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Perché “tifo” Maria Grazia Calandrone allo Strega 2021

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Il motivo per il quale “tifo” Maria Grazia Calandrone al Premio Strega 2021 con il suo Splendi come vita, edizioni Ponte alle Grazie è uno e trino, per usare un termine dogmatico.

Non voglio cadere nella retorica della scrittura di genere, nonostante io abbia sempre considerato il linguaggio femminile come rappresentativo di un potere creativo assoluto e totale in chiave antropologica, senza ricorrere a un manifesto ideologico e categorizzante. Cose che si rappresentano senza didascalie inutili, pena l’inefficacia dell’azione e il dissolversi di quel potenziale atomico che un verbo declinato al femminile può scatenare, come migliaia di crepe sui muri della coscienza.

Splendi come Vita al Premio Strega 2021

Come sosteneva Judith Butler il femminismo è stato vittima dell’errore madornale di considerare le donne come una categoria astorica dalle caratteristiche comuni, approccio che rinforza la visione binaria delle relazioni di genere. Ma il libro della Calandrone ha tutte le caratteristiche per affrontare un discorso nuovo sull’etica della cura, paradigma vacillante e pregno di grande sofferenza e conflittualità.

Non un semplice rimando a un vissuto personale ma la dimensione centrata del rapporto fuori/dentro con la forma circolare dell’abbraccio materno che avvolge e strangola, attira e respinge in un dualismo emozionale che sovente precipita le donne in un gorgo infernale, vittime di un tabù straziante costrette a metabolizzare solo quando la morte decreta la fine di un legame indispensabile ed impossibile.

Si tratta di una strada accidentata da percorrere verso la consapevolezza di donna, figlia e madre. Un processo dicotomico edulcorato da una morale omologante che regola la stabilità di rapporti complessi e che liquida la questione del seno cattivo di Melanie Klein nella responsabilità individuale, amplificando la solitudine.

Il fatto che Maria Grazia Calandrone sia una poeta costituisce un continuum con l’arringa precedente e non è un caso che la trascendenza venga dal maneggiare liricamente la scrittura, che oggi diventa sempre più simile alla cronaca che alla letteratura. Il distinguo è netto e il valore aggiunto che la scrittrice apporta alla narrazione è uno stacco netto dal tecnicismo strutturato e amorfo di molti scrittori contemporanei. L’ars poetica è l’antidoto alla distruzione della Parola, alla superbia descrittiva, al distacco strategico tra significato e significante; l’opera della Calandrone si manifesta nel coraggio, mai nell’indeterminazione.

L’ultimo punto riunisce tutti i precedenti e può espresso con un’unica parola: autenticità. Ci sarebbe da dire troppo e forse mai abbastanza nel mare magnum della letteratura, strozzata nella rigidità autoreferenziale e fasulla dei soloni.

Splendi come vita rovescia una tavola preziosamente imbandita senza preoccuparsi delle conseguenze e soprattutto senza l’arroganza costruita di chi vuole suscitare lo stupore per esercizio narcisistico. Ecco la lettura di una tenerezza sofferta e mai completamente dichiarata per l’inesorabile destino di tutti i rapporti: l’appartenenza alla condizione umana che deve fare i conti con l’impossibilità di godere di una felicità piena, velata da quel masochismo sottile che concepisce la percezione della vitalità attraverso il dolore e la lontananza.

Grazie a Maria Grazia Calandrone alla quale auguriamo di raggiungere la vetta con il suo Splendi come vita.

Maria Grazia Calandrone è poetessa, scrittrice, giornalista, drammaturga, autrice e conduttrice radiofonica per Rai Radio 3 e regista per CorriereTV. Ha vinto i premi Montale, Pasolini, Trivio, Europa, Dessì e Napoli per la poesia, Bo-Descalzo per la critica letteraria. Fra i suoi ultimi libri, Serie fossile (Crocetti,2015), Gli scomparsi. Storie da “Chi l’ha visto”? (Pordenonelegge, 2016), Il bene morale (Crocetti, 2017), Giardino della gioia (Mondadori,2019). Porta in scena il videoconcerto Corpo reale. Ha curato la rubrica di inediti Cantiere Poesia per Poesia (Crocetti). Suoi libri e sillogi sono tradotti in molte lingue. Tiene laboratori di poesia in scuole pubbliche, carceri, DSM. Il suo sito è www.mariagraziacalandrone.it.

Il suo ultimo romanzo Splendi come vita è inserito nella dozzina del premio Strega 2021.

Antonella Rizzo

Come difendersi dagli attacchi hacker

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Cosa che forse non tutti sanno è che quando si naviga in rete si va incontro ad una serie di pericoli non da sottovalutare. I nostri dati sensibili sono sempre in pericolo, poiché possono essere intercettati e utilizzati contro la nostra volontà dai malintenzionati.

Attacchi hacker in crescita

Gli attacchi hacker, negli ultimi anni, sono in fortissima crescita. Pare che soltanto nell’ultimo anno si siano verificati oltre 1600 attacchi informatici in Italia, ovvero quasi il 90% in più rispetto all’anno prima. Questo perché vengono attaccati non solo gli utenti privati, ma anche gli organi istituzionali. A causa della pandemia, pare che gli attacchi hacker siano aumentati di oltre il 600%. Ciò perché sono mutate le nostre abitudini: ora passiamo molto più tempo al pc, e di conseguenza i criminali informatici sono molto più attivi rispetto a prima.

Diverse modalità

Gli attacchi informatici vengono effettuati dai malviventi della rete con diverse modalità e tecniche. Per esempio, ci sono i malware, forse la tecnica di maggior successo. Si tratta di utilizzare una tecnica per infettare un device e, solitamente, chiedere un riscatto per renderlo libero dal virus. Purtroppo moltissime persone ogni anno cascano nella rete dei malware, anche e soprattutto grazie al phishing. Questa modalità sfrutta in particolare le mail, per ingannare l’obiettivo e farlo cadere nella rete.

Va detto che la maggior parte degli attacchi hacker è proprio votata a cercare di ottenere un riscatto, ovvero del denaro in cambio della liberazione del pc, solitamente. Si tratta di una vera e propria estorsione. Addirittura, pare che si siano venute a creare delle reali organizzazioni criminali che operano in tal modo.

Protezione grazie alle VPN

Cos’è che può essere utile contro questo problema? Sicuramente le migliori VPN possono essere d’aiuto. Se non sai di cosa si stia parlando, allora potrai trovare utile le informazioni seguenti. Con l’acronimo VPN si intendere una Virtual Private Network, non altro che una rete privata virtuale la quale riesce a mantenere l’anonimato dell’utente che naviga in rete. Cosa che non tutti sanno, infatti, è che quando si naviga online, in qualunque caso, i nostri dati sensibili potrebbero essere recepiti, intercettati, da malviventi informatici, i quali potrebbero poi usarli contro di noi.

Con una rete VPN ci si può proteggere da questi attacchi. Ecco perché si tratta di un sistema che si è molto diffuso negli ultimi anni e che viene utilizzato sia da aziende che da privati. Esistono due tipologie di reti VPN, quelle ad accesso remoto, che si servono di una rete privata che permette l’accesso agli utenti attraverso una rete; e una tipologia site-to-site, ovvero una rete che consente di connettersi tramite un router personalizzato.

Una rete di questo tipo permette di criptare il traffico di internet, quando si naviga, in modo tale da evitare che i nostri dati sensibili siano visibili a chi non dovrebbe vederli. In questa maniera possiamo proteggerci e navigare in maniera sicura, senza problemi. Di solito, gli hacker si servono proprio di questi dati sensibili per poter ricattare le vittime o commettere altri reati.

“Lol: chi ride è fuori”. E tu quanto hai resistito?

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Tutti pazzi per “Lol: chi ride è fuori“, il format giapponese sbarcato nei lidi italiani di recente e che ha fatto decisamente molto chiasso. L’idea è semplice: sei ore da passare senza una risata ma attorniato da comici che tentano di farti ridere, premio centomila euro da devolvere in beneficenza.

E l’eco, nonostante siano passati diversi giorni, è ancora forte: il web pullula di meme e, perché quelle non mancano mai, di polemiche.

C’è chi dice che, in realtà , Lol non faccia ridere neppure un po’: gag stupide, un no-sense dilagante, alle volte un esplicito cattivo gusto. Ci può stare, sicuramente il programma non è l’ultima intervista di Barbero e né vuole esserlo. Sia invece il pretesto per trascorrere un tempo spensierato. Il tipo di comicità può non piacere ma è questione di gusti e non si può per questo giudicare Lol un prodotto scadente. Ce ne sono di prodotti veramente scadenti nell’etere televisivo, pensiamo a quelli.

La seconda notazione che è stata fatta è che Lol, con particolare riferimento ad alcuni siparietti, sia stato copiato. Peccato che Lillo, l’incriminato, abbia addirittura citato la sua fonte nello stesso programma.

Lasciando da parte quindi questi haters arrampicatori di specchi, vi presento i nomi del cast.

Luca Ravenna, l’asociale

Sì, parto dal mio preferito, nonché scoperta del format. Probabilmente il meno conosciuto del cast, la sua è una stand-up comedy. Ha fatto veramente poco a Lol: è stato uno spettatore quasi muto delle altre mine vaganti e se non fosse stato per gli interventi di Fedez dovremmo togliere pure il quasi. Eliminato quasi subito, non ha avuto modo di rivalsa. Io però vi invito a cercarvi qualche spezzone di quando il nostro Luca era in forma migliore: il suo è sicuramente un bel modo d’essere comico. Quando è in vena.

Frank Matano, il re del non sense

Non ci avrei scommesso due lire sulla durata di Frank nel format: allegrone, conosciuto sul web e sul piccolo schermo, dalla comicità slegata da senso logico, ha invece resistito a lungo regalandoci perle che difficilmente dimenticheremo. È sicuramente il più spontaneo: la sua è una comicità di indole, quindi mai stucchevole e pesante.

Angelo Pintus, la goccia che scava la pietra

Non lo vedevo dai tempi di Colorado e le sue imitazioni, infatti, sono rimaste le stesse. Le ha riproposte praticamente in loop in ogni momento buono: è stato l’anima della festa. Un’anima un tantino ingombrante che ti fa ridere per sfinimento. Peccato che per sfinimento ci abbia riso lui. A una sua stessa battuta.

Katia Follesa, too much

Katia ti fa ridere per l’eccesso, per la caricatura, perché è troppo. Ha avuto uscite molto carine, altre forse un po’ fuori luogo: chi la segue sa che le è cara un certo tipo di comicità a sfondo sessuale. Che a volte va bene, alle volte è quasi imbarazzante, più che comica. Fa ridere lo stesso? Sì. Allora va bene.

Elio, l’uomo Gioconda

Con Elio, sarei andata fuori nel giro di due minuti. Sia perché si è presentato travestito da Gioconda, sia perché aveva due braccia finte, sia perché Elio è Elio. Abbastanza quieto, la sua è una comicità che va di pari passo col carisma: letale. I suoi siparietti non sono stati né troppo estremi né troppo ostentati: ma ogni minimo gesto faceva morire dal ridere. Se esistesse una comicità perfetta, per me sarebbe la sua.

Michela Giraud, una big un po’ opaca

Lei fa ammazzare dal ridere ma forse il contesto non ha giocato troppo a suo favore: pochi i battibecchi notabili, quasi tutti puntati e giocati su uno stile simile a quello di Katia. Quando sale sul palco e prende il microfono, però, è protagonista incontrastata: è solo lì che dà il meglio di sé.

Lillo, cioè Posaman

Vecchia scuola, Lillo non è mai ripetitivo. Sicuramente il più apprezzato dal web a furia di “So’ Lillo!” e di mosse del nuovo ed esclusivo Avengers Posaman, è il vincitore morale dell’edizione e uno degli avversari più temuti dagli altri comici. Dieci e lode.

Caterina Guzzanti, la donna dei ghiacci

Non importa cosa accada, Caterina Guzzanti non ride: è arrivata quasi in fondo grazie alla sua maschera di ferro. Le sue imitazioni sono prese da un repertorio assai vasto, e si vede. Lei ha una gran bravura, e si vede. Probabilmente però non è comica temibile all’interno di Lol, essendo più un’imitatrice. Forza di attacco: 6 scarso. Forza di difesa: 10, incrollabile.

Fru e Ciro dei The Jackal

Due dei nomi meglio scelti per il format, senza dubbio. E’ questo tipo di scherzo che si addice bene a Lol. Veloce, leggero, immediato, tipico, d’altra parte di Youtube, campo preferito dai due.

Ciro, infatti, ha vinto. Fru, un allucinato capellone che fa già ridere dall’espressione, è uscito quasi subito. Menomale perchè ha fatto scompisciare fino ai crampi.

Serena Garofalo

Le foto presenti nell’articolo sono per gentile concessione di Prime Video & Amazon Studios

“Leonardo”: il giallo è concluso

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Abbiamo ormai raggiunto la fine dello show e possiamo confermare le prime impressioni espresse nelle recensioni delle scorse settimane. Leonardo è una serie tv che aveva un altissimo potenziale, ma che scade sfortunatamente in un prodotto poco originale e troppo superficiale. Il mistero dell’uccisione di Caterina da Cremona è un espediente creato per tenere in piedi la trama, ma in generale non si rivela così intrigante e appassionante. Occorre però ammettere che proprio questi ultimi episodi si fanno decisamente più avvincenti e coinvolgenti.

Nel presente della storia, siamo giunti al giorno dell’impiccagione di Leonardo, il quale arriva a firmare una confessione. Giraldi, come al solito, non è assolutamente convinto e tenta il tutto per tutto per dimostrare la sua innocenza (ancora stiamo qui a chiederci il motivo!).

Ma prima della risoluzione finale, tornano i flashback. Questa volta siamo a Firenze nel 1504 e conosciamo un altro genio del Quattrocento: Michelangelo Buonarroti (pare che la prossima fiction sarà su di lui!). Diversi anni più giovane di Leonardo, si presenta a Firenze come un suo rivale realizzando il famosissimo David in Piazza della Signoria. Tra i due gelosia e rivalità sono alquanto naturali. Entrambi ricevono una commissione per affrescare una stanza di Palazzo Vecchio, ma entrambi lasceranno il soggetto incompiuto. D’altra parte, questa commissione assolve il suo compito: fa avvicinare i due artisti portandoli a confessarsi a vicenda e a riconoscere l’uno il genio dell’altro.

Nel frattempo, Caterina e suo figlio Francesco si sono trasferiti nella bottega insieme a Leonardo e Salaì (vogliamo parlare della modernità di questa famiglia allargata?). Fatalità vuole che proprio subito dopo il trasferimento, il perfido Sanseverino vada a fare visita a Leonardo per chiedergli di intercedere a favore di Ludovico il Moro imprigionato dai francesi, e veda questo bambino di circa 10 anni. Ovviamente riferisce tutto al Moro, il quale è convinto che sia suo figlio (sono tutti molto intuitivi in questo show!).

A questo punto la cosa più importante è proteggere il bambino. Per questo Leonardo e l’intera famiglia si trasferiscono in un luogo sicuro: Milano (ma perché proprio a Milano, città del Moro e di Sanseverino?). Qui, gli avvenimenti si ricongiungono man a mano con il presente. Assistiamo all’avvelenamento di Caterina e al momento dell’impiccagione di Leonardo, prontamente fermata da Giraldi che dice di aver trovato una lettera della donna dalla quale emerge chiaramente che il colpevole di tutto è Sanseverino.

Il giallo sembrerebbe essere risolto, sennonché abbiamo una svolta finale inattesa rivelata da Giraldi (che altri non è che Sherlock Holmes): Caterina è realmente stata avvelenata da Leonardo, ma non è morta. L’artista le ha somministrato l’antidoto in tempo, ma l’ha fatta nascondere da Salaì (che ogni tanto si chiama pure Giacomo!) di modo che il Moro e i suoi seguaci non perseguitassero più né lei, né suo figlio. Alla fine abbiamo il ricongiungimento tra Leonardo e Caterina e tutto si conclude con la promessa da parte dell’artista di concludere La Gioconda.

Il ruolo delle immagini e il potere delle opere d’arte

Il colpo di scena finale della serie è in realtà la cosa più semplice che si potesse immaginare: Leonardo è innocente perché Caterina non è morta. Andando più a fondo, però, tra la concitazione e la sorpresa dell’ultimo episodio, emerge una tematica interessante. Il fatto che Leonardo per poter simulare l’omicidio abbia dovuto bruciare tutti i suoi dipinti che ritraevano Caterina, fa riflettere proprio sul ruolo delle immagini e dell’aspetto delle persone nel corso del tempo. Distruggendo quelle opere, nessuno avrebbe potuto scoprire, a meno che non la conoscesse di persona, che la donna seppellita non era Caterina e nessuno in futuro avrebbe potuto riconoscerla. Oggi, tutti noi siamo abituati ad avere a disposizione molteplici fotografie e selfie che ci raffigurano, così come quelle dei nostri genitori e dei nostri nonni. Volendo andare più indietro nella linea genealogica, appare decisamente più difficile conoscere il volto dei nostri avi. Per noi è scontato che in qualche modo possa rimanere traccia nel tempo del nostro aspetto; in passato, invece, affinché questo avvenisse occorreva essere un nobile o, al massimo, un modello. Appare così evidente il magnifico potere delle opere d’arte che purtroppo nell’era contemporanea è stato enormemente svalutato: donare l’immortalità. Leonardo non solo, come rappresentato nella serie, poteva “resuscitare” le persone grazie ai suoi intrugli e antidoti, ma poteva addirittura (e questo va oltre ogni espediente narrativo e fiction televisiva) renderle immortali.

In quest’ottica, la scelta di concludere la serie con l’immagine della Gioconda – “il quadro più famoso al mondo”, ci ricorda la didascalia – è suggestiva e ricca di significato.

Il rapporto tra Leonardo e Michelangelo

L’incontro tra Leonardo e Michelangelo è un altro momento positivo di queste ultime due puntate.

Grazie alle scene rappresentate emergono le due diverse concezioni dell’arte che animavano i due maestri e viene fuori anche un altro tema, assolutamente fondamentale per chi decide di votarsi a questo mondo: il confronto con chi ci ha preceduto.

Chi nella vita sceglie di fare l’artista si trova sempre davanti un grande dramma: qualsiasi sia il campo in cui andrà ad operare, dovrà imparare il mestiere dai grandi talenti che sono venuti prima e allo stesso tempo trovare la sua voce, la sua identità. E non è qualcosa di semplice se alle spalle hai secoli e secoli di tradizione consolidata e apprezzata. Non è facile confrontarsi con i geni, soprattutto se diventano miti. È naturale che alle volte si arrivi a criticarli o demonizzarli, proprio come fa Michelangelo con Leonardo all’inizio dell’episodio. Si tratta di una forma di difesa personale quasi obbligatoria che non esclude una segreta e profonda ammirazione per il maestro. Sarà proprio questo il punto di partenza della propria opera.

Michelangelo dice di voler essere come Leonardo, ma al tempo stesso è ossessionato dall’idea di essere qualcosa di diverso. Tuttavia, la sua creatività nasce da questo confronto, ecco perché poi perde interesse nell’opera che doveva realizzare per il Comune.

Una serie mal gestita

Non torneremo ancora sulle lacune e sui difetti di questa serie perché ne abbiamo già parlato a lungo in queste settimane.

Leonardo è un prodotto d’intrattenimento e va preso per ciò che è. Tuttavia, alcune superficialità di tipo narrativo e di costruzione sono poco giustificabili. Sono da apprezzare i costumi e le interpretazioni, le ambientazioni e i colori usati. Di certo, ci auguriamo che se davvero ci sarà una seconda stagione o una nuova serie dedicata a Michelangelo, si parta da presupposti un po’ diversi.

Nell’ultima recensione non potevano mancare le ultime vignette. Buona lettura!

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Federica Crisci e Francesca Papa

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Achille Lauro: racconto intimo del nuovo album 2021

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Quando si apre la chiamata, Lauro de Marinis – meglio noto come Achille Lauro – ha il volto struccato, se non forse per un lieve accenno di matita scura sotto gli occhi. Appare affabile ma al tempo leggermente contrito nella sua giacchetta di velluto verde, seduto davanti alla cover gigante del suo ultimo album: “Lauro”. Non vuole perdere tempo, si capisce, inizia a parlare rompendo gli indugi: quello uscito a mezzanotte del 16 Aprile è infatti il suo ultimo album e mentre ne parla nella conferenza su Zoom la voce gli vibra. Lo ribadisce a più riprese, lo dice a chiare lettere “Abbiatene cura di queste canzoni.”

Un racconto intimo

“Lauro” è il punto di arrivo di un percorso iniziato più di un anno fa, una fotografia di chi adesso è diventato. L’ultima immagine che ci consegna di sé prima di tornare a vivere di nuovo.

E parlando delle due macro-aree dell’album, parla di lui: la prima parte è l’uomo tormentato, malinconico, il ragazzo che guarda al passato ossessionato dall’idea grandiosa di futuro che, così facendo, si priva drammaticamente del presente. A chi gli chiede il perché di questo suo tormento, Achille risponde serissimo: “Tutti per natura siamo tormentati, chi di meno, chi di più e guarda come a dire “io di più””. La seconda parte è ancora l’artista rock del tempo di “Rolls Royce”, la parte del sognatore vitale, del “voglio una vita così!”

Con un gesto semplice della mano, indica la cover alle sue spalle, ci fa capire che ora cambia discorso. La cover, infatti, è fortemente simbolica e minimalista, un quadro. Il gioco dell’impiccato, l’omino completo, L A U R e una O aggiunta in rosso, la lettera mancante. Per ogni lettera, l’artista ha voluto ispirarsi ad un genere musicale incarnato, gli stessi che ha rappresentato a Sanremo.

Si sofferma poi a raccontarci qualche titolo: è semplice, diretto, non ha paura di esporsi, quasi sembra averne l’esigenza. Ci tiene che tutto sia chiaro visto che con i social tutto può essere frainteso, aggiunge laconico, e riprende a parlare con la stessa profondità di poco prima.

Qualche titolo

Generazione X“, per esempio, è la storia della sua generazione: è gente che non crede, né in sé stessa né in Dio. Che lavora per soldi e non per essere- concetto a cui tiene, infatti lo ribadisce una seconda volta. Gente che accetta le proprie dipendenze passivamente, come quella con la tecnologia.

Un riferimento generazionale è anche in “Latte+“, alla stessa generazione di cui prima, vista stavolta per la sua ossessione costante nell’avere, appunto, sempre qualcosa in più.

Sprofonda nel personale invece “Femmina: racconta un certo tipo di mascolinità tossica, dell’essere uomo ad ogni costo. Achille torna a raccontarsi, fa mea culpa: ha avuto paura di diventarlo, così.

Questo tipo di mentalità, continua, è radicata soprattutto in certi posti, e dov’è cresciuto, nelle periferie romane, è dilagante. Due cose l’hanno salvato: la consapevolezza di chi volesse essere e quindi l‘amore per la scrittura – accenna a delle notti lunghe insonne, trascorse a scrivere testi- e la consapevolezza di chi non sarebbe mai voluto diventare, cioè un certo tipo di uomo che aveva avuto attorno.

Prima di chiudere la chiamata, però, si ferma, sorride: “Sperando di vederci presto live!.

Quindi, caro Lauro, non è un addio, questo tuo ultimo album?

Serena Garofalo

Quintiliano e le sue opere in pillole

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Grande ammiratore di Cicerone, Quintiliano lo considera un punto di riferimento per la sua concezione di cultura e stile, anche se non riesce ad imitarlo, dato che il latino imperiale è ormai troppo diverso da quello classico.

Nato nella Spagna Terragonese, Quintiliano studia nella capitale presso i migliori insegnanti; poi torna in patria, dove svolge la professione di retore. È il primo insegnante statale per volere di Vespasiano.

Istitutio oratoria

Negli ultimi anni della sua vita, Quintiliano elabora la sua opera più famosa, l’Istitutio oratoria, un trattato retorico giunto a noi integralmente, dove prende in considerazione tutta la formazione dello studente.

Una particolare attenzione non solo alla disciplina che viene insegnata, ma soprattutto all’atteggiamento con cui bisogna farlo: dovere dell’insegnante è infatti capire l’indole di ciascun alunno e stimolarne l’apprendimento con il gioco; a poco o nulla servono le punizioni, che fanno semplicemente star male lo studente e lo fanno sentire umiliato. Il compito dell’insegnante è tirar fuori il meglio di ogni alunno.

Inoltre, Quintiliano considera più adatta la scuola pubblica rispetto all’insegnante privato per un aspirante oratore, perché quest’ultimo deve abituarsi a stare con gli altri; in più, il confronto con l’altro è stimolo per migliorare:

Istitutio oratoria [1,2, 21-22;26-29]:

«[21] Aggiungi il fatto che in casa può apprendere solo quelle nozioni che gli sono insegnate a scuola e anche in altri luoghi. Ogni giorno sentirà molte affermazioni approvate, altre essere corrette, gli gioverà il rimprovero fatto alla pigrizia di qualcuno e la lode rivolta all’impegno, [22] l’imitazione sarà premiata con la lode, riterrà inaccettabile essere superato da uno pari,sarà contento di aver superato quelli più bravi. Tutte queste condizioni risvegliano gli animi e l’ambizione anche se di per sé è un difetto, infatti di frequente sono cause di virtù.

[…]

[26] Ma, come negli studi letterari lo spirito di emulazione alimenta profitti più validi, così anche ai principianti e agli alunni ancora giovani l’imitazione dei compagni è maggiormente gradita che non quella degli insegnanti, proprio perchè è più facile. Chi ha a che fare con gli elementi base, infatti, non oserà elevarsi fino alla speranza di raggiungere l’eloquenza, che vede come l’obiettivo massimo. Abbraccerà dunque le nozioni più facili da apprendere, come le viti abbarbicate agli alberi prima afferrano i rami bassi e poi si arrampicano verso l’alto. [27] Ciò è così vero che anche lo stesso insegnante, purché preferisca l’utilità all’ambizione, rivolgendosi a menti ancora inesperte dovrebbe cercare non di appesantire da subito con carichi eccessivi sulla inesperienza degli allievi, ma trovare un equilibrio tra le proprie forze e la loro capacità di comprensione. [28] Come infatti i vasetti con l’imboccatura stretta buttano fuori il liquido che viene versato in abbondanza, mentre si riempiono dei liquidi che entrano poco a poco o addirittura a gocce, così bisogna stare attenti a quante nozioni possano essere accolte nelle menti dei ragazzi: infatti quelle che sono superiori alle loro capacità di comprensione non si fisseranno nelle loro teste che, per così dire, sono troppo poco aperte per riceverle

Seneca e il suo stile

Quintiliano, per convenienza e per formazione, individua come motivo del tema della decadenza dell’eloquenza la corruzione degli insegnanti. Tale argomento rientra anche nelle prime righe del Satyricon di Petronio:

[1] «Sono forse di un altro tipo le smanie che tormentano i declamatori quando affermano: “Queste ferite me le sono procurate per la libertà del paese; quest’occhio l’ho perso per voi; datemi una guida che mi guidi dai miei figli perché i garretti recisi non mi reggono più in piedi”? Sproloqui come questi sarebbero di per sé sopportabili se facilitassero la strada a quelli che vogliono darsi all’oratoria. Ma a forza di tirate piene di niente e frasi berciate a vanvera, il solo effetto che ne deriva è di farli sentire in un altro mondo non appena mettono piede nel foro. Ed è per questo, a parer mio, che nelle scuole i ragazzi rimbecilliscono perché non vedono e non sentono niente di quello che abbiamo sotto mano, ma solo pirati che tendono agguati sulle spiagge con tanto di catene, tiranni che emettono editti con l’ordine ai figli di tagliare la testa ai propri padri, responsi di oracoli che impongono di immolare tre o più verginelle per placare un’epidemia, o ancora bolle di parole in salsa di miele e tutti quei fatti e detti che sono come conditi col sesamo e il papavero.

[2] Chi va avanti nutrendosi di questa roba, non può avere gusto più di quanto non profumino quelli che vivono in cucina. Lasciatemelo dire, vi prego, ma l’eloquenza siete stati voi retori i primi a rovinarla. Grazie ai vostri giochetti deliranti con suoni vacui e inutili svolazzi, avete snervato il corpo del discorso facendolo crollare a terra. I giovani non si erano ancora impastoiati nelle declamazioni, quando Sofocle o Euripide trovarono le parole con le quali dovevano esprimersi, e il maestro in naftalina non aveva ancora danneggiato gli ingegni, quando Pindaro e i nove lirici rinunciarono a cantare sui ritmi di Omero. E per non citare soltanto i poeti, a quanto ne so, né Platone né Demostene si diedero mai a questo genere di esercizi. L’oratoria grande e – mi verrebbe da dire – onesta non vive di trucchi né di gonfiature, ma svetta per bellezza naturale. È da poco che questa logorrea tutta vuoti e turgori si è abbattuta dall’Asia su Atene, e come una stella del male ha invasato le menti delle giovani promesse, così che, una volta corrotti i princìpi, l’eloquenza è rimasta basita nel suo silenzio. Insomma, chi è più riuscito a uguagliare la fama di un Tucidide o di un Iperide? Ma neppure la poesia ha più avuto un bell’aspetto, e tutti i suoi generi, come se si fossero nutriti dello stesso cibo, non sono riusciti a invecchiare fino ad avere i capelli bianchi. Alla pittura è toccata la stessa sorte, quando quegli sfrontati degli Egizi hanno trovato la scorciatoia per un’arte tanto eccelsa».

[3] Ad Agamennone non andò a genio che io declamassi nel portico più a lungo di quanto lui non avesse sudato a scuola e disse: «Giovanotto, visto che la tua tirata non incontra il gusto della gente e, cosa davvero insolita, hai del sale in zucca, voglio svelarti i segreti del mestiere. In questi esercizi la colpa non è di certo dei maestri: passando il tempo coi dementi, finiscono per diventare dementi anche loro. Infatti se non insegnassero quello che aggrada ai ragazzini, come dice Cicerone “a scuola ci rimarrebbero solo loro”. Prendi gli adulatori da commedia: per scroccare pranzi ai ricchi rimuginano tra sé e sé solo quello che a loro parere manderà in visibilio l’uditorio – e infatti non riescono mai a ottenere quel che desiderano se non tendono qualche trabocchetto alle orecchie. Stessa cosa per il maestro di eloquenza: come il pescatore, se non attacca all’amo l’esca che piace ai pesciolini, resterà sullo scoglio senza che abbocchi mai nulla.

[4] E allora che fare? È coi genitori che bisogna prendersela perché non vogliono che i loro rampolli facciano progressi sottostando a severa disciplina. Tanto per cominciare sacrificano tutto, ivi incluse le proprie aspettative, all’ambizione. In secondo luogo, pur di centrare in fretta gli obiettivi, buttano nel foro dei ragazzotti immaturi, e imbottiscono di retorica – che a loro detta non ha eguali – dei bambinetti appena nati. Se invece lasciassero allo studio uno sviluppo graduale, permettendo così ai giovani di modellare le proprie menti sui precetti della filosofia, di migliorare lo stile con rigore impietoso, e di soffermarsi a lungo sui modelli da imitare, convincendosi che non è affatto una gran cosa quello che piace ai bambini, allora sì che la grande oratoria ritroverebbe tutto il prestigio della sua maestà. Ma al giorno d’oggi a scuola i ragazzi passano il tempo a giocare, nel foro i giovani si rendono ridicoli e – cosa ben più umiliante – i vecchi non hanno il coraggio di ammettere di aver studiato in passato soltanto boiate. Ma perché tu non debba pensare che io ce l’ho con le improvvisazioni alla buona alla maniera di Lucilio, eccoti la mia opinione in versi: […] »

Oltre a ciò, per formarsi bene è necessario selezionare i modelli: in questo caso Cicerone risulta un esempio positivo, mentre Seneca, pur essendo un autore importante, non va affrontato subito, data la grande presenza di espressioni asiane e barocche:

Istitutio oratoria [10, 125-131]:

«[125] Nella trattazione di tutti i tipi di eloquenza ho di mia volontà posticipato le opere di Seneca per via di un’opinione diffusasi su di me e non vera, secondo la quale si è pensato che io lo condanni e anche che lo odi. E questo mi è successo quando mi sforzavo di ricondurre uno stile corrotto e reso effeminato da tutti i difetti a una valutazione basata su criteri più rigidi. A quell’epoca Seneca era quasi l’unico autore che andava di moda tra i giovani. [126] Per parte mia, non è che io tentassi di proibirne la lettura in assoluto, ma non accettavo che venisse scelto al posto di autori migliori, che egli non aveva smesso di attaccare, perché, conscio com’era della stranezza del suo stile, non era sicuro di piacere dal punto di vista stilistico a quelli a cui quegli autori erano graditi. Ma i giovani lo adoravano più di quanto fossero in grado di imitarlo e si distanziavano da lui tanto quanto lui si era allontanato dagli antichi (scrittori).

[127] Sarebbe stato conveniente che essi fossero riusciti a eguagliarlo, o che almeno si fossero avvicinati a lui. Ma egli andava di moda solo per i suoi difetti e ognuno voleva riprodurre quelli che poteva; poi, mentre si credeva un dio per essere in grado di parlare come Seneca, lo infamava. [128] Ebbe, quindi, numerosi e grandi pregi, un’intelligenza sveglia e versatile, moltissima capacità pratica, enorme erudizione, anche se a volte fu sviato da quelli ai quali dava da fare alcune ricerche. [129] Prese in esame inoltre quasi tutti gli argomenti di studio; infatti circolano a nome suo discorsi, poesie, epistole, dialoghi. Nella filosofia fu poco preciso, ma fu un geniale persecutore dei vizi umani. In lui sono frequentissimi e grandissimi aforismi, molto merita di essere letto per obiettivi morali, ma lo stile è complessivamente corrotto ed è pericolosissimo, in quanto pieno di difetti attraenti.

[130] Si vorrebbe che si fosse espresso con il suo ingegno, ma con lo stile di un altro. Se avesse evitato alcune cose, se non si fosse appassionato di una forma di espressione degradata, se non avesse amato tutto quello che era del suo calibro, se non avesse spezzato la grandezza dei concetti in frasette minute, sarebbe apprezzato da tutte persone istruite piuttosto che amato dai ragazzi. [131] Ma anche con questi limiti, deve essere letto da chi è già istruito e fortificato da un genere di stile più rigido, se non altro perché può usare il senso critico, dato che in lui, come ho detto, c’è molto da apprezzare, molto da ammirare, purché si abbia attenzione di scegliere con giudizio; se almeno l’avesse fatto lui! La sua predisposizione naturale sarebbe stata degna di raggiungere risultati migliori; anche perché quello che ha voluto, è sempre riuscito a realizzarlo

Lorenzo Cardano

Guardate “Trainspotting”, scegliete la vita

Devi pensare alle bollette, al mangiare e a qualche squadra di calcio di merda che non vince mai, ai rapporti umani e a tutte quelle cose che invece non contano quando hai una sincera e onesta tossicodipendenza.

Titolo originale: Trainspotting
Regia: Danny Boyle
Sceneggiatura: John Hodge
Cast principale: Ewan Mc Gregor, Robert Carlyle, Ewen Bremner, Jonny Lee Miller, Kevin McKidd
Nazione: Regno Unito
Anno: 1996

Trainspotting”, secondo film di Danny Boyle, uscì nel 1996 e ci mise poco a diventare un cult.

Due anni dopo l’esordio con “Piccoli omicidi tra amici”, il regista Danny Boyle gira un altro film in sodalizio con Ewan McGregor come protagonista e John Hodge come sceneggiatore: “Trainspotting”. La pellicola ha, probabilmente, un altro elemento in comune con l’opera d’esordio: è difficile da classificare, perché parte da un tema altamente drammatico e lo racconta (anche) con i toni del comico e del grottesco. Nel primo film è l’assassinio, nel secondo la dipendenza dall’eroina.

Nei 25 anni successivi abbiamo visto Danny Boyle cimentarsi con diversi generi e, soprattutto, film diversi tra loro: da “The beach” con Leonardo di Caprio a “The Millionaire”, il film entusiasmante sul destino di un ragazzo indiano con cui vincerà Oscar, Golden Globes e Bafta; dal claustrofobico “127 ore” alla commedia musicale “Yesterday”, che immaginava un mondo (orribile) senza le canzoni dei Beatles.

Ebbene “Trainspotting” diede il via a questa interessante – seppure numericamente limitata – filmografia.

Il soggetto è tratto dal romanzo omonimo di Irvine Welsh. Il titolo rimanda all’abitudine dei protagonisti di ammazzare il tempo osservando i treni che passano (con un significato metaforico non indifferente). Da questo si può facilmente intuire quanto questi ragazzi si annoino, quando non si drogano.

La storia racconta di un gruppo di eroinomani di Edimburgo, prevalentemente disoccupato, preda di un feroce disagio sociale ed economico evidente, attraverso il quale vengono raccontate le varie fasi di quella che il protagonista Mark Renton (Ewan McGregor) definisce “una sincera e onesta tossicodipendenza”. In un monologo iniziale – che sarà parafrasato e quasi rovesciato nel finale – dichiara di averla scelta come opzione indubbiamente preferibile alla banalità di una vita socialmente accettabile. Ciò nonostante, proverà più volte a disintossicarsi.

I personaggi sono sopra le righe, sospesi tra speranza e disperazione, a loro modo indimenticabili.

Con Renton si drogano Sick Boy (Jonny Lee Miller), un donnaiolo appassionato di Sean Connery, il goffo e pacifico Spud (Ewen Bremmer) e Allison una ragazza madre. Vivono di piccoli crimini per pagarsi le dosi.

Fuori dalla tossicodipendenza sono, invece, Francis Begbie (Robert Carlyle), che comunque è un delinquente violento quasi psicopatico e Tommy (Kevin McKidd), che conduce una vita onesta e sportiva. Purtroppo, però, anche quest’ultimo, lasciato dalla sua fidanzata e depresso, ad un certo punto vorrà capire cosa si prova a drogarsi: sarà quello che farà la fine peggiore.

Renton e Spud verranno arrestati e, mentre il secondo finirà in carcere, il primo deciderà di disintossicarsi. Non prima, però, di “spararsi un’ultima pera” e finire in overdose.

Ormai pulito, vedere Tommy malato di AIDS porterà Renton a decidere di lasciare Edimburgo e trasferirsi a Londra, dove cercherà di rifarsi una vita tranquilla da agente immobiliare. I vecchi amici, però, lo coinvolgeranno presto in un ritorno al passato che lo metterà di fronte a un bivio.

Trainspotting” è un film grottesco. Racconta il dramma dell’eroina in maniera cruda, estremamente realistica, a tratti disgustosa. Ne coglie la tragicità ma riesce a risultare, a tratti, comico.

Descrive, innanzitutto, un contesto familiare e sociale, quello della Edimburgo anni ’90, che sembra vivere ancora gli strascichi della recessione del decennio precedente e dell’era thatcheriana. Il romanzo di Welsh aveva, infatti, una connotazione politica molto forte, che nel film è stata messa da parte.

Ci saremmo sparati la vitamina C, se l’avessero dichiarata illegale

perché “quando il dolore se ne va comincia la vera battaglia”, spiega la voce narrante di Mark.

Irvine Welsh nel romanzo e Danny Boyle nel film non ci risparmiano niente.

Le scene sono esplicite: il tempo perso a casa dello spacciatore (“madre superiora”), il consumo in comune delle dosi, l’ultima pera prima del tentativo di disintossicarsi. Il pugno nello stomaco si sopporta solo grazie alla capacità degli autori di puntare sul registro del ridicolo e del grottesco. Più di qualche critico individua il cinema di Quentin Tarantino tra i riferimenti di Boyle per “Trainspotting”. Secondo Morandini l’ispirazione è arrivata anche da Scorsese, Almodóvar e “Arancia Meccanica” di Kubrick.

Mentre il direttore della fotografia Brian Tufano e lo scenografo Kave Queen si sarebbero ispirati, sempre secondo Morandini, “ai quadri di Francis Bacon, con la loro allucinata mescolanza di realtà e fantasia”.

Seguiamo i personaggi affrontare la disoccupazione, il disagio psicologico e sociale, i piccoli reati per comprarsi la droga fino alle conseguenze più gravi, lo spettro dell’HIV che li fa sentire in mezzo a morti che camminano (ovvero condannati a morte).

Trainspotting” è stato il primo film che, in modo esplicito, racconta la tossicodipendenza dal punto di vista di chi la vive e, forse per questo, come scrive Morandini, “l’insolenza ribalda” dei personaggi suscita “pena e simpatia, più che paura o schifo”. Boyle e Hodge non hanno pregiudizi nel tratteggiarli, ma neanche offrono alibi alla loro deriva autodistruttiva.

All’uscita, 25 anni fa, fu accolto come un’esaltazione del consumo di eroina. Ma a torto: rivela, invece, implacabilmente il male assoluto della tossicodipendenza.

Renton deve affrontare anche i sensi di colpa per un bambino morto, per un amico iniziato all’eroina, per un altro andato in prigione mentre lui l’ha scampata.

Alla decadenza di Edimburgo si contrappone la Londra rutilante dove Renton, non a caso, cercherà la sua occasione di andare avanti.

I punti di forza del film sono la sceneggiatura, il cast e la colonna sonora.

Come già detto, la trama di “Trainspotting” è coraggiosa, non edulcorata, né accondiscendente. I dialoghi sono entrati subito nella cultura di massa: dalle battute riportate in questo articolo al celebre monologo di Mark “Chose life”, tre minuti che “fissano il tono di pesante satira sociale del film, talmente bruciante da essere stata fraintesa” (Giuseppe Pastore).

A pronunciare quei dialoghi, alcuni ottimi attori inglesi e scozzesi, per cui il film è stato il trampolino di lancio per il cinema internazionale: da Ewan McGregor (che si rivelerà un attore versatilissimo) e Robert Carlyle fino a Kevin McKidd (famoso per l’interpretazione del dottor Owen Hunt in Grey’s Anatomy).

Chiude il cerchio una colonna sonora perfetta, che ha contribuito a fermare le scene nella memoria dello spettatore, rendendo “Trainspotting” un cult. Si passa dalla musica classica, come l’overture della Carmen di Bizet al rock di Iggy Pop, passando per la Perfect day” di Lou Reed, usata didascalicamente per accompagnare l’overdose di Renton.

3 motivi per guardarlo:
  • per il monologo sarcastico del protagonista nelle due versioni all’inizio e alla fine del film su cosa scegliere tra la vita e la dipendenza;
  • perché è il film simbolo della cinematografia britannica degli anni ’90: meno James Ivory, più Monty Python e Ken Loach;
  • per la colonna sonora perfetta.

Quando vedere il film:

quando avete voglia di vedere un film per adulti, che fa un racconto crudo di una drammatica realtà.

Stefania Fiducia

Avete perso l’ultima puntata del nostro cineforum?

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Il Trono di Spade – The Iron anniversary: pronti per la maratona?

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Il 17 aprile 2011 andava in onda su HBO la prima puntata di Game of Thrones in America.

Da quel momento in poi la storia delle serie tv non sarebbe stata più la stessa, proprio come successe con l’uscita di Lost. Dal 2011 al 2019, Il Trono di Spade ha tenuto con il fiato sospeso milioni di spettatori in tutto il mondo grazie a intrighi e colpi di scena spesso sconvolgenti.

La storia – ormai quasi tutti lo sapranno – è l’adattamento televisivo dei romanzi fantasy appartenenti al ciclo A Song of Ice and Fire (Cronache del ghiaccio e del fuoco) scritto da G.R.R. Martin e di cui i fan aspettano ancora gli ultimi libri. Il mondo creato dallo scrittore britannico è avvincente ed è tra i migliori prodotti fantasy non solo della nostra epoca, ma di tutti i tempi. Game of Thrones può tranquillamente competere con Harry Potter e con quel mostro sacro del genere che è Il Signore degli Anelli.

I motti delle casate, che chi ha visto la serie ha imparato a conoscere e amare/detestare, sono entrati a far parte del linguaggio quotidiano. Celeberrima anche la frase “Non sai nulla, Jon Snow” o i riferimenti ad alcune scene (le Nozze Rosse, giusto per dirne una) che hanno avuto un impatto molto forte sul pubblico. Nonostante l’ultima stagione abbia diviso gli spettatori tra chi critica molto lo show e chi, pur riconoscendo dei limiti, trova la conclusione coerente e significativa, resta il fatto che Il Trono di Spade ha mostrato quali livelli una serie televisiva potesse raggiungere. Ha scolpito una nuova mitologia da cui attingere per spiegare come funziona la vita, la società, la politica. È una storia dalla narrazione classica che ha saputo sorprendere il pubblico perché non si è mai mostrata scontata e perché ha dato ai “cattivi” una personalità umana e comprensibile. Può essere difficile all’inizio orientarsi tra i tanti protagonisti, gli avvenimenti e la geografia delle diverse vicende. Ma se si supera questo scoglio, non si può fare a meno di essere catturati da questo mondo e di viverlo appieno.

Dieci anni dopo…

Data l’importanza della serie, un anniversario simile non poteva certo passare inosservato. E quale miglior modo per festeggiarlo se non con una maratona di tutti gli episodi?

Dal 16 al 23 aprile su Sky sarà attivato un canale (111) interamente dedicato alla serie tv. Il nome è eloquente: Sky Atlantic Maratone – Il Trono di Spade: The Iron Anniversary. Su di esso saranno disponibili tutti i 73 episodi delle 8 stagioni insieme a interviste inedite realizzate in occasione dell’anniversario e vari contenuti speciali dedicati ai fan di lunga data e anche ai nuovi che vorranno dare un’occasione a questa serie. Tra questi c’è l’imperdibile e inedito The Game of Thrones Reunion, il documentario in due parti condotto da Conan O’Brien in cui si raccontano le riprese dell’ultima stagione. Grazie ai racconti del cast e della crew, O’Brien ci porta dietro le quinte del grande show, donandoci aneddoti, curiosità e racconti che i fan vorranno conoscere.

E per chi non riuscisse a seguire tutto in diretta, c’è sempre Sky on demand o lo streaming su NOW.

Altre celebrazioni dell’ Iron Anniversary

Il cast del Trono di Spade approfitterà della ricorrenza per chiedere ai fan di sostenere una tra dieci nobili cause portate avanti dalle seguenti organizzazioni: Women for Women International, World Central Kitchen, Conservation International, International Rescue Committee (IRC), UNICEF, FilmAid International, SameYou, Royal Mencap Society, National Urban League e The Trevor Project.

Inoltre, saranno disponibili alcuni prodotti in edizione speciale che i collezionisti non vorranno perdere e che sono stati creati dai partner licenziatari di Warner Bros. Tra questi ci sono:

  • Un esemplare unico di Uovo Imperiale di Fabergé, il gioielliere più iconico al mondo, ispirato a Daenerys Targaryen e co-progettato dalla costumista vincitrice dell’Emmy Award, Michele Clapton. L’uovo include una corona in miniatura disegnata dalla signora Clapton, che rappresenta la corona che Daenerys avrebbe indossato se si fosse seduta sul Trono di Spade.
  • Una gamma di birre ispirate alla serie, prodotta dall’azienda danese di birra artigianale Mikkeller, che consentirà ai fan di tutto il mondo di festeggiare brindando con la prima birra dell’assortimento chiamata “Iron Anniversary IPA”.
  • Un nuovo assortimento in edizione limitata di Funko Pop! Vinyl dei protagonisti della serie televisiva con texture in ferro, tra cui Arya Stark, Khal Drogo e molti altri. Disponibili per il pre-order presso i rivenditori di tutto il mondo.

Ma la celebrazione più attesa e più bella tra tutte è l’inizio della produzione di House of the Dragon, il primo spin-off ufficiale della serie che racconterà la storia dei Targaryen. Molti dei fan lo aspettano con trepidazione e curiosità.

Dal 16 aprile, sintonizzatevi su Sky per scoprire o riscoprire una delle serie televisive che ha segnato così tanto il decennio passato.

Federica Crisci

Luciano di Samosata e le sue opere in pillole

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Biografia

Luciano nacque intorno al 120 d.C. a Samosata, capitale della Commagene di Siria. Alla sua origine barbara compensarono gli studi di grammatica e retorica, effettuati presso i sofisti in Asia Minore. Questo suo interesse verso la retorica fu dovuto ad uno spiacevole avvenimento presso la bottega in cui lavorava suo zio scultore, che aveva il compito di insegnargli l’arte.

Tuttavia, Luciano ruppe per sbaglio una lastra di marmo, per la quale seguì una forte bastonatura. La regione dalla quale proveniva era l’ultimo avamposto orientale dell’Impero in faccia al regno dei Parti, si trasferì sulle coste della Ionia, poi ad Atene, a Roma; infine, ebbe un incarico governativo in Egitto e, successivamente, si stabilì nuovamente ad Atene, dove rimase fino alla morte.

Alessandro o il falso profeta

Una delle opere più importanti ed interessanti di Luciano è Alessandro o il falso profeta, di cui è traduttrice la mia carissima professoressa del liceo Loretta Campolunghi.

L’opera risale agli ultimi anni di Luciano (dopo il 180 d.C.) ed è un pamphlet contro un famoso santone, che era riuscito, grazie alla sua furbizia immorale, a fare successo attraverso un proprio culto della personalità nella città di Abonuteico in Paflagonia. Tale truffatore aveva allestito una vera e propria industria del sacro, attraverso la vendita di oracoli e la manipolazione del fanatismo religioso.

[20]: «Per un uomo come te e, se me lo consenti, anche per uno come me, il segreto di questo imbroglio sarebbe stato evidente e facile da capire; ma per quella gente ignorante e con il moccolo al naso tutto ciò presentava un aspetto prodigioso e incredibile. Avendo infatti escogitato vari sistemi per aprire i sigilli, Alessandro riusciva a leggere ogni singola domanda e a ciascuna forniva la risposta adatta; poi, riavvolti i fogli, li restituiva sigillati, destando grande meraviglia nei postulanti

In questo punto Luciano si rivolge a Celso, il destinatario dell’opera; alcuni lo identificano con il Celso autore del Discorso Vero (᾽Αληϑὴς λόγος), opera polemica contro il cristianesimo.

La Storia vera

Una delle sue opere più importanti è la Storia vera: questa può essere considerata, infatti, il prototipo del romanzo fantastico. La trama consiste nel viaggio di una nave che, varcate le Colonne d’Ercole, arriva fino alla Luna, poi all’isola dei Beati e, infine, nel ventre di una balena.

Storia vera [1,4]: «Perciò pure io, per vanagloria, poiché desidero lasciare qualcosa ai posteri, per non essere solo io privo della libertà di favoleggiare, dal momento che non avevo niente di vero da narrare – non mi era infatti accaduto niente degno di nota – mi sono volto alla menzogna, però molto più onesta di quelle degli altri, infatti almeno in questo dirò la verità: dichiarando che mento

Nel proemio Luciano dice che l’unica verità è dire che tutto quello che è narrato è inventato. Questo, dunque, si ricollega alla critica contro la storiografia patetica (quel tipo di storiografia che accoglieva leggende, racconti popolari e elementi irrazionali perché non aveva, come fine, dire la verità, ma intrattenere il pubblico). Questa posizione di Luciano viene “teorizzata” già in un’altra opera, ossia Come si deve scrivere la storia.

Come si deve scrivere la storia

Come si deve scrivere la storia [41]:

«Io dico dunque che l’ottimo autore di storia deve essere in possesso dei due seguenti requisiti principali: intelligenza politica e capacità espressiva. La prima non viene insegnata ma è un dono di natura, la capacità espressiva invece uno se la deve acquisire con molto esercizio e continua fatica e imitazione degli antichi. […] Uno solo è il compito dello storico, raccontare i fatti come sono accaduti […]. Questa infatti è l’unica proprietà scientifica della storia: se uno si accinge a scrivere un libro di storia, deve venerare soltanto la verità e di tutto il resto non deve curarsi. Insomma, una sola è la misura e la regola perfetta: guardare non al pubblico dei contemporanei, ma a coloro che leggeranno l’opera in futuro. […] Tale dunque deve essere, a mio avviso, lo storico: senza paura, imparziale, libero, amante della libertà di parola e della verità; come dice il comico, che chiami «fico» il fico e «barca» la barca; uno che né per odio né per amicizia concede o tralascia qualcosa, che non ha compassione o vergogna o timore, un giudice giusto, benevolo con tutti ma solo finché non si conceda più del dovuto a una delle parti; nei suoi libri straniero e senza città, indipendente, senza re; uno che non sta a fare i conti su cosa penserà questo o quell’altro, ma che dice quanto è accaduto

Fin dalle prime righe è possibile notare l’estrema somiglianza tra la posizione di Luciano e quella di Polibio: il primo sostiene che si debba avere «intelligenza politica» come principale requisito; il secondo che la storiografia debba essere intesa in senso pragmatico, il cui aspetto principale non era una cultura essenzialmente libresca, ma un’osservazione diretta dei fatti e una grande esperienza politica.

In questo caso è fondamentale l’influenza di Tucidide, per il quale l’unico oggetto di interesse sono gli eventi politici e militari, come si può vedere, per esempio, dall’interpretazione data ai responsi dell’oracolo di Delfi. Tuttavia, a differenza di Polibio e Tucidide, in questo punto Luciano si sofferma anche su un altro aspetto: l’intelligenza politica intesa anche come intuizione, capacità personale, e che per questo «non viene insegnata ma è un dono di natura».

Il secondo requisito essenziale, la «capacità espressiva», dimostra quanto Luciano sia figlio dei suoi tempi: nel suo rapporto di adesione-repulsione con la corrente della Seconda Sofistica, Luciano si concentra su una storiografia che, per quanto tendente al vero, non debba essere per forza disadorna come quella di Polibio. È necessario dunque un minimo di attenzione alla forma, che comunque non deve superare, per importanza, il contenuto, come invece sostenevano gli esponenti della Seconda Sofistica. Si potrebbe dire, forse, che lo storico debba essere anche un minimo (ma non oltre!) oratore, e questo è possibile «con molto esercizio e continua fatica e imitazione degli antichi». L’idea che l’arte di parlare sia frutto di esercizio è presente anche nelle opere di Cicerone, dove però essa è anche associata, in parte, al talento personale. Nell’opera De oratore, per esempio, Cicerone polemizza con quanti hanno voluto dividere lo studio della parola persuasiva (retorica) dalla verità (per lui filosofia); questo messaggio non è, in fondo, tanto diverso da ciò che vuole dire Luciano. Per quanto riguarda il tema della «imitazione degli antichi», centrale è il problema della scelta dei modelli. Nella realtà romana, già Quintiliano, nell’opera Istitutio oratoria, si è soffermato su tale tematica: è necessario infatti partire prima da autori, come Cicerone, che possano essere positivi, esaminando solo in un secondo momento scrittori che, come Seneca, potrebbero influenzare negativamente con le loro espressioni barocche o tendenti all’asianesimo, proprio perché c’è il rischio di lasciarsi trasportare (si pensi per esempio al πάθος delle sue tragedie). Nondimeno, il tema dei modelli è presente anche nelle opere dello stesso Seneca: come si può vedere infatti dalla seconda delle Epistulae ad Lucilium, l’approfondimento culturale, per essere efficiente, necessita di una scelta accurata degli autori, in modo da non disperdersi in tante letture superficiali, ma focalizzarsi su letture di qualità.

Il compito dello storico

Successivamente viene ribadito il compito dello storico: raccontare i fatti come sono accaduti. Anche in questo caso, ci si ricollega con la visione prettamente pragmatica e politica tipica di Polibio e Tucidide: tale metodo è infatti “scientifico”, come dovrebbe essere secondo Luciano. Di conseguenza, è evidente il distacco da una storiografia patetica, che dava ampio spazio alla leggenda, o ad Erodoto: in quest’ultimo, forte è infatti la presenza dell’elemento favoloso e le varie imprecisioni cronologiche, proprio perché si cerca di forzare in modo da far scaturire considerazioni importanti (es. λόγος tra Solone e Creso).

Un ulteriore punto importante è il pubblico a cui si deve rivolgere l’opera storiografica: esso non è infatti costituito dai «contemporanei», un pubblico che, come fa notare Dario Del Corno, vuole soprattutto una letteratura d’intrattenimento e d’evasione, che lo possa sempre rincuorare (si vedano anche le commedie di Menandro), e che possa presentare quelle certezze che non riusciva a trovare nella sua epoca. Ma il vero pubblico a cui bisogna rivolgersi è composto da «coloro che leggeranno l’opera in futuro», ed è per questo necessaria una forte attendibilità nel raccontare i fatti.

Questa attenzione rivolta al futuro può essere facilmente ricollegata alla paura, causata dalla forza egemone romana, che la cultura greca possa essere dimenticata. Per questo motivo, dunque, in molti intellettuali dell’epoca è evidente un tentativo di collaborazione politica e culturale con Roma: Polibio tenta di interpretare i meccanismi della politica romana attraverso una prospettiva greca; in ambito biografico, Plutarco dà vita ad un processo di sincretismo, paragonando un personaggio greco e uno latino (Vite parallele), e cercando di trasmettere il più possibile dell’ambito filosofico attraverso dialoghi di breve o media lunghezza (Moralia). Anche lo stesso Luciano aveva modo di “denunciare” la situazione attraverso diverse opere: nell’opera Sugli stipendiati viene messa in evidenza la fatica da parte dell’intellettuale greco colto di aver a che fare con il padrone romano potente che, per quanto ignorante, e quindi incapace di apprezzare il suo lavoro, debba comunque servire come risorsa economica.

Successivamente, Luciano indica cinque caratteristiche che devono essere proprie del vero storico; la prima di esse è l’assenza di paura. Tuttavia, la mancanza di coraggio di molti storici è sicuramente dovuta alla forte minaccia del potere vigente: emblematica è la figura di Cremuzio Cordo, che vide i suoi Annales, dove i cesaricidi Bruto e Cassio sono visti come degli eroi per la loro difesa della realtà repubblicana, messi al rogo; Cordo si lasciò morire di fame, creando il mito della figura nobile e severa, che spezza la vita per difendere i suoi ideali. In tale ambito sarà poi Tacito, nell’Agricola, a criticare tale tipo di atteggiamento: questi “grandi gesti” (si pensi al suicidio di Catone l’Uticense) permettono sicuramente di ottenere grande ammirazione, ma non portano ad un effettivo e concreto miglioramento delle condizioni politiche e sociali. Non sarebbe meglio, allora, cercare di resistere il più possibile, pur passando in secondo piano? Per Tacito infatti il fine politico degli «uomini grandi», come lui stesso li definisce, risiede anche nel conservare quell’imperativo morale di fare sempre il possibile per il bene dello Stato, anche sotto un governo “tirannico”.

Inoltre, la seconda caratteristica tipica dello storico è l’imparzialità: si riprende ovviamente il tema del rapporto nei confronti o meno del potere, e questo lo si può notare soprattutto in due autori: le Historiae di Velleio Patercolo e i Factorum et dictorum memorabilium libri di Valerio Massimo.

La libertà dello storico

Oltre a ciò, Luciano si sofferma anche sul tema della libertà dello storico: egli infatti deve essere svincolato da qualsiasi forma di cortigianeria. Tale condizione, però, in un’epoca come quella imperiale, risulta un’utopia: tutte le forme di espressione artistica devono inevitabilmente fare i conti con il potere. A partire dagli anni del principato, infatti, è possibile notare questo atteggiamento encomiastico; l’opera più simbolica in questo caso è proprio il poema epico Eneide. Da una parte, appunto, la figura di Enea incarna il senso di valori romani come la pietas (devozione verso gli dei, la famiglia e la patria) e la fides (la parola data cui non viene mai meno); dall’altra è di capitale importanza il Libro VI, in cui Enea giunge ai Campi Elisi, luogo dove il padre Anchise gli indica le anime dei discendenti albani e romani. Il criterio cronologico su cui è fondata la rassegna si interrompe sul nome di Romolo, al quale viene accostato quello di Ottaviano Augusto.

Il messaggio che Virgilio vuole trasmettere è evidente: Romolo ha fondato Roma e Augusto l’ha rifondata dopo le guerre civili, restaurando i valori etici e religiosi delle origini (vv. 791-794). La poesia bucolica nell’età giulio-claudia viene fortemente influenzata dalla caratteristica elogiativa: ne sono esempi, appunto, la prima ecloga di Calpurnio Siculo, dove si celebra l’avvento di una nuova età dell’oro, caratterizzata da Pax e Clementia e dalla fine delle guerre civili, dove il garante è un giovane deus, protetto dagli antenati giulii (I, 45); anche nella quarta ecloga il motivo dell’età dell’oro e la celebrazione di un nuovo Cesare è presente. Tali riferimenti sono evidenti anche nei Carmina Einsidlensia, dove il riferimento è esplicitamente indirizzato a Nerone.

Livio

Inoltre, un altro esempio, forse più strettamente legato alla storiografia, è il caso di Livio: sebbene sia lodevole il tentativo di mettere a confronto fonti diverse (si veda il passo relativo all’Apoteosi di Romolo – Ab urbe condita I, 16), è comunque fortemente presente l’influenza della figura di Augusto e del potere che esercita, come si può notare dal forte πάθος con cui sono descritti certi passaggi (si pensi al testo “La storiografia ipotetica: se Alessandro avesse mosso guerra a Roma” – Ab urbe condita IX, 18, 8-19; 12-17 oppure “Il ritratto di Annibale” – Ab urbe condita XXI, 4), dove il taglio riflessivo serve per mettere in evidenza le virtù romane. Per quanto infatti fosse stato definito dallo stesso Tacito come un “Pompeianus” per indicare il sentimento filosenatorio e repubblicano di Livio, quest’ultimo cercò comunque di rappresentare la Roma di Augusto come il momento più splendente della storia, da cui si sarebbe avviata un’inevitabile decadenza.

Tuttavia, Luciano, quando parla di concetti come imparzialità e libertà, può anche intenderli in senso più ampio, non strettamente legato al potere: l’idea quindi di una storia non “di parte”, non influenzata da nessuna dottrina, ma in grado, quindi, di avvicinarsi all’oggettività. Un esempio molto evidente si trova nella seconda parte del poema De rerum natura di Lucrezio: in questo caso si vuole dare spazio ad una sintesi della storia dell’umanità, che da una condizione primitiva, con le sue sole forze, ha progredito verso forme sempre più complesse di vita associata e di civiltà. Lucrezio, ovviamente per la sua matrice filosofica, in questo e nel tema dell’utilizzo delle armi vede un peggioramento degli uomini: al posto della grande πόλις, troppo spesso fonte di turbamento per l’animo umano, contrappone una visione di vita molto più semplice ed aspra (si pensi al concetto del “Λάθε Βιώσας” e della visione negativa della politica, come fonte di turbamento, tipica dell’epicureismo). Importante in questo ambito è anche l’exemplum drammatico finale della peste di Atene: questo ritratto, ispirato all’opera di Tucidide, vuole proprio dimostrare uno dei concetti fondamentali già espressi precedentemente nel poema (De rerum natura V, 195-234), ovvero che “il mondo non è fatto per l’uomo”. In questi due casi, dunque, è evidente l’utilizzo dell’elemento storico per fini ideologici e divulgativi della dottrina di Epicuro, a tal punto da mettere in secondo piano l’oggettività storica. Un esempio analogo in cui l’elemento storico si intreccia con il motivo (vagamente) filosofico è l’opera epica Punica di Silio Italico: il pianto “stoicizzante” di Giove infatti si unisce all’esaltazione della virtus romana.

Il linguaggio comico

Un altro punto importante è il richiamo al linguaggio comico, tipico di Luciano: quest’ultimo infatti, esattamente come Voltaire, ha impiegato tutte le sue conoscenze culturali per ridicolizzare le superstizioni e gli aspetti più negativi della tradizione. Anche questo testo si inserisce in un atteggiamento critico nei confronti di una letteratura che troppo spesso dava priorità all’intrattenimento rispetto alla ricerca della verità.

Questa tendenza che porta a demistificare e ridicolizzare gli usi e i costumi della società antica ha anche dei punti di riferimento nella letteratura latina; primo fra tutti, Petronio nel Satyricon. In questo caso, l’immagine della nave citata da Luciano ritorna: nella seconda metà dell’opera, Encolpio e Gitone, i due protagonisti, si ritrovano sulla nave di Lica, con il quale avevano vissuto un’avventura erotica tempo prima. Come si può notare, la presenza della nave, ricollegabile al tema del viaggio, tipico dei romanzi ellenistici di cui il Satyricon è la parodia, è oggetto di trovate comiche come il travestimento, il riconoscimento, un conflitto molto “grottesco” ed il banchetto. Oltre a ciò, il tema della nave può essere inteso anche attraverso la metafora di un altro autore, molto abile nella satira: Orazio (Carmina I 14 – non presente sul manuale). Tutta la poesia è incentrata sulla metafora della nave malconcia, paragonata alla repubblica romana in un periodo di decadenza, ovvero quando ormai si nota che tutto il mondo culturale e di tradizioni ha perso la sua semplicità. La nave, in balia dei pericoli e dei flussi, è un’immagine classica presentata già da Alceo.

Narrare «senza amore né odio»

Un altro punto essenziale del testo di Luciano è l’idea che lo storico «né per odio né per amicizia» dica o meno determinate cose. Tale concetto si può ben collegare a quanto detto da Tacito: nel proemio delle Historiae, infatti, l’autore dichiara di voler narrare «senza amore né odio», proprio ciò che gli storici del principato non erano riusciti a fare. Tale professione di imparzialità e di obiettività storiografica viene ribadita più tardi nel proemio degli Annales: «Ma le vicende, lieti o tristi, del popolo romano antico sono state tramandate alla memoria da chiari scrittori: e non sono mancati alti ingegni per narrare gli avvenimenti del tempo di Augusto, finché a ciò non li distolse il crescere dell’adulazione. […] Di qui il mio proposito, di riferire nei riguardi di Augusto poche vicende soltanto, le ultime della mia vita; per trattare poi l’impero di Tiberio e di quelli che lo seguirono, senza animosità come senza passionato fervore (sine ira et studio): ché i motivi dell’uno e dell’altra sono lontani dal mio spirito» (I, 2-3).

Infine, all’ultima riga, Luciano delinea l’atteggiamento dello storico come una figura che «sta a fare i conti su cosa penserà questo o quell’altro, ma che dice quanto è accaduto»: si fa ovviamente riferimento ad uno dei principi cardine della politica antica, ovvero la παρρησία. Tale concetto è ricollegabile ad uno dei temi tipici dell’epoca imperiale: la decadenza dell’eloquenza, ripreso non solo nell’opera anonima Περὶ Ὕψους, ma anche nel Dialogus de oratoribus di Tacito. Riguardo questa tematica, vengono solitamente rintracciate due cause: la prima è la posizione politica, poiché si crede che non ci sia più oratoria perché non c’é più libertà di parola (παρρησία), tesi che viene spesso attribuita ad una persona loquens, dato che non si vuole accogliere su di sé la responsabilità di quest’idea, sebbene sia quella che si pensa. In secondo luogo, si fa riferimento alla corruzione morale: la situazione è di “pace”, ma Tacito riconosce che questa pace universale ha un costo, siamo corrotti dalle passioni, e questo a causa della corruzione delle istituzioni (si sostiene in modo più pacato la posizione politica).

Tale tema è stato ripreso anche da Petronio, che accenna alla decadenza educativa, facendo riferimento alle scuole e agli scrittori del passato: il retore crede che la causa risieda nella mancanza di un serio lavoro negli studi, poiché le famiglie e gli scolari scelgono una scorciatoia di una preparazione approssimativa e sommaria, rinunciando agli studi filosofici e alle letture severe (che già per Cicerone erano un elemento essenziale per la formazione del perfetto oratore). D’altro canto, Encolpio crede che la vera causa siano le scuole stesse di retorica, che non educano alla vita; inoltre, è evidente una forte critica nei confronti dello stile asiano nell’ambito educativo, tesi che avvicina il Satyricon all’opera di Quintiliano.

Lorenzo Cardano

Cannabis light: tutto sulla pianta più chiacchierata degli ultimi anni

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La canapa light, detta anche erba legale, cannabis light e marijuana legale, è esattamente la pianta di Cannabis Sativa L. a bassissimo contenuto di THC, cannabinoide psicoattivo. Si tratta dunque della comunissima pianta di canapa, ma senza effetti psicotropi.

In questi anni si è molto dibattuto sulla sua legalità e sui vari effetti del cbd sulla salute umana. Ancora adesso sono in corso diversi studi per comprenderne meglio i possibili ambiti di utilizzo ma capiamo allora passo passo che cosa è il cbd, come funziona la canapa light, com’è la situazione in Europa e quali utilizzi se ne possono fare.

Ma che cos’è precisamente la Cannabis light, quali sono i suoi effetti e perché, ogni mese, centinaia di migliaia di persone continuano a scegliere la canapa light online di Justbob o di altri shop specializzati. Il limite di THC imposto dalla Commissione Europea (e confermato dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica italiani) è inferiore allo 0,2%, la quantità perfetta per evitare qualsiasi effetto sulla psiche umana.

Infatti, sebbene la pianta di canapa abbia infiniti utilizzi — dall’industria tessile a quella alimentare, dalla cosmetica alla plastica e molto altro — da sempre è stata impiegata anche a scopo ricreativo e terapeutico.

Gli effetti psicotropi del tetraidrocannabinolo (THC) l’hanno quindi portata a classificarsi come una delle droghe più utilizzate al mondo.

Per consentire il riavvio della coltivazione di canapa, pianta benefica per l’uomo e per l’ambiente, ma allo stesso tempo evitare i suoi effetti psicoattivi (tra cui forte euforia, problemi della memoria e alterazione motoria, percettiva e cognitiva), l’Unione europea ha dunque deciso di approvare la coltivazione della pianta con percentuali di THC esigue.

In Italia, ad esempio, si possono coltivare piante di canapa a bassissimo THC senza particolari autorizzazioni e si possono produrre materie organiche, prodotti destinati al florovivaismo, alimenti, cosmetici e molto altro ancora.

Il termine canapa light, oltre che alla pianta in sé, si riferisce anche ai fiori di cannabis legale, inizialmente demonizzati perché del tutto simili ai fiori di marijuana psicoattiva ma poi vastamente accettati (e richiesti) in tutta Europa.

Effetti della cannabis light: non psicoattivi ma benefici

La canapa legale contiene meno dello 0,2% di THC, ma grazie alla quasi totale assenza di questo cannabinoide se ne fa strada un altro: si tratta del CBD, abbreviazione di cannabidiolo, principio attivo forte oggetto di studio in campo medico-scientifico.

Il cannabidiolo, presente in alte quantità nei fiori di cannabis light, non presenta effetti psicoattivi e non altera in alcun modo la nostra percezione della realtà. Scatena invece dei forti effetti benefici; è infatti una sostanza:

  • Antidolorifica
  • Antinfiammatoria
  • Immunoregolatrice
  • Antiossidante
  • Antiemetica
  • Antispastica
  • Ipotensiva

Non è un caso che, da quando gli studiosi hanno scoperto questi esiti, la ricerca sul CBD è aumentata a livello esponenziale e applicata prima sulle cavie e, successivamente, sull’uomo. Essendo i fiori di erba light ricchi di CBD, ne consegue che abbiano gli stessi benefici del principio attivo in essi contenuto. Inoltre, a differenza della marijuana ad alto THC, la marijuana legale non è considerabile una droga poiché non agisce in alcun modo sulla nostra psiche. Attenzione, però, perché in Italia è possibile acquistare prodotti a base di canapa ma il loro consumo prevede delle sanzioni!

Come si può utilizzare l’erba legale in Italia

In Italia la cannabis light è regolata dalla legge 242/2016 che, tra i possibili utilizzi della canapa, non include in alcun modo il suo consumo (a meno che non si tratti di alimenti come semi, farine e prodotti derivati, che necessitano di apposita certificazione). Per il momento è possibile solo collezionare erba light, olio CBD ed estratti di diverse tipologie, utilizzandoli al massimo come deodoranti per ambienti sfruttando il delicato aroma che emanano. L’olio id cbd, per esempio è un alimento particolarmente versatile ed è possibile integrarlo nella nostra alimentazione in associazione alle bevande oppure come condimento alle nostre insalate, a seconda della concentrazione, della frequenza e del quantitativo che decidiamo di assumere, potremmo avere effetti rilassanti e antiossidanti solo per citarne alcuni. Dopo che il cbd è stato inserito nei cosiddetti Novel food, possiamo beneficiare delle sue proprietà esaltando piatti gustosi e anche fantasiosi. Per il momento, però, dobbiamo aspettare un disegno di legge dedicato al consumo, anche se possiamo continuare ad acquistare marijuana light online nei migliori negozi.

Maturità 2021: l’esame simbolo della crisi pandemica

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Dopo mesi di punti interrogativi, arriva infine la risposta del Miur su come saranno gli esami di maturità del 2021.

La Maturità è un momento fondamentale nella carriera di uno studente o di una studentessa. È a tutti gli effetti un rito di passaggio che segna l’ingresso nel mondo degli adulti (significativa la scelta del nome fatta da Giovanni Gentile, non credete?). È questo il motivo per cui continua a essere oggetto di attenzione da parte della cultura, ma anche di chi ormai con il mondo della scuola ha poco a che fare.

Anche questo momento ha dovuto adattarsi alla difficile situazione causata dalla pandemia di Covid 19. Lo abbiamo già visto con la Maturità del 2020 e lo vedremo (purtroppo) anche quest’anno. All’inizio dell’anno scolastico non lo si poteva prevedere e probabilmente tutti speravano (forse un po’ ingenuamente) che la situazione sarebbe stata molto diversa. Invece così non è e lo svolgimento della Maturità del 2021 si presenta come un déjà vu di quella dell’anno scorso.

Come si svolgerà l’esame di maturità 2021?

Non ci saranno prove scritte, ma solo un’unica prova orale della durata di 60 minuti per ogni studente e studentessa. Anche per quest’anno, quindi, i maturandi non si confronteranno né con il tema, né con la seconda prova interdisciplinare ma esse confluiranno all’interno dell’interrogazione che si farà alla presenza della commissione.

La prova d’esame orale sarà articolata in quattro momenti, proprio come nella Maturità 2020:

  • esposizione dell’elaborato personale;
  • analisi di un testo letterario affrontato in classe durante l’anno;
  • discussione del materiale proposto dalla commissione;
  • esposizione delle esperienze svolte nei percorsi PCTO.

L’elaborato personale

Attenzione a non confondere l’elaborato con la tesina di cui il ministro Bianchi ha dichiarato di non voler sentire affatto parlare. Esso, infatti, è assegnato dal Consiglio di Classe (quindi dall’insieme dei professori di ogni singola quinta) a ciascun maturando tenendo conto di quello che è stato il suo percorso scolastico.

Si parte dalle materie d’indirizzo. L’elaborato verterà sulla lingua e letteratura latina e greca per il classico, su matematica e fisica per lo scientifico, sulle lingue straniere al linguistico, sulle scienze umane per il liceo omonimo e sulle discipline pittoriche per l’artistico. Per gli istituti tecnici con indirizzo economico e amministrativo, l’argomento dovrà riguardare l‘economia aziendale mentre per gli istituti professionali l’elaborato sarà inerente al settore studiato. I licei coreutici e musicali prevedono che una parte della prova sia anche performativa. Per conoscere tutte le discipline caratterizzanti i vari corsi di studio, si può consultare la pagina del sito del Miur appositamente ideata per l’esame di stato.

Secondo quanto disposto dal Ministero, nell’esposizione dell’argomento scelto, il candidato o la candidata potrà spaziare anche nelle altre discipline creando adeguati collegamenti. Inoltre, per lo studente o la studentessa sarà possibile approfondire l’argomentazione facendo riferimento alle proprie esperienze personali (attività presenti nel curriculum dello studente), al percorso PCTO, agli argomenti di Educazione Civica affrontati durante l’anno. La forma dell’elaborato dipende dall’indirizzo di studi, ma dovrà essere personalizzata.

L’argomento dell’elaborato viene scelto dal Consiglio di Classe su indicazione e suggerimento del/la docente delle materie caratterizzanti. Gli alunni delle quinte riceveranno l’assegnazione entro e non oltre il 30 aprile 2021. A quel punto, gli studenti avranno a disposizione fino al 31 maggio per svolgere il compito e per consegnarlo tramite e-mail al docente di riferimento mettendo in copia l’indirizzo e-mail della scuola. Il docente di riferimento non è solo il/la professore/essa della materia di indirizzo, ma sono diversi insegnanti del Consiglio di Classe che vengono nominati dallo stesso. Ognuno deve occuparsi di un piccolo gruppo di studenti, supportandoli nello svolgimento.

L’analisi del testo

Se l’elaborato sostituisce la seconda prova, la richiesta di effettuare l’analisi di un testo letterario oggetto di studio durante il quinto anno dovrebbe rappresentare un’alternativa allo svolgimento del tema. Il testo viene scelto dall’insegnante di italiano al momento dell’esame, ma deve essere per forza uno dei brani spiegati durante l’anno scolastico, non uno che i ragazzi e le ragazze non hanno mai letto.

La discussione del materiale preparato dalla commissione

Anche quest’anno torna il famosissimo “materiale” che dalla maturità del 2019 rappresenta l’incubo degli studenti e delle studentesse (ma forse anche degli insegnanti!).

Nella terza parte dell’esame, il/la candidato/a dovrà organizzare un discorso sulla base di un testo, un documento, un’immagine, una citazione, un problema scelto dalla commissione e predisposto all’inizio di ogni mattinata di colloqui. Il materiale scelto dovrà dare modo ai maturandi di collegare gli argomenti affrontati nelle varie materie durante l’anno scolastico. Sarà possibile fare riferimento anche agli argomenti affrontati per Educazione Civica.

Esposizione dell’esperienza di PCTO

Nella parte finale del colloquio, il/la maturando/a dovrà parlare della sua esperienza nei Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento. Se questa parte viene integrata nell’elaborato, non sarà necessario affrontarla.

Maturità 2021: la commissione e la valutazione

La commissione dell’Esame di Stato sarà composta da membri interni e da un presidente esterno. Anche quest’anno si viene incontro al disagio provato dagli studenti per la continua precarietà in cui si svolgono le lezioni (una settimana in presenza, quella dopo in DAD), facendo in modo che la gran maggior parte delle facce in commissione sia conosciuta.

Il punteggio finale sarà espresso sempre in centesimi. Il voto finale si avrà sommando il punteggio ottenuto con i crediti formativi avuti a partire dal terzo anno (per un massimo di 60 punti) con quello preso il giorno del colloquio orale (40 punti massimo).

Quando inizia l’esame di maturità 2021?

La data ufficiale di inizio degli esami di maturità è mercoledì 16 giugno 2021. Si procederà con 5 colloqui al giorno, non di più per motivi di sicurezza.

Qualche considerazione sull’esame di maturità 2021: il problema della DAD

La Maturità 2021 è sicuramente figlia del periodo di crisi sanitaria e sociale che stiamo vivendo. La modalità di svolgimento solo orale ha tranquillizzato la maggior parte degli studenti che, viste le vicissitudini scolastiche dell’ultimo anno, non si sente pronta ad affrontare adeguatamente le prove scritte soprattutto quelle delle discipline caratterizzanti.

Chi vive la scuola dall’interno sa benissimo che la continua oscillazione tra aperture e chiusure non giova a nessuno, né a livello di apprendimento, né dal punto di vista morale. È vero che si è da più di un anno in DAD, ma è anche vero che nessuno ha mai accettato veramente che essa potesse fregiarsi del titolo di “scuola”. E questo è stato il primo grande errore fatto da tutti. Perché è verissimo che la scuola necessita della presenza in aula, del contatto, dell’interazione che nessuna piattaforma per videochiamate può sostituire; ma è altrettanto vero che la situazione d’emergenza richiedeva un adattamento che non c’è stato. Non ci si può adattare se si guarda al passato. Doveva essere un’occasione per approfondire le possibilità offerte dalla tecnologia per fare lezione, trovare nuove strategie di apprendimento che andassero incontro anche agli obiettivi del Ministero stesso: formare cittadini con competenze trasversali, ovvero persone che non conoscano nozioni, ma possiedano delle abilità linguistiche, comunicative, riflessive ed empatiche. La strada per fare tutto questo è la tecnologia perché essa rappresenta il linguaggio degli adolescenti. Certo, il contatto e la presenza vanno preservati. Stare in classe è importante anche per evitare l’interferenza di genitori, fratelli, nonni, animali e quant’altro e non deve andare perso nel futuro. Ma da questa situazione doveva derivare una profonda riflessione sul ruolo della scuola nell’epoca dei social media che non c’è stata.

Essendo mancato questo, la DAD si è rivelata molto difficile perché si fa fatica a trasmettere tutto ciò che si vorrebbe. È difficile fare delle esercitazioni pratiche e ancora di più creare una lezione interattiva basata sul dialogo. La maggior parte degli studenti lamenta delle lacune nella preparazione che è del tutto legittima. Quindi, è normale che l’esame sia semplificato per alcuni aspetti.

La mancanza del tema d’italiano

Personalmente, ritengo grave la mancanza del tema di italiano per il secondo anno consecutivo. Se la Maturità deve segnare la fine del percorso scolastico dovrebbe essere previsto un elaborato in cui gli studenti e le studentesse dimostrino di essere in grado di scrivere correttamente nella nostra lingua. Certamente è impensabile tenere alunni e professori in una stanza per sei ore di fila con la minaccia del coronavirus, ma perché non assegnare loro un tema da svolgere e da consegnare proprio come si fa per l’elaborato sulla materia specifica? Alcuni potrebbero obiettare che il tema potrebbe essere facilmente copiato o fatto eseguire da altre persone se assegnato per casa. Non è una motivazione sufficiente anche alla luce del fatto che è ormai un anno che si fa affidamento sulla buona fede e soprattutto sulla responsabilità degli studenti e delle studentesse a riguardo. Inoltre, queste preoccupazioni potrebbero valere anche per l’elaborato stesso. Si poteva pensare a una personalizzazione dell’argomento in modo da prevenire eventuali scopiazzamenti.

Elaborato e Materiale

È positivo il fatto che si chieda agli studenti di partire dalle materie di indirizzo per poi approfondire anche aspetti legati al loro curriculum o ad altri argomenti. Viene privilegiato l’aspetto interdisciplinare e sono oggetto di valutazione le competenze trasversali. La personalizzazione è alla base di tutto l’esame di maturità ed è anche il suo grande merito.

Il materiale scelto dalla commissione rimane per me un grande punto interrogativo. Non capisco la necessità di sostituire la tesina come momento di riflessione e di creatività per i maturandi con una discussione generata partendo da un qualsiasi materiale. Ciò che non comprendo appieno è quale sia l’obiettivo e perché si sia ricordi a questa soluzione. Se fosse quello di verificare le conoscenze acquisite durante l’anno scolastico in determinate materie, perché non dare modo agli insegnanti di fare domande? Se, invece, l’obiettivo è quello di verificare la capacità degli studenti di collegare tra loro le diverse discipline, allora la tesina continua a essere la soluzione migliore. Infine, se si vuole verificare come gli studenti sappiano legare gli argomenti di studio al mondo contemporaneo, dovrebbero comunque proporlo in autonomia.

Come CulturaMente può aiutare per l’esame di Maturità 2021

Se tra voi lettori ci sono maturandi nel panico per ciò che li aspetta, tranquillizzatevi! Noi spacciatori di cultura vi mettiamo a disposizione le dosi di cultura più utili per superare alla grande l’esame di maturità!

Innanzitutto, dai un’occhiata alle tesine realizzate dagli Spacciatori di Cultura quando affrontarono la loro maturità. È vero che tu non dovrai farla, ma magari trovi qualche collegamento interessante che puoi riproporre.

Per chi studia al classico, abbiamo un’intera rubrica sulla letteratura classica che potrebbe tornarti molto utile. Potete anche farvi un giro tra gli articoli che parlano dei principali autori di letteratura italiana e di letteratura inglese.

Infine, provate il nostro quiz di cultura generale. Anche da qui potrebbero arrivare degli spunti interessanti per fare bella figura.

Nel caso in cui aveste bisogno di noi, non esitate a contattarci per dosi di cultura personalizzata.

Federica Crisci

Leonardo: se questo è un genio

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La serie Leonardo si accinge ormai alla sua conclusione. Superata la metà dello show, abbiamo imparato a riconoscere la sua struttura (identica in ogni puntata… per fortuna sono solo otto!).

Gli ultimi episodi trasmessi si aprono, infatti, come sempre con il Leonardo del presente imprigionato in una cella, che viene interrogato da Giraldi, il quale vorrebbe a tutti i costi dimostrare la sua innocenza (ma perché poi?). Stavolta scopriamo che il veleno che ha ucciso Caterina è lo stesso da cui Leonardo aveva salvato Ludovico il Moro: perché allora non ha dato l’antidoto anche a lei? La risposta è semplice e non fa una piega: non aveva gli ingredienti. Questo però è da dimostrare e il nostro detective annuncia che dovrà fare un’ispezione nella bottega di Leonardo (non pensate a male eh!).

A questo punto, facciamo ancora una volta un balzo nel passato. A Milano si affievolisce progressivamente il potere di Ludovico il Moro, il quale subisce anche la terribile perdita della moglie Beatrice, morta di parto (pare l’amasse davvero, nonostante tutti i tradimenti!). Di punto in bianco, il bronzo che serviva a Leonardo per la realizzazione della statua equestre viene sottratto e sequestrato da Sanseverino (un’acidità unica, quest’uomo!), ma l’artista non ha nemmeno il tempo di disperarsi che ottiene un nuovo ingaggio. Ludovico gli commissiona l’affresco dell’Ultima Cena nel refettorio del convento adiacente al santuario di Santa Maria delle Grazie. Leonardo inizialmente è titubante perché non ha mai utilizzato questa tecnica di pittura (e quando mai?!), ma ben presto inizia il lavoro supportato dall’intera squadra di apprendisti. Nel frattempo Milano viene conquistata dai francesi alleati con Cesare Borgia (detto il Valentino, ma non ha nulla a che fare con il santo!), il quale permette però a Leonardo di terminare la sua opera. È chiaro che il Valentino lo ammira e infatti dopo alcuni anni lo vorrà al suo servizio come ingegnere alla corte di Imola.

In tutto questo, continua la relazione sentimentale più incoerente, tediosa e nonsense della storia. Caterina, dopo il litigio con Leonardo, torna a Firenze dove riprende la sua vita umile di una volta. Scopriamo (con una di quelle classiche inquadrature del ventre) che è rimasta incinta (di Bembo? del Moro? Puntiamo tutto sul secondo) nonostante all’inizio della serie avesse specificato che non poteva avere bambini (ricordate l’incidente col carro? Quello della cicatrice sulla schiena? Come volevasi dimostrare, non aveva nulla a che fare con la sua fertilità). Leonardo, comunque, è all’oscuro di tutto e, dopo aver finito di dipingere l’Ultima Cena, torna a Firenze per ritrovare Caterina. Quest’ultima in un primo momento lo scaccia in malo modo, ma, in seguito alla sua partenza per Imola, gli scrive innumerevoli lettere per convincerlo a tornare da lei (la coerenza, dicevamo).

Nel frattempo, Leonardo alla corte di Imola rimane pietrificato dalla crudeltà e dalla spregiudicatezza di Borgia che gli chiede commissioni sempre più difficili da realizzare (Leonardo sembra più preoccupato quando gli dicono che deve fare un affresco rispetto a quando gli dicono che deve costruire una diga). Alla corte di Imola compare anche Machiavelli come ambasciatore di Firenze che dà consigli (inutili) a Leonardo su come gestire i rapporti con Borgia. Alla fine, grazie a un’ultima invenzione e a un riscatto pagato dalla città di Firenze con l’intercessione di Messer Da Vinci (che dopo una ramanzina di Caterina diventa un padre pentito), Leonardo ha il permesso di tornare a Firenze. Ritrovatosi con Caterina, vuole portarla con sé alla bottega. Lei dicendogli solo “Ci sono molte cose che non sai di me” (e Leonardo da bravo maschio medio – lo definivano un genio – non si fa domande in merito), decide di mandare via il figlio Francesco (perché?).

Aspettiamo le ultime due puntate di martedì sera per sapere cosa succederà e svelare finalmente il mistero della morte di Caterina.

Caterina e la considerazione delle figure femminili

Caterina dovrebbe rappresentare la tragica figura femminile forte e determinata che vive una vita difficile non solo perché appartiene a una classe sociale bassa, ma anche perché è donna. Un tentativo di introdurre il tema della difficile condizione femminile nel passato anche all’interno di una serie televisiva che non dovrebbe concentrarsi su tutt’altro. L’intento, però, è nobile e poteva tranquillamente essere fatto… peccato però che si cada nei cliché più beceri del mondo narrativo.

Donna costretta a prostituirsi per sopravvivere in un mondo di uomini, non solo non riesce a mantenere la sua condizione agiata, ma ha un rapporto molto disfunzionale con quello che dovrebbe essere il suo migliore amico, che lei probabilmente in realtà ama. Caterina finirà vittima di questo legame e la cosa preoccupante è che dal punto di vista narrativo nulla ci dice che questo non va bene. Come abbiamo già più volte detto, tutto questo è colpa della superficialità con cui tutti i temi della storia vengono affrontati.

Leonardo e l’ansia da prestazione

Arriviamo al personaggio principale. Leonardo più che un genio sembra un uomo consumato dal desiderio di perfezione. Ogni volta lo vediamo già sconfitto in partenza perché sa di non avere la forza di volontà necessaria a concludere ciò che inizia. Inoltre, se non fosse Leonardo Da Vinci, probabilmente non capiremmo perché tutti parlano di lui visto che, da ciò che abbiamo visto, ha realizzato solo un angelo nel dipinto di Verrocchio, una scenografia teatrale e l’Ultima Cena (su quest’ultima, per carità, alziamo le mani).

Qual è il tema che gli sceneggiatori volevano portare con la figura di Leonardo? Come l’artista smarrisca se stesso all’inseguimento della sua arte? Bene: bello, interessante, ma dove è stato fatto? Tutta la fragilità di questo uomo che nasce dall’essersi sempre sentito tradito, porta a una figura debole, malinconica, insensibile, completamente aliena da tutto ciò che lo circonda. Magari Da Vinci era veramente così, ma la rappresentazione che ne è stata fatta è assolutamente al di sotto delle aspettative e molto limitata.

È vero che il grande genio nasce dalla sofferenza, ma nella serie si nota solo grande approssimazione.

Una nota positiva… forse

Location e costumi continuano a essere il punto forte di questa fiction. La ricostruzione storica è quanto più accurata possibile e sicuramente le figure di Borgia e Machiavelli sono molto vicine a quanto si sa dei personaggi storici (l’attore di Machiavelli ricorda anche molto lo scrittore). Anche qui, però, notiamo delle forzature. Per far esprimere il pensiero politico di Machiavelli (che nel Principe esalta il Valentino proprio per le sue abilità politiche), viene creato un dialogo tra lui e Leonardo completamente privo del rapporto causa/effetto. Due persone affette da sordità che portano avanti il loro discorso senza poter sentire l’altro.

Vedremo la conclusione come sarà… ma di certo per brillare di originalità e di senso, qui ci vorrebbe un miracolo che solo un genio può fare. A farvi sorridere, invece, ci pensano le nostre vignette.

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Federica Crisci e Francesca Papa

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Mine Vaganti racconta uno spaccato socio-culturale dell’Italia del sud

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Regia: Ferzan Ozpetek
Genere: Drammatico
Durata: 110 minuti
Nazione: Italia
Anno: 2010
Cast: Riccardo Scamarcio, Alessandro Preziosi, Nicole Grimaudo, Lunetta Savino, Ennio Fantastichini, Elena Sofia Ricci, Carolina Crescentini, Ilaria Occhini

 Ho passato con lui tutta la vita, stava con me anche quando non c’era… nella mia testa io dormivo con lui e con lui mi svegliavo la mattina.

Costato circa sette milioni di euro, Mine Vaganti è l’ottavo film di Ferzan Özpetek. Prodotto dalla Fandango con la partecipazione di Rai Cinema ed il sostegno della Puglia Film Commission, ha ricevuto ben 13 candidature ai David di Donatello del 2010, ottenendo due vittorie per la categoria “migliori interpreti non protagonisti”: Ilaria Occhini ed Ennio Fantastichini; 5 Nastri d’Argento; una candidatura al Premio del Pubblico Europeo e una per l’autore della colonna sonora agli European Film Awards.

Trama

I Cantone, famiglia leccese, sono proprietari di un pastificio fondato dalla nonna (Ilaria Occhini) e suo cognato, il suo vero amore. A capo dell’azienda troviamo il figlio, Vincenzo (Ennio Fantastichini), sposato con Stefania (Lunetta Savino) e padre di Tommaso (Riccardo Scamarcio), Antonio (Alessandro Preziosi) ed Elena (Bianca Nappi). Tommaso, romano d’adozione, studia lettere per diventare scrittore abbandonando il volere della famiglia. Quando decide di tornare a Lecce rivela la sua  omosessualità al fratello con l’idea di sentirsi definitivamente libero dalle catene familiari che lo vogliono a capo del pastificio e indossando un perbenismo borghese che non gli appartiene. I progetti di Tommaso cambieranno rotta quando, durante una cena aziendale, Antonio lo batte sul tempo rivelando di essere omosessuale e di aver avuto una relazione con un ragazzo del pastificio. Vincenzo caccia Antonio ma la notizia lo ha talmente scosso da provocargli un malore. A quel punto Tommaso, per non aggravare ulteriormente la situazione, decide di rimanere a Lecce e prendere le redini dell’azienda, costretto a mantenere il segreto sulla sua omosessualità e i suoi veri interessi.

Tommaso, se uno fa sempre quello che gli chiedono gli altri non vale la pena di vivere.

Il Salento diventa l’epicentro ironico di una storia melodrammatica

Mine Vaganti, ispirato ad una storia vera, è caratterizzato da un ensemble cast che ha saputo dare alla pellicola uno spessore contemporaneo e reale dal sapore tutto italiano. Grazie al cast corale di cui il film si compone e alla regia di Ferzan Özpetek, la trama scivola verso la scena finale in assoluta sincronia senza lasciare nessun personaggio nel limbo del non detto.

In questo film integralmente girato nel Salento, il cineasta turco ha saputo cogliere la bellezza naturale delle terre tipiche del sud: le sfumature calde dei paesaggi mozzafiato, l’azzurro del mare, le ambientazioni quasi rurali che caratterizzano il territorio hanno trasformato Lecce in un set cinematografico perfetto. Uno sfondo naturale ad una storia intensa, reale e profonda, che con leggerezza riesce a mettere in scena un bigottismo non troppo latente e la paura di deludere di cui spesso i figli del sud sono affetti.

Özpetek ha saputo unire il melodramma alla comicità grazie alle “influenze” cinematografiche turche e italiane. È risaputo, infatti, che spesso la commedia italiana, soprattutto quella pre-sessantottina, aveva quel retrogusto melò, trasmettendo l’arte di saper ridere delle tragedie della vita. Il regista segue questa scia facendo emergere nitidamente la fragilità di una realtà socio-culturale ancora saldamente presente in molte famiglie del sud. In fondo, la verità è che il meridione è pieno di luoghi comuni e non per forza l’accezione debba avere una sfaccettatura negativa. Per questa ragione, a volte, registi come Ferzan non temono di mostrare la bellezza infinita del sud Italia, un po’ troppo sporcata da meccanismi che ancora sanno di vecchio.

Pertanto, la realtà messa in scena dal regista trasforma un retaggio socio-culturale arcaico in un momento di ilarità senza mai puntare il dito. Le luci si soffermano soprattutto sulle due Mine Vaganti per eccellenza: i genitori Vincenzo e Stefania che considerano l’omosessualità come una sorta di virus, una questione da risolvere a porte chiuse, una dannazione, qualcosa di cui vergognarsi.

Comicità e drammi familiari, i temi posti al centro della pellicola di Özpetk

È più faticoso stare zitti, che dire quello che si pensa.

Mine Vaganti, un titolo che racchiude la realtà delle realtà: il sud e i suoi piccoli spaccati di quotidianità che faticano a stare al passo con la società, ancorandosi, invece, al perbenismo, all’apparenza e alle “male lingue”.

Le dinamiche familiari vengono sviscerate minuto dopo minuto mostrando allo spettatore, senza mai appesantirlo o annoiarlo, le vicende di questa famiglia pugliese che farebbe di tutto pur di non diffondere voci.

Altro tema centrale è l’affermazione di sé stessi, scegliere di deludere pur di prendere in mano la propria vita. Questa è la direzione seguita da Tommaso e da cui il film muove i suoi primi passi. Un atto di coraggio intorno a cui ruota l’intera pellicola e attraverso il quale si sviluppa la trama. Un ruolo attraverso il quale Scamarcio ha mostrato da un lato il peso di non deludere, il timore di essere per realizzare aspettative altrui e dall’altro la leggerezza di chi, finalmente, prende le distanze da quegli ambienti che, seppur a noi cari, sono spesso tossici.

Le donne, vere Mine Vaganti al centro della trama

Le mine vaganti servono a portare il disordine, a prendere le cose e a metterle in posti dove nessuno voleva farcele stare, a scombinare tutto, a cambiare piani.

Lunetta SavinoElena Sofia Ricci, Nicole Grimaudo, Paola Minaccioni e la spettacolare Ilaria Occhini sono le assi portanti di questo film. Ognuna di loro ha saputo mettere in scena donne dalle mille sfaccettature. Sicuramente degno di nota è il ruolo della Occhini che nei panni di una nonna saggia e malinconica monopolizza la telecamera grazie al supporto di dialoghi profondi e toccanti. Uno dei pochi ruoli che di comico ha ben poco. Un personaggio studiato per raccontare la vita di chi la saggezza l’ha vissuta, che vede nel presente una società diversa e più aperta, a differenza del figlio Vincenzo.

Altra mina vagante è la zia Luciana interpretata da una magnifica Elena Sofia Ricci. Tra alcol e miopia, l’attrice evidenzia il “peso” di una vita non del tutto decollata e il desiderio di un amore che forse mai arriverà.

Insomma, Mine Vaganti racconta di tre generazioni a confronto che mostrano le loro fragilità attraverso l’urgenza dell’amore rompendo il tetto di cristallo immaginario che la famiglia leccese ha costruito negli anni.

Quando guardarlo

È un film che non ha un momento specifico per essere guardato, ma sicuramente è da tenere in considerazione quando ci si sente bloccati dal giudizio altrui.

Tre motivi per guardarlo

  1. Özpetek con la sua comicità non delude regalando attimi di ilarità nonostante il dramma di fondo;
  2. Riccardo Scamarcio ancora una volta mostra le sue doti attoriali;
  3. Per i bellissimi paesaggi che regala la Puglia.

Angela Patalano

Hai perso l’ultimo cineforum?

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Plinio il Vecchio e la Naturalis Historia in pillole

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Nel primo periodo dell’età imperiale è chiaro come una delle tendenze dal punto di vista letterario e culturale sia stata lo sforzo di sistemare in modo enciclopedico il sapere umano. Ognuno, diremmo noi oggi, voleva mettere per iscritto una propria “Wikipedia personale”. Tra tutte, l’opera che spicca maggiormente è la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio.

Il progetto dell’opera

L’autore era vicino a certe posizioni stoiche, anche perché l’idea dell’intero universo governato tutto da una mens divina ben si addice al progetto di enciclopedia, che proprio all’inizio tratta i moti astrali. Tuttavia, un rigido stoicismo non avrebbe permesso all’autore di trasmettere così tanto materiale; per tale ragione, nell’opera si parla di più di un generico eclettismo da parte di Plinio.

Il (pessimo) stile di Plinio

Dal punto di vista stilistico, Plinio è pessimo; alcuni critici tendono a considerarlo il peggior scrittore latino. Il suo stile poco classico è dovuto alla moda dell’epoca, che cerca di eliminare le ampie costruzioni ciceroniane; tuttavia, questa nuova tendenza asiana, che in Seneca vede la sua espressione massima, in Plinio rimane alquanto caotica e impersonale.

Lupi: notizie meravigliose!

Un esempio abbastanza famoso ed antologizzato è un passo del libro VIII dell’opera di Plinio, dedicato agli animali terrestri, in cui viene trattato nello specifico il lupo. Plinio, però, non dimostra di essere poi così tanto interessato all’animale in sè, ma agli aspetti fantastici che si diceva avesse. Il senso e il gusto per l’elemento stravagante superano la pretesa di verità dell’approccio che noi oggi chiameremmo scientifico:

Naturalis Historia [VIII, 80-84]:

«[80] Ma anche in Italia si crede che la vista dei lupi sia pericolosa e che la voce se ne vada temporaneamente all’uomo, che per primi guardano. L’Africa e l’Egitto li generano piccoli e inerti, la zona più fredda feroci ed aggressivi. Dobbiamo ritenere assolutamente essere falso che gli uomini si mutino in lupi e di nuovo essere restituiti a sé o accettare tutte le favole che abbiamo trovato in tanti secoli. Tuttavia però sarà spiegata come questa credenza sia tanto diffusa nel popolo, che ritiene i cambiapelle fra le maledizioni.

[81] Evante, non ignorato fra gli autori della Grecia, scrive che gli Arcadi tramandano che dalla stirpe di un certo Anto uno scelto a sorte dalla famiglia è condotto ad un certo stagno della sua regione e appeso l’abito a una quercia nuotare ed andare nei luoghi deserti e trasformarsi in lupo e unirsi con altri di tal genere per nove anni. In questo periodo se si sarà astenuto dall’uomo, tornare al medesimo stagno e, dopo che avrà nuotato, riprendere l’aspetto, avuto rispetto al primitivo con l’età aggiunta di nove anni. Si aggiunge anche questo, che riprende lo stesso abito.

[82] E’ strano dove arrivi la credulità greca. Nessuna falsità è tanto ingannevole, che manchi di una prova. Così chi scrisse le Olimpioniche, narra che Demeneto Parrasio durante un rito sacro, poiché gli Arcadi sacrificavano ancora vittime umane a Giove Liceo, mangiò le viscere di un fanciullo immolato e si mutò in lupo, che lo stesso restituito nel decimo anno si esercitò nel pugilato e risultò vincitore ad Olimpia.

[83] Inoltre il popolo crede che ci sia un potere amatorio nel piccolo pelo della coda di questo animale e che esso, quando è catturato, viene gettato e non ha potere se non strappato a quello quando è vivo. In tutto l’anno non più di dodici i giorni, in cui si accoppia. Che lo stesso nella fame si nutre di terra; tra i segni augurali, tagliata la strada dei viandanti a destra, se l’avrà fatto con la bocca piena, nessun presagio più favorevole.

[84] In questa specie ci sono quelli che sono chiamati cervieri, come quello dalla Gallia che abbiamo detto visto nel circo di Pompeo Magno. A questo sebbene sia sofferente per la fame, se si sarà girato, dicono che subentra la dimenticanza del cibo e allontanatosi cerca altro

Oltre a Plinio il Vecchio, anche Petronio, nel Satyricon, attraverso un personaggio, Nicerote, ex-schiavo, fa raccontare una novella, che ha per protagonista un lupo mannaro:

Satyricon di Petronio [61-62]:

«[61] E dopo che tutti si sono scambiati l’augurio di stare bene nell’anima e nel corpo, Trimalcione si gira verso Nicerote e gli fa: «Certo che una volta tu a tavola eri ben più allegro: non capisco perché ora te ne stai lì zitto e non fiati. Ma ti prego, se vuoi farmi contento, raccontami l’avventura che ti è capitata». E Nicerote, compiaciuto per il cortese invito dell’amico, esclama: «Possa io non guadagnare più il becco di un quattrino, se già non faccio salti di gioia a vederti tanto in forma. Viva dunque l’allegria, anche se ho paura che questi letterati mi ridano dietro. Vedano un po’ loro, io tanto la racconto lo stesso.

E poi cosa vuoi che mi tolga chi ride? È meglio far ridere che essere derisi». Dopo aver detto così, incomincia il suo racconto: «Quando ero ancora schiavo, abitavamo in Vico Stretto, dove oggi c’è la casa di Gavilla. Lì, dài che ti dài, attacco a farmela con la moglie di Terenzio, l’oste. Magari l’avete anche conosciuta, Melissa, la Tarentina, quel gran pezzo di donna. Io però non ci avevo messo gli occhi sopra perché era una maggiorata o per sbattermela, ma piuttosto perché aveva un cuore grande così. Qualunque cosa le chiedevo, lei me lo dava: se racimolava un soldo, la metà finiva a me. Quanto al sottoscritto, quello che avevo lo passavo nelle sue tasche e non ci ho mai preso delle fregature. Un giorno, mentre se ne stava in campagna, il suo ganzo tira le cuoia. Allora io, facendo il boia e l’impiccato, cerco con ogni mezzo di raggiungerla, perché – così si dice – gli amici li si vede nel bisogno.

[62] Il caso volle che il mio padrone se ne fosse andato a Capua a vendere il fior fiore del suo ciarpame. E così, cogliendo la palla al balzo, convinco un nostro ospite ad accompagnarmi fino al quinto miglio. Mica per altro: era un soldato e per giunta forte come un demonio. Alziamo le chiappe al primo canto del gallo e con una luna così chiara che sembrava di essere di giorno. Finimmo dentro un cimitero: il mio socio si avvicina a una lapide e si mette a pisciare, mentre io attacco a contare le lapidi fischiettando. A un certo punto, mi giro verso il tipo e vedo che si sta togliendo i vestiti di dosso e butta la sua roba sul ciglio della strada. A me mi va il cuore in gola e resto lì a fissarlo che per poco ci resto stecchito. Ed ecco che quello si mette a pisciare tutto intorno ai vestiti e di colpo si trasforma in lupo. Non pensate che stia scherzando: non mentirei nemmeno per tutto l’oro del mondo. Ma, come stavo dicendo, appena trasformato in lupo, attacca a ululare e poi si va a imboscare nella macchia. Sulle prime io non sapevo più nemmeno dov’ero: poi mi avvicino ai suoi vestiti per raccoglierli, ma quelli erano diventati di pietra. Chi più di me avrebbe dovuto morire dalla paura? Ciò nonostante sguaino la spada e, menando colpi alle ombre, tra uno scongiuro e l’altro, arrivo fino alla casa della mia amica. Entro che sembro un cadavere, senza più fiato, con il sudore che mi scorre tra le gambe e gli occhi spenti. Tanto che per riprendermi ci metto un bel po’.

La mia Melissa, stupita di vedermi in giro a quell’ora della notte, mi fa: “Se solo fossi arrivato un po’ prima, almeno ci avresti dato una mano: un lupo è entrato nel recinto e ci ha massacrato tutte le pecore come un macellaio. Comunque, anche se è riuscito a scappare, non ha da stare allegro, perché un nostro servo gli ha trapassato il collo con la lancia”. Dopo aver sentito questa storia, non riesco a chiudere occhio per tutta la notte, ma alle prime luci dell’alba me la filo a casa del nostro Gaio, nemmeno fossi un oste appena ripulito. E quando passo davanti al punto in cui i vestiti del mio compare erano diventati di pietra, ci trovo soltanto una pozza di sangue. Quando arrivo a casa, il soldato è lì sbracato sul letto come un bue, con al capezzale un medico impegnato a curargli il collo. Allora mi rendo conto che è un lupo mannaro e da quel giorno non ho più mangiato con lui manco un tozzo di pane, nemmeno a costo della vita. Liberi voi di pensare quello che volete, ma se vi racconto una frottola, mi stramaledicano i vostri numi tutelari».

Spiegazione del passo del Satyricon

Petronio è sempre alla ricerca dell’elemento più particolare, come si può vedere per l’attenzione per le fabulae milesiae e per la superstizione del popolo ignorante. Anche il tema del licantropo viene ricondotto a questa tematica: egli, infatti, è l’uomo che si tramuta in lupo e poi ritorna uomo; anche il togliersi i vestiti potrebbe essere interpretato come l’atto di spogliarsi degli aspetti civili e razionali.

Un altro aspetto centrale è il tema del liquido, come si può vedere nell’atto di urinare, anch’esso poco civile, che designa un ritorno al selvaggio, e il sangue che il licantropo versa e sparge. Importante caratteristica è, inoltre, la reversibilità, perché il licantropo è colui che muta la pelle (da uomo a lupo e poi uomo). Oltre a ciò tale figura potrebbe indicare anche la paura dell’altro che c’è in noi e può scatenarsi (tema della metamorfosi). 

In Petronio le vicende del lupo narrate sono riferite attraverso le parole del liberto che dice di averlo visto con i suoi stessi occhi. In realtà si tratta solo dell’ennesima superstizione popolare: il liberto infatti ha visto solamente un lupo normale, ma si è lasciato suggestionare dai racconti

Un’altra interpretazione possibile può essere incentrata sull’ambivalenza: essere lupo significa, in effetti, entrare ed uscire dalla conoscenza, ovvero razionalità ed istinto; quindi il licantropo è sia inteso come uomo (aspetto negativo), che diventa bestia, che come potere del lupo (aspetto positivo). Si allude al rovesciamento dei valori nell’epoca di Nerone (in cui gli uomini, compreso l’imperatore, non seguono più il lume della ragione).

Lorenzo Cardano

Racconti e Poesie: Premio Letterario L’Avvelenata 2021

Abbiamo una notizia per tutti voi! Siamo diventati partner del “Premio Letterario L’Avvelenata”, un concorso letterario nazionale che mira a valorizzare la cultura attraverso la scrittura, fondato al fine di premiare e promuovere le migliori opere presentate. Il bando ha lo scopo di creare momenti di confronto e di approfondimento su temi sociali e culturali, nonché di intrecciare nuove reti di connessioni artistiche ed editoriali sul territorio.


Questo Premio è dedicato ai pensieri, alle parole e ai sentimenti degli scrittori e delle scrittrici di ogni età, al fine di condividere prosa, poesia ed emozioni, e dialogare attraverso la sensibilità artistica e intellettuale di ciascuno.


Il Concorso ha il Patrocinio Culturale di WikiPoesia; ed è creato in collaborazione con Rivista Blam, La Caravella Editrice, Il Menu della Poesia, AĒ Autori e… noi di CulturaMente!

All’interno del Concorso è presente un premio speciale inerente alla Regione Lazio.

Poesia e Racconti

Noi di CulturaMente abbiamo deciso di essere partner di questo bando per regalare al 2021 un po’ di creatività, e soprattutto per continuare a spacciare cultura anche se siamo tutti rinchiusi in casa. Come sapete siamo grandi supporter del mondo “OFF”, quello degli emergenti, quindi La Redazione è felicissima di dare il suo contributo.

Quattro sezioni e tema libero: possono partecipare tutti senza limiti di età o nazionalità.

Per avere tutte le informazioni su:

  • Scadenza del Bando
  • Modalità di partecipazione
  • Giuria
  • Premi

Ecco qui il link: https://rb.gy/tsfjay

I nostri premi

CulturaMente offre ai/alle vincitori/vincitrici della SEZIONE D – Poesia Edita e Inedita (Giovani e Adulti) i seguenti premi:


• La Redazione realizzerà un video “trailer” di presentazione per ciascuna delle tre poesie vincitrici. Lo script del video sarà definito in base allo stile delle poesie. I video saranno rilanciati sul sito e sui canali social di CulturaMente.

Ecco un esempio dei video che realizza la nostra Cristiana F. Toscano:


• Le Opere poetiche vincitrici del Concorso e quelle ritenute meritevoli da CulturaMente riceveranno una recensione scritta dai Redattori del blog.


• Le Opere sopracitate vinceranno inoltre la pubblicazione in un magazine in formato pdf. Questa edizione speciale conterrà i testi delle poesie corredati dalle recensioni e sarà inviato tramite newsletter a tutti i lettori del portale di informazione culturale;
il magazine sarà poi scaricabile da uno spazio dedicato sul sito di CulturaMente che racconterà l’iniziativa e divulgherà poesie, recensioni e tutti i link utili.

Ecco il link con un esempio di magazine che abbiamo realizzato per il Covid-19 nel 2020.


• In tale pubblicazione sarà, in aggiunta, proclamato il/la vincitore/vincitrice del Premio della Critica – “Overdose di cultura”, a prescindere dai primi tre classificati.


• CulturaMente inviterà i/le vincitori/vincitrici della SEZIONE D e del premio “Overdose di Cultura” in una diretta social per parlare delle loro Opere con alcuni membri della Redazione specializzati in poesia. Tale contenuto sarà poi caricato anche sul canale YouTube del blog e sulla pagina del sito dedicata all’iniziativa.

• La Redazione si rende disponibile inoltre a collaborare con gli altri media partner per promuovere i/le vincitori/vincitrici attraverso altre iniziative ed eventi postumi al Premio. Tali collaborazioni saranno definite e organizzate in base agli sviluppi
dell’emergenza Covid-19 e comunicate agli/alle autori/autrici coinvolti/e.

Buona dose di cultura a tutti/e!

I Vincitori e i nostri Premi (Update)

Tempo sospeso: il reportage fotografico sulla vita di comunità a cura di Francesca Sorge

Il reportage fotografico di Francesca Sorge sarà esposto a Milano presso il Tempio del futuro perduto.

Sarà possibile visitare la mostra tutti i giorni dalle 10:30 alle 19:00 a partire dall’otto Maggio.

Tutte le foto sono state scattate durante il primo e durissimo lockdown, quello del 2020, all’interno di Associazione Caf, una comunità residenziale per minori (dai 3 ai 12 anni) che sono stati vittime di maltrattamenti e abusi.

Francesca, oltre a essere una redattrice di CulturaMente, è anche un’educatrice della comunità. Il lavoro la nobilita ogni giorno perché quotidianamente lei, e gli educatori come lei, si occupano di chi non può contare sulla propria famiglia.

Fuori piove e fa freddo: le minime sono diminuite ancora questa settimana anche se, in realtà, dovrebbe già essere primavera. Sia io che Francesca siamo in zona rossa e ovviamente non possiamo incontrarci per questa intervista. Ci sentiamo telefonicamente, con una normalissima chiamata. Le dico che sono stufa di call e video call, quelle già le faccio quotidianamente nelle mie ore di smart working.

Anche lei preferisce fare delle chiacchierare “alla vecchia maniera”.

Francesca qual è il contesto socio-temporale del reportage?

Da noi in comunità il tempo si era fermato già dal 23 febbraio. In Associazione Caf si è capita subito la gravità dell’epidemia e già da allora sono state predisposte misure di isolamento. È dal 23 febbraio che abbiamo avuto una nuova routine. Noi educatori siamo diventati animatori, inventori di giochi, improvvisatori teatrali, esperti di informatica e videochat, preparatori atletici, ballerini.

Come è nato questo progetto? Come ha preso vita? Come ti è venuta l’idea?

Durante il primo lockdown, ogni educatore ha messo a disposizione le proprie competenze per riempire i pomeriggi lunghi e vuoti dei bambini di comunità. Io ho scelto di tenere un corso di fotografia portando in turno la mia umile reflex. Da quel giorno è nata una serie di scatti fotografici che custodisco gelosamente (magari per una prossima mostra, chissà) e ho iniziato così, anche con i bambini, a documentare la sospensione di quel tempo che trascorrevamo, la sua lentezza e il suo carico.

Ci sono state delle difficoltà (organizzative, emotive, relazionali) nella realizzazione?

Non ho mai riscontrato difficoltà se non quella delle emozioni che sentivo mentre coglievo l’attimo: l’immagine che rimbalzava dal monitor della reflex a volte era di gran lunga più impattante di quello che vedevo nella realtà con i miei occhi. Il Caf si è sempre mostrato sensibile e interessato a questo progetto così come verso tutte le occasioni utili a sensibilizzare la tematica della vita di comunità (e non solo).

E i protagonisti del progetto? Come l’hanno presa i ragazzi della comunità?

I bambini della comunità erano felicissimi di prender parte a un progetto bellissimo ma quasi tutti gli scatti sono stati effettuati a loro insaputa proprio per poter cogliere il vero, l’autentico.

Nelle foto si vede uno spazio ludico bellissimo. Qualcuno potrebbe affermare che almeno questi ragazzi avevano a disposizione un giardino, al contrario di molti loro coetanei. Voglio fare l’avvocato del diavolo e lanciarti questa superficialissima provocazione.

Baratteresti un giardino per avere del tempo da trascorrere con la tua famiglia? Che se ne fanno di un giardino se sono stati sottratti ai loro affetti? A loro mancano i genitori, sempre, e durante il primo lockdown la nostalgia era amplificata dal fatto che non avevano la possibilità di recarsi in vista per vederli (la cadenza delle visite è decretata dal giudice,
mediamente varia da una a due volte al mese).

L’aria che si respirava era di forte responsabilità per noi educatori: eravamo le uniche persone che potevano entrare in comunità e avere un contatto con loro. Chiamiamolo contatto… non potevamo neanche abbracciarli!

Deve essere stata dura per voi e per loro. Ti faccio una domanda più tecnica: come mai hai scelto il b/n?

La scelta cromatica è stata fatta in un secondo momento. Le giornate trascorse all’interno mi sembravano tante diapositive in bianco e nero. Un po’ si somigliano l’una con l’altra, non trovi? Ho voluto eliminare gli altri colori per far arrivare maggiormente la sofferenza, la tristezza e la pesantezza di quelle giornate trascorse in un tempo immobile: come vedi ci sono diversi scatti in cui i bambini sono sospesi.

Sì, ma per una questione di privacy non hai potuto fotografare i volti? Come si comunica un’emozione se non si può contare sull’espressione su un viso?

Certo, per privacy non è possibile ritrarre nessun volto… Ma credo fortemente che l’emozione non è legata soltanto al viso, agli occhi o a un sorriso. Anche un oggetto può catturare la nostra attenzione ed emozionarci.

Hai ragione. La mia foto preferita rappresenta proprio degli oggetti, ovvero delle biciclette parcheggiate. Mi è sembrata un’ottima immagine per esprimere la metafora delle nostre vite letteralmente parcheggiate durante il lockdown. Ho colto il senso?

Direi proprio di sì! Quella foto rappresenta uno stop. Una fermata. Obbligatoria ma non necessaria. E fermarsi, annoiarsi, per i bambini che vivono in comunità è la cosa più difficile. Riecheggiano e incombono in loro improvvisi ricordi, le urla, le violenze subite. Pensa a quanto sia stato doppiamente difficile per loro vivere il lockdown. Parcheggiati così, contro un muro senza sapere quando poter rimettere i piedi su quei pedali e tornare a vivere. E la cosa più triste è che, dopo un anno, quelle bici sono ancora parcheggiate lì.

Questo pensiero è tutt’altro che confortante. Tutti speriamo di poter riprendere a vivere il prima possibile e che i bambini possano riconquistare il proprio spazio e il tempo… Quale è la tua fotografia preferita e perché?

La mia fotografia preferita è quella del mio collega Matteo. Ho scattato quella foto a termine di uno dei tanti pomeriggi trascorsi a giocare a calcio con i bambini. Faceva tanto caldo ma non potevi fermarti con loro, non potevi arrenderti e dovevi concederti sempre. I bambini hanno solo te nelle loro giornate.

Matteo, seduto a terra, era sfinito, inerme, stanco e in quell’attimo ho catturato la resa. Vivere in comunità in lockdown rappresentava vivere in una bolla d’aria dove l’orologio ti serve solo per scandire gli orari dei pasti. E lì Matteo aveva appena comunicato che era ora di lavarsi perché era pronta la cena. Si è concesso cinque minuti di respiro per poi ricominciare. Una pausa in un tempo sospeso.

Qual è l’obiettivo del reportage?

Dare un messaggio di speranza. Per quanto abbiamo dovuto caricarci di questo isolamento, lo sentiamo solo nei nostri arti e non nel nostro cuore perché quello no, quello non puoi metterlo in quarantena. Non resta altro che aspettare. I bambini conoscono bene il significato dell’attesa: c’è chi aspetta una famiglia affidataria, chi una visita, chi una telefonata che tarda ad arrivare, chi il rientro a casa. Ora l’attesa è più lunga e più grande perché appartiene al mondo. Ma i bambini tengono duro, per la prossima uscita al parco sapranno aspettare. E noi con loro.

Valeria de Bari

Nel lockdown non sono nati solo progetti fotografici ma anche musicali.

Anonimo del Sublime in pillole

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La retorica, l’erudizione e la prosa tecnica

Per comprendere l’importanza dell’opera dell’Anonimo del Sublime, è necessario prima contestualizzare l’evoluzione della retorica e della prosa tecnica.

La retorica era nata nel 5° sec. a.C. per rispondere alle necessità storiche della πόλις democratica, in cui l’arte del parlare in pubblico costituiva un sapere fondamentale per il cittadino. La nozione di “retorica” nel mondo antico, però, andava a comprendere anche ambiti come l’oratoria, la critica letteraria, la teoria della comunicazione…

In questo ambito la scuola di Isocrate voleva rappresentare dei modelli educativi (παιδεία) in modo tecnico per la formazione della futura classe dirigente. 

L’interesse per la retorica divenne sempre più teorico e andò a comprendere anche l’ambito filosofico: Aristotele e il suo allievo Teofrasto (autore dei Caratteri, libro importante per la commedia); l’unica opera integra è Sull’elocuzione del peripatetico Demetrio Falereo (l’attribuzione è in realtà apocrifa), che rappresenta una riflessione critica che segue le teorie aristoteliche, ma è anche incentrata sul tema dello stile che sarà poi importante per l’asianesimo e l’atticismo.

Asianesimo ed atticismo

Il tema dell’asianesimo, stile pomposo e patetico, corrisponde al periodo di decadenza di Atene e riguarda non solo l’ambito letterario, come si può benissimo notare dal patetismo del compianto di Afrodite che soffre per Adone nei passi alessandrini, ma anche in altri ambiti, ad esempio, nell’arte, come l’altare di Pergamo

Il purismo linguistico venne invece ricercato da autori come Luciano e i rappresentanti della Seconda Sofistica in questo tentativo di ricreare un greco esemplare, scaturito dalla lingua attica di Lisia, Demostene e Senofonte.  L’atticismo è il primo movimento di purismo linguistico nella storia della letteratura, segno di un cedimento nell’energia creativa di una lingua e una cultura. 

A Roma sorsero diverse scuole di retorica, ma non furono altro se non una riproposizione dei principi teorici della retorica greca, a partire dal trattato più antico, ovvero l’anonimo Rethorica ad Herennium, fino alle opere di Cicerone e Quintiliano. Il più importante tra i maestri di retorica greci a Roma fu Cecilio di Calatte, fonte d’ispirazione per l’autore del Sublime.

Due scuole di pensiero per la retorica

Per la retorica c’erano due scuole di pensiero: da una parte gli Apollodorei, discepoli di Apollodoro di Pergamo, maestro del futuro imperatore Augusto, consideravano la retorica come scienza, canone, regola; dall’altra, i Teodorei, discepoli di Teodoro di Gadara, maestro di retorica di Tiberio, vedevano la retorica come arte, ispirazione.

Nella realtà queste due scuole di pensiero non erano così l’una contro l’altra in modo netto, ma nel concreto vi era una sorta di via di mezzo (anche Cicerone diceva che il buon oratore è un misto tra talento naturale ed esercizio; a seconda delle fasi del processo erano necessari diversi linguaggi). 

Dionisio di Alicarnasso 

Fu maestro di retorica a Roma e ha scritto: Sugli antichi autori, in cui si trattava un’introduzione ad una trattazione della retorica attica; Sugli studi di Demostene; Sulla disposizione delle parole, incentrata sul tema del ritmo e della melodia della frase (importante, quest’opera, anche per la citazione di alcuni frammenti, come quelli di Saffo); Sull’imitazione, dove si teorizza il raggiungimento della perfezione stilistica attraverso l’imitazione degli autori attici (Dionisio prediligeva Demostene, mentre Cecilio di Calatte – ebreo di formazione greca che ha insegnato a Roma – prediligeva Lisia), e, sulle orme del peripatetico Teofrasto, voleva un ideale stilistico incentrato sulla medietas, ovvero uno stile che fosse medio tra l’umile e il sublime. 

Anonimo del Sublime 

Secondo solo alla Poetica di Aristotele, il trattato di critica letteraria Sul sublime (Περὶ Ὕψους) è composto in forma epistolare. Il suo autore è ignoto, ma l’intestazione riporta la scritta “Dionisio oppure Longino”. Tuttavia, nessuno dei possibili autori collegabili può essere ritenuto valido. 

L’opera prende spunto da un altro Περὶ Ὕψους di Cecilio di Calatte che si contrappone al suo e da questa confutazione noi conosciamo l’opera avversaria. Ma anche in questo caso, una discussione che ha una distanza di due secoli risulta molto discutibile. 

Tema della decadenza dell’eloquenza

Dal punto di vista temporale, probabilmente il Περὶ Ὕψους è collocabile nella prima età imperiale, dove il tema della decadenza dell’eloquenza era di moda. Infatti era presente, per esempio, anche nel Dialogus de oratoribus di Tacito, per cui si tende a rintracciare due principali cause: posizione politica, secondo cui non c’è più oratoria perché non c’é più libertà di parola (παρρησία), tesi che viene spesso attribuita ad una persona loquens dato che non si vuole accogliere su di sé la responsabilità di quest’idea, sebbene sia quella che si pensa; corruzione morale, secondo cui la situazione è pace, ma Tacito riconosce che questa pace universale ha un costo, ovvero siamo corrotti dalle passioni, e questo a causa della corruzione delle istituzioni (la tesi della corruzione morale è un riproporre, in modo più pacato, la posizione politica).

Tale tema è stato ripreso anche da Petronio, che accenna alla decadenza educativa, facendo riferimento alle scuole e agli scrittori del passato, quando non c’era un solo modello letterario, ma anche umano. Anche Quintiliano porta avanti tale tesi

Altri temi del Sublime

Il Περὶ Ὕψους è considerato un trattato di estetica (in realtà opera polivalente perché tratta anche di retorica e critica letteraria), che però si concentra in modo particolare sul tema del sublime, ovvero l’ακμή dell’arte, eccellenza di espressione che va indagata nelle varie forme della manifestazione estetica. 

La sublimità è il massimo momento in cui si manifesta la genialità, qualcosa che ci colpisce al punto tale da non poter resistere. Non possiamo dire che tutta l’opera sia sublime, ma è un momento fulmineo

Importante è notare il tema dell’ispirazione (si veda, in questo caso, la Pizia), che porta l’idea che l’esempio di un grande sia utile per la creatività di un altro. Il bello non è quindi chi imita perfettamente la realtà, ma qualcosa che colpisce realmente (sublime, che non è perfetto ovunque, ma un momento di massima importanza). 

Il genio è imperfetto!

Quindi è meglio un genio imperfetto rispetto ad un mediocre perfetto, come si può notare, in primis, in Omero, dove ci sono diversi errori, ma anche in Apollonio Rodio; i precisini, che non vengono meno alle regole, sono inferiori rispetto ad autori magari non completamente perfetti. Un esempio di “genio imperfetto” può essere Euripide, il quale, però, quando scrive una ῥῆσις, è insuperabile.

Rimane il dubbio se l’Anonimo sia rodinese (Rodi come via di mezzo tra il rigore dell’atticismo e l’astro creativo dell’asianesimo). 

Discussione etica nel Sublime

Un altro tema centrale per l’Anonimo del Sublime è quello della discussione etica: infatti solo da una grande anima può nascere una grande opera d’arte e una grande opera d’arte può rendere grande un’anima. C’è una reciprocità tra arte e vita, come si può vedere al punto 7:

[7]: «Bisogna sapere carissimo, che come nella vita comune nulla è grande, se non ciò che solo i grandi sanno disprezzare – ad esempio ricchezze, onori, dignità, tirannidi e tutte le altre cose che possiedono un fasto esteriore, ma che al sapiente non sembrano beni straordinari, tanto che non tenerli in nessun conto è di per sé un bene non mediocre (e lo prova il fatto che più ancora di chi li possiede la gente ammira quelli che potrebbero averli, ma rinunciano per grandezza d’animo) – così anche a proposito dei passi elevati sia in poesia che in prosa dobbiamo badare che non abbiano solo un’ostentazione di grandezza, dietro la quale sta molto di simulato e posticcio che, smascherato, rivela una vacuità degna più di disprezzo che di ammirazione. La nostra anima, infatti, possiede quasi per natura la capacità di esaltarsi davanti alla vera sublimità, e con nobile slancio si riempie di gioia e di orgoglio, come se avesse creato lei stessa ciò che ha ascoltato.
Quando dunque accade che un uomo colto ed esperto di letteratura ascolti molte volte un passo e ciò non disponga la sua anima alla grandezza né gli lasci nella riflessione nulla più di quanto è stato detto, anzi, dopo averlo meditato a lungo, il suo valore diminuisca, allora non si tratta di vera sublimità, perché il suo effetto si esaurisce nel momento dell’ascolto. Grande è veramente solo quello che impone una lunga meditazione, al cui fascino è difficile se non impossibile, sottrarsi e permane nella memoria vivo e incancellabile. Devi pensare che il sublime vero, e bello, è ciò che resta per sempre nel gusto di tutti. Quando infatti la stessa cosa trova il consenso unanime di persone diverse per professione, vita, gusti, età. condizione culturale, allora questa specie di concorde sentenza pronunciata da giudici diversi conferisce una credibilità salda e incontestabile all’oggetto che viene ammirato

L’esperienza del Sublime avvicina in modo empatico l’autore dell’opera d’arte con il pubblico, per cui si giunge in uno stato psicologico dove le due personalità individuali si annullano e si istaura un profondo legame tra questi due poli. Tale legame è possibile tramite un riconoscimento, derivante dal fatto che ogni uomo a livello psichico tende alla grandezza del sublime.

Un esempio di “sublime”

Sublime non corrisponde a ciò che è semplicemente bello, ma che genera anche un senso di spavento e di sorpresa. Quindi si potrebbe dire, per esempio, che la figura di Elena nel corso della letteratura non è mai stata sublime; al contrario lo è stata Ecuba nelle Troiane di Euripide, quando riesce ad esprimere il dolore materno di fronte alla morte dei figli:

Passo tratto dalle Troiane di Euripide

Ecuba: «Lasciatemi star così: un servigio non desiderato non è un servigio. Troppo soffro, soffersi e soffrirò! O Dei!… Tristi alleati io invoco, ma tuttavia l’invocar gli dei dà qualche parvenza di consolazione, quando la sventura ci soprende. Prima di tutto io voglio cantar la mia felicità passata, per ispirar maggiore pietà colle mie sventure. Io fui regina, e andai a nozze con un re, e generai figli valorosi, non buoni soltanto a far numero, ma i più forti dei Frigi, figli quali nessuna donna, nè troiana nè greca, potrebbe vantarsi d’aver partorito. Ma poi li vidi cadere sotto le lance degli Elleni, e recisi queste mie chiome sulle loro tombe. E dovetti piangere morto il padre loro, Priamo: non già che altri mi riferisse la sua uccisione, ma lo vidi io stessa con i miei occhi, svenato presso l’ara di Zeus Herkeios, mentre la città era presa. E le figlie che io avevo allevate, perchè andassero a onorevoli nozze con eletti sposi, mi furono strappate dalle braccia, quasi le avessi allevate per altri, e non per me. Non ho mai più speranza di rivederle! Infine, e questo è il colmo della sciagura, io, così vecchia, sarò condotta schiava nell’Ellade, e sarò costretta alle faccende meno adatte alla mia tarda età, a custodire una porta – o a fare il pane! E mi costringeranno a giacere con il mio vecchio dorso sulla nuda terra, mentre ero avvezza ai letti regali; e a indossare vesti consunte sulle mie consunte membra, vesti indegne di chi già visse nell’opulenza. Oh, meschina, quali disgrazie sopportai, e quali sopporterò a causa di una sola donna! O Cassandra, o figlia mia, partecipe dell’estro divino, in seguito a quali sciagure perdesti la verginità! E tu, dove sei, o misera Polissèna? Sebbene io abbia avuto molti figli, nessuno di loro più mi assiste. Perché, dunque, volete rialzarmi da terra? Quale speranza resta a me? Guidate il mio piede, che un giorno, a Troia, incendiava con passo superbo, in un angolo remoto, dove io, giacendo sulla nuda pietra, mi consumi fra le lacrime. Nessun uomo, per quanto posto in alto, si può giudicar felice, prima che egli sia giunto alla fine della sua vita

Tono e lingua

Il tono non è quello manualistico e pedantesco, che si può trovare nell’impostazione retorica, ma quello tipico della formula divulgativa letteraria come era l’epistola.

La lingua è un misto tra κοινὴ ed espressioni tecniche, forme classiche rare e metafore.

Lorenzo Cardano

Scuole private, paritarie e statali: cosa cambia? Il caso di Roma

Di scuole in Italia e nel mondo ce ne sono di vari tipi. Alcune di queste sono quelle private, paritarie e statali. Ma allora, cosa spinge le famiglie italiane a mandare i propri figli alla scuola privata piuttosto che a quella pubblica o viceversa? Prendiamo come esempio Roma, la capitale italiana con il maggior numero di abitanti. Attualmente in questa città sono registrati quasi 3 milioni di residenti e ben 84 scuole tra pubbliche e privati. Per cui, quale città sarebbe meglio di Roma per approfondire l’argomento? Di scuole private a Roma ce ne sono tante, ma prima di iniziare diamo qualche piccola definizione.

Le scuole statali sono pubbliche e gestite direttamente dallo stato, mentre le scuole private sono gestite interamente o parzialmente da enti privati. Nel primo caso le scuole private si definiscono non paritarie, mentre nel secondo si definiscono paritarie. Qual è la differenza? Le scuole paritarie sono gestite da enti privati ma acquisiscono fondi, sebbene minimi, da parte dello Stato, mentre quelle non paritarie non rientrano in nulla di tutto ciò.

Scuola privata: perché andarci?

Sicuramente la risposta a questa domanda riguarda un percorso formativo più avanzato. Infatti, sebbene gli argomenti di studio siano gli stessi in qualsiasi istituto scolastico, il percorso formativo offerto da una scuola privata  si rivela diverso da quello offerto da una  pubblica. Questo perché gli insegnanti, a differenza di una scuola pubblica in cui  vengono scelti sulla base di un concorso pubblico, nelle scuole private, invece,  vengono selezionati sella base del loro curriculum.

Inoltre, nelle scuole private si raggiunge una media di 10 studenti per classe che garantisce una formazione completa e personalizzata per ogni studente che viene seguito, aiutato e motivato con sport, orari flessibili e recupero di anni persi. Il tutto per conseguire un diploma valido a tutti gli effetti in Italia e in Europa, al pari di quello rilasciato da una scuola pubblica. Del resto anche il sistema dell’istruzione privata è uguale a quello pubblico: vi è la scuola dell’infanzia, primaria e secondaria sia di primo che di secondo grado con tutti i suoi indirizzi.

Svantaggi? Solo uno: il costo.

Ogni scuola privata stabilisce una propria retta annuale.  Questi soldi servono a potenziare e mantenere l’istituto dalla periodica garantire manutenzione e dalla paga del personale fino a garantire una formazione più approfondita con corsi, eventi ed iniziative. Tuttavia, se si sveglie la scuola privata può esserci una scappatoia: scegliere una paritaria. Infatti, il costo di una paritaria, dal momento che quest’ultima percepisce dei piccoli fondi dallo Stato, sarà decisamente minore rispetto ad una non paritaria.

Ma allora, se si volesse optare per una scuola privata a Roma, quale scegliere? L’Istituto Cristo Re a Roma. È una delle migliori scuole private paritarie. Il loro programma formativo è preciso e ad hoc. L’Istituto Cristo Re sa che la scuola insieme alla famiglia ha un ruolo fondamentale nella formazione e nell’educazione dell’individuo. Forma persone, non studenti. Ecco perché è eccellente.

Headspace: Guide to Meditation, ovvero le soluzioni facili a problemi difficili

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Vorreste cambiare la vostra vita radicalmente senza far nulla? Tranquilli, ora è possibile! Di recentissima uscita, la prima stagione di Headspace: Guide to Meditation è ormai disponibile su Netflix.

Gli argomenti trattati sono i soliti che ci si aspetterebbe da una serie che ha come argomento centrale la meditazione: il senso del lasciare andare, il controllo delle emozioni, il senso di gentilezza e gratitudine, la gestione della rabbia e del dolore.

Chi ben comincia è a metà dell’opera!

A dare il via ad Headspace è proprio un episodio intitolato Come iniziare. In questi venti minuti assistiamo ad una sorta di riassunto della vita del narratore, che ci racconta del suo difficile passato, segnato dalle perdite di persone a lui molto care:

Non sapendo come gestirle, mi sono ritrovato sopraffatto dalle emozioni, con una mente che era spesso molto attiva… Ero convinto di poter trovare la soluzione ragionandoci, ma non è stato così.

Subito dopo, dice però che scelse di attuare una decisione radicale: lasciò l’università e diventò monaco buddista per anni, apprendendo da diversi maestri di diverse tradizioni.

A quel punto, l’espressione del mio volto aveva iniziato a farsi sempre più cupa: pensavo di trovarmi davanti all’ennesimo maestro che avesse in mano le “segrete ed assolute regole universali per vivere una vita felice“, “i trucchi che solo pochi eletti al mondo possono conoscere”… insomma, ciò su cui marcia praticamente il 99,9% dei libri e dei siti di crescita personale.

Successivamente il narratore ci rivela che l’intenzione sua è proprio quella di condividere quanto appreso, così che noi non dovremo in futuro, per capire le stesse cose, «andare sull’Himalaya e diventare monaci e monache, né commettere tutti gli errori che ho commesso io nel mio viaggio.» Ma che carino! Visto? Non è meraviglioso poter ricevere, come manna dal cielo, quest’insieme di regole che vi porteranno ad una vita perfetta e fantastica? In fondo, quello che noi dobbiamo fare è, soltanto, dare visualizzazioni alla sua serie.

Nulla di originale come contenuto

Il nostro salvatore, nel secondo episodio di Headspace, ci dice che la meditazione ingrandisce, anche dal punto di vista fisico, le aree celebrali relative all’apprendimento e alla memoria! Nei successivi episodi riprende le classiche tematiche della meditazione, di cui ho già parlato prima.

Infine, nell’episodio Come sfruttare il proprio potenziale illimitato, si parla di un uomo di successo, un banchiere, ma intrappolato in un modello di vita stressante, dovuto al suo ambiente lavorativo; tuttavia, con la pratica meditativa, comprese che la causa del suo malessere psicologico era la sua carriera, e che la sua ambizione era sempre stata fare il giardiniere!

Successivamente, il narratore parla del “potenziale illimitato“, che c’è in ognuno di noi, che lo si fa attraverso il “lasciare andare tutte le vecchie storie”, per trovare una “fiducia inconscia”, che è possibile con un po’ di coraggio e mente aperta!

Qual è il vero problema di Headspace?

Al di là di tutto, penso che il vero problema della serie Headspace non sia tanto il contenuto in sè, che credo sia oggettivamente di buona qualità, sia dal punto di vista grafico, che dal punto di vista della meditazione in sè. Ciò che mi preoccupa è il dilagante bisogno, soprattutto su Internet, di voler ricevere risposte facili per questioni difficili.

Mi spiegate come, per esempio, una persona che soffra davvero di depressione, disturbi alimentari o altri problemi dal punto di vista psico-fisico possa trovare rimedio in una serie del genere, realizzata per milioni e milioni di spettatori? Una persona che ha bisogno di aiuto per problemi psicologici deve ricorrere all’aiuto di uno specialista.

Mi spiegate come potreste riuscire a capire le cause profonde del vostro malessere, mentre vi concentrate sulla respirazione o immaginate “una luce che dalla testa vi attraversa tutto il corpo”?

L’aspetto di Headspace che mi lascia maggiormente scettico è l’implicita promessa che, seguendo gli esercizi proposti, presentati come “manne dal cielo” o “soluzioni di tutti mali”, si possa, via via, risolvere magicamente lo stress, la rabbia e il dolore (non a caso, proprio questi sono i titoli degli episodi di Headspace).

Su Internet (e su Netflix) non c’è alcuna soluzione miracolosa!

Se si ha qualche problema, due cose sono consigliabili fare: parlarne con una persona a noi cara o affidarsi ad uno specialista. Internet non nasconde nessuna soluzione segreta.

Ci sono sempre persone che hanno approfittato della sofferenza altrui, dando soluzioni “facili” (ma false). Questo è evidente soprattutto sul web, dove è diffusissima la tendenza ad offrire risposte per problemi complessi. Tale fenomeno porta al successo e alla proliferazione di guru e guide spirituali che offrono soluzioni che, a detta loro, non sono accessibili alla maggior parte della popolazione, ma di cui solo loro sono a conoscenza.

Con il lockdown la situazione peggiora…

Quest’argomento sta diventando sempre più centrale a causa della situazione di isolamento di questi anni, in cui il disagio psicologico è aumentato ancora di più, com’è comprensibile: questa condizione, sempre più stressante, può aver causato in alcune persone il peggioramento del proprio stato o l’insorgere di nuove problematiche psicologiche.

La serie, complessivamente, non è del tutto negativa

Bisogna però ammettere che la grafica è di qualità elevata, intuitiva e la serie adatta per tutte le età! Inoltre, le meditazioni proposte sono alla portata di tutti!

Dunque, è consigliabile la visione di Headspace per chi volesse una sintentica carrellata di nozioni basilari sul mondo della meditazione, senza grandi pretese.

Il mio intento non è quello di sconsigliarne la visione, ma suggerire di evitare di lasciarsi un po’ troppo suggestionare da ciò che si vede.

Lorenzo Cardano

Giacomo Leopardi, riassunto in sette minuti

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Leopardi uomo, oltre gli stereotipi

Sfigato, gobbo, depresso, solo: e invece no. Leopardi è l’uomo invece della vitalità in eccesso, che nasconde il gelato in posti improbabili pur di non vederselo negato, che è goloso a tal punto di farsi un quadernino di ricette tutto proprio, che a vent’anni, con una gobba che inizia a pesargli sulle spalle, progetta nottetempo la fuga dal quel selvaggio borgo natio che inzia a stargli troppo stretto.

Bisogna conoscere Leopardi per due grandi motivi: quello più logico: è uno degli autori più complessi e belli della nostra cultura, se non di quella mondiale; quello più umano: è un giovane favoloso, con tutte le inquietudini di un uomo, con le domande crudelmente radicali che ci poniamo, ma ha- contrariamente a come lo si canzona- una forza che non è di nessuno, ma solo sua.

Nato a Recanati il 29 Giugno del 1798 da una famiglia di una nobiltà terriera in cattive condizioni patrimoniali, Leopardi diventa presto insofferente all’ambiente bigotto e conservatore. La sua vita era dominata soprattutto dalla madre, donna dura e gretta, dedita interamente alla gestione delle finanze per permettere alla famiglia di mantenere almeno il decoro esteriore. Inizialmente istruito da un precettore, all’età di dieci anni non ebbe più nulla da imparare da lui. Di intelligenza acutissima, si chiuse nei celebri sette anni di studio disperatissimo che minarono la sua salute fisica già fragile, ma lo arricchirono del greco, latino e persino dell’ebraico.

Nel 1815, stanco del puro lavoro filologico, inizia ad esaltarsi per la bellezza dei grandi poeti: passa dall’erudizione al bello. Nasce in questo contesto l’amicizia con Pietro Giordani e in lui trova non solo uno dei più grandi intellettuali del tempo ma anche un affetto che non poteva avere altrove. Ora che si è aperto al mondo esterno, però, Recanati gli sta ancora più stretta. Nell’estate del 1819 tenta la fuga, nottetempo: un servo fa la spia e il padre lo riacchiappa per un pelo. Per il giovane Leopardi è un colpo duro.

Il bello adesso, quel bello di cui ha iniziato a raccontare negli idilli poco tempo prima, sembra essersi inaridito. Il giovane favoloso non riesce più a scrivere poesie: la sua concezione del mondo si è fatta più nera e la sua salute è peggiorata, costringendolo a letto per lunghi periodi. Nel 1822 si reca a Roma ma la città eterna gli pare una “tomba de’ vivi”: profondamente deluso, torna a Recanati. E se le porte della poetica sono per lui ormai chiuse, non gli rimane che investigare l’arido vero. Inizia così la stesura delle operette morali, con cui si propone, in una prosa ironica e deliziosa, di approfondire tutti i temi a lui più cari.

Nel 1825, arriva il primo lavoro con l’editore milanese Stella che gli fissa una retribuzione per una serie di lavori. Dieci scudi è il suo primo stipendio, ritenuto umiliante dal padre; a Giacomo non importa, quel che conta è essere ormai lontano da casa. Soggiorna prima a Milano e Bologna poi a Firenze e a Pisa dove, grazie alla mitezza del clima e una tregua dai mali, torna con sua grande sorpresa a scrivere poesia. Nasce “A Silvia” che apre la serie dei grandi idilli.

Questa stagione felice dura poco: nel 1829 la sua salute peggiora, il lavoro gli viene sospeso, è costretto a tornare con grande dolore a Recanati dove trascorre “sedici mesi di notte orribile”, vivendo da solo nel suo palazzo, consumandosi nella malinconia. Nell’aprile del 1830, accetta l’assegno mensile che gli amici di Firenze gli offrono. Lascia Recanati, questa volta per sempre.

E’ di nuovo rinascita, per Giacomo: liberato dai limiti ingombranti del suo io, si apre al mondo, partecipa ai dibattiti, si innamora di Fanny Targioni Tozzetti. La delusione che gli viene dal rifiuto di lei è comunque terreno fertile: inizia il ciclo di Aspasia. Una scrittura che sembra perdere colore nel lessico: la delusione lo porta ormai a credere che non serva illudersi, l’uomo deve guardare il vero in volto: la natura è male, e l’unico riparo- ci dirà ne “La Ginestra” – è la collaborazione civile tra umano e umano.

Conosce il giovane Antonio Ranieri e con lui stringerà un’amicizia fraterna indispensabile: vivranno insieme a Napoli dove la morte lo coglierà il 14 giugno 1837.

Pensiero e poetica

Il pensiero di Leopardi è incessante: lo testimoniano le annotazioni quasi febbrili dello Zibaldone. Pessimismo sì ma in divenire: in giovane età, Leopardi aveva creduto che l’infelicità dell’uomo fosse colpa solo sua, e del suo allontanarsi dalla natura. L’uomo nella storia è un uomo corrotto e decaduto per sua stessa scelta: sono molte, nello Zibaldone, le pagine che dedica a tale argomento: cos’è il peccato originale se non l’aver voluto conoscere il male? Ora che dunque l’uomo sa, è infelice. La natura, benevola natura, concede all’uomo la forza dell’immaginazione, dell’illusione per poter avere tregua, almeno nel pensiero.

Cresciuto, alle prese con le prime delusioni, il nostro Giacomo sembra aprire gli occhi: l’uomo non è che una parte del progetto naturale, il suo dolore è solo un accidente e la natura rimane indifferente, come una matrigna. Il pessimismo è divenuto da storico a universale. Negli Idilli, è ricorrente il tema delle illusioni, le uniche opportunità che ci sono date di poter essere se non felici, almeno non infelici. Ma le illusioni cadono: passata la giovinezza queste si dissolvono con lei e altro non ci rimane che un terribile dato di fatto: siamo infelici senza alcuna ragione, per un dato naturale e indifferente. Nel ciclo di Aspasia, Giacomo prende coraggio e sempre più decisamente guarda le cose come stanno. Celebre l’invito al suo cuore, sede metaforica delle illusioni: Posa per sempre. Assai Palpitasti.

Eppure, anche ora che tutto sembra caduto, tutto è franato, la forza vitale di Giacomo – grandissima e nascosta- accende un barlume: è la dignità fragile della ginestra, alter ego del poeta: contenta dei deserti, sorta sulla landa vesuviana, dovrà soccombere alla lava, prima o poi. Accetterà la sua fine, senza supplicare né credendosi immortale. E’ questa la dignità nuova, la scelta ultima del poeta della meraviglia – scelta di una forza inaspettata.

Serena Garofalo

Ti sei perso l’autore precedente?

Hermannus Contractus: la recensione del romanzo di Maria Giulia Contini

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Ermanno di Reichenau, conosciuto anche come Ermanno lo Storpio (Hermannus Contractus) è stato un cronista tedesco appartenente all’ordine di San Benedetto.

Figlio di un conte svevo e, in prima battuta, “ripudiato” da suo padre ha ricevuto l’educazione in un convento.

Su Treccani leggiamo:

Si segnalò con i suoi lavori nella matematica, nell’astronomia e nella teoria musicale; scrisse anche versi; il suo Martyrologium offre delle aggiunte a Notker e Ado. Ma il suo nome è collegato soprattutto alla sua Cronaca universale, che arriva fino al 1054.

Maria Giulia Contini, in questo nuovo romanzo di formazione edito da Dalia edizioni, racconta la storia di Ermanno: la narrazione è infatti incentrata sul processo di crescita e trasformazione del giovane protagonista, un freak che sopravvive miracolosamente al suo parto prima e alla sua prima, devastante febbre poi.

Il romanzo comincia con un prologo in cui un narratore onnisciente racconta la nascita di Ermanno, un neonato deforme. Dal primo capitolo invece è proprio il protagonista a prendere la parola raccontando al lettore la sua difficile e dolorosa esistenza.

Creduto da tutti un idiota Ermanno è imprigionato in un corpo che non risponde ai suoi comandi; per il protagonista qualsiasi azione della routine quotidiana può essere problematica: tenere in mano una forchetta, parlare, stare seduto, studiare l’aritmetica tenendo in mano dei sassolini.

Ermanno è un incompreso.

Meglio marcire nella mia stanza che sentirmi chiamare continuamente pigro e venire picchiato quando mi ammazzo di fatica ma non arrivo mai a un risultato decente! Non m’importa nulla di avere la facoltà dell’intelletto se non posso entrare in contatto con questo mondo schifoso che mi rifiuta!

Tuttavia Ermanno è un bambino ostinatamente determinato e intenzionato a sfidare i propri limiti.

Adso e io prendemmo l’abitudine di raccontarci a turno le fiabe, conosciute o inventate non importava, e col tempo alcuni bambini si unirono a noi per ascoltare. Una volta, in particolare, capitò che, mentre ero nel bel mezzo di una mia storia, mi accorsi per la prima volta dei loro sguardi ammirati. […] Anche se il mio corpo non mi permetteva di sperimentare il mondo pienamente, c’era un’altra via che poteva portarmi a soddisfare le mie curiosità, ad allargare i miei orizzonti e la sete di conoscenza: lo studio.

Nel convento in cui è stato lasciato dai suoi genitori inizia quindi a emergere il suo enorme talento che avrebbe suscitato la meraviglia di papi e imperatori. Hermannus diventa esperto di astronomia, musica, storia e religione.

In questo romanzo di formazione Ermanno fa entrare il lettore nella straordinaria avventura della sua vita. I fatti narrati sono ambientati in un preciso contesto storico, quello che va dalla nascita (1013) alla morte del protagonista (1054), ma l’attenzione è rivolta soprattutto alle vicende private di Ermanno, alle sue più intime emozioni e alle trasformazioni psicologiche che egli sviluppa nel corso della vicenda.

Chi sono davvero? Uno storpio, certo. Una creatura malriuscita. A casa mi chiamavano castigo di Dio, ma, se tale sono, che ci faccio in un monastero? Se sono il risultato di un peccato qual è la mia colpa?

Il processo di trasformazione di Ermanno, le sue riflessioni, la sua emotività coinvolgono il lettore a un livello empatico profondissimo: si tratta infatti di una lettura toccante e commovente.

Se c’è qualcosa che manca nella costruzione psicologica del protagonista è tutta la parte attinente alla sfera sessuale: seppur storpio anche l’Ermanno adolescente si sarà posto, come tutti i ragazzi, delle domande sulla sua sessualità e avrà probabilmente avuto delle pulsioni sessuali. Ma questo al lettore non è raccontato.

Valeria de Bari

E se siete amanti del romanzo di formazione ti consigliamo di leggere questo libro di Emiliano Dominici.

E si pensava che il giallo di “Leonardo” fosse la Gioconda

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Con la seconda serata dedicata a Leonardo, RaiUno ci fa addentrare nella corte sforzesca di Ludovico il Moro. Ci eravamo salutati infatti la scorsa settimana con la partenza del giovane artista alla volta di Milano, in cerca di fortuna. Nello stesso momento anche Caterina si trasferisce, a Venezia, per seguire Bernardo Bembo, di cui è diventata amante.

Giunto nel ducato lombardo (dopo aver rifiutato le avances di Ludovico Sforza nei primi episodi) cerca di farsi apprezzare inizialmente come ingegnere con il progetto della sua catapulta che, tuttavia, non entusiasma per niente il Moro. Quest’ultimo piuttosto gli commissiona l’allestimento di un’opera teatrale in onore del suo giovane e depresso nipote Gian Galeazzo (ma sì, tiriamogli su il morale con un bel Orfeo e Euridice!). Leonardo si trova così ad avere a che fare con una scenografia teatrale e con una compagnia di attori guidata da un giovane carismatico e affascinante che attira l’attenzione dell’artista. Peccato però che sia coinvolto in una congiura organizzata per uccidere il Moro, congiura che Leonardo, quasi inconsapevolmente, aiuta a sventare.

Nel frattempo, la storia d’amore tra Caterina e Bernardo finisce perché l’uomo invidia il rapporto tra lei e Leonardo. Rimasta sola, per mantenere il suo posto a corte, la ragazza deve diventare l’amante di Ludovico. Caterina vorrebbe chiedere aiuto a Leonardo, ma l’artista è tutto preso da una nuova commissione: la statua equestre omaggio agli Sforza (comunque, quando vedremo Leonardo alle prese con una commissione che gli piace, sarà sempre troppo tardi!). Nonostante le loro incomprensioni, entrambi si avvicinano e iniziano a preoccuparsi per Gian Galeazzo. Il giovane, appassionato di arte e completamente disinteressato alla politica, nutre una profonda ammirazione per Leonardo, il quale inizia a fargli delle vere e proprie lezioni di disegno (i soggetti rappresentati? Ovviamente gli uccelli!). Il futuro duca di Milano, però, vive isolato dal resto della corte e viene progressivamente avvelenato così che nessuno possa più contestare la sovranità del Moro nella città. Nonostante il tentativo disperato di Leonardo di salvarlo, Gian Galeazzo muore, e non si sa bene quanto effettivamente lo zio sia coinvolto in maniera diretta. Alla fine della puntata, Caterina decide di andare via da quel luogo di complotti e di omicidi, mentre Leonardo sente di avere le mani legate: se ora lascia Milano non avrà più la possibilità di diventare un artista (ah, l’ambizione!). I due amici si separano lasciandosi non in buoni rapporti.

Nel presente, invece, Giraldi continua a portare avanti la sua indagine sull’omicidio di Caterina. Nonostante tutti i testimoni che interroga sostengano la colpevolezza di Leonardo, il nostro detective, forse affascinato dal carisma dell’artista, sembra arrivare alla conclusione che non sia stato lui. Eppure non ha idea di come dimostrarlo.

Leonardo: una fiction all’insegna del giallo

Con questi due episodi, Leonardo conferma quanto avevamo detto la scorsa settimana: un prodotto debole dal punto di vista della scrittura ed estremamente superficiale nel romanzare la vita di uno dei più grandi artisti di tutti i tempi.

Continuano i richiami alla realtà storica, in particolare a tutti gli aneddoti e alle curiosità più note sul genio: la scrittura al contrario, la passione per l’anatomia, l’interesse per l’ingegneria e non solo per l’arte, il vegetarianismo, l’amore per la natura… Quello che vediamo è Leonardo, ma l’impressione è quella di trovarsi davanti un personaggio piuttosto scialbo e ordinario. Un grande potenziale che si perde in commissioni poco degne (si soffre con lui che continua a dover realizzare di tutto, tranne ciò che vuole e che non è mai veramente contento di nulla) e in una profonda tristezza personale. Potrebbe essere la trama di qualsiasi film o serie televisiva. Hanno preso la storia di Leonardo e l’hanno trasformata in uno show adatto al martedì sera. L’artista, probabilmente, meritava qualcosa di più.

Il giallo continua a essere il filo conduttore di tutti gli episodi, ma diventa protagonista anche di alcuni di essi. In realtà, però, è tutto piuttosto semplice e intuitivo ed è facile indovinare i risvolti della vicenda. Il grande mistero resta ciò che è accaduto a Caterina. Almeno questo…

Il rapporto tra Caterina e Leonardo

Il rapporto tra Caterina e Leonardo rappresenta una delle colonne portanti dello show.

Al di là di alcune incongruenze che continuano a rimanere (lei è arrabbiata con lui, ma dopo un paio di scene, tornano a essere complici come prima), se dovessimo parlare di questo legame, non possiamo non menzionare quanto sia poco corretto nei confronti di Caterina. La donna viene del tutto investita dalla personalità di Leonardo. È sempre pronta a sostenerlo, ad ascoltarlo e a fare di tutto per aiutarlo. Nel momento in cui è lei ad avere bisogno, l’artista la ignora e la zittisce perché impegnato nel suo lavoro. Non solo non si rende conto di nulla, ma la accusa di non capire la situazione.

Leonardo, anche se è fondamentalmente una persona buona, si ritrova a essere fortemente egocentrico e a tratti insensibile al dolore degli altri. Colpa del suo genio? Potrebbe essere. Fatto sta che il rapporto tra questi due non si può descrivere come bello o ideale, ma più volte dà l’idea di essere disfunzionale e che a pagarne il prezzo sia soprattutto la donna (che, non a caso, è colei che muore all’inizio).

Aspettando il prossimo episodio di Leonardo…

Mentre aspettiamo la quinta e la sesta puntata di martedì 6 aprile, vi lasciamo le vignette commentate degli episodi!

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Federica Crisci e Francesca Papa

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

“Proprio a me”: Selvaggia Lucarelli colpisce al cuore con il suo Podcast

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Proprio a me è il titolo del primo toccante, travolgente, a tratti straziante podcast di Selvaggia Lucarelli, in cui la giornalista ha raccolto le testimonianze di persone che, purtroppo, hanno dovuto fare i conti con il lato più oscuro, pericoloso, squilibrato di alcuni amori, se amori si possono definire.

Un amore tossico

Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo incontrato un amore sbagliato; una relazione che ci ha fatto stare male, che ci ha tolto l’ossigeno e la capacità di pensare razionalmente. C’è chi ne è uscito più forte, chi con un bagaglio di traumi e c’è chi sta ancora lottando per lasciare la propria relazione tossica alle spalle.

Selvaggia Lucarelli, una donna forte, una professionista dalla penna pungente, una giornalista che ha sempre avuto il coraggio della denuncia si è trovata ingabbiata in una relazione tossica per ben quattro anni. “Proprio a lei” è capitato di soffrire di una dipendenza affettiva e ora, avendone preso le distanze, è pronta a condividerla.

Il primo episodio, infatti, intitolato “La mia storia”, è il drammatico racconto in prima persona della stessa giornalista che vomita letteralmente la sua esperienza personale, l’amore tossicola dipendenza affettiva da una relazione malata.

Mi sono bucata per quattro anni. Non mi infilavo una siringa nel braccio perché la mia droga non era una sostanza, era una relazione. Gli effetti su di me erano quelli che avrei avuto se avessi assunto una sostanza stupefacente: estasi delle prime volte, la dipendenza, abbruttimento nel non riuscire a liberarmene

Già dall’incipit della prima puntata è chiaro che ci troviamo di fronte a una confessione appassionante per la sua sincerità, sconcertante per la violenza psicologica subìta dalla protagonista della storia, impetuosa e irruenta per lo stile schietto e autentico della scrittura.

Sono queste le caratteristiche non solo del primo episodio ma anche delle interviste condotte da Selvaggia Lucarelli ad altre cinque persone comuni, protagoniste di altrettante relazioni tossiche. “Proprio a me” è un podcast composto da sei episodi della durata di trenta minuti disponibili su tutte le piattaforme di streaming audio – Spotify, Apple Podcasts, Spreaker Google Podcasts- e su choramedia.com con cadenza settimanale, ovvero ogni martedì a partire dal 23 marzo. 

Il podcast di Selvaggia Lucarelli, attraverso il racconto delle esperienze di più protagonisti, utilizzando le voci di chi ha vissuto delle relazioni tossiche vuole essere uno strumento utile per chi si trova impantanato in un amore malato.

Nonostante le storie siano drammatiche il messaggio finale che arriva all’ascoltatore è di speranza: a chiunque, nella vita, può capitare di ritrovarsi in una relazione tossica e, i protagonisti di queste storie, dimostrano che c’è una via d’uscita, un modo per ricostruire la propria identità distrutta ripartendo dalle macerie.

Le confessioni di Selvaggia Lucarelli

Cambiai lo sguardo su di me, vidi chiaramente una donna sfibrata, stanca e provai un’infinita pena per me stessa. Non c’erano più rabbia, giudizio, sensi di colpa, solo una grande tenerezza nel vedermi reduce da qualcosa che avevo subìto e superato nell’unico modo possibile per guarire: lasciando che tutto mi investisse, accettando il male che mi ero fatta e che mi ero lasciata fare.

Io vi consiglio di lasciarvi travolgere da questo Podcast che ha l’energia di colpire al cuore dell’ascoltatore per il suo contenuto sentito, vivo, disturbante e violento. La voce di Pablo Trincia, infatti, prima di iniziare l’ascolto vi avviserà che il “podcast tratta argomenti sensibili ed è riservato all’ascolto di un pubblico adulto”.

Il calendario con le uscite del Podcast – Prima stagione

DATA USCITATITOLOSINOSSI
EPISODIO 123/03/21La mia storia“Ci sono amori felici. Ci sono amori infelici. E poi ci sono storie come certi quadri appesi: tutti le vedono storte, tranne i due abitanti della casa”. In questo primo episodio è proprio la stessa Selvaggia Lucarelli ad accorgersi che il quadro è storto. La giornalista racconta quindi la sua storia di dipendenza affettiva.
EPISODIO 230/03/21La seconda moglieFederica è una donna adulta e indipendente, ma scopre di dover convivere con l’endometriosi e decide di trasferirsi in India per dare una svolta alla sua vita. Intraprende un progetto professionale con l’uomo che le sembra il grande amore della vita, un indiano già coinvolto in un matrimonio combinato. Federica diventerà prima la seconda moglie e poi, forse, anche la terza vivendo costantemente in un “deserto emotivo”.
EPISODIO 306/04/21Salva per miracoloRita ci racconta una storia drammatica, in cui due anni di relazione con una persona violenta l’hanno quasi portata al suicidio. Il racconto emozionante della sua caduta e della sua rinascita avrà, forse, un finale a lieto fine.
EPISODIO 413/04/21La nostra drogaLa dipendenza affettiva talvolta si intreccia a storie di altre dipendenze. Nel tentativo di salvare il suo compagno tossicodipendente Viviana si è legata a lui in un rapporto disfunzionale, che l’ha portata anche a vivere situazioni rischiose come un sequestro di persona.
EPISODIO 520/04/21La ragazza fantasma Non solo le donne sono vittime di una dipendenza affettiva. Max racconta la sua relazione con una ragazza hikikomori che in dieci anni l’ha portato a perdere tutto.
EPISODIO 627/04/21La giusta distanzaLaura ci racconta la sua storia con un collega: quello che sembrava l’amore della vita si trasforma in un incubo. Una relazione che la porterà a trasferirsi lontano. Solo oggi, a distanza di molti anni e dopo aver ascoltato l’esperienza di Selvaggia, Laura ha saputo dare un nome a ciò che ha vissuto.

Valeria de Bari

Scopri la seconda stagione

Silio Italico e i Punica: l’opera in pillole

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Da appassionato lettore di Virgilio, si diceva avesse suoi quadri in casa; così Silio Italico rievoca il modello storico inserito nell’epica, trattando come argomento la seconda guerra punica.

Fonti e modelli per i Punica

Oltre a Virgilio, modello importante è sicuramente la terza decade di Tito Livio; in più, le omeriche aristìe (imprese eroiche dei singoli combattenti) vengono viste come un altro riferimento principale.

L’opera si configura come un unico piano stoicizzante di Giove che decide di far trionfare il popolo romano attraverso la sofferenza.

Annibale nei Punica

Forte è la contrapposizione quasi manichea nei Punica tra il concetto di “Bene” e quello di “Male”, tra i romani e i punici, guidati da Annibale:

Punica [III; 479-481, 483-488, 494-495, 500-511, 520-522, 530-542, 547-556]:

«Tutto è coperto da perenne gelo e bianca grandine,

tutto è serrato da antichi giacciai. Ritta si staglia

la sagoma dell’eccleso monte contro il sole nascente

[…]

Quanto la tartarea voragine del regno delle ombre

si inabissa fino ai profondi Mani e agli stagni

della nera palude dalla terra superna, altrettanto si erge

vero l’alto la montagna nell’aria e inombra il cielo.

Non è mai primavera, mai l’estate adorna,

solo un fosco inverno risiede in quegli orridi gioghi

[…]

L’Athos aggiunto al Tauro, il Rodope al Mimante,

e l’Ossa al Pelio e l’Otri all’Emo, sarebbero inferiori

[…]

Ma i soldati, con passo incerto, rallentano la marcia,

come se recassero in giro una guerra empia in luoghi sacri

difesi dalla natura, come se si opponessero agli dei.

Di contro, il condottiero non impaurito dalle Alpi,

né dall’orrore del luogo, rincuora gli animi afflitti

dei suoi uomini, esortando e infondendo vigore:

“Stanchi forse del favore dei numi e dei successi

non avete ritegno, dopo il valore dimostrato in campo,

di volgere le spalle ai nevosi monti, di cedere le armi a delle rupi?

Ora, compagni, ora credetemi, state scalando le mura

di Roma, signora delle genti, ora salite in cima al Campidoglio.

Questa fatica ci darà in catene la terra ausonia, il Tevere!”

[…]

egli fa presa sul duro ghiaccio con la spada. La neve fresca

inghiotte nei crepacci i soldati e cadendo dal precipizio

dalle somme vette, seppellisce le schiere con la fredda valanga.

[…]

Oltre questa, un’altra vetta impervia si presenta agli stanchi soldati, spunta

un nuovo dosso, né dà sollievo volgersi a guardare i passi

affrontati e superati con fatica: tale sgomento dà la vista

di quelle distese e, per quanto si possa estendere lo sguardo,

ovunque appare l’abbagliante vista delle nevi.

Così il navigante, quando lascia dietro di sè

la dolce terra e in alto mare le vele pendono inutili

dall’albero maestro saldo e non soffia alcun vento,

guarda l’infinita distesa d’acqua e, stanco, volge gli occhi,

sfiniti dalla vista del profondo mare, verso il cielo.

Ed ecco che, oltre le sciagure e le difficoltà dei luoghi,

luridi e laidi con le ispide chiome da sempre incolte,

dei selvaggi, orrendi nell’aspetto, spuntano dalle rocce.

[…]

Ora cambia l’aspetto del luogo: qui le nevi, macchiate

da tanto sangue, si tingono di rosso, qui non sapendo di essere vinto

il ghiaccio si scioglie pian piano al tepore del sangue

e mentre i cavalli imprimono le orme coi duri zoccoli,

le zampe ungulate sprofondano nel ghiaccio rotto.

E non è solo la caduta a rovinarli: restano le membra

sfratturate dal ghiaccio e l’aspro gelo amputa gli arti rotti.

Sopravvissuti a dodici giorni e altrettante notti,

tremende per i feriti, occupano la cima desiderata

e s’attendano con difficoltà tra le rupi scoscese

Come si può notare dai primi versi, oltrepassare le Alpi sembra quasi un’impresa impossibile per soli uomini. Al verso 502 questo fatto viene interpretato come atto di ὕβρις: in fondo Annibale che porta gli elefanti attraverso le Alpi non è così tanto diverso da Serse che attraversa l’Ellesponto. Negli ultimi versi, con stile asiano, si riproduce il tentativo della scalata del nemico per evidenziarne la forza.

Annibale in Tito Livio

Come abbiamo già detto, uno dei modelli di Silio è Tito Livio.Questo anche per la creazione della figura di Annibale, come si evince dal 21° Libro: Annibale si appresta a valicare le Alpi. L’episodio ha la funzione di trasmettere la grande pericolosità del comandante punico; in quest’ottica si può interpretare il forte pathos presente in tutto il testo:

Ab urbe condita [XXI; 35,4-35,11-35,12-36,1-36,2-36,3]: «[35,4] Il nono giorno giunsero al valico delle Alpi, attraverso luoghi per lo più impraticabili e dopo avere sbagliato più volte strada, o per inganno delle guide, o tutte le volte che non si prestava loro fede, per essere entrati a caso nelle valli credendo di conoscere la giusta strada. [11] La marcia, tuttavia, fu molto più difficoltosa di quanto lo fosse stata durante la scalata, poiché per lo più le Alpi sul versante italico sono, sì, più brevi, ma anche più scoscese. [12] Quasi tutti i sentieri, infatti, erano a picco, stretti, sdrucciolevoli, cosicchè i Cartaginesi né potevano evitare di scivolare, né, se solo avessero un po’ vacillato, potevano rimanere saldi dov’erano e così cadevano gli uni sugli altri e le bestie da soma sugli uomini. [36,1] Si giunse poi ad una rupe molto più stretta e così a picco che a stento i soldati armati alla leggera potevano calarsi giù a tentoni e afferrandosi con le mani agli arboscelli e agli arbusti che spuntavano lì attorno. [2] Il luogo, già prima scosceso per sua natura, a causa di una frana recente era diventato un precipizio di almeno mille piedi di altezza. [3] Poiché qui si erano fermati i cavalieri come se fossero giunti alla fine della marcia, ad Annibale, ansioso di sapere il motivo che faceva fermare l’esercito, venne data la notizia che c’era una rupe oltre la quale non si poteva passare. Andò quindi egli stesso ad esaminare il luogo

Attraverso la descrizione di Annibale come grande nemico dei romani si vuole celebrare Roma stessa; il tema dell’impresa, dunque, è possibile soltanto attraverso uno stile epico ed alto.

Lorenzo Cardano