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La trasgressività femminile nel mito: le eroine di Euripide e Didone

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I modelli di eroine portati in scena da Euripide hanno catturato l’attenzione del pubblico dal primo momento in cui sono apparsi. Dal nostro punto di vista, risulta facile apprezzare la complessità di tali figure e simpatizzare per loro.

Al contrario, per un ateniese contemporaneo ad Euripide, queste ultime sarebbero apparse come “cattivo esempio” da seguire; era difficile che il loro atteggiamento trasgressivo e anticonformista fosse ben visto all’epoca [1].

Inoltre, è importante sottolineare come queste eroine non solo siano rimaste impresse nell’immaginario collettivo, ma abbiano anche influenzato scrittori e pensatori di ogni tempo: primo fra tutti, il famoso Virgilio, poeta latino autore dell’Eneide.

Medea

Se si parla del teatro di Euripide, non si può non pensare, automaticamente, alla figura di Medea. Si tratta, probabilmente, di una delle figure più famose del mito greco.

Barbara, maga e pure donna: per i greci Medea – oserei dire – non era poi così tanto diversa delle streghe che abitavano le fantasticherie degli uomini del Medioevo. Era vista come un mostro, perché raro esempio di donna intellettualmente indipendente (ricordiamo che possiede la scienza della magia).

In un passo della Medea (vv. 294-304) Euripide introduce, con impressionante anacronismo, una riflessione sul ruolo dell’intellettuale nella società greca:

Infatti prestando agli ignoranti nuovi oggetti di sapere, tu non apparirai sapiente ma inutile, e d’altra parte, se sarai considerato superiore a coloro che sembrano conoscere molte cose, diventerai sgradito alla città. Perché io sono sapiente, questa è la mia sorte: alcuni mi odiano, ad altri appaio ostile.

L’intellettuale – qui rivestito da Medea – ha il compito di denunciare le false opinioni e i falsi valori. La sua attività si configura «sia come critica di un immobile sistema di convenzioni, sia come proposizione di nuove idee e strutture di vita» [2]. Tale figura si delinea quando egli – o ella in questo caso – non confida più in una solidarietà del corpo sociale.

Medea aveva dato tutto per aiutare Giasone, l’eroe di cui lei si era innamorata, a raggiungere il suo obiettivo: conquistare il vello d’oro. Ora si ritrova con lui a Corinto, sposa del suo amato e con i suoi figli.

Ma, proprio in questa circostanza in cui sembra che Medea abbia raggiunto la massima felicità, la maga viene a sapere una notizia tremenda: Giasone vuole sposare Glauce, figlia del re Creonte.

Le crolla il mondo addosso: sa benissimo che, oltre ad essere ripudiata, sarà pure costretta all’esilio. Nera dalla rabbia, Medea medita la sua vendetta silenziosamente. Il suo è un gioco di maschere: finge di esserse d’accordo con la decisione del marito, promettendo che non ostacolerà i suoi progetti.

Come dice il proverbio, però, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare: simulando il desiderio di rendere omaggio alla futura sposa del marito, le manda i suoi figli a portare dei “doni”. Peccato che questi regali siano imbevuti di filtri mortali, elemento tipico del “sapere magico”, che caratterizzava anche figure del mito come Deianira e Circe (zia di Medea), come si può vedere [3]:

[…] a partire dall’età ellenistica e poi ancora nell’Europa rinascimentale e barocca il nome di Circe valesse d’antonomasia per potentissima maga e diabolica strega preparatrice di potentissimi filtri (phármaka), piuttosto che una prostituta maliarda

Poco dopo un servo di Creonte si precipita a riferire l’accaduto: appena la ragazza ha indossato la veste è morta tra mille dolori; anche il padre, giunto per soccorrerla, ha fatto la medesima fine.

Infine, Medea non vuole uccidere Giasone, ma che lui soffra per il resto della sua vita: per ferirlo per sempre, la maga uccide i due bambini avuti da lui e fugge su un carro alato.

La grandezza di questo personaggio, capace addirittura di venir meno alla sua stessa natura di madre, non passò inosservata. Già Aristotele scriveva nella Poetica (1453 b 26 ss) [4]:

Un caso è che l’azione si svolga nel modo tenuto dagli antichi poeti, che portavano sulla scena personaggi informati e consapevoli, come ha fatto anche Euripide per Medea che uccide i proprio figli. Un altro caso è commettere il misfatto, ma commetterlo ignorando il rapporto affettivo, e venirlo a conoscere soltanto dopo, come è l’Edipo di Sofocle. 

Bisogna sottolineare che la sua lucidità non è costante ed uniforme per tutta la vicenda. Nella parte iniziale la maga appare in preda ad una passionalità e ad un odio violenti verso Giasone; già dalle prime battute augura la morte ai propri figli (vv. 111-114).

Riflette sulla vita della donna (vv. 230 e sgg.), sulla condizione dello straniero (vv. 222 e sgg.) e sulla sorte degli uomini saggi (vv. 296 e sgg.). In aggiunta, al momento di confrontarsi con Creonte e Giasone è «capace di argomentare, di rispondere con raziocinio» [4].

Didone

Il 4° libro dell’Eneide è incentrato sulla storia d’amore tormentata e passionale tra Didone ed Enea. Importante è la scena della notte insonne di Didone – analoga al modello di Medea in Apollonio Rodio – perché vinta dalla passione per il giovane troiano. Tale eroina dirige da sola, in quanto vedova, la città di Cartagine [5]:

La fondatrice di Cartagine, è definita, come già ricordato, virago in un commento di Servio (IV sec. d.C. circa) all’Eneide, ovvero colei che agisce come un uomo e anche Boccaccio, nel suo De mulieribus claris, lodando Didone ricorda come questo nome in fenicio fosse equivalente al latino virago. L’epiteto, oggi considerato temibile e in un certo senso spregiativo, ha nell’intenzione del commentatore Servio un’accezione chiaramente positiva. Questi infatti vuole esaltare la sovrana come scaltra eroina in fuga, fondatrice di città, colei che dà leggi e governa il suo popolo (che sarà poi quello cartaginese): tutte qualità e attività tipiche dell’uomo-eroe.

Questa sua condotta si era sempre rivelata prudente prima dell’arrivo di Enea. Successivamente, l’eroe troiano, raccontando le sue imprese e la sua nobile stirpe, trasforma in amore l’ammirazione di Didone.

Ma in lei è presente un senso di colpa per il ricordo del marito morto e al giuramento di fedeltà nei suoi confronti. Per questo si confida con la sorella Anna, alla quale promette che non sarebbe mai venuta meno al giuramento.

Le sue parole, però, sono interrotte dal pianto. La sorella invece le consiglia di non sentirsi in colpa perché un matrimonio tra lei ed Enea avrebbe assicurato un’alleanza tra i Troiani e i Cartaginesi. Didone si lascia convincere, lasciando interrotte le opere del regno, frequenta i templi, consulta indovini e compie sacrifici agli dei, cercando di stare sempre più con Enea e udirlo parlare.

Di solito, quando vengono narrate le vincende della regina di Cartagine, si tende a omettere i dettagli più “piccanti” del loro rapporto insieme. Per tale motivo lascio, per chi fosse interessato, un video realizzato da Archeoporn, un gruppo di divulgatori dal titolo volutamente provocatorio, che cerca di trasmettere sia su Facebook, sia su Instagram che su Youtube l’erotismo e la nudità come espressione artistica del mondo antico. Per lasciarvi le loro stesse parole:

Mai stati volgari e nemmeno raffinati ad ogni costo. Siamo stati fedeli il più possibile a quanto davvero era, a quanto è leggibile e restituibile, come ogni archeologo dovrebbe essere. Aggiungendo interpretazione e altri sensi, come chi racconta, crea, illustra, dovrebbe fare. Non abbiamo ceduto all’esplicito perché senza il non detto e il non mostrato, senza nulla da completare con l’immaginazione, allora è pornografia.

Se volete, vi lascio il link del video sull’amore tra Adriano e Antinoo.

Fedra

Un altro personaggio femminile fuori dal comune è Fedra, una figura centrale dell’Ippolito di Euripide.

Ippolito è un bel giovane, di poche parole e molto scontroso. Fedele e credente di Artemide, dea della caccia. Ippolito non ha intenzione di occuparsi del culto di Afrodite, perché ha intenzione di rimanere puro dal punto di vista sessuale.

Ovviamente, come sempre quando si parla degli dei in Euripide, bisogna tener conto che essi hanno un valore più simbolico che tradizionale: rappresentano aspetti dell’interiorità dell’uomo (nel caso di Afrodite, la scoperta della sessualità che Ippolito rifiuta).

Afrodite si offende e farà pagare ad Ippolito questo suo rifiuto: la dea fa in modo che Fedra, la matrigna, si innamori del giovane. La donna cerca di nascondere i suoi sentimenti, ma finisce per impazzire d’amore. Finisce per confessare alla nutrice la sua passione incontrollabile; quest’ultima – secondo una versione del mito che non è propria di Euripide – consiglia di scrivere una lettera per rivelare ad Ippolito l’amore. Vi lascio qui il link per leggerla.

Euripide, invece, riporta una versione diversa: è la nutrice che rivela tutto ad Ippolito, che reagisce con sdegno. Fedra, vedendosi perduta, si uccide, ma lascia uno scritto in cui falsamente denuncia Ippolito di averla violentata.

Conclusione

Al di là delle differenze tra i vari testi, le figure femminili presentante sono un esempio di agency, ovvero della capacità – soprattutto da parte di una donna nel mondo antico – di affermare le proprie idee e attuare le proprie scelte, nonostante i mille paletti che la società patriarcale imponeva loro.

Note

[1] Anastasia Bakogianni, Euripides’ Iphigenia: Ancient Victim, Modern Greek Heroine?, 2019, p.1

[2] Dario Del Corno, Letteratura greca, Milano, Principato, 2020, p.313-316

[3] Cristiana Franco, Circe. Variazioni sul mito, Grandi Classici. Tascabili Marsilio, 2012, p.11-12

[4] Bernardo Baldini, ΜΗΔΕΙΑ e Medea: L’ira di una donna tra Euripide e Seneca, p.2-3

[5] Francesca Ceci e Annarita Martini, Fondare città, maledire città: la vicenda di Didone nell’immaginario collettivo antico e moderno tra fonti letterarie e testimonianze numismatiche, p.3-4

“Control”: il poetico biopic sul romantico Ian Curtis

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E così è questa la stabilità, l’orgoglio distrutto dall’amore.
Quello che prima era innocenza ora non è più.
Su di me incombe una nube che osserva ogni mio movimento nel ricordo nascosto di quello che una volta era amore.

Titolo originale: Control
Regia: Anton Corbijn
Cast principale: Sam Riley, Samantha Morton, James Anthony, Alexandra Maria Lara, Joe Anderson, Toby Kebbell 
Nazione: Australia, Giappone, Regno Unito, USA
Anno: 2007

Control, film diretto da Anton Corbijn, racconta la vita di Ian Curtis, leggendario cantante dei Joy Division, che si è suicidato nel 1980, all’età di 23 anni, perché depresso in quanto afflitto dall’epilessia, dal matrimonio fallito e dalle emozioni che lo consumavano.

I premi

Il film, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes nell’edizione del 2007 ha vinto il Premio dell’arte & di Essai di CICAE di Regards Jeunes, il riconoscimento come miglior film europeo e come miglior film del Sidebar. Indipendentemente dai premi vinti, comunque, Control è un film che ha riscosso un enorme successo di critica e di pubblico.

La regia di Anton Corbijn

Corbijn ha iniziato la sua carriera come fotografo: è, infatti, l’autore che ha regalato alla storia del rock (e dintorni) molte delle fotografie che hanno costruito l’immaginario musicale di una generazione. La lista di artisti immortalati da Corbijn è lunghissima: Nick Cave, Joni Mitchell, Depeche Mode, Kurt Cobain e i Nirvana, Arcade Fire, Coldplay, Tom Waits, Rolling Stones, Metallica, Lou Reed, Morrissey, Michael Stipe e i REM, Jeff Buckley, David Bowie, Patti Smith, Iggy Pop, Bjork e, ovviamente, i Joy Division. La sua cifra stilistica è immediatamente riconoscibile: bianco e nero a forte contrasto, immagine dallo stile pulito e “minimal”composizione elegante.

Tutte queste caratteristiche dell’autorialità di Corbijn sono evidenti anche in Control, film che segna il suo debutto cinematografico.

Con la sua regia delicata ed elegante Corbijn non mitizza Ian Curtis, ma lo racconta come essere umano. Curtis era, dopotutto, molto poco rock’n’roll in alcuni ambiti della sua vita: si è sposato all’età di 19 anni ed era impiegato come consulente presso l’ufficio di collocamento locale. Anche l’epilessia è mostrata semplicemente come l’ostacolo alla vita e all’arte di Ian, senza cavalcare il sentimentalismo. Non c’è, da parte del regista, la voglia di indugiare con lo sguardo sulla tragicità insita nella malattia.

L’importanza degli oggetti

Gli oggetti, immortalati nella loro staticità, diventano protagonisti nella narrazione dello stato emotivo di Ian. Si pensi ad esempio al cantante che fissa la carrozzina di sua figlia, esprimendo il senso di oppressione provocatogli dalla genitorialità.

Un altro oggetto iconico di Control è rappresentato dallo stendino, che diventa il simbolo della parabola discendente dell’emotività di Ian Curtis: la prima volta che Corbijn sofferma lo sguardo della macchina da presa su questo elemento Ian e sua moglie si sono appena sposati e sono, tutto sommato, felici; la seconda volta la telecamera indugia sullo stendino colmo di abiti da neonata a testimoniare una crisi in atto; la terza e ultima volta il regista utilizza l’oggetto per narrare la tragica fine della vita e della storia.

L’interpretazione di Riley e Morton

Sam Riley offre una performance superba nei panni di Ian Curtis, ricreando i suoi manierismi sul palco, l’incurvatura sul microfono con le palpebre abbassate, le strane e scoordinate posizioni. Riley è semplicemente eccezionale nei panni del romantico e goffo Curtis. Samantha Morton offre la migliore interpretazione della carriera nel ruolo della modesta Debbie, la moglie quasi bambina che ispirerà la celeberrima canzone Love will tear us apart.

Anche Toby Kebbell è brillante nei panni dello spiritoso manager della band, Rob Gretton, che riesce spesso a strappare dei sorrisi allo spettatore.

3 motivi per guardare Control:

  • La misura e la sobrietà con cui Corbijn ricostruisce lo strazio interiore di Ian Curtis, evitando accuratamente di assumere uno sguardo voyeristico;
  • La colonna sonora, composta dai brani più belli della band post-punk protagonista del film assieme al suo front-man;
  • La già citata interpretazione di Sam Riley.

Quando vedere il film:

Quando si è nostalgici e si ha voglia di immergersi in atmosfere anni Settanta.

Valeria de Bari

Avete perso l’ultima puntata del nostro cineforum?

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Tutti i vantaggi dell’home fitness con la mini cyclette

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Si parla moltissimo di benessere fisico e di metodologie per mantenere il proprio corpo in perfetta efficienza; per fare una qualsiasi attività fisica quotidiana possiamo andare in palestra. O scegliere la soluzione più comoda che è quella dell’home fitness. Ovvero svolgere una qualsiasi attività dedicata a migliorare la nostra salute senza muoverci dalla nostra abitazione. Per questa necessità esistono in commercio svariate tipologie di strumenti e macchinari. Pensati anche per chi non può usufruire di grandi spazi. Infatti per chi ha un abitazione di dimensioni modeste esiste ad esempio la possibilità di acquistare mini cyclette detta anche mini bike. Un attrezzo particolare, formato da una pedaliera molto compatta. Che può essere riposta facilmente anche sotto un tavolo; ma anche sopra. In questo modo è possibile utilizzarla sia con le braccia che con le gambe.

Fare esercizio stando in poltrona

Molto comoda e utile soprattutto per gli anziani; se vogliamo fare un po’ di attività fisica stando seduti e guardando un film ad esempio, la mini bike è uno strumento perfetto. E’ possibile sedersi comodamente sul divano di casa propria e pedalare davanti alla TV. Questi attrezzi sono piccoli, silenziosi e maneggevoli, si possono usare sia tenendoli posti sul pavimento, oppure appoggiandoli su un tavolo per fare esercizio con le braccia. E’ così facile da usare che è possibile fare esercizio in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Anche perché per le piccole dimensioni e il leggero peso è facilmente trasportabile. Possiamo portarla con noi anche se andiamo in vacanza. O se andiamo fuori casa per un weekend.

Economica e versatile occupa poco spazio

I prezzi sono assolutamente accessibili, molto bassi e non compromettono in ogni caso la loro qualità sono attrezzi da fitness, polifunzionali, economici, ben strutturati e sempre realizzati con ottimi materiali L’utilizzo di una pedaliera, ovvero di una mini cyclette formata soltanto dai pedali e da un corpo portante, estremamente piccolo e leggero non si differenzia in nessun modo da una normale cyclette. Ma ha invece delle funzionalità e delle qualità in più. Ovvero può portare lo stesso peso di una bici da camera; ma essere utilizzata in due modi diversi come abbiamo già spiegato. E’ utile per fare allenamento con le braccia, oppure allenamento con le gambe. La pedaliera è molto versatile e può essere utilizzata puntando maggiormente sul tipo di allenamento che serve di più.

Attività motoria benefica ed efficace

È un ottimo esercizio che favorisce le funzioni cardiocircolatorie e tonifica i muscoli. Senza sforzare o stressare troppo le articolazioni; l’importante è trovare la posizione più comoda per utilizzarla, stando ad esempio seduti su una poltrona o su una sedia posizionando la pedaliera davanti a noi. Per effettuare l’allenamento con le braccia è sufficiente appoggiare l’attrezzo su un tavolino all’altezza che più ci aggrada ed effettuare il nostro allenamento in totale comodità tra i muri di casa nostra. Senza la necessità di uscire di casa. Una buona forma fisica è importante a qualsiasi età e in qualsiasi contesto lavorativo. Ma è assolutamente indispensabile per le persone anziane che hanno poche occasioni di fare movimento. La mini cyclette è consigliata soprattutto per quelle persone che hanno problemi di mobilità e che preferiscono effettuare delle sessioni di attività motoria direttamente in casa propria, con o senza un personal trainer.

Mary Shelley in pillole | Classici della letteratura inglese

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In questa uscita della rubrica sulla letteratura inglese parliamo di Mary Shelley e del suo Frankenstein, considerato il primo romanzo di fantascienza della storia.

La vita

Mary Shelley era la figlia del filosofo William Godwin e della scrittrice Mary Wollstonecraft. All’età di 18 anni Mary Shelley scappò con Percy Bysshe Shelley, uno dei più importanti poeti romantici britannici, che sposò nel 1816. Dopo la morte in un naufragio del marito, Mary Shelley cadde in povertà, scrivendo narrativa per mantenersi. Frankenstein fu la sua prima e di gran lunga la sua opera di narrativa di maggior successo.

Mary Shelley ideò la storia in un piovoso pomeriggio del 1816 a Ginevra, dove si trovava con suo marito, il loro amico Lord Byron e il medico di Lord Byron, John Polidori. Il gruppo, intrappolato in casa dal tempo inclemente, passò il tempo raccontando e scrivendo storie di fantasmi. L’idea per Frankenstein nacque in quel momento.

Contesto storico: il genere gotico

La maggior parte dei critici considera il genere gotico una reazione all’illuminismo, un movimento artistico e letterario del XVIII secolo che sottolineava soprattutto il potere della mente umana. I romanzieri gotici miravano a rappresentare il lato oscuro che accompagnava quest’epoca di apparente progresso umano. 

In un’epoca in cui scrittori e pensatori avevano iniziato a credere nella “infinita perfettibilità dell’uomo”, i romanzieri gotici descrivevano gli esseri umani come tristemente imperfetti e alla mercé di forze molto più potenti, come la natura e la morte.

Frankenstein: la trama in dettaglio

Robert Walton, il capitano di una nave diretta al Polo Nord, scrive una lettera a sua sorella in cui afferma che i suoi membri dell’equipaggio hanno recentemente scoperto un uomo alla deriva in mare. L’uomo, Victor Frankenstein, si offre di raccontare a Walton la sua storia.

Victor ha un’infanzia perfetta in Svizzera, con una famiglia amorevole che ha persino adottato orfani bisognosi, inclusa la bellissima Elizabeth, che presto diventa la più cara amica, confidente e amore di Victor. Victor ha anche un premuroso migliore amico, Clerval.

La genesi del mostro

Durante gli anni di università, Victor si tuffa appassionatamente nella “filosofia naturale”, studiando i segreti della vita con tale zelo che perde persino il contatto con la sua famiglia. Improvvisamente, una notte, scopre il segreto della vita. 

Con visioni di creare una nuova e nobile razza, Victor mette le sue conoscenze al lavoro. La creatura viene costruita da cadaveri smembrati e quando viene animata, il suo aspetto è così orribile che lo abbandona, nonostante sia gentile e intellettualmente dotata. Victor spera che il mostro sia scomparso per sempre, ma alcuni mesi dopo riceve la notizia che il suo fratello più giovane, William, è stato assassinato. Justine Moritz, un’altra adottata nella sua famiglia, viene ingiustamente accusata e giustiziata. Victor è consumato dal senso di colpa.

Il mostro ritorna

Per sfuggire alla sua tragedia, i Frankenstein vanno in vacanza. Victor fa spesso escursioni in montagna, sperando di alleviare le sue sofferenze con la bellezza della natura. Un giorno il mostro appare e prega Victor di ascoltare la sua storia. Il mostro descrive la sua vita miserabile, piena di sofferenza e rifiuto solo a causa del suo aspetto orribile. Il mostro è arrabbiato a causa dell’incapacità dell’umanità di percepire la sua bontà interiore e il suo totale isolamento che ne deriva. Lui chiede che Victor, il suo creatore, crei un mostro femmina per dargli l’amore che nessun essere umano potrà mai dargli. Dopo alcuni tentennamenti, Victor accetta.

Victor si trasferisce su un’isola remota per la sua seconda creazione. Ma, una notte, inizia a preoccuparsi che il mostro femminile possa rivelarsi più distruttivo del primo. Nello stesso momento, Victor vede il primo mostro che lo guarda lavorare attraverso una finestra. L’orribile spettacolo spinge Victor a distruggere il mostro femminile, scaricando i resti nell’oceano. Ma quando torna a riva, viene accusato di un omicidio commesso quella stessa notte. Quando Victor scopre che la vittima è il suo migliore amico, crolla e rimane delirante per mesi.

L’epilogo

Scagionato dalle accuse contro di lui, Victor torna a Ginevra e sposa Elizabeth. Ma durante la sua prima notte di nozze, il mostro uccide Elizabeth. Il padre di Victor muore di dolore subito dopo. Ora, solo al mondo, Victor si dedica esclusivamente a cercare vendetta contro il mostro. Segue il mostro nell’Artico, ma rimane intrappolato sulla rottura del ghiaccio e viene salvato dall’equipaggio di Walton, il narratore.

Walton scrive un’altra serie di lettere a sua sorella. Le racconta del suo fallimento nel raggiungere il Polo Nord e nel far riprendere Victor, che era morto subito dopo il suo salvataggio. L’ultima lettera di Walton descrive la sua scoperta del mostro in lutto per il cadavere di Victor. Accusa il mostro di non avere rimorsi, ma il mostro dice di aver sofferto più di chiunque altro. Con Victor morto, il mostro ha avuto la sua vendetta e quindi progetta di porre fine alla propria vita.

I temi del romanzo

La natura

Gli scrittori romantici ritraevano la natura come la forza più grande e perfetta dell’universo. Usavano parole come “sublime” (come fa la stessa Mary Shelley nel descrivere il Monte Bianco in Frankenstein) per trasmettere il potere del mondo naturale. Al contrario, Victor descrive le persone come “truccate a metà”. L’implicazione è chiara: gli esseri umani, appesantiti da meschine preoccupazioni e innumerevoli difetti come vanità e pregiudizio, impallidiscono di fronte alla perfezione della natura.

Non dovrebbe sorprendere, quindi, che crisi e sofferenza risultino quando, in Frankenstein, uomini imperfetti disturbano la perfezione della natura. Victor nel suo orgoglio tenta di scoprire i “misteri della creazione”, di “aprire la strada a una nuova via” penetrando nella “cittadella della natura”. Ma proprio come un’onda abbatterà anche il nuotatore più forte, la natura alla fine prevale e Victor viene distrutto per il suo maldestro tentativo di manipolarne il potere.

L’isolamento

Il vero cattivo in Frankenstein non è Victor o il mostro, ma l’isolamento. Il mostro diventa vendicativo non perché è malvagio, ma perché il suo isolamento lo riempie di odio e rabbia travolgenti. E qual è la vendetta del mostro? Rendere Victor tanto isolato quanto lui. Sommate tutto e diventa chiaro che Frankenstein vede l’isolamento dalla famiglia e dalla società come il peggior destino immaginabile e la causa dell’odio, della violenza e della vendetta.

Il pregiudizio

Frankenstein esplora uno dei difetti più distruttivi dell’umanità: il pregiudizio. Quasi ogni personaggio nel romanzo presume che il mostro debba essere pericoloso in base al suo aspetto esteriore, quando in verità il mostro è (originariamente) di buon cuore. Il mostro si ritrova aggredito e respinto da interi villaggi e famiglie nonostante i suoi tentativi di trasmettere le sue intenzioni benevole. La violenza e il pregiudizio che incontra lo convince della “barbarie dell’uomo”. Il fatto che l’unico personaggio che accetta il mostro sia un cieco, De Lacy, suggerisce che il mostro ha ragione: l’umanità è barbara e accecata dal proprio pregiudizio.

Veronica Bartucca

Leggi l’ultima uscita di Classici della letteratura inglese in pillole:

The Handmaid’s Tale 4: recensione del sesto episodio

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E se non fossi chi tu credi io sia?

Una domanda lecita nel nostro rapporto con gli altri. Gli affetti si basano anche sulla paura dell’idea che partner e amici si fanno di noi. Deluderli è la nostra preoccupazione principale. Perdere il loro affetto significherebbe prendere coscienza della solitudine, dell’assenza.

La vita ci mette di fronte a sfide improbabili, spesso impossibili. Gilead in The Handmaid’s Tale non è altro che l’estremizzazione di ciò che un essere umano è capace di fare. Sia carnefice che vittima. Le vittime di Gilead hanno pagato caro il prezzo della loro indipendenza. Ad alcuni è toccato il muro, ad altri sono toccate severe mutilazioni.

Dalla fedeltà ai voti

Nessuno potrà dimenticare “Faithful”, l’episodio della prima stagione in cui Emily ruba la macchina e corre all’impazzata per riaffermare la propria libertà, al prezzo del suo clitoride. Non riusciamo a spiegarci come June sia ancora tutta intera dopo tutto quello che ha “combinato”, e forse questa è un po’ la pecca di una serie che ancora ci stordisce.

Quasi lo perdoniamo, a questa quarta stagione, che June sia sempre una privilegiata. Nel sesto episodio “Vows”, però, l’attenzione è tutta psicologica, come anche la tortura: sarà proprio vero che June è una privilegiata?

Moira trova June, June non realizza. June ha una missione da portare a compimento: quella di salvare Hannah. In un salto costante tra passato e presente, ritroviamo la vita normale della protagonista e il suo passato con l’amica e Luke. June prima di Gilead l’abbiamo frequentata poco: conosciamo giusto i tratti salienti di una donna curiosa, premurosa, decisa. Siamo pronti ad andare a fondo? Siamo davvero pronti a distruggere l’icona dell’eroina?

Potremmo pensare, prima di tutto, che June stessa non sia pronta a tutto questo. Che l’idea di salvare Hannah, per quanto legittima, celi anche la paura di tornare da dove si proviene, di riaffrontare il passato, di fare i conti con il nostro riflesso negli occhi dei nostri cari. La morte sarebbe forse più facile?

In quello stesso episodio già menzionato, Faithful, June era libera. Sgattaiolava nella casa di Nick e faceva l’amore con lui. Un paio di episodi fa, era sopra un ponte a baciarlo e a dichiarare il proprio amore. Hannah e Nick a Gilead, Luke e Nichole in Canada. Esiste davvero la libertà di scegliere? Ma soprattutto, siamo davvero ciò che crediamo di essere o ciò che gli altri credono che siamo?

Ci fa comodo pensarlo, a noi e a loro. In un mondo di illusioni come il nostro possiamo ancora aggrapparci alle idee. Dopo Gilead, invece, restano solo i fatti. La vita nuda e cruda.

Il sesto episodio di The Handmaid’s Tale è un’apnea di lacrime, che poi alla fine sgorgano. Troppo poche, troppo amare. È una liberazione a metà, un pianto che non consola, ma che almeno fa trarre un respiro. Di nuovo: respira.

Alessia Pizzi

Promo trailer 6×7

Tutte le informazioni su The Handmaid’s Tale 4

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Il cattivo poeta, la visione finale di D’Annunzio

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La vita dei poeti, spesso e volentieri, è più affascinante della loro produzione letteraria. Il Cinema, infatti, dalle loro biografie ha fatto nascere dei veri e propri capolavori. Pensiamo a Iris-un amore vero o Truman Capote-A sangue freddo: entrambi hanno visto la vincita di un Oscar all’interpretazione. Anche le figure letterarie italiane non sono state da meno. Mi viene da citare Elio Germano in Il giovane favoloso, che gli valse il terzo David di Donatello. Quest’anno, un altro poeta sarà protagonista di una pellicola nelle sale italiane, quale Gabriele D’annunzio.

Dal 20 maggio infatti arriva in sala Il cattivo poeta, di Gianluca Jodice, narrante gli ultimi anni del Vate.

1936. La vita del bresciano Giovanni Comini (Francesco Patanè) sembra sorridergli. La promozione a più giovane federale d’Italia, un nuovo amore e un incarico importante direttamente da Roma. Starace in persona, infatti, gli affida una vera e propria missione: sorvegliare D’Annunzio (Sergio Castellitto), dando al partito tutte le informazioni su di lui: progetti, avventure amorose, pensieri. Il poeta abruzzese, infatti, ormai esiliato al Vittoriale, si è distaccato molto dalla linea politica dell’amico di vecchia data Mussolini: non approva l’alleanza con la Germania hitleriana, che porterà il mondo e l’Italia verso un baratro così profondo da non poterne uscire.

Nel mondo intellettuale, D’Annunzio è ancora molto influente ed importante: una sua parola potrebbe far cambiare i destini della storia. L’obiettivo di Roma è quindi quello di renderlo leggenda e rispettarlo come uno dei più grandi poeti viventi ma…non deve nuocere.

Comini entra presto nelle grazie del Principe di Montenevoso, il quale lo accoglie e si fida di lui, ben conscio comunque di chi sia e del suo obiettivo.

“Sei solo un soldato che esegue gli ordini” gli dice, mostrandosi quasi paterno e comprensivo. Il dubbio si instaura così nel giovane federale, combattuto tra gli ideali a cui ha dedicato la sua vita e quelle di un uomo di mondo. Infatti, nonostante questi sia malato, paranoico ed obnubilato dalla cocaina, è ancora lucido in lui non solo il fascino, ma anche la coscienza patriottica. Sembra fermo nel provare a far ragionare il capo del governo, prima che sia troppo tardi.

Film intenso e particolare, dal forte gusto anni ’30

Tutto ci fa respirare un’aria malinconica, vivente ma stanca…decadente!

Le musiche di Michele Braga ed i costumi di Andra Cavalletto permettono bene allo spettatore di immergersi nell’epoca. Complimenti scontati a Daniele Ciprì per la fotografia: dominante quella luce giallognola, chiara ma tendente allo scuro.

Un applauso importante invece va alla scenografia di Tonino Zera, capace di arredare gli ambienti quotidiani con carte da parati e muffe, dando a tutto uno spirito decadente…come il poeta; oppure di ridare giovinezza ad ambienti ormai mutati: molto interessante la visione panoramica di Piazza Venezia in quegli anni all’inizio del film. Peccato per il Vittoriale: si vede che è stato ripreso nei nostri giorni e non è fresco come allora, soprattutto gli esterni.

Molto bravo Sergio Castellitto. Il personaggio di D’Annunzio era stato solo una volta affrontato al cinema e il suo peso culturale è ancora grande, ma riesce bene nel suo intento. Peccato per la voce, troppo profonda rispetto alle registrazioni del Vate. È una cosa relativa: da voler trovare il pelo nell’uovo.

Elogi invece al già citato Patanè ed Elena Bucci.

Quest’ultima (che non ha bisogno di presentazioni circa la sua formazione teatrale) interpreta Luisa Baccara, la pianista fedele amante di D’Annunzio, regina indiscussa nel Vittoriale. La voce e gli occhi dell’attrice ci mostrano una donna preoccupata non dell’avvenire, ma solo della vita dell’amato. Bellissimo ed intenso il suo monologo su Fiume!

Patanè invece non sembra al suo primo film. Si vede anche in lui la preparazione accademica del Teatro di Genova. Regge bene il confronto con un Maestro come Castellitto e si muove da protagonista con una scioltezza da vero professionista. È lì, con Comini, nel pieno del suo lasciarsi andare a dubbi, conoscenze, dolori e sbigottimenti.

Cosa infine non scontata è il messaggio del film. Senza fare anticipazioni, vi dico solo: soffermatevi a capire il senso del titolo del film….

Audace come l’andante di una sinfonia, lento e doloroso come un graffio sulla schiena e malinconico come una foto, il film merita 4 stelle su 5.

Francesco Fario

Omaggio a Ennio Morricone: concerto di Leandro Piccioni su YouTube

Il 6 luglio 2020 abbiamo pianto la morte del grande Ennio Morricone. Il bello dell’arte, però, è quello di poter rendere eterni alcuni ricordi, di poter omaggiare grandi personalità che hanno lasciato il segno grazie al loro talento.

In tal senso, il 21 maggio sarà pubblicato il quarto appuntamento del Concerto “Omaggio A Ennio Morricone” tenuto da Leandro Piccioni, suo pianista solista, e il Quartetto Pessoa.

  • Leandro Piccioni, pianoforte
  • Marco Quaranta, violino
  • Rita Gucci, violino
  • Achille Taddeo, viola
  • Kyung Mi Lee, violoncello

Cinque video su You Tube

Il concerto, tenutosi in occasione della serata inaugurale del festival del Cinema italiano di Madrid 2020, e realizzato presso il Forum Music Village di Roma il 26 Novembre 2020, è ora disponibile suddiviso in cinque video che saranno pubblicati sul canale ufficiale YouTube del “Quartetto Pessoa & Leandro Piccionia partire da aprile e fino al 4 giugno. Dopo “Mission” e “C’era una volta in America” e “Nuovo Cinema Paradiso”, il quarto video del concerto è quello dedicato a “C’era una volta il west” che sarà possibile vedere a partire dalle ore 13,00 di venerdì 21 maggio sul Canale YouTube.

La quinta e ultima uscita sarà il 4 Giugno con l’ “Estasi Dell’oro”. Il quintetto composto da pianoforte e quartetto d’archi esalta la suggestione melodica ed espressiva dei capolavori del Maestro Morricone.

Chi è Leandro Piccioni

Leandro Piccioni ha collaborato con Ennio Morricone fin dal 2001 e dal 2015 è stato il suo pianista solista ufficiale. Con il Maestro ha suonato in tutto il mondo con orchestre internazionali, fra le quali l’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, la Filarmonica della Scala, l’orchestra della Radio di Madrid, l’orchestra della Rai di Torino, l’orchestra Sinfonica di Praga, l’orchestra Roma Sinfonietta, solo per citarne alcune, svolgendo centinaia di concerti in tutto il mondo e superando i 500.000 spettatori solo dal 2015 al 2016. Recentemente Leandro Piccioni ha suonato come solista nei due concerti autunnali dedicati al Maestro con l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia diretti dal Maestro Antonio Pappano. Leandro Piccioni ha vinto il Premio David di Donatello 2020 come “Miglior Musicista” con l’Orchestra di Piazza Vittorio. La colonna sonora premiata con le musiche originali di Piccioni è stata realizzata in collaborazione con il Quartetto Pessoa

“La mia ammirazione per la musica di Ennio Morricone e il mio affetto umano per lui – afferma Leandro Piccioni – mi hanno indotto a realizzare arrangiamenti per pianoforte e quartetto d’archi e ciò grazie anche alla collaborazione che ho da anni con il Quartetto Pessoa”.

Come nasce la collaborazione tra Leandro Piccioni e il Quartetto Pessoa?

È la storia di un incontro. Un incontro di esperienze e competenze musicali diverse, che porta alla nascita di un quintetto. Nel 2002 Leandro Piccioni, scrive alcuni arrangiamenti per il cd “Poco mossi gli altri bacini” degli Avion Travel e alcuni sono realizzati per quartetto d’archi. Nasce così la collaborazione con il Quartetto Pessoa.

Il Quartetto Pessoa, nato nel 1998, composto da Marco Quaranta e Rita Gucci ai violini, Achille Taddeo alla viola e la violoncellista coreana Kyung Mi Lee (primo violoncello dell’Orchestra Roma Sinfonietta) svolge attività concertistica con accostamenti tra genere classico, jazz, rock, tango e contemporaneo.

Nel 2006, nasce l’idea di suonare insieme a Leandro Piccioni, con il proposito di eseguire il quintetto più rappresentativo della storia della musica: l’opera 34 di Brahms. L’idea è di unire le esperienze musicali, partendo da un repertorio classico per arrivare alla musica moderna e da filmmentre nel frattempo Leandro Piccioni compone la musica per la fiction “Assunta Spina” e la colonna sonora de “Il Posto dell’Anima” di Riccardo Milani e per le registrazioni si affida al primo violino Marco Quaranta e al suo quartetto come prime parti dell’orchestra. Collaborazione che si ripete anche per il film “Lascia perdere Johnny” di Fabrizio Bentivoglio, candidato ai David di Donatello nel 2008.

Nel luglio del 2006 il quintetto debutta con l’opera 34 di Brahms, “le Stagioni” di Piazzolla e, per la prima volta in concerto, alcuni temi da film di Piccioni appositamente trascritti per questa formazione. Attraverso questa nuova rilettura la musica di Piccioni assume dei caratteri espressivi completamente diversi rispetto alle originali orchestrazioni e si rinnova in una forma più classica e da concerto.

L’esperienza di “Omaggio a Ennio Morricone” è la consacrazione della ormai collaudata collaborazione tra Leandro Piccioni & il Quartetto Pessoa.

Questo il link del canale YouTube

Quartetto Pessoa & Leandro Piccioni

La nostra Playlist Dedicata a Ennio Morricone

The Father: un film emotivamente travolgente

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The Father è un film del 2020 diretto da Florian Zeller, al suo esordio alla regia.

Interpretato da due fuoriclasse – Anthony Hopkins e Olivia Colman – il film è l’adattamento cinematografico della pièce teatrale Il padre dello stesso Zeller.

The Father, la trama

In The Father si racconta la storia di Anthony, un uomo anziano che, a causa della sua età, probabilmente per una malattia come la demenza senile, sperimenta quotidianamente una sensazione di confusione e smarrimento debilitante e snervante. Nonostante la perdita di memoria mini la sua autosufficienza, Anthony rifiuta qualsiasi tentativo di aiuto da parte della figlia che, sempre più preoccupata nel vedere il padre perdere lucidità e contatto con la realtà, cerca una badante che possa assisterlo in casa per svolgere quelle azioni quotidiane che ormai sono diventate un problema.

Anthony finirà in una casa di riposo, in seguito al trasferimento di sua figlia in un’altra città.

The Father, la regia

Sulle note di Ludovico Einaudi vediamo una donna che si muove frettolosamente per le strade di Londra. Lo spettatore è subito colto da un senso di inquietudine. Nel frattempo la donna raggiunge un portone, sale le scale e si dirige trafelata verso la porta di un appartamento. Sta cercando suo padre che non può sentirla perché è acusticamente isolato dalla musica che sta ascoltando in cuffia. L’uomo si toglie le cuffie e il volume della musica scompare anche per lo spettatore.

Già da questa prima sequenza è chiaro l’obiettivo di Zeller: fare in modo che lo spettatore possa percepire la realtà per come è vissuta dall’anziano, attraverso i suoi sensi.

The Father è girato tutto in interni e la scenografia concorre a creare smarrimento e confusione: l’appartamento londinese si modifica ai nostri occhi esattamente come cambia nei ricordi di Anthony, convinto di essere a casa sua anche quando si è ormai trasferito dalla figlia Anne. Da una scena all’altra vediamo cambiare l’arredamento: gli oggetti compaiono e riappaiono, come succede al quadro appeso sopra il camino.

Anche i volti di Anne e di suo marito cambiano nel corso del film, tanto che lo spettatore continua a domandarsi quale sia la “vera” realtà, esattamente come fa Anthony.

The Father, il cast

Le interpretazioni di Anthony Hopkins e Olivia Colman sono dolorosamente travolgenti. Si tratta di due persone che stanno affrontando con sofferenza le conseguenze di una malattia e gli attori consentono allo spettatore di comprendere a pieno i due lati di una stessa medaglia. Da un lato Anne, la figlia, è un’eroina che silenziosamente ripete giorno dopo giorno i gesti necessari per tenere integro il padre e affronta stoicamente anche le accuse di furto mossele dal genitore. Dall’altro Anthony si muove incerto in una realtà che non riconosce e non comprende più appieno. 

Lo spettatore si sentirà trasportato in un turbine di emozioni, in una climax dirompente, fino a raggiungere, forse, la pace in un finale poetico.

Agli Oscar 2021 The Father ha vinto due premi: migliore sceneggiatura non originale a Zeller e miglior attore protagonista a Anthony Hopkins, che conquista questa statuetta per la seconda volta nella sua vita dopo Il silenzio degli innocenti. The Father era candidato anche a miglior film, migliore attrice non protagonista, miglior montaggio, migliore scenografia.

La pellicola sarà disponibile nelle sale cinematografiche a partire dal 20 maggio.

Il mio voto è cinque stelle su cinque.

Valeria de Bari

E se vuoi leggere la recensione del “miglior film” agli Oscar 2021 eccola!

Postura e ambiente: quanto influiscono sul proprio lavoro?

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Quanto può essere fastidioso non riuscire a concentrarsi durante il lavoro o lo studio, oppure sforzarsi in tutti i modi ma non essere realmente sul pezzo?

E’ una cosa banale, ma non tutti sono a conoscenza del fatto che la postura e l’ambiente che ci circonda sono fondamentali per poter massimizzare le proprie prestazioni cognitive.

Non è semplice mantenere sempre una posizione giusta e contemporaneamente comoda per periodi prolungati, ma con un po’ di allenamento entrerà a pieno nei propri automatismi e non ce ne renderemo conto.

Una postura eretta significa tenere la schiena dritta, rilassando i muscoli e assecondando le curve naturali del dorso per non sentirsi troppo stanchi dopo una sessione di studio/lavoro. E’ inoltre importante appoggiare entrambi i piedi al pavimento, formando un angolo retto con le ginocchia.

Per far sì che tutto ciò avvenga con successo occorre avere un appoggio comodo e ergonomico. Una sedia troppo morbida o con molti cuscini non aiuta, stiamo pur sempre lavorando! Le migliori sono le sedie da scrivania o quelle da gaming utilizzate dai videogiocatori che, sottoponendosi a lunghissime sessioni di gioco, non possono permettersi di “soffrire” a causa della postura.

Da considerare è anche la distanza tra l’oggetto su cui ci vogliamo concentrare (un computer, un libro o un leggio) e i propri occhi: essa dovrebbe essere di almeno 60 cm. Per diminuire ulteriormente l’affaticamento degli occhi è consigliare l’applicazione di un filtro per la luce blu proveniente dai display dei nostri dispositivi (chiamato anche modalità luce notturna su Windows o Night Shifter sui dispositivi iOS). Una posizione corretta significa, oltre che maggiore concentrazione, anche una migliore visione se la distanza dall’oggetto su cui ci focalizziamo è giusta e il massimo afflusso di sangue e ossigeno al proprio cervello.

Passando all’ambiente, questo è un altro importantissimo fattore che potrà aiutare la propria concentrazione. Partendo dall’illuminazione, essa è importante per non affaticare la vista. Sui fogli, ma anche sui display, sono da evitare fastidiose zone d’ombra o fastidiosi riflessi della luce, la luminosità non si deve focalizzare su un punto (ad esempio il foglio) ma deve essere ampia, occorre quindi evitare forti lampade che proiettano il raggio di luce solo in un punto. La migliore luce resta sempre quella naturale, quindi posizionare la propria scrivania vicino ad una finestra renderà il proprio lavoro molto più piacevole.

Per quanto riguarda la predisposizione della propria postazione, è più che necessario prendere delle precauzioni al fine di prevenire eventuali problemi futuri.

Tra i consigli degli esperti troviamo:

  • allestire una scrivania o un tavolo regolabile, ampio e sgombro che lasci spazio alle gambe e una sedia comoda, regolabile in altezza e in inclinazione;
  • uno schermo sufficientemente ampio, inclinabile e regolabile sia in altezza che in luminosità;
  • una tastiera con caratteri leggibili, meglio se distaccata dal display e vicina alle braccia;
  • l’ambiente circostante, oltre che essere sufficientemente illuminato, deve presentarsi privo di rumori eccessivi e con una giusta temperatura.

Non sono da escludere le pause: uno stop minimo di 15 minuti è fondamentale, almeno ogni due ore di lavoro continuativo davanti a un libro o a un dispositivo. Ancora meglio se durante questi intervalli si svolge una qualsiasi attività motoria, obbligatoriamente lontani da display e monitor di ogni genere.

Cenerentola 2021: quando e dove esce il live action con Camila Cabello?

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I sogni son desideri, chiusi in fondo al cuor… Quanti di noi sono cresciuti cantando le canzoni di Cenerentola? Ebbene, tutti gli amanti della Disney anche quest’anno avranno la loro dose di principesse moderne. Dopo la Cenerentola con Lily Allen (2015), arriva in streaming un nuovo musical, per la regia di Kay Cannon. Protagonista la talentuosa Camila Cabello. Cenerentola, quindi, non sarà bionda, ma sarà una fantastica latina!

Da settembre 2021 su Amazon Prime Video

Cenerentola di Kay Cannon con un cast di star, tra cui la cantautrice nominata ai Grammy Camila Cabello, Idina Menzel e Billy Porter, sarà disponibile in esclusiva su Prime Video in 240 Paesi e territori nel mondo in settembre. L’attesissimo musical include sia canzoni pop di artisti internazionali contemporanei sia canzoni originali di Camila Cabello e Idina Menzel.

Come ha dichiarato Jennifer Salke, Head of Amazon Studios:

“Cenerentola è un classico che noi tutti conosciamo e amiamo, ma questa volta avrà un tocco inedito e moderno, e sarà interpretato dalla sensazionale Camila Cabello e da un cast di grandi star. Il produttore James Corden e il team creativo sono partiti da questa fiaba amata da tutti e l’hanno rinnovata in una prospettiva fresca e stimolante che piacerà al pubblico e alle famiglie di tutto il mondo. Non potremmo essere più entusiasti di poter far cantare e ballare i nostri clienti sulle note della rivisitazione di Kay Cannon di questo classico.“

Trama del nuovo live action

Cenerentola è un’audace nuova rivisitazione in chiave musical della favola tradizionale con cui tutti siamo cresciuti. La nostra eroina (Cabello) è un’ambiziosa giovane donna con sogni più grandi del mondo in cui vive, ma con l’aiuto di Fab G (Billy Porter), riuscirà a perseverare e infine a realizzare i suoi desideri.

Cast: il principe non è Shawn Mendes

Scritto e diretto da Kay Cannon, con cover di canzoni scritte da alcuni degli artisti musicali più popolari di sempre, Cenerentola conta su un cast di star che include Idina Menzel, Minnie Driver, Nicholas Galitzine, con Billy Porter e Pierce Brosnan. Insomma, il fidanzato storico di Camila non è stato scelto per fare il principe nonostante sia un bravo cantante: peccato! I produttori sono James Corden, Leo Pearlman, Jonathan Kadin e Shannon McIntosh, gli executive producers sono Louise Rosner e Josephine Rose.

Trailer

Vedendo il trailer ci confortiamo subito: nonostante la rivisitazione in chiave moderna, i topini ci saranno e la carrozza pure. Eccolo qui!

Recensione

Ecco la nostra Recensione del film!



Mank, quanto la politica sia parte del Cinema

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Alla cerimonia degli Oscar 2021, la pellicola Mank si è aggiudicata 2 statuette: miglior scenografia e miglior fotografia.

Diretto da David Fincher, ci racconta la vita di Herman J. “Mank” Mankiewicz (Gary Oldman), incaricato da Orson Welles di scrivere una sceneggiatura per lui, su ordine della RKO. Sarà l’inizio dell’enorme epopea di questo sceneggiatore, che farà nascere il film che ha cambiato completamente la storia del Cinema: Quarto Potere.

Una sceneggiatura che non avrà vita facile, poiché gran parte del carattere del protagonista Foster Kane e della sua storia, Mank ne trae ispirazione dall’editore William Hearst (Charles Dance). I due possiedono una visione abbastanza diversa della vita e della morale: il magnate infatti, durante la campagna elettorale del governatore della California, è disposto a creare, attraverso la sua influenza e le sue conoscenze, cinegiornali falsi per screditare il candidato democratico. Parte attiva di questa falsa propaganda è Louis B.Mayer, il capo della MGM (nonché dello stesso Mank).

La storia però non risparmierà neanche Welles, che nonostante il lavoro sia stato portato in tempo, non vuole dividere il merito dell’opera con Mank. Riuscirà lo sceneggiatore a far valere i suoi diritti?

Nato da una sceneggiatura di suo padre, David Fincher dirige un film molto particolare.

Distribuito dalla piattaforma Netflix, la pellicola ci racconta un po’ il dietro le quinte di Quarto Potere: film essenziale per comprendere a pieno tutta la trama di Mank. Lungo, forse anche un po’ troppo per la trama narrata (ben 131 minuti), ha dalla sua delle particolarità tecniche interessanti: campi lunghi, spezzati, utilizzo del flashback come la pellicola originale del ’40. Bello l’utilizzo del bianco e nero e Gary Oldman è ben inserito nella parte.

Ma…

Troppo purismo, troppe scene inutili ai fini della trama se non un mero gusto di regia. Premi meritati, ma un po’ troppo pretenzioso. A chi ama il regista, sostenitore della suspense, può rimanerne profondamente deluso: è lontano dalla ricerca psicologica di Seven, dalla descrizione dell’esplosione intime di Fight Club.

È una mera ossessione portata finalmente alla luce, la soddisfazione di un regista che ormai può fare tutto.

La sceneggiatura infatti (pare) fosse pronta già dalla metà degli anni ’90: in un primo progetto la parte di Mank sembrava fosse stata ideata per Kevin Spacey (con cui Fincher aveva collaborato in Seven) e Jodie Foster per il ruolo dell’ingenua Marion Davies (qui interpretata da Amanda Seyfried). Ora però le cose sono diverse. Molti infatti hanno giudicato il film negativamente, senza aver mai visto la pellicola di Welles: errore da penna rossa. Comunque il regista si è detto soddisfatto e il plauso di una parte della critica è arrivata: i due Oscar ne sono la testimonianza.

A mio avviso, si poteva fare meglio e diversamente, senza troppi sperimentalismi. 3 stelle su 5.

Francesco Fario

“Il sale della terra”: il cruento romanzo di Jeanine Cummins

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Il sale della terra è un libro di Jeanine Cummins pubblicato in Italia da Feltrinelli.

Jeanine Cummins, in questo romanzo cruento, descrive la dura realtà dei migranti latinoamericani – che tentano la traversata del continente per raggiungere gli Stati Uniti – intrecciandola con una storia ansiogena e coinvolgente da cui il lettore non riesce a staccarsi. Tutto ha inizio ad Acapulco, una città del Messico che ci fa subito venire in mente immagini da cartolina: spiagge di sabbia finissima, mare cristallino e palme che si muovono grazie alla brezza. Ma oggi la perla del Pacifico è molto diversa dalla città presente nell’immaginario collettivo: il narcotraffico è la causa principale degli omicidi, delle dimostrazioni intimidatorie di efferata violenza, degli spargimenti di sangue che si compiono quotidianamente.

Il sale della terra: l’Odissea di una madre e di un figlio

In questa città messicana vive Lydia, che si divide tra la sua libreria e la famiglia costruita con il marito Sebastián, giornalista, e il figlio Luca, otto anni, un’intelligenza fuori dal comune e una grandissima passione per la geografia. La vita di Lydia sarà letteralmente sconvolta da un giorno all’altro, quando un commando di uomini armati del Cartello irrompe alla Quinceañera della nipote e uccide tutti i suoi cari. Nascosti in bagno, solo Lydia e Luca si salvano dalla carneficina, e per loro inizia una lunga, difficile ed estenuante fuga verso gli Stati Uniti. Nella loro Odissea Lydia e Luca dovranno prendere la via dei migranti: questo comporta anche salire sulla Bestia, il treno merci su cui i migranti si arrampicano al volo rischiando di finire investiti, stritolati o mutilati.

Madre e figlio riusciranno a raggiungere il confine? I sicari li troveranno? E perché il boss dello Stato del Guerrero li vuole uccidere?

Il sale della terra: la recensione

Questo romanzo è prima di tutto un libro coinvolgente da cui è difficile staccarsi. Pagina dopo pagina il lettore o la lettrice si sente totalmente assorbito dalla narrazione e dalle vite dei protagonisti, ai quali si sente irrimediabilmente vicino. La narrazione presenta tutti gli elementi del classico thriller: un cattivo implacabile; una corsa contro il tempo per la salvezza; un bambino prodigio (Luca ha un “senso intrinseco della sua posizione sul globo, come un GPS umano, che si fa strada attraverso l’universo”); un’attrazione fatale. Ma Il sale della terra non è soltanto questo.

Si tratta di un libro che ci emoziona in modo cruento, violento e a volte crudele, perché ci costringe a guardare ciò che non ignoriamo ma di cui spesso ci dimentichiamo: la difficoltà delle esistenze dei migranti, costretti, loro malgrado, ad abbandonare la terra natia per cercare di sopravvivere in un Paese “migliore”.

Il sale della terra dovrebbe essere un romanzo da proporre nelle scuole dei Paesi occidentali, perché descrive la dura vita del migrante, impegnato in una traversata ai limiti della dignità umana nella speranza di poter riconquistare la sua perduta libertà.

I migranti, presentati da alcuni politici come predatori e delinquenti, sono le vere vittime e, quando e se arrivano a destinazione, hanno bisogno di compassione, non di disprezzo. Ne hanno passate talmente tante che non sono più abituati alla gentilezza, quando la trovano, degli esseri umani.

Quando arrivano, sono esausti. La città garantisce una buona assistenza ai migranti e questo […] crea un po’ di problemi a Luca. Non riesce a spiegarsi la gentilezza sincera degli sconosciuti. Sembra impossibile che le persone buone vivano nello stesso mondo in cui gli uomini uccidono intere famiglie alle feste di compleanno e poi se ne stanno lì in mezzo ai cadaveri a mangiare il loro pollo. Ogni volta che prova a conciliare i due fatti dal cervello di Luca esce solo un brusio confuso.

Il sale della terra è una lettura difficile, perché affronta apertamente temi pesanti come la corruzione della polizia, l’ingiustizia, la crudeltà dell’essere umano, la metabolizzazione del lutto, la lotta per la libertà e per la vita. Jeanine Cummins crea un trauma così immenso e intenso che non possiamo fare a meno di lasciarci trascinare dalla forza del suo pathos.

È tra le letture imperdibili dell’anno.

Valeria de Bari

The Handmaid’s Tale 4: recensione del quinto episodio

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“Chicago”

Chicago s’intitola e porta con sé, questo quinto episodio di The Handmaid’s Tale; quasi la malinconia di un mondo superato, passato, che non è più. E allo stesso tempo, è arrivato il momento delle riappropriazioni. Si cambia vestito, si cambia posto, si cambiano abitudini. Alcune no, però.

Come quella di camminare insieme, ché insieme ci hanno insegnato a camminare a Gilead. Quelle compagne forzate sono diventate le nostre sorelle mentre eravamo schiave dell’uomo, schiave della donna, schiave della società. Mentre abbiamo perso il controllo del corpo, e a volte, anche quello della mente. Ecco, in questo quinto episodio torna questo leit motiv, torna il sapore di un cambiamento che ci porteremo dietro per sempre. Noi ancelle, noi spettatori, noi umani.

Sarebbe tutto molto poetico se non fosse che June ormai è diventata una sorta di essere immortale. L’unica a restare sempre in piedi è lei, e possiamo capirlo: è la protagonista. Ma forse ci sarebbero modi più eleganti per non ricordarci costantemente che June non può morire. Ed è proprio nell’ennesima fuga che June e Janine sono di nuovo insieme. June, che la vuole proteggere, come una mamma lupa, e Janine che, nel suo candore, alla fine fa a modo suo, e quasi stupisce l’indomita protagonista. Dura, feroce June, che quasi non se l’aspetta dall’agnello tutta questa forza. E sbaglia. Sbaglia a giudicare gli altri secondo il suo standard, ma lo fa un po’ per affetto, un po’ per presunzione, un po’ perché a Gilead tanto tempo per i voli pindarici davvero non ce n’è.

E poi, una novità: luci sugli uomini, anche. Quel Nick che fino ad oggi è stato un’ombra, quell’uomo che non abbiamo compreso, inizia ad essere raccontato. Ma ancora troppo poco per capirlo davvero. E ora che June è ad un passo dalla libertà, ora che dovrà fare i conti con quello che ha lasciato alle sue spalle – suo marito, sua figlia – forse i riflettori potranno accendersi sulle figure che hanno accompagnato fin qui l’ancella ribelle.

Speriamo, viste che le fughe sembrano essere finalmente finite. Forse ora arriverà il tempo della caccia.

Alessia Pizzi

Tutte le informazioni su The Handmaid’s Tale

Promo episodio 4×6

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Fosse/Verdon su Disney+: life is a Cabaret!

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Su Disney+ la serie sulla vita di Bob Fosse e Gwen Verdon, una grande giostra dalla quale non vorrete scendere.

Una coppia nella vita, nell’arte, sul palco, nelle manie, nella smania di apparire, esserci, essere eterni. Non poteva finire certo benissimo. Quando due personalità di questa caratura si incontrano sono sempre alti altissimi e bassi bassissimi, ma i frutti di queste esplosioni li gustiamo ancora oggi.
La serie Fosse/Verdon, prodotta da FX e visibile su Disney +, è un riuscitissimo prodotto che non è biopic, non è musical, non è documentario, è semplicemente il racconto della loro vita, che già di per sé sembra una sceneggiatura pronta per Hollywood. Gli 8 episodi seguono un montaggio temporale non lineare, con flashback a flashforward che permettono allo spettatore di immergersi fin da subito nelle mille sfaccettature di questi due personaggi.

Chi sono Bob Fosse e Gwen Verdon?

Gwen Verdon è stata solo in un secondo momento “la moglie di Bob Fosse”, prima era una notissima ballerina e attrice di BroadwayBob Fosse, nel momento in cui la incontra, è invece un coreografo reduce da un flop. Insieme lavorano per Damn Yankees e sanciscono in quel momento un patto per la vita, che li porterà a creare opere immortali come Cabaret e Chicago.

La danza per loro è un veicolo verso una nuova epoca espressiva, le coreografie vengono spinte sempre qualche metro oltre il già visto: 40 anni dopo, per dirne una, Beyoncé dichiarò di essersi ispirata a loro per la coreografia di “Single Ladies”. Ed è fantastico vedere le prove del corpo di ballo, i movimenti ritmati, a volte appositamente comici e sgraziati, come il bellissimo e straniante mambo “Who’s got the pain”, qui ballato dagli originali a Broadway:

Le emozioni che suscita Fosse/Verdon sono contrastanti e variegate

Oggettivamente, non si può rimanere indifferenti davanti alla genialità del coreografo e poi regista Bob Fosse, al dietro le quinte di uno spettacolo senza digitale, dove il processo creativo era in diretta, tra musicisti al piano, montatori svegli tutta la notte tra chilometri di pellicole e tantissime idee profumate di nuovo. Nell’episodio del weekend al mare all’improvviso realizzi che quel timido amico occhialuto è Neil Simon e quell’altro un po’ sarcastico è Paddy Chayefsky, sceneggiatore di Quinto Potere e tre volte premio Oscar.

Questo effetto wow fatto di genialità, lustrini, luci della ribalta, party sfarzosi permea tutti gli episodi, ed è difficilissimo alternarlo agli altri sentimenti di cui vi parlavo prima. Fosse era un Weinstein ante litteram, diciamo, un molestatore, manipolatore, ricattatore. Le ballerine sapevano di dover pagare il dazio per ottenere una battuta in più, una coreografia più lunga o anche solo per mantenere il posto. Traditore seriale senza rimorsi, marito carente e padre assente, nella serie lo vediamo comportarsi come desidera senza pensare alle conseguenze. Tra abuso di alcol, fumo e droghe, resta sempre fermo sulle sue convinzioni e profondamente vittima delle sue insicurezze. Gwen Verdon, d’altro canto, se inizialmente sembra una moglie di grande supporto che aiuta Bob in ogni circostanza, punto di riferimento artistico e personale del marito, ha un’evoluzione verso il protagonismo e la sete di visibilità, da perfetto cliché dell’attrice over 40.

Le scelte stilistiche

Chi guarda non sa bene cosa sta guardando: realtà, finzione, visioni? Tutto si fonde insieme. In moltissimi momenti si sentono i passi del tip tap sul legno, che sono nella testa di Bob Fosse nel suo eterno ripensare alla sua difficile infanzia. Vediamo ciclicamente una scena di lui che si butta dal balcone, espressione del suo dolore di vivere. Anche la vita di Gwen Verdon viene raccontata in modo viscerale: la violenza subita, un figlio non voluto, la sua fuga dalla vecchia vita per sfondare come ballerina. La sua gioia e determinazione nell’essere arrivata al top, di aver vinto sulla vita che le era stata prospettata da giovanissima, sempre con un sorriso smagliante che, episodio dopo episodio, diventa sempre più una maschera. I ritmi sincopati delle coreografie che provano seguono i ritmi delle loro giornate folli, i toni scuri di Chicago rispecchiano le loro ansie e le loro crisi di coppia, il loro ultimo spettacolo insieme sembra la metafora della loro coppia: nonostante tutto, non funziona come dovrebbe.

Queste drammatiche ma splendenti esistenze si incontrano e creano un sodalizio più forte di qualunque altro amore o carriera: rimarranno colleghi di lavoro e sposati, anche se separati, fino all’ultimo istante, quando Bob muore davanti al teatro dove stanno dando il loro ultimo spettacolo teatrale.

Tre motivi per vedere Foss/Verdon

    • L’interpretazione stupefacente di Michelle Williams (che ho adorato anche in “Dopo il matrimonio) e Sam Rockwell (divertentissimo in “Jojo Rabbit“)
    • L’immersione nelle coreografie e negli spettacoli
    • La sceneggiatura coinvolgente

E se Fosse/Verdon vi farà venire voglia di musical, vi consiglio di vedere Hamilton, sempre su Disney +!

Micaela Paciotti

Tertulliano e l’Apologeticum in pillole

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Il rapporto tra cultura classica e religione cristiana non ha mai avuto un esito univoco: c’è chi, da una parte, cerca di tenere un atteggiamento di apertura verso il cristianesimo, come Felice; chi, dall’altra, come Tertulliano, risulta essere molto più chiuso.

Dopo aver compiuto buoni studi di retorica e diritto, proprio grazie a questi diventerà un “grande avvocato, difensore del cristianesimo“; nelle sue opere, infatti, non c’è solo l’entusiasmo tipico del neofita, ma anche un atteggiamento estremo, come si può vedere dal suo scritto più famoso: l’Apologeticum.

Apologeticum

In tale opera Tertulliano, con tono acceso e barocco, con vasto uso dell’iperbole, condanna il paganesimo attraverso una requisitoria che ha lo scopo di ribaltare le tradizionali accuse contro i cristiani: la religione politeista greco-romana è immorale, trasmette miti di incesti e fratricidi; per di più, sono i pagani che venerano l’imperatore, macchiandosi di empietà:

Apologeticum [2; 5-7, 12, 20]: «[5] Quando si tratta di noi, nulla di simile: eppure sarebbe altrettanto necessario strappare con la tortura la confessione delle false imputazioni; sarebbe necessario sapere dall’imputato di quante carni d’infanti avesse guastato, quanti incesti avesse perpetrato nell’ombra, quali cuochi e quali cani avessero assistito alle orgi infami. Insigne titolo di gloria per un governatore di provincia che potesse mettere la mano su un cristiano che si fosse nutrito delle carni di cento infanti!

[6] E invece noi abbiamo trovato che è stata perfino proibita l’inchiesta a nostra riguardo. Plinio il giovane, nel momento in cui governava una provincia, dopo avere condannato alcuni cristiani ed averne spinti altri fuori della loro professione di fede, messo in allarme dal loro strabocchevole numero, credette opportuno consultare Traiano, allora imperatore, sul modo di comportarsi in avvenire, confessando che, all’infuori della loro ostinata volontà di non partecipare a sacrifici, null’altro aveva potuto trovare di imputabile nella celebrazione dei loro misteri, se non che usavano adunarsi alle prime luci del giorno, per sciogliere inni a Cristo qual Dio e per astringersi in una disciplina che vietava formalmente l’omicidio, l’adulterio, la frode, la perfidia e qualsiasi altro atto delittuoso.

[7] E Traiano rispose che gente di tal natura non doveva essere ricercata, ma doveva però essere punita, qualora fosse stata deferita dalle autorità. […]

[12] Evidentemente voi non volete che noi scompariamo dalla vita, pur considerandoci incorreggibili scellerati. Persistete nel dire ad un omicida: nega, e condannate ad essere fatto a pezzi un sacrilego che persista nella sua confessione. Se non agite così di fronte a criminali palesi, vuol dire che ci giudicate del tutto innocenti, poiché solo pensando che ci giudichiate innocenti, si può comprendere che voi non vogliate farci persistere in una confessione, che, evidentemente, per una presupposta necessità, e non per senso di giustizia, voi ritenete condannabile.

[20] E di fatto, quando voi leggete sulla tavoletta l’imputazione, che cosa mai leggete? Cristiano! E allora, perché non lo imputate di omicidio, se il cristiano è per consegna omicida? Perché non lo dite pure incestuoso e non gli attribuite tutte le altre imputazioni, che voi sottintendete nel nome di cristiano? Sol per noi vi vergognate o vi ripugna di chiamare col loro nome le scelleratezze che ci attribuite? Se l’appellativo di cristiano non implica alcuna imputazione criminosa, è veramente il colmo della fatuità fare del solo nome una colpa.»

In questi pochi paragrafi si può vedere come Tertulliano usi con grandissima abilità la retorica classica: ai pagani manca la prova delle accuse contro i cristiani, che dovrebbe essere la base della condanna; i Romani, in questo modo, stanno tradendo lo ius che loro stessi hanno creato ed esportato.

De spectaculis

Tra le opere di carattere morale spicca il De spectaculis, riservato ai ludi teatrali visti come strumenti del demonio.

De spectaculis [30]: «Il Giudizio Universale.
E il Signore in quel giorno otterrà sicuro della sua vittoria, nella sua piena forza, in assoluto fulgore di trionfo: oh, quale lo spettacolo che ci attende! Quale, dunque, la felicità degli angeli del Signore? E la gloria e l’esultanza dei santi che risorgeranno? Quale il regno dei giusti? Quale ci apparirà la Gerusalemme del cielo? Ma quante altre visioni s’apriranno
davanti ai nostri occhi: oh, il giorno estremo di un giudizio irrevocabile: giorno, da tanta gente non atteso e non creduto; su cui si è scetticamente sorriso; che giorno sarà per te quanto, nel divampar dell’incendio, vedrai tramontare il lungo scorrere delle età, vedrai dileguarsi e sparire tanta onda di generazioni! Quale magnificenza di visione! che cosa potrò in essa guardare con ammirazione? e su che gettare il mio riso di scherno e di pietà? quale la ragione della mia gioia e della mia esultanza? Oh, quando vedrò tanti re che si facevano sicuri d’essere accolti nel cielo, ed invece li sentirò piangere e rammaricarsi nelle tenebre più fitte e profonde, con Giove stesso e tutti i suoi satelliti! e che dirò di quegli illustri che pure infieriscono con tanta crudeltà nel nome Cristiano, quando saranno straziati dalle fiamme che li consumeranno, ben più tremende di quelle colle quali essi una volta tormentavano ed uccidevano i Cristiani? Ed anche i filosofi si vedranno nel fuoco, coi loro seguaci; quei saggi che volevano convincere come nulla fosse in possesso e in dominio di Dio: essi proveranno la maggiore vergogna per avere affermato o che le anime non esistessero affatto o che, comunque, esse non avrebbero più mai riavuto il corpo entro il quale stettero una volta. Ed anche vi si troveranno i poeti, non più tremanti di fronte al tribunale di Radamanto o di Minosse, ma per il giudizio di Cristo a cui essi non credettero mai: bisognerà allora stare a sentire i grandi autori tragici… ed essi non canteranno più le sventure degli altri, ma bensì piangeranno le proprie calamità… e come gli istrioni salteranno e si moveranno più agilmente, che il fuoco avrà
loro sciolto le membra! Si vedrà allora chi una volta guidò la quadriga ad una ruota, in pieno ardore di fiamma, si vedranno non più gli atleti esercitarsi nelle loro scuole, ma nel tormento del fuoco. Ma io bensì neppure allora vorrò volgere su loro il mio sguardo; come quegli che desidero sopratutto fissare l’occhio insaziabile, piuttosto su coloro che contro il Signore incrudelirono tanto. È costui, lo dirò chiaramente loro, quel figliuolo di un fabbro, di un povero operaio che traeva la vita dal lavoro giornaliero, il distruttore del sabato, il Samaritano, quel che pareva avesse in sè una potenza strana ed avversa. Voi lo compraste da Giuda e fu lui che fu percosso con una canna e con schiaffi, fu lui a cui fu recato l’oltraggio maggiore d’essere avvilito dall’uomo; egli ebbe per bevanda fiele ed aceto. Questi è Colui che i discepoli cercarono di nascondere, perché apparisse come risorto un giorno, e che fu allontanato da chi era il padrone dell’orto, perché appunto le insalate che quivi crescevano non subissero danni, per il numero grande di coloro che
accorrevano in quel luogo. Dimmi ora; il pretore, il console, il questore, i sacerdoti, in tutta la loro splendida liberalità, che cosa ti potranno offrire, perché tu abbia la facoltà di godere di meraviglie di ogni specie? Tali cose, in certo modo, è la fede che l’anima e le presenta al nostro spirito, quasi in piena apparenza di realtà. E che dovrò dire poi di tutte le altre
immagini che non cadono sotto i nostri occhi, non colpiscono i nostri orecchi, né sono mai giunte fino all’intima mente dell’uomo? Penso che debbano colpire ben più profondamente l’anima nostra che non il circo, ed ogni altro recinto dedicato a rappresentazioni varie e molteplici.
»

Di fronte agli spettacoli pagani, considerati immorali, Tertulliano contrappone lo “spettacolo”, o meglio, la “visione” del giudizio universale: tremenda sarà la punizione di filosofi, poeti, attori, atleti pagani e i persecutori dei cristiani, che saranno costretti ad ardere nel fuoco eterno.

Tale tema si ricollega all’idea del potere corruttore della folla di Seneca:

Epistole a Lucilio [7;1-5]: «Mi chiedi cosa soprattutto dovresti evitare? La folla. Non ti affiderai ancora tranquillamente ad essa. Io cer tamente ammetterò la mia debolezza: quando rientro in casa non sono mai lo stesso che ne è uscito. Si scom pone in parte l’equilibrio che avevo già raggiunto; ritorna qualcuno dei vizi che avevo messo in fuga. Ciò che capita agli ammalati, che una lunga infermità li riduce al punto che non possono mai uscire senza risentirne, questo avviene a noi, i cui animi si stanno riprendendo in seguito ad una lunga malattia.

La frequentazione di molte persone è dannosa: ognuno ci suggerisce un vizio o ce lo trasmette o ce lo attacca senza che ce ne accorgiamo. In ogni caso, quanto è maggiore la folla cui ci mescoliamo, tanto più c’è pericolo. Ma non c’è nulla tanto dannoso ai buoni costumi quanto l’abbandonarsi a qualche spettacolo: infatti allora i vizi si insinuano più fa cilmente attraverso il piacere. Cosa pensi che io intenda dire? Ritorno più avido, più ambizioso, più cor rotto, anzi più crudele ed inumano, perché sono stato tra gli uomini. Per caso sono capitato nello spetta colo di mezzogiorno: mi aspettavo scene scherzose e battute di spirito e un po’ di distensione con cui gli oc chi si riposassero dallo spettacolo del sangue umano.

È tutto l’opposto: tutti i combattimenti precedenti erano atti di compassione, ora, lasciando da parte gli scherzi, sono semplici omicidi. Non hanno nulla con cui proteggersi: esposti ai colpi con tutto il corpo non colpiscono mai a vuoto. La maggior parte della gente prefe ri sce questo alle solite coppie di gladiatori e a quelle richieste. Perché non dovrebbero preferirli? La spada non è trattenuta dall’elmo né dallo scudo. A che le difese? A che l’abilità? Tutto ciò ritarda la morte. Al mat tino gli uomini sono esposti ai leoni e agli orsi, a mezzogiorno ai loro spettatori. Ordinano che chi ha ucciso sia esposto a chi lo ucciderà e tengono in serbo il vincitore per un’altra strage; la conclusione per i combattenti è la morte: si procede col ferro e il fuoco. Questo avviene mentre lo spettacolo nell’arena è sospeso. “Ma uno ha commesso una rapina, ha ucciso un uomo”.

E allora? Per il fatto che ha ucciso, egli ha meritato di subire questo; tu, infelice, cosa hai meritato per stare a guardare questo spettacolo? “Ammazza, frusta, brucia! Perché ha tanta paura a gettarsi sulla spada? Perché ammazza con poco coraggio? Perché ha poca voglia di morire? Lo si frusti per spingerlo a colpire, ricevano colpi reciproci col petto scoperto e indifeso”. Lo spettacolo è sospeso. “Intanto si sgozzi qualcuno, per non stare a far niente”. Via, non capite nemmeno que sto, che i cattivi esempi si ritorcono contro chi li dà? Ringraziate gli dèi, che date lezioni di crudeltà a chi non può impararla.» (dalla traduzione di Citti)

Il tema delle torbide energie della folla si intreccia con la polemica verso la funzione diseducativa dei ludi; Seneca li denigra, poiché lo spettacolo può portare a passioni incontrollabili. Un uomo di potere dovrebbe regolare questi spettacoli dove un uomo è costretto ad uccidere un suo simile.

In un passo delle Confessioni di Agostino c’è un’analoga considerazione della forza corrutrice delle folle:

Confessioni [VI, 8]: «Senza per questo abbandonare, è vero, la via del mondo, di cui i genitori gli avevano magnificato l’incanto, mi aveva preceduto a Roma per studiare diritto, e là in circostanze incredibili fu ripreso da un’ incredibile passione per gli spettacoli gladiatori. Lui rifiutava di andarci e li aveva in odio, quando un giorno incontrò dei suoi amici e condiscepoli, forse di ritorno da un pranzo, e quelli, nonostante le sue vigorose proteste e i tentativi di resistere a quella cameratesca violenza, lo trascinarono in teatro: erano giorni di giochi crudeli, mortali.

Diceva: “Sì, trascinate pure il mio corpo e mettetelo lì: potete forse rivolger la mia mente e gli occhi a quegli spettacoli? Ci sarò senza esserci, l’avrò vinta su di voi e di quelli”. Non per questo rinunciarono a tirarselo dietro, forse desiderosi di metterlo alla prova. Una volta arrivati si sistemarono nei posti che riuscirono a trovare: ovunque imperversava già il piacere della ferocia. Serrò le porte degli occhi e proibì all’anima di uscire in mezzo a tanto male. Magari si fosse turato anche le orecchie! A un certo punto del combattimento, l’immane boato della folla ruppe le sue difese: vinto dalla curiosità e come fosse stato pronto, qualunque cosa fosse accaduta, a disdegnare quello spettacolo e ad averne ragione, aprì gli occhi. E soffrì nell’anima una ferita più grave di quella inferta al corpo del gladiatore che aveva voluto vedere; e cadde, più infelice di lui che con la sua caduta aveva scatenato quell’urlo. Il quale gli era penetrato per le orecchie e gli spalancò gli occhi, per aprire un varco al colpo che avrebbe ferito e abbattuto quell’animo ancora più temerario che forte, e tanto più debole quanto più s’era fidato di sé, quando la fiducia doveva riporla in te.

Veduto che ebbe quel sangue, già ne aveva bevuta la ferocia e non se ne distolse: tenne lo sguardo fisso e assorbiva il furore e non sapeva, e prendeva gusto a quel combattimento atroce e s’ubriacava di un piacere crudele. E già non era più quello che era stato entrando, ma uno della folla alla quale s’era unito, vero complice di quelli che l’avevano prima trascinato. Che altro dire? Guardò, gridò, prese fuoco e si portò via con sé quella pazzia che lo avrebbe pungolato a tornarci con quelli che prima lo avevano trascinato, anzi di più, davanti a loro, trascinandone altri a sua volta. E tuttavia lo hai strappato di là con tutta la forza e la tenerezza della tua mano, e gli hai insegnato a non avere fiducia in sé, ma in te: questo però molto più tardi.»

Alipio, amico e discepolo di Agostino, si lascia trascinare dai giochi del Circo, perché crede di non farsi coinvolgere troppo emotivamente; al contrario, diventa appassionato di questi giochi.

Lorenzo Cardano

“Time”: la storia di Fox Rich raccontata da Garrett Bradley

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Nel settembre 1997 Rob Richardson e sua moglie Sibil Fox rapinano una banca. Lui viene condannato a 60 anni di prigione da scontare ad Angola, il Louisiana State Penitentiary, uno degli istituti più sanguinosi degli States. Lei patteggia a tre anni e mezzo.

La vita di Fox Rich

Con la regia di Garrett Bradley, il film documentario racconta la vita di Fox Rich (è così che si farà chiamare) e della sua famiglia americana composta da 6 figli, fondendo materiale d’archivio e filmati privati.

Il film ha debuttato al Sundance Film Festival nel 2020 ed è stato disponibile gratuitamente per una settimana su Amazon Prime Video e su You Tube per la sua candidatura agli Oscar 2021. Ha già collezionato una serie di premi fra cui il Gotham Award, il National Board of Review, il National Society of Film Critics, il New York Film Critics Circle, Los Angeles Film Critics Association, il Black Film Critics Circle e il Best Director award for US Documentary Competition.

“Eravamo disperati – dice la Fox – e le persone disperate fanno cose disperate”.

E così, dopo il tentativo di mantenere a fatica aperto un negozio di HIP-HOP, rapinano la Grambling Federal Credit Union, un furto di cinquemila dollari per i quali Fox Rich riceve una pena patteggiando a tre anni e mezzo di reclusione, Rob una di sessanta.

Dinanzi a quei sessant’anni di ingiusta reclusione inizia la ribellione di Fox, che si rivolge alle “due milioni di persone vittime dell’incarcerazione di persone povere e di colore”. Rob viene liberato nel 2018 grazie al Governatore John Bel Edwards, dopo più di vent’anni di galera.

La Fox, in una sorta di vlog in bianco e nero, accorcia le distanze con il marito filmando di tutto: feste di compleanno, il primo giorno di scuola, le lauree dei figli maggiori, gli auguri per la feste del papà fatti da un telefono. Nelle sue riprese amatoriali si nota facilmente lo scorrere del tempo in base all’utilizzo dei mezzi usati: dalle vecchie cineprese, all’ iphone, passando per le risoluzioni delle immagini stesse. Bradley prende queste riprese di Fox Rich e le monta senza rispettare un ordine cronologico quasi a voler sembrare volutamente confusionaria in alcuni punti, quasi a voler assomigliare alla vita di questa famiglia.

Queste riprese vengono poi intervallate alle scene moderne e professionali del film, fatte anch’esse in bianco e nero.  Ad accompagnare le immagini le composizioni di Jamieson Shaw e Edwin Montgomery e le registrazione degli anni Sessanta dei brani di Emahoy Tsegué-Maryam Guèbrou.

“Il tempo è ciò che te ne fai”.

Il filo conduttore del film documentario è, come dice il titolo stesso, il tempo. Un tempo lento che potrebbe a tratti risultare pesante in alcune scene, che a volte sembra non trascorrere mai nei lunghi silenzi delle telefonate con il giudice, e che a volte sembra trascorrere troppo in fretta per ritrovarsi, un giorno con i figli già grandi, maggiorenni e laureati.

Una sorta di parallelismo tra passato e presente e tra la vita di Robert Richardons e dello scorrere veloce di quella dei figli.

A prescindere dall’ essere d’accordo o meno con le proteste e le battaglie da lei svolte, Sibil Fox è una grande donna e una grande narratrice, ispirata da sua madre, una donna combattente che le ha insegnato il potere della parola e della voce.

A lei la riconoscenza dell’aver insegnato a sua figlia che il sogno americano può essere reale sono se lo si vuole davvero. A Sibil la riconoscenza di una grande forza nel tener unita la famiglia e nel portare avanti i valori nei quali crede.

Sibil Fox si definisce un’abolizionista. Una donna che vuole veder implodere un sistema penitenziario che distrugge e piega vite umane in virtù di una legge che a volte non è uguale per tutti, un gioco di potere in cui a perdere è (quasi) sempre chi è povero o chi è nero.

Ma “la miglior vendetta è il successo”. 

Così Sibil Fox ripete costantemente a se stessa ogni giorno, pronta a farsi coraggio e a regalarsi pazienza perché a ragionare con certe logiche mette a dura prova la tua sanità mentale. 

Questo film è un documentario di un viaggio personale di Sibil ma anche di tante donne che lottano contro un sistema carcerario fallace.

Un film che merita di essere visto per il trasporto emotivo e il coinvolgimento ma anche per sensibilizzare la popolazione ad uno spaccato di realtà che esiste e che ha sempre poca visibilità.

L’Angola è la più grande prigione di massima sicurezza degli Stati Uniti con 6.300 prigionieri. 

Nata come una piantagione dove gli schiavi tagliavano le canne da zucchero, alla fine dell’ottocento diviene un luogo di detenzione per poi esser trasformata, nel 1901, in una prigione di stato.

Secondo il regolamento attuale, i  detenuti possono incontrare le loro famiglie 7 ore al mese, non possono avere rapporti intimi con i coniugi, le telefonate vengono interrotte bruscamente allo scadere del tempo a disposizione. Queste solo alcune delle restrizioni e delle privazioni che i detenuti subiscono per tutta la durata della pena.

Viene facile domandarsi quanto siano poco tutelati e rispettati i diritti umani e quanta strada ci sia ancora da fare.

Esattamente un anno fa ne parlavo qui con Salvatore Ferraro. Occorre sempre sensibilizzare certe tematiche e Garrett Bradley riesce benissimo a unire argomenti quali il razzismo, la supremazia bianca, i diritti dei detenuti, e la schiavitù ma anche l’amore, la religione, la tradizione e il perdono in ottanta minuti di film.

La parte più bella, a mio avviso, è la scena finale.. un rewind in pieno stile anno ’90 in cui il nastro degli ultimi vent’anni della famiglia Richardson, si riavvolge. Quasi a volerci dire che il tempo non è mai perso e se lo si vuole, permettetemi il gioco di parole, si è sempre in tempo per recuperarlo.

Se avesse vinto l’Oscar sarebbe la prima regista nera di un documentario a ottenerlo.

Definito dal LA TIMES come “Una straziante storia di amore e ingiustizia, è uno dei grandi documentari del 2020”, un film che vale assolutamente la pena di essere visto.

Francesca Sorge

David di Donatello 2021, tutti i vincitori

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Il 5 maggio 2021 si è svolta la 66°edizione dei Premi David di Donatello.

I vincitori 2021

Un premio prestigioso in ambito nazionale, secondo solamente al Leone d’Oro del Festival del Cinema di Venezia. In questa edizione sono stati candidati 23 pellicole, 5 documentari e 5 cortometraggi.

Grande protagonista dell’edizione è stato il film Volevo nascondermi, di Giorgio Dritti, narrante la storia del pittore Antonio Ligabue. La pellicola, già vincitrice dell’Orso d’Argento di Berlino per il miglior attore Protagonista (Elio Germano), si è aggiudicata 7 statuette: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, miglior suono, miglior acconciatore, miglior autore della fotografia e miglior scenografia.

Matilda De Angelis, invece, si aggiudica il David come Miglior Attrice Non Protagonista in L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, di Sydney Sibilia. La pellicola però porta a casa anche il Miglior Attore Non Protagonista, cioè Fabrizio Bentivoglio (alla sua terza statuetta vinta), e i Miglior Effetti Visivi.

Grande successo per Miss Marx, di Susanna Nicchiarelli. Già presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2020, il film ha vinto i Migliori Costumi, Miglior Produttore e Miglior Compositore.

2 David anche a Tolo Tolo, di Luca Medici – noto ai più come Checco Zalone – come David dello Spettatore (cioè per il maggior numero di presenze e non di incassi) e Miglior Canzone.

Pochi premi invece per Favolacce e Hammamet.

Il primo, dei fratelli D’Innocenzo, aveva avuto un buon successo internazionale, vincendo l’Orso d’Argento a Berlino come Miglior Sceneggiatura; ma la concorrenza dei David gli ha permesso di vincere solo il Miglior Montatore. Unico, ma scontato, il David al Miglior Trucco alla pellicola di Amelio: la somiglianza tra Favino e Craxi era visivamente troppo perfetta da non poter essere premiata.

Miglior sceneggiatura invece, purtroppo postuma, a Mattia Torre per Figli, con la regia di Giuseppe Bonito.

Miglior documentario assegnato a Mi chiamo Francesco Totti di Alex Infascelli; mentre il Miglior Corto e Miglior Sceneggiatura Adattata sono andati rispettivamente ad Anne, di Croce e Malchiodi, e Lontano Lontano di De Gregorio: pellicola questa che ha visto l’ultima interpretazione di Ennio Fantastichini

Storico invece è il David alla Miglior Attrice Protagonista a Sophia Loren per La vita davanti a sé, di Edoardo Ponti.

Dopo due Oscar e altri premi internazionali, la Loren ha vinto il suo 7° David come Miglior Attrice, su 7 candidature ricevute. Commovente pensare che il primo lo ricevette 60 anni fa per La Ciociara… Il David, oltre ai 7 citati, si unisce a due Targhe d’Oro, un David Speciale e un David alla Carriera. Ad 86 anni, Sophia ha ricevuto il premio, accompagnata da una standig ovation, commuovendosi ed affermando che, come se fosse la prima volta, ha provato un’immensa emozione.

Tanti i messaggi alla ripartenza della cultura, da Favino a Germano; e tanti gli omaggi ai Maestri che ci hanno lasciato: dalle musiche di Morricone che hanno più volte accompagnato l’edizione all’intervento di Enrico Brignano in ricordo di Gigi Proietti.

Un’edizione in presenza, seppure ridotta, di alcune personalità e premiati; ed altri in collegamento a distanza o dal Teatro dell’Opera di Roma.

Un’edizione però che ci ha dato ufficialmente l’idea della speranza. Interessante la mossa di riprendere la premiazione in prima serata sul primo canale nazionale. L’idea, probabilmente, è una forma di marketing: incuriosire il pubblico, mandarlo al cinema ed aiutare il mondo della Settima Arte a ripartire. Speriamo funzioni…

Francesco Fario

Credits foto: Luca Dammicco e Emanuele Manco

Tutte le candidature

MIGLIOR FILM

Favolacceprodotto da Agostino SACCÀ e Giuseppe SACCÀ per PEPITO PRODUZIONI con RAI CINEMA, con AMKA FILMS PRODUCTION, con VISION DISTRIBUTION, con QMI
per la regia di Fabio e Damiano D’INNOCENZO
Hammametprodotto da Agostino SACCÀ, Maria Grazia SACCÀ, con RAI CINEMA, in associazione con MINERVA PICTURES GROUP ed EVOLUTION PEOPLE
per la regia di Gianni AMELIO
Le sorelle Macalusoprodotto da ROSAMONT, MINIMUM FAX MEDIA, RAI CINEMA
per la regia di Emma DANTE
Miss Marxprodotto da Marta DONZELLI e Gregorio PAONESSA per VIVO FILM con RAI CINEMA, Joseph ROUSCHOP e Valérie BOURNONVILLE per TARANTULA BELGIQUE
per la regia di Susanna NICCHIARELLI
Volevo nascondermiprodotto da Carlo DEGLI ESPOSTI, Nicola SERRA, con RAI CINEMA
per la regia di Giorgio DIRITTI

MIGLIOR REGIA

FavolacceFabio e Damiano D’INNOCENZO
HammametGianni AMELIO
Le sorelle MacalusoEmma DANTE
Miss MarxSusanna NICCHIARELLI
Volevo nascondermiGiorgio DIRITTI

MIGLIORE REGISTA ESORDIENTE

I predatoriPietro CASTELLITTO
MagariGinevra ELKANN
Non odiareMauro MANCINI
Sul più belloAlice FILIPPI
Tolo ToloLuca MEDICI

MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE

Cosa saràFrancesco BRUNI in collaborazione con Kim ROSSI STUART
FavolacceFabio e Damiano D’INNOCENZO
FigliMattia TORRE
I predatoriPietro CASTELLITTO
Volevo nascondermiGiorgio DIRITTI, Tania PEDRONI, Fredo VALLA

MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE

AssandiraSalvatore MEREU
LacciDomenico STARNONE, Francesco PICCOLO, Daniele LUCHETTI
Lasciami andareStefano MORDINI, Francesca MARCIANO, Luca INFASCELLI
Lei mi parla ancoraPupi AVATITommaso AVATI
Lontano lontanoMarco PETTENELLO, Gianni DI GREGORIO

MIGLIOR PRODUTTORE

Favolacceprodotto da Agostino SACCÀ e Giuseppe SACCÀ per PEPITO PRODUZIONI con RAI CINEMA, con AMKA FILMS PRODUCTION, con VISION DISTRIBUTION, con QMI
I predatoriDomenico PROCACCI e Laura PAOLUCCI per FANDANGO con RAI CINEMA
L’incredibile storia dell’Isola delle RoseMatteo ROVERE
Miss MarxMarta DONZELLI e Gregorio PAONESSA per VIVO FILM con RAI CINEMA, Joseph ROUSCHOP e Valérie BOURNONVILLE per TARANTULA BELGIQUE
Volevo nascondermiCarlo DEGLI ESPOSTI, Nicola SERRA, con RAI CINEMA

MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA

18 regaliVittoria PUCCINI
FigliPaola CORTELLESI
Gli anni più belliMicaela RAMAZZOTTI
La vita davanti a séSophia LOREN
LacciAlba ROHRWACHER

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA

Cosa saràKim ROSSI STUART
FigliValerio MASTANDREA
HammametPierfrancesco FAVINO
Lei mi parla ancoraRenato POZZETTO
Volevo nascondermiElio GERMANO

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA

18 regaliBenedetta PORCAROLI
FavolacceBarbara CHICHIARELLI
HammametClaudia GERINI
L’incredibile storia dell’Isola delle RoseMatilda DE ANGELIS
MagariAlba ROHRWACHER

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

FavolacceGabriel MONTESI
FavolacceLino MUSELLA
HammametGiuseppe CEDERNA
L’incredibile storia dell’Isola delle RoseFabrizio BENTIVOGLIO
LacciSilvio ORLANDO

MIGLIOR AUTORE DELLA FOTOGRAFIA*

FavolaccePaolo CARNERA
HammametLuan AMELIO UJKAJ
Le sorelle MacalusoGherardo GOSSI
Miss MarxCrystel FOURNIER
PadrenostroMichele D’ATTANASIO
Volevo nascondermiMatteo COCCO

MIGLIORE COMPOSITORE*

HammametNicola PIOVANI
I predatoriNiccolò CONTESSA
L’incredibile storia dell’Isola delle RoseMichele BRAGA
Miss MarxGATTO CILIEGIA CONTRO IL GRANDE FREDDO, DOWNTOWN BOYS
Non odiarePIVIO & Aldo DE SCALZI
Volevo nascondermiMarco BISCARINIDaniele FURLATI

MIGLIOR CANZONE ORIGINALE

Gli anni più belliTitolo: GLI ANNI PIÙ BELLI
Musica, testi e interpretazione di: Claudio BAGLIONI
La vita davanti a séTitolo: IO SÌ (SEEN)
Musica di: Diane WARREN
Testi di: Diane WARREN, Laura PAUSINI, Niccolò AGLIARDI
Interpretata da: Laura PAUSINI
Non odiareTitolo: MILES AWAY
Musica di: PIVIO & ALDO DE SCALZI
Testi di: Ginevra NERVI
Interpretata da: GINEVRA
Tolo ToloTitolo: IMMIGRATO
Musica e testi di: Luca MEDICI, Antonio IAMMARINO
Interpretata da: Luca MEDICI
Volevo nascondermiTitolo: INVISIBLE
Musica e testi di: Marco BISCARINI
Interpretata da: LA TARMA

MIGLIORE SCENOGRAFIA

FavolacceEmita FRIGATO, Paola PERARO, Paolo BONFINI – Erika AVERSA
HammametGiancarlo BASILI – Andrea CASTORINA
L’incredibile storia dell’Isola delle RoseTonino ZERA – Maria Grazia SCHIRRIPA
Miss MarxAlessandro VANNUCCI, Igor GABRIEL – Fiorella CICOLINI
Volevo nascondermiLudovica FERRARIO, Alessandra MURA – Paola ZAMAGNI

MIGLIORE COSTUMISTA

HammametMaurizio MILLENOTTI
L’incredibile storia dell’Isola delle RoseNicoletta TARANTA
Le sorelle MacalusoVanessa SANNINO
Miss MarxMassimo CANTINI PARRINI
Volevo nascondermiUrsula PATZAK

MIGLIOR TRUCCATORE

HammametLuigi CIMINELLI – Andrea LEANZA, Federica CASTELLI (prostetico o special make-up)
L’incredibile storia dell’Isola delle RoseLuigi ROCCHETTI
Le sorelle MacalusoValentina IANNUCCILLI
Miss MarxDiego PRESTOPINO
Volevo nascondermiGiuseppe DESIATO – Lorenzo TAMBURINI (prostetico o special make-up)

MIGLIOR ACCONCIATORE

FavolacceDaniele FIORI
HammametMassimiliano DURANTI
Le sorelle MacalusoAldina GOVERNATORI
Miss MarxDomingo SANTORO
Volevo nascondermiAldo SIGNORETTI

MIGLIORE MONTATORE

FavolacceEsmeralda CALABRIA
FigliGiogiò FRANCHINI
HammametSimona PAGGI
L’incredibile storia dell’Isola delle RoseGianni VEZZOSI
Volevo nascondermiPaolo COTTIGNOLAGiorgio DIRITTI

MIGLIOR SUONO

FavolaccePresa diretta: Marc THILL
Microfonista: Edgar IACOLENNA
Montaggio: Fabio PAGOTTO
Creazione suoni: Simone CHIOSSI
Mix: Maxence CIEKAWY
HammametPresa diretta: Emanuele CICCONI
Microfonista: Andrea COLAIACOMO
Montaggio: Domenico GRANATA
Creazione suoni: Alessandro GIACCO
Mix: Alberto BERNARDI
L’incredibile storia dell’Isola delle RosePresa diretta: Claudio BAGNI
Microfonista: Luigi MELCHIONDA
Montaggio e Creazione suoni: Mirko PERRI
Mix: Paolo SEGAT
Miss MarxPresa diretta: Adriano DI LORENZO
Microfonista: Pierpaolo MERAFINO
Montaggio: Marc BASTIEN
Creazione suoni: Pierre GRECO
Mix: Franco PISCOPO
Volevo nascondermiPresa diretta: Carlo MISSIDENTI
Microfonista: Filippo TOSO
Montaggio: Luca LEPROTTI
Creazione suoni: Marco BISCARINI
Mix: Francesco TUMMINELLO

MIGLIORI EFFETTI VISIVI

HammametLuca SAVIOTTI
L’incredibile storia dell’Isola delle RoseStefano LEONIElisabetta ROCCA
Miss MarxMassimiliano BATTISTA
The Book of VisionLorenzo CECCOTTIRenaud QUILICHINI
Volevo nascondermiRodolfo MIGLIARI

MIGLIOR DOCUMENTARIO

Faithdi Valentina PEDICINI
Mi chiamo Francesco Tottidi Alex INFASCELLI
Notturnodi Gianfranco ROSI
Puntasacradi Francesca MAZZOLENI
The Rossellinisdi Alessandro ROSSELLINI

MIGLIOR FILM STRANIERO

1917di Sam Mendes (01 Distribution)
I miserabili – Les Misérablesdi Ladj Ly (Lucky Red)
Jojo Rabbitdi Taika Waititi (Walt Disney Italia / 20th Century Fox)
Richard Jewelldi Clint Eastwood (Warner Bros. Pictures)
Sorry We Missed Youdi Ken Loach (Lucky Red)

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Il premio al miglior cortometraggio viene assegnato da una giuria composta da Giada Calabria, Francesca Calvelli, Leonardo Diberti, Paolo Fondato, Elisabetta Lodoli, Enrico Magrelli, Lamberto Mancini, Mario Mazzetti, Paolo Mereghetti e presieduta da Andrea Piersanti.

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO

Annedi Domenico CROCE e Stefano MALCHIODI
Gas Stationdi Olga TORRICO
Il giocodi Alessandro HABER
L’oro di famigliadi Emanuele PISANO
Sherodi Claudio CASALE

Il miglior cortometraggio Premio David di Donatello 2021 è: ANNE di Domenico CROCE e Stefano MALCHIODI


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Il Premio David Giovani viene assegnato da una giuria nazionale di studenti degli ultimi due anni di corso delle scuole secondarie di II grado.



DAVID GIOVANI

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18 regalidi Francesco AMATO
Favolaccedi Fabio e Damiano D’INNOCENZO
Gli anni più bellidi Gabriele MUCCINO
L’incredibile storia dell’Isola delle Rosedi Sydney SIBILIA
Tolo Tolodi Luca MEDICI

Libri dell’altro mondo: quanto e cosa leggono gli italiani tra best-seller e traduzioni

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Dove si legge di più in Europa e quali libri sono tradotti in centinaia lingue e venduti in milioni di copie? Per rispondere a tutte queste domande Babbel ha creato l’infografica “Book in Translation”, così da approfondire le abitudini degli italiani e il mondo dell’editoria tra libri più venduti e tradotti.

In media gli italiani leggono 5 ore e 36 minuti a settimana, ma i migliori in Europa sono svedesi e francesi, con 6 ore e 54 minuti.

Sicuramente molti ne avranno qualcuno in libreria, perché quando si parla di libri più venduti o più tradotti i titoli sono di grande spessore: da “Don Chisciotte della Mancia” (500 milioni di copie vendute) a “Il piccolo principe” (253 traduzioni).

Tra gli autori che negli ultimi tempi hanno raggiunto il successo, tra milioni di copie vendute, decine di traduzioni, serie tv e film doveroso citare due casi letterari in particolare: Elena Ferrante con il suo “L’amica geniale” e lo svizzero Joel Dicker che è salito alla ribalta con “La verità sul caso Harry Quebert”.

Ma quanto leggono davvero gli italiani? Il 65% della popolazione ha letto almeno un libro (cartaceo o digitale). Ma se tra questi il 44% legge solo da 1 a 3 libri, c’è anche un 40% che ne legge da 4 a 11. Solo il 16% sono lettori accaniti che leggono oltre 12 libri ogni anno.

In Italia sono molti i best seller internazionali di successo, come ad esempio “Cambiare l’acqua ai fiori” dell’autrice francese Valérie Perrin e “Una terra promessa” dell’ex Presidente Usa Barack Obama. Allo stesso modo anche gli autori italiani finiscono nelle librerie di tutto il mondo: spiccano Susanna Tamaro (tradotta in 48 lingue), Andrea Camilleri (tradotto in 100 lingue) e Umberto Eco (tradotto in 47 lingue).

La pandemia rivoluziona le imprese italiane: il 46% ha cambiato modello di business

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In che modo la pandemia ha cambiato il modo di fare impresa e come hanno reagito le aziende? L’ultima edizione dell’Osservatorio di GoDaddy, provider di domini e strumenti digitali per PMI e imprenditori, ha preso in esame circa 5.100 piccole e medie imprese presenti in Italia, Germania, Francia e Spagna per trovare una risposta a queste domande.

Lo studio di GoDaddy, condotto dalla società di ricerca Kantar, ha rilevato che in Italia il 51% delle PMI ha subito perdite in seguito alla pandemia, percentuale che sale al 54% per le imprese francesi. In Spagna la situazione migliora leggermente, qui il dato sulle attività penalizzate scende al 47%, ma è la Germania a dimostrare in modo netto la sua solidità economica: il 40% delle imprese intervistate ha dichiarato di non aver subito l’impatto della crisi, mentre “solo” il 39% ha affermato di aver avuto ripercussioni negative.

Uno dei temi principali che guida le scelte strategiche delle imprese italiane è l’ottimizzazione dei costi: il 15% degli intervistati ritiene che sia la priorità per il proprio business, mentre questo aspetto risulta meno centrale per le aziende francesi (6%) e per quelle tedesche e spagnole (entrambe 7%).

Ma di fronte a questo periodo di incertezza, le piccole e medie imprese italiane hanno mostrato anche la loro proattività: nel 46% dei casi hanno modificato il proprio modello di business e un 20% ha sviluppato nuove aree, percentuale che supera sia la Germania (17%), che la Francia (14%).

A crescere sono soprattutto le strategie digitali e l’attività online: il 34% delle imprese italiane intervistate ha dichiarato di utilizzare i canali social per promuovere i propri prodotti e servizi e il 12% si affida a marketplace. Proprio l’aspetto degli e-commerce risulta particolarmente interessante: un terzo delle aziende italiane ha iniziato a vendere online negli ultimi due anni e, durante la pandemia, il 13% ha aperto o potenziato i propri canali di vendita digitale, superando il trend di Spagna (12%), Francia (8%) e Germania (7%).

“Durante il lockdown abbiamo assistito ad una profonda accelerazione dell’utilizzo degli strumenti digitali a tutti livelli […] l’Italia è stato il mercato in cui abbiamo notato una risposta più proattiva da parte degli imprenditori per trovare nuove aree di business ancora inesplorate” dichiara Gianluca Stamerra, Regional Director di GoDaddy per Italia, Spagna e Francia, che vede in questi dati ulteriori margini di miglioramento e nuove opportunità di rilancio per le aziende italiane.

Annamaria Ferramosca e la poetica dei “segni accesi”

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Annamaria Ferramosca, poeta finissima, ha dato alla luce Per segni accesi, la sua ultima silloge per Ladolfi editore con la prefazione di Maria Grazia Calandrone.

Quello che ho percepito nella lettura dei suoi versi è simile al suono ipnotico delle nenie di una bruja recitate a una ipotetica figlia spirituale che riceve il dono della divinazione: una sorta di racconto antropologico e misterico di un viaggio attraverso le rivelazione della Natura dell’Io, sedimentato dalle esperienze di  vita carnali e intellettuali.

Tutto inizia dalla sequoia-madre generatrice di vita, il verbo femminile perennemente gravido di una maternità che si libera dal giogo biologico per esercitare ogni attimo l’esercizio della scelta e del dubbio:

ma se il cavallo di Troia è un animale favoloso / mi chiede la bambina – se è magico e ha capito l’ingannoperché non lo svela ai troianiperché se ne sta immobile / sotto le mura / e non nitrisce forte / d’avere il ventre gonfio di malefici / perché non galoppa verso il mare e s’inabissa?

Una concordanza verbale e poetica in rapida evoluzione temporale che ferma il respiro e traccia i punti cardinali di una visione circolare della vita dominata da leggi naturali arcaiche, mai liberticide e inserite in una finitezza interrotta da una serie di possibilità creative ma abortite dall’azione umana.

Dichiarazione di intenti la sua che ricorda, per la fierezza, l’epigramma dell’Antologia Palatina dedicata alla filosofa Ipparchia:

Io, Ipparchia / non scelsi opere di donne dalle ampie vesti / ma la dura vita dei cinici / non ebbi scialli ornati di fibbie / né alte calzature orientali / né retine splendenti nei capelli / ma una bisaccia col bastone / compagna di viaggio e adatta alla mia vita / e una coperta per giaciglio. Così è la cifra poetica di Annamaria Ferramosca: una preziosa combinazione tra voluttà e rimpianto, giudizio e contemplazione.

E anche l’epilogo contemporaneo con la critica alla deriva postmoderna non rinnega mai la matrice originaria di Gea primordiale e il miracolo della partogenesi, quasi a rafforzare il concetto della sacralità del caos rispetto alla pretesa del controllo dell’industria culturale attraverso l’omologazione, tanto avversata da Adorno.

I Segni accesi sono le lettere di un alfabeto ancestrale disseminati nelle piaghe aperte della natura, edicole erette ai crocevia delle strade principali dell’esistenza. Sono parole di grande consistenza letteraria e simbolica che segnano come crismi i punti chiave dove arrestare la corsa e riconsiderare l’itinerario del percorso tracciato, ma mai completamente definito, della vita.

Annamaria Ferramosca è nata nel 1946 a Tricase (Lecce) e dal 1970 vive a Roma.

Ha pubblicato: Il versante vero (Fermenti, 1999, Premio Opera Prima Aldo Contini Bonacossi, in e-book su LaRecherche.it), Porte di terra dormo (DialogoLibri, 2001), Porte/Doors (Edizioni del Leone, 2002, prefazione di Paolo Ruffilli, Premio Internazionale Forum-Den Haag), Curve di livello (Marsilio 2006, Premio Astrolabio, in e-book su LaRecherche.it), Paso Doble – Dual poems (coautrice Anamaria Crowe Serrano, Empiria, 2006, traduzione di Riccardo Duranti), La Poesia Anima Mundi (monografia a cura di Gianmario Lucini, con la silloge Canti della prossimità, Puntoacapo, 2011), Other Signs, Other Circles-A Selection of Poems 1990-2009 (traduzione e introduzione di Anamaría Crowe Serrano, Series Contemporary Italian Poets in Translation, Chelsea Editions, 2009, Premio Città di Cattolica), Ciclica (La Vita Felice, 2014, introduzione di Manuel Cohen), Trittici – Il segno e la parola (Dot.comPress, 2016), Andare per salti (Arcipelago Itaca, 2017, introduzione di Caterina Davinio, Premio Arcipelago Itaca).

Fa parte della redazione del portale poesia2punto0, dove dal 2011 cura la rubrica di poesia internazionale Poesia Condivisa di cui è ideatrice. Ha curato la versione poetica italiana dell’antologia di percorso del poeta rumeno Gheorghe Vidican 3D–Poesie 2003-2013, CFR, 2015). È presente in varie antologie e su riviste italiane e straniere. È voce inclusa nell’Archivio della voce dei Poeti, Multimedia, Firenze.

Antonella Rizzo

Nonno di Panopoli e le Dionisiache in pillole

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Nonno di Panopoli (5° secolo d.C.) è uno degli ultimi grandi autori della letteratura greca. Si fa portavoce di una sorta di “epica cristiana“: da una parte realizza una Parafrasi del Vangelo di Giovanni in stile epico, in esametri, dove si concentra sulle sofferenze di Cristo in croce; dall’altra scrive le Dionisiache, 14 libri che trattano le vicende mitologiche di Dioniso che, esattamente come Cristo, è colui che “nasce e risorge”.

Il pianto di Agave

Uno degli episodi più importanti delle Dionisiache è il Pianto di Agave (XLVI, vv.265-319), che prende ispirazione dal medesimo episodio nelle Baccanti di Euripide. Tuttavia, se il tragediografo è molto attento al rapporto tra razionalità e irrazionalità, Nonno, al contrario, predilige una descrizione più barocca ed eccessiva dell’incontrollabile sofferenza della donna. Ad essere, invece, una caratteristica in comune è la duplice natura di Dioniso, dio portatore di morte, ma anche evocato dalla stessa Agave come divinità protettrice.

[vv.265-281]: «Così disse Cadmo, e il vecchio Citerone

pianse a guisa di fonte, versando rivi di lacrime:

e le querce gemettero e fecero lamento le Ninfe

Naiadi. E Dioniso ebbe pietà della canuta chioma

e dei gemiti di Cadmo; e mescolate col riso

le lacrime del volto immune dal duolo, mutò l’animo di Agave

e di nuovo le diede il senno, affinché piangesse Penteo.

Ed ella, mutato l’animo e l’incredulo sguardo,

immota, senza voce, alcun tempo ristette, la madre:

e scorgendo del morto Penteo il capo,

si abbatté rotolandosi, la misera, e al suolo insozzando

le chiome si avvoltolava nell’effusa polvere.

E gettò via dal petto e il profondo seno scoperto;

e baciò gli occhi del figlio e le floride guance

e i riccioli belli del capo insanguinato

Ai versi 279, 280 e 281 è presente tutto il barocchismo di Nonno di Panopoli, già presente in altri autori della letteratura greca; un esempio può essere l’Epitafio di Adone (Appendix Bucolica X) del poeta Bione.

Come il canto del pastore diventa un genere letterario grazie a Teocrito, anche il canto per la morte di Adone diventa in questo caso un pezzo di capacità letteraria e poetica.

[vv.1-14]: «Piango Adone: “E’ morto il bello Adone”;

“E’ morto il bello Adone”, fanno eco gli Eroti al pianto.

In purpuree coltri, Cipride, più non dormire;

destati, misera, e il petto vestito di viola

percuoti, e di’ a tutti: “E’ morto il bello Adone”.

“Piango Adone”, fanno eco gli Eroti al pianto.

Giace il bello Adone sui monti, il fianco dal dente,

candido dal candido dente ferito, e Cipride

addolora, lieve spirando; e atro sangue gli stilla

per le nivee carni, sotto le ciglia gli occhi si spengono,

mentre la rosa fugge dalle labbra, sopra le quali

muore pur il bacio, che a Cipride mai sarà reso.

A Cipride il bacio piace anche di lui non più vivo,

ma non sa Adone che ella pur morto lo bacia.

“Piango Adone”, fanno eco gli Eroti al pianto.

Cruda ferita ha nel fianco Adone,

ma ferita più grande Citerea porta nel cuore.

Intorno al fanciullo i cani fedeli gemono,

e le Ninfe Oreadi piangono, ma Afrodite,

sciolte le chiome, per le balze va errando

piangente discinta scalza, e i rovi

nel suo andare la lacerano e il sacro sangue colgono.

E acutamente gridando per vaste convalli s’aggira,

l’assiro sposo invocando, chiamando il fanciullo

Il componimento ricorda molto i canti per la morte degli eroi; dal verso 10 in poi c’è un elegantissimo gioco cromatico (il pallore del viso, il rosso forte del sangue, il rosa delle labbra che richiama il bacio). La già citata somiglianza con la trenodia viene ripresa al verso 15.

Un altro elemento importante, al verso 17, è la ferita psicofisica dell’amore, che potrebbe richiamare la poesia erotica di Saffo. Tuttavia, se la poetessa di Lesbo celebra un modello di Afrodite “saggia” e composta, caratterizzata dal sorriso arcaico, qui però la dea ha un aspetto molto più umano e sofferente, come si può evincere dalle “folte chiome” del verso 20.

[vv.62-78]: «Così pianse Cipride, fanno eco al lamento gli Eroti,

E la Pafia tante lacrime versa, quanto sangue

versa Adone; e tutti a terra ne nascono fiori:

il sangue genera la rosa, le lacrime l’anemone.

Piango Adone: “E’ morto il bello Adone”.

Nelle selve quell’uomo non piangere più, o Cipride:

a Adone non s’addice un solingo letto di foglie;

abbia ora, o Citerea, il tuo letto il morto Adone:

anche morto è bello, è bello, morto, come dormisse.

Deponilo ora sulle morbide coltri, nelle quali dormiva,

nelle quali con te nella notte dormiva il sacro sonno;

nel letto tutto d’oro: esso ama Adone anche se bruttato.

Su lui getta ghirlande e fiori: tutti con lui;

come egli morì, anche i fiori tutti marciscono.

Cospargilo di siri unguenti, cospargilo di profumi;

periscano tutti i profumi: Adone è morto, il tuo profumo

Al verso 66 si riprende una parte del mito legata alla botanica: si diceva che questi fiori fossero nati alla morte di Adone; non a caso, la vegetazione è legata al culto stesso di Adone.

Il giovane bellissimo non è di orgine greca, ma mesopotamica; era legato ad un culto femminile orientale.
Il rituale della fase primaverile consisteva nel portare piccole piante che muoiono presto: esse alludono, infatti, alla prematura morte di Adone, costituendo un importante richiamo liturgico.

Ancora oggi è abitudine da parte di alcune donne calabresi e siciliane, all’avvicinarsi della Pasqua, seminare piantine con nastri rossi con statuine di Cristo (e non più di Adone, a causa del sincretismo tra cultura greca e religione cristiana).

Adone è, in questo senso, simile a Dioniso: entrambi sono dei del ciclo vita/morte.

Al verso 74 l’oro è un elemento rilevante: tutte le divinità sono spesso associate con l’oro, come si evince anche dalla descrizione di Afrodite che ne fa Saffo:

Inno ad Afrodite [vv.1-8]: «Afrodite eterna, in variopinto soglio,

Di Zeus fìglia, artefice d’inganni,

O Augusta, il cor deh tu mi serba spoglio,

Di noie e affanni.

E traggi or quà, se mai pietosa un giorno,

Tutto a’ miei prieghi il favor tuo donato,

Dal paterno venisti almo soggiorno,

Al cocchio aurato

Ritornando a Nonno di Panopoli, notiamo che scrive:

[vv.282-286;294-296]: «E gemendo forte tali voci mandò:

“O spietato Dioniso, insaziato della tua stirpe,

dammi ancor l’antico furore: questa saggezza di ora

è peggiore di ogni demenza. Ma tu ridammi

quella follia, perché ancora io chiami mio figlio una fiera.

[…]

Zeus giacque con Semele perché io piangessi Penteo!

Zeus padre generò Dioniso nella propria coscia,

per far pasto dell’intera progenie di Cadmo

Si riprendono elementi già centrali nel teatro euripideo: la sfiducia in un atteggiamento troppo razionale ed ottuso, e il contrasto con il principio della saggezza, che non è sapienza; in più, il richiamo alla particolare nascita di Dionisio, già presente nel Prologo delle Baccanti.

[vv.315-319]: «E con molto pianto, a te morto anzi tempo innalzerò

con le mie mani un tronco tumulo, nella terra chiudendo

il tuo corpo. E sulla tomba così scriverò:

“Io son, viandante, il cadavere di Penteo: di Agave il grembo

mi partorì materno, e la mano uccise suo figlio

Negli ultimi versi, con la solita retorica e gusto per il barocco, viene presentata la tipica locuzione al viadante dell’epigramma sepolcrale; un esempio molto celebre per tale tipo componimento è l’epigramma di Callimaco:

XXI. IL PADRE DI CALLIMACO:

«Chiunque tu sia che porti il piede presso la mia tomba, di Callimaco

di Cirene sappi che son figlio e genitore.

Li conoscerai ambedue: l’uno un tempo l’armi ella patria

condusse, l’altro cantò meglio dell’invidia

Questo chiamaramente rientra in una tendenza dell’epigrammistica del tardo ellenismo: l’idea del defunto che ferma il passante o la tomba che prende la parola e parla del poeta. Inoltre, si riprende il tema dell’invidia già presente nel Prologo degli Aitia. Questo tipo di componimento sarà di ispiranzione per poeti latini come Catullo per il componimento del Carme III, “La morte del passerotto”:

«Piangete, o Veneri e Amorini

e tutti voi uomini raffinati:

il passero della mia fanciulla è morto,

il passero, delizia della mia fanciulla,

che ella amava più dei suoi occhi.

Infatti era delizioso e conosceva la sua

padrona così bene come una fanciulla conosce sua madre,

e non si muoveva dal suo grembo,

ma saltellando ora qua ora lā

pigolava sempre rivolto alla sua sola padrona.

Ora egli va per quel cammino tenebroso

Da cui dicono che non torni nessuno.

Ma sia male a voi, malvagie tenebre

dell’Orco che divorate tutte le cose graziose;

mi avete portato via un passero cosė grazioso.

O disgrazia! O misero passerino!

Ora per causa tua i dolci occhi della mia fanciulla

sono rossi e un po’ gonfi per il pianto

Lorenzo Cardano

“Prima persona singolare”: l’io universale di Murakami

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In ogni club del libro arriva il momento di confrontarsi con dei mostri sacri della letteratura. Sono quei nomi del passato e del presente che generalmente si sentono e che dividono il mondo dei lettori tra estimatori e detrattori. C’è chi li considera dei grandi e chi, invece, ritiene che la loro popolarità sia ingiustificata e non riescono a farsi catturare dalle loro pagine.

L’unico modo per farsi un’idea di autori o autrici simili è leggerli, così da potersi permettere di entrare nel dibattito generale. Ed ecco cosa mi ha spinto a scegliere il nuovo libro di Murakami Haruki (edito da Einaudi, come tutte le opere dello scrittore) per lo scorso incontro dei Postumi Letterari. Lo scrittore giapponese è stato anche candidato al Nobel e raccoglie intorno a sé i consensi di lettori e lettrici provenienti da tutto il mondo. Non mancano, però, persone che lo ritengono troppo onirico e spesso noioso. Dato che non ho mai letto nulla di lui, ho capito che era arrivato il momento di farlo e così ho comprato Prima persona singolare.

L’incontro con Murakami è stato esattamente ciò che mi aspettavo. Mentre leggevo questi otto racconti brevi, ho ritrovato tutto ciò che avevo pensato di trovare nella narrazione di questo scrittore. Era ciò che mi aspettavo, anche senza aver mai letto una parola di lui. Mi sono chiesta a che cosa fosse dovuta questa sensazione. Non ho trovato una risposta definitiva, ma credo che molto dipenda proprio dall’averne sentito parlare molto prima. E non mi stupisce affatto che un autore simile sia stato presentato per ricevere il Nobel.

La nostra Live

Per chi si fosse perso la live andata in onda sulla nostra pagina Facebook il 22 aprile, ecco qui il video:

La trama di Prima persona singolare

Prima persona singolare è una raccolta di racconti. Murakami è famoso per alternare pubblicazioni di romanzi con insiemi di narrazioni più brevi.

Ciò che accomuna gli otto testi presenti in questo libro è l’uso della prima persona singolare, solitamente non adoperata dalla penna dello scrittore. C’è sempre un “io” all’interno di queste narrazioni che ricorda eventi del suo passato spesso paradossali e inspiegabili. L’io non è mai solo in questi avvenimenti: le storie prendono vita sempre attraverso una relazione, sia essa con donne, uomini o animali. Ogni narrazione riporta in vita un momento del passato che è vivo e significativo pur perdendosi abitualmente nel flusso della quotidianità, anche se ancora non si riesce a coglierne il senso.

Durante la lettura ci si chiede spesso chi sia questo “io” che prende la parola. È il quinto racconto – Antologia poetica per gli Yakuta Swallows – a svelarcelo:

“Se per caso avessi a portata di mano delle tavole cronologiche, mi piacerebbe aggiungervi in un angolo, in caratteri piccolissimi: “1968, Murakami Haruki diventa tifoso dei Sankei Atoms”

È lecito pensare che dietro ognuno di questi frammenti narrativi si nasconda proprio l’autore che raccoglie suggestioni di una vita passata e le trasforma in chiave letteraria per permettere a chiunque di riconoscersi e di imparare qualcosa. Come già Dante nella Commedia, anche Murakami usa l’”io” per parlare di un “noi”. In perfetta linea con ciò che ci si aspetta da uno scrittore.

I temi del libro

I temi presenti in questi racconti sono prepotentemente universali.

Murakami parla dell’essere umano e ogni situazione può essere letta in molteplici modi. La crema della vita, con il paradosso del cercare di costruire “un cerchio con molti centri, ma senza circonferenza”, ci dice quanto sia importante riflettere sulla complessità del reale e di come non si può lasciarsi andare alla pigrizia; Confessioni di una scimmia di Shinagawa affronta il tema della diversità e il dramma del riconoscimento sociale; Prima persona singolare ha delle reminiscenze pirandelliane nel modo in cui il protagonista si interroga sulla sua natura e sul riconoscimento di sé.

Le figure che ruotano intorno all’io della narrazione sono sempre determinanti per la riflessione e per il cambiamento. Spesso questi personaggi secondari sono delle vere e proprie mine che, innescandosi, aprono gli occhi al protagonista e lo spingono fuori da un’esistenza condotta pensando poco, con scarso brio e con sentimenti di dubbia intensità.

È molto interessante rintracciare all’interno delle pagine di Murakami l’eco di altri autori, soprattutto se occidentali perché è la dimostrazione che esistono delle trame archetipiche che sono parte dell’essere umano, indipendentemente dalla cultura di appartenenza. Le domande sono sempre le stesse. Lo sono state nel passato e continueranno a esserlo anche in futuro in tutto il mondo. I continui riferimenti alla musica (presenti in tutti i racconti) potrebbero essere visti come un omaggio a un linguaggio universale che prescinde dalla cultura e dalle singole nazioni.

Lo stile

In Prima persona singolare tutto è già sentito eppure la narrazione riesce a conservare la sua originalità. Ed essa è data soprattutto dallo stile, dalla voce di Murakami che riesce sapientemente a far convivere il suo sostrato culturale orientale con il mondo occidentale.

La scrittura di Murakami è onirica e simbolica. Anche le narrazioni apparentemente più lineari hanno qualche elemento misterioso o inspiegabile. È da essi che si aprono le molteplici spiegazioni e le numerose suggestioni che la lettura provoca. Allo stesso tempo, essi rappresentano lo scoglio più grande della lettura di questo autore.

Bisogna per forza capire gli elementi simbolici per apprezzare il racconto? Questa è la domanda che ci si deve porre. E nella risposta sta la differenza tra il mondo occidentale e quello orientale. Perché se il primo è abituato alla logica, al rapporto causa/effetto e a una narrazione che sappia dare ordine al caos, il secondo vive di istanti e sensazioni poetiche che devono essere vissute per ciò che sono, quindi anche prive di una spiegazione razionale. Le filosofie orientali ci insegnano il distacco dalle cose terrene e favoriscono la perdita del controllo sul mondo per prenderlo sull’unica cosa di cui siamo effettivamente padroni: noi stessi. Per chi cresce in Occidente questo concetto può essere anche facile da capire, ma è molto più difficile farlo proprio.

Murakami può risultare noioso alla lettura se ci si aspetta di capire tutto ciò che sta succedendo. Alcune cose andrebbero semplicemente lette e godute per ciò che sono. Se non ci si riesce, non è un problema, anzi. Credo che possa essere comprensibile perché qui entriamo in un mondo narrativo che gioca proprio tra il labile confine tra ciò che si può spiegare e ciò che non può esserlo.

Nella diretta Facebook in cui abbiamo parlato del libro è venuto fuori che alcuni passaggi di Murakami possono sembrare banali. Capisco la sensazione. Ci sono delle parti del testo che sono poetiche in modo quasi didascalico. Purtroppo credo che qui giochi un ruolo non indifferente la differenza linguistica. Non è una questione di traduzione, ma di sistema linguistico. Il giapponese per sua natura ha delle sfumature di significato nelle parole che difficilmente possono essere rese dall’italiano, lingua bellissima ma che ha una ratio completamente diversa. Solo conoscendo e parlando bene il giapponese potremmo apprezzare fino in fondo lo stile di Murakami.

Murakami merita di vincere il Nobel?

Il mio viaggio nella lettura di Prima persona singolare è stato altalenante. Ho apprezzato molto i racconti iniziali e finali della raccolta, ma mi sono persa in quelli centrali.

Mi è capitato di chiedermi quale fosse il senso di alcuni elementi o di alcune situazioni. Alle volte mi è stato più semplice sganciarmi dal senso logico e ho apprezzato le suggestioni libere che mi arrivavano. So che dovrei leggere altro di lui per capire se mi piace veramente o meno. Di certo, non è stato amore a prima vista anche se capisco perché un autore simile potrebbe essere contemplato per vincere il premio Nobel. La sua scrittura ha sicuramente il potere di riunire due parti del mondo molto diverse e aiuta popoli diversi a riconoscersi in quell’io presente nelle sue pagine. È una narrazione che ti tocca, non c’è dubbio. Ma il modo di comunicare può arrivare in maniera più o meno netta: quello dipende dalla singolarità di ciascuno di noi.

Chi dovrebbe leggere Prima persona singolare

Va da sé che chi ama Murakami non può prescindere dalla lettura di questo testo, consigliabile anche a chi è appassionato di racconti brevi. Nella diretta Facebook, i nostri appassionati dello scrittore ci hanno detto che sarebbe meglio leggere qualche altro suo testo prima di confrontarsi con questa raccolta. Mi fido del loro consiglio, ma vi dico anche di dare una possibilità a questo autore perché si tratta di un nome che rimarrà a lungo nella narrativa contemporanea e che, nel bene o nel male, lascerà qualcosa a chi si accosta alle sue pagine.

Prima persona singolare e i Postumi Letterari

Per chi se lo fosse perso, ricordiamo che Postumi Letterari è il bookclub di CulturaMente che nasce per condividere insieme ai nostri lettori la passione per la lettura. Ogni mese leggiamo un libro insieme e per poi commentarlo in un video in diretta.

Se volete partecipare, non dovete fare altro che leggere La disciplina di Penelope di Gianrico Carofiglio entro il 22 maggio. Questo mese si tinge di giallo!

Federica Crisci

Space Jam, il film che ha unito basket, campioni e Looney Tunes

“Mai fidarsi di un terrestre, ragazzi”

Titolo originale: Space Jam
Regista: Joe Pytka
Sceneggiatura: Leo Benvenuti, Steve Rudnick, Timothy Harris, Herschel Weingrod
Cast Principale: Michael Jordan, Bill Murray, Wayne Knight, Charles Barkley, Larry Bird
Nazione: USA

A luglio di quest’anno uscirà, nelle sale statunitensi, Space Jam 2, sequel del film in tecnica mista del 1996.

Il primo film vide come protagonista Michael Jordan, considerato da tutti (citando il sito della Nba) il più grande giocatore di basket di tutti i tempi. Pochi sanno però che questo grande campione dal ’94 al ’95 si ritirò dalla pallacanestro, iniziando a giocare a baseball da professionista; ma poi tornò più in forma che mai. Come mai questa decisione?

Space Jam ci diede una divertente versione. Nella pellicola infatti ci viene raccontato che, mentre il campione vive la sua nuova vita sportiva, nell’universo dei Looney Tunes un gruppo di alieni, i Nerdlucks, hanno intenzione di rapire tutti i protagonisti della Warner e portarli nel loro parco divertimenti, per farli esibire come schiavi. La loro piccola taglia e la loro ingenuità non spaventano Bugs Bunny e i suoi amici, i quali, pur di liberarsi dei minuscoli “invasori”, decidono di giocarsi il tutto e per tutto…ad una partita di pallacanestro.

I piccoli alieni però non si lasciano intimidire: attraverso alcuni poteri, riescono ad impossessarsi del talento di 5 giocatori dell’Nba di allora (Charles Barkley, Larry Johnson, Shawn Bradley, Muggsy Bugues e Patrick Ewing), diventando dei campioni a loro volta, cambiando nome in Monstars. I Looney capiscono (citando Bugs Bunny) che alla loro squadra forse occorre un piccolo aiuto. E chi meglio di Michael? Questi infatti viene letteralmente prelevato nel mondo della Warner e, dopo aver capito la situazione, decide di rimettersi in gioco e salvare i suoi amici, umani ed animati, giocando una vera e propria partita nel mondo dei Looney Tunes.

Questo film è per molti considerato un vero e proprio cult.

Vedere un grande campione come Jordan giocare in maniera professionale in un universo di cartoni fu qualcosa di strabiliante. Già era tornato alla ribalta e questo film aiutò ad aumentare il mito di Michael. L’idea della pellicola nacque da uno spot del ’92 della Nike, dove Her Airness giocava a basket con Bugs Bunny: fu così che la Warner decise di chiamare Jordan anche come attore.https://94c3d74525b8044ef0977e14feed1b16.safeframe.googlesyndication.com/safeframe/1-0-38/html/container.html

Come però conciliare film ed allenamento? Semplice. Venne allestito un campetto che permetteva a MJ di proseguire i suoi esercizi. Ovviamente a lui si unirono anche gli altri 5 campioni coinvolti nelle riprese. Questo creò un vero e proprio momento di ritrovo per le star di Hollywood, che presero l’occasione di farsi…umiliare da grandi campioni giocando anche a basket con loro, i quali non disprezzavano le competizioni, utilizzando perfino il “trash-talking”. Tra chi li sfidò si ricordano: Antonio Banderas, parte del cast della serie ER-Medici in prima linea e quello di Friends, Arnold Schwarzenegger e Steven Seagall.

Non fu però un successo immediato. I botteghini non diederono molta importanza al film: c’erano i cartoni…Era un film da bambini! La critica era distratta da un cult della fantascienza, quale Independence Day.

A rendere grande tutto fu il merchandising, dentro e fuori il film. Una scena in particolare ce ne dà un’idea. Il goffo aiutante di Michael (Knight), andando a prenderlo, afferma:

Infilati la tua Hanes, allacciati le Nike, prendi i tuoi cereali e un Gatorade! I Big Mac li compriamo lungo il tragitto!

Biancheria, scarpe, bibite, cereali e…un cibo da fast food in un’unica frase! Qui inoltre vengono più volte inquadrate le (poi) note Air Jordan, le scarpe Nike che il campione indossa e che da lui prendono il nome. Pochi inoltre sanno che, nonostante non fosse così diffuso, si creò anche un sito Internet promozionale!

Enorme successo invece ottenne la colonna sonora, cantata da Robert Kelly: “I believe I can fly

Anche il doppiaggio, soprattutto quello italiano, fece un gran salto di qualità nel film.

Oltre al fatto che nacque il primo personaggio femminile giovane, come Lola Bunny, che ebbe una doppiatrice d’eccezione, quale Simona Ventura; tutti i personaggi hanno visto un cambio vocale: le voci ufficiali dei Looney cambiarono in questo film e diventarono le voci ufficiali per molto tempo. Tra questi è da citare Neri Marcorè, che dona la voce a Marvin il Marziano (da lì a tutto il 1995) e ad uno dei Monstar. Altri doppiatori d’eccezione, ma solo per il film, furono Sandro Ciotti (per il radiocronista Bertie), la già citata Ventura e…Giampiero Galeazzi per il perfido Mr. Swackhammer (in americano doppiato da De Vito).

Incassi, fama e maggior numero di personalità sportive coinvolte, rende Space Jam il film sul basket che ha maggiormente incassato nella storia del Cinema; e tra quelli sportivi con maggior successo.

3 motivi per vedere il film:

  • Michael Jordan, sarcastico e più in forma che mai: il suo allenamento nel film è quasi un documentario accademico del basket
  • Bill Murray, che parla a Duffy Duck, a Michael Jordan o Larry Bird con la stessa serietà
  • È un omaggio al mondo del basket degli anni ’90, capace di attirare amanti e non

Quando vedere il film:

Sera o pomeriggio. Consigliabilissimo ai bambini: non solo per i cartoni animati, ma perché riesce a far appassionare ad un nobile sport, quale appunto la pallacanestro

Francesco Fario

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“Higher Power”: i Coldplay conquistano lo spazio!

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Higher Power è il nuovissimo singolo dei Coldplay che annuncia una nuova era per la band inglese!

La data di uscita, 7 maggio, era stata scoperta dai fan già alcuni giorni prima dell’annuncio ufficiale. È ormai tradizione, infatti, che Chris Martin e soci spargano indizi qua e là nel mondo prima della pubblicazione di un nuovo lavoro. Ogni uscita si trasforma per i fan di tutto il globo in una emozionante caccia al tesoro che coinvolge l’intero pianeta… e non solo! Proprio così, l’ultimo disco è decisamente a tema “extra-terrestre”.

I rumors e gli indizi

Già dallo scorso anno si rincorrevano voci su uno stretto legame che il nono album dei Coldplay avrebbe avuto con la Luna e le sue fasi, per via dei simboli usciti improvvisamente sul sito ufficiale. Questa volta ha fatto la sua apparizione un sito web denominato alienradio.fm nel quale spostando il cursore del mouse si possono carpire segnali radiofonici e ascoltare frammenti di discorsi in diverse lingue. Alla frequenza italiana è possibile riconoscere il racconto della vita di Galileo Galilei e del suo interesse per l’esplorazione dell’universo. Contemporaneamente al sito, sono sorti anche diversi profili social omonimi che mostravano foto di poster dalla grafica aliena contenenti messaggi cifrati sparsi per il mondo, insieme all’indicazione di alcune coordinate geografiche.

Naturalmente, i fan si sono messi all’opera giorno e notte per decifrare i codici fino a giungere a scoprire il fatidico annuncio “Higher Power May Seven”. Diversi messaggi con gli stessi simboli sono apparsi anche su Spotify e Youtube. Solo dopo l’immensa fatica di tutti coloro che si sono cimentati nella codifica, i Coldplay hanno diffuso l’alfabeto “kaotican” con i simboli corrispondenti a ogni lettera insieme all’annuncio ufficiale:

“HIGHER POWER È UNA CANZONE CREATA SU UNA PICCOLA TASTIERA E UN LAVANDINO DI UN BAGNO ALL’INIZIO DEL 2020. È STATA PRODOTTA DA MAX MARTIN CHE È UNA VERA MERAVIGLIA DELL’UNIVERSO. ESCE IL 7 MAGGIO. LOVE C, G, W & J”.

I Coldplay alla conquista dello spazio

È chiaro che dopo la fase sperimentale e intimistica di Everyday Life, la band voglia tornare a fare le cose in grande… talmente in grande che il pianeta Terra non è più sufficiente! Infatti il lancio del primo singolo di questa nuova era avviene letteralmente nello spazio. Sono coinvolti nell’iniziativa persino l’ESA (Ente Spaziale Europeo) e l’astronauta francese Thomas Pesquet. È stato proprio lui a ricevere la prima trasmissione di Higher Power con un collegamento direttamente nella Stazione Spaziale Internazionale. Durante il collegamento, l’astronauta ha parlato della sua esperienza nello spazio e delle sue sensazioni con gli stessi Coldplay.

Nello stesso momento, è stato rilasciato il video ufficiale della canzone, in cui si vedono Chris, Jonny, Guy e Will suonare probabilmente nella periferia londinese tra alcuni container gialli, accompagnati da una coreografia aliena di ologrammi ballerini.

Higher Power, la nuova hit dell’estate?

La realizzazione di Higher Power ha visto la collaborazione del discografico svedese Max Martin, produttore di artisti come Britney Spears, Bon Jovi, Katy Perry e Lady Gaga. Ma anche questo non era sfuggito ai fan più attenti, diventati ormai dei veri e propri detective. Infatti, lo avevano già intuito alcuni mesi fa, quando Chris Martin fu avvistato proprio in Svezia!

Higher Power si accinge a diventare il singolo dell’estate. Un ritornello allegro e coinvolgente che entra subito in testa con il suo pop anni ’80 dichiaratamente ispirato alla musica degli A-ha. L’atmosfera è carica di energia, ma allo stesso tempo trasmette pace e tranquillità, grazie anche alle voci del For Love Choir e, naturalmente, all’inimitabile falsetto di Chris Martin. La vivacità della canzone, ben lontana dai toni impegnati dello scorso lavoro, risponde a un’esigenza di ottimismo e spensieratezza che tutti proviamo in questo difficile periodo. Così recita infatti il testo:

This joy is electric and you’re circuiting

I’m so happy that I’m alive

Happy I’m alive at the same time as you

‘Cause you’ve got a higher power

Got me singing every second

Dancing every hour

Un vero e proprio inno alla vita, alla gioia e alla fiducia in sé stessi e nel prossimo. Un messaggio universale che va oltre i confini del nostro stesso pianeta e della razza umana. Un modo per evadere dalle prigioni delle nostre case, dai muri che ci hanno rinchiuso nel lungo lockdown per volgere lo sguardo, ancora una volta e in modo quasi dantesco, verso le stelle (look at the stars cantavano qualche anno fa…).

Nuovo look per i Coldplay

Naturalmente, con l’uscita di un nuovo lavoro si rinnova anche il look di Chris, Jonny, Guy e Will. Siamo riusciti a farci subito un’idea grazie a un reel pubblicato su Instagram in cui i quattro ragazzi inglesi passeggiano per le vie di Camden davanti a uno dei manifesti di Higher Power, sfilando uno dietro l’altro tra l’indifferenza dei passanti.

Nelle apparizioni successive i Coldplay hanno confermato questo nuovo look “spaziale”. Abbandoniamo quindi lo stile un po’ retrò dalle tonalità neutre e monocromatiche dell’ultimo disco per dare spazio ai colori fluo, in particolare al fucsia e al blu, dei simboli alieni che spiccano su sfondi scuri con effetto psichedelico. Largo spazio a pianeti, lune e stelle colorate.

I prossimi appuntamenti

Qualche giorno fa, a Londra, pare che i Coldplay abbiano girato il video di una loro perfomance sul Tamigi con giochi di colori e fuochi d’artificio. Probabilmente si tratta di una performance speciale che sarà l’esibizione di apertura dei Brit Awards il prossimo 11 maggio. Il 9 maggio ci sarà il debutto live di Higher Power al talent show American Idol. Sappiamo, inoltre, che i Coldplay prenderanno parte al Festival di Glastonbury, che sarà trasmesso in diretta streaming il 22 maggio.

Nella seconda metà dell’anno probabilmente vedrà la luce l’LP9 (che dovrebbe intitolarsi Music of the Spheres) e insieme a esso si spera nell’annuncio di un tour mondiale per il 2022. Sicuramente, appena l’emergenza sanitaria lo consentirà, i Coldplay torneranno a far gioire insieme i loro fan e a riempire gli stadi di tutto il mondo!

Francesca Papa