Chiamami col tuo nome, il primo amore non si scorda mai

Chiamami col tuo nome

Partiamo dalla fine. Partiamo dalle lacrime di Elio su quei clamorosi titoli di coda.

Decido di partire da qui per un semplice motivo: vorrei provare a decifrare con voi il senso di quelle lacrime. Lacrime che, se vedete bene, pian piano si trasformano anche in un sorriso. Anzi, soprattutto in un sorriso.

E allora, cosa sono quelle lacrime? Elio è triste per la scelta fatta da Oliver, o per la semplice lontananza? Piange perché ha finalmente capito chi è, cosa prova, come lo prova? Anzi, sorride perché ha finalmente capito chi è, cosa prova, come lo prova? Ha davvero abbracciato e sostituito il dolore seguendo il consiglio del padre?

Le parole del padre, appunto, una scena fondamentale che viene proprio prima di questa finale. Il fulcro emotivo di Chiamami col tuo nome, più che nelle due ore precedenti, più che negli sguardi e nei silenzi di Elio e Oliver, risiede in questi due momenti conclusivi. Un’analisi che va al contrario, questa che sto scrivendo, perché Chiamami col tuo nome è un film che va visto e poi immediatamente rivisto: una volta si osserva, la seconda volta si respira, si vive, si assorbe.

Questo è possibile quando il cinema diventa dimostrazione degli attimi, dei momenti, delle microsensazioni. Il cinema si trasforma, si eleva e diventa atmosfera, puro umore, toccando quella forma artistica per cui è nato ma poi liberandosi per alzarsi verso qualcosa di più: vita, semplice ed incontaminata vita. Non studio e analisi dei momenti vitali, ma sensoriale e palpabile vita.

Chiamami col tuo nome è tutte queste cose ed il contrario di queste cose, allo stesso tempo. Per questo le lacrime di Elio non sono facilmente catalogabili. Per questo Luca Guadagnino continua a cambiare ogni volta registro cinematografico pur rimanendo uguale a sé stesso.

Io sono l’amore era compostezza, ordine, austera rigidità, forma, algida materia di viscontiana memoria. A Bigger Splash era caos, disordine, energia impazzita, un’opera rock che partiva dalla Nouvelle Vague e la triturava in nome della libertà espressiva. Guadagnino riesce con maestria e inusitata spregiudicatezza ad inserire entrambi i registri, assolutamente agli antipodi, in questo nuovo film. Allora Chiamami col tuo nome è dolce e sensuale, timido ed erotico, calmo e tracimante, semplice ed ambizioso. Si parte dalla formalità di James Ivory, che ha scritto la sceneggiatura, e si arriva a respirare Rohmer, che le regole le ha ribaltate.

E allora il film finisce per essere sia un meraviglioso manifesto del cinema LGBT, sia una una storia d’amore che non ha etichette di orientamento sessuale. Il primo amore lo abbiamo vissuto e provato tutti. Ciò che Elio prova, ciò che vive, ciò che lo fa soffrire ed eccitare è comune a tutti. Elio e Oliver non vivono mai come eterosessuali o omosessuali, perché il sentimento e l’amore vanno oltre tutto. Ed ugualmente Chiamami col tuo nome è un’esperienza – non solo un film, appunto – che può e anzi deve appartenere a tutti.

Guadagnino più che un regista è una contraddizione, e proprio questo convince. La perfezione non nasce mai studiata a tavolino, ma sempre quando di mezzo c’è qualcosa che non va. Poteva essere un film respingente Chiamami col tuo nome, con l’ennesima famiglia borghese al centro, con i suoi membri che parlano tre lingue, hanno ancora la servitù, fanno discorsi intellettuali o, spesso e volentieri, passano le giornate a fare letteralmente niente. Ed invece Chiamami col tuo nome ha sia testa sia cuore, e rapisce lo spettatore facendogli dimenticare di assistere ad una storia fittizia. I dettagli, come sempre, fanno la differenza.

C’è un termine in inglese perfetto per descrivere il film: “intoxicating”.

Chiamami col tuo nome diventa aria, ed entra silenziosamente sotto pelle. Fa annusare l’odore dell’estate, quella magica bolla temporale in cui tutto sembra possibile, le preoccupazioni sono lontane e gli adolescenti credono di vivere in un limbo rispetto al resto della vita. Abbraccia, avvolge e non fa prigionieri.

Il discorso del padre di Elio ci racconta anche di rimpianti giovanili, sensazioni andate che tornano a galla. Per una volta, sembra bello poter ricordare qualcosa di non esaltante. Ciò che conta, appunto, è provare qualcosa, far sì che il nostro cuore non batta mai a vuoto. Quei ricordi non stanno solo nella mente, ma rimangono addosso al corpo, quasi si continuano ad annusare. Esattamente come riesce a fare Chiamami col tuo nome, un film che esce fuori dallo schermo e diventa qualcosa di più personale e fortemente vivo.

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Emanuele D’Aniello

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