Arriva la bella stagione, parliamo di look Cottagecore: uno stile diverso dal Dark Academia, ma ugualmente affascinante!
Quante volte, guardando un film, avete desiderato essere quella signora bionda che, china sul prato, gioisce nel piantare ciclamini (in una mise impeccabile)? Quanti di voi hanno sognato una vita nella prateria o in un ranch, tra camicie scozzesi e canottiere bianche? O di dormire su un’amaca o in una moderna casa sull’albero?
Se avete risposto “io” ad almeno una di queste domande, complimenti! Siete Cottagecore, anche se ancora non lo sapete.
L’estetica Cottagecore
Semplificando, si può dire che questo stile si rifà alla vita dei nostri nonni. Il passato rurale è idealizzato, la natura viene esaltata e anche lo spirito di comunità, che si può ancora respirare lontano dalle grandi città.
In un momento storico in cui la sostenibilità è un valore per moltissime persone, il ritorno alla natura e alla campagna diventa un trend. Ovviamente, la countrylife di riferimento è quella più sofisticata e chic, non quella strettamente contadina: l’esponente del Cottagecore non zappa la terra sotto il sole, ma contempla la natura sorseggiando caffè americano fair trade o una tisana biologica con la curcuma.
Complice anche il lockdown, molti, oltre a vedere le migliori serie tv del 2020, si sono dedicati a balconi e giardini, piccoli lavoretti di fai da te e si sono lanciati in ricette degne di Masterchef! È il ritorno del saper fare, del costruire con le proprie mani, del dare da mangiare al lievito madre sennò niente pizza. Addirittura Beckham si è lanciato nella costruzione di un alveare durante il lockdown!
Libri per immergersi nella natura
In Walden – Vita nei boschi, Thoreau ci spiega in poche, indimenticabili parole, le motivazioni alla base del suo addio alla città:
Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto
Dopo 175 anni dalla sua pubblicazione, questo libro continua a essere una pietra miliare dei movimenti escapisti come il Cottagecore. Un altro libro perfetto per proiettarsi in una vita in campagna è il divertentissimo La mia famiglia e altri animali di Gerald Durrell, storia di una famiglia che da Londra si sposta in Grecia, in una casa sperduta nella natura più incontaminata.
Film e serie TV Cottagecore
Tra film e serie tv, c’è l’imbarazzo della scelta. L’ambientazione del film Chiamami col tuo nome (di Luca Guadagnino) è stata il plusvalore di un film già di per sé eccezionale, grazie all’interpretazione di Timothée Chalamet e Armie Hammer. In una campagna cremasca, languida e spensierata, si consumano i pomeriggi un po’ vintage di due innamorati, tra bagni al fiume e riposini all’ombra (e molto altro).
Tra le serie TV che più profumano di freddi inverni e tiepide primavere di provincia, tra caffè bollente e torte appena sfornate, non può mancare Una mamma per amica! Le Gilmore Girls in 7 stagioni (più 4 episodi-revival nel 2016) ci hanno insegnato lo stile di vita lontano dalla città. La locanda Dragonfly Inn a Stars Hollow è la quintessenza del Cottagecore: dalla tappezzeria agli accessori, dal menù al bellissimo giardino. Lorelai e Rory sono icone di stile: camicie a quadretti, abiti di cotone leggero, ampi cardigan, niente di troppo sofisticato ma sempre molto cozy e chic.
Ritorno al passato
Come avrete capito, il Cottagecore è la ricerca di un altrove: l’Arcadia, la poesia bucolica, la divinizzazione della natura e del passato ritornano anche nel 2021. Per questo, il seguace di questo trend ama guardare indietro, non è un caso che tutte le serie tv più in stile siano ambientate nel secolo scorso (o quasi). Partiamo con Downton Abbey: vi farà sognare passeggiate in una nobile tenuta inglese di epoca edoardiana e picnic signorili! Per chi vuole provare, c’è anche un favoloso ricettario ispirato alla cucina di Downton Abbey.
Parlando di serie tv, anche Grantchester o Chiamatemi Anna, arrivata alla seconda stagione su Netflix, sono very inspiring.
Per quanto riguarda i film, si va da Orgoglio e pregiudizio a Piccole Donne, passando ovviamente per Emma (dal romanzo di Jane Austen), che vi consiglio nell’ultima produzione del 2020 con Anya Taylor-Joy:
Dopo un inizio davvero esaltante arriviamo al quarto episodio della quarta stagione con molte (e alte) aspettative. Il problema è, come spesso accade, che dopo troppe emozioni forti ci tocca digerire puntate più riflessive. Dopo l’azione arriva l’osservazione del personaggio, e magari anche un po’ di noia. A pensarci bene, però, il bello di questa serie è anche il profondo livello psicologico, quindi entriamo subito nel vivo di questo nuovo attesissimo episodio per capire come le svolte non siano legate solo “all’azione”.
Rita o Marta?
La Marta dei coniugi Waterford è ormai libera, ormai salva. Eppure Serena la intercetta ancora una volta per ricreare il legame, probabilmente da ripiegare a suo favore in tribunale. Lo scopo di Serena è che Rita dia la colpa di tutte le violenze a Fred per essere scagionata e crescere il suo bambino. Bambino che Serena afferma sia del marito, confessando di non volergli rivelare la verità. A questo punto il sospetto sulla sua miracolosa gravidanza aumenta: se Fred non è sterile, di chi è figlia Nichole? Ma Serena non ce la racconta giusta, quindi dobbiamo aspettare prima di trarre delle conclusioni affrettate e credere che ci sia una paternità in ballo per la figlia di June. Fatto sta che Rita dovrebbe stare il più alla larga possibile dai suoi ex padroni, eppure ancora sente un profondo senso di colpa per aver raccontato la verità su Gilead.
Janine
La tenera Janine, la spietata June. Ma sarà vero che Janine non sa badare a se stessa? June forse lo dà un po’ troppo per scontato. Scappate dal campo delle Maddalene e perse tutte le loro compagne, le due fuggono alla ricerca del MayDay. Janine è stanca delle decisioni di June, June d’altro canto non vuole essere contraddetta. Entriamo quindi nel passato di Janine e scopriamo che aveva un figlio che probabilmente le è stato strappato via, come è accaduto alla sua compagna di viaggio. Dietro a questa apparentemente instabile ragazza, quindi, si cela una madre single molto determinata. E sarà proprio la vera natura di Janine a mettere la verità davanti agli occhi di June: non è possibile controllare gli altri a proprio piacimento. La nostra carismatica protagonista sta prendendo un po’ troppo il sopravvento: il ruolo di leader l’ha messa nella condizione di prendere troppe decisioni per troppe persone, ormai è quasi un automatismo. Ma c’è un limite a tutto.
Raccolte da un gruppo di sovversivi che non sanno neppure cosa sia il MayDay, June e Janine si strappano via il rosso di dosso. Quale sarà la prossima meta?
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Il nascente cristianesimo prende sempre più piede, ma il paganesimo risulta essere ancora un bagaglio di cultura con cui fare i conti; c’è una nuova attenzione verso gli umili, secondo il principio della caritas. E’ evidente, dunque, la nascita di una nuova mentalità, ma un modo, rimasto inalterato, di usare la lingua per esprimerla; bisogna ricordare, infatti, che anche i padri della Chiesa non nascono dal nulla, ma sono imbevuti di classicismo. Tra queste nuove figure del cristianesimo importante è Minucio Felice, di origine africana e avvocato a Roma tra il 2° e 3° secolo d.C.
L’Octavius
L’Octaviusè la prima apologia per il cristianesimo; sono centrali i pregiudizi dei romani! L’impianto ciceroniano diventa, in questo caso, una celebrazione del Creato; in questa prospettiva, l’omaggio a Dio fa riferimento al λόγος trascendente classico.
Oltre a ciò, la struttura architettonica, lo stile equilibrato e i riferimenti alle dottrine filosofiche greche e latine sono elementi da non sottovalutare, perché indicano che l’opera è stata indirizzata ad un pubblico colto e pagano.
Il dialogo si svolge sul lido di Ostia, tra tre personaggi: il cristiano Ottavio, da cui prende il nome l’opera, il pagano Cecilio e Minucio in persona, che viene scelto come giudice della discussione. Tutto nasce dal fatto che Ottavio critica Cecilio per la sua adorazione verso la statua del dio Serapide.
Un cristiano visto dai pagani
Octavius [9] Cecilio: «Ormai – dato che le realtà negative hanno uno sviluppo particolarmente positivo – col diffondersi giorno dopo giorno dei costumi di degrado, i riti di questa empia congrega stanno aumentando ovunque. È un complotto che deve essere assolutamente trovato e maledetto. Si riconoscono fra loro con segnali segreti e si amano tra di loro quasi prima di essersi conosciuti. Si costituiscono così fra loro, dei legami fondati su una sessualità perversa; si chiamano senzaproblemi “fratelli” e “sorelle”, in modo che gli amori illeciti, consueti fra loro, col mettersi di mezzo di un nome sacro, si trasformino addirittura in incesti. Così la loro superstizione inutile e priva di fondamento si vanta del delitto. Su di loro, se non ci fosse un sostrato di verità, non circolerebbero voci tremende, diverse, accuse pesanti e di cui ci si debba aver vergogna di dire.
Raccontano che questi soggetti, in base a non so quale idea demenziale, venerano la testa consacrata di una bestia oscena, un asino: religione proprio specchio di comportamenti del genere, con i quali è nata! Alcuni riferiscono che essi contemplano addirittura i genitali del loro guru o sacerdote, come se volessero adorare la natura di chi li ha partoriti: probabilmente la diceria è falsa, ma di certo si vocifera molto sul carattere dei loro riti, segreti e notturni.
Chi poi va dicendo che il loro culto è incentrato un uomo condannato a morte per un crimine e il legno di una croce, ascrive a dei corrotti e rituali per fanatici che adatti a gente come loro, cioè che adorino quel che si meritano. Per quanto riguarda la iniziazione dei novizi, le dicerie sono tanto oscene quanto conosciute da tutti. Un bimbo innocente, ricoperto di farina per trarre in inganno quelli poco attenti, viene posto davanti a chi deve essere introdotto ai riti; il novizio è invitato a infliggere colpi, che ritiene di poco conto, dato che in superficie c’è la farina, e il piccino viene ammazzato da quelle ferite inferte senza motivo o ragione valida. Poi, orrore!, si gustano quel sangue con avidità, dilacerano a gara quelle membra, con quella vittima stringono fra loro un accordo, per la complicità si promettono a vicenda di mantenere segreto tal delitto.
Questi sono i loro riti, peggiori di tutti i sacrilegi.
Anche dei loro banchetti siamo venuti bene a conoscenza: ne parlano tutti dappertutto e ne fa fede anche il discorso del nostro conterraneo di Cirta. Si riuniscono a banchetto in un giorno di festa, con tutti i figli, le sorelle, le madri, gentaglia di ogni sesso e di ogni età. Là, dopo pranzo, quando i convitati si sono riscaldati e, tra i fumi del vino, iniziano ad essere pervasi febbre di una libidine incestuosa, gettano una focaccia a un cane che è legato a un candelabro, spingendolo a slanciarsi con un salto al di là del limite consentitogli dalla catena. Così si rovescia, spegnendosi, la luce che poteva testimoniare le cose e, nelle tenebre che ignorano il senso del limite, essi prendono parte ad orge malsane, lascendosi trascinare dai sentimenti, tutti allo stesso modo incestuosi, se non nelle azioni, nella coscienza, poiché tutti bramano con voglia ciò che ad alcuni può accadere di fare.»
Minucio qui vuole sottolineare molti dei pregiudizi che i pagani nutrivano verso i cristiani: venivano accusati di fratricidio (per via del banchetto eucaristico), di incesto (tra di loro si chiamavano “fratelli” e “sorelle”), di orge nutturne (si ritrovano insieme sia al tramonto che all’alba per pregare).
Giudaismo e paganesimo
I pregiudizi nei confronti delle religioni monoteiste da parte della cultura classica non si limitarono soltanto al cristianesimo, ma anche al giudaismo. Un esempio può essere fornito dal confronto tra la descrizione del territorio circostante il Mar Morto data da Tacito, noto storico romano, e quella data da GiuseppeFlavio, scrittore originario della Palestina:
G. Flavio [Bellum Iud., Libro IV; 483-485]: «Adiacente ad esso è il paese di Sodoma, un tempo ridente per l’abbondanza dei frutti e l’opulenza delle città, mentre ora è ridotto tutto a terra bruciata. Si dice che per l’empietà dei suoi abitanti fu incenerita dai fulmini, e infatti sono ancora visibili le tracce del fuoco divino e i resti di cinque città; inoltre la cenere si riforma dentro i frutti, che esteriormente assomigliano a quelli che si mangiano, ma quando una mano li coglie si disfano in fumo e cenere. Ciò che si racconta della terra di Sodoma riceve conferma da tali cose che ognuno può vedere.»
Giuseppe Flavio spiega la natura del luogo in riferimento all’episodio biblico di Lot, che viene salvato da Dio per il suo senso di ospitalità e di sacrificio:
1 I due angeli arrivarono a Sòdoma sul far della sera, mentre Lot stava seduto alla porta di Sòdoma. Non appena li ebbe visti, Lot si alzò, andò loro incontro e si prostrò con la faccia a terra. 2 E disse: «Miei signori, venite in casa del vostro servo: vi passerete la notte, vi laverete i piedi e poi, domattina, per tempo, ve ne andrete per la vostra strada». Quelli risposero: «No, passeremo la notte sulla piazza». 3 Ma egli insistette tanto che vennero da lui ed entrarono nella sua casa. Egli preparò per loro un banchetto, fece cuocere gli azzimi e così mangiarono. 4 Non si erano ancora coricati, quand’ecco gli uomini della città, cioè gli abitanti di Sòdoma, si affollarono intorno alla casa, giovani e vecchi, tutto il popolo al completo. 5 Chiamarono Lot e gli dissero: «Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne!». 6 Lot uscì verso di loro sulla porta e, dopo aver chiuso il battente dietro di sé, 7 disse: «No, fratelli miei, non fate del male! 8 Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto». 9 Ma quelli risposero: «Tirati via! Quest’individuo è venuto qui come straniero e vuol fare il giudice! Ora faremo a te peggio che a loro!». E spingendosi violentemente contro quell’uomo, cioè contro Lot, si avvicinarono per sfondare la porta. 10 Allora dall’interno quegli uomini sporsero le mani, si trassero in casa Lot e chiusero il battente; 11 quanto agli uomini che erano alla porta della casa, essi li colpirono con un abbaglio accecante dal più piccolo al più grande, così che non riuscirono a trovare la porta. 12 Quegli uomini dissero allora a Lot: «Chi hai ancora qui? Il genero, i tuoi figli, le tue figlie e quanti hai in città, falli uscire da questo luogo. 13 Perché noi stiamo per distruggere questo luogo: il grido innalzato contro di loro davanti al Signore è grande e il Signore ci ha mandati a distruggerli». 14 Lot uscì a parlare ai suoi generi, che dovevano sposare le sue figlie, e disse: «Alzatevi, uscite da questo luogo, perché il Signore sta per distruggere la città!». Ma parve ai suoi generi che egli volesse scherzare. 15 Quando apparve l’alba, gli angeli fecero premura a Lot, dicendo: «Su, prendi tua moglie e le tue figlie che hai qui ed esci per non essere travolto nel castigo della città». 16 Lot indugiava, ma quegli uomini presero per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, per un grande atto di misericordia del Signore verso di lui; lo fecero uscire e lo condussero fuori della città. 17 Dopo averli condotti fuori, uno di loro disse: «Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti dentro la valle: fuggi sulle montagne, per non essere travolto!». 18 Ma Lot gli disse: «No, mio Signore! 19 Vedi, il tuo servo ha trovato grazia ai tuoi occhi e tu hai usato una grande misericordia verso di me salvandomi la vita, ma io non riuscirò a fuggire sul monte, senza che la sciagura mi raggiunga e io muoia. […]»
Come per Abramo (Genesi 28), anche per Lot l’ospitalità è da considerarsi come legge sacra, al contrario di ciò che hanno fatto gli abitanti di Sodoma, il cui peccato è non solo teologico, ma anche di natura sociale. Inoltre, a questo episodio biblico, che racconta anche l’arrivo dei due angeli alla dimora di Lot, si può ricollegare al mito di Filemone e Bauci (Ovidio, Metamorfosi VIII, 616-724): le due figure anziane ma pie sono gli unici a rispettare il vincolo dell’ospitalità e sono stati premiati da Giove e Mercurio con la salvezza, scesi sulla terra per porre rimedio all’empietà degli uomini.
Tacito [Historiae, V, 7]: «Non distante è la pianura, che si reputa fertile un tempo, abitata da grandi città, bruciate poi dal fulmine; parlano di residui e che la terra stessa, nel suo aspetto disseccato, non abbia più nulla da produrre. La vegetazione spontanea, infatti, o quella seminata dall’uomo, sia erba o fiore, appena sviluppata in modo consueto, annerisce, si atrofizza e si dissolve come in cenere. Da parte mia, come potrei ammettere che città in passato stupende siano bruciate per il fuoco celeste, così sono convinto che la terra venga danneggiata dalle esalazioni del lago, che l’aria del posto si corrompa e quindi imputridiscano messi e frutta, perché allo stesso modo sono malsani la terra e il cielo. Il fiume Belio scompare nel mare di Giudea e attorno alla sua foce si raccoglie una sabbia che, cotta con l’aggiunta di nitro, diventa vetro. Poco estesa è quella data spiaggia ma, per chi cava la sabbia, essa è una risorsa senza fine.»
Tacito, al contrario, descrive l’episodio del Mar Morto senza l’idea di castigo divino, ma con un’interpretazione razionalistica: a causare tale condizione ambientale sono le esalazioni del mare, che inaridiscono la vegetazione e producono solo frutti aridi.
Durante l’arco della puntata, Alberto Angela è potuto entrare in alcune tombe insieme al Direttore Scientifico del Parco Archeologico di Vulci, Carlo Casi. Insieme hanno esplorato, analizzato più di una tomba, raccontandole allo spettatore.
I reperti, di origini greche, medio-orientali e anche la collana d’ambra baltica, ritrovati dagli archeologi nelle tombe sono la testimonianza che la globalizzazione è sempre esistita. Non è un fenomeno moderno da rifiutare e denigrare.
In questa puntata di Ulisse, Alberto Angela ci ha fatto conoscere la civiltà etrusca a 360°. Ha parlato della loro lingua, dell’arte, delle loro usanze, della loro società, per quanto riusciamo a saperne, e della loro mentalità. Ad esempio, la condizione della donna etrusca era quasi modera ed era assolutamente diversa da quella romana e greca. Le donne avevano molte più libertà, tanto che i greci e i latini ne parlavano con malignità.
Per raccontare gli etruschi è necessario ripercorrere i loro passi e scoprire quelle città che esistono ancora oggi, anche se con un nome diverso: Vulci, Santa Marinella, Tarquinia, Cerveteri…
Alberto Angela nell’Abbazia di Vulci con delle collane in ambra e altri gioielli appartenenti al corredo funebre di una ragazza etrusca
È all’antico porto di Santa Marinella che abbiamo potuto scoprire che gli etruschi non si erano espansi solo su terra.
La flotta etrusca era molto temuta e anche la pirateria non era considerata un reato o un’attività disonorevole.
L’esercito, invece, era costituito dalla popolazione e le persone stesse dovevano provvedere all’equipaggiamento. Questo li ha resi capaci non solo nell’arte orafa ma anche in quella delle creazioni di armi, armature e ornamenti bellici vari.
Il tramonto sulla civiltà etrusca è arrivato da nord, coi celti, e da sud, soprattutto, coi romani. I romani in realtà hanno inglobato la popolazione etrusca e pure molti degli usi e del sapere degli etruschi. Molte cose le hanno apprese da loro, tra cui il rito su cui costruire le città, dividendole in cardi e decumani, come si divide tutt’oggi Napoli. Anche alcune parole hanno origine etrusca, tipo “satellite” o “persona”.
Nonostante si attesti il declino della civiltà etrusca intorno al I secolo a.C., viene ancora scritta la parola “fine” su questa civiltà ogni volta che un tombarolo viola una tomba. Nella puntata si è constatato che i tombaroli non hanno fatto incetta di tesori solo negli ultimi decenni, ma già molti secoli addietro.
Ogni volta che una tomba è stata o è defraudata dei tesori che custodisce, siano essi di valore o dei “semplici” vasi, si spezza il filo della storia di questi ambienti e della civiltà etrusca. Queste azioni illegali hanno impedito e impediscono di conoscere meglio una civiltà che è stata solo nostra, e il suo patrimonio, fisico o astratto, va tutelato e custodito.
Sono davvero moltissime le cose spiegate e illustrate da Alberto Angela.
Addirittura io, che ho avuto modo di visitare diversi musei etruschi e diverse necropoli, ho potuto imparare e vedere cose inedite.
Alberto Angela ha messo il suo timbro sull’argomento di una nuova puntata di Ulisse: è stata ricca di curiosità interessanti, posti bellissimi, e cose nuove da conoscere e vedere.
Ulisse – Il piacere della scoperta riparte anche con la stagione 2021 in prima serata su Rai Uno e dal 21 Aprile sono andate in onda già le puntate 1 e 2.
Argomenti Prima Puntata
Vista la sua data di “partenza”, Alberto Angela ha parlato di Roma, nel giorno del suo compleanno. Uno dei conduttori più capaci della tv di cultura – insieme al padre Piero, ovvio – ci ha portato in giro per la Capitale a scoprire la storia delle sue opere più antiche. È inevitabile raccontare questi doni del passato senza parlare anche delle persone e del contesto responsabile della nascita di tali opere.
Le ricostruzioni al computer delle opere architettoniche hanno arricchito la prima puntata. In questo modo abbiamo potuto vederle al loro antico splendore e non come delle antiche rovine.
È stupefacente il fasto che caratterizzava i vecchi edifici e le opere di Roma antica.
La parte più bella è stata la visita all’interno della Colonna Traiana. Il lavoro fatto per costruirla è stato immenso e per erigerla in quel punto è stata addirittura rimossa una collina. La Colonna Traiana si ergeva dentro il cortile di un palazzo fatto costruire sempre da Traiano. Sono proprio quelle rovine che si vedono ancora oggi, tutte intorno alla Colonna.
Guardare all’interno è un’occasione inedita e non accessibile quotidianamente per qualsiasi turista. Grazie a Alberto Angela e al team di Ulisse – il piacere della scoperta, i telespettatori hanno potuto farlo virtualmente.
Vedere Roma dalla minuscola prospettiva di quelle finestrelle è un’esperienza singolare ed è anche un’esperienza unica vedere la città dalla cima della Colonna Traiana.
Alberto Angela ha fatto a Roma il regalo più bello e romantico che si potesse fare: far innamorare tutti gli italiani di lei, il giorno del suo compleanno.
Alberto Angela ai piedi dell’Ara Pacis, Roma
Argomenti Seconda Puntata
Nella seconda puntata Alberto Angela si è spostato in Inghilterra. Come? Non in aereo, non in nave, ma grazie alla computer grafica e ai green screen. Con questo trucchetto moderno, ci ha mostrato i luoghi in cui si è svolta la vita di Enrico VIII e la sua lunga vicenda matrimoniale.
Alcune parti della puntata sono state girate dentro il Globe Theatre di Roma, con la compagnia del teatro. La puntata è stata un tributo anche a Gigi Proietti, con cui Alberto Angela ha collaborato nelle stagioni passate di Ulisse, e a cui è stato intitolato il Globe Theatre dopo la sua scomparsa, pochi mesi fa.
La prima moglie, la Regina Caterina d’Aragona, ha dovuto divorziare da Enrico VIII poiché il Re voleva un erede maschio e si era anche invaghito di Anna Bolena, che gli aveva promesso di concedersi solo quando l’avrebbe sposata. Il divorzio non è stato facile e ha portato alla scissione dalla Chiesa di Roma, e la Regina Caterina è morta pochi anni dopo.
Anna Bolena fu la prima moglie ad essere decapitata, dopo aver dato alla luce un’altra erede femmina, la futura, potente e memorabile, Regina Elisabetta I.
Jane Seymour è stata l’unica a partorire un maschio, Edoardo VI, l’erede che Enrico cercava da anni. Edoardo gli succedette, poi, alla sua morte, ma essendo già malaticcio, morì giovane, a soli 15 anni. Dodici giorni dopo aver dato alla luce il figlio, Jane Seymour muore di setticemia, causa comune per le morti di parto.
Da Anna di Clèves il Re ha divorziato perché non era bella come il cancelliere Thomas Cromwell gli aveva detto. La ragazza si è salvata ed è uscita dall’annullamento del matrimonio con molti vantaggi e la nomina di “Amatissima Sorella del Re”. Non fu lo stesso per il cancelliere, che perse la testa sotto la lama.
Subito dopo Enrico VIII sposa Catherine Howard, dama di Anna di Clèves, che viene decapitata dopo poco più di un anno di matrimonio perché la ragazza tradiva il Re.
L’ultima moglie invece, Catherine Parr, sopravvisse ad Enrico, che morì proprio durante il matrimonio con lei.
L’ultima Regina era arrivata al matrimonio col Re dopo due matrimoni di cui era rimasta vedova, e per questo fu un’ottima moglie-infermiera per Enrico VIII che soffriva di gotta e necessitava di cure frequenti alle gambe.
Il Re necessitava di tali cure poiché verso la vecchiaia era diventato obeso, dopo essere stato considerato in gioventù un bell’uomo in tutte le corti d’Europa.
La puntata ha affrontato per bene uno dei più famosi capitoli della storia, approfondendo il necessario per spiegarlo a chi sapeva solo delle tante mogli avute da Enrico VIII.
Un’altra imperdibile puntata di Ulisse – Il piacere della scoperta, che è possibile rivedere anche su RaiPlay, mentre qui sotto potete leggere il riassunto della breve stagione precedente.
“Sexify” è una serie comedy prodotta da Netflix Polonia diretta da diretta da Kalina Alabrudzińskiej e Peter Domalewski, uscita internazionalmente il 28 aprile 2021.
Ormai all’interno dei prodotti cinematografici e televisivi si nota una forte tendenza a trattare tematiche che fino a poco tempo fa erano totalmente ignorate o addirittura considerate tabù. Tra queste, di sicuro c’è l’esplorazione del sesso dal punto di vista delle donne, eterne escluse da questo argomento dal panorama cinematografico e non solo.
“Sexify” ha come punto centrale proprio questo: tre giovani adulte diverse tra loro che si troveranno a collaborare per la buona riuscita di un’applicazione sull’orgasmo femminile.
La trama
Il racconto parte da Natalia, studentessa universitaria che da tre anni non fa altro che lavorare a un’applicazione che migliori l’esperienza del sonno. Convinta che il suo progetto possa vincere un concorso importante all’università, Natalia si vede sgretolare le speranze davanti agli occhi quando il professore incaricato di scegliere il vincitore le dice che, seppur tecnicamente perfetto, il progetto non è abbastanza accattivante.
A questo punto Natalia si rende conto di dover uscire dalla sua comfort zone e studiare la cosa che più interessa alle persone della sua età: il mondo del sesso, un mondo da cui si era sempre tenuta lontana.
Intanto seguiamo le vicende di Paulina, amica di Natalia sessualmente insoddisfatta per una mancanza di comunicazione con il suo ragazzo. Quando lui le chiede di sposarla, lei accetta con riluttanza e si trova in bilico tra la voglia di sperimentare qualcosa di nuovo dal punto di vista sessuale e il senso di colpa dovuto alla sua fede cattolica.
Abbiamo poi Monika, sbattuta fuori dal suo appartamento e lasciata senza un soldo dal padre, arrabbiato per i suoi insuccessi all’università. Monika dovrà per la prima volta tentare di cavarsela da sola e dovrà vedersela con delle questioni irrisolte con il suo ex. Fra le tre, Monika è quella che vive con più spensieratezza la sua vita sessuale.
Natalia avrà bisogno di entrambe le altre ragazze per sviluppare un’app sull’orgasmo femminile, una questione tanto accattivante quanto complicata.
“Sexify” si fa spazio nel catalogo Netflix grazie a una fresca narrazione e a tre protagoniste interessanti. A volte la serie cade in cliché narrativi e situazioni un po’ forzate, ma tutto sommato è molto godibile e pone una riflessione su un argomento che non si esaurisce mai.
Tematiche da non sottovalutare
L’app da sviluppare è un pretesto per parlare di situazioni tipiche che le ragazze vivono quotidianamente e che troppo spesso sono state ignorate. Dare il giusto spazio a tematiche del genere è sicuramente indice di quanto la società stia cambiando e se “Sex Education” ha fatto da apripista, si sentiva il bisogno di una serie un po’ meno teen (questa, ricordiamo, è ambientata all’università).
Delle tre ragazze, Natalia è forse la meno riuscita: rappresenta lo stereotipo della ragazza ossessionata dallo studio e totalmente disinteressata alla vita sociale. Anche Monika ha una backstory abbastanza banale (ne abbiamo viste di ragazze ricche ma annoiate, con un ex da dimenticare) ma il personaggio è reso bene e risulta molto simpatico.
La vera star, a mio parere, è Paulina. La sua storia fa riflettere sotto molteplici punti di vista: innanzitutto viene da una famiglia cattolica e abbastanza conservatrice. Paulina quindi va in Chiesa a confessarsi più volte nel corso della serie, ma più come dovere che come scelta, specialmente perché è sempre più attratta dal grande peccato che la sua fede non può assolutamente accettare: il sesso e la masturbazione. L’idea cattolica che il sesso serva solo per la procreazione, che non si debba assolutamente praticare prima del matrimonio e che non debba avere nulla a che fare con il piacere femminile proprio non va giù a Paulina, che è nel pieno della sperimentazione in questo ambito.
Altro elemento interessante nelle vicende di Paulina è il suo fidanzato, Mariusz, che rappresenta la superficialità che alcuni uomini ancora hanno nei confronti del piacere femminile. Mariusz non è cattivo, agisce in buona fede e ama davvero Paulina, ma non concepisce il fatto che anche lei abbia dei bisogni. Non ci prova nemmeno a capirli e Paulina si vergogna a doverli dire a voce alta, persino con le sue amiche. La mancata comunicazione all’interno di una coppia è un argomento fondamentale ed è giusto che le venga dato il giusto spazio anche all’interno dei prodotti cinematografici e televisivi.
Il cast
Il cast di “Sexify” è composto completamente da attori polacchi. Aleksandra Skraba interpreta Natalia, Maria Sobocińska è Paulina mentre Sandra Drzymalska veste i panni di Monika. Nel resto del cast troviamo Zbigniew Zamachowski che interpreta Dean, Bartosz Gelner nel ruolo di Konrad, Piotr Pacek nei panni di Mariusz e Wojciech Solarz che interpreta il Dr. Krynicki.
La serie è in polacco, ma è ovviamente possibile vederla con il doppiaggio italiano su Netflix Italia.
Scopri tutte le novità di Netflix Italia con il nostro catalogo sempre aggiornato:
Nomadland è la pellicola che ha conquistato più statuette in questa edizione degli Oscar: quella più ambita per il miglior film, ma anche quelle per la migliore regia e la migliore attrice protagonista.
Scritto, diretto, co-prodotto e montato da Chloé Zhao, il film è un adattamento del libro Nomadland – Un racconto d’inchiesta della giornalista Jessica Bruder. Nomadland aveva già conquistato sia il pubblico di Venezia 2020 aggiudicandosi il Leone d’Oro sia la giuria dei Golden Globe.
Nomadland, la trama
Dopo il crollo economico di Empire (una città aziendale nel Nevada) e la scomparsa di suo marito, Fern, avendo perso l’affetto più caro della sua vita, carica tutto ciò che reputa necessario per la sua sopravvivenza nel suo furgone e si mette sulla strada. Senza una meta precisa e alla ricerca di una vita che non rispetti le regole della società tradizionale, la protagonista diventa una nomade dei nostri tempi: una “senzacasa” (houseless) e non una “senzatetto” (homeless), come specifica lei stessa. Fern esplora la sua terra, gli Stati Uniti, decidendo di fermarsi in alcuni luoghi per fare dei lavori stagionali e incontra chi, come lei, ha optato per “il rifiuto del dollaro”. Nomadland vede la partecipazione dei veri nomadi Linda May, Swankie e Bob Wells nella veste di guide e compagni di Fern nel corso del suo viaggio.
Campi lunghi, anzi lunghissimi
La regia di Chloé Zhao regala paesaggi mozzafiato, tramonti intensi immersi in una natura meravigliosa. La regista utilizza campi lunghissimi per mostrare la piccola protagonista che si muove nel deserto, nella tundra o in strada. Nelle inquadrature Fern è quasi sempre minuscola in un mondo enorme e poco popolato.
Nell’autunno del 2018, mentre giravo Nomadland a Scottsbluff, Nebraska, vicino a un campo ghiacciato di barbabietole, mi ritrovai a sfogliare Desert Solitaire di Edward Abbey, un libro che mi aveva regalato qualcuno incontrato sulla strada. Sfogliandolo incappai in questo passaggio: “Gli uomini vanno e vengono, le città nascono e muoiono, intere civiltà scompaiono; la terra resta, solo leggermente modificata. Restano la terra e la bellezza che strazia il cuore, dove non ci sono cuori da straziare… a volte penso, senz’altro in modo perverso, che l’uomo è un sogno, il pensiero un’illusione, e solo la roccia è reale. Roccia e sole.
In Nomadland Fern, la protagonista sembra un’illusione, non una donna ma l’ombra della persona che è stata. Frances McDormand sembra essere sempre isolata, smarrita in ambienti disabitati ed esteticamente dirompenti. Nell’immagine copertina scelta per questo articolo, per esempio, Fern si mimetizza totalmente con la natura: non è visibile, è quasi un fantasma. In effetti il soggetto dell’occhio documentaristico della regista e del racconto sembra essere proprio il paesaggio, più dell’essere umano.
Un deserto naturalistico ed emotivo
Nomadland è un deserto emotivo. I paesaggi con scarsità di vita e vegetazione coincidono purtroppo con le scarse sensazioni suscitate nello spettatore dalla protagonista di questa vicenda messa in scena con un linguaggio documentaristico. Il film è quasi piatto, poco coinvolgente e freddo, come la neve che Fern deve togliere dal suo van per poter riprendere il viaggio. L’interpretazione di Frances McDormand non aiuta a riscaldare, anzi concorre a raffreddare gli animi.
L’unico tepore confortante arriva dai veri nomadi Linda May, Swankie e Bob Wells.
Il voto è tre stelle su cinque.
Valeria de Bari
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
L’esordio di una giovane autrice siciliana che ci porta nel cuore di una delle aziende storiche d’Italia: la Rai.
È sempre una bella emozione ascoltare l’esperienza di un autore esordiente, in questo caso parlo della giovane Silvana Calcagno, siciliana trapiantata a Roma, che ha appena visto nascere il suo primo romanzo, intitolato Gianni Morandi è Scomparso.
Edito da GM.libri, il protagonista del libro non è Gianni Morandi (come molti di voi penseranno) ma Anita, neo-assunta in una delle aziende più famose del nostro Paese: Mamma Rai. Tra riflessioni, comicità e commozione, l’autrice ci trasporta nella vita della protagonista, che cerca di districarsi nella nuova realtà lavorativa in cui viene catapultata, aiutata anche da un potere molto speciale.
Ho avuto il piacere di fare una chiacchierata con Silvana, che mi ha raccontato qualcosa di più su quest’avventura che la vede protagonista.
La prima domanda sorge spontanea dopo la lettura del tuo romanzo: quanto c’è di autobiografico nelle pagine di Gianni Morandi è Scomparso?
Credo che scrivere comporti inevitabilmente trasporre parte di sé sulle pagine. Questo poi è il mio primo lavoro, quindi mi è venuto più semplice partire dal mio vissuto e dalle mie esperienze e romanzarle. Ci sono episodi e situazioni che ricalcano momenti vissuti in prima persona, ma c’è anche molto di inventato. In ogni caso scrivere di sé stessi può essere un processo catartico, a tratti divertente, ma anche doloroso. Scrivendo metti in qualche modo a nudo te stesso e per me, che sono una persona abbastanza riservata, è stato un bell’esercizio per liberarmi da alcune catene auto imposte.
Qual è stato il percorso che ti ha portato a scrivere Gianni Morandi è Scomparso?
Ho seguito per anni un corso di scrittura, che si è concluso con la stesura di questo romanzo. Mi ci è voluta molta fatica e impegno perché portare avanti un progetto articolato e a lungo termine può essere davvero complicato, per ragioni di tempo, di concentrazione, di ispirazione. In questo senso la scuola di scrittura è stata fondamentale perché, oltre a darmi un metodo e i feedback preziosi degli insegnanti, mi ha messo davanti a delle “scadenze”, incontro dopo incontro.
Da fan di Gianni Morandi subito mi ha incuriosito il titolo di questo tuo esordio, come ti è venuto in mente? Da cosa è scaturito?
Ho stilato una lista di possibili titoli e alla fine ho scelto quello che mi sembrava più accattivante e che, a mio avviso, poteva trasmettere il senso di avventura del romanzo, i colpi di scena, ma anche l’ironia e in parte la drammaticità delle storie.
Avresti voluto anche tu i superpoteri come la tua protagonista? Se sì proprio lo stesso oppure ti sarebbe piaciuto averne un altro in particolare?
Certo, qualunque super potere mi andrebbe bene! Basta che sia super. Anche se, come ci ha insegnato il buon Spider Man, da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Il super potere di Anita Giordano è stato funzionale alla trama del romanzo. Avendo ambientato tutto nell’arco di una giornata di lavoro, avevo bisogno di un espediente che mi permettesse di allargarmi a uno spazio e a un tempo diversi da quelli del racconto.
Credo che sia sempre emozionante vedere per la prima volta il tuo nome stampato sulla copertina di un libro. Come ti sei sentita quando te lo sei ritrovata tra le mani?
Emozionata e molto felice, ma anche un po’ spaventata, perché quello che hai scritto è ufficialmente alla mercé di tutti.
Ti faccio una domanda da un milione di dollari…Secondo te, cosa è veramente necessario per scrivere un buon libro?
Penso che la cosa più importante sia creare mondi letterari credibili, nei quali il lettore si possa immedesimare. Secondo me, oltre a grande creatività e ingegno ci dev’essere anche tanta disciplina, logica. Se penso alla saga di Harry Potter, per esempio, è costruita su un gioco a incastri meraviglioso, che solo una mente “scientifica” può partorire e orchestrare per sette lunghi romanzi. A me, poi, piacciono i libri con personaggi forti, dei quali ti innamori. Mi sono innamorata per esempio di Jake Epping, l’insegnante protagonista di 22.11.63 di Stephen King, di Ursula Buendia di Cent’anni di solitudine, di John Blackthorne lo Shogun di James Clavell.
Qualche consiglio per chi come te vorrebbe scrivere un romanzo?
Fare tanta pratica, leggere moltissimo, non arrendersi mai.
Nato a Cheronea, intorno al 50 a.C., Plutarco fu uno degli intellettuali greci che collaborò di più con l’aristocrazia romana. Dopo aver studiato ad Atene, Plutarco fece molti viaggi nel Mediterraneo e più volte a Roma, dove tenne numerose lezioni.
Come si scrivevano le biografie nel mondo antico
Nel mondo antico gli indirizzi biografici si configurarono secondo due principali scuole: la prima, a stampo alessandrino, presenta un personaggio secondo determinate categorie (un medesimo episodio può essere ripetuto in più di una categoria); la seconda, l’impostazione di carattere peripatetico, per cui la biografia, che a volte ha un valore educativo (si parla, appunto, della filosofia di Aristotele), non dovrebbe raccontare tutto del personaggio, ma cogliere quegli aspetti che ne rendano ἦθος, il carattere. In questo caso l’ἦθος è rilevante, per il biografo, nella misura in cui esso si manifesta nelle azioni concrete.
Plutarco e Le Vite Parallele
Vita di Alessandro e di Cesare
Plutarco tende a questo secondo tipo di biografia, come dice nella Vita di Alessandro:
[1,1]: «Nell’accingermi a scrivere in questo libro la vita del re Alessandro e di Cesare, dal quale Pompeo fu annientato, a causa della quantità dei fatti da narrare non permetterò altro se non riferisco ogni cosa, né uno per uno, compiutamente, ciascuno dei fatti famosi, ma riassumendo la maggior parte (degli eventi).»
[1,2]: «Non scrivo storia, infatti, ma biografie: nelle imprese più illustri non è insita, in ogni caso, una manifestazione di virtù o di vizio, ma spesso un breve fatto, un detto o una battuta dà la dimostrazione di un carattere più di (quanto non la diano) battaglie con miriadi di morti e grandi schiaramenti e assedi di città.»
Scrivere biografie non vuol dire fare storiografia: magari un dettaglio, sebbene poco significativo, è più adatto a rappresentare un personaggio rispetto, ad esempio, ad una grande battaglia. Certi piccoli racconti ci fanno capire come si comportava un determinato personaggio. Segue la famosa metafora dei pittori:
[1,3]: «Come i pittori colgono le somiglianze del volto e dell’espressione dello sguardo attraverso le quali si svela il carattere, e si preoccupano in misura minore degli altri dettagli, così a noi sia concesso di penetrare maggiormente nei segni dell’anima e attraverso questi rappresentare la vita di ognuno, lasciando agli altri le grandi imprese e le lotte.»
L’ἦθος si recupera, quindi, da tanti piccoli dettagli.
Plutarco, però, presenta le Vite in modo parallelo: cerca una collaborazione con Roma di carattere politico e culturale per salvare il senso della cultura greca, facendo capire che, nonostante le distanze politiche e geografiche, certi valori greci passano anche a Roma. Plutarco confronta, dunque, i personaggi greci e latini, compiendo un confronto (σύγκρισις) per far capire come ciò che di valido c’è nel mondo greco deve rimanere a Roma.
Tuttavia, collaborare con Roma non vuol dire cortigianeria, ma cercare di salvare il salvabile di fronte ad una potenza, ossia Roma, che ormai domina incontrastata sul Mediterraneo. Inoltre, il rapporto tra cultura greca e potere romano era stato vissuto non solo (ovviamente!) da Polibio, ma anche da Luciano: quest’ultimo, infatti, nell’opera Sugli stipendiati, in modo critico parla della condizione umiliante di un intellettuale che, per mantenersi, deve soggiacere ad un romano potente, che lo paga come precettore, ma che spesso, però, si rivela ignorante.
Plutarco, nelle Vite Parallele, cerca di cogliere quel senso pratico che si respira a Roma, ma tenta anche di rendere interessante, agli occhi dei Romani, la vita dei personaggi greci: è per questo che solitamente la scena di morte, le “ultime parole famose” di un personaggio, si caricano di πάθος, che sarà di ispirazione sia per Shakespeare che per Alfieri.
Vita di Antonio (Cleopatra)
A volte, Plutarco decide di presentare in modo negativo alcuni personaggi: in questo caso, la scelta di Antonio è ovvia, poichè è dovuta all’influenza romana e a tutta la campagna politica di Ottaviano contro Antonio; è quindi considerato nemico per definizione dai romani, poiché tentò di portare il potere di Roma in Oriente.
Per questo motivo, Antonio viene rappresentato come un soldato rozzo e incline ai vizi; naturalmente non resiste al fascino di Cleopatra, quel “Fatale Monstrum” di cui già parlava Orazio:
Vita di Antonio [25-1,3; 26-2,3,4; 27-1,2,3,4; 29-1,2,3,4]: «Se tale era il temperamento di Antonio, gli sopravenne, come male conclusivo, l’amore per Cleopatria, che svegliò e portò al delirio molte passioni ancora latenti e sopite nel suo animo; e se qualche favilla di bene e possibilità di salvezza ancora resisteva, la estinse e distrusse completamente. Questo il modo come ne fu preso. […]
Ella si lasciò persuadere da Dellio. Giudicando in base a ciò ch’era successo prima tra lei e Cesare, e tra lei e Gneo figlio di Pompeo, grazie alla sua bellezza, sperò di ridurre facilmente Antonio ai suoi piedi. Quei due grandi personaggi l’avevano conosciuta quando era ancora una bambina, inesperta del mondo; invece ora avrebbe avvicinato Antonio nell’età in cui più sfolgora la bellezza delle donne e più acuta è la loro accortezza. […]
Essa era sdraiata sotto un baldacchino trapunto d’oro, acconciata come le Afroditi che si vedono nei quadri, e una frotta di schiavetti, somiglianti agli Amori dipinti ritti a due lati le facevano vento. […]
Gli abitanti l’accompagnarono fin dalla foce, risalendo il fiume sulle due sponde, oppure scesero dalla città per assistere al suo passaggio. Antonio, seduto sul tribunale, rimase solo nella piazza, tanta fu la folla che uscì incontro alla regina; e fra tutta quella gente corse la voce, che Afrodite veniva in tripudio a unirsi a Dioniso per il bene dell’Asia. Antonio mandò a invitarla a pranzo; ma ella gli chiese di venire lui da lei. Antonio desiderò subito dimostrarle la sua accondiscendenza e grande cordialità. […]
Il giorno dopo Antonio la intrattenne a pranzo a sua volta, e ambì di superarla in splendore ed eleganza; ma fu lasciato ben indietro e superato proprio nell’uno e nell’altra, e fu lui il primo a scherzare della miseria e rustichezza dei suoi apparati. Cleopatra notò che gli scherzi di Antonio erano molti volgari e degni veramente di un soldato; quindi adottò tosto anche lei verso di lui gli stessi modi, esprimendosi senza controlli e arditamente. A quanto dicono, la sua bellezza non era in sé e per sé del tutto incomparabile, né tale da colpire chi solo la guardava; ma la sua conversazione aveva un fascino irresistibile; e da un lato il suo aspetto, insieme alla seduzione della parola, dall’altro il carattere, che pervadeva in modo inspiegabile ogni suo atto quando s’incontrava col prossimo, costituivano un pungiglione, che si affondava nel cuore. Dolce era il suono della sua voce quando parlava; […]
Si racconta che conosceva le lingue di molti altri popoli ancora, a differenza dei re suoi predecessori, i quali non ebbero neppure la pazienza di apprendere l’egizia, e alcuni abbandonarono anche la macedone. […]
Giocava a dadi con lui, beveva con lui, cacciava con lui, assisteva ai suoi esercizi militari; di notte, quando egli si divertiva a fermarsi alle porte e finestre del popolino e sbeffeggiava quelli che stavano dentro, lo accompagnava in questi vagabondaggi inquieti, travestita da fanticella, poiché Antonio cercava di andarci camuffato. […]
Dicevano soddisfatti che Antonio metteva la maschera tragica quando trattava con i Romani e la comica quando trattava con loro. […]
Cleopatra s’accorse subito dell’inganno ma finse di meravigliarsi dell’abilità del pescatore; ne parlò agli amici e li invitò per il giorno seguente ad assistere anche loro alla pesca. Molti scesero nelle barche. Antonio calò la lenza. Allora Cleopatra comandò a uno dei suoi servi di prevenire i pescatori di Antonio, e, nuotando fino al suo amo, di infilzarvi un pesce affumicato del Ponto. Antonio credette di aver preso qualcosa e tirò su. Scoppiò una risata generale, si può immaginare, e Cleopatra disse: “Mio gran capitano, lascia a noi, pescatori di Faro e Canopo, la canna: tu sei cacciatore di città, regni e continenti”.»
Il ritratto delineato qui di Cleopatra è di una donna astuta, che si serve della sua capacità psicologica per immedesimarsi nella mentalità della “preda”: gioca infatti a dadi, si comporta come un soldataccio, nonostante sia una donna raffinata e colta.
Con le sue opere Elisa D’Urbano indaga le conseguenze dello sbilanciato rapporto tra Uomo e Natura, unendo in pittura tecniche classiche a soluzioni artificiali
Creare e lavorare l’immagine attraverso diverse tecniche, così da farne esplodere i più diversi significati: questo è ciò che fa l’artista Elisa D’Urbano. Nata a Tivoli, formatasi presso RUFA – Rome University of Fine Arts e attualmente sospesa tra l’Italia e il Marocco. È proprio a Tangeri che la sua poetica viene colpita da quel sole che rende tutto incandescente, schiudendosi a forme, corpi e colori fino ad allora per lei inediti.
Sospesa sopra il Mediterraneo, in bilico tra un Occidente che pare sempre sul punto di accartocciarsi su se stesso e un continente sacrificato alle altre potenze ma ancora capace di meravigliarsi, la D’Urbano ha iniziato a interrogarsi sui concetti di Antropocene e Chthulucene, traducendo in arte le sue conclusioni.
Cosa si intende per “Antropocene” e “Chthulucene”
Coniato dal premio Nobel per la chimica atmosferica Paul J. Crutzen, il termine Antropocene indica l’era geologica attuale: pesantemente condizionata nelle sue caratteristiche chimiche, fisiche e biologiche dall’azione umana. In particolare gli effetti delle concentrazioni di CO2 e CH4 nell’atmosfera. Un’enunciazione che viene corretta e ampliata dalla filosofa Donna Haraway, professoressa emerita all’Università di Santa Cruz in California, che ritiene più giusto parlare di “Chthulucene”: il nostro è un pianeta caratterizzato da legami sotterranei, fatti di virus, animali e piante sconosciute, isole remote e vulcani attivi. Forze meno visibili, eppure fondamentali, che i greci – da qui l’origine della definizione – indicherebbero come “ctonie”. La scommessa della Haraway è trovare un linguaggio che metta in comunicazione tutte le specie che abitano questo spazio finito, umana compresa, così fa poter partecipare più armonicamente a quel principio per cui nulla si crea o si distrugge ma tutto si trasforma.
Il vaso di Pandora – Oil on canvas, 70×110 cm – 2020
Naturale e artificiale si traducono in opera
Cosa accade se a questo scenario naturale si aggiunge quanto di più distante, cioè l’artificiale? È possibile far convivere insieme ciò che è dato con ciò che si costruisce? E quali sono le conseguenze di questa commistione? Queste sono alcune delle domande a cui Elisa D’Urbano vuol dare voce con i suoi lavori più recenti. Non a caso unendo spray e pittura acrilici con la più classica a olio. Bozzetti nati da fotografie personalmente realizzate, ma anche scansioni dei propri disegni, collage, render fanno sì che su uno sfondo, solitamente astratto, stando alle parole dell’autrice «accada qualcosa». I colori sono spesso acidi e brillanti, con la precisa volontà di suggerire contrasti e atmosfere sature. Ma c’è spazio anche per dimensioni inconsce favorite da una scelta cromatica più scura e ambientazioni in penombra.
Natura morta #1 – Mixed media on transparent acetate, 42x52cm – 2020 Natura morta #2 – Mixed media on transparent acetate, 42x52cm – 2020 Natura morta #3 – Mixed media on transparent acetate, 42x52cm – 2020 Natura morta #4 – Mixed media on transparent acetate, 42x52cm – 2020
La pittura di Elisa D’Urbano nelle sue parole
«Mi influenzano e attraggono, lasciandomi in lunghi stati confusionali e riflessivi, temi come il rapporto tra naturale e artificiale, l’assottigliarsi del limite tra organico e inorganico, lo sfumare il confine tra fisico e virtuale. Questo mi porta a mischiare alla pittura elementi che modello con programmi 3D, che ricreo pittoricamente o stampo direttamente sulla tela. La pittura è un entrare nella materia, modellando la mia idea e visione originaria attraverso l’imprevedibilità del colore a olio. I render di oggetti 3D sono per me emblema del processo industriale, culturale e informatico che permea e ha reso possibile l’epoca in cui viviamo. Sono un link al concetto di artificiale, virtuale e tecnologico. Mi interessa esplorare l’idea della genesi di nuove forme di vita ibride, mutate dall’intervento dell’Uomo e tenere aperta la discussione sul suo ruolo all’interno del pianeta ma anche dell’universo».
Changing life #1 – Oil on digital printed canvas, 60×90 cm – 2021 Changing life #2 – Oil on digital printed canvas, 60×90 cm – 2021
Tutto ciò è perfettamente riassunto nelle serie che hanno come soggetto principale i fiori, forti di una seducente convivenza tra le naturali forme floreali quasi parassitate dall’oggetto frutto d’artificio grafico. Ma potrebbe anche essere il contrario, perché la Natura vince sempre: persino, nonostante a molti questo pensiero dia i brividi, sulla vita come oggi la conosciamo.
Cristian Pandolfino
Foto in evidenza: Changing life #2 (Particolare) – Oil on digital printed canvas, 60×90 cm – 2021
Che dire, The Handmaid’s Tale è forse la serie tv migliore degli ultimi anni e forse anche quella meno considerata in Italia. Basti pensare che per vederla serve Tim Vision, e che Amazon Prime e Netflix non ci pensano proprio a inserirla nel loro palinsesto. Quello che è certo è che non è una serie per tutti, anche se dovrebbe diventarlo, specialmente nelle scuole. Troppo crudo come contenuto? Non credo che la vita sia meno cruda, visto che violenze simili sono perpetrate anche nel nostro mondo.
Indice
Novità nel cast e alla regia
La quarta stagione arriva in ritardo – il 29 aprile 2021 – causa Covid-19 e apre lo stomaco dei famelici fan con tre succulenti episodi in cui Elisabeth Moss, aka June, ora è sul set anche in veste di regista. Tre episodi che sono tre gioielli, bisogna dirlo, anche grazie alle nuove entrate nel cast. Ho notato e riconosciuto subito la talentuosa e giovanissima McKenna Grace (Annabelle 3, Amityville – Il Risveglio), che arriva in scena con la sua elegante malinconia nei panni della sposa bambina di uno dei comandanti.
Ed ecco che Il Racconto dell’Ancella torna a giocare con la distopia per mettere in scena i drammi del nostro secolo, quelli che continuiamo a guardare con distacco, quelli che non appartengono all’Occidente.
Commenti ai primi tre episodi della Quarta Stagione
Ma torniamo a fatti ed eventi. Nella lotta contro Gilead, le ancelle capitanate da June ormai sono un esercito ben allineato e determinato a fare la differenza, ad ogni costo. E il costo inizia a diventare davvero salato, se anche i bambini restituiti alle loro famiglie grazie all’eroico gesto di June, chiosa della precedente stagione, lamentano di essere stati strappati via dalle loro famiglie.
Il finale della terza stagione non era un lieto fine
C’è da chiedersi, quindi, mentre si lotta per l’ideale con matura coscienza, come si riuscirà a fare contenti tutti. Questa è la forza della serie: portare alla luce tutti i punti di vista e sottolineare come ogni approccio non sia mai perfetto. I bambini a Gilead sono visti come prigionieri dalle ancelle e dal mondo libero, ma il loro punto di vista è piuttosto differente.
Strappati alle loro famiglie da piccolissimi, sono ormai cresciuti affezionandosi a quel mondo autoritario, che magari è l’unico che ricordano. Le memorie della loro vita precedente sono svanite nel cestino di coscienze troppo giovani ma soprattutto ancora vittime dell’ideale altrui, rimbalzate da una parte all’altra. Quindi il gesto di June, idolatrato dal mondo libero, non ha preso in considerazione tutte le facce della medaglia.
Parlando ancora di bambini, la gravidanza di Serena resta un mistero. E se il signor Waterford non fosse sterile come si vociferava, di chi è la figlia di June? I primi tre episodi ci lasciano col fiato sospeso in un universo cadenzato da nascite e morti.
Un finale vicino nella quinta stagione?
È quasi impossibile non pensare che arriverà presto il momento in cui June dovrà fare i conti con sua figlia Hannah: si ricorderà ancora della sua vita precedente o vorrà restare a Gilead? Non dimentichiamo che quella di June è la lotta di una donna sì, ma prima di tutto di una madre a cui sono state strappate due figlie. Quindi non mi aspetto una risoluzione che non comprenda questo momento di confronto tra madre e figlia. Un confronto che, con queste premesse, non ci lascia ben sperare, ma che immaginiamo potrà arrivare solo nella quinta stagione, visto che Hulu ha già firmato per proseguire la serie.
La spiegazione impossibile
D’altra parte, la ridefinizione del concetto di famiglia e affetti è alla base della serie: tutti si trovano a vivere esperienze terrificanti con nuovi compagni di viaggio. Pensiamo alla sorellanza delle ancelle, pensiamo all’amore di Nick e June. Cosa ne è del mondo prima di Gilead? Pensiamo ancora a Luke, che cresce la figlia di sua moglie, frutto dell’amore per un altro uomo. Tutto viene ridimensionato, tutto assume un altro significato, al cospetto della regina, l’unica che davvero non può essere dimenticata. La libertà. June è portatrice di questo concetto, e da editor di una casa editrice si è trasformata in una sorta di Rambo: conta solo la missione. Salvare i bambini, salvare Hannah.
Ed è per questo forse che The Handmaid’s Tale fa paura a molte persone: lo stupro è solo un pretesto, le scene crude sono solo da repertorio. Il dono di questa serie tv è quella di alzare molti veli che ancora oggi la nostra società non è pronta ad alzare. Siamo pronti a guardare in faccia il vero frutto della prevaricazione?
Alessia Pizzi
Trailer della quarta stagione
Date di uscita dei 10 episodi della quarta stagione
Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Cast principale: Owen Wilson, Rachel McAdams, Kathy Bates, Marion Cotillard, Tom Hiddleston, Adrien Brody, Carla Bruni, Michael Sheen
Genere: Commedia
Produzione: Usa, Spagna
Anno: 2011
Non si può scegliere se Parigi sia più bella di notte o di giorno, ti posso dare un argomento che mette ko sia l’una che l’altra ipotesi. Sai a volte mi chiedo come qualcuno possa realizzare un libro, un dipinto, una sinfonia o una scultura che competa con una grande città
Una Parigi sognante, divisa tra passato e presente: questo è Midnight in Paris, film del 2011 che si è aggiunto alla lunga lista dei lavori di Woody Allen e, forse, uno dei meno cervellotici.
In Midnight in Paris il regista mostra come i personaggi della storia, Hemingway, F.Scott Fitzgerald e tanti altri siano molto simili a chi vive nel presente (all’epoca parliamo del 2011). Il periodo di tempo in cui vivono è diverso, ma i pensieri e i sentimenti delle persone sono gli stessi.
La location che fa da sfondo a tutta la sognante storia è Parigi, meravigliosa, nostalgica e romantica.
Il viaggio nel tempo di Gil Pender
Owen Wilson è il protagonista di questo film, che secondo la sottoscritta risulta molto azzeccato, divertente e calato perfettamente nella parte di Gil Pender, uno sceneggiatore di Hollywood ma creativamente insoddisfatto. Gil è in vacanza a Parigi con la sua fidanzata materialista, Inez, e i suoi ricchi genitori conservatori.
Gil sta lottando per finire il suo primo romanzo, incentrato su un ragazzo che lavora in un negozio vintage. Inez liquida il suo romanzo come un romantico sogno ad occhi aperti e lo esorta a rimanere fedele al lavoro di sceneggiatura, molto più remunerativo.
Lo scrittore, inoltre, vorrebbe trasferirsi a Parigi, luogo creativo e di grande ispirazione per lui, ma la fidanzata è convinta di voler vivere a Malibu.
Il vero divertimento di Midnight in Paris inizia quando Gil, ubriaco dopo una notte di degustazione di vini con Inez e il suo amico pseudo-intellettuale, Paul, decide di camminare per le strade di Parigi per tornare in hotel. A mezzanotte, un’auto degli anni ’20 si ferma accanto a lui e i passeggeri, vestiti con abiti anni ’20, lo invitano ad andare con loro.
Gil, e tutti noi insieme a lui, viene trasportato nella Parigi dei ruggenti anni ’20, dove incontra artisti del calibro di Cole Porter, Zelda e F.Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, Salvador Dalì, Pablo Picasso, Paul Gaugin, Henri Matisse e Gertrude Stein, tra gli altri.
Un fantastico mix di arte, cultura e romanticismo, in cui Gil si ritrova catapultato e che, nonostante capisca sia un fatto davvero surreale, lo incita a continuare il suo romanzo.
Una riflessione sulla vita e sull’importanza del passato
Grazie a questo suo fantastico viaggio nel passato, Gil scopre che ogni generazione tende a guardare con desiderio al passato come a una “età dell’oro”.
Questo lo porta a fare una riflessione sulla sua vita, rendendosi conto che dovrebbe trovare ricchezza nel suo presente piuttosto che desiderarla in un tempo passato. Ma la cosa più importante che realizza è che, nonostante il grande rischio, buttarsi in una nuova avventura può essere più gratificante che restare ancorati alla propria routine.
Woody Allen, inoltre, rende onore a Parigi, facendo rivivere il suo passato imprimendo nelle sue strade e nelle sue piazze tutto ciò che è successo negli anni d’oro, facendo si che niente scompaia mai.
I personaggi di Midnight in Paris
Il vero divertimento del film di Woody Allen è vedere come il regista è riuscito a caratterizzare i suoi personaggi, esibendo una sfilata di nomi realmente esistiti interpretati da grandi attori.
Le scene in cui Gil frequenta le leggende del passato sono decisamente divertenti, e talvolta toccanti. Woody Allen fa nascere un flirt tra Gil e la bella Adriana (la squisita Marion Cotillard), un’amante di Picasso e Braque, che vorrebbe vivere nella Belle Époque.
Ernest Hemingway è interpretato da Corey Stoll, con il suo machismo troppo sviluppato, parla proprio come un personaggio di Hemingway o, più precisamente, una parodia di un personaggio di Hemingway.
Adrien Brody è invece Salvador Dalí, che annuncia ripetutamente il proprio nome con un gesto regale, è una meravigliosa caricatura di un genio “poseur”.
Infine, Kathy Bates è proprio come Gertrude Stein, professionale e materna come tutti si immaginano che fosse.
Midnight in Paris: una lettera d’amore a Parigi
Midnight in Paris si rivela, in sostanza, una vera e propria lettera d’amore del regista a Parigi.
Il film è come un grande abbraccio che avvolge tutto, da Place de la Concorde a Montmartre, il Palazzo di Versailles, il Sacre-Coeur e gli Champs-Elysees. In effetti, l’inizio del film vedere muoversi la macchina da presa per la città e riesce a catturare la sua grande architettura e le persone che la abitano proprio come se fosse una cartolina in movimento.
Woody Allen mette a nudo la sua anima attraverso gli uomini e le donne della vita reale che idolatra, in un film che trasuda elegantemente sentimentalismo, senza essere pesante né troppo sdolcinato, ma cinico al punto giusto come da tradizione.
Midnight In Paris è un’affettuosa creazione di un sognatore che vuole disperatamente incontrare le proprie influenti icone del passato vissute in una città che non ha eguali.
Per questi novanta minuti, lo scrittore-regista nato a New York e autore di tanti ritratti amorevoli della sua città natale, ha trovato un secondo amore. Un amore che ricrea con bellezza, umorismo e senso di speranza.
https://youtu.be/FAfR8omt-CY
Tre motivi per vedere il film
Se volete sognare, in una Parigi che non avete mai visto
Un’occasione unica per vedere insieme un grande cast
Scoprire un Woody Allen diverso dal solito (ma non troppo)
Quando vedere il film
Una sera, se siete indecisi su cosa vedere, regalatevi un’ora e mezza di svago e di riflessione, ma senza appesantirvi troppo.
Ilaria Scognamiglio
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Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive ragazze dappertutto. In mezzo ci sono le ragazze e i ragazzi Dark Academia, sospesi tra il romantico e il gotico, tra l’amore per lo studio e il lato oscuro: sono gli studenti appassionati di cultura antica ma affascinati anche dalla decadenza e dalla magia.
L’estetica Dark Academia riprende le uniformi scolastiche e gli outfit liceali e universitari degli anni ’30. I riferimenti sono Oxford e Cambridge, le due più prestigiose università inglesi, gli atleti della Ivy League e le confraternite.
Il dark academic nel suo guardaroba ha giacconi delle squadre universitarie, camicie bianco freddo, cardigan, gonne corte a quadri, tartan; i suoi colori di riferimento sono il nero, il bianco, il marrone, il verde bosco, il rosso intenso. Nella sua libreria ha Dostoevskij, Jane Austen e i classici della letteratura antica, perché l’amore per la conoscenza è il vero faro dei dark academic.
Questa sottocultura, esplosa su Tik Tok durante la pandemia, vuole puntare l’attenzione sul piacere della conoscenza, della cultura, proprio nel momento in cui le scuole sono chiuse e gli studenti sono chiamati a trovare nuove motivazioni interiori per appassionarsi allo studio. Soprattutto, è un modo per mettere a frutto la solitudine imposta: qualche candela, un’atmosfera cozy, un buon libro, una finestra sul verde e un tè: questo il microcosmo del Dark Academic.
Vi ricordate Piramide di paura? O il meraviglioso L’attimo fuggente con la Dead Poets Society? Più recentemente, le location e gli outfit della serie tv Le terrificanti avventure di Sabrinasono un perfetto esempio di questo trend, così come alcuni personaggi di Fate: The Winx Saga, la nuova serie tv di Netflix. Aggiungo anche le atmosfere di Harry Potter, soprattutto gli episodi più dark della saga.
Ecco le mie ispirazioni: la torbida Beatrix di Fate-The Winx saga e le Sorelle Sinistre di Sabrina. Per una primavera spensierata ma non troppo!
As it was: questo è il titolo del docufilm, disponibile su Amazon Prime, che racconta la discesa agli inferi e la rinascita di un personaggio discusso come Liam Gallagher.
Il racconto riprende da dove si era interrotto Supersonic (documentario del 2016); parte infatti dalla separazione dei fratelli Gallagher, a Parigi, durante il tour tossico degli Oasis del 2009. Liam ne esce distrutto e a proposito della rottura voluta da suo fratello commenta:
Avevo la sensazione che avesse cagato sui miei sogni. Era come dire: “Mi porto a casa la palla e tutti voi andate a farvi fottere!”. E questo non dovrebbe succedere. Non si fa così in una famiglia. […]
As It Was segue Liam attraverso un difficile periodo di transizione, in una parabola che prevede prima una fase di caduta del protagonista e, poi, una risalita dopo aver toccato il fondo. Dopo la decisione di Noel di sciogliere gli Oasis, Liam deciderà di lanciarsi subito in un nuovo progetto musicale fondando una nuova band senza elaborare il lutto: i Beady Eye. Il primo album però sarà un totale fiasco e il gruppo si scioglierà.
È stato un fottuto inferno. È stata la prima volta in venti anni che mi ritrovavo senza una band. […]La bolla era scoppiata e mi ero ritrovato nella fottuta realtà.
La prima parte del documentario descrive anche il fallimento di altri progetti vicini al cuore del cantante: la linea di moda Pretty Green e lo scioglimento del suo matrimonio con Nicole Appleton.
Un uomo fino ad allora considerato un Dio del rock si trova improvvisamente a porsi una domanda da comune mortale: cos’altro potrà succedergli?
Ma Liam, dopo aver toccato il fondo, saprà trovare una strada per rialzare la testa. Inizia a scrivere canzoni e trova una fedele alleata in Debbie Gwyther, che è contemporaneamente sua manager e compagna di vita.
Mi piace fare musica […] Non voglio fare l’astronauta o il palombaro, né vendere fiori. Voglio solo cantare il caro, vecchio rock and roll. E se non lo faccio vado completamente fuori di testa.
Liam raggiungerà quindi non solo il successo musicale (nel docufilm, tra gli altri concerti, assistiamo anche a quello di Glastonbury) ma soprattutto una grande maturità sociale, relazionale e psicologica.
La spavalderia carismatica del cantante rimane evidente, ma in questo ritratto disarmante dell’ex cantante degli Oasis emerge anche un’umiltà inedita.
Sua madre, Peggy Gallagher, lo descrive così:
Gli è tornato il sorriso quando ha ripreso ad andare in studio a registrare. Credo che questo lo abbia aiutato a riprendersi. Liam è Liam. È così come si mostra. Liam è così come lo vedete. È rimasto lo stesso. Torna sempre a casa e strilla e urla quando vuole ma poi fa il the per tutti.
Dopo aver scoperto questo nuovo volto di Liam la domanda che si pone lo spettatore sui titoli di coda è: questa storia finisce realmente qui? I due fratelli torneranno a fare musica insieme? Gli Oasis si riuniranno?
Al momento in cui è stato prodotto As it was Noel e Liam non si parlano da anni: da quel famoso concerto di Parigi non hanno più ricucito il loro rapporto e Liam parla di suo fratello in questi termini:
È diventato uno stronzo colossale. Io sono uno stronzo ma non colossale. […] Gli ho pisciato sullo stereo e credo che sia iniziato tutto quel giorno. Mamma andava al lavoro e noi fumavamo erba e ascoltavamo musica. Quando lei tornava ci tuffavamo dalle fottute finestre. […] È interessante. La vita è magica se ci pensi. Questa cameretta, io e lui, lui lì e io qui … E poi su un cazzo di palco! Non mi meraviglia che ci odiamo tanto, perché è come una fottuta gabbia.
Ma, come osserva Debbie Gwyther, Liam parlerebbe di Noel utilizzando queste parole dure solo perché sente la sua terribile mancanza.
As it was è stato girato nel 2019. Oggi, due anni dopo, sappiamo che Liam e NoelGallagher sono tornati insieme, ma non per la reunion degli Oasis bensì per fondare una società di produzione cinematografica, la Kosmic Kyte Ltd. Secondo il Sun questo “terzo atto” quindi ci sarà. La casa di produzione, infatti, si occuperà della realizzazione di un film biografico sugli Oasis, un progetto sulla falsariga dei successi di Bohemian Rhapsody e Rocketman.
Noi non possiamo che rimanere a guardare in trepidante attesa.
Valeria de Bari
Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Sortilegi è il nuovo romanzo di Bianca Pitzorno e pubblicato da Bompiani; al centro delle vicende ci sono personaggi che, ambientati nel Seicento Italiano, sono unici nel loro genere, rifiutano di adeguarsi alle norme sociali dell’epoca.
Il tratto, però, più interessante di tutti questi fatti è che ad essere al centro dell’attenzione non sono supereroi, capi di stato o studiosi la cui genialità non è ancora compresa del tutto, ma persone comuni, tormentate dalla Sorte.
Pitzorno, attraverso queste storie, è in grado di farci capire l’immenso potere della parola e del prodotto della mente umana; verranno messe in gioco non solo la superstizione e la tendenza a “trovare un capro espiatorio“, tipiche di ogni epoca, ma anche dinamiche familiari e una forte attenzione alla mentalità del volgo.
Sonno; Podere di Ca’ del Noce, settembre 1631 – il prezzo dell’indipendenza in Sortilegi
«Volevo raccontare di una infanzia deprivata e indifesa come quella di Caterina, anche se non vissuta in solitudine. La storia di un orfano come ne circolavano a migliaia nelle campagne italiane (e non solo) negli anni di carestia, di peste, di guerra. La metafora fiabesca di Pollicino, sperduto volontariamente nel bosco dai genitori che non avevano abbastanza da nutrirlo, oppure di Hänsel e Gretel. Archetipi di una realtà crudele, non fantasie.»
Bianca Pitzorno
Il libro Sortilegi si apre con la bambina, Caterina, la più piccola e bella della famiglia, che torna a casa (Podere di Ca’ del Noce), mentre nota che i suoi cari sono presi da un “gran sonno”.
La madre, appena vede la figlia, che era uscita illesa l’anno precedente dal contagio, le ordina di fare il cestino ed andare dalla vecchia Gostanza a vivere e di non tornare mai più a casa; i suoi cari infatti, dice la madre, andranno “In un bel posto. Dove c’è la Vergine Maria”.
Una volta giunta a casa di Gostanza, la bambina non trova nessuno. La donna è morta poco tempo prima, la bambina lo intuisce la mattina del terzo giorno e decide di tornare al Podere dei suoi. Arrivata lì, capisce di essere rimasta sola.
Questo la porterà a crescere da sola, ponendosi subito in antitesi con la comunità che abita lì vicino. Il tema dell’alterità del suo stile di vita, completamente autonomo ed indipendente, si intreccerà con i pregiudizi dell’epoca riguardo le donne dotate di “eccessiva” libertà, che hanno, agli occhi del volgo, un aspetto decisamente sinistro…
Il sapere femminile e la “colpa” di essere bellissima saranno fatali per la giovane donna. Leggete Sortilegi per vedere l’esito di quest’ostilità nei suoi confronti!
Fame; Albieri 1627-1631 – la seconda vicenda di Sortilegi
Nel primo anno della grande carestia, la moglie è morta di parto, lasciando il fabbro con i due figli Lorenzo, il maggiore, e Ippolito, il minore. Il padre si risposa con una giovane vedova, che portava con sé un bebè; la nuova donna si rivela tirannica ed odiosa verso i figliastri e, alla morte del padre, riesce a convincere, grazie al potere delle sue parole, lo scrivano ad affidare a lei tutta l’eredità della fucina del marito, non lasciando nulla ai figli dello sposo.
Avendo, però, paura che la gente mormori sulla sua cattiveria (anche qui il potere delle parole), decide di attuare un piano per sbarazzarsi dei figliastri: simula di voler andare a trovare un loro parente, ma, una volta giunti in un posto remoto, abbandona i due giovani, tornando a casa.
I ragazzi riescono a trovare l’aiuto di un frate eremita, che, venuto a conoscenza della situazione, consiglia a Lorenzo di andare al Bargello per chiedere giustizia al Padre degli Orfani, che li aiuterà ad avere indietro ciò che spetta loro dell’eredità paterna e ad essere affidati a gente migliore. Ippolito, purtroppo, muore, data la tenera età, per la mancanza di cibo e di forze.
Infine, come se fosse stata davvero la vendetta voluta dalla madre defunta per il maltrattamento dei suoi figli, la matrigna di Lorenzo ed Ippolito si sveglia il giorno successivo con i segni del morbo.
Maledizione o Il potere delle parole
«Pensando che nella vita la neonata avrebbe dovuto affrontare e vincere moltissime difficoltà, la chiamò per buon auspicio Vittoria. Quanto al cognome, ispirato dalla liturgia del giorno e dalle belle composizioni di foglie che le devote avevano intrecciato per ornare la chiesa, le dette quello di Palmas. Era un uomo di Dio, non un pagano, ma sapeva che le parole hanno il loro potere. Nomen est omen dicevano gli antichi, e con quell’augurio la trovatella mosse i primi passi nella vita.»
Così troviamo scritto nella prima pagina della storia di Vittoria. Nessuna parte del libro è più emblematica dell’importanza delle parole, tant’è vero che il titolo originario era Il potere delle parole: la scelta del nome della protagonista come auspicio per il suo futuro; la decisione di chiamare “Signora” l’antagonista, per far capire come quest’ultima non sia degna nemmeno di avere un nome; la maledizione stessa e le parole con cui essa viene scritta sono l’elemento più marcato per individuare il potere che la conoscenza e alfabetizzazione hanno.
Profumo
Nell’ultima parte del romanzo, Profumo, un cibo particolare diventa importante spunto narrattivo… a voi la lettura!
Come abbiamo già visto con Plutarco, il genere letterario della biografia poteva essere a stampo peripatetico oppure alessandrino. A portare avanti questo secondo tipo di biografia sarebbe stato proprio Svetonio, scrittore latino di modeste condizioni (la famiglia apparteneva all’ordine equestre).
Già da giovane era entrato a svolgere un ruolo importante nella corte imperiale: fu, infatti, procuratore a studis (archivio imperiale), a bibliothecis (direttore delle biblioteche pubbliche romane) e ab epistulis (sovrintendente alla corrispondenza imperiale); questo gli consentì di venire a conoscenza delle voci di corridoio che circolavano sugli imperatori all’interno della corte.
Il gusto per il pettegolezzo
L’interesse per lo scandalo e il pettegolezzo ben si intrecciavano con lo stile alessandrino: a prevalere, infatti, non è l’ordine cronologico degli eventi, ma l’analisi incentrata sugli aspetti più interessanti e stravaganti della vita privata di un personaggio. Questo stile, che era stato creato nel mondo greco per illustrare le figure degli uomini di cultura, giunse nel mondo latino: la storiografia, di origine senatoria, non era più adatta a descrivere questa nuova forma di potere molto più individualistica, che era quella dell’imperatore.
Il genere della biografia era, inoltre, molto più adatto ad una narrazione che ha molto del “romanzesco” rispetto alla storiografia; un esempio può essere fornito dal ritratto di Caligola:
De vita Caesarum [Caligola; 50]: «Caligola aveva la statura alta, il colore livido, il corpo mal proporzionato, il collo e le gambe estremamente gracili, gli occhi infossati e le tempie scavate, la fronte larga e torva, i capelli radi e mancanti alla sommità della testa, il resto del corpo villoso. Per queste ragioni, quando passava, era un delitto, punibile con la morte, guardarlo da lontano o dall’alto o semplicemente pronunciare, per un motivo qualsiasi, la parola capre. Quanto al volto, per natura orribile e ripugnante, si sforzava di renderlo ancora più brutto studiando davanti allo specchio tutti gli atteggiamenti della fisionomia capaci di ispirare terrore e paura. La sua salute non fu ben equilibrata né fisicamente né psichicamente. Soggetto ad attacchi di epilessia durante la sua infanzia, divenuto adolescente, era abbastanza resistente alle fatiche, ma qualche volta, colto da un’improvvisa debolezza, poteva a mala pena camminare, stare in piedi, riprendersi e sostenersi. Lui stesso si era accorto del suo disordine mentale e più di una volta progettò di ritirarsi per snebbiarsi il cervello. Si crede che sua moglie Cesonia gli fece bere un filtro d’amore, ma che ciò lo rese pazzo. Soffriva soprattutto di insonnia e non riusciva a dormire più di tre ore per notte e nemmeno in tranquillità, perché era turbato da visioni strane. Una volta, tra le altre, gli sembrò di trovarsi a colloquio con lo spettro del mare. Così, generalmente, per buona parte della notte, stanco di vegliare o di stare sdraiato, ora si metteva seduto sul suo letto, ora vagava per gli immensi portici, attendendo e invocando il giorno.»
Nel primo paragrafo, la dettagliata descrizione dei tratti fisici, che vogliono proprio sottolineare la mostruosità del suo aspetto, corrispondono ad una psiche altrettanto tremenda. A gettar ulteriore negatività sulla mente di Caligola sono gli elementi presenti nel paragrafo successivo: l’epilessia, il filtro magico e l’insonnia sono clichés della follia nell’immaginario letterario antico.
Nerone
Uno dei personaggi più interessanti è sicuramente l’eccentrico imperatore Nerone; qui vengono riportati due passi dove si trattano, rispettivamente, le sue perversioni sessuali e uno dei fatti che lo hanno reso celeberrimo… buona lettura!
«[28]Oltre alle sregolatezze con giovani ragazzi e alle sue relazioni con donne sposate, fece violenza anche alla vestale Rubria. Poco mancò che prendesse come legittima sposa la sua liberta Acte e aveva assoldato alcuni ex consoli perché certificassero con un falso giuramento che essa era di origine regale. Dopo aver fatto evirare un fanciullo di nome Sporo, tentò anche di trasformarlo in una donna, se lo fece condurre con la sua dote e con il suo velo color fiamma, con un gran corteo, secondo l’ordinario cerimoniale dei matrimoni e lo trattò come suo sposo; il fatto suggerì a qualcuno questa battuta molto spiritosa: «Che fortuna per l’umanità se suo padre Domizio avesse avuto una simile moglie.» Questo Sporo, agghindato come un’imperatrice e portato in lettiga lo seguì in tutti i centri giudiziari e i mercati della Grecia, poi, a Roma, Nerone lo portò ai Sigillari, baciandolo ad ogni momento. Avrebbe voluto avere rapporti carnali persino con sua madre, ma ne fu dissuaso dai nemici di Agrippina che non volevano il predominio di questa donna odiosa e tirannica grazie a questo nuovo genere di favore; nessuno dubitò mai di questa sua passione, soprattutto quando ammise nel numero delle sue concubine una prostituta che si diceva somigliante in modo impressionante ad Agrippina. Si assicura anche che in passato, ogni volta che andava in lettiga con sua madre, si abbandonava alla sua passione incestuosa e che veniva tradito dalle macchie del suo vestito. [29] Prostituì il suo pudore ad un tal punto che, dopo aver insozzato quasi tutte le parti del suo corpo, ideò alla fine questo nuovo tipo di divertimento: coperto dalla pelle di una bestia feroce, da una gabbia si lanciava sugli organi genitali di uomini e di donne, legati ad un tronco, e, quando aveva imperversato abbastanza, per finire, si dava in balia del suo liberto Doriforo; da costui si fece anche sposare, come lui aveva sposato Sporo, e arrivò perfino ad imitare i gridi e i gemiti delle vergini che subivano violenza. Ho saputo da molte persone che Nerone era assolutamente convinto che «nessun uomo fosse pudico e puro in nessuna parte del suo corpo, ma che la maggior parte dissimulava il vizio e lo, copriva con astuzia», e perciò a coloro che gli confessavano apertamente la loro impudicizia perdonava anche ogni altro delitto. […]
[38] Non risparmiò né il popolo né le mura della sua patria. Una volta che un tale, nel mezzo di una conversazione generale, disse: «Quando sarò morto, la terra si mescoli con il fuoco,» egli lo interruppe gridando: «Anzi, mentre sono vivo!» e realizzò pienamente questa sua aspirazione. In realtà, con il pretesto che era disgustato dalla bruttezza degli antichi edifici e dalla strettezza e sinuosità delle strade, incendiò Roma e lo fece così apertamente che molti ex consoli, avendo sorpreso nei loro possedimenti alcuni suoi servi di camera con stoppa e torce tra le mani, non osarono toccarli, mentre alcuni magazzini di grano, che occupavano presso la «Casa dorata» un terreno da lui ardentemente desiderato, furono abbattuti con macchine da guerra e incendiati perché erano stati costruiti con muri di sasso. Il fuoco divampò per sei giorni e sette notti, obbligando la plebe a cercare alloggio nei monumenti pubblici e nelle tombe. Allora, oltre ad un incalcolabile numero di agglomerati di case, il fuoco divorò le abitazioni dei generali di un tempo, ancora adornate delle spoglie dei nemici, i templi degli dei che erano stati votati e consacrati sia al tempo dei re, sia durante le guerre puniche e galliche e infine tutti i monumenti curiosi e memorabili che restavano del passato. Nerone contemplò questo incendio dall’alto della torre di Mecenate e affascinato, come diceva, dalla bellezza della fiamma, cantò la Presa di Troia», indossando il suo costume da teatro. E per non lasciarsi sfuggire l’occasione di afferrare tutto il bottino e le spoglie che poteva, promise di far togliere gratuitamente i cadaveri e le macerie e non permise a nessuno di avvicinarsi a ciò che restava dei suoi beni; poi, non contento di ricevere contributi in denaro, ne sollecitò e ridusse quasi alla rovina le province e i privati cittadini più facoltosi.»
Luca Barbareschi arriva per la prima volta in tv, con il programma Rai “In barba a tutto“.
Il titolo è nato perché per la prima volta l’attore teatrale ha accettato di fare un programma in Rai, dopo aver rifiutato tante altre proposte in passato. Andrà in onda in seconda serata, su Rai 3 dal 19 Aprile.
Il nome “In barba a tutto” rispecchia pienamente la filosofia del programma. Barbareschi, in conferenza stampa, ha ribadito più volte che verrà messo in discussione tutto. Definendo il politically correct come il “tumore maligno dell’Occidente”.
Si prospetta un programma come “Striscia la Notizia”: provocatorio ma con l’arroganza, tipica di certe persone con un po’ di cultura, di sentirsi raffinato.
Per la gente come Barbareschi essere avversi al politically correct è giusto, tanto da accettare il programma in Rai per fare provocazione.
Ma che provocazione è, la sua, sulla Rai che ospita le messe, programmi come “Il collegio”, “La Caserma”, “Il convento”, “Che Dio ci aiuti”, “Don Matteo”, “A sua immagine”, e molti altri, la cui filosofia di base è già contro il politically correct?
Un grande attore sa illudere tutti con la sua arte e Luca Barbareschi, direttore del Teatro Eliseo, potrebbe essere così bravo da aver illuso anche se stesso con la sua recitazione. Ed essersi autoconvinto di star facendo un programma controcorrente.
In conferenza stampa ha sottolineato chiaramente che le sue idee sono contrarie all’omosessualità, all’identità di genere, al genere che si attribuiscono le persone transgender, e a tutto quello che gira attorno al “politically correct”.
Ha raccontato di aver letto il nuovo regolamento dell’Academy dicendo che “vogliono un 30% di nani, il 30% di transgender, il 30% di LGBT, di omosessuali quindi”. E ha detto ancora, con ironia e tanta ignoranza “è come se io volessi fare un film sullo sbarco in Normandia. I nani sarebbero i primi a morire perché stanno lì e appena scendono dalla nave muoiono. E poi come fanno? Sparano con delle mini pistole? Morirebbero subito… a meno che dall’altra parte, i nazisti, non abbiano dei nani anche loro che sparano con delle mini pistole”.
Un film sullo sbarco in Normandia dovrebbe essere accurato storicamente e soprattutto contestualizzato.
Tanto per iniziare le persone affette da nanismo non sarebbero state selezionate negli anni ’40 per entrare nell’esercito, perciò nessuno che crede nel politically correct lo accuserebbe di aver discriminato queste persone.
Un altro delirio raccontato con sicurezza e enfasi è l’idea di un film con una famiglia etero discriminata in un Paese governato da un transgender filippino. Non risultano numeri elevati di casi di violenza di persone transgender, o filippini, o asiatici, o transgender filippini verso persone etero.
Di nuovo, il talento di Luca Barbareschi nella recitazione lo ha convinto di una realtà immaginaria!
Per parafrasare lo sproloquio di Luca Barbareschi, il politically correct non è altro che riconoscere che certe realtà esistano, che alcuni tipi di persone esistano.
È davvero un gran peccato per Luca Barbareschi, e per tutte le persone che la pensano allo stesso modo, che queste realtà non spariscano con un programma tv in Rai…
La realtà è che il pensiero come il suo è il vero tumore maligno, da Occidente a Oriente. È sterile, distruttivo, diseducativo e non aiuta il singolo ad evolversi, progredire e migliorarsi. E così, a macchia d’olio, rischia di spargersi per l’intera società.
Ma non si è limitato alla discriminazione delle persone transgender (“per me uno può farsi tagliare quello che vuole e farsi mettere le tette, ma rimane un maschio perché geneticamente è un maschio”) e delle persone la cui identità di genere differisce dal genere biologico. Ha sparato a zero anche sulle persone con disturbi mentali, dicendo che “una persona che si definisce bigenere potrebbe essere affetta da disturbo bipolare, dovrebbe farsi controllare“.
Una persona che ha un disturbo bipolare può o non può sentire che la sua identità di genere non corrisponde in assoluto, o anche solo in parte, col suo sesso biologico. Una persona che non sente in assoluto, o anche solo in parte, che la sua identità di genere coincida con il sesso biologico può o non può avere un disturbo bipolare.
Barbareschi dovrebbe limitarsi a parlare di quello che sa, di teatro, invece di usare disturbi mentali come un’offesa verso persone a cui lui non crede e che non capisce. E altrettanto dovrebbe fare con le tematiche di genere.
Le sue affermazioni e convinzioni si avvicinano molto ad idee radicali di destra, e stridono in maniera shoccante con quello che è il pensiero del pubblico e della maggior parte dei programmi di Rai 3.
Allo stesso tempo, questa scelta della Rai mostra quale sia la direzione verso cui va la rete televisiva, per lo più i suoi dirigenti, e forse anche la corona di giornalisti scelti per parlare in conferenza, che accompagnavano con risatine le sue parole.
Il politically correct riguarda tutti noi, tutte le persone che esistono sul pianeta e che sono diverse tra loro. Non riconoscere il politicamente corretto significa non accettare la realtà del mondo. È costituito da tante persone, che non sono solo persone bianche caucasiche, etero, cisgender, senza diverse abilità, cristiane, e per la maggioranza di sesso maschile. Tutte compongono l’umanità, creano la storia e formano la società. Da sempre.
La notte degli Oscar è ogni anno l’evento più atteso per il settore cinematografico e lo è ancora di più in questo 2021, perché i lavori dello spettacolo sono stati tra i più colpiti dalla pandemia di Coronavirus. I cinema sono tutt’ora chiusi e non è prevista una data di riapertura.
Indice
Quando si svolgeranno gli Oscar 2021?
Contrariamente a quanto avvenuto con Golden Globe e Grammy, i produttori della serata degli Oscar hanno deciso che sarà organizzata una cerimonia dal vivo, seppur riservata solamente ai candidati. La prossima cerimonia è in programma nella solita location, ovvero al Dolby Theatre di Los Angeles il prossimo 25 aprile. Tutti i candidati sono invitati a presentarsi fisicamente al teatro, con il consueto sfoggio di eleganza sul red carpet: niente videoconferenze, niente Zoom o Skype, niente felpe e tute.
L’Italia partecipa con Pinocchio di Matteo Garrone, nominato nella categoria miglior make up e costumi di Massimo Cantini Parrini. Un’altra candidata italiana è Laura Pausini, già vincitrice del Golden Globe, con la nomination di migliore canzone originale,Io Sì cantata in The Life Ahead(La Vita Davanti a Sé) di Edoardo Ponti.
Previsioni: vincerà Pinocchio di Garrone? (Purtroppo no!)
Secondo Emanuele D’Aniello Pinocchio di Garrone è “un qualcosa che accade e basta. Recupera la fedeltà al testo originale di Collodi, ma perde per strada ogni senso didattico, ogni elemento di meraviglia, ogni sviluppo di fantasia. In poche parole, è come assistere a un greatest hits delle avventure di Pinocchio senza il benché minimo trasporto emotivo. Qui, paradossalmente, il film è originale: non solo è poco commerciale, ma soprattutto non si è mai vista una versione di Pinocchio così fredda.”
La canzone di Laura Pausini per il film con Sophia Loren
In merito alla vittoria ai Golden Globe Laura Pausini ha affermato:
“Mai e poi mai avrei pensato di vincere ai Golden Globe Awards…che emozione pazzesca e che grandissimo onore! È veramente un privilegio essere la prima donna ad avere vinto con un brano tutto in italiano! Devo ringraziare Sophia Loren ed Edoardo Ponti che mi hanno proposto questa avventura, il grande talento di Diane Warren che è veramente un gigante della musica mondiale, la music supervisor Bonnie Greenberg e Niccolo Agliardi, l’autore con cui ho scritto il testo italiano.”
Il film su Netflix propone una superba Sophia Loren nei panni di una superstite dell’Olocausto e come “mamma chioccia” che accoglie e cresce in casa sua i figli delle prostitute. Tra i tanti arriva Momò, con cui Madame Rosa avrà un rapporto davvero speciale.
Il film che ha ottenuto più nomination, dieci per la precisione, è Mank, con la regia di David Fincher. Mank affronta la storia dello sceneggiatore Mankiewicz, conosciuto soprattutto per avere scritto insieme a Orson Welles la sceneggiatura di Quarto Potere, pietra miliare della storia del cinema.
Thomas Vinterberg, Un altro giro David Fincher, Mank Lee Isac Chung, Minari Chloe Zhao, Nomadland Emerald Fennel, Una donna promettente
Miglior attrice protagonista
Viola Davis, Ma Rainey’s Black Bottom Andra Day, The United States vs. Billie Holiday Vanessa Kirby, Pieces of a Woman Frances McDormand, Nomadland Carey Mulligan, Una donna promettente
Miglior attore protagonista
Riz Ahmed, Sound of Metal Chadwick Boseman, Ma Rainey’s Black Bottom Anthony Hopkins, The Father Gary Oldman, Mank Steven Yeun, Minari
Migliore attrice non protagonista
Maria Bakalova, Borat – Seguito di film cinema Glenn Close, Elegia americana Olivia Colman, The Father Amanda Seyfried, Mank Yuh-Jung Youn, Minari
Miglior attore non protagonista
Sacha Baron Cohen, Il processo ai Chicago 7 Daniel Kaluuya, Judas and the Black Messiah Leslie Odom, Jr., Quella notte a Miami… Paul Raci, Sound of Metal Lakeith Stanfield, Judas and the Black Messiah
Miglior film in lingua non inglese
Un altro giro, Danimarca Better Days, Hong Kong Collective, Romania The Man Who Sold His Skin, Tunisia Quo Vadis, Aida?, Bosnia ed Erzegovina
Miglior fotografia
Judas and the Black Messiah Mank Notizie dal mondo Nomadland Il processo ai Chicago 7
Miglior sceneggiatura originale
Judas and the Black Messiah Minari Una donna promettente Sound of Metal Il processo ai Chicago 7
Miglior sceneggiatura non originale
Borat – Seguito di film cinema The Father Nomadland Quella notte a Miami… La tigre bianca
Miglior film di animazione
Onward Over the Moon – Il fantastico mondo di Lunaria Shaun, vita da pecora: Farmageddon Soul Wolfwalkers – Il popolo dei lupi
Miglior documentario
Collective Crip Camp – Disabilità rivoluzionarie The Mole Agent My Octopus Teacher Time
Miglior cortometraggio documentario
Colette A Concerto Is A Conversation Do Not Split Hunger Ward A Love Song for Latasha
Feeling Through The Letter Room The Present Two Distant Strangers White Eye
Migliore colonna sonora
Da 5 Bloods – Come fratelli Mank Minari Notizie dal mondo Soul
Migliore canzone originale
“Fight for You” – Judas and the Black Messiah “Hear My Voice – Il processo ai Chicago 7 “Husavik” – Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga “Io sì (Seen)” – La vita davanti a sé “Speak Now” – Quella notte a Miami…
Migliori effetti speciali (“visual effects”)
Love and Monsters The Midnight Sky Mulan L’unico e insuperabile Ivan Tenet
Migliori trucco e acconciature
Emma Elegia americana Ma Rainey’s Black Bottom Mank Pinocchio
Migliore scenografia
The Father Ma Rainey’s Black Bottom Mank Notizie dal mondo Tenet
Migliori costumi
Emma Ma Rainey’s Black Bottom Mank Mulan Pinocchio
Miglior montaggio
The Father Nomadland Una donna promettente Sound of Metal Il processo ai Chicago 7
Miglior sonoro
Greyhound– Il nemico invisibile Mank Notizie dal mondo Soul Sound of Metal
Parklife esce il 25 aprile del 1994 ed è un album che contribuisce alla creazione del genere britpop insieme a (What’s the story) Morning glory? degli Oasis e Different Class dei Pulp, entrambi usciti nel 1995.
Gli Oasis realizzeranno un’opera matura con melodie soft e bridge indimenticabili dopo lo sfogo di Definitely maybe (1994), mentre i Pulp racconteranno l’amore e il sesso dalla prospettiva degli outsider. I Blur, dal canto loro, danno vita a un album semplicemente epico.
Nel decennio precedente all’uscita di Parklife i giovanissimi Damon Albarn e Graham Coxon frequentano l’università a Londra e formano un duo: Albarn canta e suona chitarra, basso, pianoforte e ukulele; Coxon suona la chitarra. Poi i due amici incontrano il bassista Alex James e il batterista Dave Rowntree, con i quali si esibiscono stabilmente. Andy Ross nota la band e decide di ingaggiare i quattro studenti per la sua etichetta, la Food Records.
È così che nascono i Blur, dal nome di un effetto fotografico che sfuoca l’immagine rendendola “poco chiara”. Sotto la guida di Stephen Street, produttore degli Smiths e dei Cranberries, la band conquisterà le classifiche inglesi con i primi due album e poi, proprio con Parklife, il pubblico internazionale.
Parklife è infatti il terzo album in studio e il primo, grande successo dei Blur grazie alla sua natura mainstream, giovanile, spensierata (solo in apparenza).
TRACK LISTING
Girls & Boys
Tracy Jacks
End of a Century
Parklife
Bank Holiday
Badhead
The Debt Collector
Far Out
To the End
London Loves
Trouble in the Message Centre
Clover Over Dover
Magic America
Jubilee
This Is a Low
Lot 105
Il primo brano è un singolo di successo, Girls And Boys, una canzone che negli Stati Uniti è arrivata al quarto posto nella classifica rock di Billboard. A metà strada tra le sonorità dance, rock e pop il brano è orecchiabile, ballabile e memorabile. Damon Albarn mette ironicamente in versi la rappresentazione dello stile di vita dei giovani inglesi degli anni 90, che coltivano abitudini malsane.
Dopo la prima hit nel disco ritroviamo una sequenza strabiliante di classici, a partire già dal secondo brano Tracy Jacks, che si ispira al rock anni Sessanta di Beatlese Kinks, fondendolo con un mood anni Novanta. End Of A Century, è una ballad elettro-acustica con una melodia malinconica che si conclude con un memorabile assolo di tromba. Arriviamo alla title track che cita ancora una volta i Kinks accompagnando una parte parlata e recitata in un fortissimo accento cockney (da parte dell’attore Phil Daniels) con un riff che si ripete all’infinito, fino al ritornello in cui l’uso della chitarra non può che ricordare la band della British invasion.
Parklife è un lungo e godibilissimo viaggio sonoro, da Girls and Boys, brano dance, fino alla traccia finale.
I Blur, nell’avvicendarsi dei brani, toccano dal punto di vista musicale generi come new wave, punk, mod, lounge-pop, pop tout court e affrontano i temi più diversi: dal divertimento all’ossessione per la salute, dalla perdita di se stessi alla pornografia, con un’ironia spesso fraintesa.
Jubilee slouches in the settee He’s losing all will to move He gone divy too much telly He watching twenty-four hours of rubbish He got butane, he got plastic bags His eyes are going square Oh yeah He no raver, just antisocial He not going to cut his hair
Jubilee, Parklife
Parklife è un disco senza tempo che ha assicurato ai Blur l’ingresso nello star system internazionale. Coxon è riconosciuto come un ottimo chitarrista, Albarn è un’icona pop. La band inizia a calcare i palchi di tutto il mondo, con l’effetto di diventare oggetto di culto del rock britannico, nonché cibo da masticare per i tabloid inglesi, che fomenteranno la battaglia tra Blur e Oasis.
Ad ogni modo Parklife, fondendo le chitarre anni ’60 con i sintetizzatori, rimarrà nella storia come l’album che ha trainato tutto il brit-pop.
Mentre Oasis e Pulp ormai si sono sciolti da tanto tempo, i Blur sono andati oltre il genere e sono ufficialmente ancora insieme nonostante l’ultimo disco risalga al 2015. Oltre alla band portano avanti il progetto Gorillaz e i The good, the bad and the Queen, un supergruppo che Damon condivide con Paul Simonon dei Clash al basso, Simon Tong dei Verve alla chitarra e Tony Allen alla batteria. What else?
«In questa casa ci sono topi, ci sono gatti, ma non ci sono esseri umani»
Titolo originale: Dà Hóng Dēnglóng Gāogāo Guà Regia: Zhang Yimou Soggetto e sceneggiatura: Su Tong, Ni Zhen Cast principale: Gong Li, He Caifei, Kong Li; Ma Jingwu Nazione: Cina Anno: 1991
Luci e ombre
Cina del Nord, alba del XX secolo: nelle asettiche stanze di un palazzo nobiliare si compie il destino della giovane Songlian (Gong Li). È in questo perimetro lindo, fuori dal tempo, che Zhang Yimou costruisce la sua storia. Ed è un racconto crudele, impietoso, teso allo svelamento di pratiche arcaiche, il cui carattere esemplare imprime un ‘marchio’’di riflessione. Non che Lanterne rosse si incardini in un filone civile, così altro dal cinema orientale da rischiare una deformazione. Siamo piuttosto nel campo del potere, della diffrazione dei suoi mezzi, ed è un’indagine rigorosa quella condotta da Yimou, tutta giocata sul piano estetico e sul filo delle corrispondenze, in cui è la dialettica luci-ombre a definire l’azione. Ma andiamo con ordine.
L’incipit ‘personale’ – centrato sulla protagonista – mostra già l’impalcatura filmica: all’esterno soffuso, con elementi naturali, si oppone la clausura dell’abitazione, segnata da luci dense, pulite, viranti al rosso. Sono quelle delle lanterne, la cui accensione e/o spegnimento scandisce l’intera opera. Questo espediente, tanto sagace e raffinato, consente a Yimou di penetrare l’oppressione, l’indicibile dramma ‘atavico’ delle donne qui effigiate. Songlian, difatti, non è la sola; attorno a lei – nei meandri del palazzo – si aggirano presenze statiche, figure esistenti in quanto ruoli. Le tre mogli di Chen Zouquin (il nobile proprietario del palazzo) accolgono la più giovane con ossequiosa ipocrisia: è lei la più bella, la più istruita, la prediletta. L’onore delle lanterne rosse – a simboleggiare il possesso, il diritto a disporre del corpo – è dunque, in quest’universo ‘fermo’, il solo modello aspirazionale.
Potere maschile, subalternità femminile
La scelta di rendere la fiammella simbolo innesca nell’opera una serie di suggestioni, che vanno dall’assimilazione lume-potere all’intermittenza delle relazioni. Non c’è legame, sentimento, che non sia predisposto ab origine. In tale contesto il potere è maschile: la donna fa da contorno, è un bene da accumulare, da sommare ad altri averi. Le mogli – prima tre, con Songlian quattro – costituiscono un capitale, sono il corredo di palazzo da spolverare a piacimento, a seconda della bellezza, della fecondità, dell’attitudine alla cura. E i giorni passano tutti uguali, solo il rito delle lanterne spezza il ciclo abitudinario, quando il cortile della prescelta si illumina di un rosso tenue.
Così, come la luce che cala dall’alto, Yimou fa del signore il padrone di queste donne: il suo volere è indiscutibile, radicato, dispone della vita come della morte. In un mondo del genere il rifiuto equivale allo scarto, così le lanterne creano una sorta di discrimine tra gli spazi eletti e quelli rigettati, a simboleggiare – all’interno della casa – la subalternità femminile al ‘dettato’ dell’uomo. Ne deriva, inevitabilmente, un clima di competizione fra le concubine (il romanzo di Tong Su, da cui l’opera è tratta, si intitola non a caso Mogli e concubine), reso viepiù funesto dai sotterfugi della domestica (Kong Lin). Sarà lei, col suo carattere ‘disturbante’, a provocare uno squarcio di trama, allorché Songlian – reduce da una finta gravidanza – verrà smascherata e punita con drappi neri; in assenza di luce – privata delle lanterne rosse – la giovane punirà la serva lasciandola all’addiaccio, per ore in ginocchio in mezzo alla neve.
Un’eterna finzione
È la sete di vendetta a dominare i rapporti, laddove Chen, motore immobile, dispone i fili della sua soddisfazione. Tutto è recita, nel misero angolo femminile, come afferma Meishan (Caifei He) che del padrone è terza moglie: «Bene o male, tutto è rappresentazione. Se reciti bene, inganni gli altri; se reciti male inganni te stessa. Se non sai ingannare neppure te stessa, non ti restano che i fantasmi». La risposta di Songlian è un refolo premonitore: «Tra gli uomini e i fantasmi, la sola differenza è il respiro». Vittime di un potere cieco, dalla meccanica invisibile, le donne di casa Chen fingono per non sparire. Eppure muoiono, rovinosamente, o ancora impazziscono – in un estremo atto di opposizione.
Così Meishan che da ex soprano è un usignolo in gabbia: canta senza pubblico, quasi a evocare la morte. Così Songlian, che la farà uccidere, denunciandone il rapporto con il medico di famiglia (per le adultere, in Cina, era prevista l’impiccagione). Tutto è finzione, dunque, e lo è nel senso di un duplice mascheramento, dove la vita è predisposta da altri e alla gerarchia, al rituale, corrisponde la perdita del proprio intimo sentire.
Tragedia senza fine
Ci si annulla, nelle stanze di palazzo Chen, ed è un labirinto della mente, in cui resistono errori atavici, modelli interiorizzati. Non c’è scampo per le vittime, né alcun riscatto etico: Soglian, consumata dal senso di colpa, si ritirerà nelle sue stanze, sotto gli occhi dell’ultima (quinta) moglie. Indossa gli abiti da studentessa, che aveva smesso in overture. La macchina è implacabile, ne fissa il volto, i tratti nervosi. Ai campi lunghi, capaci di evocare l’isolamento, si alterna un feroce primo piano, che scuote lo spettatore. Il dramma è compito, la tragedia ricomincia.
Tre motivi per vedere il film
– L’uso espressivo del colore.
– La recitazione intensissima
– L’epilogo sconcertante
Quando vedere il film
Di notte, per godere delle atmosfere, dei suoni, dei silenzi.
Ginevra Amadio
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Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Il 25 Aprile 2012, giorno della Resistenza di otto anni fa, Marco Paolini portava in scena presso i laboratori di fisica nucleare del Gran Sasso il racconto teatrale “Itis Galileo”, oggi fruibile gratuitamente su YouTube.
Perché riproporre “ITIS Galileo” proprio ora?
Sarebbe facile rispondere “Perché è online”. La ragione è più profonda. Lo spettacolo presta maschere, parole, personaggi a fisica e astronomia. Queste saltano via dalle pagine, diventano vicine, palpitanti ed umane. Quindi va visto perché risponde a bisogni estremamente attuali e trasversali: tornare a teatro, credere nella scienza, investire nella divulgazione scientifica.
Marco Paolini propone uno dei suoi monologhi teatrali.
Dopo Il Racconto del Vajont e Il Sergente, il drammaturgo bellunese torna a dare vita a personaggi del passato. Lo fa con Galileo Galilei attraverso una lingua semplice, a tratti madre – la sua, il veneto -. Galileo, allora, prende colore, ossa e carne in una narrazione dalla scenografia essenziale.
Il pubblico è quasi sempre illuminato e si percepisce la sua vicinanza con l’attore, che talvolta in questa prossimità si perde. Tutto si perdona, però, perché Paolini riesce nel suo intento: il SidereusNunciuse il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo si trasformano in letteratura viva, copioni perfetti.
Scienza e teatro, solitamente così impacciati nell’approccio dell’uno con l’altro come lo sono due altezze diverse nell’intimità di un abbraccio, diventano allora le estremità indistinguibili di un cerchio che si chiude.
Paolini ci accompagna fino alla fine della vita del Nostro, aprendo una finestra sulla rinascita del Galilei dopo l’abiura, ormai cieco e sorvegliato a vista, la cui freschezza dello spirito non si lascia corrompere dalla vecchiaia del corpo. Proprio l’abiura diventa il simbolo dello scetticismo nei confronti della scienza. Moneta di scambio di superstizione e ignoranza che costerà ad un ormai anziano fisico l’umiliazione comparata da Paolini alla crocifissione sulla sua sfera armillare.
Il drammaturgo mette in evidenza anche il precariato vissuto dai ricercatori in Italia. Con ironia e leggerezza, si sofferma sul fatto che Galilei avesse deciso di andarsene all’estero -l’allora Serenissima- per poter lavorare con maggiore stabilità economica, anche se tutta la vita sarà costretto a fare “oroscopi, oroscopi, oroscopi!” per arrotondare.
Ricercatore precario ed emarginato, docente stanco di insegnare, il Galileo di Paolini si stacca dalle figure dei libri di scuola e diventa umano anche nei difetti. Pretenzioso a tratti, testardo, ambizioso, si mostra a noi contemporaneo, acuto e talvolta stanco.
Perché guardare “ITIS Galileo”?
Scetticismo nei confronti della scienza, precarietà di docenti e ricercatori, falle nel sistema educativo e di formazione sono ancora temi caldissimi. Il racconto teatrale di Paolini scoppia di riflessioni sulla nostra società attuale, su cui soffermarsi anche se con la delicatezza di un sorriso.
Godeteveli lo spettacolo online
Che sia un momento di Resistenza e di Poesia
Cosa pensare del teatro in streaming?
Può competere con la magia dell’assistere “in presenza” ad uno spettacolo? No, ma lenisce le ferite lasciate dall’assenza della condivisione, di quell’odore così particolare, dello scricchiolio del legno sotto ai piedi, dal brusio della sala buia nell’istante che precede l’apertura del sipario. Potremmo dire lo stesso per l’opera, in particolare con la “Cavalleria Rusticana” portata in scena al San Carlo di Napoli in modalità streaming.
Federica Belfiori
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Il premio Oscar, il più ambito della storia del cinema, nasce nel 1929, quando Douglas Fairbanks, presidente dell’Academy of Motion PictureArts and Sciences (AMPAS) e il direttore William C. DeMille, assegnarono, in un party privato per 270 invitati tenutosi nel Roosevelt Hotel di Hollywood, le prime statuette.
Il premio, però, venne chiamato Oscar solo nel 1931 quando la bibliotecaria dell’AMPAS nel guardare la statuetta raffigurante un uomo con in mano una spada da crociato in piedi sulla bobina di un film avrebbe esclamato: «Sembra proprio mio zio Oscar!».
La statuetta realizzata in bronzo dallo scultore George Stanley e rivestita in oro da Alex Smith fu consegnata per premiare il miglior film, la migliore qualità artistica della produzione, la migliore regia per film drammatico e per film brillante, il migliore attore e la migliore attrice, la migliore sceneggiatura originale e non originale, la migliore fotografia, la migliore scenografia, i migliori effetti tecnici e migliori didascalie (ci troviamo, ancora per poco, in un momento storico in cui il cinema è muto).
Le categorie di premiazione subiranno diversi cambiamenti nel corso degli anni e rifletteranno l’evoluzione tecnica, sociale e culturale dell’industria cinematografica.
Oggi, come ieri, il premio più ambito è l’Oscar al miglior film, che dovrebbe essere vinto dal miglior prodotto cinematografico considerato nella sua interezza e valutato a trecentosessanta gradi.
Questo premio infatti è l’ultimo ad essere annunciato ed è considerato il premio più prestigioso della notte degli Oscar.
Ginevra vota Il braccio violento della legge e Balla coi lupi
Il braccio violento della legge – Oscar al Miglior Film 1972
Cinque statuette (miglior film, regia, attore protagonista, sceneggiatura, montaggio) e un titolo assurto a modulo locutivo. Il braccio violento della legge di William Friedkin esce nel 1971 inserendosi, a pieno titolo, nel filone gangster già virante all’ibridismo. Ispirato a una vicenda reale (il traffico di droga tra New York e Marsiglia scoperto da due investigatori statunitensi), l’opera consacra Gene Hackman all’altare del grande cinema, assommando nel suo Jimmy ‘Papà’ Doyle i tratti caratteristici dell’agente a-tipico: rudezza, vizio dell’alcool, passione per le donne, modi istintivi. Ad affiancarlo l’egregio Buddy Russo, interpretato dal più misurato Roy Schneider, spalla e contrappunto di un sodalizio ben orchestrato. Sulle tracce del trafficante francesce Alain Charnier (Fernando Rey), i due consumano – e assumono – i vizi di una società assuefatta; la violenza, sottolineata dalla New York livida, piatta, viaggia in parallelo alla torba dei personaggi, individui anonimi, sbandati, malviventi ciondolanti tra una bettola e un bar.
Al centro, la riflessione sull’ossessione, sulla mente umana come punto deflagrazione: «Mi interessa raccontare stati umani al limite della pazzia – dichiara Friedkin – voglio raccontare momenti estremi, questo sì e «documentare» in un certo senso quello che accade all’animo umano […] è la tensione che si instaura tra qualunque tipo di essere umano costretto a guardarsi le viscere in un momento in cui non ha più schermi».
Balla coi lupi – Oscar al Miglior Film 1991
Sette premi Oscar (miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale, migliore fotografia, miglior montaggio, miglior sonoro, miglior colonna sonora drammatica) per il capolavoro diretto, prodotto e interpretato da Kevin Costener. Uscito nelle sale nel 1990, Balla coi lupi è la trasposizione ‘compiuta’ dell’omonimo romanzo di Michael Blake, anche autore della sceneggiatura. Questa preziosa collaborazione fa sì che l’opera, lungi dal porsi come mero adattamento, si configuri piuttosto come una traduzione visiva, interamente giocata sulla sovversione dei paradigmi.
Ambientato nel 1863, durante la guerra di secessione, il film narra la storia dell’ufficiale John Dunbar (Kevin Costner), tenente dell’Esercito Unionista ‘corteggiante’ il suicidio. Spedito in Nebraska per curarsi una ferita, finisce nell’avamposto più remoto dello Stato, la base di Fort Sedgewick in stato di abbandono. A fargli compagnia il cavallo Cisco e un lupo – Due Calzini – che lo osserva dalle praterie, riconoscibile per le particolari zampe bianche. Qui, in quest’angolo di mondo, avviene l’incontro ‘fatale’: Alzata con Pugno (Mary McDonnell), donna bianca adottata da una tribù Sioux, lo instrada alla vita dei nativi, svelando – con grazia e passione – l’orrore del genocidio bianco. Dopo uno scontro con gli ex-commilitoni, Dunbar cancella definitivamente il suo passato diventando Balla Coi Lupi, nome riflettente l’alchimia con Due Calzini. Anche lui, insieme al suo nuovo popolo, dovrà migrare in Canada in seguito alla ‘repressione’ yankee, ripercorrendo – sul crinale dell’ history-fiction – il destino di Toro Seduto e altri resistenti.
Un’opera coraggiosa, dunque, filologicamente corretta, tesa a ridefinire l’uso pubblico della Storia: «Il mio nome è Balla Coi Lupi. Non parlerò con nessuno. Non vale la pena parlare con voi».
Micaela quota Shakespeare in love e The Artist
Shakespeare in love – Oscar al Miglior Film 1999
Correva l’anno 1999, e io mi accingevo a studiare il teatro elisabettiano, su un libro di Reese che si chiamava Shakespeare. Il suo mondo e la sua opera. L’argomento non era proprio facilissimo, fortunatamente il regista John Madden aveva avuto la brillante idea di girare Shakespeare in Love, che io approcciai come strumento culturale e invece mi divertii tantissimo. Il film, vincitore di 7 premi Oscar su 13 nomination nel 1999, racconta (in modo romanzato) il processo creativo di Romeo e Giulietta, una storia che parla di un amore impossibile, che Shakespeare vive in prima persona man mano che scrive. Una commedia nella commedia, in pratica.
Al suo interno si possono trovare moltissimi riferimenti storici accurati, altri meno, molte caratteristiche del teatro elisabettiano e molti stilemi delle commedie del Bardo. È, insomma, un film che avrebbe potuto girare Shakespeare stesso se fosse stato ancora vivo nel ventesimo secolo. Al suo interno troviamo una carismatica protagonista che ha parlantina e coraggio, lo scambio di identità, gli equivoci sia comici che drammatici, combattimenti violenti e un finale tragico e doloroso.
La fortuna di questo film, che a distanza di anni nessuno ha dimenticato, risiede nell’idea di inventare, su uno sfondo storico, la storia d’amore tra un autore squattrinato come era Shakespeare (il sex symbol Joseph Fiennes) e la nobile Viola De Lesseps, promessa a un altro uomo (l’abbagliante Gwyneth Paltrow). L’amore da secoli parla a tutti noi, e Hollywood lo sa bene!
The Artist – Oscar al Miglior film 2012
Scritto e diretto da Michel Hazanavicius, The Artist è un film innanzitutto coraggiosissimo: è l’unico film muto insieme ad Ali (1927) che ha vinto l’Oscar come miglior film e l’ultimo in bianco e nero ad averlo vinto dopo Schindler’s List (1993). Fare un film muto, in bianco e nero, nel 2012 non è stata un’idea banalissima, diciamo. Ma il talento del regista Michel Hazanavicius, dei protagonisti Bérénice Bejo (Peppy Miller) e Jean Dujardin (George Valentin) già dai primi minuti dissolve ogni dubbio.
La trama racconta la Hollywood alla fine degli anni ’20, un delicato momento per il cinema: il passaggio dal cinema muto al cinema sonoro non è ancora avvenuto, non tutti guardano al sonoro come una cosa positiva. Per molti produttori e attori il cinema è meglio senza audio e dialoghi. George Valentin, interpretato da Jean Dujardin (vinse l’Oscar per questa parte), è un divo del muto, che a una première viene fotografato con una sua fan, Peppy Miller (Berenice Bejo), che da quel momento inizia una carriera nel mondo del cinema. Nel 1929, con l’avvento del sonoro, Valentin decide di rimanere fermo sulle sue convinzioni e inizia a produrre un film muto investendo tutti i suoi soldi e averi in un flop gigantesco. Povero e disperato, verrà aiutato e salvato da Peppy Miller, che non lo ha mai dimenticato.
Un film sul cinema, da cui traspare l’amore per questo mondo e la totale fascinazione che gli anni ’30 hanno ancora su di noi, non a caso The Artist vinse anche l’Oscar per i Migliori costumi, grazie a Mark Bridges.
C’è l’amore, lo stile, la voglia di riscatto, un cane intelligentissimo. Cos’altro vi serve per vederlo?
Francesco consiglia Via col vento e L'ultimo imperatore
Via col vento – Oscar al Miglior film 1940
Via col vento vinse 8 oscar su 8 candidature, compreso il miglior film. Oltre al rivoluzionario Oscar ad un interprete femminile afroamericana, il film ci mostra la potenza e la bellezza di una Hollywood carica all’ennesima potenza. Scenografie, comparse, costumi, interpreti: tutto nello stile della vecchia scuola.
Un film, a mio avviso, molto importante e molto sottovalutato, è L’ultimo imperatore, che nell’88, si portò a casa 9 statuette, compreso il miglior film e la miglior regia ad un italiano, il Maestro Bernardo Bertolucci. Qui la grandezza del film è (come già detto da qualcuno prima di me) la capacità registica di ottenere una potente minuziosità di tecnica: dai dettagli alle potenti scene di massa tanto che possiamo definire questa pellicola, alzando forse il tiro, uno degli ultimi kolossal prima dell’avvento degli effetti speciali computerizzati.
Non dimentichiamoci inoltre che per noi italiani questo film è un vanto, poiché il Maestro Bertolucci è l’unico italiano a vincere un Oscar alla migliore regia e al miglior film (tutti gli altri hanno vinto il miglior film straniero). La prima persona candidata fu la Suprema Lina Wertmuller, ma lui, fino ad ora, è l’unico ad averlo vinto!
Da quando è uscita la serie TV The Crown, l’interesse per le vicende personali dei reali inglesi è aumentato a dismisura. Ma già nel 2011 il regista Tom Hooper ci aveva presentato un meraviglioso film biografico incentrato sulla figura di re Giorgio VI, padre di Elisabetta II.
È facile entrare in sintonia con il protagonista: il principe Albert (il suo vero nome prima di scegliere quello da sovrano) è diverso dall’immagine del reale inglese perfetto.Soffre infatti di balbuzie, condizione che lo mette estremamente a disagio quando deve parlare in pubblico o quando si trova in situazioni di stress. È grazie all’eccentrico logopedista Lionel Logue che Albert riesce a vedere i primi miglioramenti, ma la situazione precipita nel momento in cui suo fratello Edoardo, da poco diventato re, decide di abdicare in suo favore. Tocca quindi ad Albert il compito di diventare sovrano d’Inghilterra all’alba della seconda guerra mondiale; questo comporta enormi responsabilità e anche numerosi discorsi da eseguire di fronte a grandi folle, cosa non facile visti i suoi problemi.
Il discorso del re è un film biografico che ci racconta, sì, i reali inglesi, ma anche il percorso di crescita personale compiuto da Albert e la sua grande amicizia con il logopedista Logue. Le interpretazioni sono magistrali: Colin Firth è Albert (ruolo che gli valse l’Oscar come miglior attore protagonista), Geoffrey Rush interpreta Logue e Helena Bonham Carter ha il ruolo di Elizabeth, la moglie di Albert.
La pellicola ha vinto anche l’Oscar alla migliore regia e l’Oscar alla migliore sceneggiatura originale. Vi devo dire altro? Correte a recuperarlo, quest’anno ricorre il decimo anniversario!
Valeria ha scelto Parasite
Parasite – Oscar al Miglior Film 2020
Parasite ha fatto tanto parlare di sé per diverse ragioni. È la prima pellicola in lingua non inglese ad aggiudicarsi il premio di miglior film, segnando un importante cambiamento politico nella storia delle scelte dell’Academy. Parasite ha poi conquistato altre tre statuette come “miglior film internazionale” (chiamato “miglior film straniero” fino all’edizione precedente), “migliore regia” e “migliore sceneggiatura originale”, oltreché la Palma d’Oro in occasione del Festival di Cannes e il Golden Globe come miglior film in lingua straniera. Si tratta quindi di un film che ha fatto incetta di premi a livello internazionale.
Senza svelare troppo sulla trama, in Parasite si racconta la vicenda della famiglia Kim che vive alla giornata sfruttando dei sussidi. Quando il figlio troverà lavoro come insegnante di inglese presso la facoltosa famiglia Park, i Kim vedranno un’opportunità di svolta della loro miserrima condizione sociale.
È un film che racchiude al suo interno diversi generi: è drammatico ma contiene degli spunti comici, possiede la suspence di un thriller ma anche gli elementi di una satira sociale con un finale dai tratti pulp.
Parasite ha anche una potenza iconografica immensa: l’azione si svolge fondamentalmente in due location, ovvero il seminterrato dei Kim, la famiglia povera, e l’ampia ed elegante casa dei Park, i ricchi. Se non l’avete ancora visto lo dovete assolutamente recuperare!
Oscar o non Oscar (sono 11 ma chi li conta?!), Titanic resta il cult di sognatrici e sognatori di fine anni Novanta. Ero solo una ragazzina quando un giovanissimo – ma talentuoso – Leonardo Di Caprio prendeva per mano una meravigliosa Kate Winslet e le chiedeva di fidarsi di lui, nemmeno fosse l’Aladdin dei nostri tempi. E il tappeto volante, in questo caso, era la prua della “nave inaffondabile”, che poi invece, purtroppo, è affondata.
Quello che ho amato del Titanic, e che amo ancora oggi (sono persino andata a rivederlo al cinema qualche anno fa), oltre al terrificante racconto storico, è lo spaccato della condizione femminile che offre e che supera anche la storia d’amore. Rose è incastrata in un ruolo che non vuole, con un uomo violento: pensa addirittura a suicidarsi. L’amore di Jack la salverà “in tutti i modi in cui una persona può essere salvata”, anche post mortem. In questo modo l’amore suggella qualcosa di molto più grande, un messaggio di forza e speranza che solo un sentimento forte e sincero può infondere.
Che dire, un capolavoro dall’inizio alla fine, con un cast eccezionale, una storia ricca di tanti significati e persino una colonna sonora, firmata Celine Dion, che ha fatto davvero innamorare tutti. Viva James Cameron!
La mia Africa è un capolavoro della durata di due ore e mezza: chiunque avesse voluto registrare il film dalla tv avrebbe dovuto usare due videocassette. La sua colonna sonora, nostalgica e armoniosa, che ha vinto l’Oscar, rimane impressa nella memoria per sempre. La pellicola affronta il tema dell’imperialismo in Africa all’inizio del XX secolo.
La mia Africa, film ispirato al romanzo autobiografico di Karen Blixen, ha una trama complessa: narra la particolare e tristemente bella storia d’amore tra Karen e il cacciatore Denys Finch Hatton, interpretato dal carismatico Robert Redford. A differenza della “Karen” che siamo abituati a conoscere nei meme ironici su internet, questa Karen è una donna forte, avventurosa, coraggiosa, intraprendente e leale che viaggia per sposarsi in Africa, per soccorrere il marito al confine durante la Prima Guerra Mondiale e che lotta per mantenere il suo terreno e per aiutare le persone che hanno lavorato per lei alla sua piantagione di caffè.
La magnifica interpretazione di Meryl Streep le è valsa la nomination agli Oscar come Miglior Attrice Protagonista. È un film un po’ lungo, appunto, ma cattura lo spettatore grazie ai paesaggi e alla storia, una delle più belle d’amore raccontate su pellicola.
Se anche tu non vedi l’ora di sapere quale film quest’anno si porterà a casa la statuetta più ambita, dai un’occhiata al nostro articolo sulle nomination agli Oscar 2021!
Deriva da un’antica tradizione catalana e l’Unesco, nella ventottesima sessione della Conferenza Generale riunita presso Parigi, ha innalzato La Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore a festa internazionale.
Tale celebrazione, che cade il 23 aprile, è nota anche col nome di Giornata del libro e delle rose. L’origine di questo titolo deriva dalle antiche radici della festa, che già si festeggiava in Catalogna nei primi del Novecento, ma in data 7 ottobre. Fu il re Re Alfonso XIII a spostare la festa nel giorno di Sant Jordi (San Giorgio), patrono della regione: proprio in questo giorno si regalano rose alle donne, fiori che, secondo la leggenda, sarebbero nati dal sangue sgorgato dal corpo del drago ucciso da San Giorgio.
Ancora oggi i librai di tutta la Catalogna regalano una rosa per ogni testo venduto.
Indice
La festa del libro, ma non solo
Tale evento nasce quindi per promuovere la lettura, la pubblicazione dei libri e la protezione della proprietà intellettuale attraverso il copyright. Noi di CulturaMente siamo sensibili su tutti i punti, avendo in redazione non solo molti spacciatori di cultura amanti dei libri, ma anche professionisti che scrivono o lavorano per case editrici, e soprattutto due avvocate esperte in diritto d’autore.
Evento in streaming
Ricordiamo che per celebrare la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, Biblioteche di Roma in collaborazione con l’Associazione Italiana Editori (AIE), organizza in diretta streaming “Leggere sempre”, un festival in due giorni il 23 e il 24 aprile dedicato al piacere del leggere e alle biblioteche di pubblica lettura. Una due giorni con incontri e approfondimenti che ci condurranno in un viaggio tra i libri, le biblioteche e la città di Roma attraverso numerose letture realizzate in collaborazione con Romaeuropa Festival e che si inserisce all’interno dell’iniziativa Maggio dei Libri, organizzata dal Centro per il Libro e la Lettura.
Libri, editoria e Covid-19
La Federazione degli Editori Europei, inoltre, ci ha inviato un nuovo rapporto sulle conseguenze della crisi del Covid-19 per il mercato del libro in Europa, offrendo una panoramica della situazione a un anno dall’inizio della pandemia. L’editoria, nonostante la chiusura delle librerie e delle fiere – e nonostante anche i pronostici catastrofici, alla fine se l’è cavata con un 2-5% circa di perdita in tutta Europa, recuperando anche rispetto al report precedente, più negativo, legato ai primi sei mesi dell’anno 2020.
La vendita di libri digitali e audiolibri è aumentata in modo sorprendente: solo in Italia, rispettivamente, del 37% e del 94%.
Il presidente della FEP, Peter Kraus vom Cleff, ha dichiarato:
“Il lato positivo è che i cittadini europei hanno letto più libri durante questi ultimi mesi e spero sinceramente che questo durerà nel tempo. Meno ottimistica è la situazione di molti editori europei che sono stati colpiti da mesi di lockdown, e la cancellazione di fiere del libro e festival letterari. Se posso rallegrarmi del fatto che diversi paesi se la sono cavata meglio del previsto, devo riconoscere che questa è la combinazione di un mercato dinamico e del sostegno dello Stato attraverso sgravi finanziari e supporti diretti. Invito tutti i governi d’Europa a fare in modo che un settore editoriale culturalmente diversificato superi insieme la crisi. Essi possono essere strumentali nel fornire finanziamenti dove necessario e promuovendo le politiche più adatte, compreso il dichiarare i libri “prodotti” essenziali.”
Il vicepresidente della FEP, Ricardo Franco Levi, ha aggiunto:
“Leggendo questo rapporto, non posso che congratularmi con le autorità italiane per aver prestato così tanta attenzione ai libri in questo periodo terribile. Con tutto il sostegno che hanno dato a tutta la catena, hanno permesso a tutti noi di superare quest’ultimo anno, permettendo a un maggior numero di libri di raggiungere i cittadini italiani. Sono felice che siamo stati in grado di ispirare i nostri colleghi e i loro governi in questo senso. Mi unisco al collega Peter per lanciare un appello a tutti i governi europei affinché prestino la massima attenzione nei prossimi mesi, facendo in modo che nessuno rimanga indietro”.
Il nostro video
Dai vostri Spacciatori di Cultura arriva il video con le nostre citazioni preferite tratte dai libri. Da Dante Alighieri a Moravia, fino a L’Amica Geniale, eccoci qui a leggere per voi, e Buona Festa del Libro!
Elio Aristide fu uno dei più rinomati sofisti del 2° secolo d.C. Nacque nel 129 ad Adriani in Misia, ricevette una buona preparazione retorica che gli permise di intraprendere la carriera di conferenziere. Tuttavia, Aristide si recò per molti anni al santuario di Pergamo, per trovare una soluzione per le sue malattie psicologiche. Inoltre, compì molti viaggi in Grecia e soprattutto ad Atene, in Egitto e a Roma.
Encomio/Elogio di Roma
In una delle sue opere più importanti, l’Encomio a Roma, Aristide esprime la sua ammirazione (in modo iperbolico!) per l’opera di pace universale compiuta dall’impero romano.
[90]: «Anche nella costituzione politica avete istituito un regime diverso da quello di tutti gli altri Stati. Si riteneva un tempo che nel consorzio umano le forme di governo fossero tre: le due prime avevano due nomi ciascuna, a seconda del carattere del governo, tirannide e oligarchia, regno e aristocrazia; la terza aveva sempre il nome di democrazia, sia che funzionasse bene sia che andasse male.
Le varie città si eran divise queste tre forme come volle la scelta o la sorte. Ma il vostro regime non rientra in nessuna di queste tre; è un contemperamento di tutti e tre, senza i punti deboli di ciasuna; così questo tipo di governo ha trionfato su tutti.»
In questo caso, è facile notare la ripresa della teoria della “costituzione mista”, già precedentemente elaborata da Polibio.
[97]: «Come adunato a festa, tutto il mondo civile ha deposto il peso delle armi, suo antico fardello, e si è volto a farsi bello e a godere delle gioie della pace. È scomparsa ogni ragione di contese fra le città; resta per tutte solo una gara, quella di apparire più amabili e accoglienti che possono.»
L’immagine di un mondo che non ha più bisogno di scontri armati è già presente in Tucidide:
Storie [1,6]: «tutta la Grecia portava armi, non essendo protette le abitazioni né sicure le comunicazioni degli uomini tra loro; e per essi vivere con le armi diventò una cosa abituale […]. Furono gli Ateniesi per primi ad abbandonare le armi, e, vivendo liberamente, ad adottare modi più raffinati.»
Si riprende uno dei temi principali della propaganda augustea: la pax romana, celebrata più volte anche da Virgilio.
Sempre Aristide scrive:
[103]: «Narrano i poeti che prima del regno di Giove l’universo era pieno di tumulti, di sconvolgimenti, di guerre, ma dopo l’avvento del regno di Giove, tutto il mondo si mise a posto; i Titani, scacciati da lui e dagli dèi del suo seguito, si ritirarono nei più profondi recessi della terra. […]»
L’elemento mitologico serve a rendere ancora più solenne il discorso: è, infatti, di matrice esiodea. Già nella Teogonia si parla di un passaggio da una condizione di caos a una di ordine. La religione greca non ebbe mai un unico testo sacro di riferimento (come l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islamismo); dovette, quindi, essere soggetta a tante (e diverse) teogonie, di cui la più famosa è proprio quella di Esiodo.
Teogonia [116-125]:
«Dunque, per primo fu Caos, e poi
Gaia dall’ampio petto, sede sicura per sempre di tutti
gli immortali che tengono la vetta nevosa d’Olimpo,
e Tartaro nebbioso nei recessi della terra dalle ampie strade,
poi Eros, il più bello fra gli immortali,
che rompe le membra, e di tutti gli dei e di tutti gli uomini
doma nel petto il cuore e il saggio consiglio.
Da Caos nacquero Erebo e la nera Notte.
Da Notte provennero Etere e Giorno
che lei concepì a Erebo, unita in amore.»
Già dai primi versi si può evincere che la Teogonia di Esiodo è stata il primo tentativo, nella cultura greca, di trattare in modo sistematico i personaggi divini legati al mito. Nel passo citato centrale è la figura di Eros: se tradizionalmente era raffigurato come figlio di Afrodite, in questo caso, invece, è allegoria dell’impulso sessuale, quindi svolge un ruolo primario nell’evoluzione del mondo.
Per comprendere meglio, potremmo dire che la sua funzione non è poi così tanto diversa dalla Venere del proemio del De rerum natura di Lucrezio: anche lei, infatti, indica il principio epicureo dell’ἡδονή (voluptas). Un altro esempio è presente nell’opera Ippolito di Euripide: nonostante sembri una tragedia tradizionale (la dea Afrodite che si vendica contro Ippolito, che si nega una vita completa), in quest’occasione la divinità, come in tutte le tragedie euripidee, assume un significato più terreno, più legato alla dimensione dell’uomo. Anche qui Afrodite designa l’impulso vitale, la sessualità:
Prologo, Afrodite: «Possente e non ingloriosa dea tra i mortali e in cielo, io son Cipride: fra quanti abitano tra il Ponto e i termini dell’Atlante e vedono la luce del sole, quelli che onorano la mia potenza io tengo in pregio; abbatto, invece, coloro che si mostrano superbi verso di me. Anche nell’indole dei numi è insito il goder degli onori resi dai mortali.
Ora ben presto mostrerò la verità di queste mie parole: il figlio di Tèseo, nato dall’Amazzone, Ippolito, allievo del saggio Pittèo, solo fra tutti i cittadini di questa terra Trezènia, dice che io sono la peggiore delle divinità, e sdegna l’amore e disprezza le nozze; ed onora invece la sorella di Febo, Artemide, figlia di Zeus, giudicandola la più potente delle divinità; e attraverso la verde selva sta sempre vicino alla vergine e con agili cagne stermina dalla terra le fiere, contratta così un’amicizia, che per lui mortale è troppo elevata. Ma non per questo io mi cruccio; e perché dovrei crucciarmi?
Ma delle offese che m’ha fatte, io punirò Ippolito oggi stesso; disegno, ed ora non mi occorre molta fatica.»
Ritornando all’Encomio di Roma, possiamo notare che Elio Aristide aggiunge:
[103-104]: «Allo stesso modo, se ci si ferma a considerare le condizioni del mondo prima e durante il vostro governo, si trova che prima del vostro impero il mondo era in perpetuo sconvolgimento e andava avanti senza un ordine prestabilito; da quando voi vi siete messi a governarlo, disordini e sconvolgimenti sono cessati, è subentrato l’ordine, si è diffusa dappertutto una splendida luce di civiltà, di solidi ordimenti politici; ha trionfato il Diritto, gli altari degli dèi hanno ricevuto ancora gli onori del culto.
Prima saccheggiarono la terra, come se castrassero i genitori, e se non divoravano i figli, se li uccidevano a vicenda, e li immolavano nelle guerre civili e nei sacrifici. Ora invece un’assoluta sicurezza generale è concessa al mondo e ai suoi abitanti; non vi è più pericolo di subire ingiustizie, anzi vi sono, a mio giudizio, tutte le possibilità di essere trattati giustamente. Pare che guardandovi dall’alto veglino all’ordine del vostro impero e alla sicurezza del vostro dominio».
Si riprende uno dei temi della propaganda romana: già nel 6° libro dell’Eneide viene creata questa visione di un mondo pacificato sotto il comando di Roma e guidato dai discendenti di Enea; la rappresentazione è quella di un mondo non più soggetto a guerre intestine:
Eneide, Libro VI [826-831; 847-853]:
«Quelle che poi tu vedi in identiche armi risplendere,
anime ora concordi e fin quando la notte le grava,
ahi, quante guerre tra loro, saliti ai vivifici raggi,
quanti scontri e che stragi susciteranno, tra il suocero
dai baluardi Alpini scendente e dall’arce di Monaco,
e il genero con le opposte forze d’Oriente schierato!
[…]
Altri, cred’io, sfoggeranno i bronzi con più morbidezza
animandoli, vive fattezze trarranno dal marmo;
sapranno meglio trattare le cause e segnare le vie
del cielo con la bacchetta e predire l’ascesa degli astri:
tu a governare autorevole i popoli attendi, o Romano,
a dare norme alla pace (le arti tue queste saranno),
a perdonare i vinti e a debellare i superbi.»
Virgilio interpreta quindi tutta la storia di Roma come una lenta evoluzione, voluta e guidata da una forza divina. L’impero di Roma è, dunque, un progetto del Fato e degli dèi, per una missione che dovrebbe “salvare” l’intera umanità.
L’idea del favore degli dei ritorna anche in Aristide:
Encomio di Roma [105]:
«Giove, perché dedicate le vostre cure con bell’entusiasmo al benessere del mondo, che è bella opera sua; Era, perché le nozze sono sancite dalle leggi; Atena ed Efesto, perché sono in onore le arti […] Quanto alle Grazie, quando mai le città ebbero in retaggio in maggior copia i loro doni? E le arti di Esculapio e degli dei egizi ora sono largamente diffuse tra gli uomini.»
È importante notare la presenza di Esculapio (Asclepio) anche dal punto di vista biografico di Elio Aristide. Durante il viaggio a Roma andò incontro ad un numero impressionante di malattie e rientrò a casa in stato di totale prostrazione. Per guarire, andò in un santuario di Pergamo, dedicato al dio Asclepio, dove maturò un diario: I Discorsi sacri.