsa sono ammaliate dal fascino dell’uomo che si mostra come una figura paterna alternativa presente, affettuosa e giocherellona. Allo stesso modo, Nino si propone come modello alternativo di maschio a Elena: aiuta in casa, la tiene in considerazione, la incoraggia nel suo lavoro. Tutto il contrario di Pietro completamente assorto nella sua carriera.
Il Nino innamorato è quello da copione. Compie azioni plateali senza curarsi delle conseguenze, ma sembra poco incline a prendersi delle vere e proprie responsabilità. La scena finale fa ipotizzare un finale sereno per la coppia, ma i lettori e le lettrici del libro sanno che non ci sarà eccezione alla regola.
Il dramma del personaggio di Nino è che finisce per assomigliare al padre tanto disprezzato. La sua insicurezza e incapacità di riconoscere le sue emozioni lo portano a essere narcisista e a manipolare le donne della sua vita. Il fascino di Nino non è mai stato così accentuato come in questa puntata. È davvero difficile resistervi. Elena è consapevole di chi ha di fronte e inizialmente riesce a mantenersi lucida e fredda. Arriva addirittura a troncare i rapporti con Nino per salvare la sua famiglia. Basta una sola mossa di Nino per farle perdere tutto questo perché risponde a quanto cercato da Elena stessa. Alla fine, è come se la protagonista non aspettasse altro che un pretesto per lasciarsi andare completamente a un amore che ha sognato fin da bambina. Il desiderio di Elena diventa quello degli spettatori e delle spettatrici (proprio come lo era diventato dei lettori e delle lettrici): nonostante ciò che sappiamo e abbiamo visto nella seconda stagione, non possiamo fare a meno di parteggiare per la coppia. In questo, la costruzione di Ferrante e degli sceneggiatori è impeccabile. Le conseguenze di queste scelte le vedremo nell’ultima serie.
Il dramma del tradimento
Il personaggio di Pietro è dipinto come l’uomo inetto per eccellenza. L’avevamo visto già negli episodi precedenti. Proprio come era stato incapace di rispondere alle provocazioni di Pasquale e Nadia, non riesce a tenere testa a Nino anche quando gli attacchi di quest’ultimo diventano palesi ed eccessivi.
Il rapporto con Elena gli scivola via dalle mani e, nonostante i tanti segnali, Pietro non fa nulla. Solo alla fine dà sfogo alla sua frustrazione e sofferenza nel peggiore dei modi possibili. Invece di affrontare sua moglie direttamente, Pietro usa le bambine come scudo addossando tutta la responsabilità del fallimento della relazione a Elena. Non c’è la messa in discussione dei suoi atteggiamenti o delle sue mancanze, solo accuse urlate ed esasperate. Il coinvolgimento delle figlie senza preoccuparsi dei risvolti emotivi che quella scenata potrebbe creare è un ulteriore elemento che rende il loro quadro familiare disfunzionale e tossico.
La terza stagione
L’amica geniale si conferma uno dei migliori prodotti televisivi non solo italiani ma anche internazionali. Per la sua storia, qualità tecnica e interpretazioni non ha nulla da invidiare alle serie straniere. Sì, ci sono state alcune scene poco contestualizzate o temi lasciati in sospeso, ma nel complesso il livello rimane molto alto. Aver lasciato Girace e Mazzucco interpretare i ruoli di donne adulte ha inaspettatamente funzionato. Sembrano più adulte dei loro anni e sono perfettamente credibili. Il cambio di regia non ha tolto personalità alla serie, anzi l’ha arricchita di momenti onirici e suggestivi. Vedremo se nella prossima stagione il cambio di cast sarà ugualmente all’altezza.
A qualche giorno dalla fine delle sfilate, ecco gli stilisti e i nuovi brand che mi sono rimasti nel cuore!
Altaroma si è svolta insieme ad un’altra importante manifestazione italiana: io sono stata molto occupata a dare i voti ai look di Saremo puntata per puntata e ho rimandato le mie riflessioni sulla kermesse della Roma modaiola. Ma ho avuto tempo di riguardare le sfilate e il materiale, di metabolizzare l’enorme quantità di bellezza e talento che i miei occhi hanno visto in pochi giorni.
Innanzitutto c’è un motivo per cui non si chiama “Roma Fashion Week” ma Altaroma: è una manifestazione unica nel suo genere, che negli anni è riuscita a costruirsi una robusta reputazione di incubatrice di talenti. Se a Milano sfilano i superbig, a Roma si dà spazio alle nuove idee, ai giovani talenti e all’artigianato 4.0.
Anche grazie a tanti mecenati come Silvia Venturini Fendi o la Regione Lazio, si stanno sperimentando varie iniziative. La collaborazione tra Altaroma e Lazio Innova, per esempio, ha dato vita a progetti come “Startup Fashion Academy”, rivolto a giovani diplomati e diplomandi delle Accademie Moda e Design del Lazio e “Scuola di impresa per Designer”, rivolto a stilisti già presenti sul mercato, con l’obiettivo di stimolare la crescita competitiva e consolidare la propria presenza anche nei mercati internazionali.
Tra talk, sfilate, incontri ed esibizioni, è stata un’edizione di altissimo livello. Ho apprezzato molto la selezione dei brand partecipanti e i finalisti di Who’s on the Next.
Questi i 5 designer che secondo me faranno parecchia strada, quindi teneteli d’occhio!
PĪFERI
Alfredo Piferi, fondatore dell’omonimo brand, produce scarpe vegane femminili, dal design elegante, fondendo lusso e sostenibilità in un solo prodotto. Incuriosito dal lato architettonico del design delle scarpe, e dopo numerose esperienze con marchi di fama internazionale come Jimmy Choo, Alfredo studia un concept unico, che si ispira alle forme e alle strutture del surrealismo, sfidano nuovi stili, proporzioni e dinamismi. Il risultato è una linea di calzature esclusive 100% vegane: décolleté, stivali, sandali, zoccoli cutaway ed eleganti ballerine firmate – prodotte e progettate interamente in Italia, a Parabiago, fuori Milano -, che incontrano l’alto artigianato Made in Italy e le più moderne tecniche di lavorazione, nel rispetto del nostro pianeta e di tutti i suoi esseri viventi.
Gli stivali vegani di Piferi
CASA PRETI
Casa Preti nasce nel 2017 dall’incontro tra il sarto palermitano Mattia Piazza e l’architetto svizzero Steve Gallay, che danno vita alla casa di moda il cui nome trae origine dal pittore caravaggesco di scuola napoletana Mattia Preti. Un luogo in cui sentirsi a casa, con abiti caratterizzati da linee clericali che, non essendo mutate nel tempo, hanno raggiunto un livello di verità diventando iconiche. Casa Preti nasce da un’idea di artigianalità visionaria che trae ispirazione dalle esigenze dei contemporanei. Il concetto alla base è quello di “buono uguale bello”, in cui la filiera produttiva è gestita in modo virtuoso scegliendo una produzione locale e tessuti italiani.
SARTORIA 74
Sartoria 74 è un atelier fondato a Giugliano, alle porte di Napoli, da Francesca Ciccarelli, una giovane imprenditrice figlia di quella tradizione sartoriale partenopea che ha conquistato il mondo. I tessuti pregiati, la ricerca stilistica, l’immaginazione, la creatività, la lungimiranza, ma anche il coraggio di raccogliere le nuove sfide del mercato hanno portato Francesca a compiere il salto nel prêt-à-porter. Aghi, fili, gomitoli colorati e isole irregolari formate da tessuti cangianti, il sapore dell’atelier di una volta, la tradizione e il sapere di un antico mestiere per creazioni uniche, che incontrano il gusto della couture per diventare fantastici abiti.
GRETEL Z.
Gretel Zanotti, che io adoro, si avvicina al mondo della moda a soli 20 anni. Pittura e fotografia, scultura e architettura, queste le ispirazioni di maggiore impatto che costituiscono i leitmotiv dominanti delle collezioni. Creazioni raffinate e di alta sartoria sono alla base della filosofia del marchio, che è specchio di una precisa idea di femminilità e sensualità. La donna che veste Gretel Z. è di classe, sa sedurre senza scoprirsi, è vera, pratica, sempre in movimento ed estremamente attenta ai dettagli. Jenna Ortega, Corinne Fox e molte altre attrici hanno scelto Gretel Z per il loro styling.
BELTEPÀ
A metà strada tra l’Uzbekistan e l’Italia troviamo le bellissime creazioni di Beltepà. L’ambizione del brand è creare un mix di cultura e innovazione, declinando le tradizionali stoffe uzbeke con il gusto dello stile e dell’artigianato italiano. In particolare, nelle collezioni vengono utilizzati l’adras (seta ikat) e il bakhmal (velluto di seta) locali, oltre al tessuto dei suzani: tipici arazzi ricamati. Tutti i capi sono pezzi unici, realizzati interamente a mano: il risultato di un abbraccio tra lo straordinario artigianato locale e la creatività italiana.
Qualcuno potrebbe rimanere perplesso nel vedere il nome di Steven Spielberg associato all’iconico spettacolo di Broadway. Adattato per il grande schermo nel 1961 dalla coppia Robbins – Wise, West Side Story fu capace di vincere 10 Premi Oscar, rivoluzionando drasticamente le regole del musical cinematografico.
Prendendoci la briga di andare a osservare la filmografia del regista con più attenzione, possiamo scorgere un primo omaggio all’importanza della musica, come strumento di comunicazione universale, in quell’iconico contatto linguistico tra umani ed extra-terrestri in Incontri ravvicinati del terzo tipo. Anche il ballo è stato protagonista di memorabili sequenze in svariati altri film, sparsi qua e là. Addentrandoci ancora più a fondo nella poetica di Spielberg, non possiamo altresì non notare come l’assenza del padre abbia fortemente condizionato i suoi lavori, costellati da figure paterne controverse e figli abbandonati a loro stessi.
A fine anni ’80, qualcosa inizia gradualmente a cambiare. Partendo dal riavvicinamento di Indiana a Henry Jones Sr. in Indiana Jones e l’ultima crociata, passando per Alan Grant e Oskar Schindler che si ritrovano – malgrado le loro iniziali posizioni – a essere vere e proprie figure paterne all’interno dei rispettivi Jurassic Park e Schindler’s List, Spielberg si riappacifica sempre più con il suo passato.
“Ma cosa c’entra tutto questo con il secondo adattamento di West Side Story?”, vi starete chiedendo. È presto detto: tutto. Come ha dichiarato lo stesso regista, fu grazie al padre Arnold, rincasato una sera con il disco della colonna sonora del film, se da ragazzino s’innamorò follemente delle musiche di Leonard Bernstein e dei testi di Stephen Sondheim, nel periodo più difficile della sua vita. Nonostante la precoce fuga nella realizzazione di cortometraggi amatoriali, il cineasta ricorda quei tempi nel New Jersey come un vero e proprio “Inferno sulla Terra”, vissuti nella paura di andare a scuola a causa della sua estrazione sociale e delle sue origini. Il far parte di una minoranza ed essere, per questa ragione, vittima di maltrattamenti è un tema che ritorna nell’opera di Broadway, dove gli esclusi commettono l’errore di scontrarsi tra loro anziché allearsi contro il comune oppressore.
A 60 anni dal primo adattamento, con un anno di ritardo causa pandemia, Steven Spielberg porta in sala il suo personale omaggio a uno dei suoi film preferiti e uno dei più importanti della Storia del Cinema. Ora settantacinquenne, l’immortale cineasta abbraccia il suo passato, facendolo rivivere per sé stesso e per le nuove generazioni, attraverso un mito ancora attuale.
L’amore tra le macerie dell’Upper West Side
La vicenda ricalca la tragedia Romeo & Giulietta di William Shakespeare, narrando la rivalità tra due bande: gli Sharks, composta da immigrati di origine portoricana, e i Jets, gang di immigrati europei di seconda generazione. I leader delle due fazioni, Bernardo e Riff, non perdono occasione di scontrarsi per rivendicare il quartiere nel quale vivono, con il secondo intenzionato a riportare nella banda il suo co-fondatore, nonché amico fraterno, in vista della prossima rissa. Tony, appena uscito di prigione per aver quasi ucciso un avversario in una precedente guerriglia, ora lavora al Doc’s, e con la prospettiva di una seconda possibilità per una vita onesta, non vuole immischiarsi nuovamente nella lotta fra bande. Mentre Jets e Sharks si sfidano persino in pista durante il ballo della scuola, gli sguardi di Tony e Maria, la sorella di Bernardo, si incrociano e tra i due è amore a prima vista. Non volendo rinunciare l’uno all’altra, i due capiranno che per stare insieme dovranno calmare gli animi tra i rispetti gruppi.
Steven Spielberg a caccia di talenti
Negli ultimi anni, dove i remake e i riadattamenti sembrano andare per la maggiore, avrete sicuramente sentito qualcuno affermare: “certi film non andrebbero nemmeno sfiorati!”, spaventatissimi per chissà quale ragione. Ebbene, questo nuovo adattamento di West Side Story potrà far ricredere i malpensanti, dimostrando come non si debba aver paura di riproporre un classico se affidato a un regista di valore, e di come sia persino nostro dovere riportarli a nuova vita.
Steven Spielberg non teme il confronto con il mito, dato che il suo chiaro intento è omaggiarlo e riportarne in alto il nome, né tanto meno con le iconiche figure che l’hanno reso immortale. Azzarda, ma con estrema lucidità e cognizione di causa, nell’affidare quasi ogni ruolo ad attori esordienti o semi-sconosciuti che si riveleranno estremamente talentuosi. Una scelta coraggiosa che riporta immediatamente all’immaginario collettivo creato dal il film del 1961, capace di rendere leggendarie figure quali: la già ben nota Natalie Wood nei panni di Maria e la “seconda Rita di Hollywood” Rita Moreno,vincitrice del Premio Oscar per la sua straordinaria interpretazione di Anita, che qui possiamo ammirare nuovamente nel ruolo di Valentina.
Tuttavia, i comprensibili timori iniziano ad affievolirsi con l’eccezionale sequenza d’apertura. Seguendo la fuga dei Jets e il primo faccia a faccia con gli Sharks, possiamo conoscere David Alvarez e Mike Faist nei rispetti ruoli di Bernardo e Riff. Entrambi alla prima apparizione sul grande schermo, dimostrano un’ottima presenza scenica e una naturalezza spiazzante nelle tante sezioni cantate per due dei ruoli chiave della narrazione. Come sappiamo bene, facendo riferimento alla tragedia cui West Side Story trae liberamente ispirazione, in Romeo & Giulietta, Tebaldo e Mercuzio sono due dei personaggi chiave dell’opera, vicinissimi ai protagonisti e che riservano alcuni dei più memorabili momenti. Dalla coppia di giovani attori dipendeva dunque molto della riuscita del film e meritano un plauso per la convincente trasposizione dell’appassionante rapporto conflittuale tra i due leader, sfociato in quel magnifico duello al magazzino del sale di cui sentiremo molto parlare negli anni a venire.
Dopo aver conosciuto le bande rivali è arrivato il momento per lo spettatore di incontrare i due innamorati e le paure sopra citate spariscono definitivamente. Ansel Elgort è il volto noto a cui Spielberg si affida per il ruolo di Tony, attore già conosciuto al pubblico soprattutto per Baby Driverdi Edgar Wright, l’incompleta trilogia distopica Divergent e il teen-drama Colpa delle stelle. Il giovane attore classe 1994 è caratterizzato da un’espressività particolare, dura e poco incline alle sfumature emotive, cosa che poteva destare una qualche preoccupazione. Non possiamo invece che ricrederci immediatamente di fronte alla sua ottima performance canora e alla palpabile complicità che trasmette la condivisione del quadro con l’emergente Rachel Zegler, per chi vi scrive, vera stella della pellicola.
Entrando per la prima volta nella camera di Maria troviamo l’uragano Anita, di cui parleremo a breve, intenta a vestirla per il ballo. Il tuffo al cuore dello spettatore appassionato nel ritrovare il vestito bianco della ragazza, e lo smarrimento nel vederlo indossato da un’attrice differente dalla stupenda Natalie Wood, è un passaggio obbligatorio. Tuttavia, non appena la giovane classe 2001 mostra le sue capacità canore, possiamo capire cosa abbiano provato Marc Webb e Marc Platt nel provinarla per il ruolo di Biancaneve, prossimo live-action Disney. Fu l’incontro che portò alla dichiarazione: “appena Rachel iniziò a cantare, per noi non c’è più stata nessun’altra.”, in risposta alle critiche per le origini latine della Zegler. Durante la visione di West Side Story, lo spettatore può toccare con mano il perché di quelle parole e la regia di Spielberg non manca di elevarne la bravura, accompagnando la sua straordinaria voce con una gestione della camera da che danza tra il classico e il moderno. Non stupisce che la giovane sia stata premiata con il Golden Globe quale Miglior attrice in un film o commedia musicale ma, in fatto di premiazioni e ovazioni della critica, spicca l’altra vincitrice del globo dorato e nominata Oscar come Miglior attrice non protagonista: Ariana DeBose.
Travolgente è la sua interpretazione di Anita, amica di Maria e fidanzata di Bernardo che, nella parte finale della pellicola, si troverà a condividere la scena con Rita Moreno, interprete della stessa nella versione originale. Il loro è il passaggio di testimone generazionale più riuscito, dove il regista decide di donare ancora maggiore spessore al personaggio. Il ritratto che possiamo ammirare è dunque quello di una donna forte, fiera delle sue origini, indipendente e determinata a guardare alle opportunità che offre la sua nuova casa. La sua straripante energia illumina ogni stanza e si rivela non solo capace di travolgere lo spettatore ma, cinematograficamente parlando, di risvegliare un intero quartiere a più riprese. Già iconica in quello splendido vestito giallo, Ariana DeBose è un faro da seguire nell’indiscusso miglior momento coreografico della pellicola: America.
Perché abbiamo bisogno di West Side Story
Adattando agli anni ’50 la tragedia shakespeariana, e riproponendola fedelmente a 64 anni dal debutto a Broadway, lo spettatore è indubbiamente chiamato a dover sospendere l’incredulità in qualche frangente. La classicità dell’opera permea anche questo adattamento di Steven Spielberg che, tra gli intenti di omaggio e riscoperta di un capolavoro, intende mostrarci come certe dinamiche non siano cambiate. La tragica storia d’amore tra Tony e Maria, ha risvolti fortemente politici e morali che ancora oggi trovano terreno fertile, come lo era a fine 1500 lo scontro tra le casate dei Montecchi e dei Capuleti.
La divisione della società in classi, e la difficoltà di rompere questo meccanismo, è uno dei temi fondamentali del musical in questione, cosa che possiamo ammirare fin dalla prima sequenza. Gli Stati Uniti, da sempre dipinti come il luogo dell’uguaglianza e delle possibilità, rivelano il loro vero volto di nazione schiava del capitale. Le fasce più deboli vengono scacciate dalle loro abitazioni che verranno abbattute per permettere la costruzione di una nuova area: Lincoln Center, centro nevralgico dell’arte newyorkese. Incompresi e abbandonati nella “Terra della libertà” gli emarginati fanno del loro simile il nemico, lottando per la supremazia di un territorio che entrambi non possiedono. Anziché allearsi per fronteggiare il comune oppressore, combattono una guerriglia tra minoranze che perderanno entrambe.
Sia il film del 1961 che l’odierna pellicola di Spielberg, giocano con la verticalità a più riprese ma, su tutte, è impossibile non citare l’iconica scena del balcone. A divedere i due innamorati c’è una grata, simbolo della reciproca appartenenza a due gruppi incapaci di comunicare e trovare un punto in comune. Eppure, entrambi vivono per quelle strade, si affacciano a quei balconi, vivono in quelle case che lentamente si riveleranno essere vere e proprie prigioni. Non possono far nulla per andare via da quel mondo: non gli è concesso.
Se infatti guardiamo con occhio più attento, possiamo notare come a più riprese compaiano in scena dei muri da saltare, cancellate da superare, grate da forzare o balconi da scalare per raggiungere una via di fuga, un amico, un miglior punto d’osservazione o l’amata. Senza rendersene conto i protagonisti si trovano a sbattere quotidianamente contro le ingerenze di un sistema sociale classista e ingiusto, rappresentato da quel quartiere che chiamano: Casa. Giovani e inesperti, i protagonisti troveranno nel gruppo rivale l’unico avversario alla portata verso il quale sfogare la frustrazione data dall’essere invisibili. Ancora una volta, e come non poteva essere altrimenti, sarà l’amore di due giovani di diversa appartenenza a cambiare le cose.
Sono passati 60 anni ma, purtroppo, il mondo non sembra poi tanto diverso. Dovremmo dunque ringraziare Steven Spielberg per averci ricordato, nel miglior modo possibile, come ci siano leggende che dobbiamo continuare a tener vive, tramandandole di generazione in generazione. Purtroppo, il botteghino non ha premiato i suoi sforzi, ma sarà il tempo a riscattare questo suo straordinario lavoro. Michele Finardi
Dove si può vedere West Side Story di Steven Spielberg?
Il remake di West Side Story è disponibile su Disney+ dal 02 marzo 2022
Inventing Anna, è una miniserie prodotta da Shondaland e basata sulla vera storia di Anna Delvey, pseudonimo di Anna Sorokin, disponibile su Netflix dallo scorso 11 febbraio, che ha già ottenuto un enorme successo, diventando la serie in lingua inglese più vista sulla piattaforma di streaming nella sua prima settimana di uscita.
In Italia il successo della miniserie è confermato dal fatto che è uno dei dieci prodotti più visti su Netflix in questo momento. Dopo il successo ottenuto con Grey’s Anatomy, Le regole del delitto perfetto, Scandal, Bridgerton e ora Inventing Anna, possiamo dire che Shonda Rhimes non sbaglia un colpo.
Il trailer
La trama
La trama, come ho già anticipato, si basa sulla vera storia di Anna Delvey, una giovanissima ragazza che, fingendosi una ricca ereditiera tedesca, per diversi anni ha truffato banche, hotel e vari esponenti dell’élite finanziaria di New York. Nella realtà Anna Sorokin ha modeste origini russe.
La donna è stata arrestata e poi condannata nel 2019 per diverse frodi per ingentissime somme di denaro. La serie segue il lavoro della tenace giornalista investigativa Vivian Kent, interpretata da Anna Chlumsky, nella sua inchiesta alla scoperta della verità.
Nella miniserie la storia segue i progressi nelle indagini di Vivian, che vede negli eventi che coinvolgono Anna Delvey “la storia della vita”. Osteggiata dal caporedattore che vorrebbe darle il compito di seguire la cronaca del #metoo, Vivian farà di tutto per convincere l’editore a darle una chance con la “dumb socialite” (stupida mondana) Anna Delvey.
La serie è in effetti ispirata al pezzo di Jessica Pressler dal titolo How Anna Delvey Tricked New York’s Party People, pubblicato sul New York Magazine, e, in ogni episodio, viene specificato che “gli eventi riportano fatti veri eccetto per le parti totalmente inventate”.
Un personaggio affascinante
Anna Delvey è innegabilmente, sia nella versione reale che nella fiction di Netflix, un personaggio intrigante e affascinante, che non lascia nessuno indifferente. Ha truffato l’élite di New York, ingannandola con il suo portamento, il suo buon gusto nella scelta degli outfit da indossare e del vino con cui pasteggiare. Anna ha impressionato imprenditori e banchieri che le hanno creduto sulla parola: nessuno ha mai pensato che una donna con la sua classe potesse non essere chi affermava di essere.
Il personaggio principale della serie di Shonda Rhimes è dunque una donna dal fortissimo appeal che ha il pregio e il potere di catapultare lo spettatore in un mondo patinato riservato a pochissime e ricchissime persone; un mondo fatto di alberghi di lusso, jet privati, ville enormi, borse e accessori di altissima moda, vacanze in Europa.
In un vortice aspirazionale Anna Delvey è in grado di attrarre a sé chiunque la stia guardando, dal vivo o con il filtro di un monitor, che sia quello del telefono per chi la segue su Instagram nella realtà o quello della televisione per chi sta seguendo la sua vicenda nella mini-serie su Netflix.
Anna Delvey potrebbe infatti essere considerata da alcuni come una nuova icona della realizzazione del sogno americano. Anna ha certamente truffato, e per questo ha meritato la sua condanna, ma le sue vittime fanno parte di un mondo di squali. Quando è lo sfruttatore ad essere truffato non è difficile provare empatia per la giovanissima, scaltra e brillante criminale.
La recensione
Inventing Anna viene dalla scuderia di Shonda Rhimes ed è evidente. La mini-serie rimane all’interno della zona di comfort della famosa produttrice creativa di Shondaland: si tratta di una storia raccontata brillantemente, con ritmo e velocità, all’interno del format narrativo di una moderna soap opera.
Inventing Anna è composto da nove episodi della durata di circa un’ora. Ogni puntata è dedicata allo svelamento del punto di vista di un personaggio implicato nei fatti: il fidanzato, le amiche, l’avvocato di Anna. Ogni prospettiva aggiunge un pezzo del grande puzzle della storia, permettendo allo spettatore di farsi strada all’interno di una vicenda complicata e fatta di chiaroscuri. Nessun personaggio può essere semplicemente considerato buono o cattivo; ognuno, chi più chi meno, porta avanti i propri interessi. La scelta di procedere su due linee temporali diverse, il presente e il passato recente, è importante nel mantenere sempre alto il coinvolgimento di chi guarda, che si trova davanti un vero e proprio mistero da risolvere.
In Inventing Anna tutto è studiato per tenere lo spettatore incollato allo schermo. La colonna sonora è composta da canzoni pop e rap che donano ritmo alla narrazione, già di per sé molto sincopata. Sullo schermo compaiono continuamente monitor di telefoni su cui si moltiplicano messaggi, chiamate senza risposta, post fotografici di Instagram.
Lo split screen è un’altra tecnica utilizzata spesso per produrre ritmo.
L’interpretazione di Julia Garner è perfetta. Anna risulta sempre abbastanza umana da non far perdere allo spettatore l’investimento emotivo, nonostante sia chiaro che con grande lucidità sta scegliendo la prossima pedina da manovrare per portare avanti la sua operazione truffaldina.
L’Anna di Garner è una miscela caleidoscopica di determinazione, dolcezza, fascino, intelligenza fiera e opportunismo.
Il vero plus della mini-serie è però, secondo me, nel rapporto che si instaura tra Anna e Vivien: le due donne, sembrano tanto diverse, ma possono a volte specchiarsi l’una negli occhi dell’altra.
È Anna a truffare e a sfruttare chi incrocia la sua strada ma sono anche gli altri a sfruttare lei, Vivien inclusa.
Anna Chlumsky, proprio nei panni della giornalista Vivian Kent, è meravigliosa. Attraverso i suoi occhi e grazie alle sue indagini lo spettatore riuscirà ad avere un quadro complessivo della storia.
Le tematiche sociali
La storia di Anna Delvey diventa, in alcuni casi, anche il pretesto per affrontare temi più seri e meno mondani come la disparità sociale, il ruolo delle donne nella società attuale, il pregiudizio sulla popolazione di origine russa. Si tratta di spunti di riflessione che vengono solo accennati nella serie, ma sono presenti e degni di nota.
I baci sono alla base della comunicazione umana e animale: rassicurano, sono fonte di conoscenza, di scambio, di trasmissione. Con i baci si esprimono emozioni, sensazioni, ma anche idee e intenti più profondi. Un bacio comincia come un’espressione fisica, ma si trasforma in un viaggio ideativo e totale nel mondo dell’altro. Per questo non si può evitare di dare baci, di pensare ai baci e, naturalmente, di scriverne.
Guia Risari
Nasce con questa premessa l’idea di “Baci”, poema di Guia Risari, nota scrittrice e traduttrice, illustrato da Andrea Calisi: un compendio di forza e semplicità che racconta uno dei gesti più potenti al mondo.
Pubblicato da Edizioni Corsare negli ultimi mesi del 2021, Baci è un compendio d’amore di 32 pagine, formato 23×33. Un libello, regalo perfetto per tutti coloro che amano la poesia, ma soprattutto l’amore.
Quale poeta non ha parlato di baci, del resto? Dedicare un’opera intera al bacio, omaggiare una delle esperienze più emozionanti della nostra esistenza, però, ha un fascino tutto suo. I baci si attendono e si aspettano, a volte sono freddi e abitudinari, veloci. Altre volte sono carichi di trepidazione e anelanti di attesa, caldissimi e lenti. Non c’è età per un bacio e soprattutto non c’è etichetta da applicare. Il bacio è uno strumento prezioso, che di questi tempi forse ci sembra ancora più importante date le distanze fisiche a cui siamo costretti a causa della Pandemia: accompagnato dalle illustrazioni il messaggio si amplifica e si imprime dentro noi, pronti ad accoglierlo.
Baci appassionati
come metallo incandescente
e baci teneri
come petali di rosa.
Ci sono questi e altri cento,
mille baci.
Un milione di baci,
tutti da scoprire.
L’ultima poesia richiama palesemente i versi Catulliani che tutti amiamo, è stata ispirata dai classici per questa raccolta?
Lei si riferisce al verso finale del libro: “Ci sono questi e altri cento, mille baci. Un milione di baci, tutti da scoprire”?. In quel momento non avevo pensato a Catullo – […] Tu dammi mille baci, e quindi cento, poi dammene altri mille, e quindi cento, quindi mille continui, e quindi cento […] – ma forse in un angolo della mia coscienza il grande poeta sussurrava le sue parole e io le ho ascoltate. È importante avere dei maestri, dei poeti, dei filosofi e degli scrittori che si stimano molto, ma nel momento della creazione conviene soffrire di amnesia e procedere in solitudine, avviluppati al proprio soggetto come se lo si fosse incontrato per la prima volta. Dopotutto, scrivere è anche scoprire la propria visione del mondo, le proprie parole, la propria via.
Secondo lei il verso assume nuove dimensioni se associato alle immagini? Come è nata la collaborazione con Andrea Calisi?
L’associazione della parola a un’immagine ha sempre come effetto di trasformare e i versi e le figure. La parola si apre a un senso nuovo; a volte, si chiude ai sensi possibili, ma questo è un rischio connesso ad ogni rappresentazione. Ma anche l’immagine si specifica e si lega per sempre a una situazione. La collaborazione con Andrea Calisi è nata per iniziativa dell’editrice Giuliana Fanti. All’inizio ero molto spaventata perché mi sembrava un compito difficile illustrare una poesia che per vocazione era aperta e universale. In realtà, le immagini, potremmo dire i quadri di Calisi, hanno creato un mondo attorno ai miei versi e li hanno radicati. Ora per me è difficile dissociare le mie parole dalle immagini di Andrea Calisi.
Si è occupata di vari generi letterari nel corso degli anni: poesia, narrativa, saggistica, traduzioni, anche letteratura per l’infanzia. Da cosa trae ispirazione per i suoi scritti e qual è il genere in cui si sente più libera di esprimersi?
Mi piace frequentare tutti i generi letterari. Trovo che ognuno mi consenta di esprimere una voce, una concezione del mondo, una sfumatura e per questo scrivo libri molto diversi tra loro. Scrivere per me è avere una casa mobile che mi trasforma ogni volta. Non c’è un genere che prediligo perché dipende dai momenti della mia vita (o della giornata) se sono più felice di scrivere un racconto, una poesia, una storia per bambini o l’inizio di un romanzo. Quanto alla libertà, questo è un prerequisito essenziale di tutta la mia scrittura. Senza libertà, avrei l’impressione di eseguire un compito o compilare un dettato. Così, sono ogni giorno libera di esplorare e di capire, che poi per me è l’essenza del mio mestiere.
Daryl si prende cura di Judith e RJ in assenza di Michonne, che speriamo di rivedere per il finale dell’ultima stagione. Insieme a Rosita sta tentando di diventare una guardia, quindi deve scontrarsi con il suo essere “lupo solitario” in un mondo che lavora secondo un determinato ordine.
E quanto fa strano integrarsi in questo mondo, così simile a quello a cui erano abituati prima dell’apocalisse zombi. E fa strano anche a noi vedere i protagonisti lavorare in una città e indossare abiti più adatti alla quotidianità. Princess, ad esempio, lavora in un negozio di musica; Connie è tornata a fare la giornalista ed è meravigliosa, ma soprattutto ha tutti gli occhi di Daryl addosso, e Carol se n’è accorta…
Quest’ultima perde il pelo, ma non il vizio. Sarà anche tornata a vivere in una città civile, ma proprio non ci sta a rispettare le regole ed è pronta a corrompere i capi pur di far operare Ezekiel: la malattia sta avanzando e Carol non vuole perderlo. Tra di loro c’è un grandissimo affetto, che va oltre qualunque sentimentalismo.
Quella che fa più tenerezza in questo contesto è Judith, la bambina nata e cresciuta durante l’apocalisse che scopre finalmente cosa significhi chiedere una paghetta e ascoltare della musica.
Il lato oscuro del benessere
Dietro questa apparenza lussuosa e benestante si nasconde – tuttavia – il lato oscuro del Commonwealth, quello della disparità sociale. In una serata di gala emerge prepotente la necessità di fare chiarezza sulla scissione tra ricchi e poveri, già palesata nella differenza di ruoli attribuiti ai protagonisti del nostro team. Basta vedere Magna che serve da bere a Yumiko per capire che non è facile tornare a stare nel mondo di prima.
Un mondo che tutto sommato si basa sulle differenze e sulle disparità. Il mondo del “dopo”, quello apocalittico, aveva riappianato tutte le differenze generando una sola differenza di base, quella tra i vivi e i non morti. La classe, l’etnia, il genere e il titolo di studio non hanno mai contato nel mondo di The Walking Dead: ma, quando torna a dispiegarsi il volere dell’essere umano e le sue sovrastrutture, questa uguaglianza molto spesso viene a mancare e lo possiamo vedere quotidianamente nel mondo in cui viviamo.
Ho come l’impressione che non vada bene a tutti vivere nel Commonwealth, specialmente a coloro che si sono sempre sentiti distanti dalle apparenze e dall’omologazione. Con questo nuovo episodio dal titolo “New Haunts”, ci immergiamo in nuovi incubi, quelli sociali e antropologici.
Quello che intuiamo che è la governatrice Pamela non ce la racconta giusta e soprattutto che Maggie ha preferito dissociarsi e restare ad Alexandria.
Promo Trailer dell’episodio 11
Tutte le recensioni della undicesima stagione
In questo articolo stiamo radunando tutte le recensioni della undicesima stagione: sparati un’overdose di The Walking Dead!
Il quinto e il sesto episodio della terza stagione dell’Amica geniale hanno visto la partecipazione di un nuovo membro del cast. Si tratta di Salvatore Tortora, l’interprete di Gennarino, il figlio di Lila.
Interprete giovanissimo (ha soltanto 12 anni), originario di Napoli, può vantare già nel suo curriculum alcune importanti figurazioni, a cominciare da quella del film L’Immortale di e con Marco D’Amore. È apparso in alcuni episodi della famosa soap televisiva Un Posto al Sole.
Salvatore è stato anche scelto per una serie tv dal titolo Project Icon del regista inglese Roland Joffé, non ancora uscita a causa della pandemia, in cui interpreta Festus, un bambino povero che fa parte di una baby gang.
Simpatico, vivace e giudizioso Salvatore ci ha raccontato qualcosa della sua esperienza d’attore e del set di Storia di chi fugge e di chi resta.
L’intervista
Quando è nata la tua passione per la recitazione?
La mia passione è nata qualche anno fa, quando per gioco a scuola imitavo alcuni personaggi della serie Gomorra. I miei amici e la mia maestra mi dicevano che avrei dovuto fare l’attore. Così a 8 anni ho iniziato a frequentare la scuola di recitazione del Teatro Totò. Poi, vista la mia grande passione per il cinema ho deciso di iscrivermi all’Università del Cinema di Napoli diretta da Peppe Mastrocinque, che ancora oggi frequento con grande amore e passione.
Avevi sentito parlare dell’Amica geniale prima di essere coinvolto nella serie?
Ne avevo sentito parlare, ma non l’avevo vista. Quando sono stato scelto ho iniziato a vedere la serie dalla prima stagione e devo dire che mi ha colpito molto, perché è veramente bella e sono grato al regista che mi ha scelto per interpretare il ruolo di Gennarino.
Come ti sei preparato per il ruolo? Hai letto dei pezzi del libro, ti sei confrontato con il regista, con qualche altro attore?
Mi sono molto confrontato con il regista, lui è stato veramente molto carino con me perché mi ha messo fin dal primo momento a mio agio. Non è stato difficile interpretare Gennarino, anche se è un personaggio molto diverso da me. Mi reputo un bambino tranquillo, educato, con dei sani principi. Però interpretare Gennarino per me è stata una sfida, una vera e propria prova attoriale, in cui ho potuto mettere in pratica quello che ho studiato negli ultimi anni.
Come è stata l’esperienza sul set? Ti va di raccontarci il momento più bello?
L’esperienza è stata fantastica. Anche se sono subentrato in una serie già avviata, non ho avuto nessuna difficoltà ad integrarmi perché tutti, ma proprio tutti, sono stati molto carini con me. Dal regista agli attori, tutti hanno reso quei giorni indimenticabili. Non ci sono momenti belli in particolare, tutto quello che ho vissuto è stato bello e lo porterò nel mio bagaglio.
Come è stato il rapporto con Gaia Girace e con Margherita Mazzucco? E con gli altri attori della serie?
Ho legato moltissimo con Matteo Cecchi che nella serie interpreta Pietro Airota, ma anche con Giovanni Amura (Stefano Carracci, ndr), Elvis Esposito (Marcello Solara, ndr) e ovviamente con Gaia Girace, che nella serie interpreta mia madre. Lei è veramente una persona dolce, umile. Di tutti porterò con me un bel ricordo.
Se fossi stato più grande, quale altro personaggio della serie ti sarebbe piaciuto interpretare?
Mi sarebbe piaciuto interpretare il ruolo di Michele Solara poiché è un personaggio forte e autoritario.
Tu sei molto giovane, come concili il lavoro sul set con la scuola?
Non è stato difficile conciliare il lavoro con gli impegni sul set. La mia passione per la il cinema mi aiuta a dare il massimo in tutto ciò che faccio, portando a termine tutti i miei impegni e non trascurando la scuola. Ovviamente se non fossi motivato dalla passione, non riuscirei a portare avanti tutto. Sto vivendo un periodo davvero felice e spero con tuto il cuore di poter andare avanti con amore e determinazione, diventando un bravo attore.
I rapporti con i tuoi amici sono cambiati dopo l’esperienza sul set?
Assolutamente no. Non è cambiato nulla. Non mi sono montato la testa. Ero un bambino umile e lo sono ancora. Fare l’attore è per me un motivo di gioia e mi piace condividerla con le persone che amo, la mia famiglia e naturalmente anche i miei amici che mi hanno sempre sostenuto e fanno il tifo per me.
Sappiamo che ti piacciono gli animali, ci dici quali sono i tuoi preferiti?
Come animali domestici sicuramente il gatto, poi amo in generale il leone, il gorilla e la tigre.
I tuoi progetti per il futuro?
Sicuramente studiare tanto e dare sempre il meglio. Tra i miei obiettivi c’è anche quello di imparare bene l’inglese, poiché il mio più grande sogno è quello di lavorare per delle produzioni americane.
Qual è l’attore o l’attrice che ti ispira particolarmente?
Proprio come abbiamo fatto con Pablo Trincia abbiamo chiesto a Salvatore Tortora quale sia la sua Dipendenza culturale. Seguite La Dipendenza su Substack!
Tutto è iniziato con The Blair Witch Project e l’espediente del Found Footage. Era il 1999 quando un gruppo di ragazzi smarriti misteriosamente in un bosco lasciavano come unica traccia della loro esperienza un video ritrovato successivamente.
Indice
La trama del primo REC
REC segue questa strada inquadrando sin dall’inizio la giornalista Angela che va a intervistare i lavoratori notturni, nel nostro caso i pompieri, finché non si ritrova reclusa in un condominio dove un’anziana signora sembra impazzita: il suo cameraman Pablo filmerà tutto, documentando l’orrore da cui ha avuto origine la saga zombi spagnola. Nel corso del film, quindi, vediamo le immagini dal punto di vista della telecamera: a volte viene spenta, tramortita, altre volte viene toccata dai curiosi. L’idea che ci sia una giornalista di mezzo giustifica alla perfezione la necessità di filmare tutto scrupolosamente.
Un paio di curiosità
REC è arrivato fino al quarto episodio (2014), ma nel corso della saga le inquadrature si evolvono, abbandonando l’espediente del found footage. Anche gli americani hanno tratto ispirazione dal film, con il remake Quarantena.
Nello stesso anno di uscita del primo capitolo, il 2007, escono anche Paranormal Activity e Diary of the Dead di George A. Romero, ma su quest’ultimo c’è da aprire un capitolo a parte, come sempre, per l’eleganza con cui rielabora il found footage.
Il primo dettaglio di REC è sicuramente la matrice europea: la giornalista spagnola, le cui movenze ricordano molto quelle di noi italiani, è molto lontana dalle attrici di stampo americano. Naturalmente il finto documentario ha lo scopo di tracciare dei personaggi umani, e questo non accade solo con la protagonista, ma anche con tutti gli inquilini del condominio. C’è la coppia di anziani, lo scapolo narcisista, la mamma iperprotettiva e ansiosa: tutte personalità che fanno anche sorridere, ma che a volte sfociano un po’ troppo nella maschera teatrale, sfiorando il grottesco.
Il tocco europeo si sente forte anche nella religiosità, tipicamente spagnola, che emerge nella lettura dell’apocalisse zombi, ampliamente sviluppata nel terzo capitolo “La genesi”, il prequel dove il prete diventerà il protagonista del massacro svolto durante un matrimonio.
REC sicuramente non è un colossal, ma ha tutti i requisiti per una buona maratona dell’orrore: gli zombi sono realizzati bene e le scene di suspense non mancano. Sicuramente l’approccio è molto differente dal filone coreano che sta prendendo piede con #Alive e Non siamo più vivi, molto più legato all’apocalisse dal punto di vista antropologico e con una forte denuncia della società contemporanea.
La saga di REC in mini dosi
Non serve Halloween per farsi una bella overdose di zombi. I quattro episodi di REC sono ottimi per una maratona dell’orrore, sia da soli che in compagnia, perché sono tanto spaventosi quanto divertenti in alcuni momenti.
REC 2
primo seguel; proseguono le indagini dentro il condominio dell’orrore.
REC 3, La Genesi
il mio preferito dopo il primo REC. L’ambientazione è un matrimonio splatter, per me è il prequel anche se Wikipedia afferma che gli eventi avvengano in contemporanea col primo.
REC 4, Apocalypse
Angela torna in scena posseduta dal demone del primo capitolo.
Dove vedere REC in streaming?
Attualmente è possibile vedere REC3 e REC4 su Amazon Prime Video. Il primo è disponibile addirittura su YouTube.
Nella serie tv “Non siamo più vivi“, c’è una scena terribile in cui un influencer si reca nella cittàin cui è scoppiata l’apocalisse zombi per fare una diretta. In questa diretta troviamo i commenti più disparati: c’è chi insulta il ragazzo, c’è chi prega per lui, c’è chi chiede più immagini, e ancora c’è chi commenta come se stesse guardando un film, pur sapendo che questa persona sta effettivamente rischiando la sua vita.
Da qualche ora su TikTok girano degli strani video: si tratta di immagini di monumenti, di cimiteri o di assembramenti di persone che hanno come sottofondo una sirena di allarme e/o le persone che piangono. Mi sono imbattuta in molte live di questo genere e all’inizio credevo fossero vere, specialmente perché sentivo parlare con accento dell’Est. Sono quindi rimasta ad osservare, con terrore, quello che l’algoritmo di TikTok voleva mostrarmi sulla Guerra in Ucraina. Dopo un po’ mi sono resa conto che le immagini erano fisse e venivano ripetute in loop.
I profili con le false live degli attacchi
Analizzando i profili di questi utenti si nota come siano account nuovi con pochissimi video, tutti dedicati all’attuale stato di pericolo che interessa l’Ucraina; un altro caso è quello di profili fake di belle ragazze (nei feed sono presenti i video di ragazze differenti) che ora vanno in live con il claim “Pray for Ukraine”. Molti account hanno nomi italianeggianti.
Qualcuno allerta nei commenti delle live: “Il video è falso, non fate regali“. Perché su Tik Tok si possono fare doni economici che arrivando direttamente sul proprio PayPal: e uno dei modi per farlo è utilizzare, guarda caso, le dirette. In alcuni profili inizia a spuntare anche qualche link per ricevere donazioni e poter uscire dal Paese.
I commenti degli spettatori
Quello che lascia basiti, oltre all’ipotesi che si possa ulteriormente speculare su una situazione già abbastanza tragica, è l’atteggiamento degli utenti sotto a questo video.
Durante una diretta TikTok si può commentare, naturalmente. Gli utenti scrivono frasi come:
state calmi, preghiamo per voi, ce la farete ucraina daaaaai
Frasi assolutamente distaccate, come se di questo accadimento noi fossimo spettatori, come se stessimo guardando una serie tv su Netflix, o peggio, come se fossimo allo Stadio a tifeggiare. Peccato che quella serie tv – “Non siamo più vivi” – ci ha mostrato uno spaccato molto reale di quello che stiamo diventando: spettatori distaccati e affamati della vitaaltrui.
Anche la violenza, la guerra, la paura ormai fanno parte di uno swipe quotidiano: si può guardare una live, si può non fare nulla, si può pensare che tutto questo terrore sia molto lontano da noi, che non ci possa sfiorare. E cosa possiamo fare, noi, del resto?
Prima di tutto non dobbiamo assolutamente supportare le fake news né fare donazioni che non siano mirate ad aiutare realmente le persone in difficoltà. In secondo luogo, questi profili fake vanno segnalati.
Come ha scritto anche Wired l’utilizzo dei Social Network può essere molto utile per documentare velocemente quello che accade in situazioni come questa, ma può essere altrettanto portatore di notizie false. Nel momento in cui l’informazione è User Generated non c’è più un filtro, come quello giornalistico, a salvarci da questo orrore.
Tenete gli occhi aperti.
Update 6 Marzo 2022: TikTok blocca la dirette dalla Russia
Il Social Network dichiara su Twitter di essere uno strumento di sollievo e di connessione in un momento di dramma e isolamento come questo: a patto che sia garantita la sicurezza. Visto che la Russia ha introdotto una nuova normativa che prevede fino 15 anni di reclusione per chi diffonde fake news in merito a quanto sta accadendo sul territorio ucriano, TikTok ha deciso di bloccare le dirette nel territorio Russo.
In light of Russia’s new ‘fake news’ law, we have no choice but to suspend livestreaming and new content to our video service while we review the safety implications of this law. Our in-app messaging service will not be affected.
Pestifero, indolente, una bomba dai capelli sconvolti, così il giovanissimo Tananai, fuori d’arte Alberto Cotta Ramusino, si è dato al grande pubblico.
L’ha presa col sorriso, con l’ironia di chi sa prendersi in giro, in maniera scanzonata: ha fatto il giro del web quel suo video in cui, distrutto, si mostra com’è, subito dopo l’esibizione su uno dei palchi più importanti d’Italia.
Se la ride, in una ripresa semi buia e fatta male “Tu sei là, convinto di aver fatto sta grande roba e..invece!” e allude a quelle due tre stecche che ha preso in pieno. E ride. Perché infondo si è divertito: e va bene così.
A Sanremo, a furia di non prendere note, il piccolo diavolo è arrivato ultimo. E ha festeggiato: perché i traguardi rimangono traguardi e vanno sì onorati. Forse troppo poco istituzionale; e dopo il caso Lauro sembra che le cose poco istituzionali piacciano decisamente meno: come fossimo più guardinghi. Sicuramente, a livello canoro, la strada da percorrere è ancora lunga e, probabilmente, quello fatto per arrivare a Sanremo è il famoso passo, esattamente quello più lungo della gamba. Insomma, Tananai per Sanremo non era pronto. Lui, sempre Sanremo, l’ha fatto quasi…tanto per fare. In maniera occasionale: come il sesso della canzone.
Che poi, quella sua canzone lì, certo non poteva piacere a chi ama guardare i titoli e che magari ama, nel tempo libero, ben pensare: e chi l’abbia sentita sa che invece il messaggio che passa dalla canzone è esattamente l’opposto. Un messaggio d’amore, scanzonato e leggero, come lui. Stonato, come lui. Allegro, come lui.
Il palinsesto non l’ha premiato, facendolo esibire quasi sempre ultimo o quasi: come la polvere che si getta sotto il tappeto. E Tananai invece, dai social, ha continuato a ridere, irridere, prendersi in giro senza salvare di lui assolutamente nulla. E, se il popolo sanremese gli resisteva- anche perché buona parte, alle esibizioni del giovane, stava già dormendo da un pezzo- si è sciolto invece il pubblico dei social, conquistato dalla verve piena di spirito di un ragazzo così ben dotato di carisma, tanto consapevole da offrirsi in pasto senza farsi male.
Nonostante l’ultimo posto, che anzi probabilmente l’ha consacrato ad un determinato stereotipo di personaggio, quello dell’ultimo, incompreso e…no, maledetto no, di maledetto non c’è nulla in una così chiara ilarità. Tananai è diventato un trascinatore di masse: sold out in breve tempo i suoi concerti, così riconosciuto all’improvviso che non ci credeva manco lui.
Tanai e l’ospitata azzardata: Rosa Chemical sul palco di Sanremo
Ad aver segnato la sorte dell’artista, nell’ambito del festival, è stata probabilmente anche la scelta dell’ospite e della canzone, nella serata apposita, la terza. Infatti il giovanissimo ha scelto di far salire sul palco un nome sconosciuto ai più, quello di Rosa Chemical. Capelli rosa, classe 98, ex modello di Gucci, una delle personalità più controverse e uno degli artisti più particolari che animano attualmente la scena trapper\rapper: sicuramente non uno dei volti che i più amerebbero vedere su un palco così tanto agghindato.
Ardua anche la scelta della canzone per la cover: a far l’amore comincia tu, un omaggio all’amata Raffaella Carrà. E’ difficile non pensare che, ad aver influito negativamente sia stata anche la scelta della canzone.
Ma non fa nulla Tananai, a noi piaci (tantissimo) così.